venerdì, ottobre 14, 2022

Antonio Bacciocchi - Northern Soul


Esce oggi per Agenzia X "Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul" un viaggio di stampo storico sociologico nel difficile e non sempre agilmente esplorabile mondo del Northern Soul.

La ricerca si è incentrata sulle radici del fenomeno, partendo dal Dopoguerra inglese per arrivare ai nostri giorni, sulle ragioni che hanno spinto giovani della working class del nord inglese ad abbracciare una musica di nicchia, riuscendo a costruire una sorta di sottocultura nata e costruita dal basso.

Per approfondire al meglio ho fatto affidamento su numerose testimonianze e articoli dell'epoca (primi anni Settanta) a cui sono stati aggiunti contributi di DJ, ballerini, frequentatori, protagonisti italiani della scena dagli anni Ottanta in poi:
Enrico Camanzi, Carlo Campaiola, Fabio Conti, Marco Dall’Asta, Geno De Angelis, Alberto Folpo Zanini, Flavio Frezza, Filippo Frumento, Francesco Fulci Corsagni, Oskar Giammarinaro, Enrico Lazzeri, Clelia Lucchitta, Leo Mastropierro, Andrea Mattioni, Francesco Nucci, Stefano Oggiano, Marco Piaggesi, Niccolò Pozzoli, Soulful Jules, Renato Traffano, Paolo Zironi.

PRESENTAZIONI

Mercoledì 25 ottobre: Milano “Germi”
Venerdì 28 ottobre: Bologna “Centro Sociale della Pace”
Giovedì 17 novembre: Mezzago (MI) “Bloom”
Sabato 26 novembre: Genova “La Claque”
Sabato 17 dicembre: Reggio Emilia "Centro Sociale Gatto Azzurro"
Domenica 18 dicembre: Lodi “BarZaghi”

RADIO
Domenica 16 ottobre: Radio Onda d'Urto – Brescia ore 21
Venerdì 4 novembre: Radio Città Aperta – Roma ore 14.15
Martedì 15 novembre: Boom Boom Radio Casalpusterlengo (Lodi) ore 21

David Buckingham
Fino a che punto il northern soul può essere visto come una sottocultura?
Era certamente underground nel senso di essere stato nascosto alla vista del pubblico più ampio per diversi anni; ed era in una certa misura sovversivo, in quanto avrebbe potuto incarnare un diverso insieme di valori e priorità rispetto a quelli della cultura adulta tradizionale.
Per alcuni dei suoi aderenti, il northern soul rappresenta molto di più di questo.
Nei documentari e nei ricordi, è abitualmente descritto come uno stile di vita. È qualcosa che ti “entra nel sangue”, un “movimento”, anche una sorta di “religione”, con un proprio insieme di valori. Come ho notato, i partecipanti più anziani della scena attuale continuano a parlare di “mantenere la fede” (Keep the Faith): hanno un’intensa identificazione con la scena che si è rivelata di significato duraturo – e forse anche l’elemento più importante della loro vita, ben oltre la loro adolescenza.


Barry Doyle nel libro Between Marx and Coca-Cola. Youth Cultures in Changing European Societies 1960-1980:

Per entrarci era necessario molto lavoro che in effetti valorizzava un atteggiamento “lavora duro, gioca duro” (work hard, play hard), come suggerito da un fan del soul a metà degli anni settanta: “Il tipo di soul che volevamo era il ballo veloce.
Lavoriamo duro, molto duro e vogliamo lavorare duro anche sulla pista da ballo. Più veloce è, meglio è”.
In quanto tale, il northern soul ha richiesto un notevole investimento di tempo, denaro e persino intelletto per acquisire le capacità, le conoscenze e l’esperienza necessarie alla credibilità e al rispetto.
Imparare adeguate tecniche di ballo ha richiesto molte ore di pratica sia a casa, sia nei club più importanti e in discoteche minori
.

David Nowell in The Story of Northern Soul (2011):
La scena northern soul è vera, popolata da gente vera che ascolta vera musica.
Nessuna pretesa, stronzate o sorrisi di circostanza.
Quando passi la porta per entrare in un allnighter sei immediatamente accettato per quello che sei: un soul fan.
Alto, basso, maschio, femmina, bianco, nero, ricco, povero, non fa nessuna differenza. Ora sei nella scena e la scena si prenderà cura di te e ti tratterà come un membro della famiglia. Certo siamo un po’ eccentrici.
Ma ci piace essere diversi. E se la nostra ossessione per il northern soul significa follia, allora rimarremo pazzi per molto tempo.


Colin McInnes da Absolute Beginners (1959):
La cosa sensazionale nel mondo del jazz, per tutti i giovani che entrano a farne parte, è questa: che nessuno si cura della classe sociale a cui appartenete, del colore della vostra pelle, dei vostri quattrini; se ne frega che siate maschi o femmine o un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, purché comprendiate l’ambiente e sappiate comportarvi come si deve e vi lasciate alle spalle tutte queste fesserie non appena varcate la soglia del club. Il risultato di tutto ciò è che nell’ambiente del jazz si incontrano ogni genere di persone provenienti da diversi ambienti: sociali, culturali, sessuali, razziali.

Antonio Bacciocchi
Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul
pagine 254
euro 15
AGENZIA X EDIZIONI

giovedì, ottobre 13, 2022

Parliamo di musica


Si è chiusa in modo rocambolesco la serie di incontri al "Raindogs" di Savona.
Un incidente ha causato la chiusura dell'autostrada Piacenza-Torino e solo dopo tre ore la polizia stradale ha "liberato" le auto.

Ma dietro ogni muro c'è ua distesa sconfinata e non ci siamo lasciati sconfiggere dalle difficoltà e il previsto incontro con il discografico Stefano Senardi si è ugualmente svolto telefonicamente, permettendoci di capire meglio le dinamiche della discografia, il suo presente e futuro.

Un'esperienza stimolante, sempre supportata da un pubblico folto, attento, competente, partecipe.
Grazie a loro e allo staff del Raindogs per questa nuova, entusiasmante e interessantissima esperienza che mi ha visto protagonista come relatore e "insegnante".
Affiancato da preziosi ospiti come Paolo Bonfanti, Carlo Bordone, Teo Segale, Rita Lilith Oberti, Lucia Marchiò, Stefano Senardi.

mercoledì, ottobre 12, 2022

Hotel Teresa

Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

L'Hotel Theresa si trova nel quartiere Harlem (Manhattan) tra West 124th e la 125th Street.

L'edificio, ora un edificio per uffici noto come Theresa Towers, nel 1973 è stato l'edificio più alto di Harlem. Era principalmente un residence, ma accettava anche ospiti temporanei.

Nei suoi primi anni, l'hotel accettava solo ospiti bianchi, ma fu acquistato nel 1937 da Love B. Woods, un uomo d'affari afroamericano che, nel 1940, pose fine alla sua politica di segregazione razziale.

Negli anni Quaranta e Cinquanta divenne importante nella vita sociale della comunità nera di Harlem; fu allora che fu conosciuto come "il Waldorf di Harlem".

Una sorta di Chelsea Hotel per la comunita' Afro-Americana che ha ospitato: Louis Armstrong, Ray Charles, Sam Cooke, Duke Ellington, Jimi Hendrix, Little Richard, Otis Redding, Malcolm X, Little Willie John, Muhammad Ali.

L'hotel ha avuto un grosso successo anche per via del rifiuto di prestigiosi hotel in altre parti della città di accettare ospiti afro-americani.
L'edificio è stato anche la sede dell'organizzazione per l'unità afroamericana creata da Malcolm X dopo aver lasciato la Nation of Islam.

Nel 1960, Fidel Castro si recò a New York per la sessione di apertura delle Nazioni Unite e, dopo essere fuggito dall'Hotel Shelburne in Lexington Avenue a Midtown Manhattan a causa della richiesta di pagamento in contanti da parte della direzione, lui e il suo entourage rimasero al Theresa dove hanno affittato 80 stanze per $800 al giorno.

Mentre Castro era lì, ricevette la visita del premier sovietico Nikita Khrushchev, dell'attivista Malcolm X e Allen Ginsberg.

