venerdì, dicembre 09, 2022
Russia. Giugno e Luglio 2022 #3 - Mosca
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
La prima parte del viaggio di giugno e luglio è qui: https://tonyface.blogspot.com/2022/11/russia-giugno-e-luglio-2022-1.html
La seconda parte qui:
https://tonyface.blogspot.com/2022/12/russia-giugno-e-luglio-2022-2-san.html
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Il giorno dopo, rientrato a Mosca, visito dei clienti con l’autista che mi accompagna di solito in città, Rafael.
Gira con i finestrini abbassati perché ha il condizionatore scarico.
“L’altra settimana sono andato per farmi mettere il gas ma costa quattro volte tanto rispetto allo scorso anno.”
È esplosa l’estate, il sole è caldo e le strade polverose, sabbia ovunque assorbita dal verde prepotente e incolto degli alberi e dei cespugli che sbordano dappertutto. Cicale di Heather Parisi alla radio, lungo la strada due ragazze con le caviglie sottili portano le borse della spesa chiacchierando.
Fuori dal centro non ci sono marciapiedi, sull’erba sono tracciati dei sentieri di terra battuta e sassi.
Erbacce avvolgono muretti scrostati, sbucano effimere dalle crepe dell’asfalto.
Durano un paio di mesi, tre al massimo, poi gradualmente cedono al grigio, al freddo, alla pioggia e alla neve.
Al buio.
Ed è sempre una natura scorbutica, spigolosa.
Fango e ghiaccio d’inverno, d’estate nuvole di polvere fine, i granelli che grattano fra i denti e ti fanno strizzare gli occhi.
Nella sede del nostro rivenditore, ho un incontro con il titolare, Konstantin.
“Il vostro sito in russo è stato hackerato.” dice infastidito, quasi fosse colpa mia.
“E da chi?”
“Dagli ucraini.” usa un tono crudo, quasi di disprezzo, pur essendo lui stesso di Leopoli.
“E cosa han fatto?”
“Hanno pubblicato dei messaggi.”
“E cosa han scritto?”
“Che la Russia la la la la la la.”
“Eh?”
“L’Ucraina la la la la la la la.”
Lo guardo come fosse diventato scemo.
Lui ripete gli stessi versi.
Non vuole riportare quello che ha letto, probabilmente una serie di atrocità attribuite all’esercito russo, quasi corresse dei rischi.
Alla sera mi porta a cena in un ristorante costoso, frutti di mare e polpa di granchio. Boiserie in legno chiaro, cameriere giovani con le labbra sporgenti.
“Quanto andrà avanti questa cosa?” domando banalmente.
“Tutto il tempo che serve. La Russia non può perdere.”
“Neanche l’Ucraina.”
“Vedremo. Basterebbe che l’Europa e l’America smettessero di mandare armi e finirebbe tutto in dieci giorni.”
“E qua sarebbero tutti contenti. Finalmente un po’ di rispetto.”
Allarga gli occhi sull’ultima parola.
“Sì, rispetto! La gente qua vuole rispetto.
Voi non lo capite!
Potete andare avanti con le sanzioni quanto volete, possiamo vivere senza la roba occidentale ma quello che vuole il russo medio è il rispetto.”
Si versa un po’ di acqua San Pellegrino da una bottiglia in vetro che costa quasi dieci euro.
Terminata la cena, Konstantin lascia una mancia generosa in contanti e mi invita a fare due passi per ulica Malaja Bronnaja, una delle vie più esclusive di Mosca e di tutta la Russia.
A parte qualche taxi, non ci sono auto sotto i 50.000 euro di listino, tutte customizzate, la carrozzeria opacizzata in grigio o nero come si usa adesso.
Il marciapiede è affollato, ci sono ragazze bellissime in shorts, le gambe nude e scolpite, qualche vestito da sera bianco per le signore che escono da un teatro che ha ricreato dei peschi in fiore vicino all’ingresso, l’asfalto ricoperto di petali sintetici rosa.
È un flusso ininterrotto di giovani eleganti, entrano ed escono da locali e negozi di moda. Sembra Londra, un altro paese, glamour, frizzante, elitario. Quasi venti anni che vengo qua per lavoro e la gente che incontro sono falegnami dalla barba incolta, buchi tra i denti, aliti fetenti e le unghie sporche, qualche falange tranciata da una fresa senza protezione.
C’è una barzelletta in russo che conoscono tutti i mobilieri dell’ex Urss.
Un artigiano entra in un negozio di ferramenta e chiede delle viti.
“Quante?” fa il commesso.
“Cinque” risponde il cliente e mostra la mano con tre dita: pollice, indice e mignolo divaricati come a un concerto metal. Le due dita centrali mozzate.
E ogni tanto il dubbio negli occhi chiari, il sospetto nella fronte increspata. Qualcuno non si trattiene e ti interroga:
“Dove hai imparato il russo?” a bruciapelo, per prenderti in castagna.
I posti che ho frequentato negli ultimi venti anni sono per lo più sporchi, soffocanti, puzzolenti.
La vita non è quella di ulica Malaja Bronnaja.
Questo è il palco dove va in scena il privilegio griffato Gucci e Christian Dior, le sopracciglia ad ali di gabbiano e gli zigomi sporgenti, patinati dai filtri dell’ultimo modello di Iphone, che costa un po’ di più perché arriva dal Kazakistan, per aggirare le sanzioni.
Adesso come trecento anni fa l’immagine trasmette uno status, e il grado di ricchezza è definito da oggetti occidentali.
v In tv mostrano soltanto il Donbass.
C’è un programma intitolato “Guerra ai fake”, nei giorni in cui si parla del missile che ha colpito il centro commerciale di Kremenchuk mostrano il parcheggio vuoto, mettono in discussione il fatto che nel negozio ci fossero migliaia di persone.
Il capannone, secondo i commentatori, era un deposito di armi.
I media russi presentano un punto di vista, quelli occidentali un altro, usano riprese diverse, angolazioni opposte che non coincidono mai.
Uno crede quello che vuole credere.
Dedico il sabato alla Novaja Tret’jakovka, il museo di arte figurativa che ospita il meglio dell’arte russa e sovietica del ventesimo secolo.
C’è poca gente, d’estate i russi trascorrono il fine settimana nella da a, la casa di villeggiatura fuori città.
Il percorso attraverso gli stili riflette i cambiamenti sociali e politici nel corso dei decenni.
Con l’affermarsi delle avanguardie negli anni ’10, nella cultura alta si inseriscono elementi della tradizione contadina e delle stampe popolari, Aleksandra Ekster sperimenta con la grafica industriale, incorpora etichette di marchi contemporanei nella natura morta, anticipa di quasi mezzo secolo la pop art.
I primi vent’anni del novecento sono caratterizzati da tumulti rivoluzionari che mettono in crisi lo status quo sociale e ridefiniscono i canoni artistici. Pittori e scultori guardano avanti con un occhio al passato, le forme spigolose delle statuette etniche ritornano nella rappresentazione poliedrica del cubo-futurismo.
Kazimir Malevi va oltre le coordinate tradizionali di spazio e tempo.
Con il suo Quadrato Nero, l’artista di Kiev supera il concetto di alto e basso, terra e cielo. L’assenza di forza di gravità e spazio libera l’artista dal mondo oggettivo e gli permette di fondare la propria realtà, un secolo prima di Zuckenberg e del Metaverso.
Le sale che ospitano le opere dei primi due decenni del novecento sono una festa di sperimentazioni, pennellate energiche, tinte audaci, combinazioni inedite. Un caleidoscopio di forme e colori, espressione di una società diversa e di una nuova visione del mondo.
Quando arrivi ai quadri degli anni trenta la festa finisce, di botto, senza preavviso. Sul pannello descrittivo appeso alla parete è spiegato in russo e in inglese che nel 1932 in URSS vengono ufficialmente sciolte tutte le associazioni artistiche e letterarie indipendenti. Vengono fondate organizzazioni centralizzate che sono direttamente controllate dal partito.
Nasce il realismo socialista, strumento di propaganda ideologica che serve a rafforzare il culto della personalità di Stalin. Cambiano i temi, i soggetti sono principalmente lavoratori e sportivi, gli eroi dell’Unione Sovietica.
I minatori pronti a scendere sotto terra con l’espressione serena e i contorni netti delle figure che dettano il ritmo della nuova epoca.
Le operaie piegate dalla fatica con i volti felici, il corpo imponente, simbolo di maternità sana, supporto per il figlio e per la costruzione del socialismo.
Lo chiamano realismo anche se nella vita vera non sorride mai nessuno.
Esco che è ormai ora di cena, faccio un passaggio veloce in albergo e poi raggiungo Aleksandr in un pub in centro.
Saša è un appassionato di black music e vinili originali e stasera fa un dj set. Ci siamo conosciuti anni fa sui social ma non ci siamo mai incontrati di persona, ero sempre troppo impegnato a guardare Facebook o a leggere un libro dopo il lavoro.
È un posto frequentato da ventenni, abiti larghi e informi, cappellini, monopattini a motore e sigarette elettroniche
Saša suona 45 giri di r&b e soul americano dei sixties, tutti dischi che hanno almeno cinquant’anni.
Molti pezzi li conosco, alcuni fanno parte della mia collezione.
“Metti anche roba sovietica?”
“C’è un sacco di musica interessante, album di jazz-funk registrati nei paesi baltici. In Asia centrale han fatto delle belle cose, tipo funk con inserti di musica turca in Tadjikistan.”
“E li suoni mai?”
“No, è impossibile. Sono registrati da cani. Prova a mettere un disco americano e poi uno sovietico… Noi abbiamo quel problema in tante cose. Nell’Urss c’erano parecchi oggetti di design. Radio, televisori, mobili bellissimi ma fatti con materiali scadenti.”
Beviamo birre artigianali e discutiamo della guerra. Saša parla apertamente.
“Ci vorranno cinquanta anni prima che i rapporti tra russi e ucraini si ristabiliscano.
Intanto l’economia va a farsi fottere. Anche questa,” alza il bicchiere “non abbiamo tutti gli ingredienti qua in Russia.
Alcuni birrifici hanno già chiuso.” Abbassa la mano verso i piatti “I dischi non li posso più comprare perché la mia carta di credito non è accettata da nessuna parte e comunque è impossibile ricevere posta dall’estero. E non possiamo dire una parola.
Siamo tornati negli anni ’30!” Gli anni del terrore e della repressione.
Sul giradischi suona il brano soul midtempo In My Tenement di Jackie Shane, una cantante transessuale che ha inciso una manciata di dischi negli anni sessanta per poi sparire nell’oscurità. Entra una coppia di ragazzine, quella a destra coi capelli corti e l’aria mascolina, l’altra più femminile.
Camminano abbracciate, si tengono per mano. Sono l’unico che ci fa caso. Un paio di settimane fa ne discutevo con Vladimir a Taškent.
“Con tutti i generi che vi siete inventati ci vorranno almeno venti tipi di bagni diversi nei locali.” commentava il russo con tono di scherno.
“Guarda, non sono temi che conosco bene ma credo che lo scopo sia di avere un solo bagno per tutti.”
“Un solo bagno per tutti?” gli occhi spalancati dallo stupore.
“Guarda dietro di te.” la mano rivolta oltre le sue spalle, verso la porta della toilette “Non c’è distinzione tra uomini e donne. E siamo in un paese musulmano.”
Continuiamo a bere, Saša mi racconta di quando trattava merce di contrabbando alla fine degli anni ottanta, non aveva neanche venticinque anni e guadagnava molto più dei suoi genitori. Ci interrompe una signora coi capelli neri, più o meno coetanea di Aleksandr. Chiede informazioni sui dischi che girano, le piace quella musica.
Si presenta, si chiama Lena, abita lì vicino ed è appena tornata da un concerto.
“Che concerto?” chiedo per curiosità.
“I Kino.”
Uno dei gruppi rock più famosi in Russia, il cantante Viktor Coj una specie di Sid Vicious intellettuale, portavoce della generazione cresciuta durante la perestrojka, il periodo di cambiamenti politici e timide aperture sociali che hanno segnato la seconda metà degli anni ’80.
Coj è morto nel 1990 in un incidente d’auto. Alcuni membri della band originale fanno ancora dei concerti con la voce di Coj registrata, sul palco alle loro spalle proiettano su uno schermo immagini e video del cantante.
Mai piaciuti i Kino, troppo cupi e claustrofobici, le sonorità new wave, le percussioni digitali e il cantato sommesso e inespressivo non mi toccano neanche un po’.
Anzi, mi mettono a disagio.
Si tratta comunque di un gruppo leggendario, un simbolo per decine milioni di russi che vanno dai quindici ai sessant’anni.
“Ti è piaciuto?”
“Sì è stato fantastico. Non sapevo cosa aspettarmi, era il mio gruppo preferito quando avevo venti anni. Adesso ne ho cinquantacinque e stasera mi sono resa conto che conoscevo tutte le parole a memoria, in questi trent’anni non mi hanno mai abbandonato.”
“È la magia della musica, anch’io mi ricordo tutte le canzoni che ascoltavo quando avevo quindici anni.” Passavo ore a riavvolgere i nastri, ho massacrato un disco dei Sex Pistols, ho consumato i cd dei Beach Boys e poi le compilation di northern soul. E ancora adesso, ogni volta che sento una nota di quelle canzoni che mi tenevano sveglio di notte mi sembra che il tempo non sia passato, sono ancora un ragazzino che sogna nella sua cameretta.
“Za chorošuju muzyku!” Saša alza il boccale e propone un brindisi alla buona musica.
“Vivi a Mosca?” si incuriosisce Lena
“No, sono qua per lavoro.” e le racconto di quello che faccio e del soggiorno prolungato. Descrivo la mia giornata, cosa ho visto al museo, le dico che per anni me ne sono fregato dell’arte e della cultura e adesso ho sempre paura che sia l’ultima volta.
Lena annuisce.
