mercoledì, agosto 21, 2013

Adidas e Puma



La strana e suggestiva storia della nascita di due dei marchi più conosciuti e prestigiosi in ambito sportivo.

I fratelli Rudolf e Adolf Dassler iniziarono negli anni '20 a produrre scarpe in maniera artigianale in Germania a Herzogenaurach in Baviera.
Divennero negli anni '30 sostenitori del nazismo continuando a far crescere la loro attività (tra l’altro furono i fornitori ufficiali di Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino nel 1936) ma a causa di una serie di conflitti personali decisero, nel 1947, di dividersi con l’accordo di non utilizzare il nome (Dassler) per la commercializzazione dei loro prodotti.

Rudolf chiamò la sua azienda RUDA (sfruttando le iniziali di nome e cognome) che con l’avvento alla presidenza del figlio cambiò in PUMA.
Il fratello Adolf ebbe la stessa idea e chiamò la sua azienda anch’esso con le iniziali : il diminutivo di Adolf, Adi e le prime tre lettere del cognome: ADIDAS.
Il figlio Horst fondò poi nei 70’s l’ARENA, azienda leader nei costumi per il nuoto.

I fratelli non si riconciliarono mai e pur essendo sepolti nello cimitero le tombe sono posizionate il più lontano possibile.
Gli aneddoti sulla rivalità tra i due marchi sono numerosissimi e spesso tragicomici:
dallo sprinter tedesco Armin Hary vincitore dei 100 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960, pagato dalla Puma per indossare le loro scarpe ma che alla cerimonia di premiazione si presentò con le Adidas per ricevere un contributo anche da loro, alla Nazionale di calcio tedesca che nel 1954 vinse il Mondiale indossando le Adidas dopo che Rudolf ebbe un litigio con l’allenatore e tolse la prevista fornitura di Puma alla squadra.
Perfino le due squadre del paese, l’ASV Herzogenaurach (Adidas) e il 1 FC Herzogenaurach (Puma) erano un mezzo per i due fratelli per fronteggiarsi.

lunedì, agosto 19, 2013

Total look - Paul Weller



Nel 1980 il New Musical Express pubblicò un articolo diventato particolarmente famoso di PAUL WELLER (ripreso anche nel libro "Cool cats, 25 years of rock n roll styles") dal titolo "TOTAL LOOK" in cui precisa la sua visione del MODERNISMO.
L'articolo venne tradotto e pubblicato sulla mia fanzine "Faces" poco tempo dopo.
Credo sia interessante rileggerlo (pur se lungo e talvolta opinabile) e coglierne lo spirito giovanilista, provocatorio e cogliervi l'urgenza di quegli anni.


Generalmente è difficile assegnare una scala di valori a una cosa così personale come lo stile.
Forse il motivo sta tutto nel suo appeal.
E’ come quando un milione di persone dice che Picasso era un genio; bene, io penso che fosse spazzatura e che la copertina di un Ep francese degli Small Faces possa pisciare tranquillamente su tutti i suoi quadri.

Insomma, per capire quanto sia profondo il mio coinvolgimento con gli anni Sessanta, tutto va riferito al concetto di “stile”, e che non può essere giudicato confrontandolo con niente altro.
Un’influenza totale su di me, ma non cieca.

Il mio interesse riguarda gli anni del cosiddetto TOTAL LOOK, dal 1963 al 1967.
E’ un periodo che copre un'ampia gamma di fasi, dai primi modernisti ai giovani dandy della Swinging London fino agli edonisti hippy.
E' puramente estetico e abbastanza superficiale; raramente riguarda gli abiti, la musica, i film e i libri del passato.

La politica resti ai politici, per quel che mi riguarda loro sono sempre la stessa immondizia.

Non sono interessato alla politica o all’economia degli anni Sessanta, eccetto forse le rivolte studentesche del 1968, quando sembrava che l’intero mondo (giovane) avesse preso fuoco.
Le intenzioni e gli estremismi erano lodevoli, ma non posso fare a meno di pensare che anche quella fosse un’altra fonte di ricchezza nelle mani della middle class.
Molti di quei giovani radicali oggi hanno chiuso le porte ai giovani della working class.
Credo di parlare soprattutto del mondo della musica, della televisione e dei media in generale; il collo di bottiglia ai danni delle nuove generazioni lo hanno creato proprio questi vecchi bastardi che non vogliono cedere il passo.
In tutti i casi, non ce l’ho così tanto con loro: dubito solo di nutrire dei sentimenti pacifisti nei loro confronti. La prima volta che mi sono interessato ai Mod dei primi anni Sessanta fu nel 1974.
Non ricordo bene come e perché.
Probabilmente fu dopo aver visto la foto di un gruppo, o dopo aver letto un paio di lettere inviate da alcuni original mods al “New Musical Express”, in cui veniva descritto il loro stile di vita a quei tempi.
Il mio interesse era comunque profondo e cercai subito di conoscere meglio il fenomeno.
L’aspetto più importante era la musica degli anni Settanta: la odiavo in blocco, fino a quando non arrivarono nel 1974 i gloriosi e liberatori Sex Pistols.
Prima di loro c’erano le inconcludenti coglionate dei glam, il nonsense della musica soft, come il “Philly soul” e la terribile Mor radiofonica. Bowie e Bolan erano ok, ma avevo perso interesse anche in loro dopo in terzo o quarto LP.
Al contrario, tornai indietro ad ascoltare i primi dischi di rock ‘n’ roll, rhythm & blues e soul, oltre a quelli dei Beatles, dei quali sono sempre stato un fan.
Penso che la mancanza di stile e la blanda assenza di volti negli anni Settanta abbiano indotto la mia ossessione per i Sixties.

Non c’era nulla di cui far parte, nulla su cui basarsi (almeno nel periodo pre-punk).
In quei giorni noi Jam suonavamo ancora le canzoni di Chuck Berry e gli obbligatori standard rock ‘n’ roll che ormai ci annoiavano.
Iniziai a capire che essere un mod voleva dire partire da una buona base, avere nuove prospettive e ispirazioni per scrivere, pur restando, come gruppo, un’identità unica.
E così accadde.
Andammo a comprarci dei completi neri e iniziammo a suonare le cover delle label Motown, Stax e Atlantic.
Mi comprai una chitarra Rickenbacker, una Lambretta Gp 150 e provai un’acconciatura simile a quella di Steve Mariott nel ’66.
Mi faceva sentire così individualista e arrogante.
Era come se avessi costruito un mondo personale, la gente mi fissava e pensava che ero un tipo strano.

Lo stesso effetto lo ebbero su di me e i miei amici i Sex Pistols, quando li andammo a vedere nel 1976.
Che arroganza il giorno dopo al pub: “Non li avete mai visti? Non avete mai visto i Sex Pistols o Johnny Rotten?”.
Loro erano nostri, il nostro piccolo gruppo privato che tutta la gente uncool non aveva mai ascoltato!
Bene, in un certo senso io provai le stesse sensazioni di fronte ai mods.
Molti kids della mia età non avevano mai sentito parlare dei mods o, al massimo, li ricordavano solo come se fossero delle “bestie mitologiche” provenienti da “età oscure”.
Era diventata la mia crociata personale!

Se cercate fatti o cambiamenti cronologici nel campo della moda, allora basta un’occhiata alle foto, che dicono tutto sugli anni sessanta: un’immagine d Steve Mariott o un Pete Townshend diciannovenne dicono proprio tutto!

Tali immagini mi parlavano (e lo fanno ancora), mentre io cercavo di adeguare il mio look a quello dei mods.
Li vedevo puliti, eleganti, working class, arroganti e antiautoritari, senza alcun rispetto fondato sull’età.
L’intera immagine è C-O-O-L: fare le ore piccole ballando, schioccare le dita al suono di James Brown And The Famous Flames, o ancora fumare al ritmo del blue beat.
Fare shopping il sabato mattina a Carnaby Street o guardare Pete Townshend mentre distrugge tutto quell’equipaggiamento di valore
. E’ questo tipo di immagini che mi attrae, lo stesso tipo che, contemporaneamente, ha reso anacronistico il mod revival nel 1979.

Idioti del calibro di Ian Page (Secret Affair), un’ex-stella del punk decaduta che in seguito ha cercato fortuna come mod, hanno raccontato ai ragazzi che il punk era morto o che comunque non era andato oltre le proprie aspettative, mentre cercavano di convincerli a stringere un patto con i bastardi al potere. Cosa? Era la completa antitesi dello spirito originale del movimento mod degli anni Sessanta.
Loro, i mods, non volevano alcun patto fottuto, hanno sempre seguito le regole che loro stessi hanno inventato; se non ti piacevano queste idee, potevi sempre sparire (“f-f-f-fade away”).

