lunedì, dicembre 21, 2015

I migliori dischi del 2015

La consueta lista dei migliori album dell'anno.
Un mix tra quello che ho ascoltato più spesso, più volentieri e quello che ritengo più innovativo, valido e destinato a rimanere.
NB: LE POSIZIONI SONO INDICATIVE.
La lista è un consiglio su quello che ritengo migliore quest'anno, cercando di coprire diversi ambiti sonori. Una buona annata con ottimi titoli.
Ho riservato altro spazio, nei prossimi giorni, per gli album ITALIANI e di SOUL MUSIC (alcuni dei quali però inseriti qua).
N.B.: la distinzione tra italiani e "stranieri" è solo per lasciare più spazio e attenzione per le proposte nostrane.

In passato furono:
nel 2005 White Stripes, Oasis e Supergrass
nel 2006 Bellrays, Capossela, Who e Beatles
nel 2007 Graham Day, Pj Harvey, Amy Winehose
nel 2008 Last Shadow Puppets, Oasis, Racounters
nel 2009 Madness, Dylan, Rancid
nel 2010 Gil Scott Heron, Paul Weller, Lanegan/Campbell
nel 2011 Beady Eye, PJ Harvey, Meat Puppets
nel 2012 Secret Affair, Neneh Cherry and the Thing, Macy Gray, Martha High, Patti Smith
nel 2013 Strypes, Miles Kane, Franz Ferdinand, Excitements, Julie's Haircut
nel 2014 Sleaford Mods, Damon Albarn, Temples, The Ghost of a Saber Tooth Tiger e Benjamin Booker


Fuori concorso 1

Ci ho fatto un libro, l'ho incontrato, intervistato, ha realizzato uno dei suoi migliori album solisti...non era giusto metterlo in gara.....



PAUL WELLER - Saturns pattern
Weller ancora una volta cambia le carte in tavola, andando avanti (o comunque solamente da un’altra parte) rispetto alla volta precedente, riuscendo ancora una volta a sorprendere, stupire, rinfrescare sound, immagine, proposta.
Chi è rimasto a Jam, Style Council o “Stanley Road” non sempre apprezzerà anche perchè il Nostro non disdegna ambiti anomali, ostici e discutibili.
Un album dalle mille direzioni che abbraccia funk, new wave, blues, jazz, dub, beat, dolci ballate pianistiche, cambi di ritmo, curati arrangiamenti vocali.
Il tutto con elegante e raffinata disinvoltura, una totale autorevolezza di chi non ha paura di osare e che finisce per creare un disco che, pur fedele alle consuete radici del Nostro, riesce ad essere ancora una volta diverso dai precedenti.
Ennesima conferma del valore di Paul Weller, un artista in continuo cambiamento.



1
KAMASI WASHINGTON - Epic

MONUMENTALE triplo album d'esordio del saxofonista californiano che esplora, in maniera moderna, progressista, attualissima, un oceano di influenze, dal soul jazz di sapore 60's alla Herbie Hancock, ai classici John Coltrane e Charlie Parker, alle opere più contaminate di Miles (l’afro funk di “On the corner”) , il jazz rock alla Weather Report fino al free di Ornette Coleman, Sun Ra, Pharaoah Sanders, l’afro beat di Fela Kuti.
IMPRESSIONANTE, da studiare a fondo, qui c'è il FUTURO nel PASSATO.



2
GAZ COOMBES - Matador

Gaz Coombes non ha mai ricevuto riconoscimenti adeguati alla qualità e allo spessore delle sue capacità compositive, neanche ai tempi dei successi con i Supergrass, micidiali autori di brillanti e freschi brani pop ma che seppero evolversi con album sempre più strutturati e interessanti fino allo scioglimento nel 2010.
In questo splendido secondo album solista esplodono mille influenze, dal kraut rock (con un occhio particolare ai mai dimenticati Neu!) alla psichedelia, spesso non lontano dalle ultime esperienze di Paul Weller e Damon Albarn ma senza farsi mancare episodi più tradizionalmente vicini alle influenze di sempre (pop, Beatles, Kinks, il primo David Bowie).
Album modernissimo, interessante, completo, efficace dall'inizio alla fine.




3
RYLEY WALKER - Primrose green

Un album BELLISSIMO, intensamente acustico e un po' jazzato e souly come il primo VAN MORRISON solista "(Astral weeks" e "Moondance" con tanto Tim Buckley, Jeff Buckley, Nick Drake, i Traffic di "John Barleycorn", C.S.N.&Y e, perchè no?, il Paul Weller di "Wild wood".
Il tutto con un vago sapore psichedelico che avvolge bene.



4
THE SELECTER - Subculture

Ska, rocksteady, reggae.
Eleganza, personalità a tonnellate, grandi grooves, brani stupendi, unA riuscita cover di “Because the night” di Patti Smith, la voce di Pauline Black perfetta.

5
SAUN & STARR - Look close
r
Le due coriste di Sharon Jones all’esordio su Daptone con uno splendido gioiello SOUL.
Fantastici i brani, grandissime le voci, groove di 60’s soul, funk e rhythm and blues.

6 KENDRICK LAMAR - To pimp a butterfly
Terzo album per il rapper Usa e superbo lavoro in cui entrano funk, soul, hip hop e buona parte dello scibile black music (spesso dalla parti di Prince e lo Sly Stone dei 70’s).
Lavoro di ampia gamma sonora, pieno di citazioni e suggestioni.

7 GREEN HORNET - Never enough
Olandesi. Uno dei migliori dischi garage beat dell’anno, tra Fuzztones e Jon Spencer Blues Explosion. Potentissimi, grandi songs, organo acido, cantato selvaggio e ritmi demoniaci.

8
SHARON JONES AND THE DAP KINGS - It's a holyday soul party

Se c'è una cosa che non ho mai discograficamente sopportato sono gli album natalizi.
Ma quando a fare un Album Natalizio è SHARON JONES AND THE DAP KINGS e tira fuori delle versioni di canti tradizionali da paura, aggiungendo qualche originale, è una roba da PAURA.
Pura CLASSE, soul, rhythm and blues, gospel swing e una "White Christmas" alla Wilson Pickett da antologia

9
SLEATER KINNEY - No cities to love

Ritorno con il botto dopo un lungo periodo di assenza per le tre (ex?) riot girls.
Sound abrasivo e minimale ma potente con arrangiamenti curati, ampia gamma di riferimenti (dal punk al 70’s hard, dal glam al grunge, via Siouxsie e addirittura Franz Ferdinand).
Il mix finale è riuscitissimo e di impatto. Notevole.

10
VAN GOFFEY - Take your jacket off & get into it

Dopo l'eccellente "Matador" di GAZ COOMBES arriva ora un altro ex SUPERGRASS.
L'ex batterista Danni Goffey con il nickname di VAN GOFFEY sfodera uno degli album più FRESCHI, BRILLANTI e FRIZZANTI dell'anno.
C'è un'abbondante dose di Supergrass ma anche di puro POP con rimandi a Beatles, Kinks, brit pop vario, Monkees, un po' di elettronica.
BELLISSIMO !

11
THE SONICS - This is the Sonics !

Difficile credere alla potenza e alla freschezza di un album del genere (il primo per la storica band di “Cinderella” e “Psycho” dal 1967 !). I 70enni garage rockers tirano fuori un selvaggio disco di ruvidissimo rock n roll con rifacimenti al fulmicotone di “Don’t need no doctor” o “Leaving here”. Chitarre abrasive, piano martellante , sax demoniaco. Grandissimi !

12
DUNGEN - Allas Sak

La band svedese mette a segno un altro piccolo gioiello di psichedelia folk con moderatissime e gradevoli pennellate prog.
C’è meno fuzz e meno sperimentazione, le atmosfere sono più oniriche ma è ancora una volta un bellissimo album, assolutamente unico ed originale.