“Io lavoro per una ditta tedesca, quando tutto questo è cominciato sono rimasta sotto shock per settimane. Ero paralizzata dalla paura e piangevo.” Parla mentre gli occhi le si riempiono di lacrime, il trauma ancora vivo e doloroso, anche in questa serata calda di inizio luglio con la gente che si gode il fresco sul marciapiede, le risate sgangherate, le voci alterate dall’alcol. Rifiuto l’invito di Lena a bere un’altra cosa da lei “Abito proprio qui accanto.”, sono già sbronzo e non è difficile essere fedele se la tentazione non ti seduce.
La domenica mi sveglio con un hang over accettabile e vado in centro, in ulica Bol’šaja Sadovaja, dove c’è uno dei musei dedicati a Michail Bulgakov, l’autore di Cuore di Cane e Il Maestro e Margherita.
È un appartamento all’interno di un palazzo dalla facciata color turchese e inserti bianchi, i balconi stondati in stile liberty.
Lo scrittore sovietico c’ha abitato per un periodo, negli anni venti, per poi trasferirsi in un’altra abitazione nella stessa via.
Una scala in pietra con parapetto in ferro battuto porta al primo piano. Le pareti sono coperte di scritte e graffiti, principalmente citazioni dei romanzi di Bulgakov, soprattutto dal Maestro e Margherita.
La guida, una ragazza di nome Natalja, ci raduna in una stanza col pavimento in legno, i listelli incurvati dal tempo. Al centro c’è un tavolo rotondo su cui è adagiato un gatto nero di pelouche, enorme, il pelo sporco e consunto. Le ragazze continuano ad avvicinarsi al pupazzo e a scattare foto, penso che siano un po’ deficienti fino a quando la bestia inizia a muoversi, lentamente, in maniera meccanica. È un gatto vero, si chiama Behemoth e la guida invita a non disturbarlo, con la pandemia si è disabituato al contatto con le persone.
Natalja inizia a raccontare la vita dello scrittore, nato a Kiev nel 1891. Ci invita a guardare verso la parete alla mia destra, all’interno è stata ricavata una nicchia con un plastico della capitale ucraina.
“In questa casa c’è una finestra che si apre su Kiev. E nell’appartamento di Kiev dove ha vissuto Bulgakov c’è una finestra su Mosca.”
Sorride mentre parla e mi colpisce come una frustata sulla schiena quello che dice, osservo i volti degli altri turisti attorno a me. Sono tutti seri, induriti.
Chissà a cosa pensano, se si rendono conto che i rapporti tra due paesi in guerra sono affidati alla passione e al buon senso di donne e uomini comuni che si sforzano di costruire ponti con la cultura.
Natalja continua a raccontare la storia di Bulgakov, l’attività frenetica e la popolarità raggiunta nel corso degli anni venti con la narrativa e le rappresentazioni teatrali de La Guardia Bianca.
Poi negli anni trenta è vittima del clima di repressione culturale e viene censurato, non riesce più a pubblicare, vive di articoli di critica letteraria e teatro.
Nel privato si dedica alla stesura di romanzi che usciranno dopo la sua morte nel 1940. Il Maestro e Margherita è stampato tra il 1966 e il 1967 e sarà poi tradotto in più di centocinquanta lingue.
Uscito dal museo, seguo il consiglio della guida e faccio due passi lungo gli Stagni del Patriarca, il parco in cui è ambientato il primo capitolo de Il Maestro e Margherita, dove il presidente del Massolit, Berlioz, chiacchiera con lo straniero Woland e poco dopo muore decapitato dal tram. È un’area verde con al centro un laghetto rettangolare, lungo i vialetti passeggiano famiglie e coppiette.
Una ragazza snella fa joga appoggiata ad un albero, poco distante un tizio con la pelle olivastra e i vestiti sporchi si riposa sdraiato per terra, la schiena appoggiata ad un tronco.
La osserva per qualche istante, poi gira verso l’acqua lo sguardo triste, disperato.
Sono l’unico occidentale di tutto il parco, come Woland, che poi è Satana.
Gli Stagni sono costeggiati da ulica Malaja Bronnaja, la via del lusso che ho percorso l’altra sera assieme al mio cliente. Le persone che incrocio sono curate nell’aspetto, profumate. Anche i cagnolini sono precisi, sembrano quelli della pubblicità.
Bianchi e castani, col pelo corto, un fiocchetto tra le orecchie, raramente zampettano, spesso sono tenuti in braccio da signore abbronzate di mezza età, le labbra gonfie pitturate di rosa.
I tavoli dei locali disposti sui marciapiedi sono pieni di giovani che fanno il brunch, i ristoranti offrono il valet parking, un ragazzo di colore che potrebbe fare l’indossatore sta alla porta, i monopattini parcheggiati poco distante.
Alla fine della strada c’è la sede della Tass, l’equivalente dell’Ansa.
È un edificio degli anni settanta, un bell’esempio di modernismo sovietico, i finestroni con gli angoli stondati e i fascioni centrali in legno. Prendo un taxi per raggiungere Garage, il museo di arte contemporanea fondato dall’oligarca Abramovi .
La struttura è adiacente al Gor’kij Park, quello del film anni ottanta.
Per raggiungere l’area espositiva percorro una stradina poco frequentata, nel cuore di Mosca. Gli scheletri di edifici sovietici sono pronti per essere restaurati e gentrificati.
Parcheggiati sotto il sole, tre o quattro container in lamiera ondulata ospitano la manovalanza che trasformerà questi ruderi in appartamenti, negozi, uffici con vista sul Gor’kij Park.
Quanto al metro quadro? Si sente la voce a scatti di un ragazzo dell’Asia centrale, indossa pantaloni della tuta e ciabatte di plastica.
È accovacciato, il torso definito di chi fa un lavoro di fatica, parla rivolto allo schermo del telefonino e allarga un sorriso gentile.
Il piazzale dell’area espositiva è in cemento liscio, un gruppo di trentenni salta e sculetta su pattini a rotelle e skateboard, caschetti e protezioni per gomiti e ginocchia.
Nessuno indossa i roller blades.
Al museo non c’è nessuna mostra, lavorano soltanto il bar e il negozio di libri.
Ne approfitto per fare una passeggiata nel parco.
I vialetti sono in ordine, non ci sono cartacce o mozziconi sul ghiaino, nel laghetto si spostano dei pedalò gialli, più squadrati rispetto a quelli che vedi da noi al mare.
Ci sono bar e ristoranti di ogni tipo: quello specializzato in formaggi; un altro propone cucina georgiana; il bistrot con piatti francesi; il chiosco che vanta cento miscele di caffè e la pagoda orientale con il sushi. La tranquillità dell’ora di pranzo viene ogni tanto interrotta dai gridolini dei bambini o dal cicalare delle biciclette, il manico di una borsa che sporge dal portapacchi e tocca i raggi. Tanti giovani distesi sull’erba a prendere il sole.
Esco dal parco e mi ritrovo sul Leniniskij Prospekt, passo accanto ai negozi di Hugo Boss, Paul & Shark e Boggi, le vetrine allestite con la collezione estiva. Alla fine della strada svetta la statua in titanio lucido di Jurij Gagarin, le braccia staccate dal corpo e rivolte verso il basso, le gambe che proseguono nel basamento cilindrico e striato, alto più di trenta metri. Un supereroe pronto al decollo.
Prendo un taxi e vado al museo Puškin a vedere una mostra sugli impressionisti, appena inaugurata. C’è un sacco di gente in fila, aspetto un’ora per entrare. Renoir, Picasso, Paul Sinjak, Gauguin e Monet. Potente l’impatto dei colori, della luce, delle macchie e dei puntini ma sono stanco e c’è troppa gente. Le didascalie e le descrizioni accanto ai quadri sono solo in russo. Quelle in inglese di solito non le guardo nemmeno ma questa cosa, il fatto che in uno dei principali musei della capitale non sia nemmeno contemplata la presenza di visitatori stranieri, è un tratto di questa estate calda, luminosa e tragica.
Lunedì parto da Mosca per visitare un’azienda nella regione di Brjansk, quattrocento chilometri a sud della capitale.
Mi passa a prendere Nikolaj, detto Kolja, un venditore del nostro distributore. Poco più che quarantenne, fuma, mangia e beve senza moderazione, sembra più vecchio. È un tipo arguto e simpatico, anche se un po’ dispersivo, devo sempre ricordargli di mandare un’offerta o dei campioni ai clienti visitati.
Lavoriamo assieme da diversi anni e siamo in confidenza, vorrei chiedergli cosa ne pensa della guerra ma non siamo neanche usciti da Mosca che mi anticipa.
“Io ti considero una persona intelligente, giri il mondo, parli le lingue. Cosa pensi tu di questa situazione?” domanda con un po’ di imbarazzo.
“La guerra? Beh chiaro che sono contro. La guerra è una merda. Uomini uccisi e donne stuprate, quando va bene.”
“E quando va male?” mi chiede Kolja sorpreso.
“Torture e violenze su bambini e anziani.”
“Da voi cosa dicono?” insiste.
“Da noi nessuno supporta la guerra ma allo stesso tempo la gente vuole vivere tranquilla, col gas e l’inflazione sotto controllo.”
Nikolaj sorride mentre guarda la strada, le mani sul volante della sua Mercedes coupe.
“Ma in tv cosa dicono della Russia?”
“Dipende da dove vivi.
In Italia senti spesso in tv esperti o giornalisti che riportano la versione di Mosca.
Ma se vai in Scandinavia per esempio, la gente vive la cosa diversamente, sono mesi che parlano di una possibile invasione russa, dell’ingresso nella Nato, c’è un’altra atmosfera perché il livello di allerta è più alto.”
Poi lo interrogo io. “Ma tu cosa ne pensi?”
“Come hai detto, nessuno vuole la guerra. La situazione è difficile ma credo che Putin non avesse altra scelta e buona parte di quelli conosco supportano questa decisione.”
“Ma se fosse dichiarata una mobilitazione generale tu potresti essere richiamato?”
“Sì, ho fatto l’ufficiale e potrebbero richiamarmi. Se mi tocca io ci vado perché questa è la mia terra.” Eto – moja zemlja, tre parole, con quel tono fatalista che hanno tutti ma con un grado di convinzione che non mi aspettavo da un venditore pragmatico come lui.
Con la pancia e il fiato corto che si ritrova, non ce lo vedo a saltare fossi e a sparare per salvarsi la vita.
Parliamo dei miei figli, il maschio ha undici anni e la bambina ne ha nove, anche se ogni tanto crede di averne diciannove.
Suo figlio ha ormai ventidue anni e ha appena terminato l’università, anche se qua non si capisce mai quale sia il livello effettivo perché dopo le superiori c’è il kolledž che corrisponde grosso modo ad una laurea breve, oppure l’institut che equivale ad una laurea ed offre una formazione in un’area specifica a differenza dell’universitet che tratta almeno otto discipline diverse.
Il ragazzo vorrebbe lavorare nel settore della moda, fa il commesso in un negozio di vestiti ed è contento, anche se non guadagna molto.
“Ha già fatto il militare?” chiedo con un po’ di malizia.
“No, adesso stiamo cercando farlo riformare.” risponde Kolja candidamente.
Parliamo del più e del meno mentre percorriamo quattrocento chilometri attraverso boschi e distese di campi.
L’erba e i cespugli vicino alla strada sono di un verde più chiaro rispetto agli alberi e agli arbusti sullo sfondo, tendenzialmente i colori sono più scuri rispetto alla macchia mediterranea e danno una connotazione cupa, selvatica alla natura di questi posti. Lasciamo alle nostre spalle migliaia di betulle, cespugli grandi come case, prati incolti spruzzati di viola e lilla, qualche puntino bianco. Nel complesso una massa eterogenea, erbacce alte più di un metro e piante enormi, mai toccate dall’uomo nel corso di decenni.
Il panorama è diverso, all’inizio non ci fai caso ma col passare delle ore ti accorgi della profondità della prospettiva, con un’estensione insolita in Italia e soprattutto nel nord-est, dove lo sguardo è sempre contenuto tra le Alpi e l’Adriatico. Come succede nelle metropoli, con milioni di metri cubi di cemento e asfalto, così anche in aperta campagna le proporzioni sono altre, è tutto smisurato.
Sono paesaggi senza età, come nei quadri di Šiškin, ogni tanto passi accanto a una stazione di servizio, una tettoia sopra una pompa di benzina e una baracca di lamiera dove ti guardano male se non hai le banconote contate. Sul telefono ricompare una tacca di connessione per poi sparire dopo qualche centinaio di metri.
Attraversiamo un paesino, una manciata di casette di legno e qualche edificio a cinque o sei piani, uomini in salopette che pedalano senza fretta su bici sgangherate.
Davanti a noi una moto degli anni ottanta ci obbliga a rallentare e a inalare un fumo bianchissimo e fetente, una puzza insostenibile anche per i filtri della Classe E di Nikolaj.
Sui palazzoni grigi piastrellati, è indicato in rosso l’anno di costruzione.
I condomini del 1974 sono uguali a quelli del 1990.
Una coppia di ragazzini brufolosi cammina lungo il ciglio polveroso tenendosi per mano, in quella libera stringono il collo di una bottiglietta di Coca Cola. I tubi del gas, grossi e arrugginiti, attraversano la città e ogni tanto si intrecciano in un groviglio geometrico che ricorda i quadri di Mondrian.
Poi la strada si immerge nel folto degli alberi, in distanza sembra una rasoiata su una capigliatura afro.
Arriviamo finalmente a destinazione, l’ingresso del paese è segnato da un pannello grigio sgangherato con la falce e il martello, ha almeno trent’anni.