Il revival del ’79 era anche un po’ triste e meschino per i kids coinvolti, o almeno disperato, con tutti questi ragazzi della working class che cercavano di mantenere pulito il loro stile estetico, mentre il mondo gli crollava addosso.
In questo però erano fedeli alle origini: dopo tutto, non era stato proprio il primo cantore mod e primo manager degli Who, Pete Meaden, a descrivere il modernismo come il “vivere puliti in circostanze difficili”?

Mi indicano sempre le differnze tra mod e “punk” ma è qualcosa che non ho mai notato. I modernisti hanno creato la loro scena personale proprio come hanno fatto i punk (anche senza aver beneficiato, nel campo dei media, dell’intraprendenza di un personaggio come Malcolm McLaren).
Entrambi sono movimenti di kids e non si appoggiano a nessun altro (in particolare il modernismo). Hanno creato un proprio stile di vita, con la loro musica, i loro club e i loro negozi di abiti.

A tale proposito, la prima volta che entrai al 100 Club di Oxford Street a Londra, mi sembrava di camminare sul set di un film degli anni Sessanta.
Attaccati al muro delle scale c’erano i dischi dei Troggs e degli Small Faces, mentre i Clash suonavano dei riff imparentati con quelli dei Kinks. Capelli corti! Kids con un look individuale! Il giro garage dei Pistols e la giovane arroganza indotta dalle anfetamine di Rotten. Io amavo tutte queste cose. Era qualcosa di giovane, eccitante e, certamente, non c’erano pantaloni a zampa d’elefante, una delle creazioni della moda più negative.
E’ fantastico quando i kids creano la loro scena, anche se tutto finisce con la popolarità o quando, più significativamente, se ne occuperanno i media.
E’ il momento dell’addio.
La massificazione rivoltante dei media ha ucciso lo spirito giovanile.
La stessa cosa è avvenuta al movimento mod delle origini, con tutti i supplementi domenicali sulla scena dei club che attraevano la gioventù “bene” di Chelsea (d’altronde, chi altro leggeva i supplementi della Domenica?).
E la stessa cosa è accaduta anche al movimento punk, soprattutto al Roxy Club di Covent Garden.
Tutti questi non più giovani segaioli della middle class, con i loro pantaloni in pelle da 30 sterline. Ma come sono oltraggiosi, mostrando una parte del capezzolo appena lavato…Ma guarda un po’, due ragazze che si baciano!
L’altra parte dei media, quella cosiddetta proletaria, attraeva a sua volta l’area modernista più attaccabrighe, nel tentativo di eliminare qualsiasi scena giovanile promettente. Proprio quest’area diede luogo alle noiose riots tra mod e rockers sulle spiagge inglesi negli anni Sessanta. Niente a che vedere con i veri modernisti o stylist, che voltavano le spalle alle volgarità di chi credeva di “aver conquistato l’intera nazione”.
Ma in fondo era l’establishment che illudeva i giovani, facendogli credere di essere a un passo da qualche conquista sociale, per poi modificare la situazione all’ultimo momento. O forse eravamo noi ad esserci annoiati definitivamente?
Forse l’ultima reale testimonianza della sopravvivenza dei mod originali rimane nella magnifica scena northern soul.
Ricordo ancora quando un paio di amici patiti di northern mi portarono ad un allnighter.

Questi ragazzi non erano lì per mettersi in mostra o per fare a pugni: i loro unici scopi erano ballare e divertirsi.
Anche se edonisti, i seguaci del northern soul ricordano da vicino lo spirito modernista originale. Ancora ascoltano e suonano sia il soul degli inizi che quello più oscuro degli anni Settanta. I vestiti sono diversi, ma da qualche parte si vedono ancora degli scooter ben accessoriati. Girate, saltate e fate pure a lungo le vostre acrobazie al suono di Dean Parrish!

Nel 1965 il movimento mod stava scomparendo un po’ ovunque, a parte alcune città di provincia nel nord del Paese. A Londra, la città dov’era nato, il modernismo era scomparso ai danni della nuova gioventù del jet-set. L’Inghilterra entrava adesso nei cosiddetti Swinging Sixties.
Gli ultimi veri mod marciavano ancora coraggiosamente come degli zombie silenziosi verso la Mecca (così si chiamava anche una celebre ballroom northern soul di Blackpool), che nei bank holidays aveva le sembianze di Brighton o Margate.mi torna in mente una triste canzone che non ho mai finito di scrivere, dal titolo The Last Of The Scooter Boys.

Mentre la scena mod si assottigliava e il fenomeno si commercializzava nelle mani di alcuni astuti approfittatori, il periodo compreso tra il ’65 e il ’66 rimane comunque quello della migliore produzione musicale e del più valido stile estetico.
Il modernismo aveva già avuto un forte impatto sulle band di allora, che copiavano il look dei kids (e non viceversa).
Dove sarebbero gli Who adesso se non avessero avuto contatto con i mods ?
Townshend ha sempre parlato a lungo delle sue influenze mod, mentre gli Small Faces, Rod Stewart, David Bowie e Marc Bolan provengono tutti dalla scena modernista.
Già nel 1965 però il business della moda controllava di nuovo i kids, mentre le bands diventavano a poco a poco più oltraggiose, usando lo stile estetico come un modo per attirare l’attenzione.
Gli Who adottavano lo stile pop-art, mentre i Creation, che li copiavano, portavano i loro quadri di canvas sul palco. Nel 1966 i Move di Birmingham adottavano un look stile gangster e la New Vaudeville Band sceglieva lo stile estetico e musicale degli anni Venti. E oggi (1981) a cosa assistiamo ancora?
Ogni band che si presenta allo show televisivo settimanale della Bbc “Top of the Pops” adotta la cosiddetta “immagine totale”. Stray Cats, Spandau Ballet, Adam And The Ants: nulla di tutto ciò è nuovo, ma è stato fatto infinite volte in precedenza.

Dopotutto, cos’è il revivalismo?
Per me non è altro che l’ennesimo tentativo di trovare un filone comune da seguire, una via, anche stretta, da intraprendere in massa. La stessa cosa in fondo si può dire del periodo tra il ’65 e il ’66, con la sua moda, i suoi vestiti…
Laddove i mods erano originali, l’era degli Swinging Sixties racchiudeva alla rinfusa un’accozzaglia di stili, ricordando il vecchio detto inglese “Se getti abbastanza merda sul muro… qualche pezzo alla fin e vi si attacca”.
In tutti i casi, questo periodo particolare fece dell’Inghilterra il centro della cultura giovanile, accessoriata con tanto di orologi, calzini, vassoi e magliette in stile Union Jack. “I’m backing Britain”, c’era scritto sulle spillette, ma senza un vero spirito patriottico o nazionalista.
Tutto era riferito a una grande sensazione di frivolezza, in cui personaggi come Harold Wilson incoraggiavano l’azione dei giovani e i Fab Four diventavano baronetti.

Ma non sono poi così sicuro che questa sia l’immagine corretta degli anni Sessanta e non quella suggerita da uno dei miei film preferiti, Blow Up, girato nel 1966.
Comunque le spillette e i titoli nobiliari esistevano davvero. La cosa positiva di quel periodo era il fatto che i giovani avevano un controllo maggiore in campi specifici, come il teatro, il cinema, la musica e la letteratura.
E inoltre, anche se ciò può sembrare eccessivo, per la prima volta i giovani Dj avevano una forte influenza sulla radiofonia inglese. Quando nel 1967 le radio private vennero abolite, il governo dovette creare la prima emittente ufficiale rivolta ai giovani, Radio One, arruolando doversi Dj tra quelli delle radio private. George Melly ha descritto con dovizia di dettagli la situazione della fine degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta nella sua retrospettiva Revolt Into Style. E’ un libro utile per osservare più da vicino la scena dei club della Swinging London, anche se, come nel caso di un altro volume sulla cultura giovanile degli anni Sessanta, Generation X, si rivela troppo cinico e distante. Resta comunque il fatto che per la prima volta si cercava di analizzare in maniera seria l’universo giovanile.
Nel 1966, dopo un paio d’anni necessari ad assimilare l’invasione musicale inglese – lanciata dai Beatles e seguita con facilità da molti altri grazie allo scoppio della beatlemania -, l’America iniziò a esportare i suoi gruppi e la sua scena in Gran Bretagna.
Insieme ai Byrds, ai Greatful Dead, ai Mother Of Invention, ai Jefferson Airplane e alle altre bands, arrivarono anche gli acidi, il misticismo, il free-thinking e il bohemianism. Amore e pace erano (e lo sono ancora) de sentimenti da ammirare… ma per essere indotti a farlo , che bisogno fottuto c’era delle droghe? A paragone ai gruppi del fenomeno underground inglese, le bands americane facevano schifo. Non era altro che blues velocizzato e allungato con noiosi assoli di chitarra. Ad ogni modo, il centro della nuova cultura giovanile si spostò dallla londinese Carnaby Street alla Haight-Ashbury Area di San Francisco, in California, che, ancora oggi, è piena di freak degenerati che ti dicono “Peace and Love” e poi ti chiedono un paio di dollari per le loro ormai innocue abitudini allucinogene.

