martedì, ottobre 16, 2018

The Noonday Underground di Tom Wolfe



"The Noonday Underground" è un breve racconto del saggista e scrittore TOM WOLFE, pubblicato originariamente come articolo e raccolto poi con altri nel 1968 nel libro "The Pump House Gang".

Racconta delle pause pranzo al "Tiles", locale di Oxford Street (numero 79), in cui a metà 60's numerosi gruppi di mods si riunivano per ballare un'oretta con "ragazzi di 15 anni vestiti meglio di chiunque altro nel loro ufficio".

Giovani ragazzi che hanno scelto "The Life":
"Questi giovani hanno scelto un modo per uscire totalmente dal convenzionale sistema lavorativo classista scegliendo un mondo sotto il loro diretto controllo.
Quasi tutti hanno lasciato la scuola a 15 anni, migliaia di questi giovani MODS se ne sono andati da casa, perfino le ragazze, per vivere nei flat a Londra (che dividono in tre o quattro) tra Leicester Square, Charig Cross, Charlotte Street.
Spendono i loro soldi che guadagnano lavorando più o meno precariamente in vestiti, dischi, serate in discoteca, affitto e (scarso) cibo"
.

"Passano tutto il giorno e tutta la notte e tutti possono partecipare alla Total Life è il momento in cui tutti possono davvero vivere completamente, tutto il giorno, in un mondo ddi STILE MOD, intriso di musica, adattato, capovolto, scorticato, infuocato, vivendo un ruolo piuttosto che un lavoro.
L'intera idea di classe operaia o classe o di quella classe sarà irrilevante".

lunedì, ottobre 15, 2018

Edoardo Genzolini – The Who. A million little memories



Difficile trovare ancora qualcosa di nuovo da dire su una band come gli WHO, ampiamente coperta da pubblicazioni e articoli di tutti i tipi.

Ci riesce Edoardo Genzolini, cristallizzando l'attenzione sul periodo più creativo della band, il suo apice assoluto, quello che va dal 1967 al 1974 (per poi arrivare alla morte di Keith Moon nel 1978).

Oltre ad un'analisi molto accurata e precisa delle vicende e degli aspetti tecnici e creativi di quegli anni, si aggiungono decine di testimonianze di chi li vide (e conobbe) in quel periodo e scatti inediti di concerti e backstage.
Il tutto condito da aneddoti particolarissimi (il concerto a Woodstock, la lenta e difficoltosa scalata al pubblico americano, il concerto con i Led Zeppelin e tanto altro).

Da cui emerge anche quanto la band fosse vicina al suo pubblico, sempre disponibili con i fan.
Per ogni amante degli Who un libro imperdibile ma anche una lettura importante per consegnarci uno spaccato di un'epoca mai troppo abbastanza esplorata.

sabato, ottobre 13, 2018

Gil, Libertà, Radiocoop



Domani a PIACENZA alla Libreria Fahrenheit di via Legnano (vicino a Piazza Duomo) alle ore 18, prese tazione del libro su GIL SCOTT HERON.
Al mio fianco Fabrizio Frabetti eseguirà alcuni brani di Gil e Rita Lilith Oberti ne leggerà i testi.



Domani sul quotidiano di Piacenza LIBERTA' nell'inserto "Portfolio" diretto da Maurizio Pilotti nella rubrica "La Musica Ribelle" parlo di Loredana Bertè, la Chiesa di John Coltrane e i dischi di Francesco Paladino e Statale 45.
Nella foto il numero precedente.



Sul sito di RadioCoop (www.radiocoop.it) ogni lunedì va in onda il TG musicale "3 minuti con RadioCoop" condotto da me, Carlo Maffini e Paolo Muzio.

venerdì, ottobre 12, 2018

Il jazz in Inghilterra negli anni 40



Attraverso alcuni cenni storici andremo alla ricerca dei semi e delle radici del MODernismo, dal dopo guerra alla metà degli anni 50.
Le precedenti puntate qui: http://tonyface.blogspot.com/search/label/Le%20radici%20del%20Modernismo

L'Inghilterra aveva già goduto, negli anni 30, di una serie di visite, seppur sporadiche, da parte di stelle del jazz americano, da Louis Armstrong a Duke Ellington, Coleman Hawkins, Art Tatum e Fats Waller influenzando una serie di musicisti locali, in particolare Nat Gonnella che con i suoi Georgians incominciò a costruirsi una solida reputazione (anche se i primi concerti jazz con musicisti americani risalgono addirittura al 1919 grazie all'Original Dixieland Jazz Band e alla Southern Syncopated Orchestra, band di soli neri).