Una scena del film Topaz di Alfred Hitchcock's è stata girata di fronte all'Hotel Theresa.

martedì, ottobre 11, 2022

Tashkent – Uzbekistan - Giugno 2022 #3


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Tashkent #1
https://tonyface.blogspot.com/2022/09/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-1.html

Tashkent #2
https://tonyface.blogspot.com/2022/10/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-2.html

Tashkent – Giugno 2022

TERZA PARTE

L’indomani non ho appuntamenti fino a ora di pranzo e ne approfitto per visitare il museo di arte contemporanea.
Alle nove di mattina ci sono già trentasei gradi ma le ragazze intabarrate alla fermata dell’autobus sembra non se ne siano accorte.
All’ingresso, aspetto una decina di minuti prima che venga qualcuno a farmi il biglietto.
Il silenzio del piano terra è interrotto ogni tanto dall’eco di scatarrate poderose che riverberano in fondo al corridoio. Finalmente arriva un adolescente con la fronte brufolosa e il capo coperto.

“Salam aleikum” mi saluta con la mano sul cuore.
Sul foglietto appeso al vetro del gabbiotto sono indicate diverse tariffe, a seconda dell’età del visitatore e del tipo di biglietto.
Se vuoi fare delle foto c’è una maggiorazione di prezzo, supera il costo dell’ingresso ma è una cifra trascurabile, meno di quattro euro in tutto. Allungo la carta di credito al ragazzino che non riesce a passarmi il terminal con il tastierino perché ha il filo corto. Con un candore che fa tenerezza, mi chiede il pin della carta. Nonostante l’innocenza dei baffetti vergini di lama, preferisco raggiungerlo dentro alla biglietteria.

Al piano terra sono esposti abiti tipici e oggetti di artigianato locale.
Caftani in velluto viola e arancione, capi semplici che colpiscono per le tonalità accese e per i ricami eleganti e dettagliati lungo il collo e le maniche.
In una teca accanto, arazzi in seta e tappeti porpora, azzurro, amaranto, ambra e blu.
Tinte diffuse nei vestiti e nei copricapi delle donne per strada, una vivacità che mi ha incuriosito.
Come mai in una società a maggioranza musulmana la paletta cromatica è così accesa, audace?
La risposta è al piano superiore, dove sono appese, senza un ordine particolare, tele di pittori sovietici della prima metà del novecento.
Raffigurano paesaggi rurali e soggetti dell’Uzbekistan di cinquanta o cinquecento anni fa.
Un vialetto di sassi e terra che costeggia un pendio assolato, un ponticello di tronchi che attraversa un corso d’acqua accanto a una casetta di pietre e tronchi.
Una donna col capo coperto e una tunica bianca lava i panni in acqua, un bambino scalzo la osserva e si porta una mano in bocca, forse si scaccola. Pennellate di colore puro, i raggi solari trafiggono le fronde degli alberi sotto cui si riparano dei ragazzini, l’ombra al suolo chiazzata di luce.

Non è solo un esercizio di stile.
L’impressionismo socialista svolge una funzione didattica e celebrativa, l’ideologia che plasma la realtà con la rappresentazione di un’armonia idilliaca tra nuovo e vecchio: soviet e islam.

Uno degli esempi più eloquenti è il quadro Podrugi, Amiche.
Al centro della tela una ragazzina bionda con i capelli a caschetto, il vestitino con le maniche a sbuffo e un paio di ballerine ai piedi.
Accanto a lei una coetanea con l’incarnato e i capelli scuri, gli occhi a mandorla e il capo coperto. Un gilet a righe sopra una tunica bianca a fiori e pantaloni ampi di un rosso sgargiante.
Partecipano alla vendemmia, la russa stringe in grembo un grappolo d’uva, l’uzbeka ne stacca uno dalla pianta. Alle loro spalle tre donne e un vecchio col turbante osservano la scena meravigliati e incuriositi.
È da questi scorci, dai prati e dai vigneti che sbucano i fiori, gli ortaggi e i frutti accesi di quei colori intensi che ritornano nell’abbigliamento, negli elementi di decoro edilizio e nelle tende degli accampamenti nomadi, composte da pannelli di tessuti sgargianti.

In un’altra sala ci sono selle e briglie in cuoio, schioppi col calcio in avorio intarsiato, sciabole dalla lama ricurva.
La data sulla targhetta accanto alla teca indica la metà del ventesimo secolo ma sono oggetti di un tempo sospeso, indefinito. Nella forma e nei materiali, il vasellame in rame ossidato del 1970 è più vicino alla lampada di Aladino che ai complementi o alle sedute in stile Space Age di Verner Panton.

Prima di pranzo ho appuntamento in fiera con Ravšan e Vladimir, il ragazzo di Mosca.
Prendo un taxi ma devo cancellare il primo ordine perché l’autista non parla russo e non ci capiamo sul punto di ritrovo. Passiamo accanto a un giardinetto, sull’erba c’è un gruppetto di lavoratori stravaccati all’ombra di un grosso albero, le donne con il capo coperto da un panno colorato. Ridacchiano tra di loro, una ragazza indossa un gilet arancione con la fascia catarifrangente, per il resto non ci sono differenze con i soggetti dei quadri di cento anni fa.

Un collega di Ravšan, Timur, ci porta a visitare un’azienda che produce mobili e infissi.

Ai bordi della periferia di Taškent si aprono prati di arbusti ed erbacce ingiallite. Man mano che ci allontaniamo dalla città le strade perdono l’asfalto e diventano dei tracciati sabbiosi, i camion e le auto alzano nuvole di polvere, ondeggiano da un lato all’altro della carreggiata per evitare buche e dossi.

“Che industrie avete qua in Uzbekistan?” chiedo, tanto per chiacchierare.
“Ai tempi dell’Urss avevamo fabbriche di trattori, c’era produzione di componenti per gli aerei.” conta sulla punta delle dita “Assemblavano macchinari per l’agricoltura, per la lavorazione del cotone, strumenti per l’estrazione del petrolio. C’era un sacco di roba perché durante la grande guerra patriottica han spostato qua diverse fabbriche, era più sicuro.” conclude vantandosi.

“Sì ho capito, ma adesso cosa è rimasto?”
Ci pensa un po’, le labbra socchiuse, sbatte le palpebre.
“Eh… il settore agricolo, adesso andiamo a vedere una fabbrica di mobili.” continua a ragionare “Turismo, sì… il turismo è sviluppato!”
Vladimir risponde alle mail sul telefono, ogni tanto guarda fuori dai finestrini, sbuffa per il caldo.
“Com’è il tuo albergo?” si interessa.
“Non è male, hanno investito più nell’ingresso che nelle stanze e il titolare è un po’ egocentrico ma ho dormito bene.”
“Il titolare è egocentrico?” mi interroga Ravšan.
Racconto del ragazzino alla reception e della compagnia forzata a colazione.
“Perché egocentrico? Voleva essere ospitale.” commenta Vladimir.

In venti anni di peregrinazioni post-sovietiche ho avuto a che fare con decine di persone “ospitali” che mi hanno portato in posti degradati a fare cose assurde e mangiare porcherie.
Comfort, piacere personale, gusto e bellezza non pervenuti.
Spesso è un’ospitalità a senso unico.
La voglia di aprire mondi non sempre coincide con i desideri del visitatore.


Timur, il ragazzo che guida, non apre mai bocca. Annuisce quando parla Ravšan e ride quando qualcuno fa una battuta.
Verso sera, prima di andare a cena, Ravšan ci porta a visitare il Bazaar Čorsu, uno dei mercati più grossi e una delle principali attrazioni turistiche della città.
Sono due giorni che Vladimir insiste perché deve comprare un vestito per sua moglie, li seguo volentieri per curiosità.

L’area centrale è disposta sotto una cupola azzurra già visibile in lontananza, all’interno centinaia di banchetti; fuori ci sono altre bancarelle sparse un po’ a caso.
Alcune completamente aperte, altre strutturate con una tettoia, in certi casi hanno anche le pareti.
Arriviamo che molti venditori stanno chiudendo i baracchini o si preparano a tirare dentro la roba, entriamo subito in un gabbiotto dove sono stipati centinaia di vestiti da donna ultra colorati, tutti dello stesso modello.
Ravšan si pone come intermediario, ne fa tirare giù qualcuno dall’appendiabiti, discute con un ragazzino con il capo coperto mentre Vladimir sfrega il tessuto tra l’indice e il pollice senza molta convinzione. Alla fine decide di lasciar perdere. Il venditore ci osserva mentre passiamo al negozietto adiacente.
Hanno piatti in ceramica di varie misure e pentole in rame intarsiato. La merce è disposta un po’ ovunque, per terra, sopra delle mensole, su uno sgabellino. Come mi abbasso a dare un’occhiata interviene Ravšan
“Compra dei piatti per tua moglie.”
“E dove li metto? In valigia?”

