Passata la a metà del 2025: tra i migliori album quelli di Little Simz, Bob Mould, Big Special, Kae Tempest, Sam Akpro, Freedom Affair, Southern Avenue, Little Barrie & Malcolm Catto, Paul Weller, Ty Segall, Suzanne Vega, The Loft, Sunny War, The War and Treaty, Ringo Starr, Iggy Pop, Cymande, Lambrini Girls, De Wolff, PP Arnold, Altons, Delines, Gyasi, M Ross Perkins.
Ottime cose dall'Italia con Casino Royale, Simona Norato, Neoprimitivi, Calibro 35, Cesare Basile, The Lings, Putan Club, Cristiano Godano, I Cani, Billy Boy e la sua Band, Megain Is Missing, Laura Agnusdei, Elisa Zoot, Roberta Gulisano, Angela Baraldi, Flavia Ferretti, Rosalba Guastella.
PAUL WELLER - Find El Dorado
"Sono canzoni che porto con me da anni. Hanno assunto nuove forme nel tempo. E ora mi è sembrato il momento di condividerle."
(Paul Weller)
Paul Weller ha sempre avuto una particolare predilezione per le cover di cui ha infarcito il suo repertorio, molto spesso nelle B sides dei 45 giri o nelle bonus tracks dei dischi.
Abitualmente le sue reinterpretazioni (tra Jam, Style Council, carriera solista, collaborazioni esterne) sono sempre state piuttosto fedeli agli originali.
Aveva già dedicato l'album "Studio 150" a una serie di brani preferiti, nel 20024, ma con risultati non esaltanti.
Ci riprova ora con 15 canzoni particolarmente oscure, spesso sorprendenti, fin da far sembrare l'album come un lavoro di inediti.
Il mood generale è acustico, con predilezione per folk inglese e irlandese con qualche digressione blues e soul.
Anche in questo caso le reinterpretazioni sono abbastanza fedeli, eseguite sempre con estrema passione e intensità.
Si parte con la ballata blues Handsout In The Rain di Richie Havens, tratta dal suo album del 2002 "Wishing Well", in una versione piuttosto simile.
Più veloce e ritmata dell'originale, con una sezione fiati finale che rende questa altra ballata semiacustica più funk è "Small Talk Town" del cantautore americano Bobby Charles, composta con Rick Danko della band e uscito nel 1972. Molto gradevole.
Ancora una ballata acustica con una leggera orchestrazione e piccoli tocchi in fase di arrangiamento.
Alla chitarra c'è Noel Gallagher per rifare "El Dorado" di Eamon Friel scritta originariamente per il film del 1986 ‘The Best Man’ di Joe Mahon con Seamus Ball.
La rielaborazione è più complessa della ballata scarna e minimale dell'autore Nord Irlandese.
Si torna al 1971 con un country rock dal ritmo sostenuto, dal terzo album dei Flying Burrito Brothers dell'ex Byrds Chris Hillman.
"White Line Fever" è un brano composto e inciso nel 1969 dal re del country Merle Haggard. Il brano suona molto bene, pure inusuale nel repertorio di Weller, molto ispirato nel riproporlo.
'One Last Cold Kiss' scritto da Gail Collins e l'ex Mountain Felix Pappalardi era nell'album "Traveller" del 1999 di Christy Moore in chiave folk con insert elettronici e un'atmosfera molto cupa. Qui prende le sembianze di un traditional folk irlandese, affiancato dalla voce della cantautrice Amelia Coburn.
Molto bello.
Poco significativa "When You are a King" del 1971, dei White Plains, piuttosto melliflua e superflua, con archi e chitarra acustica.
Perfettamente nelle corde Welleriane la successiva "Pinball" del musicista e attore Brian Protheroe, singolo del 1974 che potrebbe tranquillamente trovarsi su un qualsiasi album di Paul del primo periodo solista.
Willie Griffin, soul man Texano ha lasciato, nel 1984, il singolo "Where There’s Smoke, There’s Fire" , brano piuttosto debole nella versione origianale, a cui Weller restituisce verve, ritmo, energia, un pulsante groove quasi Northern Soul. Operazione riuscita.
La ballata mielosa "I Started a Joke" dei Bee Gees, tratta dal loro album "Idea" del 1968, viene inondata ancora di più da una cascata di melassa con archi, piano e chitarra acustica. Evitabile.
Tanto quanto la successiva "Never The Same" di Lal and Mike Waterson. Debole nell'originale, poco significativa in questo nuovo arrangiamento.
Arriva per fortuna il top dell'album, una favolosa e spettacolare versione di "Lawdy Rolla" pubblicata dai francesi Guerrillas (che si avvalsero della collaborazione del sax di Manu Dibango).
"Nobody's Fool" è firmata da Ray Davies ma non fu mai incisa dai Kinks. una serie della ITV. Sigla della seconda stagione di una serie televisiva venne accreditato ai Cold Turkey.
Si sente la mano di Ray e quanto Weller sia in grado di prenderne l'eredità. Uno dei vertici dell'album.
"Journey" è un buon brano di folk rock di Duncan Browne del 1970, reso in chiave più sostenuta e souleggiante. Non male.
Il brano più recente è di cinque anni fa, inciso da P.P.Arnold, "Daltry Street", scritto da Jake Flecther che fu anche chitarrista con gli Specials. Carina l'interpretazione Welleriana ma nulla di indimenticabile.
Scritta dal membro dell'Incredible String Band, Clive Palmer per il folk singer scozzese Hamish Imlach "Clive's Song" chiude al meglio l'album, in duetto con Robert Plant. Folk blues della migliore qualità.
Come ci ha abituati da molto tempo, gli ultimi suoi album non lasciano tracce indelebili (soprattutto in questo contesto di sole cover) ma sono sempre di ottima qualità.
Non resterà nei vertici della sua produzione.
BIG SPECIAL - National Average
Il duo inglese fa di nuovo centro con un secondo album muscolare in cui il post punk si mischia a hip hop alla Sleaford Mods e Beastie Boys, blues, un gospel bastardizzato, funk, assalti punk, drammatiche ballate dai toni apocalittici. Notevole, grande band.
KAE TEMPEST - Self Titled
KAE TEMPEST ha concluso la sua transizione ed è diventatO ciò che ha sempre desiderato.
Si racconta e ne parla nel nuovo "Self Titled", che vaga tra elettronica, hip hop, rap ma con anche una buona e fresca dose di pop "contaminato".
A dare una mano, di spessore, Neil Tennant, Young Fathers, Connie Constance, Tawiah.
"Statue in the square" rimane il punto più alto, "Hyperdistillation" si ammanta di funk, "Sunshine on catford" di volute nu soul.
Una presenza indispensabile nella musica odierna.
BONNIE DOBSON & the HANGING STARS - Dreams
Gli Hanging Stars sono una band inglese innamorata di certa psichedelia di gusto Byrdsiano e dintorni (molto genericamente), Bonnie Dobson è l'autrice di "Morning Dew", classico folk-rock dei Sixties.
La cosa stupefacente è che lei ha 85 anni, una voce ancora pulitissima, suadente, lirica, che ricorda Grace Slick).
Un disco che riconcilia con la bellezza della vita, under difficult circumstances...
Bello ma tanto.
PULP - More
I Pulp fanno i Pulp e ci riescono bene in questo nuovo lavoro a 24 anni dal precedente. Niente di eclatante ma un buon album con i consueti echi di Bowie, post wave, soul disco, Roxy Music.
THE CANDYDATES - Vol.1
Il secondo ep della band livornese è un eccellente, purtroppo breve, viaggio in atmosfere di sapore psichedelico Byrdsiano ("Favourite Day" in particolare) che non disdegna sguardi al rock blues acido tardi anni Sessanta e al folk rock inglese. Tre brani che ricordano i loro quasi conterranei Steeplejack di Maurizio Curadi e che ci riempiono di aspettative per un album che si prevede di superba qualità.
THE FIRECRACKER - Not Your City
La band bolognese firma il terzo album, caratterizzato dal consueto amore per il rock 'n' roll più ruvido che affonda le radici nei primi vagiti di quello che di lì a poco sarà detto punk ovvero Stooges, Mc5, New York Dolls. Ma ci sono anche quel tiro speciale e le contaminazioni che hanno dato al genere band come Hellacopters o Hives. I sette brani funzionano alla perfezione, serrati, distorti, aggressivi, suonati benissimo e con la corretta attitudine.
P.P. ARNOLD - The Immediate Sessions
Una voce strepitosa che avrebbe meritato maggiore successo e considerazione. Esce ora questa raccolta di demo inediti(prodotti da Mick Jagger e Mike Hurst), registrati nel 1966. Qualità altissima, soul, gospel, brani perfetti per un dancefloor northern soul e un gusto beat ad avvolgere il tutto. L'ex Ikette splende per qualità vocale e interpretativa. Album bello e prezioso.
SLY AND THE FAMILY STONE - The First Family= Live At The Winchester Cathedral 1967
Formata da poco, fu la resident band dal 16 dicembre 1966 al 28 aprile 1967 al "The Winchester Cathedral" a Redwood City, California.
(E' così che si impara a suonare...non con un concerto al mese).
E' la prima incarnazione del collettivo, che suona tutte cover, a parte "I Ain't Got Nobody", di soul, blues e rhythm and blues ma in cui si intravede già chiara la futura direzione artistica, verso la contaminazione (soprattutto ritmica) e l'ecletticità.
L'embrione di quella che sarà una magnifica, inarrivabile e mai superata creatura, un paio di anni prima la definitiva esplosione.
Qualità della registrazione appena sufficiente ma per i cultori di Sly va più che bene.
AA. VV. - Love Train – The Gamble & Huff Songbook
Kenny Gamble e Leon Huff, dopo un inizio come artisti, si dedicarono a scrivere e a produrre brani per altri, lavorando per la Columbia, l'Atlantic e fondando nel 1971 la Philadelphia International Records con cui arrivarono a parecchi successi con brani per gli O'Jays, per Harold Melvin and the Blue Notes e Billy Paul, introducendo elementi come ricchi arrangiamenti di archi e ritmiche pulsanti e ballabili che ne fecero brani dalle caratteristiche proto disco music.
Agli inizi degli anni Settanta molte loro canzoni si riempirono di tematiche socialmente impegnate a favore dei diritti degli afroamericani.
La coppia ha scritto nella carriera oltre 3.000 canzoni.
In questa compilation ci sono 24 splendidi brani tra cui "Love In Them There Hills" come dei The Vibrations, "Expressway To Your Heart" by Margo Thunder, "Lost" di Jerry Butler,, "Hey Western Union Man" by Bobby Rush, "Love Train" delle Supremes, "Together" di Gladys Knight & The Pips, "Ain't No Doubt About It" di Wilson Pickett, "Don't Leave Me This Way" di Harold Melvin & The Blue Notes.
Colonna sonora PERFETTA!
AA.VV. - Ritmo Italiano – Unspoken Sounds Of Italian Tamburo
Interessante compilation curata dal polistrumentista, percussionista e produttore sardo Gabriele Poso, dedicata a una selezione di brani in cui il ruolo del percussionista è in primo piano, attraversando vari generi musicali dagli anni '60 ai primi anni '90. Suoni mediterranei che attingono anche dalla tradizione mediorientale e da quella latino americana. Si parla spesso un linguaggio fusion jazz funk con personaggi di primo piano come Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Agostino Marangolo, si scava in quella più afro con Naco e Tony Cercola, nel modern funk di Gegè Munari e il gustosissimo samba napoletano di Don Marino Barreto Junior con "Napolitano d'o Brazil". Molto godibile.
https://gabrieleposo.bandcamp.com/album/gabriele-poso-presents-ritmo-italiano-unspoken-sounds-of-italian-tamburo
ASCOLTATO ANCHE:
GEORGIE SWEET (mellow soul avvolgente molto carino pu se risaputo e prevedibile), THE JADE (discreta soul disco da sottofondo), BLONDE REDHEAD (remix orchestrale di brani del precedente album. Operazione riuscita), WET LEG (pop alt rock anonimo),
LETTO
Lou Reed - Il mio Tai Chi
LOU REED è stato uno dei più grandi artisti del Novecento in ambito "pop/rock".
Ha sperimentato, osato, esplorato.
Dai Velvet Underground alla carriera solista ha lasciato un'ingente serie di capolavori e opere comunque abbondantemente al di sopra della media qualitativa.
Approfondire la sua figura è sempre interessante, anche quando si affronta un contesto poco noto della sua vita, come l'adesione alla pratica del TAI CHI, che lo ha aiutato fisicamente e spiritualmente, per molto tempo, fino agli ultimi istanti della sua vita.
Questo libro è curioso e particolare, entra nell'intimo del grande artista, sempre molto riservato e scontroso.
Che parte dall'idea di Lou di scrivere un libro sull'arte marziale, interrotta dalla malattia e dalla sua umiltà:
"Chi sono io per scrivere un libro sul Tai Chi"?
Ci sono decine di testimonianze.
Oltre alla moglie Laurie Anderson, intervengono amici, collaboratori, Iggy Pop, Bob Ezrin, Anohni, i suoi maestri della disciplina, Mick Rock, la seconda moglie Sylvia Reed e tanti altri.
L'intervento più emozionante e inaspettato è di Jonathan Richman:
"Avrò visto i Velvet Underground tra le sessanta e le cento volte.
Avevo sedici anni e per me era una questione di vita o di morte.
Erano tutti gentili con me.
Dopo un po' Lou mi permise perfino di suonare le sue chitarre elettriche durante le prove e ascoltare i suoni.
Guardavo le loro mani. Li guardavo suonare la chitarra durante le prove. Li guardavo sul palco.
Ho imparato a improvvisare da loro.
Li guardavo comporre canzoni.
Li guardavo nei soundcheck. Nel 1968 fare un soundcheck significava che la band si assicurava che tutto funzionasse, più o meno."
Un testo che i fan di Lou Reed apprezzeranno per aggiungere un ulteriore tassello all'approfondimento dell'uomo, al di là dell'artista ma molt ogradevole anche per i lettori "occasionali".
E particolarmente propedeutico per indirizzare alla pratica del Tai Chi.
Roberto Calabrò - Eighties Colours. Garage beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta
Originariamente pubblicate nel 2010 in confezione lussuosa e curatissima per Coniglio Editore, le 1.200 copie di "Eighties Colours" andarono velocemente esaurite, anche grazie a una serie di presentazioni ed eventi affollatissimi e di prestigio.
Un libro che parla(va) con dovizia di particolari e stupende foto, dell'esplosione di colori garage/beat/psichedelici nell'Italia di metà anni Ottanta.
Da allora è praticamente irreperibile se non a prezzi sostenuti.
Ben venga dunque la ristampa, seppure in formato più "povero" ed essenziale, con l'aggiunta di un prezioso capitolo che rendiconta ciò che è successo a molti dei gruppi protagonisti nel nuovo secolo, molti dei quali hanno ripreso vita con lo stesso marchio di fabbrica o con nuove iniziative.
E infine la discografia aggiornata.
Per chi ha amato Not Moving, Sick Rose, Party Kidz, Out Of Time, Effervescent Elephants, Avvoltoi, Sciacalli, Ugly Things ma anche Statuto, Four By Art, Peter Sellers & the Hollywood Party, Allison Run, Technicolour Dream etc e non ha in libreria la prima edizione, un acquisto fondamentale e necessario.
Aldo Pedron / Angelo De Negri - LIVE AID. Il juke-box globale compie 40 anni
A quarant'anni dal mitico evento, questo libro ne traccia con maniacale precisione tutti gli aspetti.
Molto interessante la contestualizzazione del periodo storico, sociale, artistico e il riassunto a tutti i precedenti grandi festival.
Poi è un profluvio di dettagli, aspetti poco conosciuti, l'azzardo di Bob Gedolf quando annuncia una serie di nomi partecipanti senza nemmeno averli contattati, paul Mccartney che da tempo non suona, dopo la morte di John, accetta solo per la pressione dei figli, il lancio che aveva dato il singolo collettivo "Do They Know It's Christmas Time", seguito da "Usa for Africa" e da una lunga serie di altri brani, al fine di raccogliere fondi per la carestia nel Corno d'Africa.
L'evento si svolse in alternanza tra Londra a Wembley e lo stadio JFK a Philadelphia, in mondovisione.
Infine il dettaglio di tutte le esibizioni, con scaletta, commenti, dichiarazioni dei protagonisti.
Nomi, tra i tanti, come David Bowie, U2, Style Council, Queen, Dire Straits, Who (riuniti per l'occasione), Elton John, Paul McCartney (con solo "Let it be") accompagnato alla voce da Pete Townshend, David Bowie, Bob Gedolf, Alison Moyet.
Dagli States rispondono con Run DMC, Black Sabbath, Joan Baez, Crosby, Stills and Nash, Beach Boys, Pretenders, Simple Minds, Santana, Madonna, Neil Young, Eric Clapton, Phil Collins (Dieci ore dopo essersi esibito al Wembley Stadium di Londra, arriva negli Stati Uniti con l’aereo supersonico Concorde si esibisce al JFK Stadium di Filadelfia, lo stesso giorno), Plant, Page, Jones con Phil Collins (in un'esibizione imbarazzante), Crosby, Stills, Nash & Young (dopo essersi già esibiti separatamente), Mick Jagger solo e con Tina Turner, Bob Dylan con Keith Richards e Ron Wood.
Il libro si completa con una lunga serie di ulteriori approfondimenti, aneddoti, dati e date.
Difficile trovare qualcosa di più esaustivo.
Roger Marriott - East of Acton
Tradotto in italiano dalla Associazione Culturale Tumulto, stampato in 100 copie, arriva il romanzo di Roger Marriott, ambientato nella scena mod londinese dei primni anni 80, a fianco della quale si svolge una vicenda in cui il protagonista si muove tra storie estreme di violenza, droga e alcolismo, mantenendo però un look impeccabile e l'amore sconfinato per la musica preferita (dai Jam ai Purple Hearts).
Libro divertente e frizzante, si legge tutto in un fiato, ricco di riferimenti colti e azzeccati all'ambiente dei tempi.
Lettura estiva ideale.
CONCERTI
The Who a Milano - Parco della Musica 22 luglio 2025
Grazie al provvidenziale accredito arrivato in extremis da CLASSIC ROCK, la rivista a cui mi pregio di collaborare fin dal primo numero (ora siamo alle soglie dei 150...), posso rivedere gli amati WHO, in quel di Milano (a cui avevo rinunciato per questioni di caro biglietto, dai 103 ai 126 euro i più accessibili e per la decisione di evitare come la peste i "grandi concerti").
La recensione del concerto la leggerete nel numero di settembre.
Qui riporto una cronaca meno "tecnica" e più emozionale.
Il Parco della Musica a Novegro è facilmente raggiungibile, parcheggio a fianco del palco (5 minuti a piedi, anche meno) a 10 euro, parco alberato, atrmosfera easy, struttura buona per concerti di questo livello (nonostante ogni due minuti ti passi sopra un aereo decollato dall'aeroporto di Linate).
I prezzi del ristoro sono al solito indecenti ma ogni dubbio se morire assetato (ieri faceva quell'adorabile caldo padano di fine luglio) o cedere ai 7.60 euro di una media e ai 12 di un panino striminzito viene fugato dalla impossibilità di pagare in contanti ma solo con una carta di credito (che per scelta non uso).
Rimedio attraversando la strada e dissetandoni con una Moretti ghiacciata presa da un paki a 4.50.
Mi aspettavo la Fiera della Terza Età (che ovviamente non manca) e invece tanti giovani, da adolescenti fino ai 40 anni.
Un bel numero di stranieri (da svizzeri e francesi, molti inglesi e giapponesi).
Le shirts, a parte, ovviamente, quelle degli Who, di ogni foggia e provenienza, sono di matrice "hard" e classic Rock: Led Zeppelin, Stones, Guns n Roses, Black Sabbath, Pink Floyd.
Avvistate anche due Jethro Tull, un Van Der Graaf Generator, un Glenn Hughes (bassista di Deep Purple e Black Sabbath) e un Pino Scotto.
Il merchandising è orrendo (una maglietta degli Who con vari simboli dell'Italia, inguardabile, poster e manifesti a 30/40 euro).
All'imbrunire nugoli di zanzare fanno strage del plasma del discretamente folto pubblico e solo un provvidenziale venticello ci risparmia dal dissanguamento.
Si incontrano varie facce e amicizie, il clima è tranquillo e piacevole.
Alle 22 partono gli WHO.
Doveroso omaggio a Ozzy all'inizio.
Li ascolto letteralmente da 50 anni.
Sono stati i primi ad aprire il mio cuore rock, insieme ai Beatles.
Poi i Fab Four sono decollati in un'altra galassia e gli Who sono diventati il mio gruppo preferito di sempre (i Beatles non sono un gruppo musicale ma un'entità artistica tra le più importanti, dal Novecento in poi).
Per cui ogni brano, qualunque sia, è un pezzo di anima, di carne, di sangue, di cuore.
A ogni loro canzone associo un momento della mia vita, dall'adolescenza all'età matura.
Non mi sembra nemmeno una band, ma vecchi amici o padri che mi dicono le stesse cose da 50 anni.
Non riesco davvero a vederli come una rock band.
Tanto più quando incespicano in qualche brano, sbagliano un'entrata o un cambio di accordi.
E' tutto così reale e "nostro".
Ancora in rodaggio (le date italiane sono il preludio al tour Usa) suonano sporchi e duri, il nuovo batterista Scott Devours, sostituto dell'appena licenziato Zak Starkey è eccellente, perfetto per la band.
Roger ha ancora una voce spaventosa, sempre più blues, Pete usa la chitarra sia in modo irruente e devastante che, quando occorre, in chiave jazzata.
I venti brani scorrono velocemente, lungo due ore, passando dai 60's di "Can't explain" e "Substitute" alla triade "Tommy", "Who's Next", "Quadrophenia" che si prende oltre la metà del repertorio e qualche hit come "Who Are You" e "You Better You Bet" o brano "dimenticato" come "Love Ain't For Keeping" e "Eminence Front".
Niente dagli ultimi "Endless Wire" e "Who", neanche da "By Numbers", "Sell Out", "A Quick One".
In conclusione: semplicemente stupendi.
La prossima volta (perché, checché ne dicano, sono sicuro che ci sarà una prossima volta) torno a vederli.
Oasis live a Manchester, Heaton Park 19 luglio 2025
L'amico FEDERICO MARTELLI (autore del libro "Beatles Everyday") ci porta al concerto del 19 luglio degli OASIS a Manchester.
Data la mia età forse sarò un po' di parte, è inevitabile.
