martedì, ottobre 17, 2023

Russia. Febbraio 2023 #4

L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.


Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

PARTE #4

Le nuvole sembrano di cenere e tutto il resto oscilla tra il grigio dell’asfalto e il bianco dei campi ricoperti di neve, giusto un velo, immacolato e luccicante.
Anche qua a Mosca l’inverno è mite, la temperatura attorno allo zero mentre di solito, in questo periodo, è meno venti.
Chiamata Whatsapp. Oleksandr Kiev.

Lascio squillare per qualche istante, mi sento un po’ a disagio a rispondere, proprio qua in Russia, accanto a Nikolaj, quasi quasi glielo passo.
Tra gli ucraini che conosco, Oleksandr è uno dei più invasati, ha un odio per i russi così profondo e razionale che fa impressione per la tranquillità con cui lo dichiara, per la pedanteria di tutti i dettagli che utilizza per descrivere il suo sentimento e fa tanto più paura per il fatto che non si incazza mai, non alza la voce, argomenta sempre con il tono calmo e con la stessa convinzione di un prete che legge il vangelo.
Oltretutto è inutile cercare di ragionare, guarda che non tutti i russi sono uguali, un conto è il governo e un altro il popolo, cosa puoi dire a uno che sta passando l’inverno al freddo e al buio, a uno che a dicembre chiedeva ai fornitori dei contributi per comprare lampade elettriche, calzettoni e bombole per il riscaldamento.
“Mi sembra di elemosinare, sono stanco di vivere così ma è l’unico modo che abbiamo per andare avanti, per permettere ai nostri figli di fare i compiti, ai miei colleghi di lavorare da casa senza che gli si congelino le mani.”

Ne avevo parlato con Michele, il mio titolare e gli avevamo fatto un bonifico sostanzioso, una parte ce l’avevo messa di tasca mia. Era un bel gesto, i soldi andavano direttamente a chi ne aveva bisogno, persone che conosco, senza intermediari.
E poi avevo fatto bella figura, mi ero lavato un po’ la coscienza, con una parte dei proventi delle mie vendite in Russia, chissà se ci aveva pensato Oleksandr quando aveva ricevuto il versamento.
Io sì, ci avevo riflettuto e non serviva cercare un senso in questa faccenda, l’importante era che qualche famiglia riuscisse a passare dei momenti di serenità. E poi, vai a sapere, quando un giorno la guerra sarebbe finita, forse se ne sarebbero ricordati.

E anche se la guerra continua, bombardamenti ogni giorno, obiettivi e infrastrutture militari, dicono i russi, genocidio, rispondono gli ucraini, nonostante questa pioggia micidiale di acciaio e polvere da sparo, l’azienda di Oleksandr continua a mandare ordini, pagano in anticipo, caricano la ferramenta per poi venderla a dei falegnami o la utilizzano per assemblare i semi-lavorati, che c’hanno una quindicina di stabilimenti sparsi per tutta l’Ucraina. Capannoni nuovi zecca, macchinari tedeschi e italiani, milioni di euro di investimenti, la fabbrica di antine a Kiev con i pavimenti in materiale antistatico, per evitare che la polvere si mescoli alle resine quando verniciano le porte, in quasi venti anni di ex-Urss era la prima volta che vedevo una cosa del genere. Era il dicembre del 2021, avevamo appena iniziato a lavorare assieme e c’erano un sacco di progetti in ballo per l’anno a venire, con la fine della pandemia e la possibilità di tornare a viaggiare.
Nel 2022 avremmo fatto il botto. Si dice così e così è stato, solo che non era quello che si credeva, quel botto lì non se lo aspettava nessuno.

“Oleksandr, come va? Posso richiamarti più tardi? Meglio se ci sentiamo nel fine settimana.”
“Sei in Russia?”
Che cazzo.
Mi chiede informazioni tecniche per la foratura della cerniera, le viti sono troppo vicine al bordo del pannello, c’è il rischio che si strappi il truciolare, se sollecitato.
“Mandami una mail, magari con due foto delle forature e della cerniera montata, così le giro ai miei tecnici e ti dico.”
“Ok.”
Parliamo in inglese, qualche mese fa ha smesso di scrivermi in russo, all’inizio pensavo fosse un riflesso, per come è abituato con gli altri fornitori, invece me lo ha detto chiaro e tondo a ottobre, quando ci siamo visti in Italia a una fiera:
“Non voglio più parlare in russo. La mia lingua è l’ucraino. Per anni ho creduto che il russo fosse una ricchezza, lo sai come la penso su Putin e i suoi servi ma ero convinto che conoscere più lingue fosse un bene, per la testa, per il lavoro.
Però adesso che è successo tutto questo, visto che il motivo dell’invasione, delle bombe e dei massacri è la difesa dei russi e della lingua russa, beh se è questa la ragione, allora non voglio averci niente a che fare. Mia moglie non sapeva l’ucraino, adesso lo sta imparando, anche lei vuole smettere di parlare russo.”


Quello sfogo, anche se comprensibile e giustificato, mi aveva fatto malissimo.
C’è una parte della mia personalità che è definita dalla lingua russa, ci sono parole, modi di dire, pensieri e battute che mi escono dalla corteccia cerebrale direttamente in russo. Sarà un lascito dell’esame di filologia comparata ma è un fatto assodato che certe immagini, certi sentimenti e certe espressioni sono illustrati in maniera più calzante se formulate in una lingua piuttosto che in un’altra, le traduzioni non sono sempre sovrapponibili.
Quando sei solito usare due o più lingue oltre alla tua e ti trovi a maneggiare un testo a caso come la descrizione di un quadro o i sottotitoli di un film coreano, nel momento in cui scegli di affrontarlo, chessò, in francese o in tedesco, è come se ti mettessi un paio di guanti comodi, stretti ma non troppo, che ti lasciano una certa sensibilità per tastare meglio la parola, sia nella forma che nel contenuto, quasi fosse una crocchetta incandescente, appena uscita dalla friggitrice e tu lì che la strizzi, delicatamente, per vedere se l’impanatura è croccante e la carne tenera. Quando mi infilo il russo, quando riesco a maneggiare vocaboli, frasi e ragionamenti nel modo giusto, quel tipo di aderenza, di ergonomia linguistica ti dà una soddisfazione che ti porta a un livello più alto nell’espressione e nel rapporto con la gente, il fatto di scavalcare la barriera linguistica ti mette direttamente a contatto con il modo di ragionare e di sentire degli altri, senza filtri.

Mentre ascoltavo Oleksandr, pensavo che per tanti anni avevo girato l’Ucraina in lungo e in largo, avevo visto dei posti incredibili e conosciuto persone speciali grazie a una lingua che non era nemmeno quella ufficiale, era una cosa che avevo dato per scontata e che pensavo sarebbe durata per sempre.
Adesso una parte di me si sentiva morire.
Certo non era niente rispetto alla tragedia che vivevano milioni di persone ma quel racconto mi metteva di fronte alla realtà, quando tutto questo sarebbe finito, quando avrei preso di nuovo un aereo per Kiev, probabilmente una volta atterrato avrei dovuto parlare in inglese con l’ufficiale di frontiera, non avrei più potuto chiedergli in russo di mettere il timbro sul passaporto nell’angolo in alto, a destra, nella prima pagina libera e non un po’ a cazzo come fanno di solito.
E l’idea che il prossimo seminario a Odessa o Dnipro non avrei potuto tenerlo in russo mi provocava un disagio estraniante, come se mi avessero obbligato a tingermi i capelli di viola o a presentarmi sul palco in ciabatte e tuta da ginnastica. Avrei ritrovato clienti e amici ma saremmo rimasti separati da quel prima e quel dopo, da una lingua che avevamo sempre usato per essere più vicini e che adesso era un muro con sopra il filo spinato.

Ad ogni modo, nonostante le mie fisime, ero contento di vedere Oleksandr, aveva ricevuto un permesso dal governo per uscire dal paese e venire in Italia per lavoro.
Per la prima volta dopo sei mesi si trovava lontano dalla guerra.
“La cosa più incredibile è il rumore degli aerei. Senti la turbina in distanza e l’istinto è quello di scappare e nascondersi. Poi alzi lo sguardo e li vedi passare e non succede niente.”

Non era l’unico ucraino che girava per il nostro padiglione in quei giorni di ottobre.
C’era anche Kirill, il cliente di Char’kiv. L’ultima volta che ci eravamo scritti era appena iniziata la guerra, avevamo litigato, uno scambio sgradevole.
Kirill si era affacciato allo stand, mentre ero impegnato con Ravšan, il cliente uzbeko, e per fortuna che non era un russo.
Avevo interrotto la presentazione ed ero andato incontro a Kirill, che mi guardava con gli occhi spalancati e l’espressione di chi non sa se aspettarsi un saluto o una scarica di insolenze.
Ci eravamo abbracciati, mi stava simpatico Kirill, anche se era un ragazzone viziato e l’ultima volta era andata un po’ così, cose che succedono.
“Hey! Guarda un po’… da dove arrivi?”
“Mi sono trasferito a Bratislava.”


Era stato in Germania, poi qualche settimana in Inghilterra ma alla fine aveva preferito avvicinarsi all’Ucraina.
Non era facile gestire l’azienda, con tutto quello che comportava, affitti, pagamenti, stipendi e chissà come ti vedono quelli che lavorano per te, quelli che sono rimasti al freddo, senza luce, il suono delle sirene e i boati delle esplosioni, mentre tu te ne sei andato via, perché te lo potevi permettere.
Chissà che pena stare lontano dal tuo paese, in un appartamento in affitto grande quanto il salone di casa tua a Char’kiv, la parete più stretta occupata da un impianto stereo da favola, solo le casse Burmeister costavano cinquantamila euro, pareva di averci un’orchestra in soggiorno, chissà dov’è finita adesso tutto quella roba. E poi i bambini, non parlano ucraino, solo russo, e adesso vanno in una scuola a Bratislava con i figli di altri profughi, e sai come sono stronzi a quell’età, li fanno sentire delle merde, perché parlano la lingua del nemico.
“Scusa per quello che ti ho scritto.”
Sembrava sincero, più imbarazzato di me.

Oltre a Kirill era passata anche Tanja, una signora di Odessa, con una gran testa di capelli, deve essere stata proprio bella da giovane, occhi grandi e viso affilato, quasi sessant’anni e lo sguardo meravigliato di una ragazzina.
Assieme a lei una tipa che non conoscevo, forse sua coetanea, il volto grigio e slavato, così come la pelle, gli occhi, l’espressione.
Non l’avevo mai vista e subito aveva preso a raccontarmi della sua città, Nikolaev, che i russi l’avevano quasi distrutta ma lei non voleva andarsene. Parlava con questa energia, questa luce da posseduta: “La speranza nella vittoria è l’unica cosa che ci fa andare avanti.”

Vasja, il mio referente a Mosca, era anche lui in giro per i corridoi della fiera in quei giorni.
“Ma cosa si aspettano gli ucraini? Non possono vincere questa guerra.” “Mi sembra che l’esercito russo abbia i suoi problemi.”
Era il periodo della controffensiva di Kiev, Putin aveva dichiarato la mobilitazione da qualche settimana, le truppe di Mosca non se la passavano bene.
“L’esercito russo ha le sue difficoltà, ma se gli ucraini si ritrovano senza infrastrutture e centrali elettriche cosa gli rimane poi?”

Questi i discorsi che facevamo con Vasja al buffet, mentre pregavo di non incontrare qualche cliente di Kiev o Dnipro fin tanto che ero con lui. Nel frattempo era passata una bionda, sembrava Larisa, la nipote di Konstantin, il titolare di Vasja.
“Ma quella lì non è Larisa?” avevo chiesto a Vasja.
“Chi? La nipote di Konstantin?” e si era quasi nascosto, grande e grosso com’era, dietro ai due gerani che sbucavano dal vasetto in mezzo alla tavola, pareva l’orso Yogi.
“Vai a salutarla, no?”
“No, no. Lascia stare. Ha fatto una scenata a Konstantin, dopo che è iniziata la guerra, non so cosa si siano detti ma non si parlano più.”
“Konstantin? Ma se è ucraino di Leopoli?”