Andiamo oltre, attraversiamo la zona scoperta, passiamo al settore dei casalinghi con detersivi, saponette e spugne, poi quello degli alimentari coi banchetti di frutta e verdura.
Albicocche, meloni gialli, peperoni, pomodori e buona parte di quello che potresti trovare da noi al mercato del sabato solo che qua è tutto disposto in maniera ordinata, geometrica, che se fai il commerciante da mille e passa anni il master in merchandising non serve.
Una donna corpulenta, con una camicia sporca, cuoce del pane sulle braci, fa davvero voglia, alla sua sinistra interi banchi di spezie.
Gli odori sono familiari, per quanto intensi e pungenti mi riportano all’ingresso del negozio africano vicino a casa dei miei o tra i sacchi di riso nel corridoio della bottega cinese dietro la vecchia questura, solo che qua è tutto amplificato per mille.

Cerco di non incrociare sguardi perché ti vengono incontro per vendere qualcosa, qualsiasi cosa, sembra più una questione di principio che altro, parlano nella loro lingua, gli occhi neri, fissi e intensi che cercano i tuoi, manco volessero ipnotizzarti.
Procediamo spediti e raggiungiamo un’altra area alla ricerca del caftano per la moglie di Vladimir.
C’è una bancarella che espone solo vestiti da uomo, i pantaloni e la casacca che scende fino alle caviglie.
“Perché la giacca è così lunga?” chiedo a Ravšan.
“Sono vestiti da religiosi, roba che mettono gli Imam.
Per l’Islam bisogna coprire tutto il corpo, vedi che le donne osservanti hanno il velo in testa. Anche per motivi pratici, per ripararsi dal sole.”

Vladimir sta contrattando con due donne per un caftano uguale a mille altri che abbiamo già visto.
Interviene Timur, il collega di Ravšan, mette tutti d’accordo e fa impacchettare il regalo.
Proseguiamo perché Vladimir vuole comprare gli ingredienti per cucinarsi a casa il plov, il piatto locale a base di riso che abbiamo mangiato quasi ogni giorno.
Ci ritroviamo così nel cuore del bazar, sotto la cupola.
Ravšan vorrebbe che io comprassi qualcosa, qualsiasi cosa basta che mi porti a casa un po’ di Taškent ma io non so veramente che farmene di quella roba.
Zero interesse per vestiti e oggetti etnici, le spezie mi piacciono ma a casa ne ho per cucinare fino alla pensione.
Rispondo con distacco alle sue offerte insistenti, che poi mi viene il dubbio che sia in combutta coi tipi da quanto rompe.
Quasi invidio Vladimir che si entusiasma per qualsiasi stronzata e compra quattro sacchetti di polverine per la gioia di tutti.
Io prendo nota di quello che vedo sul telefonino, i ragazzetti senza denti che si spintonano per scherzo, i banchi con i sacchi di patate e di cipolle, ceste di carote gialle, che le trovi solo qui e sono un ingrediente fondamentale per il plov.
Cristalli di sale e alluminio grossi come pietre, usati come deodoranti.
Bacinelle piene di polverine rosse, arancioni, amaranto disposte a forma di piramide.

“Spezie.” commenta Ravšan “Cinquecento anni fa con un banchetto di questi potevi comprarti un palazzo a Venezia” forse esagera ma non di tanto.
Uscendo passiamo accanto a un ragazzo cieco che suona una chitarra classica sulle scale, un cestino con qualche moneta davanti ai piedi, ha le palpebre incollate sul bordo inferiore e muove le dita in maniera particolare, quasi suonasse una cornamusa, c’è troppo casino intorno per apprezzare qualche nota, sorride con la bocca aperta, i denti marroni in bella vista.
Nel parcheggio incrociamo un gruppetto di adolescenti, ognuno tiene in mano una bottiglietta di Coca Cola.
Duke Ellington, quello di Caravan, non poteva fare a meno della Coca Cola, ne beveva almeno sei bottigliette al giorno.
Quando fece il tour dell’Unione Sovietica nel 1971, l’ambasciata americana spedì a Mosca quindici casse, all’epoca la Coca Cola qui non c’era e adesso è dappertutto che sembra sia diventata la bevanda nazionale.

Per cena Ravšan ci porta in centro, è tutto il giorno che la mena con questo ristornate georgiano di un suo amico.
Il locale è all’interno di un’area pedonale che ingloba una serie di piazzette, stradine con ai lati edifici che richiamano l’architettura di vari paesi: Germania, Italia e Inghilterra nello spicchio che attraversiamo.
È tutto recente, i colori accesi danno più l’idea di un outlet di moda, di quelli che trovi all’uscita dell’autostrada, frequentati da asiatici e russi che si fanno la foto attorno a una gondola ancorata su un fondale di gomma, quando ancora potevano andarci. Attorno a noi passeggiano coppiette con un gelato in mano, famigliole a spasso, il capofamiglia tiene sulle spalle una bambina col vestito rosa e in mano una nuvoletta di zucchero filato che si squaglia in testa al babbo.
Ci sistemiamo in una sala arredata in stile locale, tappeti alle pareti, poltroncine imbottite, tavoli in legno massiccio: tutto nuovo di stecca, lucido, ai limiti del sintetico. Siamo in quattro, Timur non mangia niente, guarda e ascolta.
A un certo punto Ravšan dice che in Europa “propagandiamo l’omosessualità.”
Quasi non ci credo perché è la stessa questione per cui avevo litigato con Vladimir anni fa in Kazakistan.
Rifaccio lo stesso discorso, parola per parola.

“Guarda, io non conosco molti gay, non per scelta, è così. Però non penso sia possibile insegnare a qualcuno chi deve amare. Tu hai una figlia” mi rivolgo a Ravšan “secondo te puoi dirle: ‘Ti deve piacere una donna o ti deve piacere un uomo?’”
Vladimir mi guarda in silenzio. Chissà se si ricorda di quello scambio.
Ravšan prova ad argomentare.
“Dipende dalla famiglia, dall’esempio che dai.” Vladimir e Timur annuiscono con ampi cenni del capo. “Per esempio se io sono debole con mia moglie, poi mia figlia si fa l’idea che gli uomini sono…”
Non lo faccio finire, perché per quanto uno legga libri sull’autocontrollo e sulla gestione dei conflitti, ci sono delle parole chiave o dei concetti che innescano delle reazioni incontenibili.
“Aspetta un attimo. Ci sono un sacco di donne col carattere forte, lo vedi quando vai in giro per le aziende.”
“Si ma a casa è diverso” mi interrompe.
“E comunque” proseguo “non è che se tua moglie è prepotente tua figlia vuole farsi crescere il cazzo.” faccio il gesto per mimare una tega lunga quanto un avambraccio, la mano sinistra appoggiata sull’incavo del gomito.
Chissà che razza di visione evoca un membro peloso di quasi mezzo metro.
Si portano tutti le mani alla bocca, in parte per mascherare delle risatine infantili, in parte per pudore.
Gli occhi sbarrati d’incredulità di fronte a una rivelazione così estrema.
Allargo le braccia, le sopracciglia inarcate “dai ragazzi, non siamo mica alle elementari”. Ridacchiano timidamente.

Vladimir e Ravšan non ribattono, per rispetto più che altro.
Inaspettatamente interviene Timur, che parla per la prima volta nella giornata.
“Dipende tutto dalla famiglia, dall’esempio che danno i genitori.”
Poi continua “Io mi sono sposato con un matrimonio combinato.”
Ravšan increspa la fronte, incredulo.
“Non avevi mai visto tua moglie, prima?”
“No, si sono messi d’accordo i nostri genitori.”
“E adesso va tutto bene?” chiede perplesso Vladimir
“Tutto a posto, nessun problema.” ribatte senza dubbi Timur, che non ha nemmeno trent’anni e la serenità di un vecchio saggio.
Non tocca niente in tavola, guarda noi che mangiamo perché la moglie gli ha preparato la cena a casa e non vuole mancarle di rispetto.
Dopo un po’ ci saluta, Ravšan guarda Valdimir e ghigna “Adesso però vorrei sentire sua moglie cosa dice, quando lui non c’è. Se anche per lei va tutto bene.”