Ma quello che ho avuto l'occasione e la fortuna di vedere dal vivo sabato 19 Luglio 2025 è stato senza dubbio uno dei concerti migliori della mia vita, sicuramente finora ma probabilmente anche considerando tutti quelli che verranno.
Gli Oasis sono da sempre la mia seconda band preferita (dietro ai Beatles, i quali però sarebbero quasi da considerare fuori classifica), e considerando che si sciolsero quando io avevo tre anni, fino all'annuncio di questa reunion avevo solo potuto sognare come sarebbe stato assistere ad un loro concerto live.
Annuncio che, quando è arrivato, sembrava ormai anche parecchio difficile da considerare realtà.
Invece non solo era tutto vero, ma lottando un po' nella prevendita riuscii anche a comprare quattro biglietti per il sottoscritto e tre miei amici, che undici mesi dopo ci avrebbero regalato una serata sensazionale.
La location, Heaton Park di Manchester (uno dei parchi più grandi d'Europa, magistralmente organizzato ed attrezzato per l'occasione) ha aggiunto un'atmosfera splendida al tutto: i numerosi fumogeni all'aria aperta, l'alternanza luce-tramonto-buio e lo spettacolo pirotecnico a concerto terminato sono stati tutti elementi da non sottovalutare.
Vederli a casa loro, inoltre, ci ha permesso di unirci ad un pubblico che sul palco non vedeva solo degli idoli, ma prima di tutto dei concittadini provenienti (prevalentemente) dalla stessa classe sociale, degli amici che ce l'avevano fatta.
Non c'è stata una canzone che non abbia ricevuto un significativo aiuto ed un'amplificazione di entusiasmo da parte degli 80.000 fortunati presenti.
Il nostro biglietto era per così dire il più "povero", quello della General Admission.
Tuttavia, entrando presto (verso le 14:30, quasi sei ore prima che iniziasse il concerto vero e proprio) siamo riusciti a posizionarci piuttosto vicini e a godere di una visuale perfetta.
L'enorme palco, tra l'altro, è stato messo nella parte leggermente più bassa del parco, permettendo alle piccole colline di fungere sostanzialmente da spalti per garantire a tutti una visibilità per quanto possibile buona, nonostante la profondissima marea di persone che si era già creata a un'oretta dal nostro arrivo.
Altra menzione va fatta a vantaggio dei "Guest".
I Cast li avevo già visti nel 2022 a Liverpool, davanti a circa 5.000 persone, giusto un po' meno rispetto a stavolta.
Nulla di troppo eccezionale, ma hanno riscaldato per bene l'atmosfera con circa mezz'ora di sound puntando molto sui loro brani migliori, come Walkaway e Alright.
Favoloso poi, praticamente subito dopo, Richard Ashcroft.
Quaranta abbondanti minuti di classe e carica emotiva perfetti per introdurre un macro-evento del genere.
Tra Sonnet, Lucky Man e Bitter Sweet Symphony già si scorgevano delle lacrime in mezzo al pubblico, non sarebbe un azzardo così grave dire che valesse già lui almeno un quarto del biglietto.
E poi, a grandi linee dalle 20:15 alle 22:40, è toccato ai protagonisti della serata: gli Oasis.
Come ho inizialmente detto sarò un po' di parte, ma sono completamente sincero e convinto quando affermo che non c'è stata una canzone delle 23 in scaletta a non avermi fatto venire la pelle d'oca.
Dalla favolosa coreografia d'apertura con il sottofondo di Fuckin' In The Bushes e la cinematografica dicitura "This is not a drill" che si è estesa su tutti e tre i megaschermi presenti, lo scoppiettante inizio con Hello, Acquiesce e Morning Glory una dopo l'altra, passando per l'acustico "momento Noel" con Half The World Away, Talk Tonight e Little By Little, per poi concludere con le più poetiche Don't Look Back In Anger, Wonderwall e Champagne Supernova, i fratelli Gallagher hanno donato a tutti i presenti un'incredibile montagna russa di emozioni.
In mezzo al pubblico, tra sconosciuti, si urlava, si piangeva, ci si abbracciava, ci si esaltava insieme realizzando per la prima volta davvero ciò che era stato annunciato quasi un anno prima.
Il giorno dopo sembrava quasi un sogno, invece è stata proprio una notte indimenticabile.
È stato il primo concerto a cui ho assistito dove conoscevo i testi di tutte le canzoni della scaletta a memoria; il primo che sono andato a vedere senza adulti, per di più in un altro paese; e sono anche sicuro che averlo visto alla mia età, appena un mese dopo essermi diplomato, ha reso il tutto ancora più perfetto, quasi da film.
Di sicuro sugli Oasis si possono dire tante cose e i gusti musicali di molti si scontreranno con la loro offerta, ma sono dell'idea che l'importanza, per molti, di un evento del genere, costruito su un'attesa e delle promesse come quelle che ci sono state, sia indipendentemente da riconoscere.
Quanto a me, sono certo che ne passerà di tempo prima di avere la possibilità di rivivere delle emozioni simili ad un concerto.
Biblical.
Sharp Class + Temponauts live al Festival Beat, Salsomaggiore (Parma) 05/7/2025
Il Festival Beat è da ormai molto tempo essenzialmente il pretesto per ritrovare persone con cui abitualmente non si conversa faccia a faccia da almeno un anno.
Così è stato, almeno personalmente, anche questa volta.
La discussa modalità di due serate a disposizione in contemporanea ha comportato una scelta "dolorosa" ma per la quale avevo pochi dubbi: Sharp Class + Temponauts.
Più che una nota dolente, una constatazione ormai ricorrente da anni è che l'età media dei partecipanti è ormai più che alta ed è difficile scorgere tra il pubblico qualcuno/a sotto i 50 anni.
Aprono i TEMPONAUTS con il loro collaudato jingle jangle sound alla Byrds (di cui rifanno "Eight Miles High") con qualche asperità chitarristica in più.
Ospite l'amico Matt Purcell per alcuni brani, applausi e apprezzamenti.
Gli SHARP CLASS sono giovanissimi, freschi, arrembanti.
Con i primi Jam a fare da diretta ispirazione (ma abbracciando anche power pop, rock 'n' roll, soul, i primi Joe Jackson e Elvis Costello e i mai dimenticati Ordinary Boys), sparano un'ora tiratissima, precisi, conivolgenti, lasciando spazio anche a momenti di improvvisazione e una riuscitissima versione di "Gimme Some Lovin" arrangiata benissimo.
Ottimi musicisti, la voce del chitarrista Oliver Orton potente ed espressiva, il basso di Billy Woodfield metronomico, la batteria di Declan Mills esplosiva.
Perfetto mod look con gran finale con una "My Generation" travolgente.
Niente di nuovo?
E chi se ne importa?
Avercene 10, 100, 1000 di band così!
Enrico Ruggeri live a Castelsangiovanni (Piacenza) 8 luglio 2025
In una fredda sera d'estate ENRICO RUGGERI ha entusiasmato il folto pubblico della piazza principale di Castelsangiovanni (Piacenza), all'interno del ValTidone Festival.
Il repertorio non gli manca, lui stesso parla di una quarantina di album. Nemmeno una lunga serie di brani di primissima qualità assurti a classici della canzone d'autore italiana.
Nell'attesa del concerto un'ottima scelta musicale in sottofondo (da David Bowie a Elvis Costello).
Band solida, rodata, precisa e ricca d'intesa, anche quando si lascia andare a improvvisazioni varie.
Ruggeri con voce roca ma sempre all'altezza, nelle quasi due ore di concerto.
Passano veloci "Il portiere di notte", "Il poeta", "Primavera a Sarajevo", "Quello che le donne non dicono", il capolavoro "Il mare d'inverno", aperto dall'intro di "Firth of Fifth" dei Genesis.
C'è anche un breve cenno a "Space Oddity".
Gran finale con un bis aperto dalla nuova, bellissima "Il cielo di Milano" dal nuovo, egregio, "La caverna di Platone" a cui segue una pompatisisma "Mistero" e una versione di "Contessa" in chiave Balkan/ska/(ba)rock, molto divertente.
Ruggeri parla molto, sottolineando, un po' troppo spesso, la sua "diversità" dal resto dei colleghi, la sua continuamente ribadita alterità ma va bene lo stesso.
Violante Placido - Castelmantova di Campremoldo Sotto (Piacenza) 23 luglio 2025
Sfortunato concerto per VIOLANTE PLACIDO ieri sera a Castelmantova di Campremoldo Sotto (Piacenza) nell'ambito del Val Tidone Festival.
La pioggia ha dapprima ritardato l'inizio e ha interrotto dopo poco più di una mezzoretta l'esibizione della cantante/attrice.
Il concept è interessante, ripercorrere le strade artistiche di alcune "Femmes Fatales", da Nico a Marianne Faithfull, Francoise Hardy, Yoko Ono, tramite la narrazione delle loro spesso difficili vite e l'esecuzione di alcuni loro classici.
Unica perplessità è il porsi in mezzo a un guado, tra chi è a completo digiuno (molti dei presenti) del profilo artistico delle protagoniste (e che conseguentemente, ad esempio, ha difficoltà a collegare e contestualizzare Velvet Underground, Warhol, Factory, Lou Reed a Nico) e chi queste cose le conosce a menadito.
Però il progetto è buono, Violante Placido è una perfetta narratrice e una buona cantante.
Alla prossima, senza pioggia.
UK SUBS (19.062025) / BLACK FLAG (21.06.2025)
Castle & Falcon, Balsall Heath, Birmingham
Un altro prezioso regalo dal nostro inviato speciale in quel di BIRMINGHAM, il grandissimo RAMBLIN' ERIKK (che poco tempo fa già ci aveva deliziato con la recensione del concerto dei Cocksparrer.
Questa volta doppio appuntamento con Uk Subs e Black Flag.
Il pub Castle & Falcon di Balsall Heath a Birmingham rappresenta, da molti anni, un avamposto storico per il Punk e la musica indipendente in generale. Uno di quei locali che, visti i tempi che corrono e la gentrificazione galoppante, occorre tenersi ben stretti.
Entri, ed é come se il calendario si fosse fermato al 1983 : al tempo stesso, ci trovi anche ragazzi che a malapena hanno l' etá legale per ordinare una pinta al bancone, in un melting-pot generazionale, culturale e razziale inclusivo al massimo e dal fascino estremamente contagioso.
Questa settimana, due nomi eminenti nella storia del Punk hanno calcato il palco dell' iconico joint (peraltro, dotato di uno dei migliori impianti tecnici per la musica live in cittá):
i sempiterni UK Subs di Charlie Harper e gli iniziatori dell' Hardcore di marca Hermosa Beach, nientemeno che i Black Flag del Deus-ex-Machina Greg Ginn.
Weekend caldo, climaticamente e non solo e, poco ma sicuro, due appuntamenti che non mi sarei perso a nessun costo.
Si parte il Giovedí sera con i leggendari Subs, per quella che é stata promossa come la loro "ultima apparizione a Birmingham".
Da circa tre anni, il gruppo ha infatti annunciato un progressivo rallentamento delle attivitá: l' ottimo album "Reverse Engineering" del 2022 fu annunciato come loro ultimo atto in studio e, comparsate in festival e concerti occasionali a parte, la band avrebbe cessato di andare in tour.
Alla veneranda etá di 81 anni, Charlie Harper puó anche permettersi di iniziare a meditare la pensione, per quanto, la sensazione che ancora non abbia intenzione di appendere microfono e armonica al chiodo sia forte.
Come nel Wrestling, altra mia grande passione, é estremamente raro che artisti ormai abituati a una vita on-the-road scendano a piú miti consigli, abbandonando il richiamo irresistibile delle luci della ribalta.
E, basta dare un' occhiata a Charlie per capire che questa é la sua vita e non ha intenzione, né reale motivo di cambiarla troppo.
É al banco del merchandise, disponibilissimo e affabile come sempre, intercambiabile lattina di birra a portata di mano, ad accogliere fan di ogni etá e firmare autografi. Sembra felice e vorrei ben vedere!
Alla mia domanda se davvero questo sarebbe stato il loro ultimo show in assoluto nella "Second City", ha riso e risposto "A me lo chiedi? Era un' idea del promoter!".
Ok Chas, capita l' antifona.
Attivi da ormai quasi mezzo secolo, gli UK Sub(versive)s sono uno dei gruppi piú importanti e popolari partoriti dalla scena Punk Britannica. Approdati alla scena del Roxy nel tardo 1977, immediatamente dopo l' iniziale Big Bang del Punk Londinese, la band dell' allora giá attempato Charlie Harper (che giá vantava un solido background nella scena Rhythm 'N Blues locale dalla fine dei '60) ha approfittato dell' energia della "nuova" scena affermandosi in breve tempo come favoriti della cosiddetta "second wave", portavoci di un sound grezzo, veloce e imcompromissorio che nulla concedeva al lato piú artistoide del "Bromley Contingent" promuovendo invece un' attitidine piú stradaiola e schietta, in molti sensi anticipatrice di quello "Street-Punk" che, nel giro di pochi anni, sarebbe sfociato nel movimento "Oi".
I Subs che si presentano stasera, oltre al prim'attore Charlie, hanno in organico il bassista, co-autore storico e, a tutti gli effetti, direttore artistico Alvin Gibbs, con la band dal 1980, pur con numerosi intervalli, Stefan Häublein alla batteria e, vera sorpresa del concerto, il nuovo chitarrista Abe Inglis, una belva dal vivo che ricorda, sia nella tecnica che nelle prodezze atletiche, il suo illustre predecessore Nicky Garratt.
Partono subito in quarta con una versione assassina di "Rockers" dal primo LP " Another Kind Of Blues" (1979) ed é "instant chaos" in un locale sudatissimo e stipato oltre i legittimi limiti di capienza. Seguono, in rapida successione, "Kicks", "Police State" e "Emotional Blackmail", sparate come proiettili affilati da una band che é ormai un' entitá rodata e a prova di bomba.
Arriva anche la famosa "Down On The Farm", che tanto ha contribuito a ripinguare i conti in banca degli autori Gibbs/Harper grazie all' improbabile cover (con tanto di falso accento cockney) incisa dai Guns 'N Roses per il loro album "The Spaghetti Incident?" del 1993.
Nell' arco di 22 brani, bis completi, i Subs distillano la loro storia, veraci cartoline dal grande Pianeta Punk Britannico come la festaiola "Party In Paris", il loro primo singolo "Stranglehold", la brutale "Scum Of the Earth" ed episodi (relativamente) piú recenti come "Riot" e "Disease".
"Warhead" suona tristemente attuale, ora piú che mai, con l' America che ha appena dichiarato guerra all' Iran e una minaccia Atomica molto reale e tangibile.
E, per amaramente ironica coincidenza, gli UK Subs, a quanto pare, non sono tra i gruppi preferiti di Donald Trump, il pazzo criminale (o, in termini piú pragmatici, capitalista) artefice di questo inutile spargimento di sangue.
É infatti noto, anche a chi non frequenta il circuito Punk, che il 21 Marzo di quest' anno, a 3 quarti della band é stato negato l'accesso negli Stati Uniti (il solo Charlie Harper, grazie a chissá quale magheggio o, semplicemente, il suo innato potere persuasivo, é riuscito ad entrare e suonare a Los Angeles, come previsto, accompagnato da una band assemblata all' ultim' ora per l' occasione).
Alvin Gibbs ha descritto in dettaglio sulla sua pagina Facebook l' incubo Kafkiano di cui si é trovato protagonista (25 ore di detenzione e non una spiegazione ufficiale per il rifiuto al visto) disavventura che gli ha, comprensibilmente lasciato l' amaro in bocca inducendolo a sospettare che i suoi recenti commenti, per nulla favorevoli all' attuale presidente degli States, possano essere alle radici della debacle.
Mi sarebbe piaciuto poter scambiare una parola con Alvin in merito al fattaccio, ma non sono riuscito a incrociarlo.
In men che non si dica e con a malapena il tempo di riprendere fiato, siamo giá agli encores, "C.I.D.", "I Live In A Car", "You Don't Belong" e l' anthem "Endangered Species", ("Specie in via d' estinzione") titolo che ben esemplifica la vicenda di una band autentica, proletaria, di strada, che pur tra alti e bassi (nonché innumerevoli cambi di formazione) ha attraversato intere generazioni, portavoce del piú verace spirito Rock & Roll e tutt' oggi punto fermo e incrollabile.
In piú di un' occasione, mi preme rimarcarlo, precorrendo persino i tempi in forza di una musicianship sempre dinamica e musicisti piú raffinati di quanto non possa apparire, promuovendo un' attitudine aperta al cross-over, andando a lambire i territori piú disparati come Hardcore, Hard Rock, persino Metal, New Wave e sicuramente Rhythm N Blues, senza mai smentire il tradizionale marchio di fabbrica.
Un trionfo e uno dei migliori concerti dell' anno, fin' ora: lunga vita ai Subs!
Di altra pasta e provenienza, ma comunque accomunabile ad uno spirito affine, la proposta musicale prevista per Sabato sera. Nientemeno che la leggendaria sigla "Black Flag", come dicevo all' inizio, scomodata dal leader incontrastato, "padre-padrone" Greg Ginn per un estensivo tour di Europa e Inghilterra che presenta una formazione interamente nuova attorno al suddetto capoccia.
Notizia arrivata completamente a sorpresa, a tour giá annunciato (l' occasione sarebbe quella di celebrare l' iconica compilation "The First Four Years" uscita per la SST dello stesso Ginn nel 1983) quando chi giá aveva sborsato parte dei propri guadagni per un biglietto si aspettava l' ultima, rodatissima formazione con il rude Skater Mike Vallely alla voce.
Subito, sono scoppiate le polemiche, corroborate dalla diffusione su social media di una foto raffigurante l' ultimissima incarnazione della "Bandiera Nera" : tre imberbi pischelli che, occhio e croce, non arrivano ai Venti anni d' etá e, udite udite, una RAGAZZA nel ruolo di cantante e frontwoman.
Apriti cielo!!!
Frizzi e lazzi, laddove non proprio critiche pungenti e di dubbio gusto, da partedi uno zoccolo duro che, a ben vedere, contravviene al piú autentico spirito Punk, un genere e una mentalitá in teoria istigati da gente giovane e volti ad abbattere non solo la supremazia del piú pomposo Rock da stadio ma, anche di ogni qualsivoglia barriera pregiudiziale di sesso, razza e religione.
Senza, peraltro, aver ascoltato una singola nota di questo inedito ensemble e, puramente, giudicando un libro sulla mera base della copertina.
Insomma, volendo citare una fonte eccellente e a me molto cara, "A te il Punk non t' ha insegnato un cazzo"?
Personalmente, il mio innato "Bullshit Detector" mi ha subito indotto a presagire qualcosa di, se non altro, interessante, cosí ho deciso di approcciare il concerto a mente aperta.
Sia chiaro, volendo fare l' avvocato del Diavolo, viene naturale supporre che l' idea di ingaggiare musicisti giovanissimi e letteralmente alle prime armi fin troppo bene si adatti a un noto accentratore come Greg Ginn che, da sempre ha la documentata abitudine di allontanare collaboratori non al 100% in linea con le direttive da lui stabilite, specialmente una volta consolidato un certo cachet personale da parte di questi ultimi.
Ma, si tratta solo di considerazioni e, alla luce del giorno, come sono questi "nuovi" Black Flag?
Sinceramente, belli potenti e convincenti, pur rimanendo ancora un' entitá acerba e bisognosa di ulteriore amalgama e coesione, cose che arriveranno nel tempo, se l' avventura si evolverá.
Per il momento, ció che arriva dritto in faccia é il suono inconfondibile, distopico e allucinato della chitarra di Greg Ginn, immutato nei decenni e davvero pauroso da ascoltarsi dal vivo.
Zero distorsione e niente pedali o effetti, semplicemente tutto settato a 11! Devastante e ancora temibile, oggi come nel 1980.
Coadiuvato da una formazione francamente piú che convincente e sul pezzo, a partire da Max Zanelly, la giovanissima "Firebrand" che si rivela da subito credibilissima come interprete dei classici storici della band.
Due set, 24 pezzi in totale, non un' impresa da nulla per un manipolo di pivelli ma, a onor del vero, loro se la cavano alla grande e, con buona pace di chi si aspettava un frontman super-macho, sudato e a torso nudo sul modello di Rollins o anche Vallely, questi sono i Black Flag nel 2025, "take it or leave it".
E, a mio modesto parere, funzionano.
Non solo il vasto set pesca in "The First Four Years" (invero, non rappresentato nella sua totalitá) ma i quattro vanno a coprire l' intera discografia storica, riproponendo non solo il classico, primo LP "Damaged" per buona metá, ma anche pescando a piene mani tra i ben piú complessi arrangiamenti di "My War" e "Slip It In".
C'é veramente tutto, da un' allucinata, iniziale "Can't Decide" (preceduta da una lunga, nervosa intro per tre minuti buoni) seguita da una "Nervous Breakdown" ferale a sufficienza da non temere il confronto con l' originale del 1978 e, in rapidissima e brutale successione, "No Values", "Wasted" e "I've Had It".
Forse, stasera sono particolarmente di buon' umore, ma il feeling é lo stesso della prima volta in cui ascoltao questi brani su "The First Four Years" e, per assurdo, anche il pubblico reagisce in maniera piú "Americana" compattandosi in paurose sezioni che si spostano orizzontalmente in un oceano di slam-dance che ricorda molto da vicino le mitizzate immagini del film "Decline Of Western Civilization" di Penelope Spheeris (1980).
"Black Coffee", nervosa come suggerito dal titolo, introduce gli umori piú contaminati del LP "Slip It In" (1985) mentre "Forever Time", "The Swinging Man" e "Nothing Left Inside" documentano la svolta fangosa e Sabbathiana dell' album "My War" (1983).
"Six-Pack", per assurdo una satira dell' alto consumo alcolico dell' Americano medio, é accolta da un tripudio di mani che alzano pinte di birra mentre la tellurica "My War" apre il secondo set.
E, davvero nulla da dire: in tutta onestá, questa band rende perfettamente giustizia a un repertorio immortale e, per quanto mi riguarda, é bello averli in giro a suonare queste canzoni dal vivo, peraltro in una configurazione inedita e al di fuori di ogni aspettativa.
Vorrei ricordare che, fondamentalmente, ogni formazione dei Black Flag è sempre stata rappresentata da un cast mutevole attorno al leader Greg Ginn : da qui, traete voi le vostre conclusioni.
"Revenge", "Fix Me" e "Gimmie Gimmie Gimmie" sono cantate a gran voce da un pubblico accorato e incurante di ogni qualsivoglia gap generazionale, prima dello show-stopper di "Rise Above" e la sarcastica versione di "Louie Louie".