Nel 1935 il governo inglese mise il bando ai concerti di artisti americani (con l'eccezione di Glenn Miller che riuscì ad aggirare il veto facendo passare il suo show come spettacolo di cabaret e di qualche nome minore) privando, da una parte, i giovani inglesi di poter usufruire di spettacoli di prima qualità ma, allo stesso tempo, incentivando la nascita di realtà autoctone (sarà tolto solo 21 anni dopo, nel 1956!).

E' sempre negli anni 30, precisamente nel luglio del 1933 che nasce a Regent Street il primo British Rhythm Club che divennero in breve tempo una novantina sparsi in tutto il Regno Unito con due riviste specializzate, “Swing Music” e "Hot News and Rhythm Record Review” dedicate al nuovo fenomeno musicale.

Locali piuttosto lontani dal gusto attuale visto che il trombonista Eddie Harvey li ricorda come “luoghi in cui la gente si sedeva per terra in religioso silenzio per ascoltare le ultime novità swing jazz nello stesso modo in cui si assisteva ad un concerto di musica classica”.
Stesso trattamento ricevevano i primi gruppi locali che incominciarono ad imitare lo stile dei dischi.

Negli anni 40 con l'arrivo dei soldati americani lo Swing prese sempre più piede e nomi come Glenn Miller, Benny Goodman e Artie Shaw erano tra i più seguiti tra gli amanti del jazz.
Ma incominciarono ad arrivare anche i dischi di Dizzy Gillespie e Charlie Parker ovvero di Be Bop, nuova forma musicale più veloce, nervosa, innovativa, che portò con sé anche lo stile estetico ed etico dei Boppers, antitetico al gusto tradizionale.

giovedì, ottobre 11, 2018

Christian Cavaciuti - BlowJim



Melanie Walcott aveva conosciuto Jim Morrison in un modo un po' "particolare", su un palco di un concerto dei Doors (vedi riferimento nel titolo).
Se lo ritrova venticinque anni dopo a Parigi, mentre è alle prese con l'improvvisa morte del suo amico/assistito ex wrestler Andrè the Giant.

Ne nasce una storia nebulosa, appassionante, intrigante, divertente che si conclude con una (doppia) sorpresa che risolve brillantemente il libro.

Scritto bene, godibile, nonostante qualche caduta di tono che non lascia però tracce, spazzata via da un finale clamoroso.

mercoledì, ottobre 10, 2018

Il caso D’Oliveira



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
I precedenti post qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/50%20anni%20dal%201968

A CURA di ALBERTO GALLETTI

Quando, a fine agosto 1968, il comitato dei selezionatori divulgò le convocazioni per la nazionale inglese di cricket che si sarebbe recata in tour in Sud Africa nell’inverno successivo, un’ ondata di indignazione scosse il paese dalle fondamenta. Lunghi mesi di mezze ammissioni, mezze bugie, grosse bugie, rassicurazioni di facciata e trame dietro le quinte culminarono nell’esclusione di Basil D’Oliveira dal tour, un’esclusione che in tanti forse si aspettavano, ma che nessuno davvero aveva creduto possibile.
Cosa scatenò questa reazione nel pubblico inglese?

Basil D’Oliveira era nato a Città del Capo da una famiglia di origini indiano-portoghesi che, al tempo, lo definiva razzialmente come Cape coloured. Matto per il cricket fin da bambino cominciò per strada quando ancora per i non bianchi giocare sulla pubblica via era proibito pena l’arresto. Il padre lo iscrisse al proprio club dove Basil cominciò a giocare seriamente e a mettersi in luce.
Diventò uno dei giocatori non-bianchi più promettenti, ma gli fu presto chiaro che il regime razzista sudafricano gli avrebbe sbarrato la strada verso i massimi livelli: il cricket, così come il rugby e tutto il resto, al massimo livello, era riservato ai bianchi.
Lui comunque era deciso a riuscire e non si perse d’animo. Si fece coraggio e scrisse a John Arlott in Inghilterra spigando il suo caso e quanto fosse deciso a diventare un giocatore professionista.