“Sì ma sai com’è, vive in Russia, gestisce un’impresa russa e i soldi che guadagna vanno al governo e con quei soldi il governo fa la guerra…”

Da qualche anno Larisa lavorava per un’azienda di Pesaro grazie a suo zio, che aveva rotto le balle a tutti i fornitori perché l’assumessero, e quanto era brava, sapeva tutte le lingue, aveva vissuto in America, un affarone, davvero, finché una ditta di maniglie l’aveva presa.
Per puro caso, nel corso di quattro giorni, russi e ucraini non si erano mai incrociati nello stand, andava via uno e ne arrivava un altro quasi si fossero messi d’accordo per darsi il cambio.

Una sera a cena coi russi e gli uzbeki, il giorno dopo con Oleksandr, un po’ per ospitalità e un po’ perché volevo parlare del Donbass, mi interessava sentire quello che pensava riguardo alle origini di questa tragedia, che ormai si trascinava da più di otto anni e non sarebbe finita presto.

Invece avevamo parlato anche di altre cose, meno dolorose e, complici il cielo stellato e l’aria calda di una sera di metà ottobre, mi aveva raccontato di quando aveva accettato la nuova realtà, il paese era in guerra ma bisognava pur vivere e allo shock si era sostituita la voglia di reagire e andare avanti.

“La vera sorpresa è stata che gli uomini, quelli che lavorano per me, erano incapaci di fare qualsiasi cosa, impauriti, sotto shock. Le donne, al contrario, si sono messe sotto, senza tante storie, con tutti i problemi e le preoccupazioni, senza tanti scleri.”

Le difficoltà della convivenza con i parenti di Leopoli che lo avevano ospitato per un periodo, otto in un appartamento, uno sopra l’altro. Difficile dormire, quasi impossibile lavorare, era meglio starsene a Kiev, con tutti i rischi del caso.
Parlavamo sempre in inglese, io disinvolto, lui più legato, qualche incertezza ma si esprimeva bene, con la sua pignoleria, sempre alla ricerca della parolina giusta che gli richiedeva un tempo esagerato e un po’ mi dava sui nervi ma quando mi aveva raccontato che proveniva da una famiglia semplice, che da ragazzino abitava in campagna e aveva iniziato a studiare l’inglese da solo che aveva tredici anni, avevo subito pensato ai privilegi di cui avevo goduto da bambino.
Lezioni private a otto anni e il primo viaggio in Inghilterra che ne avevo dodici, all’epoca solo il volo costava uno sproposito, e poi l’America da studente universitario e grazie al cazzo che parli l’inglese meglio di Oleksandr che ha avuto un’infanzia da Oliver Twist.
La prima volta che era stato all’estero era già fidanzato con quella che sarebbe diventata sua moglie, avevano scelto Israele.

“Israele? Sei ebreo?”
“No, né io né mia moglie, volevamo andare al caldo, vedere un posto nuovo e i prezzi dei biglietti erano bassi.”

Avevano preso un’auto a noleggio e un giorno aveva parcheggiato per sbaglio davanti a un cancello, non proprio davanti, il muso copriva appena appena il passaggio e all’improvviso era arrivato un vecchio che aveva preso a urlargli cose strane, nella sua lingua incomprensibile, con una violenza che lo aveva spaventato e per quanto cercasse in tutti i modi di tranquillizzarlo, di scusarsi, di spiegargli che avrebbe spostato la macchina immediatamente, quel vecchio continuava a vomitargli addosso la sua rabbia e non si era limitato a quello, aveva aperto la portiera e aveva preso a tirare fuori le cose che aveva trovato sui sedili posteriori, vestiti, zaini, roba da mangiare, e si era messo a lanciarle per strada.
Poi erano arrivate tre donne, anziane anche quelle, e lui, Oleksandr, pensava che avrebbero tranquillizzato il vecchio e invece si erano messe a urlare, cattive, con una voce inquietante e Oleksandr aveva assistito alla scena impotente, non si era azzardato a fermare il vegliardo, per paura che chiamasse la polizia. In Israele con gli sbirri non c’è tanto da scherzare. Avevamo riso, di gusto, mentre ripercorreva quella situazione irreale, io volevo fargli l’intervista, prendermi nota delle sue sfighe per le mie velleità di reporter e mi ero trovato in questa storia da fratelli Cohen, il sole, le palme, il vecchio con il suo parlato nasale, aspro, le aspirate fredde, aggressive, il frinire delle cicale e le bouganville sul muro del cancello.

Sono ancora in auto con Nikolaj che arriva la mail di Oleksandr, in allegato le immagini della cerniera, le parti critiche evidenziate in rosso, con la descrizione in inglese e una serie di considerazioni, alcune corrette, altre un po’ campate in aria.
Poco dopo ricevo un messaggio Whatsapp, sempre da Oleksandr che non parla di lavoro.
“Questa mattina i russi han lanciato quaranta missili su Kiev. I nostri sistemi di difesa li hanno intercettati quasi tutti ma è difficile. Siamo stanchi, vogliamo che la guerra finisca ma dobbiamo vincere.”

Eccolo lì. Non so se sia in cerca di comprensione, se sia uno sfogo, un modo di farmi sentire in colpa, tutte e tre le cose o qualcos’altro.
“Problemi?” mi interroga Nikolaj, seduto accanto a me, incuriosito dai miei sospiri.
“No, no. Niente di che.”
Poi inizio a digitare sul tastierino: “Spero che tu e i tuoi cari, i tuoi colleghi, stiate tutti bene. Vi penso sempre.”
Doppia spunta blu, sta scrivendo qualcosa.
Plin.
“Grazie. Spero che l’Europa continui ad aiutarci, per noi è importante e bisogna che tutti sappiano cosa sta facendo la Russia al popolo ucraino.” Eh bravo, ti aiuterei volentieri ma oggi non riesco.

Dopo il secondo incontro della giornata mi faccio mollare da Nikolaj in centro e vado al Manež, un casermone con la facciata in stile impero a pochi passi dalla Piazza Rossa.
Costruito nel 1817 per celebrare l’anniversario della vittoria russa su Napoleone, l’edificio venne utilizzato per ospitare gare di cavalli e scuole di addestramento, poi dal 1831 divenne sede di rassegne d’arte. In questi giorni hanno inaugurato una mostra sulle Case della Cultura nell’Urss, Dom Kul’tury in russo.
Sin dagli anni venti del novecento, in tutto il paese iniziarono a comparire centri di aggregazione concepiti per la diffusione delle nuove forme di arte e di conoscenza.
Oltre a essere luoghi di ritrovo per i lavoratori comunisti, i Dom Kul’tury rivestivano il ruolo di vere e proprie istituzioni, fortemente volute da Lenin, per forgiare la mentalità e lo sguardo sul mondo del cittadino sovietico.
Lo spazio e gli allestimenti creano un effetto di grandiosità, all’ingresso c’è una parete bianca che misura almeno trenta metri per dieci, la sigla retroilluminata DK CCCP sulla destra e quattro colonne imponenti sulla sinistra.

L’esposizione è suddivisa a seconda delle forme d’arte.
Si incomincia con l’architettura.
Per sopperire alla mancanza di abitazioni e nell’impossibilità di costruire nuovi edifici, i primi dom kul’tury furono istituiti all’interno di palazzi requisiti ai nobili e chissà che faccia avevano fatto gli avanguardisti sovietici quando le loro opere rivoluzionarie vennero esposte nelle sale affrescate e decorate in stile neoclassico.
Si prosegue con scultura e fotografia, ci sono un sacco di belle immagini di soldati, contadini, sportivi, operai, tutti sorridenti, fiduciosi e sicuri di sé. C’è un ritratto in bianco e nero del compositore Šostakovič, il volto concentrato mentre osserva uno spartito che tiene in mano. Non era uno che serbava rancore Šostakovič, seduto accanto a un pianoforte tedesco, lui che aveva iniziato la composizione della Settima Sinfonia a Leningrado nel 1941, sotto i bombardamenti nazisti.

In buona parte delle stampe non sono indicati i luoghi nelle didascalie, in alcuni casi si possono intuire, per il resto non so se sia sciatteria o se vogliano trasmettere l’idea che l’Urss fosse un po’ l’Ubiquistan, un posto vale un altro, il socialismo topografico.

C’è poca gente in giro, è una giornata lavorativa ed è quasi ora di cena ma c’è ancora spazio per qualche caso clinico, nella sala dedicata alla pittura c’è una tela che ritrae una coppia seduta sull’erba, un uomo in canottiera osserva una ragazza coi capelli raccolti, lei pare non accorgersene. Accanto al quadro c’è un vecchietto basso e pelato che spara delle risate tintinnanti, un po’ inquietanti, e ripete divertito: “To be or not to be?” Nella stessa sala, a pochi metri di distanza, un’anziana coi capelli grigi e gli occhiali con la montatura spessa parla da sola, sottovoce, in maniera concitata davanti a un quadro di Malevič, due contadini senza volto. Alza e abbassa le mani, seguendo il ritmo delle parole che bisbiglia, sembra una preghiera o un incantesimo.

La sezione dedicata alla musica è interessante ma non trovo niente che mi piaccia. C’è un video clip di un gruppo degli anni ’70 che suona electro tango, tutti assorti, seri, coi baffoni. Sempre con quel gusto per il kitsch e quell’amore dei russi per certe melodie malinconiche, gli acuti nel cantato femminile e il vibrato nel basso maschile. Del resto i vari Pupo, Toto Cutugno, Albano, Matia Bazar e Ricchi e Poveri si sono assicurati una discreta pensione con i concerti da queste parti.

Su uno schermo viene proiettato un video fragment, un insieme di lineette e puntini bianchi e neri che si inseguono, in sottofondo una musica che sembra quella dei video games anni ’80. Nella didascalia c’è scritto “Anno di composizione 1934”.

C’è un gruppetto di cinesi, qua a Mosca non ne vedevo dal gennaio del 2020, questi sono giovani, vestiti come cosplay, personaggi di fumetti manga. Le ragazze portano il baschetto inclinato, il bolerino in velluto, la gonna corta e gli stivali che arrivano sotto al ginocchio. Passano tutto il tempo a fotografarsi accanto ai quadri, ai poster, alle sculture, si sparano le pose, i due ragazzi che le accompagnano si trascinano assonnati da una stanza all’altra, in cerca di un posto dove sedersi per guardare il cellulare e godersi la prima vacanza dopo tre anni di lock-down. Esco dal Manež che è sera ed è tutto illuminato.

Il Cremlino, bellissimo, sembra un castello di Lego, la cattedrale di San Basilio un dolce di marzapane, alcune cupole ricordano una cassata, tempestata di canditi, altre assomigliano a certi gelati bi-gusto, con le creme, di colori diversi, attorcigliate fino alla punta.

Sarà per via dell’aria tersa e delle luci ma è tutto nitido, acceso, quasi fosse stato ritoccato con un filtro. Davanti a me c’è il muro di cinta, alla mia destra una delle torri, detta Troickaja, in cima la stella rossa che pare incandescente, alla sinistra l’hotel Four Seasons, settecento euro a notte. L’albergo di Bill Gates si affaccia su quella che al tempo di Ivan il Terribile era una prigione, adesso entrambi gli edifici accolgono turisti con la grana.

Mosca è una meraviglia, le luminarie delle feste di fine anno sono ancora accese e c’è un’atmosfera da favola, si vede che il sindaco ha messo mano al portafoglio, per far dimenticare quello che succede a poche centinaia di chilometri da qua.
In realtà non so un cazzo, era bella anche prima, solo che non ci venivo mai, se non di passaggio, se per caso avevo un appuntamento in centro.
Altrimenti me ne stavo in albergo e pensa quante cose, quante opportunità mancate in questi anni, sempre a frequentare gli stessi posti deprimenti, a mezz’ora di strada da qua, capannoni fatiscenti di epoca sovietica, i pavimenti devastati, sporco e puzza di piscio ovunque.
Un’altra galassia.