É tutto e il gruppo si ritira: non c'é un banco dove poter acquistare t-shirt, CD, LP o nient' altro o strappare un autografo e un saluto rapido alla band.
Nessun bis o concessione ulteriore a quanto giá abbondantemente dato : come nei primissimi anni '80, i Black Flag sono giá "In The Van", diretti alla prossima meta.
Per quanto mi riguarda, un' incarnazione che si é rivelata perfettamente in linea con la filosofia e il sound storici della band e che vi invito a controllare di prima persona, dovessero capitare dalle vostre parti.
Black Keys + Jet + Lemon Twigs – Live at AMA Music Festival (VI) – 15 Luglio 2025
Recensione/racconto dell'amico SOULFUL JULES, come sempre interessante e intrigante.
Quando ho visto che sul sito dell’Ama Festival i biglietti per il Pit erano esauriti, ci son rimasto male.
Perché l’anno scorso ero stato all’AMA per i Pistols con Frank Carter e se stai fuori dal Pit il palco è lontano, fai fatica a distinguere i musicisti, sembrano pedine alte due centimetri, e anche se il sound è buono manca la pacca che ti prende lo stomaco e ti solleva da terra.
Però rinunciare ai Black Keys a neanche un’ora di strada da casa pareva brutto, magari poi là si combina, ho pensato, vai a sapere.
Partenza martedì 15 luglio a metà pomeriggio, tra una cosa e l’altra arriviamo al Parco di Villa Negri che i Lemon Twigs hanno quasi terminato il loro set e ‘sta cosa mi rode perché era un pezzo che li volevo vedere e il suono che arriva mentre siamo lì in coda, nel vialetto ombreggiato, è una meraviglia di armonie e arrangiamenti.
Dolcissimo il falsetto di Brian D’Addario su Corner Of My Eye, con gli acuti che riportano al cantato malinconico di un altro Brian, da poco riunitosi con Carl e Dennis sul palco dell’eternità.
I cani per i controlli antidroga ricordano che siamo a metà strada tra Treviso e Vicenza e un cartello in cassa avvisa che c’è ancora qualche posto disponibile.
I ragazzi della biglietteria sono simpatici e gentili ma demoliscono subito le mie speranze di fare una permuta con uno dei cinque pass rimasti per il Pit.
“E allora come faccio?”
“Potresti vendere il tuo biglietto a qualcuno che non ce l’ha e acquistare un Pit qua.”
Che in effetti non è una cosa difficile, soprattutto se uno di mestiere fa il venditore da più di venti anni.
Ma un conto è vendere per lavoro, un altro conto è vendere per necessità, e poi qua non è più la questione di vedere bene il concerto, di assorbire fino all’ultimo tutti i MegaHertz che fluttuano nella notte di Romano d’Ezzelino, questa è diventata una faccenda seria, esistenziale.
Quanto bravo sei a convincere un tizio mai visto a sborsarti cinquanta sacchi per una fotocopia A4 con sopra il tuo nome e un QR code? Ti fideresti di uno come te, con la tua faccia, la tua voce?
La verità è che non lo sai e ti tocca scoprirlo stasera.
Aspetto tre minuti appoggiato al bancone della biglietteria e finalmente arriva un tipo sui quaranta, baffetto spavaldo e sandalo eco, vuole un biglietto ma non uno qualsiasi, gli serve il Pit a tutti i costi, me lo dice con la cantilena irritante di uno che gongola perché alla fine lui ce l’ha e tu no, gne gne gne.
Altri due minuti e si presenta uno coi capelli lunghi e grigi, maglia sbiadita dei Litfiba, l’aria un po’ spaesata.
È il mio uomo.
Formulo l’offerta in maniera chiara e perentoria: cinquanta sacchi invece che i sessanta che chiedono in cassa. Accetta subito. Si rigira il foglio A4 tra le mani, dà un’occhiata distratta alla riga con il nominativo e alla fine sfila il biglietto rosa dal taccuino senza esitazione.
Ok, questo era facile, potevo anche piazzargli un abbonamento a Tele+ col decoder e la presa Scart, ma il fatto che adesso posso godermi il live senza restrizioni mi fa salire una botta improvvisa di euforia, neanche mi fossi ingollato un cocktail di dopamina, ossitocina e una spruzzata di endorfine a mo’ di selz.
All’interno l’area è grande e organizzata, poca calca nonostante i 9.000 fan, un po’ di coda qua e là ma niente di che e in ogni caso col braccialetto rosso al polso mi sento invincibile, se ne accorge anche il tizio delle polpette, che si sbriga a servirmi prima che inizino i Jet.
Guardo il concerto da metà campo, vicino al tendone del mixer, il sound arriva pulito ma i volumi sono bassetti e sul palco ci vorrebbero degli schermi, per aiutare quelli fuori dal Pit a sentirsi connessi con la band.
Saranno vent’anni che non ascolto i Jet, mai stato un fan ma il primo album, Get Born, è un disco di tutto rispetto, e sono curioso di vedere come sono messi, se la voce di Nic Cester graffia ancora come nel 2003 o se nel frattempo ha perso qualcosa e devo dire che tra una polpetta di carne e una alle verdure il live scorre senza intoppi, la scaletta incentrata sui brani del disco d’esordio tra cui la ballata Look What I’ve Done con quel feeling un po’ british, tipo i Beatles rifatti dagli Oasis.
It’s a Long Way To The Top degli AC/DC è un omaggio all’Aussie Rock, il sound energico a base di riff potenti e melodie orecchiabili che definisce in buona parte il loro stile.
Durante le pause Nic scambia qualche battuta in italiano col pubblico, ostenta le sue origini trevigiane, annuncia le canzoni. Are You Gonna Be My Girl è come la vorresti sentire, la voce tirata e il giusto grado di intensità, neanche l’avessero già suonata almeno trecento volte dal vivo.
Rollover Dj mantiene alta la tensione, il pubblico che canta con la band e i Lemon Twigs a bordo palco che si godono lo show.
In chiusura una bella cover di Un’avventura di Battisti, nella versione di Wilson Pickett, una strofa in italiano e una in inglese, la gente attorno a noi saltella con il bicchiere in mano mentre sul prato si allungano le ombre del tramonto.
Mi ciuccio un’altra birretta prima di salutare gli amici ed entrare nel Pit.
Il settore è grande, pieno forse a metà ma manca ancora un po’ all’inizio del concerto, così mi siedo su una staffa delle transenne che sembra uno sgabello dal design industriale, mi metto comodo e osservo la gente che arriva.
Età media sui quaranta, tante ragazze, tatuaggi, uomini con i capelli, t-shirt nere, canotte, short larghi, berretti da baseball, ai piedi novanta percento di sneaker e qualche sandalo francescano per gli amanti della traspirazione.
Non male la playlist prima del live, brani un po’ slegati ma piacevoli: 25 Miles di Edwin Starr, Satisfaction cantata da Otis, qualche pezzo recente, Bob Seeger System, classici degli Stones e dei T Rex.
Ormai il sole è calato, manca poco, è il momento di inserirsi tra la folla alla ricerca del posto perfetto, quel brandello di suolo - venti, trenta centimetri quadrati al massimo - che per 80 minuti deve garantirti una buona visibilità del palco e, soprattutto, un sound bilanciato, carico e appagante.
Mi piazzo leggermente sulla destra, a trenta metri dagli ampli di Dan Auerbach, e sono lì, assorto nelle mie riflessioni, che mi sento battere sulla spalla destra, mi giro e c’è un ragazzo sui venticinque che mi saluta con entusiasmo, e per quanto i suoi occhi limpidi, di un colore che potrebbe essere azzurro o verde marino, mi smuovono qualcosa, un ricordo, una foto un po’ sfocata, proprio non riesco a collocarlo questo giovane ed è evidente che col passare dei secondi, un velo di amarezza, forse delusione, si stende sul suo volto e un po’ mi vergogno perché il suo sorriso irradia qualcosa che oscilla tra la stima e l’affetto, mi spiace smorzare quel sentimento, e ormai sono lì lì per confessare che non mi ricordo mica, pronto a incolpare le birre, le tipe con le spalle scoperte, la boria vanagloriosa per il biglietto piazzato, ma a quel punto il campo visivo si allarga su un altro giovane, alto e smilzo, che sta al suo fianco, ed è guardandoli insieme, uno accanto all’altro, che finalmente riconosco Ricky e Lorenzo, i figli di Giorgio e Carla. Saranno almeno quindici anni che non ci vediamo di persona, l’ultima volta a Marostica, o a Bassano, ci eravamo trovati per ricordare Giorgio, ed era stata una bella festa, piena di musica e di amici, la malinconia e il dolore accantonati per una sera.
E adesso Giorgio è qui, lo rivedo negli sguardi e nei sorrisi dei suoi figli, li ho lasciati bambini, che suonavano la chitarra e la batteria e ora ce li ho accanto che sono giovani uomini, sempre innamorati della musica e di che altro vuoi parlare se non di gruppi, turnisti, etichette e studi di registrazione.
Dopo una manciata di minuti Pat Carney e Dan Auerbach salgono sul palco e attaccano con una medley di brani dai primi due album.
Thickfreakness, con la melodia lamentosa di You Don’t Love Me, sfuma in The Breaks, incentrata sul groove pesante e ripetitivo della batteria, che si fa più dinamico in I’ll Be Your Man.
Sul finale della canzone arriva il resto della band che si sistema alle spalle di Carney e Auerbach: percussioni, basso, chitarra ritmica e organo. Your Touch è una fiammata di suono che travolge il parco di Villa Negri, il fuzz della Harmony ficcante e abrasivo, le stilettate di organo aggiungono un tocco di colore e armonia, le congas e le maracas aumentano la profondità.
Pochi cellulari e tante braccia alzate, su Gold On The Ceiling Auerbach si gode il pubblico che salta e canta sulle note piegate della sua SG color panna.
Si sale ancora di intensità con Wild Child, un mix esaltante di lick possenti e ritornelli che ti ballano in testa per ore. Lorenzo alla mia destra mi dice che la chitarra è una Guild, il suono più metallico e pungente, e sarà che ho accanto i fratelli Mari, sarà che la scaletta è ben pensata, in un crescendo strutturato e curato nei dettagli, ma devo dire che la serata adesso è partita, complice il suono pulitissimo e variopinto, ogni chitarra uno stato emotivo differente, ogni brano simile e diverso dal precedente.
La disposizione dei musicisti sul palco, due davanti e quattro dietro, a mo’ di coro, l’uso dei fasci di luci che si intersecano e dividono la scena in blocchi imponenti, rendono lo spazio maestoso, massiccio, monumentale.
L’unico aspetto che non mi convince, a voler essere pignolo, è la distanza tra basso e batteria, vero che l’interplay principale è tra Carney e Auerbach ma qua secondo me perdono un po’ di groove con la sezione ritmica così dilatata, i due fondamenti a quasi tre metri di distanza l’uno dall’altro. Quando glielo dico, Lorenzo annuisce e mi fa notare che chitarra e batteria sono leggermente più alte nel mix rispetto al resto.
Ma sono dettagli, appunto, perché Everlasting Light è dolce come un sogno e marca un cambio di passo, il sound ora è più soulful, ricco di sfumature e di tocchi attenuati, il cantato in falsetto è delizioso di suo, prepara l’equipaggio al decollo emotivo e anche se mi sento pronto, con le cinture allacciate, quando parte il solo di chitarra mi ritrovo inerme, avvolto da un sentimento indescrivibile che riverbera dal cervelletto, sale e scende lungo la schiena e si propaga attraverso ogni centimetro di pelle, uno stato di grazia che solo la musica riesce a favorire e a ricreare ogni volta in un modo che è unico, inaspettato e strabiliante.
Ormai ho deciso che la posizione sulla quale ondeggio da più di mezz’ora non mi soddisfa più, vero che il cicalio delle maracas mi arriva nitido e setoso ma ho l’impressione che come acustica manchi ancora qualcosa per cui decido di spostarmi al centro e per quanto mi spiaccia perdere la compagnia, trovo un impatto incredibile, come se il suono si fosse ulteriormente arricchito e compattato di fronte a me, basta alzare una mano e ti pare di toccare ogni nota, di accarezzarla per poi stringerla, tutto perfetto, onirico, idilliaco, se non fosse per la tipa magra e nervosa che si dimena di fronte a me.
Solleva le braccia e le abbassa con un movimento ondulato, a mo’ di serpentina, scuote la testa a destra e a sinistra e si contorce come la terribile dea Kali.
Il problema è che dietro di me non ho vie di fuga, c’è un energumeno con una scopa di saggina sotto al mento che filma tutto con il cellulare e in ogni caso non ho voglia di spostarmi di nuovo, qua si sente davvero bene, forse basta portare pazienza e infatti, tempo un paio di strofe di Psychotic Girl, la tipa si sposta e si mette a slinguazzare un ragazzo alla mia destra con il cranio lucido e la barbetta folta e curata, leggermente appuntita.
E tutto è bene quel che finisce bene, l’amore vince sempre ma è un’illusione effimera perché lo scambio di fluidi salivari sembra attizzare il tipo, e non è un’eccitazione immediatamente fisica, corporea e nemmeno verbale: è il richiamo della giungla, dei segni ancestrali, l’istinto primordiale che ti spinge a ficcarti due dita in bocca e a cacciare un fischio che di colpo sembra zittire la band sul palco e causare un principio di acufene a chi ti sta accanto.
Porca puttana.
Crapa pelata è più rumoroso dei Black Keys e tu non ci puoi fare niente, sei a un concerto rock, mica in parrocchia, non puoi riprendere uno perché si diverte a fare il mandriano, tanto più che il tipo sembra averci preso gusto, ancora quel cazzo di sibilo bastardo e assordante, due, tre, cinque, otto volte finché a un certo punto dico basta. Giuro, vorrei continuare a farmi i cazzi miei ma è una cosa dolorosa e poi ho come l’impressione di non essere l’unico a soffrire gli acuti del tizio e allora faccio un respiro profondo, gli appoggio un braccio lungo le spalle e gliela butto là in tono amichevole, quasi fossimo in confidenza.
“Scusa, riesci ad abbassare un po’ l’intensità?”
Il tipo sembra riaffiorare dall’ebbrezza dei suoi squilli con un certo fastidio, si scosta dalla mia presa, inarca le sopracciglia come per mettermi a fuoco e mi domanda sarcastico: “Cioè, dovrei abbassare il volume?”
“Eh sì per piacere, se ci riesci.” gli rispondo con deferenza ma è evidente che se l’è presa, offeso nell’amor proprio per quella inaccettabile limitazione alla sua libertà di fischiare a cazzo a un volume ampiamente sopra la soglia del dolore. È una trattativa complessa questa, che richiede notevole abilità di persuasione, e la prima regola nella negoziazione è di concedere spazio alla controparte, dare l’impressione che è l’altro a condurre il gioco e l’unica cosa che mi viene in mente è provare ad allisciarlo.
“No guarda, hai un fischio incredibile. Davvero. Ma dopo un po’ è impegnativo.” gli dico ridacchiando e in quello interviene la tipa sciammannata a darmi man forte: “È per il fischio vero?”
Al mio cenno di assenso il barbetta concede: “Non è la prima volta che me lo dicono.” e prende a saltellare su una gamba sola, si mantiene in equilibrio con la mano sinistra, si ficca nuovamente in bocca la destra e si mette a fischiettare con rinnovato vigore, come se stesse suonando un’armonica per accompagnare la melodia di Tighten Up.
“Ecco bravo, prova ad armonizzare.” gli suggerisco strizzando l’occhiolino e quello in tutta risposta caccia un altro paio di miagolii ma ormai è poca roba, quasi impercettibile, sommersa dal tremolo della Supro bianca di Dan Auerbach.
Altro cambio di chitarra su Man On A Mission, dal nuovo ellpì No Rain, No Flowers, questa volta è il turno di una bella Goldtop e chissà che stress per il tecnico di Dan Auerbach, la responsabilità di passargli lo strumento giusto con le corde ben tese, che ogni pennata è un riverbero massiccio che si scuote a lungo, prima di perdere intensità, e proprio l’uso dello spazio, dell’aria tra una nota e l’altra, delle pause, è una cosa che non tutti sono in grado di rendere, è una questione di feel, la sensibilità che prevale sulla tecnica, che nel caso di Auerbach è incredibile perché oltre a essere un grande musicista è anche un grandissimo cantante, con una voce calda e ruvida, carica di una sincerità emotiva che non ha bisogno di trucchetti per colpire, anche quando ritorna al falsetto, nella cover di On The Road Again dei Canned Heat.
La resa è impeccabile, la grana melliflua e carezzevole pur nell’urgenza originaria, adesso è tutto perfetto, ci siamo solo io e il suono, nessuno davanti e mi spiace per quelli che mi stanno dietro perché mi sento alto tre metri o poco più ed è una stecca fortissima, tutta mia e di qualche altro migliaio di persone che mi sono accanto, anche loro impegnate a fare all’amore con la musica.
I coretti di Howlin For You, intersecati dai guizzi acidi della Supro Martinique, echeggiano per tutta la valle del Grappa.
Prima della pausa She’s Long Gone, un minuto di stacco e la band è di nuovo sul palco per il penultimo brano: Little Black Submarines.
Chitarra acustica in apertura e tutto il pubblico, soprattutto le ragazze, a cantare ogni parola e ho come l’impressione che per una certa fascia di età, per quelli che adesso si affacciano ai quaranta, questa sia una specie di Stairway To Heaven, se non altro per come si fanno cullare dalla melodia per poi lasciarsi andare nel finale incendiario.
L’ultimo brano della serata parte con quella smarmittata in caduta libera che nel 2011 entrò nelle classifiche di mezzo mondo e per la prima volta tutti, ma proprio tutti, prendono a saltare.
Noncuranti del caldo, del sudore o della polvere, ritornano per tre minuti sul dancefloor di un indie club qualsiasi dove Lonely Boy veniva regolarmente passata prima o dopo i Jet e gli Arctic Monkeys.
E non è un caso che il singolo che ha definitivamente lanciato i Black Keys nel circuito mainstream mondiale, l’inno di una generazione che allora menava esistenze da studenti fuori sede e adesso fa i conti con la rata del mutuo o i pannolini da cambiare, l’anthem che suona potente e cazzuto ancora adesso, debba in parte la sua popolarità a un video con un nero in maniche di camicia che balla il twist, lo shake e l’hully gully, un clip uscito in un periodo in cui le immagini erano ancora importanti per definire lo stile di un brano, un corto che ad oggi, solo su YouTube, ha superato i duecento milioni di visualizzazioni.
Caro lettore, lo so che ti ho chiesto molto con questa recensione, che poi è una via di mezzo tra un racconto e una seduta di psicanalisi e infatti non ti tedierò ancora a lungo, non ti parlerò dell’attesa a fine concerto per prendere una birra, in coda dietro a un tizio che maneggia una tavoletta di token e fatica a contarli per via delle lenti fumè, alla Gianfranco Funari, e vorrei chiederglielo se lo conosce Gianfranco Funari, se per caso è a conoscenza del ruolo dirompente che il conduttore romano ha avuto nella storia della televisione italiana, il primo a chiamare la telecamera e a sfondare la quarta parete, la barriera immaginaria col pubblico che diventa punto di contatto, ma ormai non c’è più tempo, neanche per chiudere con una nota zuccherata e la dozzina di lecca-lecca richiesti in dono a non so quale fornitore di energia elettrica, ma alla fine lasciami dire che l’unica cosa che mi resta mentre ripercorro con i miei amici il tratto che dal parco ci riporta alla macchina, e non so se sia una suggestione o un effetto reale, ma la cosa che ancora mi gira nelle orecchie, dopo tre band e quasi tre ore di concerti, è il fischio del barbetta che sibila beffardo nella notte umida e silenziosa di Romano d’Ezzelino.
Punk Rock Raduno - Bergamo 17-20 luglio 2025
La testimonianza vivida, diretta e spontanea dell'amico GIORGIO sulla nuova edizione del Punk Rock Raduno di Bergamo.
Pericolo dipendenza estrema.
Se provi il Punk Rock Raduno una volta non puoi piu farne a meno!!!
Anche quest’anno purtroppo e’ passato.
Il festival piu bello mai organizzato in Italia?
Credo di si, e qualche concerto l’ho visto.
Non mi e’ mai piaciuto spendere 50/60/70/100 euro per un concerto punk, non credo sia punk...magari in un qualche festival o ”locale rock” dove non ti fanno neanche passare l’acqua in bottiglia perche’ devono vendertela loro.
Naaaaaaa quello non e’ punk !!
E poi c’e’ il Punk Rock Raduno di Bergamo nato dalle menti malate di Franz Barcella e Andrea Manges che in pieno spirito punk DIY organizzano da 8 anni questa gemma...il prezzo?
Come direbbe il Conte Oliver un affarone perche’ ebbene si, e’ gratis e che line up da sogno in questi 8 anni, in pratica sono passati tutti I gruppi piu’ culto della scena punk, nomi leggendari !!!
Anche quest’anno al festival abbiamo ballato, cantato, sudato, pogato (per quel che riusciamo ancora a fare alle nostre venerande eta’), chiacchierato, bevuto 4,5 birre di troppo, conosciuto persone da tutto il mondo che ogni anno tornano qui attratti da questa magia.
Tutto in spirito DIY con un immenso staff fatto da volontari sempre tutti sorridenti, volontari che per 5 giorni hanno sfamano, abbeverano, gestito centinaia di punk rockers.
Ma niente security, niente bodyguard, niente perquisizioni perche’ ovviamente siamo punk rockers maturi e ci gestiamo benissimo da soli.
Come sempre un sacco di bambini, e noi che ormai abbiamo messo su famiglia (e chi lo avrebbe detto che anche noi ci siamo riusciti, le pecore nere delle famiglie) abbiamo trovato un festival dove I bambini sono I benvenuti.
Un sacco di iniziative collaterali, un mercatino a cui non mi sono neanche avvicinato perche’ troooooppppiii dischi da scartabellare e in tutto quel ben di dio ci avrei lasciato giu la tredicesima…
E la musica!!! Due palchi perfettamente coordinati, appena finisce un gruppo ne parte un’altro, sinistro destro diretto in faccia !!!non si fa in tenpo a smaltire un concerto che one-two-tree-four sotto con il sucessivo.
Menzione speciale per i Kingons, arrivati dal Giappone per letteralmente mettere a soqquadro Bergamo, hanno raso al suolo tutto!!!!
Un concerto da ricordare per anni e annni, o fino alla prossima edizione, ma i concerti sono stati tutti fantastici, abbiamo finito sotto la pioggia servita a spegnere l’incendio scatenato dai Peawees !!! e adesso non resta che sopravvivere alla depressione i prossimi 359 giorni, fino alla prossima edizione.