Risate di cattiveria.

Aspettiamo una grigliata di carne, ognuno guarda il proprio telefonino.
Anche se ho argomentato le mie idee in maniera razionale, nessuno a questo tavolo ha cambiato idea.
Perché dei valori occidentali frega solo agli occidentali.

I miei commensali conoscono il nostro modo di vivere, lo annusano nei profumi di marca e nelle bibite gasate, soprattutto qui nella capitale, città grande e cosmopolita.
Un po’ come il milanese che mangia etnico nella rosticceria sotto casa, vede la gente con la barba e il turbante fuori dalla moschea e passa oltre, in sella allo scooterone.
Sa che esiste quel mondo ma ne rimane al di fuori.

A tavola sono due, in quest’area sono centinaia di milioni, e se vai a sud e a est diventano miliardi di persone.

Della democrazia occidentale a loro frega poco o niente. Dei nostri diritti e dei nostri valori, delle nostre uguaglianze e del nostro progresso ne sentono parlare ma sono concetti lontani dal loro modo di vivere.

Alieni. Qua a Taškent hanno uno stipendio medio di cinquecento dollari e hanno tutti l’Iphone, l’ultimo modello, più recente del mio. Più di qualcuno ha anche l’IWatch.
Questo è l’occidente: merci, servizi, comfort e status, al massimo una vacanza di un paio di settimane.
Per il resto menano un’esistenza scandita dagli orari delle preghiere verso la Kaaba, abitudini alimentari secolari, abiti convenzionali, parole chiave e silenzi eloquenti.

Dopo cena vorrei tornare in albergo perché domani mi devo alzare prestissimo, ho il volo alle cinque di mattina e non ho più le energie per fare un dritto, non per lavoro.
Ma Ravšan non ne vuole sapere, deve mostrarci la Madrasa a tutti i costi.
Non è per fare proselitismo.
È una questione di “ospitalità”.
Ravšan è uzbeko, il padre di origine iraniana e la madre di etnia russa.
Compiuti venti anni ha rinunciato alla fede musulmana e si è fatto battezzare con rito ortodosso.
E adesso vuole farci vedere uno dei posti più significativi della città.
Arriviamo che ha appena finito di diluviare, il taxi ci molla davanti all’ingresso, è buio e l’aria è fresca, ripulita da polvere e umidità, camminiamo sul pavimento in blocchi di cotto, o così mi sembra.
Ravšan ci spiega che era una scuola coranica, l’azzurro delle cupole, il colore del cielo, indica la vicinanza ad Allah e nel medioevo era una tinta estremamente difficile da produrre e questo era indice di grande ricchezza.
Nel cortile interno ci mostra gli ingressi che portano alle stanze degli studenti, sovrastate da un arco rientrante, forse per proteggere dal sole.
Sono contento che ci abbia portato qua e lo dico al nostro accompagnatore che sorride soddisfatto.
Vladimir e Ravšan mi accompagnano in albergo che sono le dieci passate e insistono perché gli faccia vedere l’interno.
Solerte come una guardia, all’ingresso ci accoglie Murat, vestito di bianco.
Gli spiego che sono con due amici e che sono curiosi di vedere il giardino e i bassorilievi.

Murat si illumina in un sorriso e mi abbraccia
“Sei davvero una brava persona.”
Davvero.
Un paio di ore di riposo e prendo un taxi per l’aeroporto, una Chevrolet bianca.
All’ingresso un funzionario mi chiede di mostrargli il passaporto e il biglietto.
Guarda la foto sulla seconda pagina, mi fissa, poi abbassa lo sguardo di nuovo sul documento e commenta malizioso
“Sei invecchiato.”
“È una foto di nove anni fa.” e comunque fatti i cazzi tuoi.

Sulle poltroncine nella zona delle partenze, accanto a me è seduta una tipa coi dreadlock che fa yoga con le gambe incrociate, sorride con gli occhi chiusi, si stiracchia e dondola a destra e a sinistra.
Al momento dell’imbarco si avvicina al bancone di accettazione per il volo di Nuova Delhi, si gira e alza un Iphone dai bordi squadrati per fare una foto verso la fiumana di gente in coda. Su le mani per Shiva!

Atterro a Istanbul che sono le sei del mattino, attraverso mezzo aeroporto di corsa e al gate consegno carta di imbarco e documento a un addetto piccolo di statura, di quelli che stanno sempre dritti sull’attenti per sembrare più alti.
Ha i capelli radi, le sopracciglia alte due dita, nere come la carbonella. Sfoglia le pagine del mio passaporto con le manine tozze e piene di peli che pare abbia dei guanti di lana.
Piega la bocca di lato e commenta.
“Sei invecchiato.”
“Sei mai stato in Uzbekistan?”
Mi guarda serio e mi porge il talloncino strappato.
“Buon viaggio.”

lunedì, ottobre 10, 2022

Donne italiane elettroniche


Nelle prime due foto Teresa Rampazzi, poi Hilda Dianda, Franca Sacchi, Doris Norton.

Riprendo l'articolo uscito ieri per "Libertà" sulle pioniere italiane della musica elettronica.

Sappiamo purtroppo che la musica rock italiana è raramente riuscita ad esprimere talenti di particolare rilevanza a livello mondiale o europeo.
Molto meglio, per fare qualche esempio, è andata con la musica d'avanguardia con Luigi Nono o Luciano Berio, con le composizioni orchestrali e per il cinema di Ennio Morricone, per il canto lirico con Luciano Pavarotti, nel pop all'italiana dei vari Pausini, Ferro, Ramazzotti.
Ma scavando nel baule del dimenticatoio, tra quelle realtà rimaste sempre occulte, possiamo trovare grandi e piacevoli sorprese.

Ad esempio in pochi sanno o ricordano che l'Italia è sempre stata all'avanguardia nell'ambito della musica elettronica e sperimentale, a partire dagli esperimenti degli anni Venti dei Futuristi con personaggi come Francesco Balilla Pratella e Luigi Russolo che teorizzarono l'impiego del rumore da sostituire alle note e alle armonie. Russolo creò perfino uno strumento musicale ad hoc, l'Intona Rumori.

Ma fu nel Dopoguerra che nacque una scena elettronica italiana.

Nel 1955, a Milano, in Corso Sempione, viene creato lo Studio di Fonologia Musicale, terzo polo europeo di sperimentazione di musica contemporanea con strumentazioni elettroniche.
Nel 1963 Pietro Grossi fonda quello di Firenze, un anno dopo nasce a Torino lo SMET (Studio di Musica Elettronica di Torino) e a Milano il Gruppo di Elettronica e Cibernetica di Goffredo Haus, poi ribattezzato Laboratorio di Informatica Musicale. E da questo momento diventano protagoniste (come spesso accade) dimenticate, le donne.
Sperimentatrici, all'avanguardia in Italia e nel mondo, femministe, non con vacue parole ma nei fatti, in una società ancora patriarcale e maschilista come l'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta.

Teresa Rampazzi è stata la principale rappresentante di questa scena.
Compositrice, pianista e ricercatrice musicale, visionaria, tra prime donne al mondo a occuparsi della produzione e diffusione di musica elettronica.
Nata nel 1914 fece partire il primo corso di musica elettronica al Conservatorio di Padova negli anni Cinquanta e fondò il Centro di Sonologia Computazionale, sperimentando nuove tecnologie, dai nastri magnetici ai sintetizzatori, affacciandosi per prima alla computer music, ricercando ogni aspetto del suono: analizzava l'onda sonora, prima che diventasse musica.
“Prima di fare musica dobbiamo studiare gli effetti fisici, acustici e psicologici di questo mezzo, le leggi matematiche alla base di ogni processo sonoro”.