John Arlott è stato il più grande commentatore e scrittore di cricket che la storia ricordi, poeta mancato, dotato di uno stile inimitabile che suscitava ammirazione tra il pubblico e invidia tra i colleghi, ed era a quel tempo, fine anni 50, un’autorità.
Fu anche giornalista del Guardian e soprattutto, riguardo la richiesta d’aiuto di D’Oliveira, un forte oppositore dell’apartheid. Il Sud Africa era il posto preferito per i privilegiati del MCC dove andare in tour.
Clima perfetto, ospitalità favolosa da parte della comunità bianca, nei quali circoli venivano introdotti ed ospitati con massimo sfarzo, avversari di grande livello ma senza l’antipatica aggressività degli australiani.
Il sentimento era ovviamente ricambiato.
Arlott c’era stato nel 1948/49 aveva goduto di quella splendida ospitalità, ma aveva assistito, inorridito, al pestaggio di un uomo di colore per strada, apparentemente senza motivo
. Sgomento, trovò molto difficile rientrare in quelle sfarzose case e continuare ad essere ospite di chi viveva così agiatamente e permetteva che si verificassero tali orrori. Chiese di essere portato a visitare alcune township dove viveva la gente di colore: rimase sconvolto. Nel 1950 condannò apertamente il regime sudafricano durante una radiocronaca della BBC e in seguito si rifiutò di commentare partite in cui giocava il Sud Africa. Raccolse l’appello di D’Oliveira e cominciò con lui una corrispondenza epistolare, dichiarando il proprio impegno e di aver preso a cuore il suo caso. Sfortunatamente però ogni missiva dall’Inghilterra si chiudeva sempre allo stesso modo: Arlott si diceva tremendamente spiaciuto ma ancora non era riuscito a trovargli una squadra. E in effetti era difficile convincere qualcuno ad ingaggiare un giocatore sudafricano sconosciuto, non più giovane, le cui medie in battuta e al lancio, benché di tutto rispetto, non potevano essere verificate, che non aveva mai giocato first-class cricket, non per colpa sua ovviamente e completamente a digiuno di esperienza sugli umidi wickets inglesi.

Dopo quasi tre anni di tentativi finalmente, grazie all’aiuto del collega John Kay, Arlott scrisse a D’Oliveira che c’era un contratto per lui con il Middleton Cricket Club che faceva la Central Lancashire League, ingaggio 450 sterline a stagione,
buono.
Entusiasta, D’Oliveira accettò.
L’entusiasmo si smorzò non appena scoprì che il viaggio aereo per l’Inghilterra ne sarebbe costate 200.
La comunità nera di Signal Hill si mobilitò per raccogliere i fondi necessari a coprire il costo del viaggio. Parecchi non aiutarono, protestando che il ragazzo non sapesse stare al proprio posto e ironicamente fu fondamentale l’aiuto di Gerald Innes, un giocatore bianco, ex-nazionale, che riuscì ad aggirare le leggi dell’apartheid e organizzare una partita con la quale raccolse £150 che pagarono il viaggio quasi per intero.

L’arrivo in Inghilterra fu traumatico, forse più in positivo che in negativo:
Al suo arrivo ad Heathrow scoprì, dopo averla cercata a lungo, che non esisteva l’uscita riservata ai non-bianchi. Fu inoltre sorpreso dal trattamento riservato in Inghilterra alla gente di colore, normale, pur se con le limitazioni dell’epoca. In particolare, ricordando i tempi del suo arrivo, non mancò mai di sottolineare come, non solo poteva entrare in qualsiasi ristorante o locale frequentato da bianchi, ma addirittura sedersi al tavolo con loro, parlarci e venir servito da camerieri bianchi!

In campo le cose si misero subito bene. D’Oliveira, battitore destro, segnò 3.770 runs per il Middleton CC in 157 partite con una media di 24,96, non eccezionale ma buona. Si distinse anche al lancio e dopo quattro stagioni, nel 1964, arrivò finalmente la chiamata del Worcestershire County Cricket Club, una delle 20 squadre del campionato inglese. Nello stesso anno chiese, ed ottenne, la cittadinanza britannica. D’Oliveira si impose anche al massimo livello, e nel 1966 alla bella età di 35 anni arrivò la chiamata dell’Inghilterra.

C’era riuscito!