Faccio due foto mentre aspetto il taxi, che ci impiega qualche minuto di troppo. Salgo in auto con il pollice, la lingua e la mascella induriti dal gelo.
L’autista ha il cranio lucido e i tratti asiatici, l’aria sveglia, ha voglia di chiacchierare, io faccio fatica ad articolare le parole, come quando esci dal dentista.
Dice che è della Repubblica di Calmucchia, Kalmykija in russo. Una regione a sud, con un lembo di terra che si affaccia sul mar Caspio. Ventitre anni che vengo qua e non ne ho mai sentito parlare, mai nominata, zero. Mergen, l’autista, è di origine calmucca, mi spiega che è il principale gruppo etnico della sua regione, deriva dai mongoli.
In Calmucchia sono quasi tutti buddisti.
“Ah quindi sei buddista?”
“Io no, sono ortodosso.” risponde risentito.
Ha lavorato per diversi anni nell’esercito, adesso è in pensione e arrotonda con il taxi.
“Ti è andata bene che non sei più nell’esercito.”

“Al fronte ci sono tanti buriati, anche loro vengono dalla Mongolia.”
“Ma è vero che li hanno mandati apposta? Perché sono buriati?”
“No, sono volontari. Ma sono volontari perché non trovano lavoro. In Russia tutto il sud è senza lavoro.”
“Non solo in Russia.”


Scendo dall’auto dopo venti minuti che ho il pollice ancora intorpidito.
In camera accendo la tv. A casa non funziona neanche, sono tre anni che non vedo un tg o un talk-show, giusto qualche partita della nazionale in streaming. Qua invece guardo sempre programmi, notiziari o dibattiti politici, mi tengono compagnia e poi ascolto la lingua, quella dei giornalisti, degli speaker, è pulita, articolata, usano termini comuni.

Ho iniziato più di venti anni fa a guardare i telegiornali russi, ci capivo poco ma c’era una moretta bella ed elegante, Ekaterina Andreeva, che leggeva le notizie della sera e aveva una pronuncia comprensibile.
Facevo fatica a seguire i film locali perché l’audio era scadente, come il mio russo. Era il 2000, dopo un decennio di far west economico e sociale la Russia era in pieno orgasmo capitalista e in tv c’erano solo reclame di roba da pochi soldi che tutti, più o meno, si potevano permettere: birre, gomme da masticare Orbit, rasoi e schiuma da barba Gillette, il modello con il mento liscio circondato da bonazze con i capelli lucidi e voluminosi grazie allo shampoo De L’Oreal Paris. A tavola scorrevano fiumi di maionese e guai a servire zuppe o carne senza il dado Galina Blanca. Nei detersivi c’era ancora lo spot comparativo tipo “Il mio fustino Omo non lo scambio.”

Era metà agosto che i telegiornali avevano dato la notizia di un incidente grave, parlavano di un sottomarino nucleare.
Il Kursk si era inabissato sul fondale del Mar Glaciale Artico, c’era stata un’esplosione durante un’esercitazione militare. A bordo si trovavano oltre cento persone, i commentatori in tv sostenevano che la maggior parte fosse morta al momento dello scoppio ma c’era la possibilità che ci fossero dei superstiti. Nei giorni successivi guardammo tutti i notiziari, i filmati mostravano i tentativi di salvataggio. Militari e giornalisti avvolti in giacche pesanti che parlavano con il mare sullo sfondo, ufficiali con la divisa scura e il cappello bianco, i volti smarriti. Scene di repertorio con marinai che armeggiavano nella sala comandi di un sottomarino, le mani che giravano levette e cursori su una consolle grigia. Aleksandr, il prof, era turbato, quasi fosse coinvolto direttamente. Era una corsa contro il tempo perché le scorte di ossigeno a bordo erano limitate, se c’erano dei sopravvissuti rischiavano di fare la fine del topo in trappola.

Dopo qualche giorno annunciarono che il comandante era morto, nel servizio si vedeva il presidente Putin, vestito di nero e col viso stanco, che incontrava la moglie dell’ufficiale, una signora sulla quarantina coi capelli corti, pallida e col volto inespressivo. Sedevano fianco a fianco nel soggiorno della vittima, alle loro spalle un tappeto intrecciato appeso alla parete.
La telecamera seguiva la vedova e il presidente mentre scendevano le scale poco illuminate del condominio, le pareti giallognole scrostate e piene di scritte.
Quasi non ci avevo fatto caso, me lo aveva fatto notare Saša, con amarezza:
“Vedi, tutto il paese vive nelle stesse condizioni. Anche il comandante del sottomarino atomico abita in un palazzone malridotto.”

Dopo venti e passa anni, le pubblicità sono diventate ultra tecnologiche, laser, info-grafiche, riferimenti all’Intelligenza Artificiale alternati a scenette di idillio familiare. Per lo più contratti telefonici e prestiti bancari, non mancano le salse barbecue e gli jogurt magri, mi pare che ultimamente siano spariti i marchi tipo Nestlè.

Sul primo canale c’è uno speciale sul summit tra Russia e Repubblica del Congo, che si è appena concluso nel paese africano. Interviene l’ambasciatore russo, dice che Mosca offre servizi di IT, aziende come Yandex, l’equivalente di Google in Russia, stanno aprendo nuove sedi a Brazzaville e Kinshasa.
Stacco di camera sul ministro degli esteri, Sergej Lavrov, l’espressione provata sul viso serio, impassibile, il tono profondo e metallico da tabagista indefesso. Fa un intervento su Patrice Lumumba, eroe congolese assassinato dagli americani.
Al termine, due uomini che indossano una tunica bianca, immacolata, gli porgono una bella scimitarra, la lama supera il metro di lunghezza. Difficile che gliela facciano portare a bordo sul volo di ritorno.
Seguono le immagini di congolesi festanti che sventolano le bandiere russe, il cielo azzurrissimo e le palme sullo sfondo.
Qualcuno indossa un caftano beige e un cappello di carta coi colori bianco, blu e rosso. La commentatrice fa notare che l’Africa è un mercato interessante, un potenziale sbocco per il petrolio e il gas di Mosca. Un giornalista la interrompe: “Ricordiamoci che per secoli l’Africa è stata fonte di ricchezza per l’Occidente.”

Il notiziario prosegue con il terremoto in Turchia.
Macerie color beige, il cielo blu impolverato e migliaia di uomini e donne in preda alla disperazione, sono arrivati i soccorritori russi, intervistano dei giovani, carichi di provviste, sono qui per offrire supporto medico. Poi di nuovo guerra, i russi bombardano un villaggio dove si nascondono i “nazionalisti ucraini”, spesso chiamati anche “ucronazi”. L’artiglieria spara su un gruppo di edifici a sei o sette piani, nel Donbass.
Li tirano giù uno dopo l’altro. Intervistano un soldato russo, al fronte: “I Leopard li centriamo con facilità, siamo bene equipaggiati e con il morale alto.
Gli ucraini sono in difficoltà, mandano al fronte ragazzini appena mobilitati, carne da cannone. Non possono vincere.” conclude sorridendo, sicuro di sé.

lunedì, ottobre 16, 2023

Musica sovversiva

Dopo la pausa estiva riprende la collaborazione con il quotidiano piacentino "Libertà" con la rubrica settimanale/domenicale "La Musica ribelle".

Il testo prende spunto dal libro di Ted Gioia "Musica. Una storia sovversiva" di cui avevo già parlato qui: https://tonyface.blogspot.com/2023/08/ted-gioia-musica-una-storia-sovversiva.html

La musica nel corso dei secoli è stata una delle principali fonti di cambiamento “dal basso” per le anime, le menti, i cuori delle persone.
Ha accompagnato rivoluzioni, battaglie, guerre, ha istigato, dato forza e coraggio a combattenti, rivoltosi, ha veicolato messaggi proibiti attraverso le note e i testi.
Basti pensare ai quelli in codice nei brani blues cantati nelle piantagioni per indicare agli imminenti fuggiaschi momento e luogo per attuare i loro piani.

Ad esempio Following the drinkin’ gourd (pubblicata per la prima volta nel 1928 ma conosciuta già da tempo), una delle più classiche canzoni della cosiddetta Underground Railroad, il gergo con cui si definivano le rotte da seguire nella fuga dalle piantagioni degli schiavi afroamericani:
“Segui il mestolo, il vecchio ti porterà verso la libertà / La riva del fiume costituisce una strada davvero buona / Gli alberi morti ti mostreranno la strada / Ebbene il fiume finisce, tra due colline / Segui il mestolo dove il grande fiume incontra il piccolo fiume / Il vecchio ti sta aspettando per portarti verso la libertà”.

Riferimenti chiari ed espliciti che potevano essere cambiati di volta in volta a seconda delle esigenze, quando veniva cantata in questo o quell’altro luogo a favore di chi era pronto ad intraprendere la rischiosa e rocambolesca fuga.

Curioso che sarebbe stata proprio la popolazione nera delle Americhe, quasi tutti discendenti di schiavi, a reinventare la musica popolare del Ventesimo Secolo, prima con ragtime e blues poi con il primo jazz e lo swing, i primi vagiti del rhythm and blues, poi ancora con soul, reggae, samba, boogie woogie, doo wop, bebop, calypso, funk, salsa, hip hop.

A proposito della fora della musica, Beppe Fenoglio scriveva ne “Il partigiano Johnny” a proposito di “Fischia il vento”: Essi (i partigiani) hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna. Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.”

Gli esempi sono infiniti, come ci dimostra il ponderoso saggio del giornalista musicale Ted Gioia, “Musica. Una storia sovversiva”, recentemente tradotto in italiano da Shake Edizioni, un lungo viaggio dai primordi della musica ad oggi, attraverso epoche, ere, fasi dell’arte, della cultura, della comunicazione, con una tesi di fondo discutibile e opinabile (a tratti al limite del “complottismo”) ma che ci ragguaglia, attraverso mille dettagli di una vicenda appassionante e ricchissima di spunti da approfondire, elaborare, ricercare.

La musica è sempre stata collegata al sesso e alla violenza.
I primi strumenti grondavano sangue. Le prime canzoni promuovevano la fertilità, la caccia, la guerra e simili.
Quasi tutta la storia della musica serve a oscurare questi rapporti ed eliminare gli elementi giudicati vergognosi o indegni dai posteri.
L’aspetto più rilevante della sua ricerca è la dimostrazione di come parte della musica abbia avuto sempre una voce rivolta a una direzione “ostinata e contraria” contro il potere, scuotendone le fondamenta, rimettendo in gioco le regole sociali. Sfruttando la volontà e il piacere delle masse di ascoltare le canzoni proibite, disprezzate e sgradite al “sistema”.
Ma funzionano, nelle antiche civiltà, anche da archivio e da racconto storico, dagli antichi greci ai griot africani, ai bluesmen americani, ai toasters giamaicani, fino all’hip hop o al proto rap di Gil Scott Heron e Last Poets.

Significativo ricordare la storia dei Goliardi (da cui il termine utilizzato anche ai nostri giorni), religiosi che nel XII secolo incominciarono a disdegnare le rigide regole protocollari dei rispettivi ordini che abbandonavano furtivamente (per non incorrere in severe pene) e si dedicavano a una vita licenziosa.
Il repertorio dei goliardi comprendeva qualsiasi atto a scandalizzare praticamente chiunque: satire, canzoni da osteria, parodie della liturgia e della musica religiosa, critiche ai potenti (tra cui il Papa), canzoni d’amore e di gioco d’azzardo e altri divertimenti oziosi. In questo contesto si inserisce il ruolo della donna che nel corso dei secoli è sempre, inevitabilmente, rimasto confinato in secondo piano. A meno che non si trattasse di persone relegate al gradino più basso o che fossero comunque innocue.

Come le Qiyan, schiave di grande bellezza e cultura che da Bagdad, dal dodicesimo secolo in poi, portarono la loro influenza fino alle corti europee, a cui era consentito intonare canti e poesie, spesso ad esplicito sfondo sessuale in cui potevano irridere padroni e potenti, non avendo poi sostanzialmente alcun potere politico all’interno della società.