L’avvento della scena hippy, cresciuta nell’underground sin dal 1965, tendeva a polarizzare la moda e gli stili musicali; sembrava che esistessero soltanto il pop e la musica “seria”.
Nei giorni migliori i mods avevano già mostrato aspirazioni simili all’etilismo e il loro odio verso la commercializzazione, ma non in maniera così dogmatica come è accaduto alla scena underground, che ha addirittura voltato le spalle alla musica soul.

Un altro paragone può essere fatto a proposito delle campagne sensazionaliste della stampa che, come era già accaduto per i mods, descriveva come “luride” le abitudini sessuali degli hippy, scagliandosi contro il loro stile di vita. Il 1967 dopotutto segnava la prima Summer Of Love e tutto ciò che la circondava.

Il nucleo del movimento underground inglese, organizzato principalmente intorno agli studenti degli art college e ai semiattivisti della middle class, comprendeva bands come i primi Pink Floyd, i Soft Machine, la Jimi Hendrix Experience e i Cream. Hendrix ispirò e diede credibilità alle acconciature in stile “afro” (meriterà mai il perdono?). Gli eccessi e le stranezze del nuovo stile trovavano un mentore nel brillante Syd Barrett, chitarrista originale dei Pink Floyd e uomo dal look e dalla personalità bizzarra.
Un altro gruppo che testimoniava la superficialità ed insieme l’instabilità del periodo hippy era quello dei John’s Children, allora con Marc Bolan. I loro dischi parlavano di fiori, ragazze giovani e sesso: tutto molto decadente.
Io ho sempre visto lo stile del 1967 in parallelo con quello degli anni Venti: la nuova società edonista si muoveva in fretta. In effetti, sembra che tutti gli anni Sessanta fossero vissuti all’insegna di una velocità furiosa, con gli stili e i gusti musicali soggetti a cambiamenti rapidissimi.
Insomma, il mio interesse finisce qui.
Come mi d
issero una volta, ti serve solo osservare le foto dei Beatles dal ’63 al ’69 per prender nota di tutti i cambiamenti. Nel ’63 i volti erano freschi, da giovani ottimisti. Nel ’67 le mentisi espandevano, da giovani uomini in cerca di conoscenza. Alla fine del decennio le espressioni erano più dure, da vecchi uomini disillusi. Io non provo pietà e neanche rispetto: ognuno fa la sua scelta.
Solo che oggi la condizione dei giovani sembra essere tornata al periodo precedente a quello del ’56, quando i kids erano “spazzati sotto lo zerbino”.
In realtà lo zerbino non c’era negli anni Sessanta, l’avevano solo mandato in lavanderia per un po’
.

Parte della traduzione è presa dal sito http://getsmartroma.wordpress.com .

venerdì, agosto 16, 2013

Roger Eagle



ROGER EAGLE è stato tra i più influenti DJ’s dei 60’s in Inghilterra quando incominciò a lavorare casualmente al neo nato “Twisted Wheel” a Manchester nel 1965.
Specializzato nel rhythm and blues originale (da Ike & Tina Turner a Bobby Bland, per rimanere fedele al suo culto per il sound Stax rifiutò di adattarsi successivamente alle continue richieste di brani con un tempo più veloce (richiesto dai dancers impasticcati di anfetamine) che diede origine alla scena Northern Soul.
Famosa la sera in cui agli ospiti Rolling Stones suonerà tutti gli originali che loro avevano fino ad allora coverizzato.

Organizzò anche concerti di alcuni sconosciuti (in Inghilterra ai tempi) nomi di punta della black music, amatissimi dai mods, da Howlin Wolf a Sugar Pie De Santo oltre a nomi della scena beat come Georgie Fame e Spencer Davis Group.
Si sposterà verso la scena prog per aprirsi poi alla fine del 1976 alla neo nata ondata new wave/punk che ospiterà nel suo nuovo club, l’”Eric’s” dove suoneranno Teardrop Explodes, Echo & the Bunnymen e tanti altri.
Nei primi 80’s nel suo nuovo “International club” sarà invece la volta di altri nuovi nomi emergenti, dai REM agli sconosciuti Stone Roses.
Scompare per cancro nel 1999.

martedì, agosto 13, 2013

La nascita degli AREA



Tra le storie poco conosciute del rock italiano c’è quella, curiosa, della formazione probabilmente più rappresentativa della musica popolare nostrana, gli AREA.

Dal 3 al 6 luglio 1972 ALBERTO RADIUS (già chitarrista di Battisti, con I Quelli, la Formula 3 è in studio (alla RCA Italiana di Roma) per incidere il suo primo, omonimo, album solista.
Chiama a sè alcuni dei migliori rappresentanti del nuovo, nuovissimo, rock della penisola da Vince Tempera a Franz DiCiocco, Patrick Dijvas, ALberto Valli (dei Flora, Fauna e Cemento), Giulio Capiozzo e l’ex Ribelli Demetrio Stratos. Incidono sei brani, spesso frutto di improvvisazioni dilatate tra rock e fusion.
In particolare ce n’è uno dal titolo “AREA” , sorta di jazz rock blues mediterraneo strumentale, in cui suonano Demetrio Stratos all’organo, Giulio Capiozzo alla batteria, Patrick Dijvas al basso oltre a Gaetano Leandro al sax e Johnny Lambizzi alla chitarra.

I 5 con Eddy Busnello al sax decidono di formare un gruppo e di chiamarlo proprio come il brano: AREA. Alla vigilia della registrazione del primo album “Arbeit macht frei” Leandro e Lambrizzi vengono sostituiti dall’ex Califfi Paolo Tofani e dall’ex Telstars Patrizio Fariselli,
Dijvas se ne andrà più tardo per la PFM; sostituito da Ares Tavolazzi.

lunedì, agosto 12, 2013

Perchè sempre il ciclismo ?



I recenti fatti emersi relativamente al Tour de France del 1998 in cui gente come Cipollini, Pantani, Jalabert etc erano indubbiamente dopati ha, per l’ennesima volta, acceso i fari sul “ciclismo drogato”.
In un articolo della Gazzetta di qualche tempo fa Pier Bergonzi si chiede: "perchè sempre il ciclismo?” e annota come il 1998 fu anche l’anno del Mondiale di calcio vinto dalla Francia.
L’Uci (unione Ciclistica internazionale) e la Fifa (quella calcistica) chiesero al ministero francese di distruggere le provette al termine dei controll ianti-doping.

Al ciclismo venne detto no., alla Fifa si.

Nell’inchiesta del Senato francese che ha portato alla luce il caso Tour 98 compaiono sospetti corcostanziati su quel Mondiale di calcio ma nessuno ha mai potuto controllare quelle provette...
Vogliamo parlare del tennis dove certi campioni fanno 5 ore di partita e il giorno dopo li ritroviamo di nuovo in campo per magari altrettante ore ?
O dell’atletica dove il top mondiale della velocità è stato decapitato recentemente (Gay, Powell etc) ?
Perchè sempre il ciclismo ?
Che è quello che più fa e si espone per il problema doping.
Forse serve come capro espiatorio per tacere sul resto ?

sabato, agosto 10, 2013

Robbie Williams e il calcio



Una serie di estratti da "ROCK N GOAL" (Bacciocchi-Galletti, VoloLibero Edizioni) arriccchiti da qualche ulteriore particolare, foto, aneddoto.
A cura di Alberto Galletti.

La passione di Robbie Williams per il calcio è nota, tifoso del Port Vale FC una delle due squadre di Stoke on Trent la sua cità natale (l’altra è lo Stoke City)in quanto il padre fu per molti anni il gestore del Port Vale FC Social Club, un locale molto diffuso all’interno dei football club d’oltremanica fino agli anni 80, che si trovava all’interno degli stadi e che funzionava come un pub ed era frequentato dai soci e dai calciatori.