13
D’ANGELO & the VANGUARD - Black Messiah

Interessantissimo viaggio nella black music più sperimentale, tra hip hop, funk, Parliament/Funkadelic, lo Sly and the Family Stone dei 70’s, Gil Scott Heron, Erykah Badu, Marvin Gaye, jazz ma soprattutto Prince, principale, palese riferimento. Il tutto condito da un mood abrasivo e “cattivo”.

14
NOEL GALLAGHER HIGH FLYING BIRDS - Chasing yesterday

Un ottimo album per Noel.
Ballate, brani rock in puro Oasis style, parentesi quasi jazz, raffinatezza compositiva, eleganza e tanto spessore. Attinge (copia?) a destra e a manca ma bisogna saperlo fare bene.
E lui ci riesce alla perfezione.


15
SPITFIRES - Response

Se siete "restati" a QUEL sound che spaccava le casse dello stereo alla fine degli anni 70 e di cui erano portatori gruppi come Jam, Chords, Jolt, affondando le radici anche nel power pop, nei Buzzcocks, nei primi Clash, Vapors o nei più recenti Moment, Rifles o Ordinary Boys (che tornano soprattutto alla mente quando in mezzo a brani di duro pop rock riecheggiano sprazzi ska in levare), "Response" è il vostro album ideale per il 2015.
Potente, melodico, essenziale, il quartetto di Watford confeziona un album di debutto al fulmicotone, 13 brani per tre quarti d'ora di musica senza sosta, chitarra secca e aggressiva, ritmica sempre pulsante, una tastiera raramente protagonista ma sempre ben presente a sostenere l'impatto sonoro, voce gutturale e diretta (molto vicina al primo Weller), assoli brevi e minimali.

16
MBONGWANA STAR - From Kinshasa

Dall'Africa arriviamo e all'Africa torniamo per ascoltare un SOUND NUOVO, avvolgente e sconvolgente.
Direttamente da Kinshasa, Redp, Democratica del CONGO mettono insieme il classico afro funk, la rumba congolese, le melodie sub Sahariane con techno, dub, elettronica ma anche ruvidi riff funk blues.
I giovani africani ascoltano rap, hip hop, pop africano e ce lo propongono alla loro maniera. In questo caso c'è tanto NUOVO per le nostre orecchie.

17
TOBIAS JESSO JR. - Goon

Molto bello l’esordio del 29enne canadese. Un album di ballate agro dolci piano e voce, con arrangiamenti minimali e discreti, dove il tratto prevalente è quello di Randy Newman ma sono palesi (al limite del plagio) riferimenti al John Lennon di “Imagine” e “Mind games” e al Paul McCartney di “Long and winding road” e “Maybe I’m amazed”.
Affascinante.

18
JIM O’ ROURKE - Simple songs

Lui è stato membro e produttore dei Sonic Youth ma anche con Wilco, Beth Orton e tanti altri, autore di decine di album e progetti di tutti i tipi.
Il nuovo lavoro è riuscitissimo. Pop rock elaboratissimo, progressivo, con jazz, folk, sperimentazioni, post rock, complessi arrangiamenti, ritmiche intricate.

19
DOWNTOWN BOYS - Full communism

Cattivi, furiosi, aggressivi, schierati politicamente, hanno realizzato il MIGLIOR ALBUM PUNK del 2015.
Mi ricordano i primissimi Black Flag o i dimenticati U.X.A. per la voce femminile (che canta in spagnolo e inglese) ma hanno un disturbante SAX che riporta a XRaySpex, James White & the Contortions e alla No Wave.
Sono durissimi e spietati, hardcore e sguaiati.

20
CHARLATANS - Modern nature

Buono il ritorno dei CHARLATANS.
Approccio moderno con un velo costante di buon vecchio psych beat sound, tanto white funk soul, canzoni avvolgenti.
Molto cool.

20
JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Freedom tower

Con Jon Spencer non si sbaglia mai: energia, sporcizia e grande tiro !
Non fa eccezione “Freedom tower” che raccoglie anche un nerissimo lascito funk, quello più aspro contaminato dalle ruvidezze post 77.
Spazza via la blackness di Jack White e ci porta nei sotterranei più luridi di New York.

20
MARTIN COURTNEY - Many moons

Il leader dei Real Estate in veste solista con una delizia di album tra Byrds, Beatles 1965, Paisley Underground, melodie 60’s, arpeggi folk rock, un tocco di pre psichedelia.
Avvolgente, delicato, bello.

20
BATTLES - La Di Da

Il terzo album del trio new yorkese è un’ennesima conferma dell’originalità e l’ecletticità di questo progetto assolutamente unico.
Impossibile catalogare il mix di King Crimson, Talking Heads in acido, kraut/Kraftwerk, No wave, il “No pussyfooting” di Eno/Fripp, i Tool, il prog più duro ed estremo.
Sono i Battles e basta. Una delle migliori realtà in circolazione e tra gli album più originali dell’anno.

FUORI CONCORSO 2
THE JAM - Fire and skill

Monumentale cofanetto dei JAM con 6 CD (tutte registrazioni assolutamente inedite) con ben 122 brani live presi in ogni anno della loro breve e fulminea carriera, dal 1977 al 1982, riproducendo ogni volta un concerto per intero (pecche, stonature, scordature, incertezze incluse).
Si coglie l'evoluzione compositiva, la progressione artistica, strumentale, vocale (rabbiosa e gutturale agli inizi, piena di soul e modulata alla fine), dal minimalismo rock n roll/rhythm and blues/punk degli esordi, attraverso le incertezze del passaggio ad una dimensione più 60's beat fino alla consacrazione commerciale e artistica e all'imprevista conclusione quando avevano abbracciato un sound “nero” di diretta ispirazione funk e soul.
Interessante ascoltare una lunga serie di episodi minori, B sides di 45 giri o cover di classici soul, di Who, Small Faces e versioni piuttosto differenti di alcune hit della band.
Importante sottolineare come spesso i Jam proponessero i brani dal vivo mesi prima della pubblicazione ufficiale su disco, provandone l'efficacia direttamente sul palco.
Dalle registrazioni, decenti e dignitose anche se molto crude e a volte rozze (pur se rimasterizzate ad Abbey Road), emerge il ruolo mai troppo lodato di Bruce Foxton, vera colonna portante della band, con un lavoro imponente di rifinitura e di impalcatura armonica, oltre ad un apporto vocale costante, raffinato e preciso a supporto di Weller.
La confezione è buona pur se un tantino spartana con alcune foto in cartolina e un booklet (scritto dal giornalista di Mojo Pat Gilbert che racconta una sbrigativa ma esaustiva storia della band) con immagini un po' scontate e caratteri poco leggibili su sfondi con colori molto spinti.

domenica, dicembre 20, 2015

Spitfires live a Torino 18/12/2015



Grazie a SILVIO BERNARDI (voce e basso dei RUDI) possiamo usufruire di una puntuale recensione alla data unica dei nuovi Mod Heroes a Torino lo scorso venerdì.
Foto ANDREA GALLINS.

GRAZIE ad entrambi per la disponibilità e il gentile omaggio al Nostro blog.


I 35 anni di Piazza Statuto Mod si festeggiano alla grande con una delle migliori band "in stile" uscita dall'Inghilterra (e oltre) negli ultimi anni: gli Spitfires, quartetto di Watford che ha veramente impressionato col suo album di debutto "Response" e che dopo una lunga serie di sold out in patria sbarca per la prima volta nel nostro Paese.
Appuntamento dunque all'Hiroshima Mon Amour di Torino, dove convengono mods (ma non solo) da tutta la città ma anche da altre parti d'Italia assiepandosi sotto al palco quando la band attacca le prime note.

La formazione per la serata manca del tastierista Chris Chanell, aggiunto al terzetto originale prima delle registrazioni del disco, nel quale dava un contributo importante: sound dal vivo dunque più tagliente ed essenziale, con un gran "tiro" che si sprigiona in primis dalla batteria di Matt Johnson.