Passiamo davanti alla fabbrica che dobbiamo visitare domani, un capannone verde con una copertura a listelli in legno scuro, in stile scandinavo. Tutto attorno, casette in legno della prima metà del novecento, un sentiero in polvere al posto del marciapiedi, lungo la strada che porta al centro qualche palazzina a tre piani con il tetto di eternit. Dal senso opposto di marcia procede arrancando un autobus arrugginito, la parte frontale scrostata che ricorda il volto smunto di un vecchio sdentato. Il nostro albergo è nella via principale ed è stato costruito prima della pandemia. Le camere sono ordinate e i mobili chiari, moderni, anni luce rispetto al pensionato dall’altra parte della strada dove eravamo obbligati a fermarci in passato. Una notte di inverno di sei o sette anni fa, la signora che stava alla reception, un banchetto nel sottoscala, chiese a me e agli altri due colleghi russi:
“Per chi è la camera più grande?”
“Per lui!” risposero in coro.
Era la stanza più fredda, il termosifone a muro non riusciva a scaldare l’ambiente e bisognava accendere la stufetta elettrica. Il mobilio in stile anni cinquanta mi ricordava quello di mia nonna Jolanda, una vetrina in ciliegio accanto al letto piena di animali impagliati, per ravvivare l’ambiente. La colazione non era prevista e bisognava ordinare qualcosa di sera alla pizzeria di sotto.
Mettiamo giù la roba in camera prima di andare a cena.
La signora che prende i nostri documenti per fotocopiarli alza un sopracciglio quando vede il passaporto di Kolja.
“Lei è quello del bagno?”
“Che memoria!” ribatte Nikolaj, che prova a fare il simpatico.
“Guardi che ‘sta volta le faccio pagare i danni. Lo dica al suo amico.”
Kolja sospira, tra il divertito e l’imbarazzato, prende fiato e poi mi spiega.
“Quando in bagno c’è scritto di non buttare la carta igienica nel water… non è come dalle altre parti, qua la devi buttare nel cestino!”
Altrimenti si intasa il cesso.
Il centro del paese corrisponde a due strade che si incrociano, sull’intersezione c’è la piazza con il monumento di Lenin, a lato il municipio e un altro edificio amministrativo.
Sulla sinistra c’è un parco, l’erba tagliata di fresco, in mezzo un obelisco di pietra che ricorda la lotta partigiana della grande guerra patriottica.
Sulle panchine gruppetti di adolescenti silenziosi in jeans e maglietta, la schiena piegata verso gli schermi dei cellulari che tengono in mano. Mangiamo all’aperto in uno dei tre ristoranti del paese.
Finito di cenare il sole è ancora alto e facciamo due passi.
L’asfalto presto si trasforma in sabbia che scricchiola sotto i nostri piedi, oltrepassiamo la stazione della polizia con le auto parcheggiate all’esterno, hanno tutte la lettera Z tracciata con lo scotch di carta bianco sui finestrini posteriori e sui bagagliai, gli sbirri con i mitra in mano ci osservano silenziosi.
Proseguiamo fino a un bivio, guardando in basso sembra di essere in spiaggia, il silenzio interrotto dal rumore di una moto con le ruote piccole, la scritta Gladio sul serbatoio, in sella un vecchio con le gambe inarcuate, la camicia aperta per prendere un po’ di fresco.
Rientriamo in albergo, sulle aiuole accanto alla strada giocano i bambini, le mamme mangiano un gelato e le ragazzine truccate e pettinate passeggiano a gruppetti, gli occhi sul cellulare, urletti e risatine.
La mattina dopo prendiamo la Mercedes di Kolja per andare dal cliente, saranno un paio di chilometri ma procediamo lentamente, davanti a noi un furgoncino verde mezzo arrugginito con l’insegna dell’ambulanza, all’interno due tipi in canotta che sembrano usciti da una miniera.
Accanto all’ingresso, nei posti riservati ai titolari e ai quadri, sono parcheggiate BMW, Audi e Lexus.
Ci viene incontro Leonid, un signore sulla sessantina, spettinato, in braghette e infradito, che ci conduce dai suoi colleghi con cui abbiamo appuntamento.
“Han mandato il ragazzino?” lo percula Kolja con la voce roboante da un pacchetto di Marlboro al giorno.
Dall’esterno l’azienda sembra ben tenuta, poi gli infissi all’ingresso sono scrostati, i corridoi all’interno sono bui e il linoleum si stacca dal pavimento. Gli uffici sono stanzette che ospitano fino a otto persone.
Veniamo ricevuti in una sala riunioni.
Il mercato è stabile e anche se non c’è il boom di marzo e aprile sono tutti contenti degli ordini che arrivano dai negozi. La preoccupazione è per le sanzioni che potrebbero toccare la nostra categoria e per la stabilità dei fornitori europei.
“Come va da voi col gas?” si informano i responsabili degli acquisti.
“Al momento è tutto ok, la gente si gode l’estate, le prime vacanze dopo il covid. Poi in autunno si vedrà.”
A metà riunione ordiniamo il menu per il pranzo, al ristorantino sotto il nostro albergo non sono abituati a servire dieci persone in un colpo solo e si devono preparare.
Io prendo un’insalatona, gli altri pizza e pasta ai frutti di mare, con panna. Poco dopo mezzogiorno saliamo in auto e raggiungiamo il locale.
Già all’ingresso c’è odore di fritto e cipolla, scendiamo le scale e ci accomodiamo in un seminterrato illuminato artificialmente, la luce dei led proiettata dietro schermi rettangolari a forma di finestre con un paesaggio urbano sovraimpresso che ricorda un borgo medievale del centro Italia.
Si è unito a noi il direttore generale, un signore che ha superato la cinquantina coi capelli tinti di castano.
Si chiama Gennadij e parla velocissimo senza muovere la bocca, gli occhi impallati che sembra uno dei Simpsons. Ci tiene a fare buona impressione, anche se ci conosciamo da più di quindici anni vuole stupirmi.
“Senti che buona la pizza. Senti che bravi i nostri pizzaioli. Mi han detto che è come quella italiana, senza differenza.”
È una focaccia molle con sopra di tutto. Wurstel, salamino, bacon, formaggio verde, peperoni e qualcosa di dolciastro. Potrebbe essere balsamico o sciroppo di acero.
“Mmmhh, sì è buona.” risponde il commerciale che vuole portare a casa gli ordini.
Gennadij è seduto davanti a me, siamo leggermente defilati rispetto al resto della tavolata, me lo becco in esclusiva mentre gli altri ridacchiano per i fatti loro.
“Come va con il covid in Europa? Dicono che i casi stanno salendo.”
“Bah mi pare sia così dappertutto…”
“Forse non lo sapete ma qua abbiamo il vaccino Sputnik. Da quando lo hanno introdotto stanno tutti bene.”
“Mi sembra che in Russia sia vaccinato meno del 50% della popolazione.”
“E questo ti dice quanto è efficace lo Sputnik!”
Gli altri mangiano senza fiatare, il volto inespressivo e un lampo di perculo che attraversa lo sguardo.
“Come va con gli ordini?” chiedo tanto per cambiare discorso, anche se conosco già la risposta.
“Adesso va bene, non come in primavera, ma siamo coperti fino a fine estate. Poi ad agosto finisce la guerra e speriamo vada ancora meglio.”
“Ma ad agosto non finisce la guerra.” mi permetto di obiettare.
“Ah no?” mi osserva impassibile, come se gli avessi detto che il mio colore preferito è il rosso. Che poi è il blu.
“Da quando è incominciata l’operazione speciale e hanno distrutto tutti quei laboratori biologici, il covid è scomparso.” conclude.
Mi guardo in giro per capire se sono scemo io o cosa. Sono tutti concentrati sul proprio piatto, come se stessero recitando le preghiere.
“Avete mai visto la fabbrica di cristallo?” domanda Gennadij rivolto a me e Kolja. “La proprietà è la stessa del mobilificio. Dovete visitarla. È interessante!” dispone senza possibilità di replica. “Noi qua abbiamo tutto, non come a Mosca.”
Nikolaj maschera un sorriso dietro al tovagliolo.
Montiamo in auto che ci sono quasi trentacinque gradi in strada, raggiungiamo un negozio di oggetti di cristallo accanto a un centro commerciale.
È un edificio recente, pulito, ordinato, la merce ben disposta all’interno di vetrine e teche illuminate.
Gennadij ci presenta il direttore commerciale, Slava, un bisteccone che avrà la mia età. Indossa una camicia azzurra elegante, tutta chiazzata di sudore sulla schiena.
Ha il fuoco negli occhi, che poi è un’espressione russa che sta per “invasato”. Se avessi un euro per ogni volta che un mobiliere o un falegname ha guardato i miei articoli “con il fuoco negli occhi”, oggi le mie avventure le scriverebbe Ken Follett, forse le parti più truci le lascerei a Stephen King. Slava ci tiene incollati per un’ora e mezza, senza pietà.
Racconta che ai tempi dell’Urss la fabbrica produceva vetro, occupava circa 5000 dipendenti e riforniva tutto il paese di suppellettili, caraffe e bicchieri per le grandi occasioni.
Il problema è che facevano roba mediocre, secondo il gusto della famiglia Addams, erano monopolisti e se lo potevano permettere. Quando poi si sono trovati a fare i conti con l’economia di mercato, la concorrenza e l’import cinese, han dovuto chiudere in poco tempo.
È soltanto da qualche anno che la proprietà del mobilificio ha rilevato la fabbrica di vetro e ha iniziato a lavorare il cristallo, quest’ultimo ha un grado di durezza e trasparenza più elevato rispetto al primo. Hanno coinvolto designer stranieri che hanno sviluppato linee moderne, più eleganti. Da quando è iniziata la guerra, molti concorrenti stranieri hanno lasciato il paese e questo offre qualche opportunità in più ai loro articoli.
Slava è un grande venditore, spiega bene ogni aspetto, riesce a catalizzare l’attenzione e a trasmettere entusiasmo.
“Quando la produzione ha chiuso, abbiamo rischiato di perdere artigiani che si tramandavano il mestiere di padre in figlio da generazioni.” commenta col volto abbattuto. “La nuova proprietà invece ha deciso di recuperare questa ricchezza e di investire su di loro.” conclude con tono brillante, per marcare il lieto fine.
Andiamo a vedere lo stabilimento produttivo, poco distante dal negozio.
Passiamo accanto a un centro commerciale, anche questo della stessa proprietà.
Nel parcheggio c’è un gruppo di zingari che si contendono gli scarti di carne e ortaggi vicino a un cassone. Le donne col fazzoletto in testa e i canini dorati sono più aggressive degli uomini in ciabatte, la pancia che sbuca dalle braghette.
Passiamo per uno spiazzo sterrato pieno di erbacce e polvere, camminiamo sopra travi di legno adagiate sul terreno, passerelle in caso di pioggia, entriamo in un capannone che fa parte di un enorme complesso, in buona parte abbandonato.
All’interno una situazione da rivoluzione industriale.
Al centro della stanza c’è una fornace che emana un calore soffocante già a cinque o sei metri di distanza, almeno una trentina di gradi che si aggiungono a quelli dell’ambiente.
Attorno alle pareti di pietra, operai in canottiera armeggiano tubi di metallo avvolti da coperte di amianto, attaccate alle estremità palline incandescenti che poi vengono schiacciate su una lastra di pietra per essere lavorate.
Proseguiamo la visita guidata in un laboratorio male illuminato dove una dozzina di uomini e donne, grigi e impassibili, passano il loro tempo maneggiando vasi, calici e animaletti di cristallo per esaminarne la purezza, tracciare linee o scavare dei puntini sulla superficie con il tornio.
Per cena ci troviamo nel ristorante dove abbiamo mangiato la sera prima, ci accomodiamo in una veranda di travi di legno nero.
Al nostro tavolo si accomodano i clienti con cui abbiamo pranzato, tranne Gennadij, che ha un altro impegno.
Seduto di fronte a me c’è un vecchietto ossuto che si chiama Valentin.
Ha la voce stridula e un modo di fare untuoso, quasi servile.
Non è cattivo, cerca soltanto di scroccare un invito in Italia, a spese della mia azienda.
Fino a una decina di anni fa organizzavamo questi viaggi per trasmettere ai clienti il valore aggiunto dei nostri prodotti, le caratteristiche tecniche, la qualità dei materiali e l’attenzione nei controlli di qualità che caratterizzano la nostra offerta.
Poi abbiamo smesso perché era peggio che gestire degli scolaretti in gita.
La gente si ubriacava, faceva casino al ristorante, mangiavano come disperati e poi si addormentavano durante le spiegazioni.
Le gite a Venezia trascorse a cercare qualcuno che rimaneva indietro o si perdeva nelle callette, un incubo a pranzo la traduzione del menu, che bisognava ripetere piatto per piatto almeno tre o quattro volte.
Non me la sento di deludere le speranze di Valentin, che mi tempesta di domande sul costo della vita in Italia.
“Quanto è uno stipendio medio? Quanto costa un affitto? A che età andate in pensione?”
Per quanto cerchi di vendere il suo ruolo in azienda come essenziale, gli altri lo bullizzano ogni volta che apre bocca.
È originario della Crimea, il figlio aveva problemi respiratori a causa del clima e verso la fine degli anni ottanta si è trasferito nella regione di Brjansk.
Gli chiedo se ha ancora parenti in Crimea, quando dice che i russi l’hanno “conquistata” nel 2014, i suoi colleghi gli danno sulla voce, con tono minaccioso.
“Perché conquistato? Cosa vuoi dire?”
Valentin incassa la testa tra le spalle, ridacchia e non risponde.
Cambia argomento, alza la gamba da sotto il tavolo e mi mostra una scarpa nera, sembrano quelle di Lurch...
“Queste le ho comprate in svendita. Sono europee. Ho speso trenta dollari.” sottolinea con orgoglio.
“In Italia con trenta dollari non ci compri neanche le stringhe.” lo sfotte Vladimir, quello col grado più alto tra i commensali.
Gli altri ridono con le lacrime agli occhi. Valentin sorride e si concentra sul piatto.
C’ha messo un sacco a scegliere, non gli capita spesso di mangiare al ristorante.