E ovviamente il motto del festival non possiamo tralasciarlo.
NO RACISM
NO SEXISM
NO HOMOPHOBIA
NO VIOLENCE
ALL AGES
#TOOTOUGHTODIE
e bandiere palestinesi e della comunita' LGBT che sventolano perche' punk non e' spendere 100 euro per un concerto ma questa magia tutta italiana.
Le Orme in concerto a Ferriere (Piacenza) Roan Club. 27 luglio 2025
Le avvisaglie del maltempo hanno costretto lo spostamento del concerto, all'interno del Festival Fol In Fest, dalla piazza principale del borgo montano piacentino alla storica discoteca "Roan" che ben si affiancava al clima "anni Settanta" della serata.
Protagonisti LE ORME, storica prog band italiana con il membro fondatore Michi Dei Rossi alla batteria, Michele Bon, membro effettivo dal 1990, alle tastiere a cui si unisce la voce, chitarra e basso di Luca Sparagna (bravissimo, soprattutto nel raccontare la storia della band e del prog italiano) e, sempre alle tastiere, Aligi Pasqualetto.
Non la folla delle grandi occasioni ma tutti attenti e competenti.
Concerto di quasi due ore con i grandi momenti della band, soprattutto tratti da "Felona e Sorona", "Collage", "Uomo di pezza" e "Smogmagica", con l'aggiunta del singolo "L'estate che torna" del 1968 e due omaggi ai colleghi del Banco ("Non mi rompete") e alla PFM ("Impressioni di settembre").
Ci sono anche il classico "Gioco di bimba" e "Vedi Amsterdam" da "Verità nascoste" del 1976. Grande chiusura con "Collage".
Concerto godibilissimo, band rilassata, a suo agio, simpatica ma soprattutto tecnicamente spaziale.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Ogni lunedì la mia rubrica "La musica che gira intorno" nelle pagine di www.piacenzasera.it
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".
NOT MOVING, unica data estiva.
giovedì, luglio 31, 2025
Luglio 2025. Il meglio.
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Il meglio del mese
mercoledì, luglio 30, 2025
Le Orme in concerto a Ferriere (Piacenza) Roan Club
Le avvisaglie del maltempo hanno costretto lo spostamento del concerto, all'interno del Festival Fol In Fest, dalla piazza principale del borgo montano piacentino alla storica discoteca "Roan" che ben si affiancava al clima "anni Settanta" della serata.
Protagonisti LE ORME, storica prog band italiana con il membro fondatore Michi Dei Rossi alla batteria, Michele Bon, membro effettivo dal 1990, alle tastiere a cui si unisce la voce, chitarra e basso di Luca Sparagna (bravissimo, soprattutto nel raccontare la storia della band e del prog italiano) e, sempre alle tastiere, Aligi Pasqualetto.
Non la folla delle grandi occasioni ma tutti attenti e competenti.
Concerto di quasi due ore con i grandi momenti della band, soprattutto tratti da "Felona e Sorona", "Collage", "Uomo di pezza" e "Smogmagica", con l'aggiunta del singolo "L'estate che torna" del 1968 e due omaggi ai colleghi del Banco ("Non mi rompete") e alla PFM ("Impressioni di settembre").
Ci sono anche il classico "Gioco di bimba" e "Vedi Amsterdam" da "Verità nascoste" del 1976. Grande chiusura con "Collage".
Concerto godibilissimo, band rilassata, a suo agio, simpatica ma soprattutto tecnicamente spaziale.
Protagonisti LE ORME, storica prog band italiana con il membro fondatore Michi Dei Rossi alla batteria, Michele Bon, membro effettivo dal 1990, alle tastiere a cui si unisce la voce, chitarra e basso di Luca Sparagna (bravissimo, soprattutto nel raccontare la storia della band e del prog italiano) e, sempre alle tastiere, Aligi Pasqualetto.
Non la folla delle grandi occasioni ma tutti attenti e competenti.
Concerto di quasi due ore con i grandi momenti della band, soprattutto tratti da "Felona e Sorona", "Collage", "Uomo di pezza" e "Smogmagica", con l'aggiunta del singolo "L'estate che torna" del 1968 e due omaggi ai colleghi del Banco ("Non mi rompete") e alla PFM ("Impressioni di settembre").
Ci sono anche il classico "Gioco di bimba" e "Vedi Amsterdam" da "Verità nascoste" del 1976. Grande chiusura con "Collage".
Concerto godibilissimo, band rilassata, a suo agio, simpatica ma soprattutto tecnicamente spaziale.
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Concerti
martedì, luglio 29, 2025
Roger Marriott - East of Acton
Tradotto in italiano dalla Associazione Culturale Tumulto, stampato in 100 copie, arriva il romanzo di Roger Marriott, ambientato nella scena mod londinese dei primni anni 80, a fianco della quale si svolge una vicenda in cui il protagonista si muove tra storie estreme di violenza, droga e alcolismo, mantenendo però un look impeccabile e l'amore sconfinato per la musica preferita (dai Jam ai Purple Hearts).
Libro divertente e frizzante, si legge tutto in un fiato, ricco di riferimenti colti e azzeccati all'ambiente dei tempi.
Lettura estiva ideale.
Per richiederlo: https://www.facebook.com/tumultoconcerti
Roger Marriott
East of Acton
15 euro
134 pagine
Tumulto
Libro divertente e frizzante, si legge tutto in un fiato, ricco di riferimenti colti e azzeccati all'ambiente dei tempi.
Lettura estiva ideale.
Per richiederlo: https://www.facebook.com/tumultoconcerti
Roger Marriott
East of Acton
15 euro
134 pagine
Tumulto
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Libri
lunedì, luglio 28, 2025
Oasis live a Manchester, Heaton Park 19 luglio 2025
L'amico FEDERICO MARTELLI (autore del libro "Beatles Everyday") ci porta al concerto del 19 luglio degli OASIS a Manchester.
Data la mia età forse sarò un po' di parte, è inevitabile.
Ma quello che ho avuto l'occasione e la fortuna di vedere dal vivo sabato 19 Luglio 2025 è stato senza dubbio uno dei concerti migliori della mia vita, sicuramente finora ma probabilmente anche considerando tutti quelli che verranno.
Gli Oasis sono da sempre la mia seconda band preferita (dietro ai Beatles, i quali però sarebbero quasi da considerare fuori classifica), e considerando che si sciolsero quando io avevo tre anni, fino all'annuncio di questa reunion avevo solo potuto sognare come sarebbe stato assistere ad un loro concerto live.
Annuncio che, quando è arrivato, sembrava ormai anche parecchio difficile da considerare realtà.
Invece non solo era tutto vero, ma lottando un po' nella prevendita riuscii anche a comprare quattro biglietti per il sottoscritto e tre miei amici, che undici mesi dopo ci avrebbero regalato una serata sensazionale.
La location, Heaton Park di Manchester (uno dei parchi più grandi d'Europa, magistralmente organizzato ed attrezzato per l'occasione) ha aggiunto un'atmosfera splendida al tutto: i numerosi fumogeni all'aria aperta, l'alternanza luce-tramonto-buio e lo spettacolo pirotecnico a concerto terminato sono stati tutti elementi da non sottovalutare.
Vederli a casa loro, inoltre, ci ha permesso di unirci ad un pubblico che sul palco non vedeva solo degli idoli, ma prima di tutto dei concittadini provenienti (prevalentemente) dalla stessa classe sociale, degli amici che ce l'avevano fatta.
Non c'è stata una canzone che non abbia ricevuto un significativo aiuto ed un'amplificazione di entusiasmo da parte degli 80.000 fortunati presenti.
Il nostro biglietto era per così dire il più "povero", quello della General Admission.
Tuttavia, entrando presto (verso le 14:30, quasi sei ore prima che iniziasse il concerto vero e proprio) siamo riusciti a posizionarci piuttosto vicini e a godere di una visuale perfetta.
L'enorme palco, tra l'altro, è stato messo nella parte leggermente più bassa del parco, permettendo alle piccole colline di fungere sostanzialmente da spalti per garantire a tutti una visibilità per quanto possibile buona, nonostante la profondissima marea di persone che si era già creata a un'oretta dal nostro arrivo.
Altra menzione va fatta a vantaggio dei "Guest".
I Cast li avevo già visti nel 2022 a Liverpool, davanti a circa 5.000 persone, giusto un po' meno rispetto a stavolta.
Nulla di troppo eccezionale, ma hanno riscaldato per bene l'atmosfera con circa mezz'ora di sound puntando molto sui loro brani migliori, come Walkaway e Alright.
Favoloso poi, praticamente subito dopo, Richard Ashcroft.
Quaranta abbondanti minuti di classe e carica emotiva perfetti per introdurre un macro-evento del genere.
Tra Sonnet, Lucky Man e Bitter Sweet Symphony già si scorgevano delle lacrime in mezzo al pubblico, non sarebbe un azzardo così grave dire che valesse già lui almeno un quarto del biglietto.
E poi, a grandi linee dalle 20:15 alle 22:40, è toccato ai protagonisti della serata: gli Oasis.
Come ho inizialmente detto sarò un po' di parte, ma sono completamente sincero e convinto quando affermo che non c'è stata una canzone delle 23 in scaletta a non avermi fatto venire la pelle d'oca.
Dalla favolosa coreografia d'apertura con il sottofondo di Fuckin' In The Bushes e la cinematografica dicitura "This is not a drill" che si è estesa su tutti e tre i megaschermi presenti, lo scoppiettante inizio con Hello, Acquiesce e Morning Glory una dopo l'altra, passando per l'acustico "momento Noel" con Half The World Away, Talk Tonight e Little By Little, per poi concludere con le più poetiche Don't Look Back In Anger, Wonderwall e Champagne Supernova, i fratelli Gallagher hanno donato a tutti i presenti un'incredibile montagna russa di emozioni.
In mezzo al pubblico, tra sconosciuti, si urlava, si piangeva, ci si abbracciava, ci si esaltava insieme realizzando per la prima volta davvero ciò che era stato annunciato quasi un anno prima.
Il giorno dopo sembrava quasi un sogno, invece è stata proprio una notte indimenticabile.
È stato il primo concerto a cui ho assistito dove conoscevo i testi di tutte le canzoni della scaletta a memoria; il primo che sono andato a vedere senza adulti, per di più in un altro paese; e sono anche sicuro che averlo visto alla mia età, appena un mese dopo essermi diplomato, ha reso il tutto ancora più perfetto, quasi da film.
Di sicuro sugli Oasis si possono dire tante cose e i gusti musicali di molti si scontreranno con la loro offerta, ma sono dell'idea che l'importanza, per molti, di un evento del genere, costruito su un'attesa e delle promesse come quelle che ci sono state, sia indipendentemente da riconoscere.
Quanto a me, sono certo che ne passerà di tempo prima di avere la possibilità di rivivere delle emozioni simili ad un concerto.
Biblical.
Data la mia età forse sarò un po' di parte, è inevitabile.
Ma quello che ho avuto l'occasione e la fortuna di vedere dal vivo sabato 19 Luglio 2025 è stato senza dubbio uno dei concerti migliori della mia vita, sicuramente finora ma probabilmente anche considerando tutti quelli che verranno.
Gli Oasis sono da sempre la mia seconda band preferita (dietro ai Beatles, i quali però sarebbero quasi da considerare fuori classifica), e considerando che si sciolsero quando io avevo tre anni, fino all'annuncio di questa reunion avevo solo potuto sognare come sarebbe stato assistere ad un loro concerto live.
Annuncio che, quando è arrivato, sembrava ormai anche parecchio difficile da considerare realtà.
Invece non solo era tutto vero, ma lottando un po' nella prevendita riuscii anche a comprare quattro biglietti per il sottoscritto e tre miei amici, che undici mesi dopo ci avrebbero regalato una serata sensazionale.
La location, Heaton Park di Manchester (uno dei parchi più grandi d'Europa, magistralmente organizzato ed attrezzato per l'occasione) ha aggiunto un'atmosfera splendida al tutto: i numerosi fumogeni all'aria aperta, l'alternanza luce-tramonto-buio e lo spettacolo pirotecnico a concerto terminato sono stati tutti elementi da non sottovalutare.
Vederli a casa loro, inoltre, ci ha permesso di unirci ad un pubblico che sul palco non vedeva solo degli idoli, ma prima di tutto dei concittadini provenienti (prevalentemente) dalla stessa classe sociale, degli amici che ce l'avevano fatta.
Non c'è stata una canzone che non abbia ricevuto un significativo aiuto ed un'amplificazione di entusiasmo da parte degli 80.000 fortunati presenti.
Il nostro biglietto era per così dire il più "povero", quello della General Admission.
Tuttavia, entrando presto (verso le 14:30, quasi sei ore prima che iniziasse il concerto vero e proprio) siamo riusciti a posizionarci piuttosto vicini e a godere di una visuale perfetta.
L'enorme palco, tra l'altro, è stato messo nella parte leggermente più bassa del parco, permettendo alle piccole colline di fungere sostanzialmente da spalti per garantire a tutti una visibilità per quanto possibile buona, nonostante la profondissima marea di persone che si era già creata a un'oretta dal nostro arrivo.
Altra menzione va fatta a vantaggio dei "Guest".
I Cast li avevo già visti nel 2022 a Liverpool, davanti a circa 5.000 persone, giusto un po' meno rispetto a stavolta.
Nulla di troppo eccezionale, ma hanno riscaldato per bene l'atmosfera con circa mezz'ora di sound puntando molto sui loro brani migliori, come Walkaway e Alright.
Favoloso poi, praticamente subito dopo, Richard Ashcroft.
Quaranta abbondanti minuti di classe e carica emotiva perfetti per introdurre un macro-evento del genere.
Tra Sonnet, Lucky Man e Bitter Sweet Symphony già si scorgevano delle lacrime in mezzo al pubblico, non sarebbe un azzardo così grave dire che valesse già lui almeno un quarto del biglietto.
E poi, a grandi linee dalle 20:15 alle 22:40, è toccato ai protagonisti della serata: gli Oasis.
Come ho inizialmente detto sarò un po' di parte, ma sono completamente sincero e convinto quando affermo che non c'è stata una canzone delle 23 in scaletta a non avermi fatto venire la pelle d'oca.
Dalla favolosa coreografia d'apertura con il sottofondo di Fuckin' In The Bushes e la cinematografica dicitura "This is not a drill" che si è estesa su tutti e tre i megaschermi presenti, lo scoppiettante inizio con Hello, Acquiesce e Morning Glory una dopo l'altra, passando per l'acustico "momento Noel" con Half The World Away, Talk Tonight e Little By Little, per poi concludere con le più poetiche Don't Look Back In Anger, Wonderwall e Champagne Supernova, i fratelli Gallagher hanno donato a tutti i presenti un'incredibile montagna russa di emozioni.
In mezzo al pubblico, tra sconosciuti, si urlava, si piangeva, ci si abbracciava, ci si esaltava insieme realizzando per la prima volta davvero ciò che era stato annunciato quasi un anno prima.
Il giorno dopo sembrava quasi un sogno, invece è stata proprio una notte indimenticabile.
È stato il primo concerto a cui ho assistito dove conoscevo i testi di tutte le canzoni della scaletta a memoria; il primo che sono andato a vedere senza adulti, per di più in un altro paese; e sono anche sicuro che averlo visto alla mia età, appena un mese dopo essermi diplomato, ha reso il tutto ancora più perfetto, quasi da film.
Di sicuro sugli Oasis si possono dire tante cose e i gusti musicali di molti si scontreranno con la loro offerta, ma sono dell'idea che l'importanza, per molti, di un evento del genere, costruito su un'attesa e delle promesse come quelle che ci sono state, sia indipendentemente da riconoscere.
Quanto a me, sono certo che ne passerà di tempo prima di avere la possibilità di rivivere delle emozioni simili ad un concerto.
Biblical.
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Concerti
domenica, luglio 27, 2025
Rock Around The Book 2025
E' partita la nuova edizione di Rock around the Book-Alta Val Tidone(PC).
Prossimi appuntamenti con Alex Loggia e Edizioni LOW. Dettagli e contatti qui: https://www.facebook.com/groups/647206386524037
Prossimi appuntamenti con Alex Loggia e Edizioni LOW. Dettagli e contatti qui: https://www.facebook.com/groups/647206386524037
venerdì, luglio 25, 2025
Paul Weller - Find El Dorado
"Sono canzoni che porto con me da anni. Hanno assunto nuove forme nel tempo. E ora mi è sembrato il momento di condividerle."
(Paul Weller)
Paul Weller ha sempre avuto una particolare predilezione per le cover di cui ha infarcito il suo repertorio, molto spesso nelle B sides dei 45 giri o nelle bonus tracks dei dischi.
Abitualmente le sue reinterpretazioni (tra Jam, Style Council, carriera solista, collaborazioni esterne) sono sempre state piuttosto fedeli agli originali.
Aveva già dedicato l'album "Studio 150" a una serie di brani preferiti, nel 20024, ma con risultati non esaltanti.
Ci riprova ora con 15 canzoni particolarmente oscure, spesso sorprendenti, fin da far sembrare l'album come un lavoro di inediti.
Il mood generale è acustico, con predilezione per folk inglese e irlandese con qualche digressione blues e soul.
Anche in questo caso le reinterpretazioni sono abbastanza fedeli, eseguite sempre con estrema passione e intensità.
Si parte con la ballata blues Handsout In The Rain di Richie Havens, tratta dal suo album del 2002 "Wishing Well", in una versione piuttosto simile.
Più veloce e ritmata dell'originale, con una sezione fiati finale che rende questa altra ballata semiacustica più funk è "Small Talk Town" del cantautore americano Bobby Charles, composta con Rick Danko della band e uscito nel 1972. Molto gradevole.
Ancora una ballata acustica con una leggera orchestrazione e piccoli tocchi in fase di arrangiamento.
Alla chitarra c'è Noel Gallagher per rifare "El Dorado" di Eamon Friel scritta originariamente per il film del 1986 ‘The Best Man’ di Joe Mahon con Seamus Ball.
La rielaborazione è più complessa della ballata scarna e minimale dell'autore Nord Irlandese.
Si torna al 1971 con un country rock dal ritmo sostenuto, dal terzo album dei Flying Burrito Brothers dell'ex Byrds Chris Hillman.
"White Line Fever" è un brano composto e inciso nel 1969 dal re del country Merle Haggard. Il brano suona molto bene, pure inusuale nel repertorio di Weller, molto ispirato nel riproporlo.
'One Last Cold Kiss' scritto da Gail Collins e l'ex Mountain Felix Pappalardi era nell'album "Traveller" del 1999 di Christy Moore in chiave folk con insert elettronici e un'atmosfera molto cupa. Qui prende le sembianze di un traditional folk irlandese, affiancato dalla voce della cantautrice Amelia Coburn.
Molto bello.
Poco significativa "When You are a King" del 1971, dei White Plains, piuttosto melliflua e superflua, con archi e chitarra acustica.
Perfettamente nelle corde Welleriane la successiva "Pinball" del musicista e attore Brian Protheroe, singolo del 1974 che potrebbe tranquillamente trovarsi su un qualsiasi album di Paul del primo periodo solista.
Willie Griffin, soul man Texano ha lasciato, nel 1984, il singolo "Where There’s Smoke, There’s Fire" , brano piuttosto debole nella versione origianale, a cui Weller restituisce verve, ritmo, energia, un pulsante groove quasi Northern Soul. Operazione riuscita.
La ballata mielosa "I Started a Joke" dei Bee Gees, tratta dal loro album "Idea" del 1968, viene inondata ancora di più da una cascata di melassa con archi, piano e chitarra acustica. Evitabile.
Tanto quanto la successiva "Never The Same" di Lal and Mike Waterson. Debole nell'originale, poco significativa in questo nuovo arrangiamento.
Arriva per fortuna il top dell'album, una favolosa e spettacolare versione di "Lawdy Rolla" pubblicata dai francesi Guerrillas (che si avvalsero della collaborazione del sax di Manu Dibango).
"Nobody's Fool" è firmata da Ray Davies ma non fu mai incisa dai Kinks. una serie della ITV. Sigla della seconda stagione di una serie televisiva venne accreditato ai Cold Turkey.
Si sente la mano di Ray e quanto Weller sia in grado di prenderne l'eredità. Uno dei vertici dell'album.
"Journey" è un buon brano di folk rock di Duncan Browne del 1970, reso in chiave più sostenuta e souleggiante. Non male.
Il brano più recente è di cinque anni fa, inciso da P.P.Arnold, "Daltry Street", scritto da Jake Flecther che fu anche chitarrista con gli Specials. Carina l'interpretazione Welleriana ma nulla di indimenticabile.
Scritta dal membro dell'Incredible String Band, Clive Palmer per il folk singer scozzese Hamish Imlach "Clive's Song" chiude al meglio l'album, in duetto con Robert Plant. Folk blues della migliore qualità.
Come ci ha abituati da molto tempo, gli ultimi suoi album non lasciano tracce indelebili (soprattutto in questo contesto di sole cover) ma sono sempre di ottima qualità.
Non resterà nei vertici della sua produzione.
(Paul Weller)
Paul Weller ha sempre avuto una particolare predilezione per le cover di cui ha infarcito il suo repertorio, molto spesso nelle B sides dei 45 giri o nelle bonus tracks dei dischi.
Abitualmente le sue reinterpretazioni (tra Jam, Style Council, carriera solista, collaborazioni esterne) sono sempre state piuttosto fedeli agli originali.
Aveva già dedicato l'album "Studio 150" a una serie di brani preferiti, nel 20024, ma con risultati non esaltanti.
Ci riprova ora con 15 canzoni particolarmente oscure, spesso sorprendenti, fin da far sembrare l'album come un lavoro di inediti.
Il mood generale è acustico, con predilezione per folk inglese e irlandese con qualche digressione blues e soul.
Anche in questo caso le reinterpretazioni sono abbastanza fedeli, eseguite sempre con estrema passione e intensità.
Si parte con la ballata blues Handsout In The Rain di Richie Havens, tratta dal suo album del 2002 "Wishing Well", in una versione piuttosto simile.
Più veloce e ritmata dell'originale, con una sezione fiati finale che rende questa altra ballata semiacustica più funk è "Small Talk Town" del cantautore americano Bobby Charles, composta con Rick Danko della band e uscito nel 1972. Molto gradevole.
Ancora una ballata acustica con una leggera orchestrazione e piccoli tocchi in fase di arrangiamento.
Alla chitarra c'è Noel Gallagher per rifare "El Dorado" di Eamon Friel scritta originariamente per il film del 1986 ‘The Best Man’ di Joe Mahon con Seamus Ball.