Nel 2000 chiese ed ottenne dalla EA Sports di includere il Port Vale nel gioco FIFA 2000 in cambio dell’utilizzo gratuito della canzone ‘It’s only us’ che divenne la sigla diel gioco, il singolo, il quarto tratto dall’LP ‘’I’ve been expecting you’ andò anche al numero uno della classifica inglese di vendite .
Nel febbraio 2006 con il club che versava in condizioni assai critiche, ha comprato azioni del Port Vale per un valore di £249000, divenendo di fatto il maggiore azionista e dichiarando
“Benchè non riesca a venire allo stadio molto spesso, ho fatto questo investimento per dirvi che il mio cuore è ancora lì, che sono un grandissimo tifoso, sono emozionato alla prospettiva di cosa si possa fare nel futuro per la squadra” il presidente non è stato molto incoraggiante dichiarando che non farà nessuna differenza in quanto il club è amministrato con badget annuali predefiniti, ma Robbie non si è dato per vinto confessando che fino all’esplosione globale dei Take That andava alle partite in casa ogni sabato e che ha sempre voluto essere un dirigente del Port Vale, magari un giorno anche il presidente e quando ho sentito dei problemi della squadra il cuore non ha sentito ragioni.

Nel 2011 quando un businnessman locale fece un’offerta per comprare il club e trasformarlo in una specie di Gardaland calcistica di terza serie, i piccoli azionisti e anche il presidente lo implorarono di esercitare il suo veto di maggior azionista e/o proporsi come presidente, ma rifiutò in quanto vivendo a Los Angeles non sarei in grado di seguire i problemi della squadra con la dovuta attenzione, quando comprai le azioni nel 2006 lo feci perché mi fu chiesto dal club che era in enormi difficoltà ed aveva bisogno di soldi e lo feci con tutto il cuore, perché il Port Vale rimane una parte enorme della mia infanzia, dalla mia crescita e delle mie radici sia famigliari che sociali.

Ha fondato una squadra a Los Angeles, dove vive, che ha chiamato L.A. Vale.

In ogni caso dopo un ventennio assai duro, al termine della stagione 2012/13 il Port Vale è stato promosso in League One (la III serie inglese). Lo vediamo in una delle foto allacciarsi le scarpe prima di un incontro di beneficenza nel 2006.
Williams è ambasciatore UNICEF e dal 2000 ha giocato spesso per scopi benefici raccogliendo ingenti somme che sono state devolute tramite la Football Aid Foundation a proposito delle quali ha dichiarato ‘Queste partite di beneficenza mi hanno fatto passare tra i migliori momenti della mia vita’.



Allenamento per la partita di Old Trafford del 2006 insieme ad Angus Deaton (attore), indimenticabile Gazza e e l’inarrivabile campione di snooker Ronnie O’Sullivan.

Nell’autunno 2012 ha curato l’uscita del singolo ‘He ain’t heavy, he’s my broche’ degli Hollies , lanciato poi nelle feste natalizie per raccogliere fondi a favore dell’associazione dei famigliari delle vittime della tragedia di Hillsborough in cui persero la ita 96 tifosi del Liverpool.

venerdì, agosto 09, 2013

BYRDS - Sweetheart of the rodeo



Prosegue la rubrica GLI INSOSPETTABILI ovvero una serie di dischi che non avremmo mai pensato che... Dopo Masini, Ringo Starr e il secondo dei Jam , il nostro MATTEO WHITE BIANCHI ci introduce alla bellezza del rodeo...

Oggi parliamo di un disco che sgonfierà le gomme alle vostre Vespe e Lambrette: “Sweetheart of the Rodeo” dei BYRDS, un titolo che è tutto un programma (e mantiene ogni promessa).
Dimenticate il jingle-jangle pop dei primi dischi, qui si inaugura la famigerata svolta country della band losangelena … ma in fondo basta guardare (o ascoltare) le cose nel verso giusto per apprezzarne il meglio.
Va detto che anche i Byrds degli inizi hanno un background folk e tradizionale e che i riferimenti al country sono già presenti in “Younger than Yesterday” e in “Notorious Byrd Brothers”, in cui fanno capolino qua e là i fraseggi bluegrass di Clarence White e il suono caratteristico della pedal steel guitar, ma soprattutto è bene sottolineare che a fine ‘67 i Byrds originali sono già un ricordo: dei membri fondatori non restano che Roger McGuinn e Chris Hillman …

A questo punto, assunti il batterista Kevin Kelley e un certo Gram Parsons (giovane e promettente cantautore appassionato di country), McGuinn inizia a lavorare a un doppio concept sulla storia della musica americana, dalle radici al… futuro elettronico, ma il carisma di Parsons spinge il nuovo repertorio verso il puro suono di Nashville e Bakersfield e lo scetticismo del produttore Gary Usher porta all’accantonamento dell’ambizioso progetto iniziale.
Tra marzo e maggio ‘68 i Byrds registrano proprio a Nashville 11 tracce in puro stile country, ma rinnovato, rivisitato e inacidito, in cui l’influenza di Gram Parsons è decisiva. L’accoglienza del pubblico, orfano del vecchio stile byrdsiano, non è proprio calorosa; e non mancarono le incomprensioni da parte di certa critica rocchettara. Ma non solo: nemmeno l’ambiente reazionario del country tradizionale accetta l’intrusione di questi hippy capelloni e casinisti.

Da segnalare subito la cover di “You don’t miss your Water” di William Bell, a dimostrare la fusione di country, rock e soul: un’operazione che Gram Parsons, inseguendo quella “Cosmic American Music” da lui immaginata, ripeterà nei Flying Burrito Brothers nientemeno che con “Do Right Woman” e “Dark End of The Street”.
Tutte versioni da ascoltare e riascoltare!

L’album si apre e si chiude con Dylan: “You Ain’t going Nowhere” (primo singolo) e “Nothing Was Delivered”, e all eprese con il menestrello di Duluth i Byrds non sbagliano mai.
Oltre al già citato brano Stax e al singolo dylaniano, il lato A comprende l’originale a firma McGuinn-HIllman “I Am a Pilgrim” (altro singolo, ballata semiacustica infarcita di violino) e un tris di standard trattati col lisergico: la romantica “You’re Still on My Mind”, “The Christian Life” (!) e “Pretty Boy Floyd” di Woody Guthrie a fare da contraltare a quest’ultima (con McGuinn al banjo).

Il lato B si apre con i due capolavori di Gram Parsons: “Hickory Wind”, strepitosa ballata portata in dote dall’International Submarine band e soprattutto “One Hundred Years From Now”, brano avanti anni luce, tranquillamente al livello dei migliori hit byrdsiani, con un testo arguto e amaro.

Immaginatevi gli Stone Roses con una pedal steel guitar in gruppo.

A proposito di pedal steel: ci si abitua tranquillamente, fidatevi!...
Altre due covers (oltre alla seconda ripresa di Zimmerman) per chiudere un l’album considerato il Sgt Pepper del country-rock (e in realtà già ampiamente rivalutato da tempo): “Blue Canadian Rockies” e “Life in Prison” dell’idolo Merle Haggard.
I fasti degli esordi e della consacrazione sono lontani, ma il vero “insospettabile” sarebbe la seconda (e terza) parte della saga Byrds, tutt’altro che da spernacchiare, come spesso accade…

giovedì, agosto 08, 2013

La prima Champions League al Bologna



La prima Champions League o Coppa dei Campioni non si svolse nel 1955/56 ma, in qualche modo, una ventina di anni prima, nel 1937 in occasione dell'Exposition internationale « Arts et Techniques dans la Vie moderne » di Parigi, durante la quale venne organizzato un prestigioso torneo di calcio che fu vinto dal BOLOGNA.

Parteciparono Austria Vienna, vincitrice della Coppa dell'Europa Centrale 1936, Bologna Campione d'Italia 1936-1937, Lipsia vincitore della Coppa di Germania 1936, Olympique Marsiglia Campione di Francia 1936-1937 Phöbus Budapest quarto Campionato ungherese 1936-1937, Slavia Praga Campione di Cecoslovacchia 1936-1937 Sochaux vincitore della Coppa di Francia 1936-1937 ma SOPRATUTTO il Chelsea, ottavo nel Campionato inglese 1935-1936 e tredicesimo nel Campionato inglese 1936-1937 .

Per la prima volta nella storia i “maestri” inglesi partecipano ad un torneo ufficiale internazionale.


Il BOLOGNA si sbarazzò facilmente del Sochaux per 4-1, dello Slavia Praga per 2-0 e in finale rifilò un roboante 4-1 al Chelsea nell ostadio parigino “Colombes” dove un anno dopo l’Italia conquistò il suo secondo campionato mondiale (dopo averlo vinto nel 1934 oltre all’Olimpiade del 1936).

martedì, agosto 06, 2013

Respond Records



Ricco e famoso, il Paul Weller dei primi anni 80, non si rilassa negli agi e nel lusso ma prosegue a creare, a dare opportunità a chi ha avuto meno fortuna di lui.
Oltre alla sfortunata casa editrice Riot Stories (che riuscì però a pubblicare uno stupendo libro sulla storia degli Small Faces “All our yesterdays” di Terry Rawlings e alcune altre cose interessanti) fonda nel 1981 la RESPOND RECORDS, etichetta discografica nata con l’intento di essere una “nuova Tamla Motown” con giovani artisti vicini ad una soul music moderna e attuale.