Fin da giovane attratta da ogni nuova forma culturale diventò amica di personaggi della cultura, come Italo Calvino o Emilio Vedova, con cui intavolava lunghi confronti e discussioni.
Trasferitasi a Padova con il marito, si dedicò con forza alla diffusione della musica sperimentale e d'avanguardia, anche nelle scuole medie, in cui insegnava.
Incontrò il grande compositore John Cage da cui attinse preziosi insegnamenti. Fonda nel 1965 il gruppo N.P.S. (Nuove Proposte Sonore) che diventa uno dei più importanti studi di ricerca musicale privati.
Diventa docente di musica elettronica al Conservatorio di Padova, aprendo corsi in cui gli studenti potevano avere accesso a strumenti d'avanguardia.
Negli anni Settanta si avvicina al computer e alle sue illimitate possibilità, anche artistiche, componendo brani con l'utilizzo dei primi software. Dopo la scomparsa del marito, nel 1983, si trasferì ad Assisi approfondendo la conoscenza di musicoterapia, religioni orientali, astronomia, architettura.
Tornata nella natìa Bassano del Grappa ha costruito un suo studio di registrazione, continuando a comporre e sperimentare. Alla sua scomparsa, nel 2001, lasciò tutta la sua apparecchiatura al Conservatorio di Padova dove i suoi strumenti continuano ad essere usati dagli studenti.
Donna di ampie vedute, sempre al passo con i tempi e l'innovazione, ha creato un network di artisti internazionali, tenuto lezioni in tutto il mondo, sottolineando l’importanza della collaborazione, della diffusione e didattica musicale.

Hilda Dianda nasce in Argentina nel 1925 da genitori italiani.
Nonostante il suo lavoro sia sempre rimasto di nicchia i suoi meriti sono stati riconosciuti anche dal governo italiano nel 1964 quando le fu conferita una Medaglia al Merito per la Cultura e l'Arte.
Nonostante la sua attività si sia orientata principalmente verso le partiture orchestrali e da camera, ha utilizzato mezzi elettronici per registrare almeno quattro delle sue opere. Lavora per un certo periodo in Italia, prima di tornare in Argentina e proseguire i suoi studi e ricerche sulla sperimentazione elettronica.
Fugge nel 1972 dalla dittatura, componendo il brano anti regime “Despues el silencio”, lavora in California all'Electronic Music Lab, gira il Sud America continuando le sue sperimentazioni.

Franca Sacchi è nata nel 1940 a Milano. Pianista eccelsa tenne i primi concerti già a nove anni, stancandosi però presto della musica classica tradizionale e rimanendo affascinata, negli anni Sessanta, da quella elettronica e dalla “musique concréte”, perseguendo progetti interdisciplinari con pittori, scultori e architetti e con altri compositori.
Collabora a Bruxelles con Luciano Berio e Luigi Nono.
Nel 1968 si fa notare contribuendo con alcune musiche realizzate con mezzi elettronici per la XIV Triennale di Milano.
Fonda nello stesso anno con l'artista e designer Davide Mosconi il Centro Ricerche Musica Elettronica a Milano, in cui organizzò corsi di improvvisazione, dove la musica doveva essere creata sulla base di un "significato globale", in cui gli oggetti di tutti i giorni potessero essere fonti sonore.

“Essere artista donna in Italia è incredibilmente difficile”.

Affermazione condivisa da tutte le artiste italiane tagliate fuori dalle grandi scene. Unendosi ad altre donne illuminate del periodo, come La Rocca, Carla Accardi e Francesca Woodman, Franca Sacchi fonda negli anni '70 il gruppo femminista Rivolta 3, volto a promuovere l'autocoscienza femminile e a combattere ogni forma di oppressione artistica per rivendicare il proprio accesso e spazio all'interno di musei e istituzioni culturali, denunciando la mancanza di visibilità e le discriminazioni che stavano subendo. La sua attività prosegue e si espande, sia musicalmente, sia nella danza e nel teatro, che conseguendo il Magistero in musica sacra e canto gregoriano al Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra, pur negando per tutta la vita specifici legami religiosi. Il suo album “En” del 1972 rimane una pietra miliare della musica elettronica italiana.

Significativa la storia oscura di Ingrid Mac Intosh che compare tra i collaboratori a diverse sperimentazioni con i primi computer adibiti a strumento musicale nello Studio di Fonologia Musicale a Firenze, nei primi anni Sessanta ma che non viene mai citata né ha lasciato testimonianze sonore.
Come sottolinea la studiosa Frances Morgan:
“L'assenza di donne nelle storie patrilineari non dovrebbe essere intesa come un effetto del 'dimenticato' di alcuni compositori, come se si trattasse di una svista accidentale , ma come una sintomatica mancanza di riconoscimento durante il periodo in cui molti di coloro che ora sono citati come pionieri erano nel loro momento più attivo”.

L'inglese Doris Norton si trasferisce in Italia nei prim anni Settanta, entra nella band prog Antonius Rex per poi passare a sperimentare con l'elettronica, arrivando ad elaborare teorie compositive i cui si lascia sempre più spazio all'intelligenza del computer, rendendo volutamente minimo l'intervento del musicista.
Verrà presto assunta come consulente informatica all'IBM per passare poi alla musica techno e pubblicare vari dischi nell'ambito.

Nomi dimenticati, esperienze importantissime nell'evoluzione sonora e culturale (in Italia spesso fatichiamo a mettere in stretta correlazione le parole e contesti “musica” e “cultura”, quasi fossero mondi antitetici, in realtà la stessa cosa), soprattutto, opere di valore insindacabile da un punto di vista strettamente artistico, per quanto spesso poco fruibili al grande pubblico. Le donne relegate in costante secondo piano, in quanto tali.
Persone di inestimabile valore, “dimenticate”, solo a causa di un'assurda mentalità patriarcale che sta minacciosamente tornando, tra le righe, anche a causa di una progressiva e prevalente deriva culturale, arrivata, acclamata da folle gaudenti, anche in Italia.

domenica, ottobre 09, 2022

Not Moving LTD in tour


Riparte il tour di "Love Beat" dei NOT MOVING LTD con una serie di date autunnali/invernali.

Venerdì 14 ottobre: Bologna "Frida"
Venerdì 4 novembre: Vicenza "Lucky Brews"
Sabato 5 novembre: Como "Joshua Club"
Sabato 12 novembre: Viareggio "Gob"
Sabato 3 dicembre: Monterotondo (Roma) "Il cantiere" + The Cleopatras

Seguiteci qui:
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697

Il video di "Love Beat":
https://www.youtube.com/watch?v=j2nN9zpE1sQ

sabato, ottobre 08, 2022

The Brower


White Seed ci segnala direttamente da NYC

I Brower passeranno in Italia in questi giorni per 5 date.
Capitanati da Nat Brower sono una tra le band piu seguite a New York City.
Glam, Power Pop ottimi per amanti dei T. Rex, Slade, Giuda e tutto il mondo Junkshop Glam.

In formazione Max Hiersteiner batterista dei Dirty Fences e Josephine alla chitarra.

Saranno in tour europeo, qui le date italiane.

8 ottobre, Napoli, We're Loud Festival
9 ottobre - Roma, 30 Formiche
10 ottobre - Pesaro, Legno
11 ottobre - Bologna, Freakout
12 ottobre - Mantova, Arci Dallo'

VIDEO:
https://youtu.be/bFkoZUdb6hI

venerdì, ottobre 07, 2022

The snake


THE SNAKE è un brano scritto e pubblicato da Oscar Brown Jr nel 1963, in versione soft & cool jazz.

https://www.youtube.com/watch?v=TxVymZxekEw

Fu poi ripreso nel 1966 da Johnny Rivers nell'album "...And I Know You Wanna Dance" in chiave country soul.

https://www.youtube.com/watch?v=R7QRiKIc9vM

La versione definitiva e di maggior successo fu però quella di AL WILSON del 1968 che arrivò nella top 30 americana per diventare qualche anno dopo un classico della scena Northern Soul inglese, più volte ristampata e inserita in numerose compilation del genere.

https://www.youtube.com/watch?v=fHIcVuqQgVo

Il testo di "The Snake", si ispira alla favola di Esopo "Il contadino e la vipera" narra la storia di una donna di buon cuore che trova un serpente gravemente ferito a terra.
Il serpente morente implora la donna di aiutarlo.
La donna lo porta a casa e se ne prende cura molto bene finché non si riprende.
Tuttavia, invece di essere grato e grato il serprente morde la donna, avvelenandola.