La rielaborazione è più complessa della ballata scarna e minimale dell'autore Nord Irlandese.
Si torna al 1971 con un country rock dal ritmo sostenuto, dal terzo album dei Flying Burrito Brothers dell'ex Byrds Chris Hillman.
"White Line Fever" è un brano composto e inciso nel 1969 dal re del country Merle Haggard. Il brano suona molto bene, pure inusuale nel repertorio di Weller, molto ispirato nel riproporlo.
'One Last Cold Kiss' scritto da Gail Collins e l'ex Mountain Felix Pappalardi era nell'album "Traveller" del 1999 di Christy Moore in chiave folk con insert elettronici e un'atmosfera molto cupa. Qui prende le sembianze di un traditional folk irlandese, affiancato dalla voce della cantautrice Amelia Coburn.
Molto bello.
Poco significativa "When You are a King" del 1971, dei White Plains, piuttosto melliflua e superflua, con archi e chitarra acustica.
Perfettamente nelle corde Welleriane la successiva "Pinball" del musicista e attore Brian Protheroe, singolo del 1974 che potrebbe tranquillamente trovarsi su un qualsiasi album di Paul del primo periodo solista.
Willie Griffin, soul man Texano ha lasciato, nel 1984, il singolo "Where There’s Smoke, There’s Fire" , brano piuttosto debole nella versione origianale, a cui Weller restituisce verve, ritmo, energia, un pulsante groove quasi Northern Soul. Operazione riuscita.
La ballata mielosa "I Started a Joke" dei Bee Gees, tratta dal loro album "Idea" del 1968, viene inondata ancora di più da una cascata di melassa con archi, piano e chitarra acustica. Evitabile.
Tanto quanto la successiva "Never The Same" di Lal and Mike Waterson. Debole nell'originale, poco significativa in questo nuovo arrangiamento.
Arriva per fortuna il top dell'album, una favolosa e spettacolare versione di "Lawdy Rolla" pubblicata dai francesi Guerrillas (che si avvalsero della collaborazione del sax di Manu Dibango).
"Nobody's Fool" è firmata da Ray Davies ma non fu mai incisa dai Kinks. una serie della ITV. Sigla della seconda stagione di una serie televisiva venne accreditato ai Cold Turkey.
Si sente la mano di Ray e quanto Weller sia in grado di prenderne l'eredità. Uno dei vertici dell'album.
"Journey" è un buon brano di folk rock di Duncan Browne del 1970, reso in chiave più sostenuta e souleggiante. Non male.
Il brano più recente è di cinque anni fa, inciso da P.P.Arnold, "Daltry Street", scritto da Jake Flecther che fu anche chitarrista con gli Specials. Carina l'interpretazione Welleriana ma nulla di indimenticabile.
Scritta dal membro dell'Incredible String Band, Clive Palmer per il folk singer scozzese Hamish Imlach "Clive's Song" chiude al meglio l'album, in duetto con Robert Plant. Folk blues della migliore qualità.
Come ci ha abituati da molto tempo, gli ultimi suoi album non lasciano tracce indelebili (soprattutto in questo contesto di sole cover) ma sono sempre di ottima qualità.
Non resterà nei vertici della sua produzione.
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Dischi
giovedì, luglio 24, 2025
Black Keys + Jet + Lemon Twigs – Live at AMA Music Festival (VI) – 15 Luglio 2025
Recensione/racconto dell'amico SOULFUL JULES, come sempre interessante e intrigante.
Quando ho visto che sul sito dell’Ama Festival i biglietti per il Pit erano esauriti, ci son rimasto male.
Perché l’anno scorso ero stato all’AMA per i Pistols con Frank Carter e se stai fuori dal Pit il palco è lontano, fai fatica a distinguere i musicisti, sembrano pedine alte due centimetri, e anche se il sound è buono manca la pacca che ti prende lo stomaco e ti solleva da terra.
Però rinunciare ai Black Keys a neanche un’ora di strada da casa pareva brutto, magari poi là si combina, ho pensato, vai a sapere.
Partenza martedì 15 luglio a metà pomeriggio, tra una cosa e l’altra arriviamo al Parco di Villa Negri che i Lemon Twigs hanno quasi terminato il loro set e ‘sta cosa mi rode perché era un pezzo che li volevo vedere e il suono che arriva mentre siamo lì in coda, nel vialetto ombreggiato, è una meraviglia di armonie e arrangiamenti.
Dolcissimo il falsetto di Brian D’Addario su Corner Of My Eye, con gli acuti che riportano al cantato malinconico di un altro Brian, da poco riunitosi con Carl e Dennis sul palco dell’eternità.
I cani per i controlli antidroga ricordano che siamo a metà strada tra Treviso e Vicenza e un cartello in cassa avvisa che c’è ancora qualche posto disponibile.
I ragazzi della biglietteria sono simpatici e gentili ma demoliscono subito le mie speranze di fare una permuta con uno dei cinque pass rimasti per il Pit.
“E allora come faccio?”
“Potresti vendere il tuo biglietto a qualcuno che non ce l’ha e acquistare un Pit qua.”
Che in effetti non è una cosa difficile, soprattutto se uno di mestiere fa il venditore da più di venti anni.
Ma un conto è vendere per lavoro, un altro conto è vendere per necessità, e poi qua non è più la questione di vedere bene il concerto, di assorbire fino all’ultimo tutti i MegaHertz che fluttuano nella notte di Romano d’Ezzelino, questa è diventata una faccenda seria, esistenziale.
Quanto bravo sei a convincere un tizio mai visto a sborsarti cinquanta sacchi per una fotocopia A4 con sopra il tuo nome e un QR code? Ti fideresti di uno come te, con la tua faccia, la tua voce?
La verità è che non lo sai e ti tocca scoprirlo stasera.
Aspetto tre minuti appoggiato al bancone della biglietteria e finalmente arriva un tipo sui quaranta, baffetto spavaldo e sandalo eco, vuole un biglietto ma non uno qualsiasi, gli serve il Pit a tutti i costi, me lo dice con la cantilena irritante di uno che gongola perché alla fine lui ce l’ha e tu no, gne gne gne.
Altri due minuti e si presenta uno coi capelli lunghi e grigi, maglia sbiadita dei Litfiba, l’aria un po’ spaesata.
È il mio uomo.
Formulo l’offerta in maniera chiara e perentoria: cinquanta sacchi invece che i sessanta che chiedono in cassa. Accetta subito. Si rigira il foglio A4 tra le mani, dà un’occhiata distratta alla riga con il nominativo e alla fine sfila il biglietto rosa dal taccuino senza esitazione.
Ok, questo era facile, potevo anche piazzargli un abbonamento a Tele+ col decoder e la presa Scart, ma il fatto che adesso posso godermi il live senza restrizioni mi fa salire una botta improvvisa di euforia, neanche mi fossi ingollato un cocktail di dopamina, ossitocina e una spruzzata di endorfine a mo’ di selz.
All’interno l’area è grande e organizzata, poca calca nonostante i 9.000 fan, un po’ di coda qua e là ma niente di che e in ogni caso col braccialetto rosso al polso mi sento invincibile, se ne accorge anche il tizio delle polpette, che si sbriga a servirmi prima che inizino i Jet.
Guardo il concerto da metà campo, vicino al tendone del mixer, il sound arriva pulito ma i volumi sono bassetti e sul palco ci vorrebbero degli schermi, per aiutare quelli fuori dal Pit a sentirsi connessi con la band.
Saranno vent’anni che non ascolto i Jet, mai stato un fan ma il primo album, Get Born, è un disco di tutto rispetto, e sono curioso di vedere come sono messi, se la voce di Nic Cester graffia ancora come nel 2003 o se nel frattempo ha perso qualcosa e devo dire che tra una polpetta di carne e una alle verdure il live scorre senza intoppi, la scaletta incentrata sui brani del disco d’esordio tra cui la ballata Look What I’ve Done con quel feeling un po’ british, tipo i Beatles rifatti dagli Oasis.
It’s a Long Way To The Top degli AC/DC è un omaggio all’Aussie Rock, il sound energico a base di riff potenti e melodie orecchiabili che definisce in buona parte il loro stile.
Durante le pause Nic scambia qualche battuta in italiano col pubblico, ostenta le sue origini trevigiane, annuncia le canzoni. Are You Gonna Be My Girl è come la vorresti sentire, la voce tirata e il giusto grado di intensità, neanche l’avessero già suonata almeno trecento volte dal vivo.
Rollover Dj mantiene alta la tensione, il pubblico che canta con la band e i Lemon Twigs a bordo palco che si godono lo show.
In chiusura una bella cover di Un’avventura di Battisti, nella versione di Wilson Pickett, una strofa in italiano e una in inglese, la gente attorno a noi saltella con il bicchiere in mano mentre sul prato si allungano le ombre del tramonto.
Mi ciuccio un’altra birretta prima di salutare gli amici ed entrare nel Pit.
Il settore è grande, pieno forse a metà ma manca ancora un po’ all’inizio del concerto, così mi siedo su una staffa delle transenne che sembra uno sgabello dal design industriale, mi metto comodo e osservo la gente che arriva.
Età media sui quaranta, tante ragazze, tatuaggi, uomini con i capelli, t-shirt nere, canotte, short larghi, berretti da baseball, ai piedi novanta percento di sneaker e qualche sandalo francescano per gli amanti della traspirazione. Non male la playlist prima del live, brani un po’ slegati ma piacevoli: 25 Miles di Edwin Starr, Satisfaction cantata da Otis, qualche pezzo recente, Bob Seeger System, classici degli Stones e dei T Rex.
Ormai il sole è calato, manca poco, è il momento di inserirsi tra la folla alla ricerca del posto perfetto, quel brandello di suolo - venti, trenta centimetri quadrati al massimo - che per 80 minuti deve garantirti una buona visibilità del palco e, soprattutto, un sound bilanciato, carico e appagante.
Mi piazzo leggermente sulla destra, a trenta metri dagli ampli di Dan Auerbach, e sono lì, assorto nelle mie riflessioni, che mi sento battere sulla spalla destra, mi giro e c’è un ragazzo sui venticinque che mi saluta con entusiasmo, e per quanto i suoi occhi limpidi, di un colore che potrebbe essere azzurro o verde marino, mi smuovono qualcosa, un ricordo, una foto un po’ sfocata, proprio non riesco a collocarlo questo giovane ed è evidente che col passare dei secondi, un velo di amarezza, forse delusione, si stende sul suo volto e un po’ mi vergogno perché il suo sorriso irradia qualcosa che oscilla tra la stima e l’affetto, mi spiace smorzare quel sentimento, e ormai sono lì lì per confessare che non mi ricordo mica, pronto a incolpare le birre, le tipe con le spalle scoperte, la boria vanagloriosa per il biglietto piazzato, ma a quel punto il campo visivo si allarga su un altro giovane, alto e smilzo, che sta al suo fianco, ed è guardandoli insieme, uno accanto all’altro, che finalmente riconosco Ricky e Lorenzo, i figli di Giorgio e Carla. Saranno almeno quindici anni che non ci vediamo di persona, l’ultima volta a Marostica, o a Bassano, ci eravamo trovati per ricordare Giorgio, ed era stata una bella festa, piena di musica e di amici, la malinconia e il dolore accantonati per una sera.
E adesso Giorgio è qui, lo rivedo negli sguardi e nei sorrisi dei suoi figli, li ho lasciati bambini, che suonavano la chitarra e la batteria e ora ce li ho accanto che sono giovani uomini, sempre innamorati della musica e di che altro vuoi parlare se non di gruppi, turnisti, etichette e studi di registrazione.
Dopo una manciata di minuti Pat Carney e Dan Auerbach salgono sul palco e attaccano con una medley di brani dai primi due album.
Thickfreakness, con la melodia lamentosa di You Don’t Love Me, sfuma in The Breaks, incentrata sul groove pesante e ripetitivo della batteria, che si fa più dinamico in I’ll Be Your Man.
Sul finale della canzone arriva il resto della band che si sistema alle spalle di Carney e Auerbach: percussioni, basso, chitarra ritmica e organo. Your Touch è una fiammata di suono che travolge il parco di Villa Negri, il fuzz della Harmony ficcante e abrasivo, le stilettate di organo aggiungono un tocco di colore e armonia, le congas e le maracas aumentano la profondità.
Pochi cellulari e tante braccia alzate, su Gold On The Ceiling Auerbach si gode il pubblico che salta e canta sulle note piegate della sua SG color panna.
Si sale ancora di intensità con Wild Child, un mix esaltante di lick possenti e ritornelli che ti ballano in testa per ore. Lorenzo alla mia destra mi dice che la chitarra è una Guild, il suono più metallico e pungente, e sarà che ho accanto i fratelli Mari, sarà che la scaletta è ben pensata, in un crescendo strutturato e curato nei dettagli, ma devo dire che la serata adesso è partita, complice il suono pulitissimo e variopinto, ogni chitarra uno stato emotivo differente, ogni brano simile e diverso dal precedente.
La disposizione dei musicisti sul palco, due davanti e quattro dietro, a mo’ di coro, l’uso dei fasci di luci che si intersecano e dividono la scena in blocchi imponenti, rendono lo spazio maestoso, massiccio, monumentale.
L’unico aspetto che non mi convince, a voler essere pignolo, è la distanza tra basso e batteria, vero che l’interplay principale è tra Carney e Auerbach ma qua secondo me perdono un po’ di groove con la sezione ritmica così dilatata, i due fondamenti a quasi tre metri di distanza l’uno dall’altro. Quando glielo dico, Lorenzo annuisce e mi fa notare che chitarra e batteria sono leggermente più alte nel mix rispetto al resto.
Ma sono dettagli, appunto, perché Everlasting Light è dolce come un sogno e marca un cambio di passo, il sound ora è più soulful, ricco di sfumature e di tocchi attenuati, il cantato in falsetto è delizioso di suo, prepara l’equipaggio al decollo emotivo e anche se mi sento pronto, con le cinture allacciate, quando parte il solo di chitarra mi ritrovo inerme, avvolto da un sentimento indescrivibile che riverbera dal cervelletto, sale e scende lungo la schiena e si propaga attraverso ogni centimetro di pelle, uno stato di grazia che solo la musica riesce a favorire e a ricreare ogni volta in un modo che è unico, inaspettato e strabiliante.
Ormai ho deciso che la posizione sulla quale ondeggio da più di mezz’ora non mi soddisfa più, vero che il cicalio delle maracas mi arriva nitido e setoso ma ho l’impressione che come acustica manchi ancora qualcosa per cui decido di spostarmi al centro e per quanto mi spiaccia perdere la compagnia, trovo un impatto incredibile, come se il suono si fosse ulteriormente arricchito e compattato di fronte a me, basta alzare una mano e ti pare di toccare ogni nota, di accarezzarla per poi stringerla, tutto perfetto, onirico, idilliaco, se non fosse per la tipa magra e nervosa che si dimena di fronte a me.
Solleva le braccia e le abbassa con un movimento ondulato, a mo’ di serpentina, scuote la testa a destra e a sinistra e si contorce come la terribile dea Kali.
Il problema è che dietro di me non ho vie di fuga, c’è un energumeno con una scopa di saggina sotto al mento che filma tutto con il cellulare e in ogni caso non ho voglia di spostarmi di nuovo, qua si sente davvero bene, forse basta portare pazienza e infatti, tempo un paio di strofe di Psychotic Girl, la tipa si sposta e si mette a slinguazzare un ragazzo alla mia destra con il cranio lucido e la barbetta folta e curata, leggermente appuntita.
E tutto è bene quel che finisce bene, l’amore vince sempre ma è un’illusione effimera perché lo scambio di fluidi salivari sembra attizzare il tipo, e non è un’eccitazione immediatamente fisica, corporea e nemmeno verbale: è il richiamo della giungla, dei segni ancestrali, l’istinto primordiale che ti spinge a ficcarti due dita in bocca e a cacciare un fischio che di colpo sembra zittire la band sul palco e causare un principio di acufene a chi ti sta accanto.
Porca puttana.
Crapa pelata è più rumoroso dei Black Keys e tu non ci puoi fare niente, sei a un concerto rock, mica in parrocchia, non puoi riprendere uno perché si diverte a fare il mandriano, tanto più che il tipo sembra averci preso gusto, ancora quel cazzo di sibilo bastardo e assordante, due, tre, cinque, otto volte finché a un certo punto dico basta. Giuro, vorrei continuare a farmi i cazzi miei ma è una cosa dolorosa e poi ho come l’impressione di non essere l’unico a soffrire gli acuti del tizio e allora faccio un respiro profondo, gli appoggio un braccio lungo le spalle e gliela butto là in tono amichevole, quasi fossimo in confidenza.
“Scusa, riesci ad abbassare un po’ l’intensità?”
Il tipo sembra riaffiorare dall’ebbrezza dei suoi squilli con un certo fastidio, si scosta dalla mia presa, inarca le sopracciglia come per mettermi a fuoco e mi domanda sarcastico: “Cioè, dovrei abbassare il volume?”
“Eh sì per piacere, se ci riesci.” gli rispondo con deferenza ma è evidente che se l’è presa, offeso nell’amor proprio per quella inaccettabile limitazione alla sua libertà di fischiare a cazzo a un volume ampiamente sopra la soglia del dolore. È una trattativa complessa questa, che richiede notevole abilità di persuasione, e la prima regola nella negoziazione è di concedere spazio alla controparte, dare l’impressione che è l’altro a condurre il gioco e l’unica cosa che mi viene in mente è provare ad allisciarlo.
“No guarda, hai un fischio incredibile. Davvero. Ma dopo un po’ è impegnativo.” gli dico ridacchiando e in quello interviene la tipa sciammannata a darmi man forte: “È per il fischio vero?”
Al mio cenno di assenso il barbetta concede: “Non è la prima volta che me lo dicono.” e prende a saltellare su una gamba sola, si mantiene in equilibrio con la mano sinistra, si ficca nuovamente in bocca la destra e si mette a fischiettare con rinnovato vigore, come se stesse suonando un’armonica per accompagnare la melodia di Tighten Up. “Ecco bravo, prova ad armonizzare.” gli suggerisco strizzando l’occhiolino e quello in tutta risposta caccia un altro paio di miagolii ma ormai è poca roba, quasi impercettibile, sommersa dal tremolo della Supro bianca di Dan Auerbach.
Altro cambio di chitarra su Man On A Mission, dal nuovo ellpì No Rain, No Flowers, questa volta è il turno di una bella Goldtop e chissà che stress per il tecnico di Dan Auerbach, la responsabilità di passargli lo strumento giusto con le corde ben tese, che ogni pennata è un riverbero massiccio che si scuote a lungo, prima di perdere intensità, e proprio l’uso dello spazio, dell’aria tra una nota e l’altra, delle pause, è una cosa che non tutti sono in grado di rendere, è una questione di feel, la sensibilità che prevale sulla tecnica, che nel caso di Auerbach è incredibile perché oltre a essere un grande musicista è anche un grandissimo cantante, con una voce calda e ruvida, carica di una sincerità emotiva che non ha bisogno di trucchetti per colpire, anche quando ritorna al falsetto, nella cover di On The Road Again dei Canned Heat.
La resa è impeccabile, la grana melliflua e carezzevole pur nell’urgenza originaria, adesso è tutto perfetto, ci siamo solo io e il suono, nessuno davanti e mi spiace per quelli che mi stanno dietro perché mi sento alto tre metri o poco più ed è una stecca fortissima, tutta mia e di qualche altro migliaio di persone che mi sono accanto, anche loro impegnate a fare all’amore con la musica.
I coretti di Howlin For You, intersecati dai guizzi acidi della Supro Martinique, echeggiano per tutta la valle del Grappa.
Prima della pausa She’s Long Gone, un minuto di stacco e la band è di nuovo sul palco per il penultimo brano: Little Black Submarines.
Chitarra acustica in apertura e tutto il pubblico, soprattutto le ragazze, a cantare ogni parola e ho come l’impressione che per una certa fascia di età, per quelli che adesso si affacciano ai quaranta, questa sia una specie di Stairway To Heaven, se non altro per come si fanno cullare dalla melodia per poi lasciarsi andare nel finale incendiario.
L’ultimo brano della serata parte con quella smarmittata in caduta libera che nel 2011 entrò nelle classifiche di mezzo mondo e per la prima volta tutti, ma proprio tutti, prendono a saltare.
Noncuranti del caldo, del sudore o della polvere, ritornano per tre minuti sul dancefloor di un indie club qualsiasi dove Lonely Boy veniva regolarmente passata prima o dopo i Jet e gli Arctic Monkeys.
E non è un caso che il singolo che ha definitivamente lanciato i Black Keys nel circuito mainstream mondiale, l’inno di una generazione che allora menava esistenze da studenti fuori sede e adesso fa i conti con la rata del mutuo o i pannolini da cambiare, l’anthem che suona potente e cazzuto ancora adesso, debba in parte la sua popolarità a un video con un nero in maniche di camicia che balla il twist, lo shake e l’hully gully, un clip uscito in un periodo in cui le immagini erano ancora importanti per definire lo stile di un brano, un corto che ad oggi, solo su YouTube, ha superato i duecento milioni di visualizzazioni.
Caro lettore, lo so che ti ho chiesto molto con questa recensione, che poi è una via di mezzo tra un racconto e una seduta di psicanalisi e infatti non ti tedierò ancora a lungo, non ti parlerò dell’attesa a fine concerto per prendere una birra, in coda dietro a un tizio che maneggia una tavoletta di token e fatica a contarli per via delle lenti fumè, alla Gianfranco Funari, e vorrei chiederglielo se lo conosce Gianfranco Funari, se per caso è a conoscenza del ruolo dirompente che il conduttore romano ha avuto nella storia della televisione italiana, il primo a chiamare la telecamera e a sfondare la quarta parete, la barriera immaginaria col pubblico che diventa punto di contatto, ma ormai non c’è più tempo, neanche per chiudere con una nota zuccherata e la dozzina di lecca-lecca richiesti in dono a non so quale fornitore di energia elettrica, ma alla fine lasciami dire che l’unica cosa che mi resta mentre ripercorro con i miei amici il tratto che dal parco ci riporta alla macchina, e non so se sia una suggestione o un effetto reale, ma la cosa che ancora mi gira nelle orecchie, dopo tre band e quasi tre ore di concerti, è il fischio del barbetta che sibila beffardo nella notte umida e silenziosa di Romano d’Ezzelino.
Quando ho visto che sul sito dell’Ama Festival i biglietti per il Pit erano esauriti, ci son rimasto male.
Perché l’anno scorso ero stato all’AMA per i Pistols con Frank Carter e se stai fuori dal Pit il palco è lontano, fai fatica a distinguere i musicisti, sembrano pedine alte due centimetri, e anche se il sound è buono manca la pacca che ti prende lo stomaco e ti solleva da terra.