Il carisma sul palco del frontman e leader Billy Sullivan è indubbio e assolutamente inedito per un ragazzo della sua età, il precedente più illustre è ovviamente il primo Paul Weller che Billy ricorda tantissimo in primis dal punto di vista vocale.
La scaletta è serratissima, alcuni dei brani migliori del disco, come "Tell me" e "Stand down" vengono proposti quasi subito e il pubblico reagisce alla grande, unendosi ai cori e anche improvvisando un pogo sui passaggi più scatenati.
La prima cover arriva relativamente tardi, segno che la band ha fiducia nel proprio repertorio di originali (e ne ha ben donde); ad ogni modo, il piglio per reinterpretare un classicone come "Career opportunities" dei Clash c'è tutto, e la versione degli Spitfires è assolutamente coinvolgente. Così come quella di "Little bitch" degli Specials, che invece arriva tra i primi bis, preceduta dalla ballatona "4 a.m.", che Billy interpreta da solo, alla "That's entertainment", entusiasmando la platea.
E il cerchio coi Jam si chiude con la carichissima cover di "A bomb in Waldour Street", omaggio inaspettato (è la seconda volta che Billy e i suoi tornano sul palco per i bis) a un pubblico preparato e attento, che non ha fatto mai mancare il supporto alla giovanissima formazione inglese.
Che dopo il concerto si ferma a lungo al banchetto per le foto e le chiacchiere di rito, e anticipa che tornerà prestissimo in Italia, in primavera.
Lunedì questo l'annuncio ufficiale: conviene già cominciare a segnarsi le date.

sabato, dicembre 19, 2015

Regali di Natale



Se avete qualche incertezza per i vostri regali.....

Ghost on The Highway: A Portrait of Jeffrey Lee Pierce and The Gun Club



Ghost on The Highway: A Portrait of Jeffrey Lee Pierce and The Gun Club di Kurt Voss è un lungo documentario sulla figura di JEFFREY LEE PIERCE, anima di una delle migliori bands degli 80's, quei GUN CLUB che seppero mischiare alla perfezione punk, blues, country e la disperazione scomposta di Jeffrey.

L'ora e mezza è un susseguirsi di testimonianze di amici ed ex componenti della band che raccontano della genialità del personaggio ma anche e soprattutto della sua instabilità, resa, alla fine, incontrollabile da eccessi e abusi di ogni tipo, fino alla morte prematura del 1996.
Ci sono in particolare gli ex Gun Club Ward Dotson e Kid Congo Power oltre a Henry Rollins, Lemmy dei Motorhead, John Doe degli X, Dave Alvin dei Blasters tra i tanti.

Manca purtroppo una cosa: Jeffrey Lee Pierce...rari spezzoni di pochi secondi live intervallano i vari racconti ma Jeffrey non lo sentiamo mai parlare, ne vediamo qualche immagine e poco altro.
Il video è comunque interessante e importante per entrare nel mito ed evidenziarlo per quello che era nella pratica. Tutto molto punk e coerente.

Per vederlo, qui: https://www.youtube.com/watch?v=wcNAYIdgkKo

venerdì, dicembre 18, 2015

Il calcio che (non) conta



Rubrica periodica che va a visitare i campionati meno seguiti e noti in giro per il mondo.
In precedenza se ne è parlato qui
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Il%20calcio%20che%20%28non%29%20conta

Un veloce sguardo al sorteggio dei prossimi Europei 2016 che, guarda caso, ha favorito la squadra di casa, la Francia, con avversari abbastanza benevoli (Romania, Albania e Svizzera). Difficile quello per l'Italia (Belgio, Svezia e Irlanda) ma passano le prime due e le migliori 4 terze (insomma quasi tutte...).
In Champions invece impresa impossibile per le italiane (Real e Bayern) e difficile in Europe ma il Napoli ce la può fare tranquillamente.
E' bello vedere l'ALESSANDRIA e lo SPEZIA (e anche CARPI) ai quarti di Coppa Italia dove si incontreranno (una delle due la troveremo in semifinale).
Intanto nel Mondiale per Club se la vedranno in finale Barcellona e River Plate.
Eliminati i giapponesi del Sanfrecce, i neozelandesi dell'Auckland, i congolesi del Mazembe (battuti dai messicani dell'America nella finale per il quinto e sesto posto).

In SCOZIA, Celtic (appena eliminato dalla Europe) sicuro avanti sull'Aberdeen e l'Heart of Midlothian mentre in Championship i Rangers hanno tre punti sulll'Hibernian.

Nell'INDIA degli ex giocatori alla ricerca di un ultimo scampolo di danaro, il campionato si avvia alla fine con la finale tra il GOA allenato da Zico con in squadra Andrade e il Chennaiyin guidato da Materazzi (con in squadra Manuel Blasi ex Juve, Napoli, Fiorentina e 8 presenze in Nazionale e Alessandro Potenza già con Fiorentina, Genoa e Foggia).
In semifinale il Goa aveva eliminato i Delhi Dynamos capovolgendo con un secco 3-0 la sconfitta per 1-0 dell'andata mentre l'Atletico de Kolkata del portoghese Postiga ha battuto 2-1 il Chennaiyin che però aveva vinto all'andata 3-0.
In India troviamo anche Riise, Eder, Kamara, vari inglesi di secondo piano e ad allenare Roberto Carlos, Simao, Mutu, Elano.

A CAPO VERDE si gioca un campionato locale dal 1953 quando ancora era colonia portoghese. Il CS Mindelense è la squadra più titolata con 11 scudetti.
Nel 1971 partecipò alla Coppa di Portogallo (unica volta) e perse al primo turno 21-0 con lo Sporting Lisbona. La nazionale ha battuto il Kenya nelle qualificazioni ai prossimi Mondiali 2018 ed è nei gironi finali (oltre ad aver raggiunto il 39° posto nel Ranking Fifa davanti a Grecia, Danimarca, Paraguay, Perù.

In LIBIA succede di ogni ma il campionato prosegue e la Nazionale si giocherà la qualificazione ai Mondiali del 2018 dopo aver passato il turno battendo il Ruanda 1-0 e 3-1 anche se in una recente amichevole ne ha prese 4 in casa dal pur forte Marocco.
In campionato l'Al Ahli Bengazi ha staccato l'Al Ahli Tripoli campione in carica.

Dall'ERITREA non giungono notizie fresche, anzi. Solo che la nazionale è all'ultimo posto del Ranking Fifa e che da sette anni il campionato lo vince il Red Sea di Asmara

giovedì, dicembre 17, 2015

I concerti più visti in Italia nel 2015



I numeri dell'Osservatorio dello Spettacolo relativi ai concerti di musica leggera della SIAE ci permettono di stilare una classifica dei concerti più visti in Italia nel 2015.

1) LIGABUE 19/9 Campovolo Reggio Emilia 147.211
2) AC/DC 09/07 Autodromo Imola 90.241
3) JOVANOTTI 12/07 Olimpico Roma 57.250
4) VASCO ROSSI 18/06 Stadio Meazza Milano 55.850
5) VASCO ROSSI 17/06 Stadio Meazza Milano 55.850
6) TIZIANO FERRO 04/07 Stadio Meazza Milano 51.109
7) VASCO ROSSI 03/07 Stadio San Paolo Napoli 49.399
8) TIZIANO FERRO 26/06 Stadio Olimpico Roma 48.547
9) VASCO ROSSI 07/06 Stadio San Nicola Bari 44.141
10) TIZIANO FERRO 27/06 Stadio Olimpico Roma 43.699
11) TIZIANO FERRO 05/07 Stadio Meazzza Milano 43.010
12) VASCO ROSSI 12/07 Stadio Euganeo Padova 41.798
13) MANU CHAO 20/06 Autodromo Monza 41.115
14) VASCO ROSSI 12/06 Stadio Franchi Firenze 39.564
15) JOVANOTTI 04/07 Stadio Franchi Firenze 38.115

Da annotare i 30.000 per METALLICA+ FAITH NO MORE ad Assago il 2/06, i 13.000 per ognuna delle due serate al Forum di Assago di FEDEZ il 21 e 22/03, gli 11.000 di DE GREGORI ad Assago in marzo, i 10.500 per i QUEEN ad Assago il 10/02 e i 10.400 degli ALT J ad Assago il 14/02.