Proprio come accadeva nella cultura occidentale fino a non tantissimo tempo fa, a cui solo due categorie femminili era concesso l’ardire di esprimersi artisticamente al di fuori dei limiti e canoni prestabiliti: prostitute e suore.
Le parole delle prime avevano ben poco peso, emesse da chi sedeva sull’ultimo gradino della società, per le seconde tutto sarebbe rimasto confinato tra le mura del convento e dietro i fitti tendaggi della censura ecclesiastica.
Lo schiavo è l’emarginato e per questo stesso motivo non deve essere ligio alle convenzioni e ai valori della società che lo attornia.
Agli schiavi è garantita un’unica libertà non concessa a chi comanda: ci si aspetta che pecchino, che deviino dalle intrusive regole morali a cui devono obbedire i modelli di ruolo, specialmente sulle questioni sessuali. E’ quasi sempre l’outsider il catalizzatore, il portatore di nuovi geni nel DNA musicale.
L'estraneo disprezzato crea un modo nuovo di cantare, poi i potenti del sistema si fiondano ad assumere il controllo di questo provocatorio stile musicale. E spesso se ne prendono il merito. Poi arriva l'inevitabile insabbiamento, con i documenti storici ufficiali che negano che questa transazione culturale sia mai avvenuta.

Ma anche quando la musica irrompe nella società con irruenza e spariglia le carte il “sistema” prima farà opposizione, poi la lascerà sfogare per poi assorbirla successivamente e omologarla ai dettami accettabili.
E' il meccanismo il base al quale queste disturbanti intrusioni musicali nell'ordine sociale entrano nel sistema e diventano mainstream.
Il pericoloso ribelle viene trasformato, dopo qualche anno o decennio, in un riverito anziano della tribù. Abbiamo una lunga serie di esempi nella recente storia del rock, dagli scandalosi Rolling Stones al David Bowie con i suoi travestimenti fino all'iconoclasta punk.
Nel giro di poco tempo tutto assorbito, musealizzato, reso conforme al gusto popolare, depotenziato da ogni carica “sovversiva”.

Interessante anche l'annotazione di come una musica o meglio un suono abbia determinato per millenni la vita delle persone: quello delle campane delle chiese che “decideva” quando svegliare il popolo, quando mandarlo a mangiare o a letto, lo accompagnava festoso nei primi giorni di vita, lo conduceva alla tomba con un mesto incedere.

La musica dei nostri giorni sembra avere perso il potere di una volta, l'omologazione regna sovrana, le radio italiane, australiane, africane, americane, asiatiche, trasmettono le stesse canzoni, o comunque molto simili l'una all'altra, caratterizzate dalle stesse modalità compositive e ritmiche, con le medesime frequenze, compresse e digitalizzate per favorire l'ascolto più diffuso, quello da computer o cellulare.

Il progressivo uso dell'Intelligenza Artificiale nella musica e nell'arte sta già (seppure ancora in minima parte) incidendo sulla qualità creativa.
Ma la tecnologia corre veloce e il cambiamento in atto è sempre più spedito (e preoccupante per chi ha toccato con mano un passato oggettivamente più genuino e spontaneo).

Ma l'umanesimo e l'ottimismo ci fanno concordare con un'ultima osservazione di Ted Gioia: Ogni volta che la cultura musicale diventa troppo facile e affabile, mettetevi a guardare l'orizzonte in cerca di una rivoluzione in arrivo.

Attendiamo con fiducia osservando l'orizzonte o come diceva uno degli artisti più acuti e prospettici, il poeta,cantante, scrittore afroamericano Gil Scott Heron:
Una rivoluzione di qualunque colore sia, succede dentro a te. Una rivoluzione è prima di tutto mentale, arriva dalla mente. Se vuoi cambiare la tua vita, se vuoi che le cose intorno a te siano diverse, è necessario per prima cosa cambiare il modo in cui pensi.

venerdì, ottobre 13, 2023

Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici, Danilo Fatur - Felicitazioni! CCCP Fedeli alla linea 1984-2024

Il catalogo della mostra "Felicitazioni", in corso ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia (dal 12 ottobre 2023 all'11 febbraio 2024) dedicata alla carriera dei CCCP Fedeli alla Linea.

456 pagine in cui la band racconta la convulsa (e breve) storia, attraverso una lunga serie di immagini, volantini, articoli di giornale, curiosità, progetti.
Partendo dagli inizi incerti (con contributo di Pier Vittorio Tondelli che, tra i primi, si accorse della loro immagine e potenzialità), passando per un'improvvisa popolarità, arrivando al grande successo, a Luigi Ghirri e Amanda Lear.

"Ne esce una linea che esorbitando dallo spazio stretto di residenza – Reggio Emilia, in particolare, e tutta l’Emilia Paranoica da loro cantata – si è andata a proiettare in uno spazio umano illimitato, collegando di volta in volta Berlino Est e Ovest, l’Europa delle frontiere, Beirut, il mondo arabo, URSS e paesi satelliti, la Cina, Hong Kong, la Mongolia, Kabul, Palestina, Israele, Mosca, Leningrado, trasformandoli vorticosamente in periferie e centri di un unico impero mentale."

Con il consueto e famoso "senno di poi" rimane impressa l'evidente teatralità, provocatoria ma soprattutto immaginaria, che venne costantemente male intesa da fan e detrattori, da sempre impegnati in sterili diatribe su presunti "tradimenti" alla "causa".

Ai tempi i loro spettacoli erano assolutamente nuovi, inconsueti, divisivi, d'avanguardia, sempre e comunque di grande impatto espressivo (piacessero o meno).
La musica ugualmente personale e inedita, i testi ancora di più.

Furono un progetto unico che ha lasciato occasionali sbiaditi epigoni ma che ha segnato in maniera indelebile la storia della musica pop/rock/alternativa italiana.

Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici, Danilo Fatur
Felicitazioni! CCCP Fedeli alla linea 1984-2024
456 pagine
Interno 4 Edizioni
euro 37

giovedì, ottobre 12, 2023

Il Supergruppo

Alla fine degli anni Sessanta in Italia molti artisti lasciano gli anni beat e si evolvono verso il prog, altri abbandonano, altri ancora proseguono sui soliti sentieri portando avanti ad libitum il nostalgico repertorio di classici di successo della decade appena finita.

Nel 1969 si forma (un po' artificiosamente) uno dei primi "supergruppi" di sempre, sicuramente il primo in Italia: IL SUPERGRUPPO.

Ricky Gianco, cantautore di discreta fama, tra i prime mover della scena rock 'n' roll nostrana recluta alcuni nomi "eccellenti" della scena beat nostrana: Victor Sogliani dell'Equipe 84 (basso e voce), Mino Di Martino dei Giganti (chitarra e voce), Gianni Dall'Aglio dei Ribelli (batteria), Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik (chitarra e voce).

Il progetto durerà un anno, lasciando tre singoli, un album, una (sfortunata) partecipazione al Festival di Sanremo 1970 (accoppiati a Rocky Roberts) e scarso successo commericiale.

L'album (prodotto da Ricky Gianco) è di discreta fattura con quattro cover: "Vieni con noi" riprende "Day after day" degli Shango, "Bocca dolce" è la classicissima "Sugar sugar" degli Archies, "Uomini" la poco conosciuta "Melting Pot" dei Blue Mink e "Un caso di coscienza" di Riz Ortolani dall'omonimo film di Giovanni Grimaldi con Lando Buzzanca e la souleggiante "I'm gonna make you mine" di Lou Christie ("Hey hey cosa non farei").

Tra i brani autografi c'è l'arrembante beat dal portamento rhythmn and blues e dai tratti psichedelici di "Susa" (opera di Ricky Gianco), la strappalacrime "Accidenti" di impronta Procol Harum e la scanzonata "Uffa che barba" firmata da Franco Mussida dei I quelli, futuro PFM.
Chiude l'album la demenziale ma musicalmente interessante (tra bubblegum e beat) "Salviamo e blasamiamo".

L'album non è imperdibile, si muove tendenzialmente tra tardo beat, pop, bubblegum e palesa un'evidente scarsa coesione artistica, pur se permeata di tanto divertimento ma ha il valore di testimonianza (pur se con potenzialità inespresse).

ALBUM
1970: Il Supergruppo (Dischi Ricordi)

SINGOLI
1969: Ehi ehi cosa non farei/Bocca dolce (Dischi Ricordi)
1970: Accidenti/Salviamo e balsamiamo (Dischi Ricordi)
1970: Star con te è morir/Vieni con noi (Dischi Ricordi)

Festival di Sanremo 1970
https://www.youtube.com/watch?v=GF1vhAx3EzQ

Susa
https://www.youtube.com/watch?v=Sy7Qw63mTCQ

mercoledì, ottobre 11, 2023

Donato Zoppo - Lucio Battisti. Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale

Ho sempre apprezzato gli approfondimenti su dischi particolari, magari poco conosciuti o vicende scarsamente considerate.

Racconti che intrigano e appassionano, soprattutto quando sono scritti con la bravura di Donato Zoppo, esperto conoscitore dell'opera di Lucio Battisti di cui analizza un album "minore", quel "E già" del 1982, il primo dopo la fortunata partnership con Mogol, sostituito dalla moglie Grazia Letizia Veronese, indicata come Velezia.
Nel libro si solleva qualche dubbio sulla reale consistenza del suo contributo ma è uno dei tanti misteri del lavoro.

Zoppo esamina accuratamente il percorso compositivo che ha portato a questa svolta radicale, con un Battisti (affiancato da Greg Walsh) che si affida completamente all'elettronica, infatuato dalle suggestioni new wave che arrivano da Human League, Kraftwerk, Gary Numan, Buggles, Visage, il Joe Jackson di "Steppin out", Depeche Mode, Psychedelic Furs, Eurythmics e dal percorso solista di Peter Gabriel (con cui intesse rapporti londinesi).

Battisti aveva già sperimentato queste prospettive in "Immersione" dell'amico Adriano Pappalardo e ora inaugura la sua nuova stagione artistica con una sua opera, sperimentale, anomala, lontana dal classico profilo cantautorale.

Non entrerà tra i suoi migliori dischi ma è la porta per una nuova strada creativa che da "Don Giovanni" (1986) al conclusivo "Hegel" (1994) traccerà ben altri percorsi.

"Disco amato e odiato, mandato a memoria dai cultori ma rimosso dal grande pubblico a causa di questa collocazione ibrida."
(Donato Zoppo)

"E non sorprende, in fondo, che "E già" rimanga ancora oggi un disco per certi versi "dimenticato"; è imperfetto, claudicante, sghembo e merita senz'altro un'analisi attenta e documentata ma forse non proprio una rivalutazione.
Non è precismente un passo falso ma un paso di lato si.
Una pausa per riporendere fiato e disintossicarsi, ecco. Alla quale seguiranno nuove e sorprendenti avventure.

(Franco Zanetti dalla prefazione).

Donato Zoppo
Lucio Battisti. Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale
Pagine 134
Compagnia Editoriale Aliberti
euro 15.90

martedì, ottobre 10, 2023

Russia. Febbraio 2023 #3



L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.


Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

PARTE #3

Rientrato in albergo accendo la tv e faccio un po’ di addominali prima di cena.
Al telegiornale parlano solo di guerra, vorrei cambiare canale ma devo finire gli esercizi e così rimango bloccato sulla moquette mentre scorrono le immagini dei soldati inginocchiati nelle trincee scavate in qualche bosco del Donbass, le pareti fortificate con tronchi di abeti, le tettoie mezze sepolte dalla neve e dagli aghi di pino.
Il giornalista magnifica gli armamenti in dotazione all’esercito russo e in effetti i fucili sono lucidi e sottili, gli elmetti resistenti ed ergonomici, le attrezzature all’avanguardia ma a parte questo non c’è nessuna differenza con le foto della prima guerra mondiale che ho visto prima al museo.

Il modo di combattere non è cambiato rispetto al secolo scorso, ragazzi di vent’anni o poco più che si fronteggiano per settimane, mesi, in attesa che arrivi la primavera, il terreno si compatti e arrivi l’ordine di assaltare i fossati a pochi metri di distanza dove sono rannicchiati altri ragazzi di vent’anni, e parlano tutti la stessa lingua o quasi, riescono a guardarsi nell’iride azzurra prima di ammazzarsi.