Però rinunciare ai Black Keys a neanche un’ora di strada da casa pareva brutto, magari poi là si combina, ho pensato, vai a sapere.
Partenza martedì 15 luglio a metà pomeriggio, tra una cosa e l’altra arriviamo al Parco di Villa Negri che i Lemon Twigs hanno quasi terminato il loro set e ‘sta cosa mi rode perché era un pezzo che li volevo vedere e il suono che arriva mentre siamo lì in coda, nel vialetto ombreggiato, è una meraviglia di armonie e arrangiamenti.
Dolcissimo il falsetto di Brian D’Addario su Corner Of My Eye, con gli acuti che riportano al cantato malinconico di un altro Brian, da poco riunitosi con Carl e Dennis sul palco dell’eternità.
I cani per i controlli antidroga ricordano che siamo a metà strada tra Treviso e Vicenza e un cartello in cassa avvisa che c’è ancora qualche posto disponibile.
I ragazzi della biglietteria sono simpatici e gentili ma demoliscono subito le mie speranze di fare una permuta con uno dei cinque pass rimasti per il Pit.
“E allora come faccio?”
“Potresti vendere il tuo biglietto a qualcuno che non ce l’ha e acquistare un Pit qua.”
Che in effetti non è una cosa difficile, soprattutto se uno di mestiere fa il venditore da più di venti anni.
Ma un conto è vendere per lavoro, un altro conto è vendere per necessità, e poi qua non è più la questione di vedere bene il concerto, di assorbire fino all’ultimo tutti i MegaHertz che fluttuano nella notte di Romano d’Ezzelino, questa è diventata una faccenda seria, esistenziale.
Quanto bravo sei a convincere un tizio mai visto a sborsarti cinquanta sacchi per una fotocopia A4 con sopra il tuo nome e un QR code? Ti fideresti di uno come te, con la tua faccia, la tua voce?
La verità è che non lo sai e ti tocca scoprirlo stasera.
Aspetto tre minuti appoggiato al bancone della biglietteria e finalmente arriva un tipo sui quaranta, baffetto spavaldo e sandalo eco, vuole un biglietto ma non uno qualsiasi, gli serve il Pit a tutti i costi, me lo dice con la cantilena irritante di uno che gongola perché alla fine lui ce l’ha e tu no, gne gne gne.
Altri due minuti e si presenta uno coi capelli lunghi e grigi, maglia sbiadita dei Litfiba, l’aria un po’ spaesata.
È il mio uomo.
Formulo l’offerta in maniera chiara e perentoria: cinquanta sacchi invece che i sessanta che chiedono in cassa. Accetta subito. Si rigira il foglio A4 tra le mani, dà un’occhiata distratta alla riga con il nominativo e alla fine sfila il biglietto rosa dal taccuino senza esitazione.
Ok, questo era facile, potevo anche piazzargli un abbonamento a Tele+ col decoder e la presa Scart, ma il fatto che adesso posso godermi il live senza restrizioni mi fa salire una botta improvvisa di euforia, neanche mi fossi ingollato un cocktail di dopamina, ossitocina e una spruzzata di endorfine a mo’ di selz.
All’interno l’area è grande e organizzata, poca calca nonostante i 9.000 fan, un po’ di coda qua e là ma niente di che e in ogni caso col braccialetto rosso al polso mi sento invincibile, se ne accorge anche il tizio delle polpette, che si sbriga a servirmi prima che inizino i Jet.
Guardo il concerto da metà campo, vicino al tendone del mixer, il sound arriva pulito ma i volumi sono bassetti e sul palco ci vorrebbero degli schermi, per aiutare quelli fuori dal Pit a sentirsi connessi con la band.
Saranno vent’anni che non ascolto i Jet, mai stato un fan ma il primo album, Get Born, è un disco di tutto rispetto, e sono curioso di vedere come sono messi, se la voce di Nic Cester graffia ancora come nel 2003 o se nel frattempo ha perso qualcosa e devo dire che tra una polpetta di carne e una alle verdure il live scorre senza intoppi, la scaletta incentrata sui brani del disco d’esordio tra cui la ballata Look What I’ve Done con quel feeling un po’ british, tipo i Beatles rifatti dagli Oasis.
It’s a Long Way To The Top degli AC/DC è un omaggio all’Aussie Rock, il sound energico a base di riff potenti e melodie orecchiabili che definisce in buona parte il loro stile.
Durante le pause Nic scambia qualche battuta in italiano col pubblico, ostenta le sue origini trevigiane, annuncia le canzoni. Are You Gonna Be My Girl è come la vorresti sentire, la voce tirata e il giusto grado di intensità, neanche l’avessero già suonata almeno trecento volte dal vivo.
Rollover Dj mantiene alta la tensione, il pubblico che canta con la band e i Lemon Twigs a bordo palco che si godono lo show.
In chiusura una bella cover di Un’avventura di Battisti, nella versione di Wilson Pickett, una strofa in italiano e una in inglese, la gente attorno a noi saltella con il bicchiere in mano mentre sul prato si allungano le ombre del tramonto.
Mi ciuccio un’altra birretta prima di salutare gli amici ed entrare nel Pit.
Il settore è grande, pieno forse a metà ma manca ancora un po’ all’inizio del concerto, così mi siedo su una staffa delle transenne che sembra uno sgabello dal design industriale, mi metto comodo e osservo la gente che arriva.
Età media sui quaranta, tante ragazze, tatuaggi, uomini con i capelli, t-shirt nere, canotte, short larghi, berretti da baseball, ai piedi novanta percento di sneaker e qualche sandalo francescano per gli amanti della traspirazione. Non male la playlist prima del live, brani un po’ slegati ma piacevoli: 25 Miles di Edwin Starr, Satisfaction cantata da Otis, qualche pezzo recente, Bob Seeger System, classici degli Stones e dei T Rex.
Ormai il sole è calato, manca poco, è il momento di inserirsi tra la folla alla ricerca del posto perfetto, quel brandello di suolo - venti, trenta centimetri quadrati al massimo - che per 80 minuti deve garantirti una buona visibilità del palco e, soprattutto, un sound bilanciato, carico e appagante.
Mi piazzo leggermente sulla destra, a trenta metri dagli ampli di Dan Auerbach, e sono lì, assorto nelle mie riflessioni, che mi sento battere sulla spalla destra, mi giro e c’è un ragazzo sui venticinque che mi saluta con entusiasmo, e per quanto i suoi occhi limpidi, di un colore che potrebbe essere azzurro o verde marino, mi smuovono qualcosa, un ricordo, una foto un po’ sfocata, proprio non riesco a collocarlo questo giovane ed è evidente che col passare dei secondi, un velo di amarezza, forse delusione, si stende sul suo volto e un po’ mi vergogno perché il suo sorriso irradia qualcosa che oscilla tra la stima e l’affetto, mi spiace smorzare quel sentimento, e ormai sono lì lì per confessare che non mi ricordo mica, pronto a incolpare le birre, le tipe con le spalle scoperte, la boria vanagloriosa per il biglietto piazzato, ma a quel punto il campo visivo si allarga su un altro giovane, alto e smilzo, che sta al suo fianco, ed è guardandoli insieme, uno accanto all’altro, che finalmente riconosco Ricky e Lorenzo, i figli di Giorgio e Carla. Saranno almeno quindici anni che non ci vediamo di persona, l’ultima volta a Marostica, o a Bassano, ci eravamo trovati per ricordare Giorgio, ed era stata una bella festa, piena di musica e di amici, la malinconia e il dolore accantonati per una sera.
E adesso Giorgio è qui, lo rivedo negli sguardi e nei sorrisi dei suoi figli, li ho lasciati bambini, che suonavano la chitarra e la batteria e ora ce li ho accanto che sono giovani uomini, sempre innamorati della musica e di che altro vuoi parlare se non di gruppi, turnisti, etichette e studi di registrazione.
Dopo una manciata di minuti Pat Carney e Dan Auerbach salgono sul palco e attaccano con una medley di brani dai primi due album.
Thickfreakness, con la melodia lamentosa di You Don’t Love Me, sfuma in The Breaks, incentrata sul groove pesante e ripetitivo della batteria, che si fa più dinamico in I’ll Be Your Man.
Sul finale della canzone arriva il resto della band che si sistema alle spalle di Carney e Auerbach: percussioni, basso, chitarra ritmica e organo. Your Touch è una fiammata di suono che travolge il parco di Villa Negri, il fuzz della Harmony ficcante e abrasivo, le stilettate di organo aggiungono un tocco di colore e armonia, le congas e le maracas aumentano la profondità.
Pochi cellulari e tante braccia alzate, su Gold On The Ceiling Auerbach si gode il pubblico che salta e canta sulle note piegate della sua SG color panna.
Si sale ancora di intensità con Wild Child, un mix esaltante di lick possenti e ritornelli che ti ballano in testa per ore. Lorenzo alla mia destra mi dice che la chitarra è una Guild, il suono più metallico e pungente, e sarà che ho accanto i fratelli Mari, sarà che la scaletta è ben pensata, in un crescendo strutturato e curato nei dettagli, ma devo dire che la serata adesso è partita, complice il suono pulitissimo e variopinto, ogni chitarra uno stato emotivo differente, ogni brano simile e diverso dal precedente.
La disposizione dei musicisti sul palco, due davanti e quattro dietro, a mo’ di coro, l’uso dei fasci di luci che si intersecano e dividono la scena in blocchi imponenti, rendono lo spazio maestoso, massiccio, monumentale.
L’unico aspetto che non mi convince, a voler essere pignolo, è la distanza tra basso e batteria, vero che l’interplay principale è tra Carney e Auerbach ma qua secondo me perdono un po’ di groove con la sezione ritmica così dilatata, i due fondamenti a quasi tre metri di distanza l’uno dall’altro. Quando glielo dico, Lorenzo annuisce e mi fa notare che chitarra e batteria sono leggermente più alte nel mix rispetto al resto.
Ma sono dettagli, appunto, perché Everlasting Light è dolce come un sogno e marca un cambio di passo, il sound ora è più soulful, ricco di sfumature e di tocchi attenuati, il cantato in falsetto è delizioso di suo, prepara l’equipaggio al decollo emotivo e anche se mi sento pronto, con le cinture allacciate, quando parte il solo di chitarra mi ritrovo inerme, avvolto da un sentimento indescrivibile che riverbera dal cervelletto, sale e scende lungo la schiena e si propaga attraverso ogni centimetro di pelle, uno stato di grazia che solo la musica riesce a favorire e a ricreare ogni volta in un modo che è unico, inaspettato e strabiliante.
Ormai ho deciso che la posizione sulla quale ondeggio da più di mezz’ora non mi soddisfa più, vero che il cicalio delle maracas mi arriva nitido e setoso ma ho l’impressione che come acustica manchi ancora qualcosa per cui decido di spostarmi al centro e per quanto mi spiaccia perdere la compagnia, trovo un impatto incredibile, come se il suono si fosse ulteriormente arricchito e compattato di fronte a me, basta alzare una mano e ti pare di toccare ogni nota, di accarezzarla per poi stringerla, tutto perfetto, onirico, idilliaco, se non fosse per la tipa magra e nervosa che si dimena di fronte a me.
Solleva le braccia e le abbassa con un movimento ondulato, a mo’ di serpentina, scuote la testa a destra e a sinistra e si contorce come la terribile dea Kali.
Il problema è che dietro di me non ho vie di fuga, c’è un energumeno con una scopa di saggina sotto al mento che filma tutto con il cellulare e in ogni caso non ho voglia di spostarmi di nuovo, qua si sente davvero bene, forse basta portare pazienza e infatti, tempo un paio di strofe di Psychotic Girl, la tipa si sposta e si mette a slinguazzare un ragazzo alla mia destra con il cranio lucido e la barbetta folta e curata, leggermente appuntita.
E tutto è bene quel che finisce bene, l’amore vince sempre ma è un’illusione effimera perché lo scambio di fluidi salivari sembra attizzare il tipo, e non è un’eccitazione immediatamente fisica, corporea e nemmeno verbale: è il richiamo della giungla, dei segni ancestrali, l’istinto primordiale che ti spinge a ficcarti due dita in bocca e a cacciare un fischio che di colpo sembra zittire la band sul palco e causare un principio di acufene a chi ti sta accanto.
Porca puttana.
Crapa pelata è più rumoroso dei Black Keys e tu non ci puoi fare niente, sei a un concerto rock, mica in parrocchia, non puoi riprendere uno perché si diverte a fare il mandriano, tanto più che il tipo sembra averci preso gusto, ancora quel cazzo di sibilo bastardo e assordante, due, tre, cinque, otto volte finché a un certo punto dico basta. Giuro, vorrei continuare a farmi i cazzi miei ma è una cosa dolorosa e poi ho come l’impressione di non essere l’unico a soffrire gli acuti del tizio e allora faccio un respiro profondo, gli appoggio un braccio lungo le spalle e gliela butto là in tono amichevole, quasi fossimo in confidenza.
“Scusa, riesci ad abbassare un po’ l’intensità?”
Il tipo sembra riaffiorare dall’ebbrezza dei suoi squilli con un certo fastidio, si scosta dalla mia presa, inarca le sopracciglia come per mettermi a fuoco e mi domanda sarcastico: “Cioè, dovrei abbassare il volume?”
“Eh sì per piacere, se ci riesci.” gli rispondo con deferenza ma è evidente che se l’è presa, offeso nell’amor proprio per quella inaccettabile limitazione alla sua libertà di fischiare a cazzo a un volume ampiamente sopra la soglia del dolore. È una trattativa complessa questa, che richiede notevole abilità di persuasione, e la prima regola nella negoziazione è di concedere spazio alla controparte, dare l’impressione che è l’altro a condurre il gioco e l’unica cosa che mi viene in mente è provare ad allisciarlo.
“No guarda, hai un fischio incredibile. Davvero. Ma dopo un po’ è impegnativo.” gli dico ridacchiando e in quello interviene la tipa sciammannata a darmi man forte: “È per il fischio vero?”
Al mio cenno di assenso il barbetta concede: “Non è la prima volta che me lo dicono.” e prende a saltellare su una gamba sola, si mantiene in equilibrio con la mano sinistra, si ficca nuovamente in bocca la destra e si mette a fischiettare con rinnovato vigore, come se stesse suonando un’armonica per accompagnare la melodia di Tighten Up. “Ecco bravo, prova ad armonizzare.” gli suggerisco strizzando l’occhiolino e quello in tutta risposta caccia un altro paio di miagolii ma ormai è poca roba, quasi impercettibile, sommersa dal tremolo della Supro bianca di Dan Auerbach.
Altro cambio di chitarra su Man On A Mission, dal nuovo ellpì No Rain, No Flowers, questa volta è il turno di una bella Goldtop e chissà che stress per il tecnico di Dan Auerbach, la responsabilità di passargli lo strumento giusto con le corde ben tese, che ogni pennata è un riverbero massiccio che si scuote a lungo, prima di perdere intensità, e proprio l’uso dello spazio, dell’aria tra una nota e l’altra, delle pause, è una cosa che non tutti sono in grado di rendere, è una questione di feel, la sensibilità che prevale sulla tecnica, che nel caso di Auerbach è incredibile perché oltre a essere un grande musicista è anche un grandissimo cantante, con una voce calda e ruvida, carica di una sincerità emotiva che non ha bisogno di trucchetti per colpire, anche quando ritorna al falsetto, nella cover di On The Road Again dei Canned Heat.
La resa è impeccabile, la grana melliflua e carezzevole pur nell’urgenza originaria, adesso è tutto perfetto, ci siamo solo io e il suono, nessuno davanti e mi spiace per quelli che mi stanno dietro perché mi sento alto tre metri o poco più ed è una stecca fortissima, tutta mia e di qualche altro migliaio di persone che mi sono accanto, anche loro impegnate a fare all’amore con la musica.
I coretti di Howlin For You, intersecati dai guizzi acidi della Supro Martinique, echeggiano per tutta la valle del Grappa.
Prima della pausa She’s Long Gone, un minuto di stacco e la band è di nuovo sul palco per il penultimo brano: Little Black Submarines.
Chitarra acustica in apertura e tutto il pubblico, soprattutto le ragazze, a cantare ogni parola e ho come l’impressione che per una certa fascia di età, per quelli che adesso si affacciano ai quaranta, questa sia una specie di Stairway To Heaven, se non altro per come si fanno cullare dalla melodia per poi lasciarsi andare nel finale incendiario.
L’ultimo brano della serata parte con quella smarmittata in caduta libera che nel 2011 entrò nelle classifiche di mezzo mondo e per la prima volta tutti, ma proprio tutti, prendono a saltare.
Noncuranti del caldo, del sudore o della polvere, ritornano per tre minuti sul dancefloor di un indie club qualsiasi dove Lonely Boy veniva regolarmente passata prima o dopo i Jet e gli Arctic Monkeys.
E non è un caso che il singolo che ha definitivamente lanciato i Black Keys nel circuito mainstream mondiale, l’inno di una generazione che allora menava esistenze da studenti fuori sede e adesso fa i conti con la rata del mutuo o i pannolini da cambiare, l’anthem che suona potente e cazzuto ancora adesso, debba in parte la sua popolarità a un video con un nero in maniche di camicia che balla il twist, lo shake e l’hully gully, un clip uscito in un periodo in cui le immagini erano ancora importanti per definire lo stile di un brano, un corto che ad oggi, solo su YouTube, ha superato i duecento milioni di visualizzazioni.
Caro lettore, lo so che ti ho chiesto molto con questa recensione, che poi è una via di mezzo tra un racconto e una seduta di psicanalisi e infatti non ti tedierò ancora a lungo, non ti parlerò dell’attesa a fine concerto per prendere una birra, in coda dietro a un tizio che maneggia una tavoletta di token e fatica a contarli per via delle lenti fumè, alla Gianfranco Funari, e vorrei chiederglielo se lo conosce Gianfranco Funari, se per caso è a conoscenza del ruolo dirompente che il conduttore romano ha avuto nella storia della televisione italiana, il primo a chiamare la telecamera e a sfondare la quarta parete, la barriera immaginaria col pubblico che diventa punto di contatto, ma ormai non c’è più tempo, neanche per chiudere con una nota zuccherata e la dozzina di lecca-lecca richiesti in dono a non so quale fornitore di energia elettrica, ma alla fine lasciami dire che l’unica cosa che mi resta mentre ripercorro con i miei amici il tratto che dal parco ci riporta alla macchina, e non so se sia una suggestione o un effetto reale, ma la cosa che ancora mi gira nelle orecchie, dopo tre band e quasi tre ore di concerti, è il fischio del barbetta che sibila beffardo nella notte umida e silenziosa di Romano d’Ezzelino.
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Concerti
mercoledì, luglio 23, 2025
The Who a Milano - Parco della Musica 22 luglio 2025
Grazie al provvidenziale accredito arrivato in extremis da CLASSIC ROCK, la rivista a cui mi pregio di collaborare fin dal primo numero (ora siamo alle soglie dei 150...), posso rivedere gli amati WHO, in quel di Milano (a cui avevo rinunciato per questioni di caro biglietto, dai 103 ai 126 euro i più accessibili e per la decisione di evitare come la peste i "grandi concerti").
La recensione del concerto la leggerete nel numero di settembre.
Qui riporto una cronaca meno "tecnica" e più emozionale.
Il Parco della Musica a Novegro è facilmente raggiungibile, parcheggio a fianco del palco (5 minuti a piedi, anche meno) a 10 euro, parco alberato, atrmosfera easy, struttura buona per concerti di questo livello (nonostante ogni due minuti ti passi sopra un aereo decollato dall'aeroporto di Linate).
I prezzi del ristoro sono al solito indecenti ma ogni dubbio se morire assetato (ieri faceva quell'adorabile caldo padano di fine luglio) o cedere ai 7.60 euro di una media e ai 12 di un panino striminzito viene fugato dalla impossibilità di pagare in contanti ma solo con una carta di credito (che per scelta non uso).
Rimedio attraversando la strada e dissetandoni con una Moretti ghiacciata presa da un paki a 4.50.
Mi aspettavo la Fiera della Terza Età (che ovviamente non manca) e invece tanti giovani, da adolescenti fino ai 40 anni.
Un bel numero di stranieri (da svizzeri e francesi, molti inglesi e giapponesi).
Le shirts, a parte, ovviamente, quelle degli Who, di ogni foggia e provenienza, sono di matrice "hard" e classic Rock: Led Zeppelin, Stones, Guns n Roses, Black Sabbath, Pink Floyd.
Avvistate anche due Jethro Tull, un Van Der Graaf Generator, un Glenn Hughes (bassista di Deep Purple e Black Sabbath) e un Pino Scotto.
Il merchandising è orrendo (una maglietta degli Who con vari simboli dell'Italia, inguardabile, poster e manifesti a 30/40 euro).
All'imbrunire nugoli di zanzare fanno strage del plasma del discretamente folto pubblico e solo un provvidenziale venticello ci risparmia dal dissanguamento.
Si incontrano varie facce e amicizie, il clima è tranquillo e piacevole.
Alle 22 partono gli WHO.
Doveroso omaggio a Ozzy all'inizio.
Li ascolto letteralmente da 50 anni.
Sono stati i primi ad aprire il mio cuore rock, insieme ai Beatles.
Poi i Fab Four sono decollati in un'altra galassia e gli Who sono diventati il mio gruppo preferito di sempre (i Beatles non sono un gruppo musicale ma un'entità artistica tra le più importanti, dal Novecento in poi).
Per cui ogni brano, qualunque sia, è un pezzo di anima, di carne, di sangue, di cuore.
A ogni loro canzone associo un momento della mia vita, dall'adolescenza all'età matura.
Non mi sembra nemmeno una band, ma vecchi amici o padri che mi dicono le stesse cose da 50 anni.
Non riesco davvero a vederli come una rock band.
Tanto più quando incespicano in qualche brano, sbagliano un'entrata o un cambio di accordi.
E' tutto così reale e "nostro".
Ancora in rodaggio (le date italiane sono il preludio al tour Usa) suonano sporchi e duri, il nuovo batterista Scott Devours, sostituto dell'appena licenziato Zak Starkey è eccellente, perfetto per la band.
Roger ha ancora una voce spaventosa, sempre più blues, Pete usa la chitarra sia in modo irruente e devastante che, quando occorre, in chiave jazzata.
I venti brani scorrono velocemente, lungo due ore, passando dai 60's di "Can't explain" e "Substitute" alla triade "Tommy", "Who's Next", "Quadrophenia" che si prende oltre la metà del repertorio e qualche hit come "Who Are You" e "You Better You Bet" o brano "dimenticato" come "Love Ain't For Keeping" e "Eminence Front".