Un ragazzo, ormai adulto, di colore dai sobborghi di Città del Capo era riuscito ad arrivare al massimo livello nel cricket, non nel nativo Sud Africa bloccato dall’ apartheid ma nella patria di adozione. Debuttò nel 2° Test contro le West Indies, un buon debutto: 27 in battuta e 1-24 e 1-46 al lancio.
Nel 3° Test andò meglio: 76 e 54 in battuta e 2-51 e 2-77 al lancio, che non evitarono però la sconfitta. Fu convocato anche per il 4° test dove segnò 88 not-out vendendo cara la pelle ma non fu sufficiente ad evitare una sconfitta catastrofica per un innings e 55 runs.
Un’escalation.
Escalation che continuò nel 1967 contro India, dove mise a segno il suo primo century in Test Cricket (109), e Pakistan.
Convocato per il tour invernale delle West Indies, le cose non andarono bene, i Sudafricani, che lo tenevano d’occhio speravano che il brutto momento continuasse . Il primo ministro Vorster era ad ogni modo convinto che gli inglesi lo avrebbero comunque convocato per il tour del 1968/69 ed era fermamente intenzionato a non autorizzare l’ingresso nel paese di D’Oliveira e di una squadra che non fosse costituita esclusivamente da bianchi.
L’MCC , nonostante fosse imbottito di membri dell’Estabilishment britannico, evitava di prendere posizioni politiche, suo unico interesse era il cricket e, in virtù di questo, voleva il che il tour procedesse. Tanti però a St. John’s Wood sapevano che ci sarebbero stati problemi, inoltre si volevano mantenere i tradizionali rapporti con gli amici sudafricani, risalenti all’epoca pre-apartheid.
Il Club si trovò quindi in una situazione quanto mai scomoda. Dopo aver inviato una lettera alla federazione sudafricana sulla questione, che non ebbe risposta, incaricò quello che era al tempo uno dei suoi membri più autorevoli a trovare una soluzione diplomatica alla questione. Sir Alec Douglas-Home, già Primo Ministro e Ministro degli Esteri conservatore e ora Ministro degli Esteri del governo ombra, aveva appena terminato il suo mandato di Presidente del MCC e acconsentì ad incontrare Vorster durante una visita di stato in Rhodesia e Sud Africa. Ne nacque un pastrocchio madornale.

Durante il suo incontro con Vorster, Douglas-Home discusse della questione D’Oliveira, ma non riuscì a strappare al primo ministro sudafricano una risposta affermativa. La risposta, alquanto ambigua fu di non chiedere esplicitamente se D’Oliveira potesse o no andare in Sud Africa con l’MCC, ma che probabilmente il governo sudafricano non avrebbe protestato. Al suo ritorno in Inghilterra, Sir Alec, rassicurò l’MCC di aver discusso la questione e di non creare un problema che per il momento non esisteva, poi, la risposta alla lettera inviata alla federazione sudafricana arrivò. Fu consegnata, subdolamente a mano, da Jack Cheetham, ex-capitano sudafricano e ora vice-presidente federale a Gubby Allen potentissimo tesoriere del MCC, ex presidente del Club, ex capitano dell’Inghilterra e suo vecchio amico. Allen mostrò la lettera al segretario del MCC Billy Griffith.
Il contenuto non lasciava dubbi: “non ci sarà nessun tour con D’Oliveira in squadra”.

I due non informarono il consiglio direttivo del club, per paura di svelare le reali intenzioni di Vorster e che il tour venisse cancellato, quindi congedarono Cheetham dicendogli che l’MCC avrebbe fatto tutto il possibile affinchè il tour si sarebbe svolto.
Ignorando tutto questo, il Consiglio Direttivo del MCC si ritenne soddisfatto e fece scivolare la questione sotto coperta mentre la stagione 1968 prendeva il via.
Anche all’interno del MCC alcuni, tra cui Allen e Griffith, speravano che il calo di forma di D’Oliveira continuasse durante l’estate di modo che una non convocazione sulla base dei risultati sarebbe stata inoppugnabile e nessuno avrebbe avuto niente da ridire.
Le trame sudafricane continuarono e poco dopo Vorster riuscì a contattare un membro del Consiglio del MCC, Lord Cobham, a cui svelò le sue reali intenzioni. Anche Cobham voleva che il tour procedesse e, sapendo che il Consiglio avrebbe votato contro il tour senza D’Oliveira, ne informò solamente un membro, la cui identità non fu mai svelata (Gubby Allen?), tramite lettera privata. Quindi ora erano in quattro a sapere: Cobham, Allen, Griffith più il Presidente del MCC Gilligan.

Intanto la stagione entrava nel vivo e dai primi di giugno gli australiani erano in Inghilterra con gli Ashes da mettere in palio su una serie di cinque Test Match. Giunti a fine agosto, dopo quattro test, gli ospiti erano in vantaggio 1-0. D’Oliveira aveva giocato il primo, nonostante il suo 87 not-out nel secondo innings, non fu più chiamato per i test successivi.
Deludente al lancio, dissero i selezionatori. Cercano la scusa per non portarlo in Sud Africa ribatterono i maligni.
Ora però con solo la vittoria a disposizione per riuscire a pareggiare la serie, i selezionatori lo richiamarono.

Il quinto Test cominciò la mattina del 22 agosto, l’Inghilterra vinse il toss ed entrò in battuta.
Le cose andarono discretamente fino al pomeriggio quando dopo l’eliminazione di Graveney toccò a D’Oliveira scendere in battuta con il punteggio attestato a 238-4 e la partita in delicato equilibrio
. Il nostro si trovava dunque a dover battere al meglio, senza commettere errori e a dover segnare molti punti per traghettare l’Inghilterra in una posizione ideale per cercare la vittoria.
L’inizio fu lento, tesissimo, la pressione sulle sue spalle enorme.
Al termine del primo giorno, comunque, D’Oliveira era ancora dentro, il suo punteggio 23 ottenuto in maniera assai prudente.