La donna delusa chiede al rettile perché lo ha fatto nonostante gli abbia salvato la vita. Il serpente aggiunge la beffa al danno della donna. La chiama "sciocca" e continua affermando che conosceva i rischi che stava correndo quando si è offerta di aiutarla. Non può fare altro che incolpare se stessa per la sua situazione.

"Oh, shut up, silly woman" said that reptile with a grin
"Now you knew darn well I was a snake before you brought me in"


THE SNAKE

On her way to work one morning
Down the path alongside the lake
A tender-hearted woman saw a poor half-frozen snake
His pretty colored skin had been all frosted with the dew
"Oh well, " she cried, "I'll take you in and I'll take care of you"
"Take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
Now she wrapped him up all cozy in a coverture of silk
And laid him by the fireside with some honey and some milk
Now she hurried home from work that night, as soon she arrived
Now she found that pretty snake she'd taken in had been revived
"Take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
Now she clutched him to her bosom, "You're so beautiful, " she cried
"But if I hadn't brought you in by now you might have died"
Now she stroked his pretty skin again and then kissed and held him tight
But instead of saying thanks, that snake gave her a vicious bite (ooh)
"Take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
"I saved you, " cried that woman
"And you've bitten me, even why?
And you know your bite is poisonous and now I'm gonna die"
"Oh, shut up, silly woman" said that reptile with a grin
"Now you knew darn well I was a snake before you brought me in"
"Please take me in, oh, tender woman (yes, come on in)
Take me in, for heaven's sake (yes, come on in)
Take me in, tender woman, " sighed the snake
Sighed the snake
Take me in tender woman
(Come on in you pretty snake, come on in)
Snake, snake (yeah, come on in you pretty snake)
Take me in, tender woman (come on in, yeah, yeah, yeah)
Snake (come on in yeah, yeah, yeah)


Il brano, il cui testo fu concepito in chiave anti razzista, fu utilizzato nella campagna elettorale di Donald Trump del 2016 identificando il serrente con gli immigrati in Usa.
Nonostante le reiterate proteste dei figli di Oscar Brown Jr. Trump ha continuato a servirsi del brano.

giovedì, ottobre 06, 2022

Ramones a New York City

Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.

L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui
:

https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York

Continua la rubrica Ramones a New York City.

Nel febbraio del 1976 i Ramones registrarono il loro album di debutto RAMONES al Plaza Sound Studios situato all'ottavo piano del celebre edificio Radio City Music Hall in Midtown Manhattan.

La Sire Records spese $6,400 per una settimana tra registrazione e mixaggio.
Oggi il Plaza Sound Studios non esiste piu'.

mercoledì, ottobre 05, 2022

Il rock italiano all'esame di maturità


Una curiosa coincidenza ha portato alla contemporaneità di quattro uscite discografiche di altrettanti personaggi tra i più significativi della scena rock (alt/rock se preferiamo) italiana.
Piaccia o meno.

Nomi dalla lunga carriera, giunti alla maturità e anche al successo, alle prese con nuovi capitoli discografici, che arrivano dopo lunghi periodi di silenzio (Edda a parte).
Che ne dimostrano la caratura artistica, la scrittura personale, la capacità artistica e compositiva.
Sono il manifesto più evidente e alla ribalta di una scena nostrana che pur continuando a faticare a portare talenti a livello mondiale produce buone cose.
Aspettiamo ora i più giovani.

MANUEL AGNELLI lascia la sua rinomata e glorificata comfort zone degli Afterhours per un esordio solista, "Ama il prossimo tuo come te stesso", in cui si sfida stilisticamente e compositivamente.
E' naturale che la matrice rimanga legata al lavoro con la band ma il taglio dell'album si muove in altre direzioni, più intimiste e liriche, spesso arricchite da sapienti orchestrazioni pur non mancando rimandi a grunge, post punk, momenti quasi noise. Eccellente lavoro sui testi, disco molto curato in fase di arrangiamento, una nuova ottima testimonianza di un artista in salute.

Un ritorno anomalo per i MARLENE KUNTZ con "Karma clima", dopo un lungo periodo di silenzio durato sei anni (intervallato dall'esordio solista di Cristiano Godano). L'abituale sound piuttosto abrasivo lascia spazio ad atmosfere più intimiste e riflessive, tanto quanto il concept che accompagna il disco, incentrato sui problemi climatici che attanagliano il mondo. I brani sono più avvolgenti e dal piglio cantautorale pur non rinunciando alla classica matrice rock.
Nella dolente e drammatica ballata "Laica preghiera" ospitano l'evocativa voce di Elisa a suggello di un lavoro maturo e convincente che segna un ulteriore passo avanti della storica band piemontese.

Al sesto album EDDA con "Illusion" conferma il suo passo artistico atipico, sempre sorprendente, non solo personale ma unico e inimitabile. Una sorta di Syd Barrett nostrano a braccetto con Rino Gaetano, più semplicemente Edda. Nel nuovo lavoro è affiancato da Gianni Maroccolo alla produzione che dona un nuovo carattere e tratto artistico alla sua scrittura.
Canzone d'autore, un'impronta jazzy in molti brani ma anche impennate rock/post wave, a cui si uniscono le consuete criptiche liriche malinconico/romantiche e una voce inconfondibile. Un nuovo album che si pone tra i migliori dell'anno in corso.

Tornano dopo un lungo silenzio discografico i VERDENA una delle migliori band del panorama nostrano, raro esempio di immediata riconoscibilità e personalità, con "Volevo magia".
Dal piccolo capolavoro di "Wow" del 2011, prova di assoluta e totale maturità, a cui seguirono i due ottimi volumi di "Enkadenz", si arriva al nuovo atteso album che conferma le qualità compositive della band, la capacità di spaziare tra diverse influenze (dalla psichedelia, allo stoner in chiave noise, a evoluzioni ritmiche quasi prog, rock, post wave e tanto altro) con grande versatilità e competenza. Non il migliore episodio della lunga carriera ma pur sempre un ottimo lavoro.

martedì, ottobre 04, 2022

Tashkent – Uzbekistan - Giugno 2022 #2


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Tashkent – Giugno 2022

SECONDA PARTE
La prima parte qui: https://tonyface.blogspot.com/2022/09/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-1.html

Finisco il tè e mi congedo da Murat, recupero il computer dalla mia stanza e prenoto un taxi da un’applicazione locale per andare in fiera.

Ci impiego qualche istante a riconoscere la targa dell’auto, inutile cercare il modello perché per le strade circolano quasi esclusivamente Chevrolet, le assemblano qua in Uzbekistan e sono più convenienti rispetto ad altri marchi.

L’autista si chiama Aziz, ha una cinquantina d’anni e parla russo.
Chiacchiera volentieri, è nato e cresciuto a Taškent e vive nella parte vecchia, in uno dei pochi palazzi rimasti in piedi dopo il terremoto del 1966.
Il centro è pulito e ordinato, pieno di alberi, parchi e giardini.
Aiuole spartitraffico colorate di fiori gialli, viola e arancioni.
Ci sono anche diversi monumenti eretti in epoca sovietica, quando la capitale uzbeka era la quarta città per abitanti di tutta l’Urss.
C’è una luce che fa strizzare gli occhi, anche in auto. Fa caldissimo ma le anziane alla fermata del bus indossano il chador che le avvolge dalla testa ai piedi.
Stoffe colorate e fantasie floreali su sfondo azzurro, viola e arancio.
Le ragazze hanno il capo coperto da un velo più leggero, l’hijab, che mostra l’ovale del volto.
Qualcuna è vestita all’occidentale, un tubino giallo, una gonna ampia a fiori, i capelli scuri in libertà.
Le insegne dei negozi di mobili, elettrodomestici e computer sono prevalentemente in russo; in inglese i cartelloni pubblicitari di studi dentistici o di avvocati.
Le indicazioni stradali sono in uzbeko.

“Cosa pensa la gente della guerra in Ucraina?”
“Che domanda! Non piace a nessuno, è una tragedia.” ribatte brusco
“Sì certo, ma cosa dicono della Russia?”
“Se chiedi alla gente media non ti sa rispondere.
Primo, perché sono preoccupati dal costo della vita. Il pane, il te, lo zucchero. Tutto più caro. E poi non hanno abbastanza informazioni. Non sappiamo cosa succede.”
“E degli americani?
“Non dovevano allargarsi sotto i confini della Russia.”