Come per il pranzo, ho optato per un’insalata. Tutti gli altri hanno ordinato piatti rivestiti di formaggio fuso, pesce incluso. Qua il criterio non è buono o cattivo ma vkusnyj, gustoso, saporito.
A tavola, si scherza con la propensione che abbiamo noi in Italia per il cazzeggio, lasciare scorrere il tempo in maniera leggera. Mi mancava questa cosa in America, tutti cerebrali, impegnati a dire la cosa più intelligente, forse era il giro degli studenti universitari.
Anche in Scandinavia sono asettici, lineari.
Ti trovi a pranzo con questi che parlano mezz’ora del tempo, la neve, la pioggia.
A tavola Kolja ha ordinato un distillato al mirtillo, se lo beve praticamente da solo, ingolla dei bicchierini in un colpo secco, a seguire una sorsata di succo di pomodoro, per annegare l’acidità. Gli altri scherzano sui missili ucraini caduti qui vicino un paio di settimane fa, con il solito fatalismo.
Tanto non ci possiamo fare niente. Penso a mia madre, a come reagirebbe se sapesse che sono a pochi chilometri dal fronte di guerra, al tono di voce, quell’aria di rimprovero da prof di lettere.
“Caspita! Ma non avevi altri posti dove andare?”
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giovedì, dicembre 08, 2022
Not Moving LTD e Northern Soul
Con i NOT MOVING LTD chiudiamo un felice 2022 con l'album "Love Beat" eletto miglior album italiano nella categoria "Classic" e secondo in assoluto dalla rivista "Blow Up" e al 38° posto in assoluto e quinto tra gli italiani su "Rumore".
E con un concerto il 16 dicembre al "Cox 18" di Milano : https://www.agenziax.it/evento/slam-x-2022?fbclid=IwAR0FZTdKnEayc8xu5f-bJT8jOk63vfTbN9_zorcNzoN-OtFbMP8YFm4c4oE
Apriremo il 2023 a Savona al "Raindogs": https://www.facebook.com/events/1347561196018788
Il libro Northern Soul edito da Agenzia X sarà presentato ad Ales (Oristano) alla Casa Natale Antonio Gramsci alle 17.30 di sabato 10 dicembre, sabato 17 dicembre al Centro Sociale Gattaglio di Reggio Emilia alle 18.00, domenica 18 dicembre a Lodi al "Bar Zaghi" alle 18.
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mercoledì, dicembre 07, 2022
Antonio Pellegrini - Blues. La musica del diavolo
Impresa ardua e coraggiosa immergersi nell'universo BLUES, ricolmo di una lunghissima storia, nomi, date, dischi, influenze, contaminazioni di ogni tipo.
Lo chiarisce l'autore, musicista, scrittore, autore teatrale:
"Questo libro, scevro da scopi enciclopedici, accompagna il lettore in un viaggio tra le storie di vita e le avventure artistiche di alcuni dei più importanti e suggestivi protagonisti della storia del blues. Ogni ritratto è introdotto dal racconto del contesto storico, sociale e musicale".
Scorrono tutti i grandi nomi, da Muddy Waters (con tanto di intervista italiana perduta, del 1980) a Robert Johnson, John Mayall, Eric Clapton.
Il tutto sintetizzato in poche pagine a testa, come è ovvio che sia ma in cui è condensato il necessario per incuriosire chi non è avvezzo al genere e a questi suoni.
Antonio Pellegrini
Blues. La musica del diavolo
Diarkos
260 pagine
18 euro
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martedì, dicembre 06, 2022
KOKOROKO Live al Teatro Zancanaro, Sacile (Pn) 26.11.2022
A cura di Soulful Jules.
I Kokoroko sono un collettivo londinese di otto elementi tra i venti e trent’anni con radici africane e caraibiche.
Si ispirano dichiaratamente a Pat Thomas, Ebo Taylor, Tony Allen e Fela Kuti e suonano un mix di Afro Beat, Jazz e Highlife.
Attivi da qualche anno, i Kokoroko (“sii forte” in nigeriano) hanno attirato l’attenzione di un pubblico più ampio nel 2018, quando l’etichetta Brownswood, del dj inglese Gilles Peterson, ha pubblicato la compilation We Out Here con il meglio della scena new-jazz londinese.
Il brano Abuse Junction ha riscosso un certo successo arrivando a totalizzare oltre venti milioni di ascolti nelle piattaforme di streaming.
Sabato 26 novembre il ritorno in Italia per una data unica a Sacile (provincia di Pordenone), in occasione de Il Volo del Jazz, rassegna organizzata dall’associazione Controtempo che da anni promuove jazz e contaminazioni culturali nel territorio.
Sold out il teatro Zancanaro, sul palco formazione a sette per i Kokoroko, guidati dalla leader e trombettista Sheila Maurice-Grey, londinese originaria della Sierra Leone e Guinea Bissau; ha trascorso buona parte della sua infanzia in una chiesa pentecostale nel sud di Londra dove ha imparato a suonare diversi strumenti e dove è avvenuto il primo, vero contatto con le sue radici culturali.
Attaccano con Ewa Inu, dall’album d’esordio Could We be More, uscito quest’estate per Brownwood; il brano si sviluppa su un giro di basso che si intreccia con le congas, un tappeto jazzy fusion che fa da base alle linee melodiche dei fiati.
Un sound ricco di strati che si materializza sul palco senza uno sforzo apparente, quasi per gioco, in una dinamica costante di call & response tipica della musica religiosa.
Il percussionista aggiunge profondità ai groove ipnotici, accentuati da tromba e trombone. Il suono è pulito, curato e carico degli echi atmosferici del sintetizzatore, strumento portante nella tradizione Highlife a partire dagli anni ’70.
Proseguono con Baba Ayoola, dal primo Ep, un omaggio Afro Beat al nonno della sassofonista Cassie Kinoshi, che questa sera non è presente sul palco.
La band ondeggia in un flusso ininterrotto con gli spettatori in platea, il sound della Telecaster si fa più crudo, metallico e percussivo, un beat unico su cui si snodano le linee magnetiche del synth.
L’uso degli strumenti e dei suoni è strutturato in maniera naturale, organica, per un effetto dinamico che si articola su più livelli, anche estetico; un collettivo di semi-dei che si esprime a occhi chiusi, raramente cercano lo sguardo, a testimoniare un grado elevato di interplay.
La trombettista indossa un caftano rosso e nero con ricami luccicanti, le treccine del chitarrista ondeggiano come i chimes, le campane tubolari alla sua sinistra, il bassista Duane Atherly porta un basco nero che gli conferisce un’aria impegnata, militante.
Con Soul Searching si spostano su atmosfere disco, Oscar Jerome si lancia nel primo assolo di chitarra, onirico e avvolgente, dialoga con le tastiere, si intreccia col synth.
Ora la band è pronta al decollo, si inserisce la tromba, poi la voce languida e evocativa della trombonista; prima della chiusura un assolo di batteria in tandem con le congas, i giri di basso viaggiano possenti.
Su War Dance cambio di mood, aspro e teso, l’assolo di Telecaster è un fraseggio modale penetrante e intenso, a tratti inquietante, che scava nel profondo.
Age Of Ascent, altro brano dall’album, parte con una lunga intro blues del tastierista Yohan Kebede, segue il trombone con linee melodiche, gli echi di chitarra riverberano nell’aria in un sound tridimensionale, pare quasi che ti basti alzare la mano per toccarle quelle note, come fossero bolle di sapone. È la magia di questo live di continui dialoghi, rimandi e contralti di un suono che non trova ostacoli tra generi e stili.
La trombettista Sheila ogni tanto si rivolge al pubblico, cerca un’interazione che è filtrata dalla lingua e dalla distanza con la platea; quando però invita la gente ad alzarsi, una buona parte del teatro lascia le poltroncine e si avvicina al palco per ballare Those Good Times, un pezzo R&B smooth con echi giamaicani, cadenzati dalle note dolcissime della Strato che accompagna il cantato e le armonie in puro stile rockers.
Adesso che la gente è in piedi sale anche l’intensità del concerto, la band si accende, i ragazzi sorridono e si scambiano sguardi, la sala pervasa dalla linea di midi che carica l’atmosfera; il pubblico in tripudio batte le mani, un po’ a caso, tipo marcia di Radetzky, ma non importa, è il viaggio che non ti aspetti e nessuno ha fretta di arrivare.
v Prima del bis lo sfondo del palco cambia colore, adesso è viola, suonano Carry Me Home, brano soul uptempo, e sembra di stare in un video del 1974; la band vola, condotta dai fiati, il chitarrista ondeggia sui talloni mentre tiene il ritmo su Carry me , carry me home/ Follow me, follow me home.
Ritornano in scena chiamati a gran voce da tutto il teatro, stendono un velo magico, come una favola, sull’intro di Abuse Junction. Il bassista invita a chiudere gli occhi e a sognare quello che desideriamo sulle note della Strato che colora l’atmosfera con un riff allusivo e penetrante. La melodia dei fiati, intima e emotiva, ricorda il jazz della west coast, sembra di essere in riva all’oceano, lo sciabordio delle onde in sottofondo.
Anche se fanno solo ooh ohh, nei cori risuonano mille anni di gioia e sofferenza, riscatto e dignità.
In chiusura, Something’s Going On suona come un inno, una promessa di cambiamento.
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Classic Rock
Nel nuovo numero di Classic Rock recensisco Paul Weller, Cabruja, Dead Cat in a Bag, Nathan Jonhnson & the Angels of Libra, Perigeo, Thelegati, Joe Strummer & the Mescaleros.
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lunedì, dicembre 05, 2022
George Harrison
Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà".
Fine novembre ci ricorda che il 29 del mese appena trascorso, nel 2001, ci lasciò, a causa di un male incurabile, George Harrison, il Beatle mistico e silente, tra i principali fautori della fine del gruppo (stanco della situazione e successivamente accanito oppositore ad ogni ipotesi di successiva reunion) ma che fu soprattutto raffinato musicista e strumentista, attento alle novità e alla sperimentazione, ottimo compositore in grado di consegnare alla storia un numero limitato di brani ma rimasti comunque dei classici della musica pop.
Novembre (del 1970) è anche il mese in cui George pubblicò il suo primo album dopo la fine dei Beatles, il triplo, monumentale, “All things must pass”, spesso indicato come la miglior opera dei Fab Four solisti.
Il suo ruolo di compositore nei Beatles fu sempre relegato in secondo piano dallo strapotere creativo di John Lennon e Paul McCartney che, gli lasciavano spazi limitati (una canzone o al massimo due) in ogni album della band.
Spesso ascoltando distratti le sue proposte e tornando immediatamente a registrare le loro canzoni.
George si fece faticosamente strada con brani sempre più accurati e convincenti ottenendo il posto per ben tre su “Revolver” nel 1966.
In realtà, analizzando la sua carriera solista, composta da una decina di album, emerge una considerazione impietosa.
Ovvero che George Harrison era si un buon compositore ma in grado di scrivere solo un paio di canzoni di alta qualità per ogni album, il più delle volte riempiti da composizioni poco più che sufficienti a livello qualitativo.
Anche analizzando i suoi brani rimasti inutilizzati (scartati dalla coppia John/Paul) durante il periodo Beatles non si trovano particolari capolavori che meritassero la ribalta.
A conti fatti, lo spazio che ha ottenuto è stato consono alle sue capacità, esaltate proprio perché la proposta era limitata a un paio di canzoni.
Detto questo, ricordiamo la sua firma su capolavori immortali come “Something”, “Here comes the sun” e “While my guitar gently weeps” e su canzoni eccellenti come “If I needed someone”, “Taxman”, “For you blue”, “I want to tell you”, “Old brown shoe”.
Anche la carriera solista è stata caratterizzata da sporadici exploit come la controversa “My sweet Lord” (accusata di plagio), “Faster”, la nostalgica “All those years ago”, dedicata agli anni con i Beatles, “What is life” ma gli album non sono mai usciti da una dorata mediocrità.
La sua curiosità artistica lo portò a esplorare orizzonti musicali diversi, portando per la prima volta all'interno della musica pop rock il sitar, strumento indiano che caratterizza la canzone “Norwegian wood”, che imparò a suonare dal suo maestro Ravi Shankar, facendo poi incidere alcuni dei suoi brani con i Beatles a talentuosi musicisti indiani.
Fu anche il primo Beatle a incidere un album solista, già nel 1968, con la colonna sonora (a cui partecipano anche Ringo Starr e Eric Clapton) del film psichedelico “Wonderwall” a cui fece seguire il bizzarro e sperimentale “Electronic Sound” (1969) in cui usava l'innovativo Moog, sintetizzatore appena arrivato sul mercato.
George fu anche l'antesignano dei festival benefici con il famoso Concerto per il Bangladesh del 1971, che organizzò (in modo molto naif e inevitabilmente caotico) per raccogliere fondi per il paese asiatico.
Il concerto si svolse al Madison Square Garden di New York, con pochissime prove e la partecipazione di Eric Clapton, Ravi Shankar, Ringo Starr e l'amico Bob Dylan.
Invitò anche John Lennon ma con la clausola che non avrebbe dovuto fare esibire la consorte Yoko Ono (ai tempi sempre a fianco del marito anche sul palco).
John, arrivato a New York per le prove ebbe un alterco con Yoko per questo motivo e lasciò la città furibondo.
Anche Paul McCartney fu interpellato ma decise di evitare, in considerazione dei rapporti pessimi che intercorrevano ai tempi tra i Beatles appena sciolti.
Il concerto fu un successo, un po' meno il proseguio, con enormi problemi per fare arrivare i soldi raccolti a destinazione, tra accuse di malversazioni, fondi distratti e transazioni opache.
Non è un periodo sereno per George.
Che nei primi anni Settanta abusa spesso di droghe e alcol, finendo anche per separarsi con la moglie Pattie Boyd (che finirà tra le braccia del suo miglior amico, Eric Clapton).
Anche perché aveva scoperto numerose infedeltà da parte di George (tra cui anche la moglie di Ringo Starr, Maureen Cox).