Il mattino seguente cominciò ancora prudentemente, rischiò di essere eliminato a 31, ma il keeper australiano mancò un catch facilissimo. Lo spavento lo scosse, si mise a giocare in modo più sciolto e raggiunse quota 50 (‘well played - gli disse l’arbitro - questa tua prova causerà parecchi problemi’).
Proseguirà raggiungendo i 100 prima di essere eliminato per 158, un punteggio individuale straordinario, indirizzando il Test verso la vittoria inglese. La sua uscita dal campo fu salutata da una standing ovation lunghissima.
A detta di molti uno dei più grandi innings mai giocati fino ad allora considerando la situazione della partita e l’incredibile pressione esterna al quale il giocatore era sottoposto. L’Inghilterra vinse, al lancio di D’Oliveira non fu un granchè ma nessuno nutriva dubbi ormai sulla sua convocazione per il tour in Sud Africa. Qualcuno però stava osservando. Vorster aveva un emissario presente all’Oval che contattò il presidente del Surrey CCC, nel cui campo si stava giocando il Test e molto vicino a due dei sei selezionatori inglesi dicendogli chiaramente che se, sulla base della prestazione di oggi D’Oliveira sarà convocato il Tour verrà cancellato dalle autorità sudafricane. A fine partita Doug Insole, presidenti dei selezionatori inglesi e probabilmente una delle due talpe di Vorster all’interno del MCC , chiese a D’Oliveira, con l’intento di scoraggiarlo, se fosse stato disponibile ad andare in Sud Africa quell’inverno, la stessa cosa fece Colin Cowdrey, suo capitano, mettendo l’attenzione sulla pressione che avrebbe dovuto fronteggiare. Basil rispose si ad entrambi, e se ne andò con la convinzione che sarebbe stato sicuramente convocato.

Il pomeriggio del 27 agosto, dopo una riunione fiume di sei ore, i selezionatori inglesi diramarono le convocazioni per il Tour del Sud Africa dell’inverno 1968/69: il nome più atteso, Basil D’Oliveira, non c’era.
La giustificazione fu che la scelta era stata fatta considerando solo il cricket e che, nell’ultimo anno, D’Oliveira era andato male al lancio e che quindi il posto di all-rounder (cioè uno che lancia e batte bene), andava a Ken Barrington.
In pochi ci credettero.

La riunione del comitato dei selezionatori fu però anomala per non dir strana, molto strana. Erano presenti almeno dieci persone, se non dodici, invece dei soli sei selezionatori più eventualmente il Presidente del MCC, due dei quali: Insole e Griffith probabilmente talpe di Vorster ben decise a mettere pressione sulla non convocazione.
Ma soprattutto Gubby Allen che, sebbene non simpatizzasse apertamente per l’apartheid, non fece mistero che vedeva D’Oliveira come un ostacolo al tour, cosa che gli interessava più di ogni altra. I verbali dell’assemblea presentano omissis in vari punti.

L’Inghilterra, sportiva e non, fu travolta da un ondata di indignazione. L’opinione pubblica si divise: da un lato, in minoranza chi giustificava l’omissione accettando il verdetto sportivo, dall’altra i più che accusavano apertamente l’MCC di condividere la politica razzista di Vorster e del suo paese.
Ci fu una spaccatura anche all’interno del MCC dove il Reverendo D.S. Sheppard, ex-capitano inglese e arcivescovo di Woolwich, insieme ad altri 70 firmò una petizione con cui chiese al MCC di cancellare il tour. Nel giro delle settimane successive, parecchi soci del MCC diedero le dimissioni dal club che ricevette anche migliaia di lettere di protesta. Altri scrissero al Primo Ministro e chiesero la cancellazione del tour che secondo loro avrebbe sottinteso l’approvazione dell’apartheid da parte del MCC e di tutto l’Estabilishment britannico, governo incluso.
Un putiferio.
I bianchi sudafricani ricevettero la notizia con giubilo e festeggiarono.

Ma nella vita, si sa, le sorprese sono sempre dietro l’angolo e il 14 settembre Tom Cartwright, uno dei nazionali, rinunciò al tour causa un infortunio alla caviglia che lo perseguitava da mesi e che adesso peggiorava. L’MCC non perse tempo e per gettare acqua sul fuoco convocò immediatamente al suo posto D’Oliveira. Si scatenarono nuove polemiche, questa volta da parte di chi vedeva l’accaduto come una contro manovra politica pilotata dal governo britannico per riparare al torto precedente, cosa che poteva aver senso visto che D’Oliveira era stato dapprima bocciato come lanciatore e ora veniva incluso al posto di un lanciatore. Lui stesso era contento ma sapeva che probabilmente non ci sarebbe stato nessun tour.
Vorster all’altro capo del mondo lanciò tuoni e fulmini contro l’MCC accusandolo di opportunismo politico. Dichiarò che alla squadra inglese era la squadra del partito anti-apartheid e che le sarebbe stato negato l’ingresso nel paese e cancellò il tour.