Facendo invece un TOTALE troviamo VASCO ROSSI con quasi 350.000 presenze in 8 date, TIZIANO FERRO con 216.000 in 5 concerti, LIGABUE con 172.000 presenze in tre date (due anche ad Assago in marzo), JOVANOTTI con 135.000 in tre concerti.

Fonte: https://www.siae.it/it/chi-siamo/lo-spettacolo-cifre/i-top-al-botteghino

mercoledì, dicembre 16, 2015

Intervista a Antonio Gramentieri (Sacri Cuori)



Dopo FEDERICO FIUMANI dei DIAFRAMMA, al giornalista FEDERICO GUGLIELMI, ad OSKAR GIAMMARINARO, cantante e anima degli STATUTO, al presidente dell'Associazione Audiocoop GIORDANO SANGIORGI, a JOE STRUMMER, a MARINO SEVERINI dei GANG, a UMBERTO PALAZZO dei SANTO NIENTE, LUCA RE dei SICK ROSE, LUCA GIOVANARDI e NICOLA CALEFFI dei JULIE'S HAIRCUT, GIANCARLO ONORATO, LILITH di LILITH AND THE SINNERSAINTS, a Lorenzo Moretti, chitarrista e compositore dei GIUDA, il giornalista MASSIMO COTTO, a FAY HALLAM, SALVATORE URSUS D'URSO dei NO STRANGE, CESARE BASILE, MORENO SPIROGI degli AVVOLTOI, FERRUCCIO QUERCETTI dei CUT, RAPHAEL GUALAZZI, NADA, PAOLO APOLLO NEGRI, DOME LA MUERTE, STEVE WHITE, batterista eccelso già con Style Council, Paul Weller, Oasis, Who, Jon Lord, Trio Valore, il bassista DAMON MINCHELLA, già con Paul Weller e Ocean Colour Scene, di nuovo alla corte di Paul Weller con STEVE CRADOCK, fedele chitarrista di Paul, STEFANO GIACCONE, i VALLANZASKA, MAURIZIO CURADI degli STEEPLEJACK e la traduzione di quella a GRAHAM DAY, CARMELO LA BIONDA ai MADS, CRISTINA DONA', TIM BURGESS dei Charlatans, JOYELLO TRIOLO, SIMONA NORATO e la traduzione di un'intervista a RICK BUCKLER, MICK JONES, MONICA FRANCESCHI, SALVO RUOLO, MAURIZIO MOLGORA, PAUL WELLER, I RUDI e Michele MEZZALA Bitossi, IACAMPO, FIVE FACES, Geno De Angelis dei JANE J's CLAN, Stefano Ghittoni dei DINING ROOMS, oggi incontriamo ANTONIO GRAMENTIERI dei SACRI CUORI.

Le precedenti interviste sono qua:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste

SACRI CUORI - Delone
Non appaia una visione provinciale ma a partire dal fatto che a questo album, oltre alla stupenda e sensuale voce di Carla Lippis, partecipino nomi come Evan Lurie, Howe Gelb, Steve Shelley e Marc Ribot (che si aggiungono a quelli che già avevano arricchito i precedenti tre album della band romagnola, da Jim Keltner, David Hidalgo dei Los Lobos, Isobel Campbell, John Convertino, tra gli altri) e che i Sacri Cuori abbiano contribuito a dischi di Hugo Race, Robyn Hitchcock, Dan Stuart dei Green On Red, acuisce ancora di più l'attenzione verso un progetto multiforme e che si conferma tra i più particolari, personali ed originali in circolazione.
Detto questo "Delone" avvolge nelle sue atmosfere cinematografiche di sapore "tarantiniano", nelle cavalcate tex mex, nelle beguine di stampo Los Lobos ma che odorano anche di Willy DeVille, Lana Del Rey, Yma Sumac.
Ma c'è anche tanto gusto Felliniano nell'approccio stilistico ed evocativo.
L'ascolto è gradevole ma le atmosfere sono sinuose ed inquietanti come lo può essere girare di notte in certi quartieri di New Orleans...fate attenzione !


Credo che la vostra concezione di musicisti “artigiani” che coltivano accuratamente la loro attività facendola crescere e lavorando sui piccoli ma “buoni” numeri sia quella meglio praticabile in Italia.
Dunque si può vivere di musica in Italia facendo una musica fuori dal circuito “commerciale” ?


Direi di sì, anche se ovviamente resta un lavoro con un numero di certezze infinitesimo rispetto a qualsiasi altro mestiere.
Concedimi due premesse.
Uno: suonare è bellissimo ma farlo di mestiere non è assolutamente l’unico modo per farlo, né il più bello. Se capita, occorre essere realisti.
Si può diventare musicisti validi e duttili e lavorare per conto terzi, oppure crederci molto e fare un proprio progetto con una propria identità estetica, oppure cercare una linea sostenibile da qualche parte lì in mezzo. Noi siamo del terzo tipo, come gli incontri ravvicinati. E’ una figura di musicista che in America esiste da sempre, in Italia è più rara.
Per ora funziona, ma se non funzionasse sarebbe in primis colpa nostra, non del “sistema” dietro cui tutti nascondono le proprie magagne.

Quali sono le differenze più evidenti tra Italia e l’estero (Europa e Usa) dove siete spesso di casa ? Strutture, organizzazione etc

Con i paesi anglosassoni c’è una differenza sistemica, sul quanto la musica sia vissuta come parte del quotidiano.
Ovvero: anche per una coppia di 60enni è abbastanza normale andare a vedere un paio di concerti al mese, uscire di casa, avere una curiosità in merito.
Un po’ come da noi per il teatro, almeno nelle cittadine di medie dimensioni. Quindi in quei paesi esistono un sacco di circuiti possibili, di reti anche piccole, però sostenibili.
Con l’Europa del Nord c’è la differenza delle strutture. Lì la musica e il live sono promossi, diffusi e sostenuti dallo Stato (come da noi il teatro, per capirci) e dunque c’è un maggiore sostegno. E il pubblico si è abituato a questo, e ha sensibilità in merito.
Nell’Est europeo c’è tutto il contrario.
C’è un fuoco vero, una curiosità vera, un senso di avanguardia culturale in tutte le arti. Ci sono pochi soldi, spesso, ma c’è il senso di vivere un’esperienza diversa.
Vitale.

Che tipo di pubblico trovate ai vostri concerti ?

Molto vario, e mai numerosissimo. Siamo un gruppo difficile da chiudere sotto un’unica definizione.
Stiamo lentamente creando il pubblico per il nostro genere. Musica curiosa, romantica ma non banale, per gente curiosa, romantica ma non banale.

Credi che ci sia ancora spazio per il supporto fisico in tempi di musica “liquida”, digital, mp3 etc.