Lunedì mattina mi sveglio che in tv mostrano intere città rase al suolo.
Quartieri ridotti in macerie, grattacieli accartocciati su sé stessi, cumuli di cemento sbriciolato.
Non siamo in Ucraina, nella notte c’è stato un terremoto fortissimo in Turchia, nella parte meridionale, pensare che ci sono passato l’altro ieri.
Per la verità l’epicentro del sisma è abbastanza distante dalla capitale ma adesso l’aeroporto principale è preso d’assalto da migliaia di persone che vogliono raggiungere le zone disastrate per dare una mano, altri non riescono a mettersi in contatto con amici e parenti e stanno andando a cercarli. Destini e casualità che passano e si intrecciano per lo stesso punto.

Dopo colazione passa a prendermi Ol’ga, una ragazza poco più giovane di me, sempre sorridente, gli occhi grandi e verdi sul viso pienotto, la fronte alta, i capelli lisci pettinati all’indietro.
Attraversiamo Mosca per raggiungere un cliente che ha la fabbrica a sud, in periferia. Non c’è tanto traffico, stanno tutti andando nella direzione opposta.
Passiamo accanto allo stadio dello Spartàk, una delle squadre di calcio della capitale, storicamente legata ai sindacati, che poi fai fatica a capire chi è che tutelava chi, da che cosa.
Stavano tutti dalla stessa parte, lo stato come unico datore di lavoro. Osservo la statua del gladiatore che dà il nome al club, un monumento in bronzo alto almeno venti metri, e ascolto le novità di Ol’ga. Probabilmente la figlia a settembre andrà a studiare in Cina, a Harbin, ma ancora non è deciso, la ragazza sta cercando di capire se ci sono i corsi di marketing che le interessano, forse sarebbe meglio fare il primo anno a Mosca, mettersi a posto con gli esami più difficili e poi andare all’estero.
Pensieri, decisioni da prendere.

“Una volta sceglievi la scuola vicino a casa ed eri a posto, adesso è un casino.” commento pensando ai miei figli.
Tempo pieno o mezza giornata alle elementari, indirizzo musicale o linguistico alle medie, a piedi o in auto.
E quella di matematica che forse va in pensione, la prof di inglese non è madrelingua, gli episodi di bullismo sui giornali, tanti stranieri in quell’istituto che non è per essere razzisti ma sai com’è, se non capiscono l’italiano poi la classe resta indietro col programma, vanno alle superiori che non sanno niente e sono penalizzati e all’università fan fatica senza il metodo di studio. Olga libera una risata cristallina, da massaia che le ha viste tutte e non ha neanche quarant’anni.

“Io ho studiato che c’era ancora l’Urss, avevo otto anni quando è crollato.”
“E ti rendevi conto di quello che succedeva?”
“Sì, certo. Prima non avevamo molto ma eravamo tutti uguali, non c’erano grandi differenze. Almeno dove stavo io, in provincia, fuori Mosca. Poi invece è diventato tutto più triste, più grigio. Non c’erano più i pionery, i boy-scout sovietici, bisognava pagare per qualsiasi cosa e i miei non ricevevano più lo stipendio.”


Dice che i genitori lavoravano in una fabbrica di batterie, per i camion o i trattori, roba così.
Era una fabbrica grande, più di cinquemila dipendenti e i suoi avevano passato lì tutta la loro vita, si erano conosciuti lì, non sapevano fare altro ed erano rimasti anche quando lo stabilimento era stato privatizzato. Ma non li pagavano quasi mai e se portavano a casa lo stipendio bastava sì e no una settimana, i prezzi erano schizzati.
“Per fortuna ci aiutava mia sorella.” dice con uno sguardo furbetto.
E ogni volta mi tocca chiedere, che non so se sia giusto o meno fare mille domande con il cellulare in mano e pigiare sul tastierino della sezione note mentre Ol’ga mi racconta le storie della sua famiglia. Forse ha capito e con un sorriso che nasconde un po’ di imbarazzo mi spiega: “Contrabbando. Biancheria, calze, collanine, shampoo, creme, tutto quello che qua non si trovava.”
La roba arrivava dalla Polonia. Sua sorella partiva, stava via delle settimane, poi tornava con le valigie, e i genitori le davano una mano a piazzare la merce.
“C’abbiamo vissuto per qualche anno con i saponi europei.”

Passiamo accanto a un cilindro gigante di metallo opacizzato, inclinato su un basamento di acciaio: lo Snežkom.
Una struttura dove si può sciare o andare in slittino tutto l’anno. Dicono che tra un po’ lo chiudono, troppo costosa la gestione.

“Come va per il resto?” domando sovrappensiero, tanto per dire qualcosa.
“Hanno preso mio marito.” dice con un filo di voce, quasi sussurrando.
“Eh?”
“Hanno arruolato mio marito.”
La guardo mentre scandisce lentamente le parole, senza sentimento, gli occhi fissi sulla strada.
Rispondo con un “Ah” con la bocca arrotondata, come certi angioletti di porcellana, col cero in mano. Non me l’aspettavo, ne avevamo parlato a settembre, l’ultima volta che ci eravamo visti, il rischio c’era ma il compagno va per i cinquanta, difficile lo richiamassero sotto le armi.
“Come stai?”
“Adesso ok ma i primi giorni è stato uno shock fortissimo. Piangevo e basta. Poi per fortuna la sua compagnia è rimasta in Russia, sono stati aggregati a un reparto medico, a Belgorod, al confine con l’Ucraina.”

Fuori non fa troppo freddo, le betulle spoglie con i rami sottili e bagnati ricordano quegli anziani che non si rassegnano al passare del tempo e vanno in giro con ciuffetti di capelli tinti di un marrone che in natura non esiste.
Ol’ga tira su con il naso e deglutisce, non saprei se per l’emozione o per via del riscaldamento, poi continua:
“Il giorno della mobilitazione ci siamo svegliati, abbiamo visto Putin che parlava alla tv mentre facevamo colazione. Poi mio marito è uscito per andare al lavoro, fuori dalla porta c’era uno in divisa, del distretto militare, gli ha subito dato la cartolina con la convocazione. Pensavo non lo avrei più rivisto.” Mi pare che gli occhi siano meno lucidi, la voce più ferma quando dice.
“Lui aiuta la gente, questo mi consola. Ci ho pensato. Siamo stati fortunati, c’è una ragazza che conosco, hanno chiamato anche suo marito e adesso sono due settimane che non riesce a mettersi in contatto con lui.

L’azienda dove abbiamo appuntamento non è male.
Né grande né piccola.
I capannoni sparpagliati per il territorio delimitato dalle lastre di lamiera ondulata, il gabbiotto del guardiano non puzza da cagnone e i corridoi che ci conducono agli uffici sono abbastanza luminosi.
Ci sediamo a un tavolo con una decina di persone. Troppe. Non è possibile che abbiano tutte lo stesso potere decisionale, lo stesso grado di interesse, lo stesso livello di attenzione. Alla fine si fa solo casino e non sai con chi devi parlare, guardi l’unico che ti sta a sentire e di solito è quello che non decide niente.

In questo caso è semplice, parla sempre e soltanto Marja, una tipa coi capelli corti, t-shirt e jeans che fanno mille pieghe e onde sui fianchi larghi. Ha tutta l’anda del maschio alfa, anche nel tono di voce, secco e perentorio.
Sembra che parli per far vedere chi è che comanda e chi è che sa realmente le cose. Anni fa mi sarei messo in competizione, per non essere da meno, gli incontri diventavano dei match di tecnicismi, due millimetri di regolazione, tre decimi di tolleranza, robe così.
Col tempo ho capito che non serve a niente, anzi, indispettisci e basta. Meglio fregarsene, cederle il trono e fare le mie precisazioni quando mi lascia spazio. Afferra le tavolette dei campioni quasi con ferocia, per ispezionarli, sempre nel dubbio che sotto sotto ci sia la fregatura.
“Ma è davvero roba fatta in Italia?”
“Sì quasi tutto, le cose che non ha senso produrre da noi, come viti e perni, le facciamo in Cina o a Taiwan. Ma quel piedino lì è prodotto in Italia. Occhio alla clip, che si rovina la manicure.” dico apposta, per provocare.
“Non ho nessuna manicure!” ribatte a muso duro.

Definiti i ruoli, andiamo avanti per un’ora con Marija che fa mille osservazioni e battute con quell’energia inesauribile dei bambini iperattivi che sfiancano genitori e insegnanti con domande inutili.
Mi viene il dubbio che abbia il disturbo dell'attenzione, grande entusiasmo e poi non si conclude un cazzo. Accanto a lei c’è una bionda con la frangetta dritta che pare appena uscita dal parrucchiere, ha un naso piegato su sé stesso e la pelle butterata ma si è messa in tiro per l’incontro di oggi, indossa un paio di calze scure e una minigonna bianca, come gli stivali.
Se ne sta zitta e osserva, ogni tanto scrive qualcosa su un’agenda e non reagisce quando Marija le dà una manata sulle cosce ghignando, cosa che capita con una certa frequenza.
Prima di andare via, Ol’ga insiste per fare un saluto al titolare, Dmitrij, un tizio sulla cinquantina, i capelli corti, pettinati all’indietro, e le sopracciglia increspate che gli danno un’aria minacciosa. Lo troviamo nel suo ufficio, uno stanzone di sessanta metri quadri con la scrivania in zebrano, quella superficie striata di nero e marrone chiaro che andava di moda a Dubai negli anni novanta.
Alle sue spalle c’è una libreria stracolma di stronzate. Statuette di guerrieri cinesi, pupazzetti di stoffa, bicchierini colorati, gagliardetti, sciarpe, vasetti di roba da mangiare ancora sigillati. Pare la cameretta di un sedicenne e invece qui ci lavora il titolare di una fabbrica da cinquecento dipendenti.

Ci fa accomodare, fa servire il tè e inizia a parlare, senza chiederci niente, è sottinteso che dobbiamo ascoltare e annuire. Ha lo sguardo autoritario, la pupilla spalancata ricorda un predatore alato, se non proprio un falco o un avvoltoio, quantomeno uno sparviero. Dice che in questo periodo hanno da fare, sono impegnati con i nuovi saloni dei concessionari d’auto cinesi, stanno rimpiazzando quelli occidentali che hanno chiuso.

Poi racconta che ha fatto costruire un centro sportivo vicino alla fabbrica e che tutti i dipendenti partecipano a gare e competizioni che organizza lui di persona.
Ecco il perché di tutte le coppe e gli scudetti sulle mensole della libreria. Vorrei domandargli se ha mai guardato Fantozzi.
Mi mostra il calendario, quasi tutti i fine settimana sono segnati in rosso, per via di qualche torneo cui mi invita a partecipare. Me lo chiede almeno tre volte, le prime due dico di sì senza battere ciglio, perché non ho ben capito cosa voglia, poi quando mi domanda se gioco a calcio, basket o se preferisco fare un po’ di corsa, inizio a ritrattare: “Eh, bisogna che vediamo, sono sempre in giro per lavoro, poi la famiglia, mia moglie… he he he.”
Mi guarda impassibile, col suo occhio da gabbiano e mi racconta di quando ha invitato a un torneo di calcio un suo amico dall’Italia, Giovanni di Ancona, un rappresentante di vernici, e gli ha detto: “Adesso tu vai in mezzo al campo, io ti presento come un arbitro internazionale e dici quattro fesserie in italiano.”
Fa l’imitazione di sé stesso, con grande dignità, e poi fa la voce di Giovanni: “Malto bene, lalalalala.”
E tutti, ovviamente sbalorditi, ci sono cascati.

A un certo punto interrompe la conversazione e ci invita a seguirlo.
Esce dalla stanza e si infila per una serie di corridoi, attraversa il magazzino, sale e scende per scale di legno e metallo che rimbombano a ogni passo, il pavimento in compensato del soppalco ondeggia come i tappetoni del jumping alle giostre. Ci fa entrare in uno sgabuzzino senza finestre, le pareti rivestite da mensole piene di stivali in feltro di lana, i valenki.
Un tizio col camice verde, da tecnico di laboratorio, ne illustra le caratteristiche: vanno benissimo per i mesi freddi ma occhio all’acqua e alla neve, in quel caso meglio usarli con le galosce.
Dmitrij regala a me e a Olga un paio di scarponi ciascuno, non è roba sua ma il titolare del valenkificio gli paga l’affitto e sono in confidenza. Li fa incartare mentre penso a chi è che posso sbolognarli, pesano uno sproposito, in valigia non mi stanno e anche se ci fosse posto col cazzo che in Italia vado a fare l’aperitivo con gli scarponi del nonno Vanja.