Anche il suo più grande successo, “My sweet Lord” gli comporta grattacapi non da poco.
Accusato di plagio della canzone “He's so fine” delle Chiffons, Harrison fu giudicato colpevole di averlo fatto "inconsciamente", verdetto che fece scalpore nel mondo dell'industria musicale.
“Non ero consapevole, razionalmente, delle somiglianze tra le due canzoni, visto che quando la scrissi lo feci più o meno improvvisandola e non in modo canonico. Quando fu trasmessa per radio in molti fecero notare la somiglianza. Fu allora che pensai “Come mai non me ne sono reso conto?”. Sarebbe stato molto facile cambiare qualche nota qui e là, senza che l'efficacia del brano ne venisse pregiudicata”.
L'aspetto più clamoroso della vicenda è la lunghezza della causa che arrivò in tribunale nel 1976, cinque anni dopo la denuncia.
A Harrison venne inflitta una multa di circa 1.600.000 dollari.
Scoprì poi che il suo manager Allen Klein stava facendo il doppio gioco avendo acquistato i diritti di “He's So Fine”. In sostanza Harrison avrebbe dovuto pagare la multa inflittagli dal giudice al suo manager.
Fu intentata così un'altra causa, che terminò nel 1990 con la cessione a Harrison dei diritti della canzone plagiata, dietro il pagamento delle sole spese che Klein sostenne, pari a 576.000 dollari.
La sua carriera solista proseguì tra alti e bassi, potendo contare però sempre su ottimi numeri di vendita che gli permisero di continuare a collezionare costose Ferrari (era un grandissimo appassionato di Formula Uno – il brano “Faster” è dedicato all'amico pilota e campione Jackie Stewart) e di dedicarsi professionalmente all'industria cinematografica fondando la Handmade Films con cui produsse alcuni film dei Monthy Python, “Shangai Surprise” con Sean Penn e Madonna e altre pellicole di un certo successo.
Fu costretto a cedere l'azienda negli anni Novanta per motivi economici.
Alla fine degli Ottanta forma un supergruppo, i Traveling Wilburys, con Bob Dylan, Tom Petty, Roy Orbison e Jeff Lynne, realizzando un paio di buoni album di rock classico.
I rapporti con gli ex Beatles hanno avuto sempre fasi alterne.
Molto buoni con Ringo, rimasto fedele e fraterno amico, con cui ha spesso collaborato artisticamente, decenti con John (anche con lui aveva suonato nell'album “Imagine”), pessimi con Paul, con cui le distanze sono sempre rimaste molto ampie e tra le ragioni per cui ogni proposta di reunion andò sempre insoddisfatta.
Scrisse addirittura un brano dal poco comprensibile titolo “Wah Wah” (che è un pedale per chitarra che produce un effetto simile alla pronuncia del titolo), in realtà indirizzata agli ex sodali John e Paul (e inclusa nell'album “All thing must pass”).
“Odiavo Paul e John e scrissi questa canzone contro di loro. Risale alle registrazioni di “Let it be”, quando durante le riprese del film lasciai il gruppo. C'erano troppe tensioni, me ne andai e una volta a casa scrissi questa canzone”.
Le parti si riavvicinarono quando Paul, George e Ringo si ritrovarono in studio per lavorare nel 1995 alla trilogia “Anthology”, i dischi con rarità e inediti dei Beatles e i due brani in cui suonarono di nuovo insieme su nastri lasciati da John Lennon, incidendo “Free as a bird” e “Real love”.
Purtroppo, nonostante le cure, un cancro lo portò via nel 2001.
Il figlio Dhani e il produttore Jeff Lynne conclusero l'album a cui stava lavorando, “Brainwashed” che uscì postumo nel 2002.
“Nell'insieme non avrebbe proprio importanza se non avessimo mai fatto dischi o cantato una canzone.
Non è importante quello. Quando muori avrai bisogno di una guida spirituale e di una conoscenza interiore che vada oltre i confini del mondo fisico. Con queste premesse direi che non ha molta importanza se sei il re di un paese, il sultano del Brunei o uno dei favolosi Beatles, conta quello che hai dentro.
Alcune delle migliori canzoni che conosco sono quelle che non ho scritto ancora, e non ha neppure importanza se non le scriverò mai perché sono un niente se paragonate al grande quadro”. (George Harrison).
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sabato, dicembre 03, 2022
Buon compleanno al Blog
Oggi il blog compie 18 anni.
4.845 post, 3.700.000 accessi, quasi 50.000 commenti.
Il primo post fu pubblicato il 3 dicembre 2004:
https://tonyface.blogspot.com/2004/12/anyway-anyhow-anywhere-pete-townshend.html
Grazie e a tutti i COLLABORATORI che lo rendono e lo hanno reso sempre più interessante e vivo.
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venerdì, dicembre 02, 2022
Giangilberto Monti / Vito Vita - Gli anni d'oro della canzone francese 1940/1970
L'importanza della canzone francese è talvolta sottovalutata, quando invece in Italia ha avuto un'influenza decisiva su molti dei nostri principali cantautori e ha trovato ampio spazio, soprattutto negli anni Sessanta.
Questo libro, da Edith Piaf a Boris Vian, Leo Ferrè, fino ai "nostri" Nino Ferrer, Dalida e Antoine, non dimenticando Michel Polnareff, Juliette Gréco, Johnny Hallyday, Serge Gainsbourg e una lunga serie di nomi "minori", approfondisce una realtà pulsante, creativa, innovativa che ha avuto in quel trentennio uno dei suoi maggiori picchi artistici.
Il tutto corredato da fotografie, copertine di dischi e, per la prima volta, le discografie italiane complete di tutti gli artisti trattati.
Per chi vuole approfondire un contesto spesso inesplorato, il libro ideale.
Giangilberto Monti / Vito Vita
Gli anni d'oro della canzone francese 1940/1970
Gremese Edizioni
215 pagine
28 euro
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giovedì, dicembre 01, 2022
Russia. Giugno e Luglio 2022 #2 - San Pietroburgo / Saratov
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
La prima parte del viaggio di giugno e luglio è qui: https://tonyface.blogspot.com/2022/11/russia-giugno-e-luglio-2022-1.html
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Attraverso la parte nord della città in taxi per raggiungere l’aeroporto Puškin di Šeremetevo, il più grande di tutta la Russia e fino a febbraio il più trafficato.
Adesso è rimasto aperto solo il Terminal B, per i voli interni. È domenica mattina e c’è un sacco di gente, famiglie e giovani con il cuscino gonfiabile al collo, pronti per le vacanze.
Il volo per San Pietroburgo dura poco più di un’ora, il cielo è limpido e durante il tragitto guardo fuori dal finestrino.
In basso una distesa verde, variegata da macchie marroncine e da specchi d’acqua. Ogni tanto, in corrispondenza di linee che si intersecano, spunta un agglomerato urbano che sembra un mucchietto di sassolini buttati in mezzo a un prato.
Quando atterriamo, la hostess ricorda che San Pietroburgo è un gorod-geroj, città eroina. Si tratta di un’onorificenza ricevuta nel 1945, quando era ancora Leningrado, per la resistenza opposta dalla popolazione all’assedio delle truppe naziste, durato novecento giorni, nel corso della seconda guerra mondiale. In tutto sono dodici le città dell’ex Urss a cui è stato conferito questo titolo.
Nella zona degli arrivi, il ristorante Mc Donalds è stato già ribattezzato Vkusno i Točka, buono e basta.
Il vecchio logo fasciato in una pellicola semi trasparente, allusiva come una canottiera traforata su un busto muscoloso. Non è un effetto voluto, non sono riusciti a far di meglio.
Monto su un taxi, al volante un autista di origine azerbaijana.
Vagif ha poco più di cinquant’anni, è scuro e secco come quei siciliani dei film neorealisti con le guance scavate dalla fame del dopoguerra. È venuto a fare il militare che era ancora Leningrado, poi è rimasto e adesso sono più di trent’anni che abita qua.
Dice che negli ultimi mesi è diventato tutto più caro.
Cibo, benzina, i prezzi sono fuori per fuori.
Per l’effetto delle sanzioni, le automobili adesso costano il triplo, se le trovi. Per non parlare dei pezzi di ricambio: pneumatici e componenti meccanici arrivano a cinque volte tanto.
È difficile trovare lavoro, gli stipendi sono bassi, in giro c’è meno gente. Gli stranieri sono spariti.
Si lamenta debolmente, lo specchietto retrovisore riflette la fronte corrugata e gli occhi neri incavati nelle orbite.
In sottofondo Radio Retro Fm trasmette Sunny, nella versione dei Boney M. Sorrido mentre le disgrazie di Vagif scivolano sugli arrangiamenti sintetici degli archi e i riff percussivi della chitarra mi riportano in un ristorante georgiano di Mosca nel novembre del 2010.
Per raggiungere l’area fumatori, passo davanti a una saletta riservata, la porta aperta.
Le luci evidenziano le silhouette di un gruppo di ragazze alte coi capelli lunghi e biondi che cascano sul top bianco della tuta da ginnastica. Ballano senza grande entusiasmo.
Vicino all’ingresso, Bobby Farrell, il cantante dei Boney M, si dimena col microfono in mano davanti a un laptop da cui fa partire le basi. Indossa anche lui una tuta ma si distingue per l’elmetto nuvoloso di capelli neri e lucidi come la crema da scarpe e per quel mezzo metro di dislivello che lo penalizza rispetto alle giocatrici della squadra russa di pallavolo, fresche vincitrici dei campionati mondiali di Tokyo. Il povero Bobby morirà di infarto qualche settimana dopo, il 30 dicembre, in un hotel di San Pietroburgo. Stessa città e stessa data in cui è stato assassinato il santone Rasputin, che dà il titolo a una delle hit più famose dei Boney M. “Ra-Ra-Rasputin Russia’s greatest love machine” Chissà se quella sera al ristorante georgiano l’ha ballata saltando come un cosacco.
San Pietroburgo, che qua viene affettuosamente chiamata Piter, è la seconda città più grande della Russia ma è più compatta rispetto a Mosca, coi suoi cinque milioni di abitanti ospita meno della metà della popolazione della capitale.
I runner in centro consegnano il cibo a piedi, il frigo parallelepipedo sorretto dalle bretelle sulle spalle. Nei palazzi più vecchi, il piano terra è quasi interrato.
“Come mai le finestre e le porte sono sotto al livello del marciapiedi?”
“E chi lo sa!” alza le spalle Vagif.
È una giornata solare.
Il cielo azzurro come i canali che attraversano la città. Deposito le mie cose in albergo ed esco subito per visitare il Russkij Muzej, che ospita una delle principali collezioni di arte russa, dalle icone del secolo XII all’underground della seconda metà del novecento.
Come per i selfie ai giorni nostri, la funzione del ritratto nel passato era quella di definire lo status del soggetto raffigurato e trasmetterlo all’osservatore.
Certi quadri sono testimonianze di stili di vita di epoche lontane, conservano una serie di particolari del comportamento e del costume che sono fondamentali per capire la società di quel tempo.
Nella seconda metà del 1700, la nobiltà russa vestiva secondo la moda francese, le donne con il petto scoperto, gli uomini indossavano i pantaloni sopra al ginocchio, le scarpe argentate con i tacchi rossi, almeno due secoli prima di David Bowie.
Il popolo disprezzava questo stile eclatante, lo riteneva scandaloso e lontano dai costumi nazionali che fino all’avvento di Pietro Il Grande erano rimasti sostanzialmente indistinti tra nobili e gente comune.
È con il romanticismo, agli inizi dell’800, che ritornano abiti più sobri tra la nobiltà russa, tuniche accollate, sparisce il trucco. Si afferma la sensibilità per la natura con l’ambientazione dei ritratti che si sposta all’aperto, dalle sale dei palazzi ai boschi e ai giardini.
Esco dalla succursale del Russkij Muzej, lungo il canale Griboedov, che è quasi ora di cena e il sole è ancora altissimo.
La gente per strada è euforica, eccitata dalla luce e dal caldo, signore di mezza età in prendisole, turisti in pantaloncini, curvi sui telefonini, famiglie che si mangiano un gelato
. Sorridono, scherzano, i volti rilassati.
Attraverso un parco curatissimo, con l’erba e le foglie di quel verde intenso che vedi nella pubblicità dell’aloe o di certe varietà di tè antiossidante.
E quelli che incrocio sono tutti belli, i ragazzi muscolosi, tatuati, con l’anda rilassata di chi è a passeggio con la ragazza più bella della città, in vestitino, canottiera, minigonna. Lembi e porzioni di tessuto che cadono senza pieghe su silhouette armoniose.
Cosce toniche, polpacci luminosi, capelli lunghi e lucidi e quei sorrisi appagati, efelidi sulle guance e denti bianchissimi, chissà che dentifricio usano e che miracolo questa luce calda che accende l’azzurro del cielo e dei canali e infiamma sguardi appena rivelati da lenti scure appoggiate su quei nasini arrossati.
E siamo solo alla fine di giugno, c’è ancora tempo per un paio di mesi di questa magia, la vita è bella, la guerra è lontana, non ci pensiamo. Tanto non possiamo farci niente.
Sono in piedi dalle quattro della mattina, è ora di tornare in albergo che domani si lavora, costeggio il canale Griboedov per raggiungere il Nevskij Prospekt e c’è una folla sul marciapiede che sborda anche lungo la strada, fanno capannello attorno a un gruppo di quattro ragazzi.
Canottiere, cappellini, lenti a specchio e tatuaggi sui muscoli abbronzati. Accanto al batterista un generatore ronza come un trattore ma nessuno sembra farci caso.
I musicisti pestano come fosse il concerto della vita e forse è così.
Suonano un rock metallico, il crossover anni ’90 delle band di ragazzini bianchi con le camicie a quadri e i dreadlock.
La gente applaude convinta, la maggior parte riprende l’esibizione col telefonino, come fosse una cosa da rivedere o da condividere con gli amici.