Gli inglesi risposero che i razzisti sudafricani si assumevano la responsabilità della scelta. Il presidente e il vice della federazione sudafricana volarono segretamente a Londra e tennero una riunione top secret in cui tentarono di rimediare la situazione ma l’MCC questa volta fu inflessibile e i due dichiararono se ne uscirono dichiarando che il tour era da ritenersi cancellato per motivi fuori dal controllo della federazione sudafricana che doveva per forza sottostare alle leggi dell’apartheid.
L’MCC rimediò un’accordo all’ultimo minuto per un tour in Pakistan dove D’Oliveira giocò egregiamente.
Nel frattempo il cerchio si chiudeva inesorabilmente intorno allo sport sudafricano. Il tour degli springboks in Gran Bretagna del 1969 fu accompagnato da enormi manifestazioni anti-apartheid e incidenti, mentre il tour della squadra di cricket programmato per il 1970 fu cancellato dal MCC dietro pressioni del governo di Westminster.
Violente manifestazioni accolsero gli springboks anche in Australia, dove si arrivò allo stato di emergenza dichiarato per la partita di Brisbane. Le autorità australiane cancellarono il cricket tour dei sudafricani in programma sei mesi dopo.

D’Oliveira con la sua modestia di persona semplice ma ben decisa a non cedere davanti al sopruso aprì gli occhi al grande pubblico sulle nefandezze dell’apartheid. Pubblico che, insieme all’ etabilishment britannico era portato tendenzialmente a simpatizzare superficialmente con i bianchi sudafricani. Da quel settembre 1968 le cose cambiarono drasticamente e grazie all’isolamento totale del cricket al Sud Africa, che coinvolgeva direttamente il governo britannico, piuttosto potente nell’ambito del Commonwealth, l’isolamento, non solo sportivo, del paese si strinse via via fino ad arrivare al crollo del regime segregazionista e alla liberazione di Mandela, anch’egli una vittima di Vorster. Il cricket giocò in questo un ruolo decisivo.

Quando verso la fine degli anni 90 Mandela incontrò D’Oliveira che era in Sud Africa, ora un paese libero, per allenare squadre di ragazzi di colore che si affacciavano per la prima volta ad un cricket aperto a tutti lo ringraziò dicendogli “Grazie per essere venuto Basil. Il tuo ruolo è stato molto importante. Hai fatto il tuo pezzo, ora puoi tornare a casa”.
Soddisfazioni. Anche quando per passare all’incasso bisogna aspettare una vita intera.
Dal 2004, la serie di Test Match tra Inghilterra e Sud Africa si disputa per il Basil D’Oliveira Trophy.
L’anno dopo fu insignito del CBE.

martedì, ottobre 09, 2018

It's only rock 'n' roll (but I like it) - Rolling Stones



Uno dei brani più iconici del rock con una storia inconsueta.
Fu iniziato alla fine del 1973 e completato nei primi mesi del 1974.
a stesura principale fu registrata nello studio di Ron Wood in una notte e costituisce la prima collaborazione dell'ex Faces con gli Stones (a cui sarebbe approdato un paio di anni dopo).

Jagger canta (con DAVID BOWIE ai cori), Ron Wood alla chitarra acustica, Willie Weeks (bassista con Bowie, in sei album di George Harrison e con un'altra miriade di artisti), KENNEY JONES ex Small Faces e ai tempi coni Faces alla batteria.
Keith Richards aggiunse successivamente chitarra elettrica e cori.

Kenney Jones si accorse solo dopo che la band aveva tenuto la sua versione e si scusò con Charlie Watts che gli rispose distare tranquillo e non preoccuparsi.

Il video fu registrato sotto una tenda nella quale venne immessa una grande quantità di schiuma. La band decise così di indossare costumi da marinaio per non bagnare e rovinare i loro vestiti.
Dal video è evidente che si erano dimenticati che la schiuma avrebbe sommerso il Charlie Watts seduto alla batteria.
Che si vede emergere un po' scosso alla fine del filmato.

https://www.youtube.com/watch?v=JGaBlygm0UY

venerdì, ottobre 05, 2018

Le radici del Mod-ernismo:
American Red Cross Club Rainbow Corner



Attraverso alcuni cenni storici andremo alla ricerca dei semi e delle radici del MODernismo, dal dopo guerra alla metà degli anni 50.