Realisticamente dico: sempre meno. E occorre fare le cose fatte bene, per dare ancora al supporto fisico la dignità di oggetto da possedere.
Credo andiamo verso le poche copie numerate, più costose, ma curate come piccoli pezzi unici o quasi.
Peraltro il media ha sempre condizionato il messaggio, in musica, la canzone per come la concepiamo ancora oggi è legata alla durata fisica del 45 giri.
Spero anzi che i nuovi media creino una nuova musica, fatta a loro misura: non mi scandalizza pensare che un ragazzino non sia legato ai miei stessi supporti.
Temo si vada verso il jingle, verso la canzone slogan di 50 secondi. Ma se si va lì, comunque ci saranno i bravi e i meno bravi anche in quello.
Poi, ti dirò: a me lo streaming va benissimo per la musica di consumo o per le curiosità passeggere.
Devono solo trovare il modo di pagare con dignità chi gli fornisce i contenuti…

Avete collaborato con decine di artisti, spesso di caratura mondiale (Isobel Campbell e David Hidalgo dei Los Lobos, Jim Keltner e Hugo Race, Marc Ribot e James Chance).
Hai qualche ricordo o aneddoto particolare in tal senso ?


L’incontro, in tutte le sue forme, è alla base del nostro vivere e del nostro fare musica.
Molti di quelli che hai citato sono musicisti la cui "visione sonica" ha formato e condizionato la nostra. Rimettere in circolo questa eredità sonora, con loro presenti in sala che a loro volta la rileggono con noi, ha il sapore della chiusura di un cerchio, e di un rilancio.
Keltner e Hidalgo, e Ribot la prima volta, sono stati dei colpi al cuore. I sogni di un ragazzino che imparava a suonare, in carne e ossa lì davanti.

State portando in giro uno dei migliori album del 2015, “Delone”, che vi sta dando parecchie soddisfazioni.

E’ importante che ogni disco faccia la sua strada. Delone è un disco che sta funzionando, sta vivendo la sua vita, e noi lo seguiamo.
Non mi è ancora chiarissimo dove voglia arrivare, e non so nemmeno se mi interessino tutti i posti in cui ci vuole portare, però lo seguiamo, e cerchiamo di imparare a fare cose nuove.
Ci sono molte gratificazioni, ma anche nuove responsabilità, dentro e fuori un gruppo, quando le cose funzionano anche su piani diversi dal solito.

So che state registrando con Hugo Race. Altri progetti in cantiere ?

Molti.
Con Hugo stiamo ultimando il terzo capitolo di Fatalists, dopo due anni in cui avevamo sospeso le collaborazioni esterne. Io sto preparando il mio disco da solo, e ho registrato un sacco di cose in Sicilia con la crew di Cesare Basile.
Sto ricominciando a comporre anche per Sacri Cuori, ho prodotto il nuovo di Terry Lee Hale per Glitterbeat, andrò un po’ in tour con Dan Stuart dei Green on Red.
Fare solo il chitarrista ogni tanto è veramente rinfrescante.

Su questo blog una domanda finale che non manca mai.
Una lista di dischi da portare sulla solita isola deserta.


Cambiano tutte le settimane, e non voglio fare il figo.
Ti dico quelli che veramente ascolto di più nella mia vita.

Paolo Conte – Paris, Milonga
Lucio Battisti – qualsiasi cosa
Nino Rota – qualsiasi cosa
Jonh Lee Hooker – the complete Chess collection
Nick Lowe – The Impossible Bird
Tom Petty – Full Moon Fever
Los Zafiros - raccolta
Neil Young – On the Beach
Willie Nelson - Teatro
Los Lobos – Kiko
Bob Dylan – Time out of Mind
Fred Neil – raccolta
Latin Playboys – omonimo
Lou Reed – New York
Springsteen – Nebraska o Darkness on the Edge of Town
Ry Cooder – Boomer’s story
Talk Talk – Spirit of Eden
Mingus, Mingus, Mingus
Giant Sand – Chore of Enchantment
JJ Cale - Naturally

martedì, dicembre 15, 2015

Musica pop e ripetizione



Jerry Dammers (ex anima degli Specials).

Il guaio della musica pop è la ripetizione.
La gran parte dei musicisti pop si rovina a forza di ripetere i propri cavalli di battaglia per tutta la vita,rifanno sempre la stessa cosa.
Nei concerti ci sono tantissime pressioni in tal senso.
E' molto difficile NON cedere e lo capisco.
Alla fine però se ne esce distrutti.


Se ne è parlato spesso recentemente a proposito degli ultimi concerti di Paul Weller, "accusato" di non inserire abbastanza successi di Jam e Style Council nel set, dove privilegia i brani da "Saturns Pattern" e una serie di altri episodi spesso "minori".

lunedì, dicembre 14, 2015

Mario Dondero



Un breve omaggio a MARIO DONDERO, scomparso ieri, grande fotografo.
Partigiano in val d’Ossola ha collaborato a “L’Avanti”, “Unità”, “Milano Sera”, “Le Ore”, prima come giornalista per poi iniziare a fotografare tra Milano, Parigi e il resto del mondo per “L’Espresso”, “L’Illustrazione Italiana”, “Le Monde”, “Le Nouvel Observateur” tra i tanti.

Mario Dondero ha ritratto volti noti e sconosciuti, da Man Ray a Samuel Beckett, Pierpaolo Pasolini, Callas, Juliette Greco, Sartre ma soprattutto gente comune al bar, passanti, ragazzi in strada, scene di vita quotidiana con particolare attenzione agli sguardi (la "scuola dello sguardo")

"Mi chiamo Mario Dondero, sono un fotoreporter”.

“Ho sempre cercato di essere il più semplice e lineare possibile. E poi non si deve perdere di vista la verità.
Mi infastidiscono le costruzioni artificiose” ”

domenica, dicembre 13, 2015

I geoglifi della Steppa di Bestamskoe



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Oggi andiamo nella steppa Kazaka, vicino a Turgai dove sono stati recentemente scoperti alcuni segni finora sconosciuti.
I geoglifi della steppa sono stati scoperti nel 2007 dall’economista kazako (e archeologo dilettante) Dmitri Dey e da Irina Shevnina e Andrey Logvin analizzando Google Earth.
Secondo gli studiosi erano probabilmente legati ad allineamenti astronomici e in particolare a una sorta di osservatorio e calendario solare come Stonehenge ( vedi la Svastica di Turgai un antichissimo segno legato al culto solare).

Questi segni sono fatti risalire alla Cultura di Mahandzhar, una civiltà della steppa che fiorì tra l’VIII e il VI millennio avanti Cristo. Una datazione di uno dei tumuli lo faceva risalire all’8 mila a. C.
Rimane irrisolto il dubbio sulla capacità di una civiltà di nomadi che sia riuscita ad arruolare un numero sufficiente di persone per poter eseguire questi disegni.
I risultati potrebbero far loro cambiare idea sulla natura e i tempi delle prime società nomadiche e della loro struttura e organizzazione.
In tutto sono stati scoperti circa 260 tra allineamenti e tumuli

sabato, dicembre 12, 2015

ITALIAN PUNK HARDCORE 1980/1989 al Melville



Sabato 12 dicembre alle 21.00 al MELVILLE di SAN NICOLO' (PIACENZA) proiezione di ITALIAN PUNK HARDCORE 1980/1989 un film di Angelo Bitonto, Giorgio S. Senesi, Roberto Sivilia.
Produzione esecutiva OZFILM (Bari).
Esposizione di vinili, fanze, libri.
Dj set a cura di Tony Face/ Emilio Solenghi(EMX)

Per i più curiosi prima e dopo il film 2 chiacchere con Tony Face, Emilio Solenghi, e amici, sull'Osteria di Sacc e tutto ciò che ci è cresciuto intorno. l'Hardcore, il punk underground, in questo fottuto paese ha lasciato un segno importante , a Piacenza l'Osteria di Sacc è stato un caposaldo nell'organizzare serate con i gruppi hardcore più estremi del periodo.
In città sono nati i Chelsea Hotel , i Not Moving appena dopo, il Pluto appena dopo l'Osteria, il collettivo Punk Anarchici e creature simili, Radio Popolare di PC e Quarta Radio...