Una signora con i capelli corti decolorati si mastica le gengive dondolando avanti e indietro, il collo teso come una tartaruga, il viso rivolto verso il marciapiede, gli occhi chiusi, persa nell’attimo. Indossa un prendisole svarechinato, souvenir di qualche rave del secolo scorso.
Il cantante grida in russo con una voce roca. Non capisco una parola.
Fanno davvero schifo, mi provocano disagio per il genere musicale, il suono, la situazione e l’attitudine cazzona ma sono l’unico ragioniere contabile delle emozioni che non si gode il momento e prende appunti sul cellulare con il sopracciglio alzato.
Intorno a me sono tutti contenti, ondeggiano con il mento seguendo il ritmo sgangherato della canzone.
Attraverso la calca e finisco in bocca alla fermata della metro Nevskij Prospekt, dalle porte girevoli esce un odore di strada, sottosuolo, umidità, sudore, aglio, metallo e gomma esausta.
Non è cambiato negli ultimi ventidue anni e basta una zaffata di questa madeleine nauseante per riportarmi all’agosto del 2000, quando due sbirri, in questo punto esatto, mi chiesero i documenti ridacchiando in modo un po’ inquietante
. Presentai una fotocopia del passaporto, all’epoca era consigliato, girava voce che ti potessero trattenere il documento e estorcerti dei soldi per ridartelo.
“Aha, Italia. Squada Azzurri!” avevano commentato prima di ritornarmi il foglietto stropicciato.
Rispetto a venti anni fa sono rimasti i banchetti con i quadri, gli acquerelli dei paesaggi, i ritratti a carboncino di Brad Pitt e Viktor Coj (pronunciato Tsoj), il Sid Vicious sovietico, frontman del gruppo Kino, morto nel 1990 in un incidente d’auto.
Sulle colonne sono appesi poster di gruppi o cantanti russi, pochi volti giovani, per la maggior parte si tratta di vecchie glorie dell’Urss.
Gli artisti stranieri hanno cancellato concerti e tournée già da fine febbraio.
Il giorno dopo ho un appuntamento presso un rivenditore nella parte nord della città.
Dal finestrino del taxi osservo i palazzi in centro, il mix di stili. Alcuni hanno le facciate definite dalle colonne e il capitello in stile corinzio, con le foglie d’acanto.
Altre hanno i bassorilievi di putti seminudi e gli stemmi nobiliari, le strutture piramidali sopra alcune finestre e le teste degli angioletti che fanno capolino al centro, gli allori scolpiti, le statue neoclassiche e le cornici con motivi floreali o geometrici, decorazioni iper-dettagliate che hanno più di trecento anni, intervallate da interventi più recenti.
Alcuni interessanti, in armonia con le costruzioni adiacenti, altri severi e pesanti, probabilmente di epoca sovietica. Non tutti sono conservati, mostrano l’usura del tempo, i cornicioni scrostati, i volti delle sculture levigati. Il giallo, l’ocra e senape delle pareti sono sbiaditi o ingrigiti dallo smog e dagli inverni interminabili.
Costeggiando il fiume Neva, è evidente l’ordine e la cura delle proporzioni dei palazzi lungo gli argini, il più alto ha cinque piani, qualche camino in cotto, residuo delle officine dell’ottocento, per il resto edifici restaurati.
L’armonia ogni tanto è interrotta da condomini pacchiani, le facciate spezzettate in quadratini a specchio.
Hanno vent’anni e sono già più datati delle dimore del settecento.
Lasciamo sulla sinistra il Leningradskij Metalličeskij Zavod, un sito metallurgico in mattoni rossi, sviluppato in orizzontale, con le ciminiere che sembrano fatte di Lego.
La fabbrica è stata costruita oltre centocinquanta anni fa ed è ancora attiva.
Sulla riva opposta della Neva c’è lo Smol’nyj Sobor, la Cattedrale della Resurrezione in stile barocco, del 1745, le mura bianche e azzurre e le cupole dorate brillano al sole di una lucentezza vibrante, come capocchie di fiammiferi. In mezzo, sospeso sull’acqua, il ponte Bol’šeochtinskij di inizio 1900, metallo e rivetti per tre campate, quella centrale si solleva per far passare le navi di notte.
Poco dopo, grattacieli ultramoderni, in acciaio e vetro, una manciata dal design tradizionale, al centro una torre che si avvolge in un’elissi.
In poche centinaia di metri tre epoche convivono e dialogano, si specchiano nell’acqua.
Capita anche altrove ma qua è tutto di proporzioni imponenti, estreme, pervaso di imperialismo, comunismo e iper liberismo in uno sviluppo così accelerato da togliere il fiato.
Lasciamo il centro alle nostre spalle, entriamo in uno scenario urbano di stampo sovietico popolato da palazzoni tassellati e un po’ sgarrupati, casermoni che erano già vecchi e deprimenti appena inaugurati, quarant’anni fa.
Più avanti compaiono nuovi cantieri, costruzioni enormi che ospiteranno migliaia di nuovi abitanti che giungeranno in città dalla campagna o da altre regioni in cerca di fortuna, di lavoro o di uno stipendio più alto.
Ai lati delle strade, cartelloni con i volti di militari e la scritta “Slava Gerojam Rossij”, gloria agli eroi della Russia.
Visi giovani, espressioni severe, i capelli corti e una maglietta a righe bianche e celesti o una giacca grigia con i bottoni d’oro. Non si tratta di soldati morti ma di militari che hanno compiuto qualche gesto particolare, di solito hanno salvato la vita ai commilitoni sul campo di battaglia. È un utilizzo speculare e opposto del concetto di eroismo rispetto a quello che ne fanno gli ucraini.
Durante le proteste di Piazza Maidan, nel febbraio 2014, sono morte oltre cento persone. Quei morti sono tutt’ora considerati eroi e nello slogan nazionalista viene resa “Gloria Agli Eroi”, cioè ai morti. In Russia hanno ribaltato la narrativa, nel tentativo di creare una figura virtuosa, un paladino da emulare ancora in vita.
Dai clienti si parla di mercato, con l’inizio dell’estate il settore del mobile subisce sempre un calo ma nel complesso continuano a ricevere ordini, nessuno si lamenta.
“Quando tutto questo è incominciato…” mi dice la ragazza degli acquisti stropicciandosi le dita ossute. Febbraio è lontanissimo, si fa riferimento alla guerra solo per la difficoltà nel reperire alcuni componenti.
Per cena ho appuntamento con Igor’, un amico di San Pietroburgo che ho conosciuto grazie alla passione comune per la black music.
Prima della pandemia ci siamo incontrati diverse volte a soul weekender e allnighter in Germania, in Italia e in Russia.
Appena scoppiata la guerra, Igor’ mi ha scritto, quasi per giustificarsi.
“È una tragedia e il peggio è che non possiamo fare niente, se ti beccano a protestare c’è il rischio che ti spediscano al fronte.”
Igor’ ha trentacinque anni, vive coi suoi genitori ed è single.
È un ragazzo simpatico, ci troviamo spesso a ridere insieme. Ha invitato una sua amica, Anastasja, che è originaria di Ekaterinburg, negli Urali. Hanno entrambi lavori ben pagati che fino a poco tempo fa permettevano loro di viaggiare in Europa regolarmente. Ci troviamo in una zona particolare del centro, un’isola artificiale e di forma triangolare di inizio 1700, si chiama Novaja Gollandja.
Entriamo in una struttura circolare di mattoni rossi, soprannominata butylka, bottiglia.
Nel diciannovesimo secolo era una prigione per marinai, da qui l’espressione “Ne lez’ v butylku”, “Stai fuori dalla bottiglia”.
Al centro, un palco a cielo aperto su cui fanno le prove dei gruppi locali. All’interno della struttura negozi e ristornati etnici. Dopo mezz’ora di passeggiata ci accordiamo per la cucina indiana, i nostri curry dai sapori bilanciati vengono serviti da un ragazzone russo. Anastasja è simpatica, abbiamo diversi amici in comune che abitano in Inghilterra, chiacchieriamo di tutto ma ogni volta che faccio riferimento alla “situazione” fa una smorfia con la bocca e si ferma. Non dice una parola.
Igor’ mi guarda, sorride ma non commenta.
Nel cortile centrale le band hanno preso a suonare, c’è una jam session di ragazzi sotto la trentina che fanno jazz con gusto ed eleganza, il chitarrista perso nei fraseggi della Gibson ES 355 cui fa da contrappunto il suono ipnotico della tastiera Fender Rhodes. Una ragazza coi cappelli a caschetto tinti di rosa, la frangetta che esce da un basco della Kangool, canta con una voce dolcissima, segue il ritmo con la mano sinistra, come per bilanciarsi tra i cambi di tempo mentre con la destra regge un Iphone per leggere le parole. Jazz, strumenti musicali d’importazione, cantato in inglese, accessori e vestiti occidentali al centro di una vecchia prigione gentrificata, piena di famigliole e di fighetti che bevono birre artigianali. Nessuno sembra cercare una via di fuga.
Camminiamo lungo i canali, gli altoparlanti di una barca informano i turisti che sono nell’unico punto da cui si possono vedere sette ponti.
La città è piena di visitatori, ad ogni angolo ti offrono una ekskursja, un tour guidato a piedi, in barca o in autobus.
Volendo, sui muri sono incollati volantini per visite sui tetti di San Pietroburgo, che sono illegali. Ci fermiamo davanti al Palazzo di Inverno e chiamiamo un taxi.
Sono quasi le dieci e ancora il sole è alto, caldo.
La gente cammina rilassata, ogni tanto qualche sgasata di una marmitta modificata, l’acqua della Neva frastagliata di giallo e arancio.
Accanto a noi un signore con l’addome pronunciato soffia le sue emozioni dentro un sax di ottone ossidato, la melodia di I Will Survive di Gloria Gaynor lucida e allusiva sopra la base registrata che esce da una cassa nera. Igor’ esplode nella risata di una cantante lirica o di una zia affettuosa. “Cancella la prenotazione del taxi. Restiamo qua tutta la sera.”
Arrivato in albergo, mi arriva un sms mentre sistemo i vestiti in valigia. Turkish Airlines.
Il mio volo di rientro da Mosca per Istanbul, previsto tra quattro giorni, è stato posticipato di quasi un’ora. Difficile prendere la coincidenza per Venezia. Chiamo il call center della compagnia, mi risponde una signorina che parla un inglese metallico, spezzettato con la scimitarra. Non ce la farò mai a prendere l’aereo per Venezia, il primo posto disponibile è alla fine della settimana seguente.
Dovevo rientrare venerdì e mi tocca stare in Russia fino al giovedì successivo. Mai successa una cosa del genere in venti anni di viaggi all’estero.
2022, un biglietto costa come due stipendi medi e tocca muoversi con le incertezze di tre secoli fa.
Anticiperò gli incontri coi clienti programmati per fine luglio e ne approfitterò per visitare qualche museo a Mosca nel weekend.
Rientrato nella capitale, prendo un taxi per andare a un appuntamento.
L’autista Ivan ha la fisionomia da russo: mascella squadrata, labbra carnose e occhi incassati sotto la fronte ampia. Capelli a caschetto un po’ unticci, pettinati in avanti.
“Come va il lavoro?”
“Benissimo, d’estate c’è sempre un sacco di gente in giro.”
“Anche senza stranieri?”
“Non abbiamo bisogno degli stranieri. Guarda quante macchine per la strada. Prendi Mosca, quanta gente si muove.”
“Per il resto da febbraio non è cambiato niente?”
Ci pensa un po’, si gratta la nuca. “Se parli dell’economia, no. Dicevano che saremmo finiti in bancarotta ma non è successo niente.”
“I prezzi non sono più alti?”
“No.”
“Automobili? Pezzi di ricambio?”
“Beh sì” ammette un po’ scazzato “le auto sono l’unica cosa che adesso costa di più. Anche la benzina, appena appena. Ma per il resto niente di che.”
La radio trasmette Felicità.
“Comunque per radio e in tv non lo dicono ma ormai la guerra è arrivata anche qua.”
Annuisco, sorpreso, penso che si riferisca ai soldati morti al fronte, a eventuali malumori. Ivan continua.
“Anche ieri gli ucraini hanno bombardato nella regione di Belgorod, al confine con il Donbass. In tv non lo dicono ma io ho degli amici che abitano là. Quasi ogni giorno ci sono esplosioni lungo il confine.”
“Eh sì, è una situazione pericolosa.”
Ivan stira la bocca in una smorfia di sufficienza.
“Adesso son tutti zitti. Non parla nessuno.”
“Vero, neanche una parola. Tu sei uno dei pochi.”
“Perché siamo fatti così.
Ma se domani tocca, se domani Putin dice che dobbiamo andare, ci andiamo tutti, di buona volontà.”
È una telefonata non aspettata, la felicità.
Il giorno dopo prendo un aereo di prima mattina per visitare un cliente a Saratov, città da un milione di abitanti sul Volga.
In volo ci metti poco più di un’ora. In treno una giornata. L’ho fatto una volta, nel 2009. Sedici ore per il viaggio di andata, meeting, pranzo veloce e altre sedici ore al ritorno.
Arrivato in albergo, a Mosca, avevo la sensazione di oscillare come sulle rotaie, mi stavo facendo la barba e mi vedevo ondeggiare allo specchio.
L’aeroporto, terminato prima della pandemia, è intitolato a Jurij Gagarin.
Una targa affissa nella zona degli arrivi spiega che il primo uomo a volare nel cosmo è nato nella regione di Smolensk e che Saratov è la città dove ha studiato, in cui ha pilotato il suo primo aereo e dove è atterrato al termine del primo viaggio nello spazio.
Una voce registrata ripete a intervalli regolari che qui sono stati costruiti un terzo degli aerei utilizzati dall’Unione Sovietica nel corso della Grande Guerra Patriottica, circa 13500 velivoli.