Ho qualche problema con la connessione, le tacche sullo schermo del telefono vanno e vengono, non c’è campo, neanche in centro.
Ascolto la radio che trasmette una canzone locale con un campione preso da Time Of My Life, il brano di Dirty Dancing.
Poi il notiziario in russo, il governo ha rafforzato le relazioni diplomatiche con Antigua e Barbuda.

Le vie che attraversano il centro sono larghe, i palazzoni ai lati una sintesi di brutalismo sovietico e motivi decorativi locali, le facciate rivestite da mascheroni in pietra traforata che ornano le finestre e schermano dai raggi solari.
In alcuni condomini, i lati sono coperti da mosaici che riprendono stilemi arabi e anticipano di qualche decina d’anni le soluzioni di street art delle metropoli occidentali.


L’Uzexpocentre è un complesso di edifici che si trova a ridosso di un parco molto curato e attraversato da un fiume verde. All’ingresso bisogna passare un breve controllo, un tizio in divisa chiede gentilmente di aprire il bagagliaio. Prima di scaricarmi davanti all’entrata, il tassista chiede se può farmi una domanda.

“Tu sei uno che viaggia, che gira. Hai detto che sei stato in Ucraina. Ci sono davvero nazisti dappertutto?”
“Guarda non lo so. Dipende da dove vai. Io per lo più ho frequentato la parte centrale e orientale.
In questi anni ho incontrato decine di persone, centinaia forse. Penso di aver conosciuto un solo nazista. Non sono sicuro.”

La fiera del mobile è piccolina.
Accanto all’ingresso principale c’è lo stand del mio cliente. Ci lavora Ravšan, un ragazzo sulla trentina dalla carnagione olivastra e i capelli radi.
Mi aspetta sorridente, i denti bianchissimi e regolari. Segue il nostro assortimento, cura diversi fornitori, studia i prodotti, le caratteristiche tecniche.
Verifica quali sono le possibilità di vendita nel mercato uzbeko presso fabbriche e falegnami e poi si occupa di formare i venditori che devono presentare gli articoli ai clienti. Parla senza sosta, è pervaso da un’energia contagiosa.
“Salam aleikum.”
Mi saluta con la mano sul cuore e mi abbraccia.
Poche parole di convenevoli, poi ritorna dai clienti e mi affida a Dar’ja, la ragazza bionda che cura gli acquisti.
Ha un bel sorriso, con le fossette sulle guance, il capo scoperto. Mi accompagna a visitare l’esposizione, in tutto tre padiglioni di cui due abbastanza curati, gli stand sono ben allestiti.
Peccato per i mobili. Letti, armadi e pensili rivestiti di oro e argento, poltrone e divani foderati di tessuti damascati e luccicanti che vedi al tg quando mostrano le ville dei Casamonica.

“Lo stile classico va sempre forte?”
“Dipende. Qua in città i giovani preferiscono il design moderno, sobrio.
Ma in provincia va ancora il classico. Poi ci sono i matrimoni. La famiglia della sposa per tradizione si prende cura degli arredi. Quando vuole fare bella figura esagera con oro e cristalli e poi i ragazzi si separano per i mobili.”

Divorzierei anch’io se mi regalassero un letto da Scarface.
Il terzo padiglione è un bazar.
Un’accozzaglia di mobili, tappeti, stampe, vasi, libri, vestiti tipici, artigianato locale.
I venditori sono stravaccati sui divani, quelli che non dormono hanno il capo chino sullo schermo del telefono, lo sguardo stanco o annoiato.
Nei corridoi passeggiano visitatori e addetti ai lavori.
È un mix di espressioni, facce e vestiti. Occhi larghi e a mandorla, capelli biondi, castani e neri, carnagioni di tutte le tonalità.
Arabi, asiatici, russi, turchi e tutti gli incroci possibili. Per pranzo ci spostiamo in un ristorante poco distante dalla fiera, ci raggiunge Akron, il titolare dell’azienda con cui lavoro e un gruppo di fornitori russi.
Akron ha i tratti asiatici, una quarantina d’anni e guida un Suv Mercedes, una delle poche auto di tutto il parcheggio che non è una Chevrolet.
Prima di sederci a tavola ci mostrano l’area dove preparano il plov, un piatto tipico uzbeko a base di riso, carne di montone, carote gialle e spezie.
Più che una cucina sembra un’officina organizzata come una catena di montaggio.
Distribuiti in maniera ordinata nel capannone ci sono diversi calderoni in ghisa, ognuno grande come la mia sala da pranzo.
Sono adagiati su una struttura in pietra, all’interno brillano le braci.
A lato, un ragazzo con una calotta nera armeggia con un’asta in acciaio, mescola il riso che cuoce al centro, rispetto al resto del contenitore sembra poca roba e invece sfornano migliaia di porzioni al giorno, riforniscono anche altri locali della zona. Attorno ai calderoni sono sistemate delle postazioni di lavoro con donne che sminuzzano verdure, carne e spezie. Un ometto si affaccia regolarmente sui vari padelloni e lancia una manciata di ingredienti.

Ci sediamo a tavola, il caldo stemperato da un nebulizzatore che spara una nuvoletta di vapore acqueo a rinfrescare. Parlano tutti in russo. I clienti del posto, i fornitori kazaki e, ovviamente, quelli russi. Accanto a me un ragazzo palestrato di Mosca. Baffo curato, polo bianca, pantaloni giallo canarino e mocassini dello stesso colore. Si chiama Vladimir, ci siamo già incontrati una decina d’anni fa in Kazakistan.
Parliamo con gli altri del mercato, sono tutti soddisfatti, il settore del mobile sta vivendo una buona fase. Dopo il boom di ordini a marzo e aprile, mesi in cui la gente aveva paura di trovarsi con i risparmi ridotti a carta straccia a causa della svalutazione del rublo, adesso la situazione si è stabilizzata. Akron fa gli onori di casa, ordina insalata di pomodori e cipolle per tutti, oltre al plov.
Il cameriere porta anche del pane locale, simile a una focaccia con striature geometriche in superficie. Akron lo spezza con le mani e lo distribuisce tra i commensali.
Mi fa impressione.
Se le sarà lavate prima di sedersi a tavola?
Quante ne avrà strette in fiera? Dall’inizio della pandemia faccio attenzione ai contatti, i saluti, le alitate.
Poi con il tempo ti abitui, soprattutto se giri per questi posti. Qualche mese fa sarei rimasto sgomento, ora mangio e cerco di non pensarci.

Nessuno parla della guerra.
Anche qua come in Russia è “la situazione”, “prima”, “dopo”, “febbraio”
.

Vladimir, il mio vicino, dice cha ha dovuto cancellare le vacanze in Spagna.
La moglie teme la russofobia, alla tv russa ne parlano continuamente. La paura della paura. Lui lavora per un’azienda tedesca e ha vissuto diversi anni in Germania, poi quando i figli erano ancora piccoli è ritornato a Mosca. Il conto che aveva presso una banca di Hannover è stato congelato perché intestato a un cittadino russo.

Quando ci siamo conosciuti ad Almaty abbiamo avuto una discussione a tavola.
Vladimir sosteneva che in Europa propagandiamo l’omosessualità, questo uno dei motivi per cui aveva riportato la famiglia in Russia.
Chissà se si ricorda di quel litigio. Alla fine il cliente kazako, un bonaccione di origine russa, aveva stemperato gli animi mostrando un filmato dal cellulare, un nero che penetrava da dietro una biondina.
Tutti a sbaccanare per le proporzioni surreali, incredibile quanta roba riuscisse a far entrare nel bagagliaio la signorina.
A me faceva un po’ tristezza ma avevo riso anch’io.

Terminato il pranzo torniamo in fiera, in strada ci sono quaranta gradi, preferirei andare a letto.
Lo stand di Akron è curato, presenta una cucina e degli armadi grigio antracite, ante con profili in alluminio nero, l’interno scocca illuminato da striscette led fresate sul fianco.
Sono gli espositori che si presentano meglio, hanno preso spunto dalle ultime proposte dai Saloni di Milano. Al tavolo dei meeting ci raggiunge Ravšan che si prende una pausa dai clienti e pesca a piene mani dai vassoi di albicocche essiccate e mandorle. Parla con la bocca piena, è soddisfatto della giornata. Ci raggiunge Marina, una ragazza di etnia coreana che segue i nostri ordini assieme a Darja.
“Cosa dicono della guerra in Italia?” bofonchia Ravšan
“Dipende. Giornali e tv sostengono la versione americana ma c’è sempre qualcuno che presenta il punto di vista di Mosca. Ieri abbiamo festeggiato il compleanno di mia figlia.” continuo “C’erano una decina di adulti. Ognuno con un’opinione diversa ma nessuno pensava che Putin fosse l’unico colpevole. A parte una signora moldava di etnia rumena.”