Niente dagli ultimi "Endless Wire" e "Who", neanche da "By Numbers", "Sell Out", "A Quick One".
In conclusione: semplicemente stupendi.
La prossima volta (perché, checché ne dicano, sono sicuro che ci sarà una prossima volta) torno a vederli.
La recensione del concerto la leggerete nel numero di settembre.
Qui riporto una cronaca meno "tecnica" e più emozionale.
Il Parco della Musica a Novegro è facilmente raggiungibile, parcheggio a fianco del palco (5 minuti a piedi, anche meno) a 10 euro, parco alberato, atrmosfera easy, struttura buona per concerti di questo livello (nonostante ogni due minuti ti passi sopra un aereo decollato dall'aeroporto di Linate).
I prezzi del ristoro sono al solito indecenti ma ogni dubbio se morire assetato (ieri faceva quell'adorabile caldo padano di fine luglio) o cedere ai 7.60 euro di una media e ai 12 di un panino striminzito viene fugato dalla impossibilità di pagare in contanti ma solo con una carta di credito (che per scelta non uso).
Rimedio attraversando la strada e dissetandoni con una Moretti ghiacciata presa da un paki a 4.50.
Mi aspettavo la Fiera della Terza Età (che ovviamente non manca) e invece tanti giovani, da adolescenti fino ai 40 anni.
Un bel numero di stranieri (da svizzeri e francesi, molti inglesi e giapponesi).
Le shirts, a parte, ovviamente, quelle degli Who, di ogni foggia e provenienza, sono di matrice "hard" e classic Rock: Led Zeppelin, Stones, Guns n Roses, Black Sabbath, Pink Floyd.
Avvistate anche due Jethro Tull, un Van Der Graaf Generator, un Glenn Hughes (bassista di Deep Purple e Black Sabbath) e un Pino Scotto.
Il merchandising è orrendo (una maglietta degli Who con vari simboli dell'Italia, inguardabile, poster e manifesti a 30/40 euro).
All'imbrunire nugoli di zanzare fanno strage del plasma del discretamente folto pubblico e solo un provvidenziale venticello ci risparmia dal dissanguamento.
Si incontrano varie facce e amicizie, il clima è tranquillo e piacevole.
Alle 22 partono gli WHO.
Doveroso omaggio a Ozzy all'inizio.
Li ascolto letteralmente da 50 anni.
Sono stati i primi ad aprire il mio cuore rock, insieme ai Beatles.
Poi i Fab Four sono decollati in un'altra galassia e gli Who sono diventati il mio gruppo preferito di sempre (i Beatles non sono un gruppo musicale ma un'entità artistica tra le più importanti, dal Novecento in poi).
Per cui ogni brano, qualunque sia, è un pezzo di anima, di carne, di sangue, di cuore.
A ogni loro canzone associo un momento della mia vita, dall'adolescenza all'età matura.
Non mi sembra nemmeno una band, ma vecchi amici o padri che mi dicono le stesse cose da 50 anni.
Non riesco davvero a vederli come una rock band.
Tanto più quando incespicano in qualche brano, sbagliano un'entrata o un cambio di accordi.
E' tutto così reale e "nostro".
Ancora in rodaggio (le date italiane sono il preludio al tour Usa) suonano sporchi e duri, il nuovo batterista Scott Devours, sostituto dell'appena licenziato Zak Starkey è eccellente, perfetto per la band.
Roger ha ancora una voce spaventosa, sempre più blues, Pete usa la chitarra sia in modo irruente e devastante che, quando occorre, in chiave jazzata.
I venti brani scorrono velocemente, lungo due ore, passando dai 60's di "Can't explain" e "Substitute" alla triade "Tommy", "Who's Next", "Quadrophenia" che si prende oltre la metà del repertorio e qualche hit come "Who Are You" e "You Better You Bet" o brano "dimenticato" come "Love Ain't For Keeping" e "Eminence Front".
Niente dagli ultimi "Endless Wire" e "Who", neanche da "By Numbers", "Sell Out", "A Quick One".
In conclusione: semplicemente stupendi.
La prossima volta (perché, checché ne dicano, sono sicuro che ci sarà una prossima volta) torno a vederli.
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Concerti
martedì, luglio 22, 2025
Punk Rock Raduno - Bergamo 17-20 luglio 2025
La testimonianza vivida, diretta e spontanea dell'amico GIORGIO sulla nuova edizione del Punk Rock Raduno di Bergamo.
Pericolo dipendenza estrema.
Se provi il Punk Rock Raduno una volta non puoi piu farne a meno!!!
Anche quest’anno purtroppo e’ passato.
Il festival piu bello mai organizzato in Italia?
Credo di si, e qualche concerto l’ho visto.
Non mi e’ mai piaciuto spendere 50/60/70/100 euro per un concerto punk, non credo sia punk...magari in un qualche festival o ”locale rock” dove non ti fanno neanche passare l’acqua in bottiglia perche’ devono vendertela loro.
Naaaaaaa quello non e’ punk !!
E poi c’e’ il Punk Rock Raduno di Bergamo nato dalle menti malate di Franz Barcella e Andrea Manges che in pieno spirito punk DIY organizzano da 8 anni questa gemma...il prezzo?
Come direbbe il Conte Oliver un affarone perche’ ebbene si, e’ gratis e che line up da sogno in questi 8 anni, in pratica sono passati tutti I gruppi piu’ culto della scena punk, nomi leggendari !!!
Anche quest’anno al festival abbiamo ballato, cantato, sudato, pogato (per quel che riusciamo ancora a fare alle nostre venerande eta’), chiacchierato, bevuto 4,5 birre di troppo, conosciuto persone da tutto il mondo che ogni anno tornano qui attratti da questa magia.
Tutto in spirito DIY con un immenso staff fatto da volontari sempre tutti sorridenti, volontari che per 5 giorni hanno sfamano, abbeverano, gestito centinaia di punk rockers.
Ma niente security, niente bodyguard, niente perquisizioni perche’ ovviamente siamo punk rockers maturi e ci gestiamo benissimo da soli.
Come sempre un sacco di bambini, e noi che ormai abbiamo messo su famiglia (e chi lo avrebbe detto che anche noi ci siamo riusciti, le pecore nere delle famiglie) abbiamo trovato un festival dove I bambini sono I benvenuti.
Un sacco di iniziative collaterali, un mercatino a cui non mi sono neanche avvicinato perche’ troooooppppiii dischi da scartabellare e in tutto quel ben di dio ci avrei lasciato giu la tredicesima…
E la musica!!! Due palchi perfettamente coordinati, appena finisce un gruppo ne parte un’altro, sinistro destro diretto in faccia !!!non si fa in tenpo a smaltire un concerto che one-two-tree-four sotto con il sucessivo.
Menzione speciale per i Kingons, arrivati dal Giappone per letteralmente mettere a soqquadro Bergamo, hanno raso al suolo tutto!!!!
Un concerto da ricordare per anni e annni, o fino alla prossima edizione, ma i concerti sono stati tutti fantastici, abbiamo finito sotto la pioggia servita a spegnere l’incendio scatenato dai Peawees !!! e adesso non resta che sopravvivere alla depressione i prossimi 359 giorni, fino alla prossima edizione.
E ovviamente il motto del festival non possiamo tralasciarlo.
NO RACISM
NO SEXISM
NO HOMOPHOBIA
NO VIOLENCE
ALL AGES
#TOOTOUGHTODIE
e bandiere palestinesi e della comunita' LGBT che sventolano perche' punk non e' spendere 100 euro per un concerto ma questa magia tutta italiana.
Pericolo dipendenza estrema.
Se provi il Punk Rock Raduno una volta non puoi piu farne a meno!!!
Anche quest’anno purtroppo e’ passato.
Il festival piu bello mai organizzato in Italia?
Credo di si, e qualche concerto l’ho visto.
Non mi e’ mai piaciuto spendere 50/60/70/100 euro per un concerto punk, non credo sia punk...magari in un qualche festival o ”locale rock” dove non ti fanno neanche passare l’acqua in bottiglia perche’ devono vendertela loro.
Naaaaaaa quello non e’ punk !!
E poi c’e’ il Punk Rock Raduno di Bergamo nato dalle menti malate di Franz Barcella e Andrea Manges che in pieno spirito punk DIY organizzano da 8 anni questa gemma...il prezzo?
Come direbbe il Conte Oliver un affarone perche’ ebbene si, e’ gratis e che line up da sogno in questi 8 anni, in pratica sono passati tutti I gruppi piu’ culto della scena punk, nomi leggendari !!!
Anche quest’anno al festival abbiamo ballato, cantato, sudato, pogato (per quel che riusciamo ancora a fare alle nostre venerande eta’), chiacchierato, bevuto 4,5 birre di troppo, conosciuto persone da tutto il mondo che ogni anno tornano qui attratti da questa magia.
Tutto in spirito DIY con un immenso staff fatto da volontari sempre tutti sorridenti, volontari che per 5 giorni hanno sfamano, abbeverano, gestito centinaia di punk rockers.
Ma niente security, niente bodyguard, niente perquisizioni perche’ ovviamente siamo punk rockers maturi e ci gestiamo benissimo da soli.
Come sempre un sacco di bambini, e noi che ormai abbiamo messo su famiglia (e chi lo avrebbe detto che anche noi ci siamo riusciti, le pecore nere delle famiglie) abbiamo trovato un festival dove I bambini sono I benvenuti.
Un sacco di iniziative collaterali, un mercatino a cui non mi sono neanche avvicinato perche’ troooooppppiii dischi da scartabellare e in tutto quel ben di dio ci avrei lasciato giu la tredicesima…
E la musica!!! Due palchi perfettamente coordinati, appena finisce un gruppo ne parte un’altro, sinistro destro diretto in faccia !!!non si fa in tenpo a smaltire un concerto che one-two-tree-four sotto con il sucessivo.
Menzione speciale per i Kingons, arrivati dal Giappone per letteralmente mettere a soqquadro Bergamo, hanno raso al suolo tutto!!!!
Un concerto da ricordare per anni e annni, o fino alla prossima edizione, ma i concerti sono stati tutti fantastici, abbiamo finito sotto la pioggia servita a spegnere l’incendio scatenato dai Peawees !!! e adesso non resta che sopravvivere alla depressione i prossimi 359 giorni, fino alla prossima edizione.
E ovviamente il motto del festival non possiamo tralasciarlo.
NO RACISM
NO SEXISM
NO HOMOPHOBIA
NO VIOLENCE
ALL AGES
#TOOTOUGHTODIE
e bandiere palestinesi e della comunita' LGBT che sventolano perche' punk non e' spendere 100 euro per un concerto ma questa magia tutta italiana.
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lunedì, luglio 21, 2025
ONE LAW FOR THEM dei 4 Skins - Chi sono “loro”?
Un prezioso e interessantissimo contributo dell'amico ANTONIO ROMANO (collaboratore del blog in questa rubrica: https://tonyface.blogspot.com/search/label/Antonio%20Romano) relativamente a una canzone dei 4 SKINS, una delle prime band della nuova scena skinhead inglese dei primi anni Ottanta.
https://www.youtube.com/watch?v=_Fas4wFgAVU
Nel 1981, nel cuore del thatcherismo, tra disoccupazione di massa, tagli al welfare e rivolte urbane, i 4-Skins pubblicarono “One Law for Them”, divenuto uno degli anthem della musica Oi!.
Il titolo sembra esprimere con chiarezza un sentimento largamente diffuso nei quartieri popolari inglesi: esistono due pesi e due misure, una legge per “loro” – le élite, i politici, la polizia – e un’altra per “noi” - gli esclusi, i giovani cresciuti tra austerity, violenza e sfiducia.
Anche se in vita mia l’ho ascoltato e cantato centinaia di volte, analizzarne oggi il testo e il contesto con uno sguardo più maturo mi costringe a fare i conti con una confusione di fondo che un tempo ignoravo, ma che ora, da giovane adulto e convinto socialista, riconosco, pur comprendendo la rabbia che la muove.
Il brano si apre con una strofa fortemente ambigua.
Da un lato c’è l’immagine del “noi”: i giovani bianchi della classe operaia, che vanno allo stadio, si lasciano andare a forme episodiche e tutto sommato lievi di vandalismo, come lanciare un mattone, e vengono puniti con durezza.
Dall’altro, “loro”: i giovani immigrati che abitano nei ghetti urbani, descritti come autori di rivolte e saccheggi, ma secondo il testo lasciati liberi di agire nel crimine. Il messaggio implicito è chiaro e disturbante: “noi” perseguitati per ogni gesto, “loro” impuniti anche nella violenza.
È il racconto di una doppia morale che però oppone implicitamente due categorie sociali e razziali. La strofa evoca i quartieri afro-caraibici e asiatici di Londra e Liverpool, che nel 1981 furono teatro di rivolte esplose per cause che non esito a definire legittime: abusi polizieschi, discriminazione sistemica, esclusione sociale.
È una narrazione pericolosa perché, in sostanza, alimenta la guerra tra poveri, spostando il bersaglio della rabbia dal potere a chi, come noi, subisce la stessa oppressione.
Più pesante ancora è il riferimento, appena velato ma evidente, all’infame discorso di Enoch Powell del 1968, passato alla storia come “Rivers of Blood”.
Powell, deputato conservatore, tuonò contro l’immigrazione con toni apocalittici, prevedendo fiumi di sangue e guerre civili.
Fu un discorso profondamente razzista, che legittimò l’odio verso gli immigrati e fornì argomenti all’estrema destra inglese per decenni, fino ai giorni nostri.
Nella canzone, i 4-Skins dicono: “Siamo stati avvertiti dei fiumi di sangue, ora vediamo il rivolo prima dell’alluvione”.
Il discorso di Powell viene inequivocabilmente citato, senza contestarlo, senza parodiarlo né denunciarlo. Si limitano a evocarlo, lasciandone sospeso il senso e libera l’interpretazione.
Per una scena come quella Oi! dei primi 80s, già frequentata da skinhead apertamente nazionalisti ed infiltrata dai partiti neonazisti, questo riferimento era un segnale inquietante, che contribuì a far percepire la band come vicina a certe pulsioni reazionarie.
Non solo: il 4 luglio 1981, i 4-Skins, insieme a The Business e Last Resort, si trovarono coinvolti nei tristemente celebri scontri di Southall, dove suonarono in un pub situato in un quartiere a maggioranza asiatica.
La presenza massiccia di skinhead portò a violenze, scontri con la comunità locale, intervento della polizia, decine di feriti e l’incendio del locale.
Questo episodio segnò un punto di rottura: la scena Oi! fu etichettata definitivamente come pericolosa e razzista, e molte band vennero bandite dai locali.
Anche se i 4-Skins non furono gli artefici diretti della violenza, la loro immagine fu associata all’episodio e delegittimata, assieme a quella di tutto il movimento skinhead.
Dopo la strofa iniziale, il testo si concentra sull’esperienza quotidiana della working class, tra disoccupazione, alienazione, povertà.
Dato che non voglio ergermi a giudice di nulla, dico anche che l’ambiguità della parte di testo che ho approfondito va letta anche alla luce dell’età e dell’ambiente dei componenti del gruppo.
Nel 1981, il bassista e leader Hoxton Tom McCourt e il cantante Gary Hodges avevano appena 20 anni.
Provenivano entrambi da quartieri operai dell’East London, con esperienze dirette di marginalità e repressione.
La loro musica era un urlo istintivo di una generazione senza prospettive. Ma proprio questa spontaneità, priva di una riflessione politica matura, li rendeva vulnerabili al rischio di riprodurre, anche inconsapevolmente, le retoriche utilizzate dall’estrema destra, dandole inoltre in pasto alla stampa sensazionalista.
I 4-Skins, indubbiamente tra i migliori gruppi della prima generazione dell’Oi!, furono anche tra i più impulsivi, più grezzi e, probabilmente, meno politicamente consapevoli.
La loro rabbia era autentica, ma, come nel caso delle strofe che sto commentando, mal indirizzata. “One Law for Them” è una canzone che colpisce duro, ma lo fa anche contro bersagli sbagliati.
È un documento della frustrazione operaia dell’epoca, ma anche, direi ora, un monito:
la protesta, se non guidata da una visione e da autentica coscienza di classe, può restare rumore e tornare persino utile al potere. Perché “una legge per loro, un’altra per noi” è uno slogan potente, ma se non capiamo chi sono davvero “loro”, rischiamo di colpire chi è già a terra accanto a noi.
Per concludere, e solo per fare un rapido paragone con la stessa scena Oi! di poco precedente e di poco successiva, esisteva un’altra strada, che altri gruppi seppero percorrere con più lucidità e coraggio.
Gli Sham 69, ad esempio, furono pionieri nel costruire un messaggio apertamente antirazzista e unitario. Pensiamo solo che “If the Kids Are United” è stata pubblicata nel 1978, quando Jimmy Pursey aveva 23 anni, e conteneva un messaggio semplicissimo quanto radicale: se i giovani sono uniti, nessuno potrà dividerli. Nessun nemico etnico, nessuna competizione tra poveri, solo solidarietà.
Allo stesso modo, gli Angelic Upstarts, provenienti dal Nord-Est minerario dell’Inghilterra, furono sempre più esplicitamente antifascisti, socialisti e militanti. La loro immortale “Solidarity”, pubblicata nel 1983, è un inno alla fratellanza tra oppressi, ispirato al movimento sindacale polacco ma applicabile ovunque vi siano sfruttamento e ingiustizia.
A onor del vero, si tratta di un brano successivo agli esordi dell’Oi!: il frontman Mensi aveva 27 anni, e la sua scrittura mostrava ormai una consapevolezza politica affinata e matura.
Quello che voglio sottolineare è che, per gli Upstarts, il “noi” non coincideva con la sola gioventù bianca, ma con l’intera classe lavoratrice, indipendentemente da razza, provenienza o condizione: neri, bianchi, asiatici, disoccupati, sfruttati.
Uniti non dall’identità etnica, ma dalla comune esperienza dell’oppressione.
https://www.youtube.com/watch?v=_Fas4wFgAVU
Nel 1981, nel cuore del thatcherismo, tra disoccupazione di massa, tagli al welfare e rivolte urbane, i 4-Skins pubblicarono “One Law for Them”, divenuto uno degli anthem della musica Oi!.
Il titolo sembra esprimere con chiarezza un sentimento largamente diffuso nei quartieri popolari inglesi: esistono due pesi e due misure, una legge per “loro” – le élite, i politici, la polizia – e un’altra per “noi” - gli esclusi, i giovani cresciuti tra austerity, violenza e sfiducia.
Anche se in vita mia l’ho ascoltato e cantato centinaia di volte, analizzarne oggi il testo e il contesto con uno sguardo più maturo mi costringe a fare i conti con una confusione di fondo che un tempo ignoravo, ma che ora, da giovane adulto e convinto socialista, riconosco, pur comprendendo la rabbia che la muove.
Il brano si apre con una strofa fortemente ambigua.
Da un lato c’è l’immagine del “noi”: i giovani bianchi della classe operaia, che vanno allo stadio, si lasciano andare a forme episodiche e tutto sommato lievi di vandalismo, come lanciare un mattone, e vengono puniti con durezza.
Dall’altro, “loro”: i giovani immigrati che abitano nei ghetti urbani, descritti come autori di rivolte e saccheggi, ma secondo il testo lasciati liberi di agire nel crimine. Il messaggio implicito è chiaro e disturbante: “noi” perseguitati per ogni gesto, “loro” impuniti anche nella violenza.
È il racconto di una doppia morale che però oppone implicitamente due categorie sociali e razziali. La strofa evoca i quartieri afro-caraibici e asiatici di Londra e Liverpool, che nel 1981 furono teatro di rivolte esplose per cause che non esito a definire legittime: abusi polizieschi, discriminazione sistemica, esclusione sociale.
È una narrazione pericolosa perché, in sostanza, alimenta la guerra tra poveri, spostando il bersaglio della rabbia dal potere a chi, come noi, subisce la stessa oppressione.
Più pesante ancora è il riferimento, appena velato ma evidente, all’infame discorso di Enoch Powell del 1968, passato alla storia come “Rivers of Blood”.
Powell, deputato conservatore, tuonò contro l’immigrazione con toni apocalittici, prevedendo fiumi di sangue e guerre civili.
Fu un discorso profondamente razzista, che legittimò l’odio verso gli immigrati e fornì argomenti all’estrema destra inglese per decenni, fino ai giorni nostri.
Nella canzone, i 4-Skins dicono: “Siamo stati avvertiti dei fiumi di sangue, ora vediamo il rivolo prima dell’alluvione”.
Il discorso di Powell viene inequivocabilmente citato, senza contestarlo, senza parodiarlo né denunciarlo. Si limitano a evocarlo, lasciandone sospeso il senso e libera l’interpretazione.
Per una scena come quella Oi! dei primi 80s, già frequentata da skinhead apertamente nazionalisti ed infiltrata dai partiti neonazisti, questo riferimento era un segnale inquietante, che contribuì a far percepire la band come vicina a certe pulsioni reazionarie.
Non solo: il 4 luglio 1981, i 4-Skins, insieme a The Business e Last Resort, si trovarono coinvolti nei tristemente celebri scontri di Southall, dove suonarono in un pub situato in un quartiere a maggioranza asiatica.
La presenza massiccia di skinhead portò a violenze, scontri con la comunità locale, intervento della polizia, decine di feriti e l’incendio del locale.
Questo episodio segnò un punto di rottura: la scena Oi! fu etichettata definitivamente come pericolosa e razzista, e molte band vennero bandite dai locali.
Anche se i 4-Skins non furono gli artefici diretti della violenza, la loro immagine fu associata all’episodio e delegittimata, assieme a quella di tutto il movimento skinhead.
Dopo la strofa iniziale, il testo si concentra sull’esperienza quotidiana della working class, tra disoccupazione, alienazione, povertà.
Dato che non voglio ergermi a giudice di nulla, dico anche che l’ambiguità della parte di testo che ho approfondito va letta anche alla luce dell’età e dell’ambiente dei componenti del gruppo.
Nel 1981, il bassista e leader Hoxton Tom McCourt e il cantante Gary Hodges avevano appena 20 anni.
Provenivano entrambi da quartieri operai dell’East London, con esperienze dirette di marginalità e repressione.
La loro musica era un urlo istintivo di una generazione senza prospettive. Ma proprio questa spontaneità, priva di una riflessione politica matura, li rendeva vulnerabili al rischio di riprodurre, anche inconsapevolmente, le retoriche utilizzate dall’estrema destra, dandole inoltre in pasto alla stampa sensazionalista.