Purtroppo l’attualità sonora dei primi 80’s era spesso inficiata di orribili suoni sintetici, batterie elettroniche e plastic pop di varia natura.
E la Respond si indirizzò spesso verso queste sonorità nel tentativo di proporre un “nuovo soul”.
E deludendo non poco lo stuolo di mods adoranti che dalla label di Weller si aspettava dei cloni dei Jam o degli Small Faces o epigoni del classico suono soul/rhythm and blues.

L’esordio fu incoraggiante e sorprendente con lo strano beat/new wave di sapore 60’s del singolo “Been teen” delle DOLLY MIXTURE ma ben presto si perse nei meandri sonori di cui sopra, nonostante nomi come QUESTIONS, TRACIE (che collaborò spesso con gli Style Council, cantò nel loro singolo d’esordio “Speak like a child” e che fu il nome principale dell’etichetta) e A CRAZE abbiano avuto momenti interessanti.
Weller (e gli Style Council Mick Talbot e Steve White) sono speso presenti sia come strumentisti che compositori (oltre a Elvis Costell oche scrive per Tracie “I love you when you sleep" nel vari dischi ma lo spessore generale delle proposte rimase comunque modesto (nonostante qualche buon risultato di vendita).
La Respond cessa le pubblicazioni nel 1985 , alla fine dei 90’s la giapponese Trattoria Records ha ristampato quasi tutto (con aggiunta di bonus) in CD.

Thanx Cpt Stax

Discografia completa

1981 Dolly Mixture Been Teen / Honky Honda / Ernie Ball RESP 1
1981 The Questions Work 'n' Play / Work 'n' Play (Pt. 2) RESP 2
1982 The Rimshots (80's) Sweet Talk / What's the Matter Baby? RESP 3
1982 Urban Shakedown (uk 80's) The Big Bad Wolf / Rap the Wolf RESP 5
1982 The Questions Work and Play / Saved by the Bell RESP 7
1982 The Questions Someone's Got to Lose / The Groove Line RESP 8
1982 The Questions Work and Play (Extended) / Saved by the Bell (Extended) RESPX 7
1982 The Questions Someone's Got to Lose (Extended) / The Groove Line / Someone's Got to Lose RESPX 8
1982 Dolly Mixture Everything and More / You and Me on the Sea Shore RESP 4
1983 Tracie The House That Jack Built / Dr. Love AMS 9265
1983 The Questions Price You Pay / Groove Line KOB 702
1983 The Main T Possee Fickle Public Speakin / Fickle Public Speakin (Version) KOB 703
1983 The Questions Tear Soup / The Vital Spark KOB 705
1983 A Craze Wearing Your Jumper / She Is So KOB 706
1983 Tracie The House That Jack Built / Tracie Talks / The House That Jack Built (Instrumental) KOBX 701
1983 The Questions Price You Pay / Price You Pay (instrumental) / Groove Line KOBX 702
1983 The Main T Possee Fickle Public Speakin / Fickle Public Speakin (Extended Version) KOBX 703
1983 The Questions Tear Soup (Extended Version) / The Vital spark (Extended Version) KOBX 705
1983 A Craze Wearing Your Jumper / She Is So / Dub, but Not Mute KOBX 706
1983 Various Artists Love the Reason RRL 501 (con Tracie, Questions, Big Sound Authority, A Craze)
1983 Tracie The House That Jack Built / Dr Love KOB 701
1983 Tracie Give It Some Emotion / The Boy Hairdresser KOB 704
1983 Tracie Give It Some Emotion / Tracie Raps / Give It Some Version KOBX 704
1984 The Questions Building on a Strong Foundation / Dreams Come True KOB 709
1984 The Questions A Month of Sundays / Belief (Don't Give It Up) KOB 712
1984 The Questions Tuesday Sunshine (Jock Mix) / Tuesday Sunshine (Sass Mix) / The House That Jack Built / No One (Long Version) KOBX
    1984 Tracie Soul's on Fire (Long Version) / Soul's on Fire / You Must Be Kidding KOBX 708
1984 The Questions Building on a Strong Foundation (Long Version) / Dreams Come True / Acapella Foundation KOBX
1984 M.E.F.F. Never Stop (a Message) (Full Length Version) / Nzuri Beat / Non-Stop Electro (Version) KOBX
1984 The Questions Belief (Don't Give It Up) (Extended) / A Month of Sundays KOBX 712
1984 Tracie Far From the Hurting Kind RRL 502
  1984 The Questions Belief RRL 503
    1984 The Questions Tuesday Sunshine / No One KOB 707
1984 Tracie Souls on Fire / You Must Be Kidding KOB 708
1984 Tracie (I Love You) When You Sleep / Same Feelings Without the Emotion K0B 710
1985 Tracie Thank You / Spring, Summer, Autumn
1985 Vaughn Toulouse Cruisin' the Serpentine / You See the Trouble With Me SBS 2
1985 Tracie I Can't Leave You Alone (Pick 'n' Mix) / 19 (The Wickham Mix) / I Can't Leave You Alone SBSX 1
1985 Vaughn Toulouse Cruisin' the Serpentine (Version Excursion) / You See the Trouble With Me (Extended) / Cruisin' the Serpentine (Club Mix) SBSX 2
1985 Tracie Invitation (RSVP Mix) / The Country Code / Invitation SBSX 3
1985 Tracie I Can't Leave You Alone / 19 (The Wickham Mix) SBS 1
1985 Tracie Invitation / The Country Code

lunedì, agosto 05, 2013

Facebook e le fabbriche dei Like



Ettore Livini su Repubblica di qualche giorno fa riporta l'esito di un servizio della BBC sulla Fabbrica di LIKE per FACEBBOK.
Il centro operativo è in Bangladesh dove un numero di persone, stimato sulle 20/25.000, trascorre ore ed ore ogni giorno sulla tastiera di un computer a generare milioni di like (al prezzo di 15 dollari ogni mille), pagati 12 dollari al mese (o un dollaro ogni 1.000 click).
Centomila visioni su Youtube costano tre dollari.

Facebook stima l'8% il totale dei click di origine fraudolenta.

Il like su Facebook come un'unità di misura attendibile per capire il successo o meno di un prodotto o di una campagna genera un mercato di finti follower o likes soprattutto perché il 31% circa dei consumatori online basa le sue scelte d'acquisto proprio su questi parametri.
E il lavoro a basso costo di paesi poveri come il Bangladesh è il posto ideale dove trovare la materia prima.

E se questo lavoro riguarda soprattutto entità macroscopiche e aziende di un certo peso, non ne sono esenti (in misura proporzionalmente più limitata) anche micro situazioni come gruppi musicali più o meno famosi...vedi certe bands semi sconosciute con migliaia di likes (che se verificati, in certi casi, rivelano che un gruppo romano ha un migliaio di fans...filippini...).

domenica, agosto 04, 2013

Soul Food - Dischi Soul per l'Anima



MYRON & E - Broadway
Un black duo che richiama immediatamente (anche da un punto di vista estetico) Sam&Dave ma che in realtà, pur muovendosi in ambito strettamente soul, si appoggia ad altre referenze in particolare Sam Cooke (in stupende e sentite ballads gospel soul) e il Curtis Mayfield più soft e “caldo”.
Ad accompagnarli con gusto essenziale , minimale e il giusto groove, i finlandesi Soul Investigators usualmente al servizio della fantastica Nicole Willis.
Il risultato è un album raffinato ed elegante, pieno di stile e di buon gusto, sottofondo consigliatissimo ma con anche qualche spunto danzereccio di sapore funk o Northern soul che non guasta e movimenta il tutto.

IRMA THOMAS - In between tears
SWAMP DOGG - Total destrucion to your mind

Due preziose ristampe di materiale “minore” sotto certi aspetti dell’enorme universo soul.
Il primo è un oscuro album del 1973 di IRMA THOMAS, mai più ristampato e che ritrova per fortuna la luce. Scritto e prodotto da SWAMP DOGG viaggia nei meandri di un Southern Soul intensissimo , spesso debitore all’Aretha tardo 60’s ma pieno di funk, gospel, sofferto blues, melodie malinconiche, grooves diretti e diritti con il prezioso (quanto discreto) aiuto della chitarra di Duane Allman dell’Almann Brothers Band.
Musica per fini intenditori di MUSICA SOUL e per la voce strepitosa della Soul queen of New Orleans”.