L'Inghilterra degli anni 40 è una nazione che esce, seppur vittoriosa, prostrata dalla Seconda Guerra Mondiale.
Ma nel 1945 rimane il più grande impero al mondo, anche se in un paio di anni perde gli immensi territori di India e Pakistan.
L'immediato dopo guerra diventa comunque un periodo di forte rinascita sociale e culturale.
Cresce la popolazione, migliorano le condizioni di vita. Tutto ciò attrae dalle colonie (ma anche dall'est europeo) un numero sempre maggiore di immigrati che rende la Gran Bretagna, Londra in particolare, sempre più multi etnica.

Cambiano i codici morali, spesso rimasti all'epoca Vittoriana e nel giro di alcuni anni, seppur faticosamente scompaiono le leggi contro l'omosessualità, l'aborto e viene abolita la pena di morte.
Il diritto di voto viene abbassato ai diciotto anni.
La musica diventa parte integrante della cultura britannica e negli anni 60 assumerà un ruolo trainante a livello mondiale.

La gioventù incomincia ad affrancarsi dal secolare legame con famiglia e lavoro e si crea lentamente e allo stesso modo improvvisamente la figura del teenager ovvero di un giovane in grado di gestire una certa quantità di danaro non necessariamente da spendere per la famiglia ma da destinare al proprio svago e divertimento.

Nel 1959 lo scrittore Colin Mc Innes nel romanzo “Absolute Beginners” rappresenta al meglio la situazione in poche righe, vivendola “in diretta” in modo lucido e spietato:
“I teenagers avevano conosciuto la loro ora di gloria al tempo in cui i ragazzi avevano scoperto che, per la prima volta da che mondo è mondo, disponevano di quattrini – cosa sempre negata loro proprio nell'età migliore per spenderli, vale a dire quando si è giovani e forti – e inoltre prima che i giornali e la televisione si impadronissero di questa favola dei teenagers e la prostituissero come fanno i venduti con tutto quello che toccano”.

Nel novembre del 1942 apre in fondo a Shaftesbury Avenue a Londra, all'angolo con Denman Street, l'AMERICAN RED CROSS RAINBOW CORNER, destinato ai soldati americani, da alcuni mesi di stanza sul suolo inglese e che in breve tempo divenne il centro propulsore per la gioventù locale.

Originariamente fu concepito per riprodurre la tipica situazione dei locali americani dell'epoca.
Aperto 24 ore su 24 offriva, oltre al Pronto Soccorso della Croce Rossa, la possibilità di organizzare giri turistici per Londra ma soprattutto varie forme di divertimento: dal flipper al jukebox (con gli ultimi successi dello swing statunitense), biliardo oltre a disporre di bar in cui si potevano assaggiare hamburger, dolci americani e bere Coca Cola. Un'oasi essenziale per i soldati d'oltre oceano che trovarono la vita londinese assolutamente lontana dai loro standard, così compassata e fondamentalmente noiosa.
Furono un impulso e un'attrazione straordinari per la gioventù locale che affollò continuamente il club, tanto che, alcune immagini d'epoca lo documentano, ci furono problemi di ordine pubblico e di traffico nelle strade circostanti per disciplinare l'entrata.

L'America era colorata, allegra, pulsante, vitale e finalmente arrivava non solo dagli schermi cinematografici con i film di Hollywood ma era a portata di mano.
Il club chiuse nel 1946, alla fine della guerra, lasciando un seme basilare nei giovani londinesi, nel gusto musicale, nello stile estetico.

Come ricorda lo scrittore e sociologo Jon Savage:
“La diffusione dei valori americani nel dopoguerra è stata promossa dai teenager: vivere nel presente, alla ricerca del piacere, affamati di prodotti, incarnando la nuova società globale in cui l'inclusione sociale doveva essere concessa attraverso il potere d'acquisto”.

Alcuni video d'epoca:

LA CHIUSURA del RAINBOW CLUB
https://www.youtube.com/watch?v=xh-E39dSw7I

IMMAGINI dal CLUB
https://www.youtube.com/watch?v=wHL-I40Czg4

giovedì, ottobre 04, 2018

Tutte le domeniche mattina (1972) con Sergio Endrigo



Nel 1972 Sergio Endrigo interpretò il film Tutte le domeniche mattina, per la regia di Carlo Tuzii.
Altri interpreti: Ludovica Modugno, Maria Monti e Antonello Campodifiori.
Un film prodotto dalla RAI, presentato anche al Festival di Venezia.

Il film è piuttosto lugubre, girato in Svizzera, taglio neo realista, quasi documentaristico, molto lento ma interessante.
Endrigo è un ottimo attore, spontaneo, credibile.