Mentre siamo lì, entra una ragazza accompagnata da un funzionario del ministero dell’economia, o almeno così si presenta, chiede come vanno le cose, vogliono capire come se la passano le aziende fuori Mosca, che sono tre in un loculo, un Commodore 64 appoggiato sopra una panca, dei quaderni a righe con i dati contabili scritti a penna e come fai a dire che quella è un’azienda.

Al termine dell’incontro Dmitrij ci accompagna all’uscita, prima di salutarci racconta una storia:
“Quelli lì, i politici, io li conosco.” dice con la bocca piegata verso il basso, “Una volta mi hanno invitato come osservatore a una riunione col ministro dello sviluppo. Erano là che dibattevano sulle difficoltà che hanno le aziende russe a fare export. E tutti dicevano le loro fesserie. A un certo punto ho chiesto di parlare, anche se non ero accreditato, e ho detto: ‘Fateci produrre e non rompeteci le balle con le vostre scartoffie!’ Mi hanno subito spento il microfono ma poi sono venuti tutti a stringermi la mano e a dirmi che avevo ragione, anche un tizio che era stato generale del KGB.” conclude compiaciuto.
E fai fatica a capire se sono balle, fanfaronate o se è davvero andata così ma sta di fatto che quello che da noi verrebbe preso come una macchietta, qua è rispettato o temuto. L’uomo forte al comando.

In macchina alla radio trasmettono Crazy Little Thing Called Love dei Queen, per strada ci sono montagnole di neve sporca un po’ ovunque, il fumo bianco e denso delle centrali idroelettriche offusca i grattacieli in acciaio e vetro.

Passiamo un attimo in ufficio, dove mi aspetta un altro venditore, Nikolaj, salgo nella sua Mercedes, andiamo a visitare un cliente, questa volta a nord. “Come va?”
“Bene, basta che la guerra finisca presto.” risponde tra due colpi di tosse, è uno dei pochi che non è ancora passato alle sigarette elettroniche.
“Non finisce presto.”
“Chiaro che no ma almeno voglio sperarci.” sentenzia con un tono di rimprovero.
Dice che il figlio non fa più il commesso nel negozio di abbigliamento, dopo la mobilitazione le vendite sono crollate e ha perso il posto, adesso vende tabacchi e alcolici all’ingrosso.
Ripete gli stessi discorsi che mi ha fatto sei mesi fa, quando siamo andati a Brjansk, qualche aggiornamento qua e là.
“La specoperacija viene portata avanti in maniera approssimativa.”
“Eh?”
“Dovrebbero far sul serio, andarci giù pesante, mi pare che vadano troppo per il sottile.”
Martella con ostinazione, quasi con rabbia, su ogni parola, poi però si fa più ottimista:
“La cosa buona è che da tutto questo la nostra economia ne uscirà più forte. Abbiamo risorse, materie prime, conoscenze e non riusciamo a produrre niente. Io credo che tra cinque anni staremo tutti meglio.”
“E guiderai un’auto russa.”
Sorride senza dire niente.
“Come la vedi tra la gente comune?”
“Tutto ok, a parte che muoiono persone come e te. Un conto è quando ci vanno quelli che lo fanno di mestiere, altra cosa quando ci va gente senza preparazione, che fino a un mese fa lavorava in ufficio e adesso è a far la guerra. E non si capisce cosa vogliano fare, fino a dove vogliano arrivare.”

“Ma tuo figlio, che ha poco più di vent’anni, cosa dice?”
“Cosa vuoi che dica? Sai come sono i ragazzi… Stanno tutto il giorno a guardare i blog, dove parla gente che non si sa chi sia, mostrano immagini che non si capisce cosa succede e dicono che noi abbiamo invaso una nazione e uccidiamo gente.”
“Mhhh.”
“Forse in questo c’è una parte di verità,” concede magnanimo, “ma bisogna dirgli che se non fossimo andati ci avrebbero messo i missili sotto casa.”
“Ma ci parli di queste cose?”
“Ormai non si parla d’altro!” risponde spazientito. “Lui è contrario a tutto quello che è violenza.”
“I suoi amici? Non sono patrioti?”
“Siamo tutti patrioti!” ruggisce di botto, per chiudere il discorso.
“Ok, tutti amano il proprio paese. Intendo dire, sono abbastanza patrioti da fare la guerra?”

Nikolaj muove le mani sopra il volante.
Per qualche istante pare stia seguendo un flusso, come se stesse dirigendo un’orchestra, poi gesticola in maniera nervosa, forse ha cambiato spartito. Col pollice della mano destra si rigira la fede nuziale, quasi volesse levarsela. Lo osservo tormentare il tondino e gli domando: “È sempre la stessa?”
Kolja ride rumorosamente, contento di pensare ad altro.
“Sì, è quella di Pjatigorsk. Mia moglie non se ne è mai accorta.”
“O non ti ha mai detto niente.”

Per un certo periodo, più o meno quindici anni fa, Nikolaj era stato messo a seguire le vendite in alcune regioni lontano da Mosca, tipo la Siberia e il Caucaso.
In quel periodo organizzammo nello stesso week-end dei seminari a Omsk e a Pjatigorsk, due città che distano tremila chilometri l’una dall’altra, come dire Budapest e Lisbona.

Una sera a Omsk, dopo il lavoro, ci ritrovammo in un palazzone che ospitava diversi locali. Partimmo con la cena a base di spiedini al ristorante al piano terra, poi guardammo una partita di calcio al pub bavarese al terzo piano e per concludere la serata ci spostammo nel loft, che ospitava una discoteca. All’ingresso incrociammo un energumeno rasato che si teneva il volto con le mani, si tastava dei bozzi sulle guance e sulla fronte, lo sguardo confuso e impaurito.
A pochi passi, un tizio basso con i pettorali scolpiti e la maglietta attillata discuteva nervosamente con una ragazza mora. Raccattate in fretta le loro giacche in pvc dal guardaroba, si dileguarono mentre noi stavamo pagando per entrare.
Il club era piccolino, ci saranno state una cinquantina di persone e non ballava nessuno. Il tempo di prendere un drink al bancone e la pista si era animata con una hit del 1992, All That She Wants degli Ace Of Base.
She Leads A Lonely Life.

Sembrava la scena della festa ne La banda del gobbo, il film con Tomas Millian.
Le tipe avevano le zazzere cotonate come certe badanti al parco nel giorno di riposo, si muovevano in orizzontale, da destra verso sinistra, con le braccia staccate dal corpo e le mani che puntavano in direzioni opposte, sculettavano in sincronia, quasi fosse un ballo di gruppo.
Qualche bisteccone in disparte ridacchiava o faceva gesti inconsulti. Nikolaj intanto girava attorno alla pista con una ghigna da furbacchione.
Lo vidi mentre si sfilava la fede dall’anulare e se la metteva in tasca, lo seguii con lo sguardo mentre agganciava una ragazza, neanche tanto bella, e le chiese di ballare con un invito formale, tutto impettito, come a un ricevimento di gala. La tipa si girò dall’altra parte senza rispondergli.
She’s going to get you
All that she wants is another baby
She’s gone tomorrow boy

v Con la mano infilata nella tasca dove aveva riposto l’anello si avvicinò ad altre due o tre tipe, alla fine una biondina tarchiatella accettò. Mentre ero intento a registrare i successi amorosi di Nikolaj, un bestione crollò di peso sulla sedia accanto alla mia rifilandomi una spallata da cento e rotti chili che a momenti mi fece finire per terra.
Per metterlo al suo posto, provai a restituire il favore, con la velleità di uno che pesava quaranta chili in meno. Il tizio chiese subito spiegazioni con sto vocione profondo e incazzato che pareva Shrek. Raggelato dai rischi di una discussione con uno grosso e sbronzo, presi a ripetere servilmente “Prošu proščenja. Ja – italianec.” “Chiedo scusa, sono italiano.” come se il fatto di essere straniero mi giustificasse dal cercar rogna senza potermelo permettere.
Udite le mie parole, l’orco si rallegrò teneramente e iniziò a biascicare cose incomprensibili finché non mi stampò un bacio sudaticcio sulla guancia.
E la gente pensa che in Russia vai a figa.

Assieme a noi c’era anche Vasja, il ragazzo di origine bielorussa che poi è diventato il nostro referente. Osservava perplesso le tipe che si trascinavano in pista quando un omone, da dietro, gli toccò i fianchi con la punta delle dita come a dire: “Levati dalle palle, cocco, che mi copri la visuale.”
Vasja è alto uno e novanta e pesa un quintale, da bambino era gracile e aveva subito le angherie dei suoi compagni finché la madre, stanca di vederselo tornare a casa ogni giorno che frignava, lo aveva iscritto a boxe, sport che ha praticato per quindici anni a buoni livelli. Avendo tirato un po’ di pugni in vita sua, Vasja aveva capito che non era il caso di prendersela, si fece un po’ perculare dal tizio e dai suoi amici e poi chiamò tutti a raccolta: “Ragazzi, meglio che cambiamo posto.”
v La serata terminò in un’altra discoteca, dove le coppiette danzavano avvinghiate sulle note di Nothing Else Matters, la ballata dei Metallica.

Il giorno dopo prendemmo due aerei per andare nel sud, a Pjatigorsk.
Nonostante l’hangover e la stanchezza eravamo tutti ancora su di giri, ridevamo per la nottata appena trascorsa e poi, anche se era settembre, si stava bene all’aperto, c’era un’altra luce e faceva ancora caldo rispetto alla Siberia. L’unico che non se la passava bene era Nikolaj, che pareva giù di morale, anche la cicatrice sulla guancia, rimediata da ragazzino in una rissa di strada, pareva imbronciata.
Messo alle strette, Kolja vuotò il sacco: non trovava più la fede nuziale. Nella tasca dove l’aveva riposta c’era un buco, l’anello aveva ceduto alle lusinghe della forza di gravità ed era rimasto in Siberia.

Io pensavo che la faccenda avrebbe avuto qualche strascico, quantomeno un litigio in famiglia o cose del genere, e invece si risolse il giorno dopo in pochi minuti.
Davanti al nostro hotel c’era un centro commerciale con le vetrate a specchio. Al secondo piano si trovava un negozietto, una specie di bigiotteria dove Nikolaj comprò per pochi rubli un anello uguale a quello che aveva infilato a sua moglie il giorno in cui, mentendo, le aveva giurato fedeltà eterna.
Non aveva iscrizioni e probabilmente non era nemmeno d’oro, fatto sta che a tremila e passa chilometri da dove aveva acquistato la fede qualche anno prima era riuscito a trovarne una copia, se non perfetta, almeno verosimile.

lunedì, ottobre 09, 2023

The Clash Buskers tour 1985

Riprendo l'articolo scritto per le pagine "Alias" de "Il Manifesto" sabato scorso.

Nel maggio 1985, ciò che restava dei Clash (Joe Strummer, Paul Simonon e i nuovi Pete Howard, Nick Sheppard e Vince White) decise di intraprendere un surreale e coraggioso tour (di fatto fu l'ultimo in Inghilterra) nelle strade delle città inglesi, senza alcun programmazione, in veste anonima, suonando strumenti acustici come i buskers e sopravvivendo dei soldi che avrebbero raccolto.

La band era ormai allo sbando completo dopo che Joe Strummer aveva deciso di estromettere dal gruppo il suo “gemello” Mick Jones in modo brusco e inaspettato “Io e Joe ne avevamo parlato Eravamo d'accordo: non ne potevamo più e volevamo andare avanti col lavoro anziché stare ad aspettare Mick e i suoi comodi.
Eravamo in sala prove quando Joe gli ha detto: "Vogliamo che tu te ne vada". Mick s'è girato verso di me e ha chiesto: "Tu che ne dici?". E io: "Be' sì... ". Penso che quello sia stato il colpo di grazia” (Paul Simonon).
Era toccato precedentemente al batterista Topper Headon, a causa della sua dipendenza dall'eroina che aveva reso insostenibile la sua presenza nella band, soprattutto nel momento in cui i Clash erano finalmente assurti alla celebrità mondiale e al successo commerciale con l'album “Combat Rock” che conteneva le due hit “Should I stay or should I go” e “Rock the Casbah” (quest'ultima composta in gran parte proprio da Topper).