Per arrivare in città ci vuole un’ora di auto, attraversiamo distese di erba puntinata da tulipani rossi e gialli.
La steppa.
Prati incolti, selvaggi, a perdita d’occhio, qualche arbusto. Alla periferia ci accolgono i soliti palazzoni di edilizia sovietica che sono uguali dappertutto e negli anni settanta c’hanno fatto un film su questa cosa.
Si intitola Ironija Sud’by, Ironia della Sorte e parla di un tipo, Ženja, che dopo una sbronza con gli amici a Mosca, prende per sbaglio un volo per Leningrado dove si ritrova in un appartamento uguale al suo, in un condominio identico e allo stesso indirizzo della sua residenza nella capitale.
Vicino al centro ci sono diverse casette in legno, di fine ‘800 o inizi ‘900, due piani al massimo, le facciate e il tetto decorati con intarsi in legno, come fossero dei merletti di pizzo appesi alle grondaie. Un lavoro manuale, lungo e costoso. Le pareti verdi, arancioni o azzurre, sbiadite e scrostate, in alcuni casi uno o più lati inclinati dal peso degli anni.
Alcune villette sono collassate, altre bruciate da poco ma per la maggior parte resistono. Chissà chi ci vive e cosa vuol dire passare un inverno in un posto del genere.
Sempre meglio della prigione di mattoni rossi, costruita nel diciottesimo secolo e tutt’ora attiva, che si specchia nel centro commerciale Triumf Mall, dall’altra parte della strada. Cosa ci sia di trionfale si perde nella traduzione.
Sul parcheggio c’è una voragine, un ometto scava dentro il buco e attorno altri sei che guardano, come nel meme che gira su internet.
Faccio visita a uno dei più grandi produttori di cucine del paese, una struttura moderna, con una bella scala in vetro all’interno.
Vasilij e Lara mi raccontano dei problemi con la logistica, i trasporti dall’Europa sono molto più cari adesso che i camion russi non possono più girare da noi.
Vasija è uno di quei russi col pizzetto e gli occhi spiritati, fisionomia da romanzo, perennemente in agitazione. Già a fine gennaio si lamentava.
“Ma perché devi tenere tutte quelle truppe al confine?!?” imprecava con le mani giunte in mezzo alle gambe, dondolandosi avanti e indietro. “È pericoloso tenere lì tutta quella gente! E intanto il rublo si è svalutato e sale l’inflazione.”
“Beh ha le sue ragioni…” cercavo di bilanciare io, convinto si trattasse di una dimostrazione di forza.
Vasilij ha un ruolo di responsabilità, prima della guerra girava per tutte le fiere e ancora adesso è un referente molto ambito per i fornitori. Mentre parliamo della situazione attuale, della disponibilità di componenti, si sfoga.
“Speriamo che non chiudano tutto. Di non tornare indietro di cinquant’anni.”
“Beh è difficile chiudere un territorio come quello russo. Cento cinquanta milioni di abitanti.”
“In produzione che ne sono tanti che sostengono la guerra.
Se invece che comprare le armi avessero dato alla gente la possibilità di viaggiare, di vedere cosa c’è in giro…” ha preso ad agitarsi con le dita intrecciate, gli occhi sbarrati da invasato, come uno scemo di Dio di Dostoevskij.
“Prendi i nostri operai, i ragazzi del magazzino.
Stanno qua, non sono mai usciti dalla Russia. Non sono mai usciti da Saratov!”
Nonostante le facoltà universitarie, il tessuto industriale e i centri di ricerca, Saratov è una realtà provinciale, basta farsi un giro in centro per accorgersene. Case di mattoni a due o tre piani, vecchie, spente. Nella piazza principale c’è una statua di Lenin, altro cliché di tutte le città che si sono sviluppate ai tempi dell’Unione Sovietica. Lo dice anche lo scrittore Sergej Dovlatov, gli scultori specializzati nella fisionomia di Vladimir Il’i guadagnavano bene, avevano sempre lavoro, erano più ricchi anche di quelli capaci di cesellare i riccioli della barba di Marx.
Accanto alla piazza c’è un museo di arti figurative, ho il volo per ora di cena, l’alternativa è il Triumf Mall. L’ingresso è gratuito, la signora me lo spiega due volte:
“Oggi è il compleanno del museo.” Dice proprio compleanno, den’ roždenija, come fosse un ragazzino.
L’esposizione è poco curata, le sale sanno di vecchio
. Dal secondo piano arrivano dei suoni, le note di un piano, una voce femminile. Nella stanza centrale, dove sono appesi alcuni dei quadri più interessanti, è raccolta una piccola folla, una trentina di persone sedute in maniera composta davanti a un pianoforte a coda che accompagna una cantante lirica.
È una ragazza sulla trentina, indossa un vestito verde di nylon, le braccia scoperte che seguono i fianchi e le mani che si ricongiungono sul ventre. Ha i capelli neri e lucidi, arricciati in boccoli ancora caldi di piastra. Canta con quell’aria da posseduta che hanno certi soprani, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata come una marionetta mentre fa i gorgheggi del Flauto Magico di Mozart. Osservo i dipinti avvicinandomi alle pareti, qualche vecchietta tra il pubblico mi guarda con aria di rimprovero perché il pavimento di legno scricchiola sotto le mie scarpe.
Per la cantante è il momento di gloria davanti a tutta la città e il tipo con gli occhiali gira per la sala disturbando, il gnik gnik dei passi contrapposto agli acuti staccati della Regina della Notte.
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Tales from Ex Urss
mercoledì, novembre 30, 2022
Novembre 2022. Il meglio
Il 2022 sta per finire.
Le cose buone sono più o meno queste:
Fantastic Negrito, Ben Harper, Ezra Collective, Lazy Eyes, Graham Day, Black Midi, Miles Kane, Sharp Class, Hoodoo Gurus, Liam Gallagher, Sault, Harlem Gospel Travellers, Jonathan Jeremiah, Martin Courtney, Viagra Boys, Suede Razors, Tambles, Black Midi, Spiritualized, Yard Act, Elvis Costello, JP Bimeni and the Black Belts, Godfathers, Shirley Davis and the Silverbcaks, Dungen, Dedicated Men of Zion, Electric Stars, St.Paul and the Broken Bones, Abiodun Oyewole, York, PM Warson, Joe Tatton Trio, Jamie T.
Mentre tra gli italiani:
Bebaloncar, Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri, Sacromud, Assalti Frontali, Temporary Lie-Cesare Malfatti e Georgeanne Kalweit, Bastard Sons of Dioniso, Verdena, Organ Squad, The Cleopatras, Vera Di Lecce, Dear, White Seed, Tin Woodman, Alternative Station, Dancefloor Stompers, Massimo Zamboni, Dear, Agape, Almamegretta, Ossi, Kicca, Manuel Agnelli, Confusonal Quartet, Verdena e Path.
EZRA COLLECTIVE - Where I'm Meant To Be
Tra le realtà più interessanti in circolazione.
"Where I'm Meant To Be" è la celebrazione del ritmo e dell'ibridazione sonora: jazz, funk, hip hop, salsa, afrobeat, grime, elettronica, rap.
Una sorta di attualizzazione dei Working Week.
Originali e spettacolari.
SHARP CLASS - Tales of a teenage mind
Arrivano da Nottingham e sono giovani, freschi, sinceri, innamorati (e tanto) dei Jam e del classico 79 sound (Chords, Purple Hearts, Jolt).
L'album d'esordio è urgente, diretto, dichiaratamente devoto a quei suoni, senza compromessi.
Cool, clean and hard.
DANCEFLOOR STOMPERS - Phuture Soul
L'unico difetto di questo ep è che è troppo corto, solo quattro brani. Ma talmente belli e ben fatti che perdoniamo la band sarda e attendiamo con impazienza un album al più presto.
Modern soul raffinatissimo, tinto di funk e Motown, groove cinematici, melodie di grande eleganza, arrangiamenti raffinatissimi.
https://thedancefloorstompers.bandcamp.com/album/phuture-soul-ep
LEE FIELDS - Sentimental Fool
Con la complicità della solita immensa Daptone, tira fuori uno dei soliti gioielli a base di blues, Stax sound, Otis, JB, gospel e tanto altro.
"Sentimental fool" è un bellissimo album, vero e sincero.
Diffidate delle imitazioni.
SAULT - 11
SAULT - Earth
SAULT - AIIR
SAULT - Today and tomorrow
SAULT - God
Il misterioso collettivo di musicisti inglesi aggiunge altri cinque album alla cospicua e bulimica produzione, raggiungendo quota undici in tre anni. L'offerta è sempre molto interessante e intrigante, nonostante l'eccessiva abbondanza di materiale (56 canzoni e cinque ore di musica) e un'estrema varietà della proposta che pur mantendendo un filo conduttore comune si sposta tra mille generi (vedi le asperità di ruvido funk con puntate nel punk rock di "Today & Tomorrow" o il meraviglioso mix di funk, jazz, gospel, modern soul di "11", le orchestrazioni di "Aiir", la bellezza di "God", lo spiritual soul jazz di "Earth").
Tra gli ospiti Little Simz e (non accreditato ma la voce è molto simile) Michael Kiwanuka, oltre ad altri esponenti della scena rap/hip hop inglese. A guidare la truppa il produttore Inflo (già con Adele).
Una delle realtà più eccitanti in circolazione.
STR4TA - Str4tasfear
Bluey (Incognito)e Gilles Peterson sono stati tra i principali protagonisti della scena Acid jazze Brit Funk. Questo nuovo progetto che li accomuna ne riprende gli schemi, tra jazz, funk, fusion, electro con l'aiuto di vecchi pilastri dei tempi e una serie di nuovi adepti al giro Nu British jazz. Il risultato è più che ottimo, solare e groovy.
ESSENTIAL LOGIC - Land of Kali
In pochi rammentano ora Logic.
Era la saxofonista degli X Ray Spexdella compianta Poly Styrene.
Dopo lo scioglimento della band formò gli ESSENTIAL LOGIC (con membri di Bad manners e Blondie), collaborò con Stranglers, Swell Maps, Red Crayola.
La band torna dopo tanti anni con un nuovo album in cui si divide tra pop, funk, varie misture di groove.
Molto interessante, un po' discontinuo ma ben fatto.
CALIBRO 35 - Scacco al Maestro, Volume 2
Secondo capitolo di omaggio al Maestro Morricone e un nuovo lavoro di grande raffinatezza, gusto "progressivo", sperimentazione e adesione alle matrici originali. Ci sono Elisa, Joan as a Police Woman e altri ottimi ospiti. Bravissimi, precisi, creativi, come sempre.
TODD RUNDGREN - Space Force
Il geniale artista americano non ha mai lesinato sorprese artistiche di cui ha disseminato la sua discografia. Nel nuovo lavoro raccoglie intorno a sé uno stuolo di ospiti dalla provenienza più svariata (tra i tanti Lemon Twigs, Rivers Cuomo dei Weezer, Thomas Dolby, The Roots, Sparks Steve Vai, Adrian Belew), divertendosi poi a spaziare tra mille stili (rocksteady ska e hard rock, post wave e puro pop, soul funk e tanto altro. Divertente, fatto benissimo, pieno di grandissime canzoni.
THE TYPES - A blast from the past with...
Attivi ad Amburgo nel 1979 con un poderoso sound figlio del primo Joe Jackson, Buzzcocks, Jam, con tanto mod sound e power pop, i TYPES scomparvero presto dalla scena.
Solo recentemente sono stati ritrovati alcuni nastri perduti dell'epoca che la Time For Action Records riporta alla luce con un bellissimo ep di quattro brani che ci restituisce la freschezza e l'urgenza dei tempi.
BLOCK 33 - The Day The World Stood Still
"Block 33 are a brand new mod revival band from the South of England".
Hanno riassunto bene in questa presentazione le loro radici.
Il secondo album dei BLOCK 33, "The Day The World Stood Still", si muove tra sonorità brit pop, non lontane dal mood Oasis, scampoli di Ocean Colour Scene e dall'universo ascrivibile al Mod sound.
Bravi, eclettici, molto piacevoli, da seguire.
THE BEATLES - Revolver Deluxe edition
Premessa #1: per me i Beatles non sono un gruppo musicale ma un'opera d'arte del '900 che trascende il loro operato nella musica.
Premessa #2: non tollero, anzi odio, i remix di opere che hanno valore in quanto contestualizzate nell'epoca di realizzazione (1966, 4 piste, mono) e ritengo non abbia alcun senso rimetterci mano.
Giles Martin, figlio di George e autore del remix, sostiene di "aver reso le canzoni più consone al gusto dei giovani ascoltatori di musica".
Personalmente ne faccio volentieri a meno e passo al riascolto dell'originale.
Non ci sono inediti (a parte un breve stralcio di "Yellow submarine" cantato da John), ma varie takes, curiosità, parlati prima dei brani, basi senza le voci, versioni demo già reperibili tra bootleg, web, le "Anthology".
Il box è encomiabile perché raggruppa filologicamente le parti dell'album in un solo lavoro e ci consegna l'interessante genesi di "Yellow submarine", partita da malinconica ballata e diventata la canzone che conosciamo, grintose versioni di "Dr. Robert", "Paperback writer", "Taxman" che fanno di "Revolver" l'album forse più chitarristico e tirato della band e mettono in evidenza il drumming preciso e mai così potente di Ringo.
Solo per malati di Beatles.
PAUL WELLER - The will of the people
Paul Weller ha disseminato la sua discografia con una trentina di album (inclusi live e raccolte) e un numero vastissimo di 45 giri, ep, remix, apparizioni in compilation, collaborazioni. Nel 2003 con l'album FLY ON THE WALL aveva raccolto una quarantina di Bsides, registrazioni radiofoniche e altro. Il nuovo lavoro adempie di nuovo a questa esigenza, andando a ripescare brani sparsi ovunque. Solo per fan.