Ravšan, Marina e Dar’ja muovono il capo in segno di assenso.
“E qua cosa pensate?”
Ravšan continua a masticare noccioline per qualche istante, le sue colleghe lo fissano, in attesa della risposta.
“Gli americani non dovevano provocare la Russia. Chiaro che dispiace per gli ucraini. Ci rimette sempre la gente normale.

Poco prima della chiusura della giornata, ci portano presso la sede centrale del nostro distributore.
Akron e Ravšan fanno gli onori di casa, conducono la piccola delegazione di fornitori in giro per lo show-room, luminoso e spazioso, i mobili e gli accessori presentati con attenzione.
Passiamo per gli uffici: spazi larghi, le scrivanie distanti e illuminate. In questi paesi di solito le stanze sono stipate di tavoli, sedie e impiegati. Una volta un cliente russo aveva visitato il nostro ufficio, dove eravamo in sei, e aveva commentato:
“Io qua ce ne farei stare almeno il doppio.”

Akron e Ravšan si muovono con disinvoltura, stringono le mani a tutti quelli che incontrano, fanno inchini, si portano il palmo sul cuore.
È un bell’ambiente di lavoro e ci tengono a trasmettere questa impressione.
Valorizzano struttura e organizzazione per stimolare i fornitori a concedere migliori condizioni di pagamento e maggiori investimenti nel marketing. Si stanno vendendo bene. Passiamo poi attraverso il magazzino, nello spiazzo di cemento adibito al carico, un gruppo di ragazzi gioca a pallavolo. Sono tutti magri, i volti scavati, gli occhi a mandorla e i capelli corti. Hanno teso una corda che usano come rete.
Si divertono, i sorrisi sbeccati. Prendono in giro uno che ha sbagliato la battuta e ha fatto schizzare la palla contro una finestra.
Indossano ciabatte e sandali di plastica, qualcuno gioca a piedi nudi, come si accorgono di noi un paio si rimette la maglietta, le risate si atrofizzano.
Al termine della presentazione dell’azienda ci accomodiamo in una sala riunioni. Oltre a Ravšan e Akron, ci sono due ragazze di origine slava e un paio di venditori. Akron serve il te, riempie appena il fondo di una manciata di tazze senza manico. Ravšan nota il mio sguardo perplesso.
“In Uzbekistan se c’è un ospite di riguardo, il padrone di casa versa il te un po’ alla volta perché non si raffreddi. Se lo versa tutto subito è un segno di maleducazione.”
“Perché?”
“Ti fa capire che non ha voglia di prendersi cura di te.”
Da noi se non vuoi visite lo dici.
Se hai poco tempo da dedicare a un amico o a un parente, parli chiaro. Più ti sposti verso oriente, più la comunicazione è inquadrata in un contesto elevato, dove gesti e ritualità sostituiscono le parole.
“Altre usanze?” chiedo incuriosito
“Uh…tantissime. Per esempio, a tavola il padrone di casa spezza il pane per tutti. È un gesto di rispetto, mette gli ospiti a proprio agio.”
Collego il mio computer ad uno schermo da sessanta pollici. Prima di incominciare con la presentazione, chiedo se parlano tutti russo. Si guardano stupiti, come fosse la prima volta che ci pensano davvero. Nessuno di loro parla uzbeko. Ravšan dice di averlo imparato un paio di anni fa.

“In provincia è difficile lavorare. I ragazzi tra i venti e i trent’anni non sanno il russo. Ho dovuto studiarlo sennò non c’era modo di capirsi.

Artem, il tecnico mingherlino con gli occhi a mandorla e i capelli neri a spazzola, è di etnia coreana, parla la sua lingua di origine e il russo. Ai tempi dell’Unione Sovietica in Uzbekistan c’era una grossa comunità di coreani.
Dopo l’invasione della Cina da parte del Giappone nel 1937, Stalin fece deportare centinaia di migliaia di russi-coreani che abitavano nelle regioni dell’estremo oriente in Kazakistan e in Asia centrale.
Dopo il crollo dell’Urss molti sono emigrati ma c’è ancora una forte presenza.
Il tassista che mi riporta in albergo non conosce il russo, ha una ventina d’anni e si orienta con difficoltà nel traffico di Taškent. Anche la signorina del navigatore sembra infastidita.

Fine Seconda Parte

lunedì, ottobre 03, 2022

Antonio Bacciocchi - Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul


Esce il 14 ottobre "Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul" un viaggio di stampo storico sociologico nel difficile e non sempre agilmente esplorabile mondo del Northern Soul.

La ricerca si è incentrata sulle radici del fenomeno, partendo dal Dopoguerra inglese per arrivare ai nostri giorni, sulle ragioni che hanno spinto giovani della working class del nord inglese ad abbracciare una musica di nicchia, riuscendo a costruire una sorta di sottocultura nata e costruita dal basso.

Per approfondire al meglio ho fatto affidamento su numerose testimonianze e articoli dell'epoca (primi anni Settanta) a cui sono stati aggiunti contributi di DJ, ballerini, frequentatori, protagonisti italiani della scena dagli anni Ottanta in poi;
Enrico Camanzi, Carlo Campaiola, Fabio Conti, Marco Dall’Asta, Geno De Angelis, Alberto Folpo Zanini, Flavio Frezza, Filippo Frumento, Francesco Fulci Corsagni, Oskar Giammarinaro, Enrico Lazzeri, Clelia Lucchitta, Leo Mastropierro, Andrea Mattioni, Francesco Nucci, Stefano Oggiano, Marco Piaggesi, Niccolò Pozzoli, Soulful Jules, Renato Traffano, Paolo Zironi

Antonio Bacciocchi
Northern Soul. Il culto dei giovani ribelli soul
pagine 254
euro 15
AGENZIA X EDIZIONI

Il Northern Soul è un ambito assai complesso, se non impossibile, da definire, uno splendido “mistero” di passione, senso di appartenenza, identità, amore per la musica e la danza e i loro codici più tribali.
La stessa matrice con cui nacque è alquanto generica e volatile, definizione inventata dal giornalista e DJ Dave Godin, per circoscrivere i dischi a cui erano interessati i clienti del suo negozio che provenivano prevalentemente dal nord dell'Inghilterra.
Ma anche lo stesso corpo di persone che ha sempre caratterizzato gli appassionati copre una gamma sociale e antropologica vastissima a cui si aggiunge l'evidenza che non c'é nemmeno un'estetica unificante e identificabile (come è stata sempre prerogativa delle sottoculture) che riporti a un'omologia.
Il concetto di Northern Soul (perfino dal punto di vista strettamente musicale) cambia da persona a persona, si può aprire a mille influenze o chiudere in ristretti canoni ritmici e sonori. Difficile per una persona esterna distinguere la differenza tra un oscuro e dimenticato singolo (genericamente uscito tra il 1965 e il 1970) e una classica hit della Motown.
Talvolta proprio il fatto che il brano non avesse avuto riscontro commerciale era la garanzia di una maggiore purezza artistica.
E' un mondo allo stesso tempo esclusivo (solo chi è sufficientemente competente trova un ruolo e soddisfazioni all'interno della scena), che inclusivo (non ci sono restrizioni estetiche, etiche, filosofiche per appartenervi).
In questo libro non si vogliono fare particolari chiarezze perché se non si fa parte della “scena” è difficile comprenderne il significato al 100%.
In questo senso si è lasciato ampio spazio alle testimonianze di molti protagonisti per poter tessere una trama sufficientemente esaustiva.
Una delle ultime isole di purezza, in un mondo di profitto e all'insegna dello sfruttamento sociale, culturale e morale del prossimo.
Che si riassume alla perfezione nel classico motto che lo ha sempre caratterizzato:
Keep The Faith!
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