La band non sopportò il peso del successo, con le canzoni in classifica e il tour americano in cui si trovò in festival a fianco di Who, Bowie, Van Halen davanti a più di 100.000 persone, litigando con chiunque per i prezzi dei biglietti e per il lusso sfrenato in cui si trovarono, loro malgrado, coinvolti.
Non di meno furono decisivi i pessimi rapporti tra Joe e Mick, l'invadenza del manager Bernie Rhodes e una situazione sempre più ingestibile.
Anche il sostituto di Topper, Terry Chimes (che aveva suonato nel primo album), preferì abbandonare la barca. Quando Joe Strummer e Paul Simonon si ritrovarono “soli” provarono a ricucire il vestito ormai logoro e a pezzi incidendo un nuovo album.
Il risultato fu “Cut the crap”, messo in circolazione dal manager ma costituito da demo incompleti, ancora da sviluppare e rifinire.
Ovviamente l'album fu accolto con sconcerto e pessimi pareri da pubblico e critica.

Proprio nel tentativo di ritornare a una dimensione più sincera, pura, vicina a quella degli esordi, senza imposizioni contrattuali, decisero di riprendere la strada come dilettanti qualunque. Lasciarono volutamente i portafogli a casa, fecero l'autostop per Nottingham e da lì partirono suonando dove capitava e vivendo alla giornata.
Repertorio a base di brani dei Clash (da “White man in Hammersmith Palais” a “Spanish bombs”, “White riot”, “Clash City Rockers”, “Police on my back”, “I fought the law” ), classici rock n roll di Gene Vincent, Chuck Berry, Eddie Cochran ma anche “Stepping stone” dei Monkees e tanto altro.

“Partimmo facendo l'autostop per Nottingham. Nessuna aspettativa, niente, solo tre chitarre acustiche, io che cantavo e Pete che suonava le bacchette sulle sedie. Andavamo nelle piazze e davanti ai supermarket fino a quando non raccoglievamo qualche spicciolo per la birra, un po' di cibo, i biglietti per i bus o i treni per spostarci in un'altra città. Non mi sono mai sentito così vicino al pubblico. E' assolutamente importante che gli artisti realizzino che non sono nulla di speciale.
L'artista non é migliore in nulla rispetto a chi lo va a vedere, bisogna impararlo.
La sindrome da star non è per niente interessante e assolutamente noiosa.
Il tour fu divertimento, quello che io chiamo divertimento. Mi ha dato una dimensione extra di quello di cui ho bisogno nella musica”
(Joe Strummer).

Le rare e imperfette registrazioni testimoniano l'immediatezza e l'urgenza delle esecuzioni, un vero e proprio, sincero e sentito, ritorno alle radici, accompagnati dalla partecipazione entusiasta dei presenti.
Dormirono in bed and breakfast da pochi soldi oppure ospitati dai fans (il più delle volte increduli nel trovarsi davanti a Joe e compagni).

Joe Strummer lo ha sempre descritto come "il miglior tour che abbiamo mai fatto".

Paul Simonon: "È stato come ricominciare da capo. È stato fantastico. L'idea era di lasciare tutto alle spalle tranne le chitarre. Non potevi portare soldi con te. Siamo sopravvissuti con il nostro ingegno. È stato emozionante come l'Anarchy tour, non sapevi mai dove saresti andato il giorno dopo. Ricordo che eravamo a Leeds, erano le 2 del mattino, ed eravamo fuori da questo club di neri e la gente usciva e ci apprezzava davvero.
C'erano due ragazzi bianchi ed erano scioccati che fossimo noi.
Dissero: "Dove state stanotte?". “Non stiamo da nessuna parte" e allora ci hanno invitato a stare dalla loro mamma.
I soldi che guadagnavamo suonando per strada significavano che potevamo andare oltre, non avevamo un piano su dove andare dopo. Non c'erano regole. Non dovevi essere sull'aereo tal dei tali alle dodici in punto”.


E' stato realizzato anche un breve documentario sul concerto che tennero a Glasgow al “Duke's bar” con la testimonianza di una ragazza che li ospitò a casa sua, con spezzoni di una registrazione della serata e rare foto d'epoca, “Joe Strummer slept here”.

Joe Strummer slept here.
https://www.youtube.com/watch?v=txZmfG2t3Eo

Quella sera si radunarono davanti al piccolo locale decine di persone che iniziarono a cantare in coro i brani dei Clash con conseguente intervento della polizia. Suonarono dal 2 al 17 maggio a Nottingham, alla stazione dei treni e in una serie di pub di Leeds, alla Leeds University poi in una piazza a York (ma solo 3 brani, tra cui "I fough the law" prima di essere scacciati dalla polizia) per poi rimediare in qualche pub, a Newcastle, a Edimburgo e a Glasgow.
Si dice, non confermato, di concerti anche a Carlisle, Liverpool e Birmingham.
A Leeds accadde un fatto "increscioso" mentre i Clash suonavano davanti all'Università dove a breve si sarebbero esibiti gli Alarm (band clone o quasi di Joe compagni).
Danbert Nobacon, membro della band anarchica filo Crass dei Chumbawamba spruzzò dello spray rosso sul giubbotto di Joe, in segno di protesta per "il tentativo di rifarsi una verginità e una credibilità punk, dopo essere stati in Usa tra champagne e cocaina".
Fu inseguito da una folla di fans inferociti ma riuscì a scappare.

Paul Simonon ha un ricordo particolare di un concerto a York: “Probabilmente uno dei migliori momenti del tour. Stavamo suonando davanti a una chiesa e improvvisamente incominciarono a radunarsi un sacco di persone, grazie al passaparola. E così attraversammo la città con duecento ragazzi e ragazze che cantavano in coro con noi i brani. Fino a quando arrivammo davanti a un pub, il cui proprietario ci disse che se volevamo suonare nel suo locale ci avrebbe dato le birre gratis. Eravamo tornati alle basi”. (Paul Simonon).

La notizia dei Clash in tour per le strade dell'Inghilterra finì sui giornali e nelle radio, con grande disappunto di Joe che avvertì come l'iniziativa stesse perdendo la spontaneità e lo spirito originale.
Le radio e i giornalisti locali quando venivano a sapere della presenza dei Clash in città si facevano in quattro per intervistarli. La cosa finì in breve e la band ritornò a casa.

“Eravamo coinvolti nel “fai un disco/vai in tour/fai un'intervista/fai quello/ fai questo.” Cercavamo una risposta, volevamo sapere se il rock 'n' roll significava qualcosa e quello fu un tentativo per scoprirlo” (Joe Strummer).

I Clash si sciolsero poco dopo e non tornarono mai più insieme, nonostante i rapporti si fossero riconsolidati.

Il ritorno alle radici fu uno degli ultimi atti della loro gloriosa storia.

venerdì, ottobre 06, 2023

Mods Mayday 79

E' stato ristampata dalla Radiation Records su vinile colorato in 300 copie la compilation "Mods Mayday 79" (già più volte ripubblicata, in particolare nel 2002 su doppio CD con tutto il concerto).

Il 7 maggio del 1979 si tenne uno dei principali atti di inizio del Mod Revival con il concerto alla Bridge House a Canning Town a Londra, chiamato successivamente Mods Mayday e immortalato nel settembre dello stesso anno nell’omonimo album (che grazie alla presenza dei Secret Affair arrivò alla Top 40).

Dalle 6.30 del pomeriggio alle 11 si esibirono Small Hours , Squire, Secret Affair, Beggar, The Mods e Merton Parkas (non inclusi originariamente nell’album di cui sopra se non nella successiva ristampa in CD e con due brani in latre ristampe).

Ad aprire erano previsti i Little Roosters che saltarono però il concerto, sostituiti dagli SQUIRE in cambio della strumentazione da condividere con gli altri.
La band di Anthony Meynell suonò 6 brani aprendo con “It’s a mod mod world”.
Da lì prese il via una buona carriera fatta di album sempre interessanti e piacevolmente beatleasiani.

A seguire con 5 brani i gallesi BEGGAR, già attivi da un paio di anni con un sound debitore a pub rock e rhythm and blues bianco.
Non durarono molto (sciolti già nel 1980).
Il cantante Bryn Gregory continuò su coordinate vagamente mod oriented con i Co Stars e poi con i The Breathers, il batterista Mike Slocome troverà maggior fortuna con Monochrome Set e Dream Academy.

Tre i brani riservati ai MODS, un buon gruppo che si sciolse quasi subito proseguendo chi con il nome Long Run prima, The Astrals poi, il cantante Mark Casson con i Catch 22.

Sei quelli per gli SMALL HOURS (che Gary Bushell di “Sounds” definì "Soul Meets Springsteen at the Grassroots of Mod" ) tra cui “Midnight to six” (non quella dei Pretty Things).
Nella band il bassista Kym Bradshaw poi con Lurkers, Saints e King e il batterista Iain Shedden, in arrivo dai favolosi Jolt, che poi si trasferì in Australia entrando nei Saints e diventando un rinomato giornalista musicali. Ci ha lasciati pochi anni fa.
Il cantante Neil Thompson divenne un importante filmaker con all'attivo numerosi video per importanti nomi come George Benson, Prince, Kim Wilde, Bananarama, Joan Armatrading, Terry Hall, Squeeze, Marvin Gaye, James Brown.

Sempre sei i brani anche per i MERTON PARKAS dei fratelli Talbot incluse le cover di “Tears of a clown” di Smokey Robinson.

Star della serata i SECRET AFFAIR (seguiti da un nutrito manipolo di Glory Boys ) che eseguirono 11 brani , buona parte dei quali tratti dal primo album “Glory boys” oltre a “My world” che sarà sul secondo, “Going to a go go” (ancora Smokey Robinson & the Miracles) e “Get ready” dei Temptations.
Due bis con “Time for action” e “Let your heart dance”.

L’album riproduce con discreta qualità l’atmosfera caldissima, urgente, spontanea ed elettrica della serata e documenta il via di uno dei fenomeni più particolari ed interessanti della fine degli anni 70: il (cosiddetto) Mod Revival.

In contemporanea uscirà l'esordio dei Merton Parkas, pochi mesi dopo quello dei Secret Affair e in successione Chords, Purple Hearts, Lambrettas etc.

giovedì, ottobre 05, 2023

Cassette Afghane

Da un articolo del Guardian:
https://www.theguardian.com/global-development/2023/sep/21/the-love-for-music-is-still-there-saving-afghan-music-heritage-taliban-crackdown-one-cassette-at-a-time gentilemente segnalatomi da Paul Musu, una storia molto particolare.

Mohammed Hasan Zamri fuggì dall'Afghanistan durante l'invasione sovietica e vi ritornò per alcuni anni dopo la fine della guerra. Se ne andò di nuovo nel 1996 e da allora gestisce un laboratorio di riparazione di registratori e televisori.

Ora abita a Peshawar in Pakistan e lavora al recupero di cassette (ne ha archiviate oltre 1000) rare e antiche cassette di musica afghana di vari generi, al fine di preservare una cultura musicale che i talebani stanno progressivamente cancellando, criminalizzando la musica e le arti.
A luglio hanno pubblicizzato un falò di strumenti musicali “illegali” sequestrati, ricordando agli afghani che la vendita di strumenti era un reato punibile.

“I talebani usano la religione solo come scusa per vietare la musica e dire che è haram, proibita, nell’Islam. Questo non è vero e fa parte della nostra cultura da secoli, ma i Talebani lo hanno messo al bando insensatamente” dice Zamri.

La collezione di cassette, disposte ordinatamente su una parete del suo negozio, comprende nastri di grandi musicisti afghani tra cui Munawar, Nashenas, Taj Mohammad e Haikal.

“L’amore per la musica c’è, ma i musicisti, la musica e l’arte sono banditi nell’Afghanistan talebano. Oggi abbiamo molti cantanti ma a causa del divieto non possono esibirsi. Sono fuggiti dall’Afghanistan”.