SWAMP DOOG è il nome d’arte che si scelse il funambolico Jerry Williams che oltre all’attività di produttore e compositore aveva all’attivo anche una lunga discografia (che parte dai mid 50’s) con il vecchio nome.
Il nuovo nickname lo sposta verso lidi più funk, neri e torbidi, dove si parla di sesso, droghe e altre facezie su basi crude e suoni rozzi con grande folate di blues e gospel.
“Total destrucion to your mind” è il dimenticato esordio del 1970, particolarmente efficace e facilmente collocabile tra un Wilson Pickett e un Arthur Conley d’annata.
Good stuff.

sabato, agosto 03, 2013

Morrissey, Johnny Marr, gli Smiths e il calcio



Una serie di estratti da "ROCK N GOAL" (Bacciocchi-Galletti, VoloLibero Edizioni) arriccchiti da qualche ulteriore particolare, foto, aneddoto.
A cura di Alberto Galletti.

MORRISSEY
Non c’era molto calcio negli Smiths.
Negli anni 80 il pubblico delle partite era in calo costante, calcio e rock alternativo rimasero cugini estranei, quando il calcio inglese toccò il proprio nadir nel maggio 1985, gli Smiths pubblicarono Meat is murder, un brutale manifesto vegetariano che sicuramente trovò poco o niente riscontro tra gli appassionati di calcio.
In una delle sue tirate anti-governative ebbe pure a dichiarare che ‘Capisco il patriottismo (a proposito delle scorribande degli hooligans sul continente), capisco la tensione, il grado di repressione e la rabbia e l’aggressività che a un certo punto deve trovare uno sfogo, quando vedo scontri come quelli successi ultimamente in Svezia e Danimarca mi diverto molto, se nessuno si fa male ovviamente, mi diverto parecchio.
Nonostante non gli sia mai stato indifferente, come dimostra la sua frequentazione (seppur non assidua ) di Old Trafford tra il 72 e l’83, credo che Morrissey abbia idee un po confuse riguardo al calcio come confermano le sue simpatie per il West Ham e il Millwall negli anni novanta-duemila.
Nel 1988 dichiarò ‘andai in curva due o tre volte e poi mi comprai un cappellino bianco-rosso per 12 scellini, subito dopo essermelo messo qualcuno arrivò da dietro di corsa, me lo rubò e scappò via, pensai ‘è un mondo crudele, mi vendicherò’ su questa società’.

Ha dichiarato inoltre che Brian Robson (il capitano dello United anni 80) era un grandissimo calciatore e che il calcio di kung-fu col quale Cantona stese il tifoso del C. Palace fu sacrosanto, un ottimo esempio, concordo con lui.
La canzone We’ll let you know dall’LP solista di Morrissey parla di hooligans , in un periodo in cui questa piaga riempiva ancora le prime pagine dei giornali.

JOHNNY MARR
Gli allenatori di calcio verso la fine degli anni 70 primi 80 non vedevano di buon occhio i ragazzi che avevano connessioni col mondo musicale -ha rivelato Marr- grande tifoso del City, fui scartato dall’allenatore delle giovanili del City ad un provino, nonostante gli osservatori fossero di parere contrario, per via delle mie inclinazioni musicali, ero sicuramente bravo a sufficienza per le giovanili del Manchester City , ma ero l’unico che si truccava gli occhi….
Metà dei giocatori della partita preferirono girarmi al largo, l’altra metà cercò di colpirmi ininterrottamente per tutta la partita, li provocai, la mia carriera calcistica era destinata a durare poco in ogni caso.

venerdì, agosto 02, 2013

The Jam - This is the modern world



Prosegue la rubrica GLI INSOSPETTABILI ovvero una serie di dischi che non avremmo mai pensato che...
Dopo Masini e Ringo Starr qualcosa di per sè buono ma insospettabilmente valido...


E’ l’album che puntualmente viene relegato, anche dai fans più scatenati dei JAM e di Weller, nel limbo del peggior lavoro del gruppo.
“This is the modern world” non è certo il migliore.

Uscì il 18 novembre del 1977 a sei mesi dall’esordio esplosivo di “In the city” e risente di un lavoro frettoloso: 10 brani di cui due (non certo memorabili) di Foxton, una cover e un Weller non al meglio da un punto di vista compositivo.
Ma quello che affascina (oltre alla stupenda copertina) è proprio l’incertezza che vi si respira, l’evidente approssimazione, esibita senza pudori, l’urgenza adolescenziale di dire tutto subito, senza compromessi o calcoli strategici.
Poco più di mezzora, registrazione talvolta di scarsa qualità, produzione inesistente o quasi ma sincerità, immediatezza, spontaneità.
I Jam in sei mesi salutano ogni aggancio con il punk e allacciano saldamente i legami con quello che hanno sempre amato: gli Who, i Beatles, i Kinks, gli Small Faces, il soul, il rhythm and blues.
Le chitarre, le armonie vocali, le progressioni melodiche portano tutte al biennio 65/67, condito con l’energia dei “tempi moderni”.

A partire dall’iniziale title track (con il riff rubato a “Pictures of Lily”) e dalla successiva “London traffic” di Foxton che a parte il banalissimo testo sembra una versione mod rock di “Paperback writer” dei Fab Four.
Si va di nuovo con riff tra Who e Kinks con “Standards” mentre la malinconica “Life from a window” ci porta al Ray Davies mid 60’s e con “Tonight at noon” (beatlesiana fino al midollo) introduce la vena cantautorale e pop del miglior Weller.
Forse “Don’t tell me you’re sane” di Foxton avremmo preferito trovarla su una raccolta di outtakes, come la poco ispirata “The combine” ma c’è di peggio in giro.
Breve e rabbiosa “In the street today”, sembra presa da un album degli Who 66/67 la bellissima “I need you”, non riuscitissima ma dignitosa “London girl”, bellissima nella sua aspra dolcezza “Here comes the weekend” ed infine “In the midnight hour” apparentemente una cover trascurabile.

Ma siamo nel 1977 e chissà in quanti si sono chiesti chi diavolo fosse questo Wilson Pickett e che cosa facesse questa etichetta, Stax Records, per cui incideva questo galantuomo (e chi fosse quell’Arthur Conley di cui avevano immortalato “Sweet soul music” sul retro del singolo “This is modern world” un mese prima insieme a “Back in my arms again” delle Supremes).

Questo significa FARE CULTURA MODERNISTA.

“This is modern world” è Action, Reaction, Creation, è un enorme passo avanti verso i fulgidi capolavori che saranno “All mod cons”, Sound affects” e “The gift” (oltre al meno riuscito “Setting sons”), preceduti, dopo momenti di sbando, fallimenti e cadute da uno dei momenti top della carriera, il singolo “Down in the tube station at midnight” che il 21 ottobre 1978, 11 mesi dopo aprirà un mondo del tutto nuovo per i Jam e per la musica pop inglese.

giovedì, agosto 01, 2013

Marihuana Libre



Credo di essere tra le rarissime persone della mia generazione a non aver mai provato alcun tipo di droga (neppure mai messo in bocca una sigaretta, così per provare)...(e sei ridotto così ! tanto valeva provare... vi risparmio la battuta).
Odio il consumo di stupefacenti di qualsiasi tipo, disdegno i superalcolici, amo vino e birra.

Eppure plaudo il presidente Mujica e la Camera dei deputati dell'Uruguay che ha approvato la legalizzazione della marijuana.

La norma prevede la legalizzazione della coltivazione e compravendita del cannabis, attraverso la creazione di un organismo statale che regolamenterà ogni fase dell'attività: i consumatori registrati potranno acquistare fino a 40 grammi di marijuana al mese, attraverso una rete di farmacie autorizzate. Il passaggio alla luce del sole di tutte queste procedure consentirebbe di sferrare un importante colpo alla criminalità.

L'Uruguay diventa il primo paese al mondo dove la gestione delle droghe leggere è affidata allo Stato.

Que viva Josè Mujica !!

mercoledì, luglio 31, 2013

Luglio 2013. Il meglio



E mentre George e Bob se la giocano a tennis all'Isola di Wight nel 1969 un po' di nomi che potrebbero finire nella top 10 di fine anno Miles Kane, Charles Walker & the Dynamites, Beady Eye, Sweet Vandals, Mudhoney, Nicole Willis, Ocean Colour Scene, Mavis Staple, Nick Cave, Johnny Marr , Willie Nile, Jimi Hendrix, Jesse Dee, Lilian Hak, Impellers, Elwins e tra gli italiani Statuto, Raphael Gualazzi, Temponauts, Lord Shani, Mauro Ermanno Giovanardi, Petrina, Zamboni/Baraldi, Cut/Julie’s Haircut, Valentina Gravili, Cesare Basile e Andrea Balducci, Electric Shields, Svetlanas, Stella Maris Music Cospiracy

ASCOLTATO

WILLIE NILE - American ride
Willie Nile è sulla scena da decenni (il primo album è datato 1980) in maniera irregolare, altalenante, tra problemi di tutti i tipi.
Si ripresenta con un album con i fiocchi, elettrico, ruvido, ruspante, aggressivo, nervoso dove sono le chitarre e il rock n roll a farla da padrone, tra il primo Bruce Springsteen il Joe Strummer (solista e con i Clash) Coverizza Jim Carroll in “People who died”, accarezza sonorità care a Tom Petty, si abbandona ad intense ballate country, a volte sembra Patti Smith al maschile, i ltono generale ricorda le ultime prove di un altro grande eroe minore dell’epopea rock a stelle e strisce, Garland Jeffreys.
Un grande album di rock vero e intenso.