Ci va di ricordare e guardare insieme un film che racchiude nel migliore dei modi un periodo fondamentale per l'underground nostrano e non solo. Oltre a questo allestiremo una piccola esposizione di dischi, fanze e libri che testimoniano la radicalità di una controcultura che oltre a crescere e ad evolversi, tutt'ora esiste e si esprime all'interno di movimenti radicali di avanguardia e fortemente contemporanei.

Il trailer del film:
https://www.youtube.com/watch?v=GjXcVH3VEw4

Gualtiero Becchetti - Donne da ring
Flavio Peranni e Luca Turolla - FVCG - Dizionario enciclopedico del Grande Torino



GUALTIERO BECCHETTI - Donne da ring
Gualtiero Becchetti (ex direttore della rivista Boxe Ring, collaboratore, su argomenti pugilistici, di numerosi quotidiani e che ha ricoperto e ricopre vari incarichi di primo piano nella FPI, Federazione Pugilato Italiana) firma il suo terzo libro dedicato al pugilato, rivolgendosi ad un ambito scarsamente considerato e conosciuto, quello femminile.
Lo fa attraverso racconti ispirati da personaggi e circostanze reali ma senza mai fare nomi, che ci fanno vivere l'estrema difficoltà di uno sport che richiede sacrifici immensi, che talvolta subisce l'ingiustizia dei "potenti", che combatte contro mille difficoltà, tanto più se si è donne.
Interessante ed originale.

FLAVIO PERANNI e LUCA TUROOLA - FVCG - Dizionario enciclopedico del Grande Torino
E' bello essere del Toro ed è anche abbastanza inspiegabile.
Nel senso che se sei un tifoso granata hai perfettamente chiara l'idea di far parte di una comunità. Se non lo sei è inutile tentare di capire...essere del Toro non è una scelta di vita.
E' piuttosto una scelta che la vita ha fatto su di te, affidandoti il compito prezioso di tramandare una storia senza paragoni nello sport mondiale.


Così scrive Mauro Berruto CT della squadra nazionale di pallavolo dal 2011 al 2015, medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 2012, nella prefazione a questa incredibile enciclopedia di 350 pagine su tutto ciò che riguarda il Grande Torino, attraverso migliaia di voci in ordine alfabetico.
Dalle partite ai giocatori, dagli aneddoti ai dettagli più nascosti.
Indispensabile per un tifoso del Toro, curiosa per gli altri.

venerdì, dicembre 11, 2015

Esiste qualcosa che possiamo chiamare materia?
Se sì, qual è la sua natura?



Gli interventi di ANDREA FORNASARI sono complessi ma sempre interessantissimi.
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Filosofia

Il filosofo che per primo mise autorevolmente in luce i motivi per considerare gli oggetti immediatamente percepiti dai sensi come non esistenti indipendentemente da noi fu l'arcivescovo Berkeley (1685 - 1753).
I suoi "Tre dialoghi fra Hylas e Philonous, contro gli scettici e gli atei", si propongono di dimostrare che non esiste nulla che si possa chiamare materia, e che il mondo è costituito solo di menti e dello loro idee. Sinora Hylas ha creduto nell'esistenza della materia; ma egli è ben un povero avversario nei confronti di Philonous, il quale lo induce senza pietà in paradossi e contraddizioni, finché alla fine la sua affermazione che la materia non esiste sembra quasi la voce del senso comune.

Gli argomenti di Philonous sono di diverso valore, alcuni importanti e accettabili, altri confusi e sofistici. Tuttavia a Berkeley rimane il merito di avere mostrato che l'esistenza della materia si può negare senza incorrere in assurdità, e che se le cose esistono indipendentemente da noi, non possono essere gli oggetti immediati delle nostre sensazioni.
Quando chiediamo se la materia esiste, nella domanda sono implicite due questioni: dicendo "materia" noi in genere intendiamo qualcosa di opposto allo "spirito", qualcosa di esteso nello spazio e incapace di coscienza.
Soprattutto della materia intesa in questo senso Berkeley nega l'esistenza, cioè egli nega che i dati sensibili siano di essenza non mentale.
Ammette che ci debba essere qualcosa che continua a esistere quando chiudiamo gli occhi o usciamo dalla stanza, e anche che ciò che noi chiamiamo "vedere" il tavolo ci dia effettivamente ragione di credere in qualcosa che non cessa di esistere quando noi non guardiamo.
Ma egli pensa che questo qualcosa non possa essere di natura radicalmente diversa da ciò che vediamo, e non pensa essere indipendente da ogni e qualsiasi vedere, benché debba esserlo dal nostro vedere.
Così Berkeley giunge a considerare il tavolo "reale" come un'idea nella mente di Dio, dotata della necessaria permanenza e indipendenza da noi, senza però essere - come la materia altrimenti sarebbe - assolutamente inconoscibile, nel senso che vi si possa giungere solo per inferenza, senza averne mai un'esperienza diretta e immediata.

Dopo Berkeley altri filosofi hanno pensato che l'esistenza del tavolo, pur non dipendendo dal fatto che sia visto da noi, dipende dal fatto che sia visto, o conosciuto in altro modo attraverso la sensazione, da una mente. Non sempre la mente di Dio, più spesso anzi la mente collettiva dell'universo. Questa loro convinzione deriva principalmente dall'altra: che non può esserci nulla di reale (o perlomeno nulla che sia dato conoscere come reale), tranne le menti e i loro pensieri e sentimenti.

Il ragionamento che essi fanno è più o meno questo:
"Tutto ciò che si può pensare è un'idea nella mente della persona che lo pensa; dunque nulla può essere pensato, tranne le idee presenti nella mente; dunque nessun'altra cosa è concepibile, e ciò che non è concepibile non può esistere".
Personalmente mi sembra un argomento fallace, e di sicuro coloro che lo esprimono non lo propongono in maniera così disadorna e succinta come ho fatto io.
Ma, valido o no, moltissimi filosofi hanno avanzato questo argomento.
Ad esempio secondo Leibniz (1646 - 1716) ciò che ci appare come materia è un insieme di menti più o meno rudimentali - le famose monadi, una sorta di atomi pensanti.

Dunque: esiste un tavolo reale? Se sì, che sorta di oggetto può essere?
Tanto Berkeley quanto Leibniz ammettono che esiste un tavolo reale, ma Berkeley dice che è un'idea di Dio, e Leibniz che è una specie di colonia di anime. Quindi rispondono affermativamente alla prima domanda, e soltanto la risposta che danno alla seconda è diversa da quella che darebbero i comuni mortali.
Quasi tutti i filosofi concordano che esiste un tavolo reale, quasi tutti ritengono che i dati sensibili (colore, forma, durezza eccetera) per quanto largamente possono dipendere da noi, sono però segno di qualcosa che esiste indipendentemente da noi.

In breve: ciò che vediamo e sentiamo direttamente sembra essere solo "apparenza", e crediamo che sia il segno di una realtà che sta dietro di essa. Ma se ciò che conosciamo attraverso i sensi non è la realtà, abbiamo il mezzo per sapere se una realtà esiste?
Se sì, riusciremo a sapere com'è?

Sono domande difficili, e per questo non si può escludere con certezza che siano giuste le ipotesi più strane e bizzarre.
Così il nostro tavolo, oggetto familiare, non ci pare più tanto tale. Le possibilità diventano sorprendenti.
Di questo oggetto che vediamo ogni giorno, e al quale non prestiamo nessuna attenzione, si può dire solo una cosa: probabilmente non è ciò che sembra.