Carlo Tuzii ricorda:
Endrigo come attore aveva una qualità abbastanza rara, quella cioè di non sembrare un attore, aveva una naturalezza tipica di certi attori americani.
All’uscita del film infatti alcuni critici scrissero che Endrigo era una presenza, come lo era stato Maggiorani in Ladri Di Biciclette.
Alla luce di questi risultati positivi pensavo che Sergio sarebbe stato utilizzato di più come attore, eppure tutto questo non è avvenuto.
Misteri del nostro cinema e della nostra televisione.


IL film competo:
https://www.youtube.com/watch?v=gFsg0RcR1rM

mercoledì, ottobre 03, 2018

Mick Rock



Uno dei più famosi fotografi rock che ha ripreso Queen, David Bowie, Syd Barrett, Lou Reed, Iggy Pop and The Stooges, Sex Pistols, Ramones, Joan Jett, Talking Heads, Roxy Music, Thin Lizzy, Mötley Crüe, Blondie e centinaia di altri.

Al suo attivo numerosi libri, mostre, documentari.
E' tutt'ora in attività a New York.

"Tutti pensano che la mia foto di Lou Reed per la copertina di "Transformer" sia una foto posata invece la scattai alle prove del concerto.
Il giorno dopo, stesso posto, immortalai Iggy Pop e divenne la copertina di "Raw Power"


Fantastici i Sex Pistols. Non sapevano fare niente e lo facevano benissimo.

«Non mi interessa l’anima, ma l’aura»

martedì, ottobre 02, 2018

Ronnie Scott



Uno dei personaggi più importanti della scena jazz inglese negli anni 50.
Appassionato di jazz, non riuscendo a trovare i dischi nella disastrata Londra del dopoguerra (i pochi arrivavano attraverso i soldati americani di stanza nella capitale inglese) e avendo pochi soldi in tasca, si fece assumere sulla nave "Queen Mary" che faceva la spola tra Londra e New York, potendo così vedere i concerti dei nuovi boppers e comprarne i dischi.

Che portò in Inghilterra, li fece ascoltare ad altri appassionati, formando una nuova generazione di musicisti e fan.
Continuò a suonare il sax in varie orchestre e troviamo poi due suoi solo in "Lady Madonna" dei Beatles e "I missed again" di Phil Collins.

Disse di lui Charlie Mingus "Tra i ragazzi bianchi, Ronnie è quello che ha più feeling nero, come Zoot Sims".
Morì a 69 anni, nel 1996, per una overdose accidentale di barbiturici prescritti dal dentista.

La sua fama è soprattutto legata al club che fondò a Londra nel 1959, il "Ronnie Scott's Jazz Club", dove suonava regolarmente e dove sono transitati migliaia di musicisti Dexter Gordon,Roland Kirk, Stan Getz, Ornette Coleman ma anche Mark Knopfler, Tom Waits, Eric Burdon, Sade).

Sono stati pubblicati decine di dischi registrati live nel locale, da Curtis Mayfield a Jeff Beck, Van Morrison con Georgie Fame, Nina Simone, Chet Baker, Bill Evans, Ella Fitzgerald, Brand X.
Jimi Hendrix suonò al Ronnie Scott il suo ultimo concerto, il 17 settembre 1970. Morì il giorno successivo.
Il 1° maggio del 1969 gli WHO presentarono in esclusiva al Ronnie Scott l'opera rock "Tommy".

lunedì, ottobre 01, 2018

Easington Colliery (e la copertina di "Who's Next" degli Who)



La foto di copertina dell'album "Who's Next" degli Who è stata scattata da Ethan Russell a Easington Colliery, una ex città mineraria di carbone nella contea di Durham, in Inghilterra, tra Newcastle on Tyne e Middlesbrough.

Easington Colliery si trova a nord di Horden, a est di Easington Village.
È in qualche modo impossibile sapere esattamente dove si trovasse questo monolite ma pare sia stato identificato dalle parti della spiaggia.
La band stava andando ad un concerto, discutendo sulla copertina del prossimo disco (per il quale erano già state scartate parecchie idee, da un gruppo di donne grasse in pose semi pornografiche a Keith Moon vestito in lingerie...).
Pete Townshend stava guidando il furgone quando videro alcuni di questi monoliti, piazzati in mezzo alla zona mineraria.
Pete svoltò e vi si diresse.
E mentre Russell preparava la macchina fotografica vi urinò contro.
Siccome gli altri tre non avevano la stessa impellenza venne utilizzata un po' di acqua versato da un canestro.

Il cielo che si vede sullo sfondo è frutto di un montaggio successivo.
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