DAVID LYNCH - The big dream
Non è la prima volta che il valente regista si cimenta con la musica.
L’approccio è come sempre austero, severo e tenebroso, tra scarno e ipnotico trip hop blues, Tom Waits , blues una sorprendente cover di “The ballad of Hollis Brown” di Bob Dylan, Nick Cave.
Atmosfere nere, con una discreta, ossessiva ed ipnotica batteria elettronica costantemente all’opera e scarni inserimenti strumentali.
“The big dream” è coraggioso, personale, riconoscibile, incurante di compromessi con la facile fruibilità e per questo ancora più affascinante e apprezzabile.

THE ELWINS - And I thank you
Duo canadese all’esordio con un album freschissimo, solare, pulito che spazia allegro tra Beach Boys, Beatles, il McCartney solista, XTC, Prefab Sprout, il pop di più ampio respiro 60’s e riferimenti vari al brit sound più recente (da Arctic Monkeys a Miles Kane).
Consigliatissimo in una giornata estiva.

SVETLANAS - Tales from the Alpha Brigade
Gli Svetlanas risorgono dalle ceneri dell’Unione Sovietica e direttamente dagli archivi del KGB, tornano, con il secondo album ad impartire lezioni di durissimo soviet punk.
In realtà arrivano da più vicino e sono uno dei nomi di punta del punk italiano, con i piedi ben piantati nell’hardcore californiano dei primi 80’s ma che nel nuovo lavoro viene rafforzato da una struttura non aliena a sferzate metal in stile primo Motorhead. 
Wall of sound superbo, brani potentissimi, voce super abrasiva, grande album !

STELLA MARIS MUSIC CONSPIRACY - Operation mindfuck
Grande album punk dal Granducato Hardcore toscano (di cui molti della band erano membri). Si passa da brani che potremmo mettere tranquillamente sul primo dei Circle Jerks o Dead Kennedys ad altri che sembrano presi da quelli di 999 o Vibrators.
Grande tiro, suono crudo e diretto.

BACKWARDS - Eerie thoughts collection pt. 3
I Backwards erano una creatura del genovese PierPaolo Rizzo che negli anni 80 con questo pseudonimo pubblicò alcune gemme intrise di psichedelia, beat, gusto retrò, citazioni esplicite che andavano dai primi Pink Floyd ai 13the Floor Elevators.
“Eerie thoughts...” ripropone l’album omonimo di oltre 20 anni fa più alcune saporite aggiunte di demo e rarità in cui si confermano le felice intuizioni dell’epoca, continuando a suonare attualissime, ipnotiche, accattivanti.

LAWRA - Origine
Lawra è all’esordio, alle spalle un lungo lavoro da corista per Negrita e Jovanotti tra gli altri.
“Origine” è uno splendido lavoro di fusione di pop italiano, soul (spesso non lontano dall’eleganza e raffinatezza di Sade) , funk, jazz, hip hop, sonorità caraibiche e africane.
Un melting pot sonoro denso e intenso, pieno di sapori forti, su cui la voce di Lawra si  produce in faville.
Il livello qualitativo delle composizioni e degli arrangiamenti è altissimo e non teme confronti con le migliori produzioni.

ASCOLTATO ANCHE:
MUD MORGANFIELD (è il figlio di Muddy Waters e il blues lo sa fre e bene. Roba tradizionale, nessun guizzo particolare ma suonato e interpretato come maitù vuole. Bello), SMITH WESTERNS (da Chicago, pesantemente Beatlesiani con anche tocchi di Pink Floyd e Prefab Sprout. Non male) EDITORS (inutile new new wave della new wave..mah), GARY CLARK JR (in molti lo indicano come nuova star del Blues. Mischia blues, hip hop, Hendrix e Lenny Kravitz. Alcuni spunti notevoli ma anche tanta confusione), PET SHOP BOYS (disco pop anni ’80, commerciale e prevedibile ma ben fatto), RANDALL BRAMBLETT (vecchio bluesrocker americano già con Winwood, Bonnie Raitt e altri alle prese con un vecchio rock blues, scontatissimo ma neanche male a tratti), OH SEES (garage rock, un po’ di Velvet, Pavement, psych. noia), NATIONAL (vellutati, intimisti, non male alla fine tra Talk Talk e Tindersticks but not my cup of tea)

LETTO

JURIJ GAGARIN - Non c’è nessun Dio quassù
Appassionante autobiografia di Gagarin, il primo uomo che il 12 aprile 1961, volò nello spazio. Gagarin era un convinto ed entusiasta fautore della rivoluzione sovietica, portatrice di uguaglianza e giustizia nel mondo, anche attraverso le imprese spaziali, destinate all’Umanità intera. Non fu così ma il libro, pur se a tratti prolisso nell’elenco di nomi e di particolari tecnici, è appassionante quanto lo fu la corsa allo spazio dell’epoca.

JOHN FANTE - Full of lifev Lettura divertente, spedita, (auto) ironica e auto biografica che si addentra nei tragicomici 9 mesi di gravidanza della moglie. carino.

MAX MARCHINI - Greg Lake World Sculptures
Il giornalista e musicista Marchini propone un interessante e completo excursus nella vita artistica di Greg Lake dagli esordi beat e psych con Unit 4, Shame e Shy Limbs ai palcoscenici mondiali con King Crimson, ELP e la carriera solista, oltre alle collaborazioni con Who, Daltrey e Ringo Starr tra gli altri.
Tante foto, i testi, aneddoti a profusione.

VISTO

“Il piccolo grande uomo” di Arthur Penn
Uno dei film più divertenti e allo stesso tempo crudi sull’epopea del West dalla parte degli indiani con un immenso Dustin Hoffman.

COSE & SUONI

Di nuovo in studio con Lilith and the Sinnersaints per un nuovo disco che uscirà a metà ottobre. 5 i brani registrati in omaggio ad un noto genere musicale.
E da ottobre nuove date in giro per la penisola, un video, un teaser e un Tshirt ad hoc.
In cantiere anche una colonna sonora per Natale.

www.lilithandthesinnersaints.com

https://www.facebook.com/LilithandtheSinnersaints

Mie recensioni su www.radiocoop.it

IN CANTIERE Il 23 agosto presentazione “Rock n Goal” ad Alvito (FR) al “Festival delle storie”
http://festivaldellestorie.org/
Il libro sugli Statuto alle fasi finali (in uscita a febbraio 2014) mentre prosegue la promozione di “Rock n Goal” che in autunno si arricchirà di nuove presentazioni.
Il libro su Paul Weller l’11 ottobre per Arcana.
Per Natale un altro progetto semi letterario e particolarmente utile (a breve more info).

lunedì, luglio 29, 2013

Blur Live a Milano 28/7/2013



BLUR LIVE
Ippodromo di S.Siro 28/07/13


A cura di Alberto Galletti

Grande concerto dei BLUR ieri sera nella calura africana di S.Siro (alla fine si conteranno una quarantina di collassi portati fuori dal servizio di sicurezza).
Al ritorno sulle scene dopo un decennio circa, la famosa band inglese ha sfoderato una prestazione di altissimo livello, carichi ispirati e belli in palla, hanno trascinato un pubblico numerosissimo e motivatissimo, valutabile in 6/7000 unità secondo un amico della security che mi ha detto che è stato l’unico sold-out della stagione all’Ippodromo.

Nessun gruppo spalla (grazie al cielo) e avvicinamento al palco graduale con birrette eccetera ed un bell’incontro con un caro amico (che speravo di trovare), chiacchiere sulle solite storie calcio e musica guarda un po’ e partenza alle 21,30 con ‘Boys and girls’ tanto per mettere subito le cose in chiaro, esecuzione eccellente pubblico subito scatenato e trend della serata già fissato ad alti livelli fin dal principio.
Presenza sul palco in perfetto stile Blur: Damon Albarn in jeans clarks , camicia (Ben Sherman?) e giaccone blusa blu che si toglierà a metà esibizione (come ha fatto a risestere non so) Graham Coxon in maglietta bianca a striscine orizzontali blu tipicamente nel suo stile, Fredd Pery blu (o nera?) per Dave Rowntree e camicia bianca, bermuda di jeans per quel gran cazzone di Alex James che è scalzo, direi che anche visivamente son proprio loro.