Al di là di questo modestissimo risultato, possiamo magari arrischiare tutte le congetture: Berkeley e Leibniz erano sicuramente dotati di grande immaginazione e fantasia, ma la stessa austera scienza lo è forse altrettanto, quando ci parla di cariche elettriche in perpetuo movimento.
In mezzo a tante ipotesi, il dubbio suggerisce che potrebbe non esserci nessun tavolo.
La filosofia, pur non sapendo rispondere a tante domande quanto vorremmo, possiede se non altro la capacità di porne, accrescendo l'interesse per il mondo e rivelandoci quante stranezze e sorprese possono nascondersi sotto la superficie delle cose, anche quelle più comuni.

giovedì, dicembre 10, 2015

Intervista a Stefano Ghittoni (The Dining Rooms)



Dopo FEDERICO FIUMANI dei DIAFRAMMA, al giornalista FEDERICO GUGLIELMI, ad OSKAR GIAMMARINARO, cantante e anima degli STATUTO, al presidente dell'Associazione Audiocoop GIORDANO SANGIORGI, a JOE STRUMMER, a MARINO SEVERINI dei GANG, a UMBERTO PALAZZO dei SANTO NIENTE, LUCA RE dei SICK ROSE, LUCA GIOVANARDI e NICOLA CALEFFI dei JULIE'S HAIRCUT, GIANCARLO ONORATO, LILITH di LILITH AND THE SINNERSAINTS, a Lorenzo Moretti, chitarrista e compositore dei GIUDA, il giornalista MASSIMO COTTO, a FAY HALLAM, SALVATORE URSUS D'URSO dei NO STRANGE, CESARE BASILE, MORENO SPIROGI degli AVVOLTOI, FERRUCCIO QUERCETTI dei CUT, RAPHAEL GUALAZZI, NADA, PAOLO APOLLO NEGRI, DOME LA MUERTE, STEVE WHITE, batterista eccelso già con Style Council, Paul Weller, Oasis, Who, Jon Lord, Trio Valore, il bassista DAMON MINCHELLA, già con Paul Weller e Ocean Colour Scene, di nuovo alla corte di Paul Weller con STEVE CRADOCK, fedele chitarrista di Paul, STEFANO GIACCONE, i VALLANZASKA, MAURIZIO CURADI degli STEEPLEJACK e la traduzione di quella a GRAHAM DAY, CARMELO LA BIONDA ai MADS, CRISTINA DONA', TIM BURGESS dei Charlatans, JOYELLO TRIOLO, SIMONA NORATO e la traduzione di un'intervista a RICK BUCKLER, MICK JONES, MONICA FRANCESCHI, SALVO RUOLO, MAURIZIO MOLGORA, PAUL WELLER, I RUDI e Michele MEZZALA Bitossi, IACAMPO, FIVE FACES, Geno De Angelis dei JANE J's CLAN, oggi incontriamo Stefano Ghittoni dei DINING ROOMS

Le precedenti interviste sono qua
:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste

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THE DINING ROOMS - Do Hipsters Love Sun (Ra)?
Al settimo album il duo Stefano Ghittoni e Cesare Malfatti (da quattro anni assenti in questa veste) torna a "spaziare" (mai parola fu più adatta in questo contesto) tra modern funk, jazz, lounge, library music, ritmiche hip hop ed elettroniche, sapori kraut, il tutto rigorosamente strumentale e stupendamente cinematografico.
Difficile che gli hipsters amino Sun Ra ma non è invece improbabile che chi ascolti questo album si innamori di questo nuovo concetto di psichedelia, attuale e futurista. Ospiti di riguardo Jessica Lauren, Antonio Gramentieri e Francesco Giampaoli dei Sacri Cuori, Bruno Dorella, Luciano Cantone, Giovanni Ferrario.

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Innanzitutto un veloce sguardo agli inizi quando con Peter Sellers and Hollywood party e Subterranean Dining Rooms siete stati tra i primi artefici della neo psichedelia in Italia.

E’ passato molto tempo ormai, avevamo molte influenze, come in tutte le cose che fai quando sei giovane.
In realtà il nostro suono aveva la sua radice piu’ potente nell’art punk di bands come Swell Maps, Alternative Tv, Television Personalities, Desperate Bicycles…
Il fatto pero’ che queste influenze si mischiassero con altre tipo i Pink Floyd di Barrett ed i Velvet Underground per quanto mi riguarda e gli Stones per il chitarrista Tiberio Longoni ha fatto sì che si creasse un suono meticcio che poteva anche diventare neopsichedelico, anche se a dire il vero per la stampa specializzata italiana in quel periodo era tutto neopsichedelico…

L’etichetta Crazy Mannequin e quella scena milanese (e non solo) che le stava intorno era una specie di Factory Warholiana, purtroppo poi esauritasi. O no ?
Considero la fase in cui ho gestito la Crazy Mannequin una delle piu’ intriganti della mia vita.
E’ vero, ci sentivamo una piccola factory con interscambi artistici e soprattutto umani, almeno nel primo periodo.
Era un periodo in cui la discografia indipendente era veramente indipendente, le major ancora non si erano avvicinate perché pensavano che non ci fossero potenzialità commerciali.
Era vero, per come intendono loro la musica, eravamo bands molto rigorose che non consideravano assolutamente eventuali scorciatoie per raggiungere il successo, ci bastava avere il nostro pubblico di appassionati e , in qualche caso, devoti.
Comunque la Crazy Mannequin alla fine ha fatto una ventina di uscite, e ha pubblicato tra le altre cose i primi dischi di Giovanni Ferrario (Views), Cesare Basile (Quartered Shadows), Piepaolo Rizzo (Backwards), un disco di Nikki Sudden ed un 7” dei Peter Sellers con lo stesso Nikki. Direi niente male…..

Vedi i Dining Rooms una prosecuzione del discorso psichedelico originario ? Una specie di modernizzazione ?

Direi di sì, piu’ che come prosecuzione del discorso originario pero’ li vedo come un espansione dell’attitudine originaria….d’altronde i Subterranean Dining Rooms erano un progetto a cui partecipavano ovviamente i Peter Sellers e altri musicisti del giro Crazy Mannequin ma erano fondamentalmente un progetto mio, soprattutto nel secondo disco.
E’ stato un progetto proto tante cose, lo-fi prima del lo-fi, ambientale, blues ed anche cinematico.
Mi è venuto così naturale quando ho sentito che stava iniziando qualcosa di importante chiamare quel progetto The Dining Rooms.
La modernizzazione nel caso dei Dining Rooms è soprattutto nelle forme di produzione, che sono diciamo così elettroniche e digitali ma il mood rimane analogico, anche nella scelta dei samples e del loro sviluppo. Infatti io definisco The Dining Rooms un progetto di elettronica vintage.

Il nuovo album abbraccia sonorità e riferimenti che ci riportano perfino al cosmic jazz (il riferimento a Sun Ra nel titolo non è casuale)

Il nuovo album nasce dopo un periodo di 4 anni in cui siamo stati senza fare dischi.
E’ un ritorno alle atmosfere di hip hop strumentale, trip hop si chiamava allora per semplificare, dei primi 2 album. Molto cinematico ed anche un po’ sporco, con un attitudine molto punk nello sviluppo.
Rispetto ai dischi precedenti è un disco che ho prodotto piu’ da solo, Cesare Malfatti è ovviamente presente in una forma importante , 6 pezzi li abbiamo fatti insieme, ma in questi anni è molto preso dal suo progetto solista post la Crus e quindi il resto del disco, i rimanenti 8 brani, l‘ho portato avanti da solo appoggiandomi a collaborazioni importanti, Giovanni Ferrario (tutto ritorna come si vede), i Sacri Cuori come gruppo e separati, Bruno Dorella , Jessica Lauren …..di cui sono molto soddisfatto.