FOXTON & HASTINGS - The butterfly effect
L'ex bassista dei Jam accompagnato da colui che "impersonava" Paul Weller nella cover band From The Jam, incidono un nuovo album di brani originali di discreta fattura, muovendosi tra riferimenti Sixties, Brit Pop, buone ballate. Non riuscendo però mai ad emergere dalla mediocrità.
NATHAN JOHNSON AND THE ANGELS OF LIBRA - s/t
Brillante esordio per il progetto nato tra la band tedesca e il cantante irlandese. Vintage soul, da Marvin Gaye a Curtis Mayfield e Stevie Wonder a cui si aggiungono incursioni in funk e musiche da colonne sonore anni 70, contaminazioni di gusto afro disco. Album vario, fresco, divertente, gustosissimo.
KHARI CABRAL & JIVA - Five
Un elegantissimo album di modern soul, intinto di fusion, funk, tanto ritmo, melodie vocali raffinatissime e un groove di rara efficacia. Niente di originale ma molto intrigante e piacevolissimo.
MASSILANCIASASSI & SENCH And The Improbably Lovable Combo – Non Devi Essere Triste Jonathan / Voglio Tornare Con Te
45 giri in vinile, diviso tra due protagonisti delle scene nostrane, alle prese con un sentito omaggio al mai troppo lodato Jonathan Richman (ex mente dei Modern Lovers, tra i gruppi più oscuri e allo stesso tempo influenti del rock dai 70 in poi). Sench prende ispirazione dalla sua “Back in your life”, Massilanciasassi gli dedica un brano in occasione dei suoi 70 anni. Il tutto suona ovviamente, volutamente e inequivocabilmente molto Jonathan Richman in tutta la sua sgangherata e adorabile poetica ma ha anche quel gusto beat italiano tardo 60’s a cavallo con il cantautorato che in pochi ricordano e omaggiano. Disco prezioso e decisamente unico.
IENA / SCALPO – ep split
Split ep tra la band fiorentina e gli Scalpo in arrivo da Sondrio. Due brani a testa di furioso punk oi!, duro, diretto, abrasivo, vicino alle storiche radici di Nabat, Dioxina e Rough (di cui gli Scalpo riprendono “Comunicato”). Quelli che urlano ancora!
ZONA POPOLARE - Un passo dopo l'altro
Secondo album per la band bolognese e nuova bordata di street punk Oi! serrato, duro, compatto (dai Nabat agli Ultimi passando per i Dalton ma con riferimenti ai classici Cockney Rejects, Uk Subs, Cocksparrer). Grandi testi, pieni di contenuti working class, di vita di strada, antifascismo, militanza. Eccellente.
FANFARA STATION - Boussidia
Il polistrumentista tunisino Marzouk Mejri, il trombettista canadese Charles Ferris e il DJ e producer di musica elettronica torinese Marco Dalmasso aka Ghiaccioli e Branzini, insieme per un travolgente assalto a base di sonorità afro/mediterranee dalle trame dance e funk (a tratti appaiono perfino echi lontani dei primi Mano Negra). E’ il primo capitolo di una trilogia concepita come un percorso di esplorazione nelle culture e nei mondi sonori di ciascun membro del gruppo. Si parte dalla Tunisia con un album ricchissimo di suggestioni, riferimenti, influenze che crea un mix originale, personale, dai tratti personalissimi.
ALIX - Last dreamer
Il sesto album della band bolognese giunge a 14 anni dal precedente ma conserva tutta la freschezza che ha sempre caratterizzato il gruppo di Alice Albertazzi. Il loro grunge stoner è da sempre fortemente arricchito da tinte lisergiche e psichedeliche, sapori tardo 60's che ben si amalgamano con le asperità più caratteristiche del decennio successivo. Su tutto la voce "antica" di Alice che ha il sapore di un ibrido tra Grace Slick e Sandy Danny. Un altro prezioso capitolo che si aggiunge alla prestigiosa storia della band.
DANIELE FARAOTTI – Phara Pop vol. 1
Il cantautore romagnolo ha una lunghissima carriera alle spalle che culmina con questo nuovo, coraggioso, impegnativo doppio lavoro con venti canzoni dalle mille influenze, con un filo conduttore di sapore psichedelico che lega il tutto. L’approccio riporta al Beck più sperimentale ma c’è abbondanza di canzone d’autore italiana (da Battiato a Battisti), declinata in tutte le sue particolarità. La scrittura è la più libera possibile, il sound minimale, ricco di dissonanze e di visioni avanguardiste. Un album che definire “originale” è riduttivo. Meglio dire: UNICO.
ZELDA MAB – Elettricità
Gloria Abbondi, in arte Zelda Mab, all’esordio, con un ep frizzante e particolarmente vivace, in perfetto equilibrio tra un pop rock gradevole e contagioso e venature punk, come se Cardigans, i primi Yeahs Yeahs Yeahs, Garbage e Prozac+ si fossero ritrovati in studio per un progetto comune. Gloria compone, suona, canta, produce, arrangia il tutto, in modo maturo e convincente. Il risultato è più che ottimo e può vantare un profilo internazionale e grandi possibilità commerciali.
CPT. CRUNCH AND THE BUNCH - Non cambiare mai
Secondo album per la band toscana che conferma la sua predilezione per sonorità di estrazione garage beat anni Sessanta. Sia guardando alla scena inglese (tra primi Stones e Pretty Things) che alle sue derivazioni italiane. L'approccio è ruvido, grezzo e diretto, la registrazione paga il debito al classico mood garage, pochi fronzoli e arrangiamenti minimali. Ovvero il rock 'n' roll come Dio comanda.
ASCOLTATO ANCHE:
BIG JOANIE (pop punk alt rock molto gradevole), WEYES BLOOD (atmosfere sospese, liquide, ben fatto),
LETTO
Antonio Scurati - M. Gli ultimi giorni dell'Europa
Il nuovo capitolo della saga mussoliniana di Scurati ci porta all'entrata in guerra dell'Italia, preceduta dai mille tentennamenti, furbizie, piedi in due scarpe, dei due anni precedenti, finiti genuflettendosi al barbaro alleato nazista che nel frattempo invadeva mezza Europa, faceva patti immondi con i bolscevichi per spartirsi la Polonia, conquistava a destra e a manca, lasciando i nostri pavidi e incapaci ducetti alla finestra.
In mezzo le beghe di palazzo, le vite dissennate di Ciano e Edda, l'infamia delle leggi razziali, rappresentati da personaggi "minori" della storia ma densi di una disperata umanità che li fanno luccicare in mezzo a tanta brutale dissennatezza, sete di potere, mancanza di prospettiva.
L'Italia entra in guerra consapevole di non averne i mezzi e le forze, che sarà un immane disastro, con la vile speranza di accodarsi al vincitore alleato e raccogliere un po' di briciole di gloria, nonostante la sequenza di fatti, scrupolosamente documentata, avessero già derubricato il nostro paese alla vergogna del mondo.
Luigi Guarnieri - Il segreto di Lucia Joyce
La drammatica storia della figlia di James Joyce, uomo spendaccione, che vive al di sopra delle sue possibilità, di bassa morale, semi alcolizzato, vagabondo, in costante disastro economico, legato a Lucia da un rapporto ambiguo.
"Rimugina Joyce che ha vissuto sempre come un vampiro egocentrico, succhiando il sangue alla realtà per scrivere i suoi libri...costringendo sua figlia Lucia a rifugiarsi in una dimensione aliena per sfuggire alle sue fantasie incestuose e artistiche di suo padre e soorattutto di trovarle attraenti".
Lucia è un fragile talento della danza, a cui rinuncia forzatamente, ombra del padre famoso ed egocentrico, vittima della mente distorta dei genitori e fratello (che la farà rinchiudere per primo in ospedale psichiatrico) e finisce in varie cliniche per il recupero da malattie mentali, in cui si sperimentano improbabili e devastanti cure e dove morirà.
La scrittura è veloce e incalzante, i periodi brevi, le situazioni si alternano in un vortice di nomi altisonanti della cultura della prima metà del '900.
"Lucia è una ragazza alta, notevolmente graziosa, coi capelli ricci e scuri, lunghi fino alle spalle, gli occhi azzurri di sua madre e una pelle molto chiara: è una stakanovista che danza e studia tutto il giorno e quando non lo fa inventa coreografie e disegna costumi".
L'ingombrante figura del padre le toglierà questo sfogo e prospettive di autonomia.
Storia drammatica e inquietante, morbosa e disturbante, devastante, in cui tutti sono vittime si se stessi/e dei famigliari più stretti.
Greg Prevost - On The Street I Met A Dog. An autobiography
Una carriera lunga e variegata quella di GREG PREVOST, soprattutto con la brillante esperienza con i CHESTERFIELD KINGS, tra i primissimi a riprendere il 60's sound (nel loro caso nel modo più fedele possibile, transitando poi in varie incarnazioni, dal glam al surf), mille avventure, incontri epici (da Bo Diddley di cui fecero la backing band al fan Dee Dee Ramone che scrisse e produsse per loro il singolo "Baby doll"), illusioni, delusioni, tour faticosi (spesso, come ci racconta, flagellati da problemi meteorologici) incluso uno disastroso in Italia nel 1990, abbandonati da nostro promoter a Pisa.
Il libro, curato da Massimo Dal Pozzo della Misty Lane, procede cronologicamente, anno per anno, dall'infanzia al 2017, dettagliatissimo, maniacale nel riportare luoghi, eventi, nomi, gruppi, dischi, episodi (con corredo finale di inserto fotografico).
Essenziale per ogni appassionato del mondo garage beat e affini, è uno spaccato di diverse epoche (dagli anni 70 ad oggi) di come vive una rock 'n' roll band.
Bruno Casini - Tondelli e la musica. Colonne sonore per gli anni '80
Ritorna, aggiornato e ampliato, il libro (curato da Bruno Casini, personaggio di primissimo piano della scena artistica e musicale underground a cavallo tra anni 70 e 80) dedicato a Pier Vittorio Tondelli e ai suoi (stretti) rapporti con la musica.
Lo ricordano e ne parlano, tra i tanti, Freak Antoni (per gl iSkiantos scrisse alcuni testi mai utilizzati), Luciano Ligabue, Giovanni Lindo Ferretti, scrittori, artisti, il regista Mario Martone.
"Nei suoi romanzi è possibile ricostruire una storia generazionale a partire proprio dalle scelte musicali dei protagonisti: scelte ben calibrate, a volte solo indicazioni, a volte solo indicazioni...quali emozioni essi hanno fatto vibrare, in quale scenario si collocano come esperienza del narratore"
(Bruno Casini)
Matteo Sedazzari - Le volpi di Foxham
Matteo Sedazzari ha già all'attivo due libri con espliciti riferimenti al contesto sottoculturale (mod, skin e affini), "The magnificent six in tales of Aggro" e "A crafty cigarette. Tales of a teenager mod".
Nel nuovo lavoro (tradotto in italiano da Flavio Frezza e Letiza Lucangeli del sito Crombie Media) i richiami sono meno evidenti, soprattutto trattandosi di una contestualizzazione dedicata ai libri per bambini, ambientata alla fine degli anni 50, ma il racconto fantasy scorre gradevolissimo e divertente.
Doriana Tozzi – B-side. L’altro lato delle canzoni. Primavera
La giornalista e scrittrice Doriana Tozzi firma il terzo volume (dopo B-Side, Autunno del 2019 e Inverno del 2020) della tetralogia B-Side, approdando alla primavera e, per la prima volta, solo a brani stranieri.
Si parla di nomi come Jefferson Airplane, Kansas, Kinks, Tyrannosaurus Rex, Mamas & Papas, Guess Who, Beach Boys, Lovin’ Spoonful, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival per sviluppare storie e racconti molto particolari e dalle matrici (e sviluppi) più disparate, con un legame sempre solido all'attualità. Piacevole e interessante.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".
IN CANTIERE
E' uscito per Agenzia X "Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul" un viaggio di stampo storico sociologico nel difficile e non sempre agilmente esplorabile mondo del Northern Soul.
La ricerca si è incentrata sulle radici del fenomeno, partendo dal Dopoguerra inglese per arrivare ai nostri giorni, sulle ragioni che hanno spinto giovani della working class del nord inglese ad abbracciare una musica di nicchia, riuscendo a costruire una sorta di sottocultura nata e costruita dal basso.
Per approfondire al meglio ho fatto affidamento su numerose testimonianze e articoli dell'epoca (primi anni Settanta) a cui sono stati aggiunti contributi di DJ, ballerini, frequentatori, protagonisti italiani della scena dagli anni Ottanta in poi:
Enrico Camanzi, Carlo Campaiola, Fabio Conti, Marco Dall’Asta, Geno De Angelis, Alberto Folpo Zanini, Flavio Frezza, Filippo Frumento, Francesco Fulci Corsagni, Oskar Giammarinaro, Enrico Lazzeri, Clelia Lucchitta, Leo Mastropierro, Andrea Mattioni, Francesco Nucci, Stefano Oggiano, Marco Piaggesi, Niccolò Pozzoli, Soulful Jules, Renato Traffano, Paolo Zironi.
PRESENTAZIONI
Mercoledì 7 dicembre: Piacenza "Circolo Belleri" ore 21 Sabato 10 dicembre: Ales (Or) "Associazione Gramsci"
Sabato 17 dicembre: Reggio Emilia “ Centro Sociale Gatto Azzurro” ore 18
https://www.facebook.com/events/1739845809735382
Domenica 18: Lodi “BarZaghi”
E' uscito il nuovo album dei NOT MOVING LTD "Love Beat" per Area Pirata con otto inediti e una cover
Si trova nei negozi, ai nostri concerti e qui:
http://www.areapirata.com/dettaglio.php?cod=5490
Prossimi concerti NOT MOVING LTD
Sabato 3 dicembre: Monterotondo Il cantiere" + The Cleopatras
Venerdì 16 dicembre: Milano "Cox 18"
Venerdì 6 gennaio 2023: Savona "Raindogs"
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