Albarn rovescia una quantità di bottigliette d’acqua addosso a quelli delle prime file con il suo solito fare, spregovol-irrivevrente punk, il pubblico gradisce e si esalta , si passa a "Popscaene" e poi ‘There’s no other way’ esecuzioni cariche, ben eseguite trascinanti, personalmente sono abbastanza esaltato e completamente trascinato dall’ensemble band/pubblico che funziona a meraviglia , Damon Albarn canta benissimo con grande impegno per tutta la sera a pieni polmoni e senza un cedimento.
Boato per l’attacco di "Beetlebum" versione eccellente e un finale tiratissimo (con un uno due alla Dear Prudence che dura minuti sul quale Coxon spara una fila di suoni deraglianti che mi mandano in orbita, alla fine rimango di sasso, versione da paura!) Seguono ‘Out of time’, ‘Tribb Trabb’ e si arriva a ‘Caramel’ anche qui tiratissima una versione ipnotica con passaggi psichedelici, la band sul palco impegnatissima a suonare noncurante del publico, un viaggione; uuuuffff alla fine tiro un sospirone!

Ci vorrebbe ‘Coffee and TV’ mi fa a ‘sto punto il dott. Borghi, ‘pheega’ gli rispondo altro che!’ accontentati, splendida, canzone davvero splendida, accattivante, ritmo trascinante e un fuori programma divertentissimo con un fan che stava in un cartone del latte che si fa largo verso il fronte del palco e ancor prima di arrivare alla transenna viene invitato ad ampi gesti da Damon a salire sul palco, fantastico!

Lo fanno passare e va sul palco tra il visibilio del pubblico (pure il mio) divertentissimo, alla fine canta gli ultimi corertti al microfono con Albarn.
Direi un buon esempio sullo spirito della serata, divertimento, e divertimento sia!
Dopo ‘Tender’ ecco ‘Country House’, Albarn scende dal palco scavalca le transenne a viene issato in trionfo da queli delle prime file e canta l’intero pezzo da lassù formidabile noi che eravamo già abbastanza vicini (posizione Weller, per chi c’era) veniamo risucchiati fino alle prime file letteralmente a due passi da lui e restiamo li fino alla fine, la calura diventa aquasi insopportabile, l’aria è praticamente irrespirabile, ma non importa.

Seguono Parklife nel tripudio generale, cominciano ondeggiamenti e spintoni poi ‘End of the Century (splendida? E ‘This is a Low chiude il concerto. Una scaletta fantastica.
Rientrano per i bis, la qualità è eccelsa, riattaccano ‘Under the Westway’, ‘For tomorrow’, The Universal è il tripudio totale (dimenticavo anche tre coriste e un corista di colore e tre ottoni, mi pare tromba e un paio di tromboni) e potrebbe essere la giusta conclusione trionfale, ma lo stronzone ha in serbo un ‘ultimo regalo ‘Song 2’ il pubblico perde completamente la testa l’intensità del pogo è devastane un altro minuto e sarei collassato pure io, ma il vecchio rugbista viene fuori e resta in pista fino all’ultimo secondo, by the way un’altra esecuzione come si deve, la nuvola di polvere che si è alzata è enorme e non si vede più niente visibiltà tre metri.
Restano la band in attività che preferisco, direi càsula al 100% anche negi atteggiamenti, strepitosi!
Buon divertimento a Charlie che stasera li vedrà a Roma, spero che ripetano la performance.


ROMA 29/7/2013
A Roma i tempi sono stati meno milanesi e Girls and Boys ha scosso l'Ippodromo delle Capannelle verso le 22.10 e da li è stato un tripudio continuo.
Band in condizione strepitosa che con l'ausilio di 4 coriste e tre fiati ha dato vita ad un'ora e mezza di magia brit trasportando i presenti (non so quanti fossimo MA eravamo tanti davvero) in un viaggio spazio temporale a cavallo tra gli anni 90 e gli anni zero. Il mio picco della serata: The Universal, senza se e senza ma; esecuzione che mi ha procurato un brivido lungo la schiena nonostante ci fosse un caldo boia ed un tasso d'umidità tipo L'Avana ad agosto.

CHARLIE

Get Back. Dischi da (ri)scoprire



FOUR BY ART - Four by art
Nel 1985 il quintetto milanese dei FB ART, grazie all’Electric Eye di Claudio Sorge, dà alla luce uno dei caposaldi della discografia mod italiana, quel primo omonimo album che con 10 fulminanti brani mischia alla perfezione la carica live e fun della band con sprazzi di pischedelia (soprattutto grazie al lavoro delle tastiere), una grande cover di “Mony mony” di Tommy James and the Shondelles, quello che considero il loro capolavoro “I’m having fun” che esalta le enormi capacità tecnica di Demetrio alla batteria e un superbo brano di Hammond Jazz come "A little bit of ice"
Album epocale che verrà replicato l’anno dopo dal meno convicente “Everybody’s An Artist With Four By Art “

HUMBLE PIE - Town and country
Il secondo album degli Humble Pie di Steve Marriott e Peter Frampton esce nel novembre del 1969, sol otre mesi dopo l’infuocato esordio di “As safe as yesterday is” ed è tutta un’altra musica, rilassata, country blues (non lontana dalle atmosfere tardo Small Faces di “The universal” e “Mad John” ad esempio) con abbondanza di chitarre acustiche, qualche tocco di sitar, percussioni varie.
Lavoro atipico in una discografia (e live acts) impostata su un rock blues dalle forti tinte hard e rimandi al southern soul con la voce si Steve che fa sempre miracoli.

GLORIA JONES - Vixen
La grande Gloria Jones (quella di “Tainted love” per capirci) dopo essersi unita ai TRex di Marc Bolan, suo compagno e da cui ha avuto un figlio , Rolan, alle prese con un buon album solista, in chiave disco soul ma interessante grazie alla stretta collaborazione con Bolan che co-firma con lei il funk “teatrale” “High” e il divertente funk disco soul “Cry baby”.
C’è anche una ripresa di “Tainted love” in chiave attuale ma che perde inevitabilmente il confronto con l’originale e due versioni funk disco della “Get in on dei T Rex.

sabato, luglio 27, 2013

Billy Bragg, il West Ham e Paolo Di Canio



Una serie di estratti da "ROCK N GOAL" (Bacciocchi-Galletti, VoloLibero Edizioni) arriccchiti da qualche ulteriore particolare, foto, aneddoto.

Billy Bragg, cantautore politicizzato, spesso direttamente accostato all’epica di Joe Strummer e dei Clash è tifosissimo del West Ham. In un’intervista ricorda che
“Ero sulle montagne della Bolivia per realizzare un documentario per la BBC e mi sintonizzai su una Tv internazionale per sapere come erano andate le Elezioni Europee.
Alla fine del programma una voce annunciò “Ed ora un risultato dalla Seconda Divisione: Oldham 6 - West Ham 0. Il mio cuore cedette.
Ero su questa montagna, lontanissimo e pensai. “Ok è dentro di me”. Non ci posso fare niente, il West Ham è dentro di me”


Billy (uno zio, tra l’altro, che , a quanto pare giocava nella Stella Rossa di Belgrado come canta in “Sexuality” "I had an uncle who once played/ for Red Star Belgrade") è l’autore di un verso immortale nel brano “Greetings to the new brunette” :
‘Come puoi startene li a pensare all’Inghilterra, quando non sai nemmeno chi ci gioca’

Nell’album “Don’t try this at home” del 1991 è incluso il brano “God’s footballer” è dedicato a Peter Knowles giocatore del Wolverhampton Wanderers negli anni 60 che si ritiro dal calcio dopo essere diventato un Testimone di Geova.
“The boy done good” da “Bloke on bloke” del 1997, composto con il chitarrista degli Smiths Johnny Marr e con l’iniziale Strange as it may seem, I once had my football dreams che introduce ad un paragone, che prosegue in termini calcistici, tra una partita e l’amore per una ragazza.

Recentemente, nell’aprile del 2013, ha mandato un inequivocabile messaggio da un palco di Seattle al neo allenatore del Sunderland Di Canio (dichiaratamente fascista)
“Paolo Di Canio ha detto di non essere un razzista ma un fascista, come se i nqualche modo la cosa fosse più rispettabile. Bene, ho un messaggio per te, Mr. Di Canio, . Tutti voi fascisti siete destinati alla sconfitta ! “
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