Il Disco è soprattutto una ripartenza dalle dinamiche delle sonorizzazioni italiane degli anni sessanta e settanta, le cosiddette “library”, il cui concetto originario, ovviamente riveduto, corretto e soprattutto aggiornato ai nostri giorni, è diventato il flio rosso dell’album.
Nel titolo c’è poi un intento abbastanza preciso, omaggiare Sun Ra, uno dei personaggi piu’ profondi e rivoluzionari nella storia della musica, non solo jazz e nn solo black. Ed anche riposizionare, ironicamente, il significato della parola hipster, ai nostri giorni ormai sinonimo di nulla e di superficialità ma in origine con un grande significato, estetico ma anche socio/politico. I primi bianchi ad ascoltare il jazz, ed ad appassionarsi al be-bop ed all’hot jazz, contro lo swing considerato ormai fuori moda e svilito da musicisti commerciali.
La sottocultura hipster si ampliò rapidamente, quando al movimento si associò una fiorente scena letteraria. Jack Kerouac per esempio li descrisse come anime erranti portatrici di una speciale spiritualità.
Ho quindi giocato , soprattutto evocato, tutte queste cose: esistenzialismo, sperimentazione, spiritualità, e di conseguenza lavorato ad un album che potesse ricreare tutto ciò. Ecco allora Sun Ra, la dedica a lui tra le righe, e lavorare di conseguenza ad un disco molto spaziale come concetto, comunque con un influenza sunraiana piu’ di visione globale che prettamente musicale .

Come vi vedete collocati in Italia, dove la discografia è ormai da tempo alla frutta ?

Come mi vedo in Italia?
In italia ci abito e ci vivo anche benino, nonostante le dinamiche politiche abbastanza imbarazzanti, collaboro con musicisti intriganti ma non mi sento molto italiano come impostazione musicale, la musica italiana in genere non mi piace molto.
Non voglio fare lo snob , alcune cose mi piacciono anche , io mi riferisco soprattutto all’attitudine di chi la fa , anche in ambito indie. Quello che abbiamo cercato di fare, nel corso degli anni, è stato quello di creare tanti micro mercati sparsi nel mondo che potessero permetterci delle vendite dignitose. In un periodo abbiamo anche raggiunto numeri interessanti (soprattutto con Numero Deux e Tre che furono pubblicati in U.S.A., Germania e Giappone da Guidance Recordings) , ora la situazione è nettamente piu’ complicata. Il disco comunque è stato accolto molto bene.
La cosa bella di questo disco, infine, come soddisfazione personale, è che fa parte di una collana della Schema con al suo interno dischi di Piero Umiliani, Lesiman, Braen’s Machine, Gruppo Di Nuova Consonanza, nn è poco.

La solita lista di dischi da portare sulla famosa isola deserta

Nina Simone – Wild Is The Wind
The Velvet Underground - The Velvet Underground & Nico
Robert Wyatt – Rock Bottom
Gil Scott-Heron & Brian Jackson – Winter In America
Miles Davis – Ascensore Per il Patibolo
Brian Eno – Music For Airports
Joy Division – Closer
Wire – 154
Nikki Sudden & Rowland S. Howard ‎– Kiss You Kidnapped Charabanc
Dj Shadow – Endtroducing

mercoledì, dicembre 09, 2015

Robert Wyatt - Different Every Time di Marcus O'Dair



Vita spettacolare, drammatica e tragica quella di ROBERT WYATT, che solo recentemente ha (ri)trovato il giusto ruolo (importantissimo) nell'olimpo del rock, dopo anni ed anni di oblìo (spesso testardamente cercato).

La biografia di Marcus O'Dair è precisa, accurata, dettagliata, piena di interessanti aneddoti, di contributi specifici dello stesso Wyatt, rare foto, copertine e discografia inclusa la sterminata serie di collaborazioni.

Partendo dall'infanzia, attraverso gli esordi con la psichedelia sghemba dei Wilde Flowers, i primi successi con il jazz rock avanguardista dei Soft Machine (incluso un tour americano con Jimi Hendrix), la dolorosa rottura con la band madre, la breve esperienza con i pur validi Matching Mole e la tragica caduta che lo costringe sulla sedia a rotelle.

La carriera solista è ricca di piccoli capolavori (Rock Bottom su tutti), centinaia di collaborazioni (da Brian Eno a Paul Weller), la vita privata gli porta a fianco il genio e l'amore di Alfreda Binge (artista autrice di tutte le sue copertine) ma anche l'alcolismo, la depressione e il terrore per il palco, l'esperienza con il partito comunista inglese di estrazione stalinista e l'adesione all'energia del punk (collaborerà a lungo con la Rough Trade e varie band new wave) e l'amore per lo ska della 2Tone.
Fino ad arrivare ai recenti tributi di pubblico e critica che lo hanno riportato alla luce che ha sempre meritato.

Il libro è scritto con ironia, in modo spedito e facilmente leggibile.
Si arriva alla fine increduli di quanto un personaggio del genere abbia fatto per la musica rock.

Perfino il verbo TO WYATT o WYATTING coniato da un giornalista del Guardian ovvero: scegliere di proposito musica oscura o difficile sull'internet jukebox di un pub allo scopo di infastidire gli altri avventori (il suo disco Dondestan fu definito nello stesso articolo come il metodo migliore per disperdere la folla che gremisce un pub del centro il venerdì sera.

martedì, dicembre 08, 2015

John Lennon 35th



E a 35 anni dalla scomparsa di John Lennon vi rimando ad un articolo del blog sulla sua discografia solista:

http://tonyface.blogspot.it/2008/12/john-lennon.html

Classic Rock



Ho il piacere e anche l'onore di scrivere per la rivista CLASSIC ROCK.

In questo numero parlo di "Le cose cambiano" dell'ex Afterhours Giorgio Ciccarelli, di "On the run" dei Five Faces, di "SPACE" dei Calibro 35 e del DVD "About the young idea" dei JAM.

domenica, dicembre 06, 2015

La Pietra Perduca



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

In provincia di Piacenza, tra Travo e Bobbio, sorge un interessantissimo luogo, ammantato di storia e di mistero.
Ai piedi dell'imponente (pur se alta solo 863 mt) Pietra Parcellara (anticamente chiamato Prescigliera e su cui sorgeva un castello poi distrutto), un olistolite che ha origine 200 milioni di anni fa, si staglia la PIETRA PERDUCA (dalla famiglia dei Perducca), anch'essa anticamente fortificata e dotata di castello.
Sulla roccia è stata edificata verso l'anno 1.000 la Chiesa di Sant'Anna (dove su una roccia, conservata all'interno sarebbe "evidente" l'impronta della santa), nel luogo in cui, qualche secolo prima di Cristo sorgeva un tempio alla Dea Minerva.
Sul portone d'ingresso una scritta dai caratteri incomprensibili.

Si dice che il luogo fosse abitato da monaci e che in tempi antichi vi si svolgessero rituali di vario tipo.
La particolarità più interessante è la presenza di due vasconi scavati nella roccia (a cui si arriva attraverso una scalinata scolpita) pieni di acqua che non ghiaccia mai e in cui vive da tempi immemorabili una comunità di rarissimi (presenti solo lì nel piacentino) di Tritoni Crestati (ben visibili).
Pare fossero le vasche di approvvigionamento di acqua per i monaci ma anche luoghi in cui si immergevano le donne alla ricerca di fecondità.
C'è chi assicura che il luogo sia fonte di una strana energia corroborante.

Di sicuro c'è che il luogo è intriso di una pace antica e che si può godere di una vista di rara bellezza oltre che di un silenzio pacificatore inusuale per i nostri tempi.
E raggiungerlo è estremamente facile.

sabato, dicembre 05, 2015

Marco Taddei e Simone Angelini - Anubi



Primo graphic novel di Simone Angelini e Marco Taddei, già autori di "Racconti brevi e senza pietà".
In Anubi scorrono in 300 ricchissime pagine la cupa e decadente storia di un ex dio egizio finito tra miseria e miserie, alcolismo, droga, personaggi estremi (perfino un rivoltante William Burroughs), città spietate, squallide. Realtà surreale e apocalittica (ma neanche tanto) che lo hanno reso nichilista, spietato e indifferente al male circostante.
Un pugno nello stomaco piazzato alla perfezione.

Anubi
di Marco Taddei e Simone Angelini
GRRRz Comic Art Book, 2015
320 pagine, 13,90 €
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