“Quelli erano i vecchi tempi d’oro e la generazione di oggi purtroppo non sa molto di quei giorni di musica – e le generazioni future non sapranno nulla”.

Purtroppo, dice, i suoi figli, come molti della generazione più giovane, hanno poco interesse per la musica.
“Queste canzoni parlano di quanto sia maligna la guerra e dell’importanza della pace. Naseema, Kashan, Benazir e Zarghona sono state le migliori cantanti che hanno dominato la musica afghana tre o quattro decenni fa. Ora, se non permettono agli uomini di cantare o creare musica, come potranno permetterlo alle donne?”

Quando i media locali hanno riportato i suoi tentativi di salvare cassette musicali afghane ha ricevuto sia minacce che messaggi di apprezzamento.

“Sono stato minacciato su Facebook da persone di interrompere il mio lavoro e di bruciare il mio negozio e che questo è contro l’Islam. Ma ci sono stati anche commenti positivi e di apprezzamento”.

Zamri teme che qualcuno possa bruciare il suo negozio e spesso gli viene chiesto perché ama così tanto le canzoni vecchie di decenni.

“Non capiscono.
O non hanno un'anima o un cervello per apprezzare la musica.
Alcune persone sono dipendenti dal fumo, alcune amano gli animali domestici e altre amano molte altre cose.
Sono dipendente dalla musica afgana. È il mio hobby e la mia passione”.

martedì, ottobre 03, 2023

Silvio Bernelli - Dopo il lampo bianco

In questa inquietante testimonianza degli accadimenti autobiografici a seguito di un gravissimo incidente occorsogli in Thailandia, Silvio Bernelli, scrittore, ex bassista di Declino e Indigesti, affronta il difficile rapporto con la sopravvivenza, una possibile morte imminente, giocata sul filo dei minuti.
Il cervello agisce in funzione "sopravvivente", ci difende dal baratro della disperazione, dal lasciarsi definitivamente andare.

Bernelli cita libri di sopravvissuti a tragedie in montagna o naufragi a supporto della sua esperienza.
"Desideravo soltanto che il sonno arrivasse. Sonno senza sogni. La realtà era un incubo, vieni, diceva. Era un buco nero, pozzo senza sofferenza, pozzo senza tempo. Come la morte. "
(Joe Simpson - alpinista inglese coinvolto in un incidente sulle Ande peruviane a 6.500 di altezza in una bufera - da "La morte sospesa").

Quando l'autore si rende conto che potrebbe non esserci più una via di salvezza cade nello sconforto e nell'auto abbandono.
"Avevo fatto quello che potevo. La consapevolezza della morte mi tranquillizzò. Il cervello fu finalmente sgombro dai pensieri contingenti...il processo di invecchiamento precoce era giunto allo stadio limite, oltre il quale si spalancava il nulla.
Ogni prospettiva si restrinse nel cubicolo scuro che si era impadronito del cervello.
Un luogo in cui la paranoia produceva pensieri di morte che avevano la consistenza dell'allucinazione e che la mia mente mostrava perfino di apprezzare".


Bernelli si salverà.
Anche la sua gamba ridotta in condizioni disperate non subirà una probabile amputazione.

Il racconto è una narrazione psicologica avvincente, dai tratti quasi thriller, scritto molto bene, appassionante e coinvolgente.

Silvio Bernelli
Dopo il lampo bianco
Agenzia X
2012
144 pagine
7 euro qui: https://www.agenziax.it/dopo-il-lampo-bianco

lunedì, ottobre 02, 2023

Russia. Febbraio 2023 #2



L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.


Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

La prima parte è stata pubblicata qui: https://tonyface.blogspot.com/2023/09/russia-febbraio-2023-1.html

PARTE #2

La domenica mi alzo verso ora di pranzo che è una bella giornata, per quanto possibile a Mosca in inverno.
Il sole è tiepido, i cumuli di neve nei cortili si sciolgono in rivoli di acqua e sporco che bagnano le strade.

Per il pomeriggio ho scelto di visitare il Museo di Storia Russa Moderna, che ha sede in un palazzo con la facciata in stile neoclassico in ulica Tverskaja, in pieno centro.
Per quasi un secolo questo edificio ha ospitato il Club Inglese di Mosca, un’associazione elitaria che radunava nobili, commercianti, finanzieri e industriali. Con l’avvento dei bolscevichi e la scomparsa dei capitalisti il circolo venne chiuso e nelle stesse sale fu inaugurato il Museo della Rivoluzione, rimasto in attività fino al 1998.

Il percorso espositivo parte dalla metà del diciannovesimo secolo, quando la popolazione all’interno dell’impero russo contava circa 75 milioni di abitanti, l’85% contadini, i nobili meno del 2%.
Agli inizi del 1900 la città più industrializzata era San Pietroburgo con 130.000 operai, a seguire Mosca, Lodz nell’attuale Polonia e Riga in Lettonia.
Sono piegato sopra un maxischermo interattivo a leggere dati e statistiche quando nella sala entra un gruppo di scolaretti, avranno sette o otto anni al massimo, sono accompagnati dalle madri, non c’è un padre che sia uno, l’unico maschio adulto è la guida, un ragazzo sulla trentina, vestito e pettinato come se si fosse appena alzato dal letto.
Al di là dell’aria da cantautore anni settanta, con la barba incolta, gli occhiali tondi e il maglione rosso infeltrito, il tizio ci sa fare, coinvolge i ragazzini con un sacco di domande, anche un po’ banali ma sempre buone per mantenere alta l’attenzione, sono tutti smaniosi di rispondere, alzano la mano, senza far tanto casino. Questo è quello che dovrei fare io quando parlo con i clienti: cercare un dialogo.
La lezione frontale, la presentazione senza pause, che non riesce ad appassionare l’interlocutore, rompe le balle.
Eppure, certe volte non ci sono alternative, ti trovi davanti uno che se ne sta zitto tutto il tempo, al massimo fa qualche mugugno, parli da solo e te ne esci dalla riunione con addosso una frustrazione che a momenti ti squaglia.

Seguo la scolaresca nella sala accanto, la guida si è piazzata davanti a un poster della guerra Russo-Nipponica del 1905, oltre 120.000 morti in pochi mesi, in buona parte giapponesi. Invita i ragazzini a osservare le figure disegnate sul manifesto.
Sulla sinistra, in corrispondenza della costa orientale russa, è seduto un soldato con il volto gioviale e la barba folta, il colbacco di pelo e la giubba rossa.
Stringe un cannone sotto il braccio. Dall’altra parte, sulla destra, sono ritratti in scala ridotta due uomini vestiti secondo la moda occidentale, uno di questi solleva un ometto in uniforme e con gli occhi a mandorla.
Il ragazzo si rivolge ai bambini, parla lentamente, la voce nitida:
“Ecco, vedete, davanti al russo c’è un giapponese, piccolino, e chi è che sta dietro di lui, chi è che lo tiene in braccio?”
I bambini esitano, osservano, bisbigliano cose indistinte.
“Come sono vestiti quei due signori? Uno porta il cilindro, indossa una giacca lunga.” li incalza la guida, “Quello dietro fuma la pipa e si tiene le mani in tasca. E qual è quella città dove si va in giro tutti eleganti, col cilindro e la pipa in bocca?” domanda infine con un tono impostato, teatrale.
I ragazzini e le mamme rispondono in coro, eccitati: “Londra!”
“Giusto! C’erano gli inglesi e gli americani dietro al Giappone, vedete?”
Si alza un mormorio di soddisfazione, il gruppetto prosegue verso un’altra sala.

Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale, soltanto in Russia si contano quattordici milioni di mobilitati e quasi due milioni di morti.
Nell’area dedicata alla Rivoluzione del 1917, c’è una registrazione con la voce di Lenin che arringa la folla, il tono solenne e cadenzato di uno scolaretto che recita una poesia davanti a tutta la classe.
Con i bolscevichi al potere, la Russia ritira le proprie truppe dal conflitto ancora in corso e per i cinque anni successivi è dilaniata dalla guerra civile.
Alla fine i comunisti avranno la meglio sui controrivoluzionari.

Se all’inizio della mostra troviamo un po’ di sciabole, un paio di revolver e qualche schioppo della guerra russo-turca, man mano che si avanza nel processo di sviluppo e modernizzazione, le armi diventano più sofisticate e imponenti, cannoncini, pistole automatiche e mitragliatrici occupano un sacco di spazio nelle sale di inizio novecento.
Il potenziamento della tecnologia in campo militare è uno dei fattori che porta allo scoppio della seconda guerra mondiale o Grande Guerra Patriottica, come viene chiamata in Russia.
Alla fine del conflitto, soltanto nell’Urss si contano oltre ventisei milioni di morti.

L’area riservata alle mostre temporanee è dedicata alla battaglia di Stalingrado, un evento che ormai ha assunto i contorni della leggenda e di cui in questi giorni si celebra l’ottantesimo anniversario. Tre mesi di combattimenti, oltre un milione di vittime e una città annientata incarnano uno dei simboli della vittoria dei sovietici sui nazisti e in questo periodo di ricorrenze, il paragone con la cittadina di Bakhmut, nel Donbass, è sempre presente, sia da noi che da loro.
Prima della guerra ci abitavano poco più di 70.000 persone, per oltre novant’anni era stata indicata nelle mappe come Artemovsk, finché nel 2016, in seguito al processo di de-comunistizzazione avviato dal presidente Porošenko, aveva ripreso il nome originario, legato al fiume Bakhmutka, che attraversa la città.
Nei tg russi viene ancora chiamata Artemovsk, le riprese mostrano le facciate sventrate e annerite di quegli edifici che non sono collassati del tutto, e a parte la qualità del girato e la parvenza di qualche colore che non sia il nero o il grigio, sembra proprio di vedere Stalingrado alla fine della guerra: macerie, detriti, fumo nero e una manciata di muri portanti che hanno resistito alle cannonate.

Nelle sale che documentano la perestrojka, il periodo delle riforme economiche e sociali a metà degli anni ottanta, c’è una musica drammatica in sottofondo, carica di echi tragici, dolorosi. Foto e video proiettati trasmettono disagio, incertezza, come nei nostri documentari sugli anni di piombo.
Stessa atmosfera di dolore e smarrimento nella sezione che ripercorre gli ultimi anni dell’Unione Sovietica.
Tanti reperti, striscioni, vestiti sporchi e filmati un po’ sgranati per documentare il tentato golpe nell’agosto del 1991, quando una parte dell’esercito e del KGB cercò di deporre Gorbacёv e di attaccare il parlamento con i carri armati.
Il progetto eversivo trovò l’opposizione della gente comune, nelle principali città furono indetti scioperi, un po’ ovunque nacquero manifestazioni spontanee di protesta, attorno alla Casa Bianca vennero erette barricate per ostacolare l’assalto dei blindati. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, mentre le truppe erano pronte ad attaccare il parlamento, ci furono morti e feriti tra i civili.

Alla fine la rivolta rientrò, nessuno volle assumersi la responsabilità di un bagno di sangue, i golpisti furono arrestati. Il 24 agosto Michail Gorbačёv si dimise da segretario del PCUS. La fine della sua carriera politica rafforzò quella di Boris El’cin, neo-eletto presidente della Federazione Russa. Pochi mesi dopo venne sancito lo scioglimento dell’Urss che inaugurò una fase di transizione verso il capitalismo e la democrazia, un decennio di instabilità sociale ed economica. C’è una bacheca in cui sono raccolti cioccolatini, giocattoli, conserve e vestiti inviati dai paesi europei, beni di prima necessità che nel 1991 a Mosca e nel resto del paese scarseggiavano.
Sono passati più di trent’anni e l’incubo di quel periodo è sempre vivo, ancora oggi, per il russo medio, la paura più grande è che il paese cada nel caos.

domenica, ottobre 01, 2023

Classic Rock

Nel nuovo numero di CLASSIC ROCK mi dedico a una lunga recensione del box degli WHO "Who's Next / Lifehouse", all'album di Battista e ai libri "Some new kind of kick" di Kid Congo Powers e "Quel giorno Dio era malato" di Marino Severini e Alberto Sebastiani.
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