I 4-Skins, indubbiamente tra i migliori gruppi della prima generazione dell’Oi!, furono anche tra i più impulsivi, più grezzi e, probabilmente, meno politicamente consapevoli.
La loro rabbia era autentica, ma, come nel caso delle strofe che sto commentando, mal indirizzata. “One Law for Them” è una canzone che colpisce duro, ma lo fa anche contro bersagli sbagliati.
È un documento della frustrazione operaia dell’epoca, ma anche, direi ora, un monito:
la protesta, se non guidata da una visione e da autentica coscienza di classe, può restare rumore e tornare persino utile al potere. Perché “una legge per loro, un’altra per noi” è uno slogan potente, ma se non capiamo chi sono davvero “loro”, rischiamo di colpire chi è già a terra accanto a noi.
Per concludere, e solo per fare un rapido paragone con la stessa scena Oi! di poco precedente e di poco successiva, esisteva un’altra strada, che altri gruppi seppero percorrere con più lucidità e coraggio.
Gli Sham 69, ad esempio, furono pionieri nel costruire un messaggio apertamente antirazzista e unitario. Pensiamo solo che “If the Kids Are United” è stata pubblicata nel 1978, quando Jimmy Pursey aveva 23 anni, e conteneva un messaggio semplicissimo quanto radicale: se i giovani sono uniti, nessuno potrà dividerli. Nessun nemico etnico, nessuna competizione tra poveri, solo solidarietà.
Allo stesso modo, gli Angelic Upstarts, provenienti dal Nord-Est minerario dell’Inghilterra, furono sempre più esplicitamente antifascisti, socialisti e militanti. La loro immortale “Solidarity”, pubblicata nel 1983, è un inno alla fratellanza tra oppressi, ispirato al movimento sindacale polacco ma applicabile ovunque vi siano sfruttamento e ingiustizia.
A onor del vero, si tratta di un brano successivo agli esordi dell’Oi!: il frontman Mensi aveva 27 anni, e la sua scrittura mostrava ormai una consapevolezza politica affinata e matura.
Quello che voglio sottolineare è che, per gli Upstarts, il “noi” non coincideva con la sola gioventù bianca, ma con l’intera classe lavoratrice, indipendentemente da razza, provenienza o condizione: neri, bianchi, asiatici, disoccupati, sfruttati.
Uniti non dall’identità etnica, ma dalla comune esperienza dell’oppressione.
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Antonio Romano,
Cultura 80's,
Songs
venerdì, luglio 18, 2025
Police - Every Breath You Take
Tratto dall'ultimo album dei POLICE, "Synchronicity", pubblicato come singolo nel maggio del 1983, vendette milioni di copie raggiungendo il primo posto in un gran numero di nazioni.
Composto da Sting (anche se ci fu una lunga diatriba con Andy Summers sui diritti d'autore che, nonostante la parte di chitarra, molto caratteristica, fosse farina del suo sacco, non ricevette nessuna quota), pare sia il brano che gli abbia reso, da solo, un terzo di tutti i diritti d'autore della sua carriera.
Il tutto fu completato da una tensione sempre più alta e aspra tra Copeland e Sting in studio che sembrò, a un certo punto, distruggere la band durante le registrazioni.
Il primo incise la batteria pezzo per pezzo in più sessioni.
La particolarità del brano è che è sempre stato prevalentemente considerato una dolce ballata d'amore, quando invece nasconde (nemmeno tanto) una visione minacciosa e sinistra di uno stalker che vuole controllare tutto, perfino il respiro della persona a cui fa riferimento ma che configura, come ha ammesso Sting, anche il concetto più ampio da "Grande Fratello" che sorveglia ogni mossa.
https://www.youtube.com/watch?v=OMOGaugKpzs
Every Breath You Take
Every breath you take
And every move you make
Every bond you break, every step you take
I'll be watchin' you
Every single day
And every word you say
Every game you play, every night you stay
I'll be watchin' you
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Since you've gone I've been lost without a trace
I dream at night, I can only see your face
I look around but it's you I can't replace
I feel so cold and I long for your embrace
I keep cryin', "Baby, baby, please"
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Every move you make, every step you take
I'll be watchin' you
I'll be watchin' you
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Composto da Sting (anche se ci fu una lunga diatriba con Andy Summers sui diritti d'autore che, nonostante la parte di chitarra, molto caratteristica, fosse farina del suo sacco, non ricevette nessuna quota), pare sia il brano che gli abbia reso, da solo, un terzo di tutti i diritti d'autore della sua carriera.
Il tutto fu completato da una tensione sempre più alta e aspra tra Copeland e Sting in studio che sembrò, a un certo punto, distruggere la band durante le registrazioni.
Il primo incise la batteria pezzo per pezzo in più sessioni.
La particolarità del brano è che è sempre stato prevalentemente considerato una dolce ballata d'amore, quando invece nasconde (nemmeno tanto) una visione minacciosa e sinistra di uno stalker che vuole controllare tutto, perfino il respiro della persona a cui fa riferimento ma che configura, come ha ammesso Sting, anche il concetto più ampio da "Grande Fratello" che sorveglia ogni mossa.
https://www.youtube.com/watch?v=OMOGaugKpzs
Every Breath You Take
Every breath you take
And every move you make
Every bond you break, every step you take
I'll be watchin' you
Every single day
And every word you say
Every game you play, every night you stay
I'll be watchin' you
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Since you've gone I've been lost without a trace
I dream at night, I can only see your face
I look around but it's you I can't replace
I feel so cold and I long for your embrace
I keep cryin', "Baby, baby, please"
Oh, can't you see
You belong to me?
How my poor heart aches
With every step you take
Every move you make
And every vow you break
Every smile you fake, every claim you stake
I'll be watchin' you
Every move you make, every step you take
I'll be watchin' you
I'll be watchin' you
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every breath you take, every move you make
Every bond you break (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
Every move you make, every vow you break
Every smile you fake (I'll be watchin' you)
Every single day, every word you say
Every game you play (I'll be watchin' you)
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giovedì, luglio 17, 2025
La lunga estate degli anni Sessanta
Da un vecchio numero della rivista "Musica 80" (primissimi anni Ottanta) un interessante scritto di EDOARDO VIANELLO (si ! Quello de "I Watussi" e "Abbronzatissima"...) con una visione del periodo da chi operava in un contesto commerciale, leggero e lontano, almeno artisticamente, dalle "rivoluzioni" in atto.
La lunga estate degli anni 60.
Con questo slogan una nota casa discografica italiana ha riproposto recentemente i vecchi successi italiani degli anni 60 che costituiscono ancora oggi il momento più magico e più prolifico della canzone italiana moderna.
Gli anni 60 sono stati gli anni dei cantautori italiani che dopo la dittatura dei regimi "monarchici” dei Claudio Villa e delle Nilla Pizzi, comunque mai andati in esilio o sommariamente giustiziati come si addice ai veri monarchi dopo una rivoluzione, hanno preso il potere, amministrandolo saggiamente, nonostante le mode, le evoluzioni, la disco-music e il rock, al punto che oggi potrebbero indire libere elezioni e contare ancora in una schiacciante vittoria.
Analizziamo il motivo per cui la canzone italiana, marcata anni 60, oggi sta interessando anche le nuove generazioni.
In ogni forma d’arte (perdonatemi se intendo accostare la canzone alle espressioni artistiche ma considero arte tutto ciò che arriva ad una grande massa) ci sono dei caposcuola ai quali si rifanno dei gruppi, nei quali, a loro volta, ognuno trova poi una propria strada ed una propria personalità.
Il nostro caposcuola è stato Domenico Modugno che, alla fine degli anni 50, presentandosi sul palco di SanRemo con una canzone così straordinariamente diversa dagli schemi stantii del bel canto italico, riusciva in soli tre minuti, con quella sua grinta, con quel suo entusiasmo, con quella sua “zazzera” che, all’epoca, fece accapponare la pelle ai nostri genitori, a dare l’avvio alla grande rivoluzione della canzone italiana.
Senza dubbio a Modugno dobbiamo il fatto che possano essere nati i cantautori, autori di canzoni che non si sarebbero mai azzardati a cantarsele da soli se non fosse avventura questa rottura: il così detto bel canto lasciava il posto all’interpretazione.
Infatti il cantautore è soprattutto un interprete che riesce a coinvolgersi senza preoccuparsi se l’intonazione, la limpidezza della voce, la modulazione delle note siano perfette.
E allora hanno potuto cantare tutti, tutti coloro i quali avevamo la necessità di dire delle cose.
E sono arrivati Umberto Bindi, Gino Paoli, Sergio Endrigo, Luigi Tenco, Bruno Lauzi che con poca voce, ma con tanta personalità, sono riusciti ad imporre il loro stile e i loro brani.
Il movimento si è poi arricchito di interpreti straordinari che hanno incominciato ad apprezzare la canzone d’autore come Mina, Ornella Vanoni e di altri interpreti anch’essi a volte autori che in epoche precedenti non avrebbero certamente fatto centro.
Anch’io nasco nello stesso periodo benchè il mio repertorio si discosti nettamente dalle canzoni un po’ impegnate dei primi cantautori.
Ma il mio inserimento avviene a colpi di successi discografici. Divento il cantante dell’estate per antonomasia, proprio perché d’estate riesco a piazzare uno o più successi: “Il capello” nel 61, “I Watussi” e “Abbronzantissima” nel 63, “Guarda come dondolo” e “Pinna fucile ed occhiali” nel 62, “O mio signore” e “Tremarella” nel 64, “Da molto lontano” e “Il peperone” nel 65, scrivendo anche per la Pavone “La partita di pallone” che la porterà al successo nel 63.
Ma ricordo che a quei tempi ero guardato un po’ male dai colleghi che mi consideravano la pecora nera di questo “rinascimento “ per il contenuto spensierato delle mie canzoni.
Infatti solo col passare degli anni il mio repertorio ha preso consistenza, rimanendo il simbolo delle estati degli anni 60.
Poi la musica è cambiata.
I Beatles sono saliti in cattedra e ci hanno insegnato a scrivere, suonare e a cantare in un altro modo.
In Italia sono spuntati i complessi.
Il gusto del pubblico ha cominciato gradualmente a cambiare: si è evoluto, come ci hanno spiegato i giornali specializzati.
E i cantautori si sono messi da parte, trovando altre strade: nei night Paoli, il teatro Gaber, i Vianella il sottoscritto, il cabaret Lauzi.
L’oblìo gli altri, ma seguendo con attenzione questa evoluzione, che alla fine è diventata talmente esasperata , ai nostri giorni, da risultare incomprensibile ai molti e riservata a quella piccola elite che , per apprezzarla in pieno, deve ricorrere spesso a “stimoli” più o meno pesanti…
Finchè il pubblico, improvvisamente, ha sentito la necessità di riscoprire, per i giovani di conoscere, i testi di Paoli, Tenco, Lauzi, le melodie di Endrigo, di Bindi, la matematica ingenuità delle mie canzoni, la linearità, la semplicità e la poesia della lunga estate degli anni 60.
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Di cosa parliamo quando parliamo di musica
mercoledì, luglio 16, 2025
Ella Fitzgerald - Ella
A fine anni Sessanta molti artisti jazz e soul cercarono di svecchiare la loro immagine accostandosi alle novità musicali in circolazione.
Ella Fitzgerald era una delle migliori voci jazz e gospel in circolazione, aveva passato i 50 anni ma si mise in gioco quando cui affrontò brani rock, rivisitati per la sua voce e il suo stile.
Già "Sunshine Of Your Love" del 1968, registrato live a San Francisco con una band ovviamente super, con il fido Tommy Flanagan (già con Charlie Parker, Miles Davis, Sonny Rollins) al piano e Ed Thigpen dell'Oscar Peterson Trio alla batteria, introduceva due cover, splendide, di "Hey Jude" dei Beatles e nientemeno che "Sunshine Of Your Love" dei Cream.
Ma è con "ELLA" (1969) che allarga il suo amore per il rock con due strepitose interpretazioni di "Get Ready" dei Temptations e "Knock On Wood" di Eddie Floyd a cui affianca l'insolita cover di "Savoy Truffle", brano del "White Album" dei Beatles fimrato da George Harrison, accentuando l'impronta soul dell'originale con una grande sezione fiati, cori femminili in stile gospel da brividi e un taglio jazzato.
Capolavoro.
Più prevedibile "Got To Get You Into My Life" sempre dei Beatles più vicina all'originale ma con un arrangiamento vocale sinuoso swingante godibilissimo.
Molto bella anche la "Yellow man" di Randy Newman.
Su tutto la voce pazzesca di Ella.
Ella Fitzgerald era una delle migliori voci jazz e gospel in circolazione, aveva passato i 50 anni ma si mise in gioco quando cui affrontò brani rock, rivisitati per la sua voce e il suo stile.
Già "Sunshine Of Your Love" del 1968, registrato live a San Francisco con una band ovviamente super, con il fido Tommy Flanagan (già con Charlie Parker, Miles Davis, Sonny Rollins) al piano e Ed Thigpen dell'Oscar Peterson Trio alla batteria, introduceva due cover, splendide, di "Hey Jude" dei Beatles e nientemeno che "Sunshine Of Your Love" dei Cream.
Ma è con "ELLA" (1969) che allarga il suo amore per il rock con due strepitose interpretazioni di "Get Ready" dei Temptations e "Knock On Wood" di Eddie Floyd a cui affianca l'insolita cover di "Savoy Truffle", brano del "White Album" dei Beatles fimrato da George Harrison, accentuando l'impronta soul dell'originale con una grande sezione fiati, cori femminili in stile gospel da brividi e un taglio jazzato.
Capolavoro.
Più prevedibile "Got To Get You Into My Life" sempre dei Beatles più vicina all'originale ma con un arrangiamento vocale sinuoso swingante godibilissimo.
Molto bella anche la "Yellow man" di Randy Newman.
Su tutto la voce pazzesca di Ella.
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Dischi
martedì, luglio 15, 2025
Roberto Calabrò - Eighties Colours. Garage beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta
Originariamente pubblicate nel 2010 in confezione lussuosa e curatissima per Coniglio Editore, le 1.200 copie di "Eighties Colours" andarono velocemente esaurite, anche grazie a una serie di presentazioni ed eventi affollatissimi e di prestigio.
Un libro che parla(va) con dovizia di particolari e stupende foto, dell'esplosione di colori garage/beat/psichedelici nell'Italia di metà anni Ottanta.
Da allora è praticamente irreperibile se non a prezzi sostenuti.
Ben venga dunque la ristampa, seppure in formato più "povero" ed essenziale, con l'aggiunta di un prezioso capitolo che rendiconta ciò che è successo a molti dei gruppi protagonisti nel nuovo secolo, molti dei quali hanno ripreso vita con lo stesso marchio di fabbrica o con nuove iniziative.
E infine la discografia aggiornata.
Per chi ha amato Not Moving, Sick Rose, Party Kidz, Out Of Time, Effervescent Elephants, Avvoltoi, Sciacalli, Ugly Things ma anche Statuto, Four By Art, Peter Sellers & the Hollywood Party, Allison Run, Technicolour Dream etc e non ha in libreria la prima edizione, un acquisto fondamentale e necessario.
Roberto Calabrò
Eighties Colours. Garage beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta
Odoya Edizioni
416 pagine
28 euro
Un libro che parla(va) con dovizia di particolari e stupende foto, dell'esplosione di colori garage/beat/psichedelici nell'Italia di metà anni Ottanta.
Da allora è praticamente irreperibile se non a prezzi sostenuti.
Ben venga dunque la ristampa, seppure in formato più "povero" ed essenziale, con l'aggiunta di un prezioso capitolo che rendiconta ciò che è successo a molti dei gruppi protagonisti nel nuovo secolo, molti dei quali hanno ripreso vita con lo stesso marchio di fabbrica o con nuove iniziative.
E infine la discografia aggiornata.
Per chi ha amato Not Moving, Sick Rose, Party Kidz, Out Of Time, Effervescent Elephants, Avvoltoi, Sciacalli, Ugly Things ma anche Statuto, Four By Art, Peter Sellers & the Hollywood Party, Allison Run, Technicolour Dream etc e non ha in libreria la prima edizione, un acquisto fondamentale e necessario.
Roberto Calabrò
Eighties Colours. Garage beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta
Odoya Edizioni
416 pagine
28 euro
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Libri
lunedì, luglio 14, 2025
Aldo Pedron / Angelo De Negri - LIVE AID. Il juke-box globale compie 40 anni
A quarant'anni dal mitico evento, questo libro ne traccia con maniacale precisione tutti gli aspetti.
Molto interessante la contestualizzazione del periodo storico, sociale, artistico e il riassunto a tutti i precedenti grandi festival.
Poi è un profluvio di dettagli, aspetti poco conosciuti, l'azzardo di Bob Gedolf quando annuncia una serie di nomi partecipanti senza nemmeno averli contattati, paul Mccartney che da tempo non suona, dopo la morte di John, accetta solo per la pressione dei figli, il lancio che aveva dato il singolo collettivo "Do They Know It's Christmas Time", seguito da "Usa for Africa" e da una lunga serie di altri brani, al fine di raccogliere fondi per la carestia nel Corno d'Africa.
L'evento si svolse in alternanza tra Londra a Wembley e lo stadio JFK a Philadelphia, in mondovisione.
Infine il dettaglio di tutte le esibizioni, con scaletta, commenti, dichiarazioni dei protagonisti.
Nomi, tra i tanti, come David Bowie, U2, Style Council, Queen, Dire Straits, Who (riuniti per l'occasione), Elton John, Paul McCartney (con solo "Let it be") accompagnato alla voce da Pete Townshend, David Bowie, Bob Gedolf, Alison Moyet.
Dagli States rispondono con Run DMC, Black Sabbath, Joan Baez, Crosby, Stills and Nash, Beach Boys, Pretenders, Simple Minds, Santana, Madonna, Neil Young, Eric Clapton, Phil Collins (Dieci ore dopo essersi esibito al Wembley Stadium di Londra, arriva negli Stati Uniti con l’aereo supersonico Concorde si esibisce al JFK Stadium di Filadelfia, lo stesso giorno), Plant, Page, Jones con Phil Collins (in un'esibizione imbarazzante), Crosby, Stills, Nash & Young (dopo essersi già esibiti separatamente), Mick Jagger solo e con Tina Turner, Bob Dylan con Keith Richards e Ron Wood.
Il libro si completa con una lunga serie di ulteriori approfondimenti, aneddoti, dati e date.
Difficile trovare qualcosa di più esaustivo.
Aldo Pedron / Angelo De Negri
LIVE AID. Il juke-box globale compie 40 anni
Arcana Edizioni
552 pagine
25 euro >
Molto interessante la contestualizzazione del periodo storico, sociale, artistico e il riassunto a tutti i precedenti grandi festival.
Poi è un profluvio di dettagli, aspetti poco conosciuti, l'azzardo di Bob Gedolf quando annuncia una serie di nomi partecipanti senza nemmeno averli contattati, paul Mccartney che da tempo non suona, dopo la morte di John, accetta solo per la pressione dei figli, il lancio che aveva dato il singolo collettivo "Do They Know It's Christmas Time", seguito da "Usa for Africa" e da una lunga serie di altri brani, al fine di raccogliere fondi per la carestia nel Corno d'Africa.
L'evento si svolse in alternanza tra Londra a Wembley e lo stadio JFK a Philadelphia, in mondovisione.
Infine il dettaglio di tutte le esibizioni, con scaletta, commenti, dichiarazioni dei protagonisti.
Nomi, tra i tanti, come David Bowie, U2, Style Council, Queen, Dire Straits, Who (riuniti per l'occasione), Elton John, Paul McCartney (con solo "Let it be") accompagnato alla voce da Pete Townshend, David Bowie, Bob Gedolf, Alison Moyet.
Dagli States rispondono con Run DMC, Black Sabbath, Joan Baez, Crosby, Stills and Nash, Beach Boys, Pretenders, Simple Minds, Santana, Madonna, Neil Young, Eric Clapton, Phil Collins (Dieci ore dopo essersi esibito al Wembley Stadium di Londra, arriva negli Stati Uniti con l’aereo supersonico Concorde si esibisce al JFK Stadium di Filadelfia, lo stesso giorno), Plant, Page, Jones con Phil Collins (in un'esibizione imbarazzante), Crosby, Stills, Nash & Young (dopo essersi già esibiti separatamente), Mick Jagger solo e con Tina Turner, Bob Dylan con Keith Richards e Ron Wood.
Il libro si completa con una lunga serie di ulteriori approfondimenti, aneddoti, dati e date.
Difficile trovare qualcosa di più esaustivo.
Aldo Pedron / Angelo De Negri
LIVE AID. Il juke-box globale compie 40 anni
Arcana Edizioni
552 pagine
25 euro >
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Libri
venerdì, luglio 11, 2025
Kneecapp. More Blacks, More Dogs, More Irish, Mo Chara
Con l'amico MICHELE SAVINI, il nostro inviato i nquel di Dublino, stiamo seguendo le funamboliche vicende dei KNEECAPP, costantemente al centro delle cronache con vicende musicali e socio/ politiche. Si aggiungono nuovi capitoli che Michele ci rendiconta in dettaglio nella sua rubrica.
I precedenti capitoli su varie storie irlandesi" sono qua:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Un furgoncino con montato un maxischermo staziona davanti alla Corte di Westminster, nel cuore di Londra. Sullo schermo, a caratteri cubitali, campeggia il motto: “More Blacks, More Dogs, More Irish, Mo Chara”.
È il 18 giugno e sta per aprirsi il primo capitolo del processo ai Kneecap, il trio rap nordirlandese finito sotto accusa per incitamento alla violenza e al terrorismo. Quella frase, provocatoria e potente, richiama e ribalta uno degli slogan più infami del razzismo britannico del dopoguerra: “No Blacks, No Dogs, No Irish”, che un tempo appariva sulle vetrine di negozi e pub nel Regno Unito.
Simbolo di esclusione e discriminazione, quel cartello è diventato col tempo un’icona della memoria razziale e dell’oppressione subita da intere comunità migranti, in particolare quella caraibica e quella irlandese.
Nel 2016, nel sud di Londra, una giovane coppia (lei di origini giamaicane, lui irlandese) decide di ribaltare quel messaggio discriminatorio. Stampano una maglietta con la scritta “More Blacks, More Dogs, More Irish”, rivendicando con orgoglio l’unione tra oppressi. Il rifiuto diventa così una risposta ironica e provocatoria, con l’obiettivo di capovolgere il pregiudizio storico e trasformare un divieto in un invito: più neri, più cani, più irlandesi...
Il “Mo Chara” aggiunto dai Kneecap in Gaelico significa “amico mio” ed è anche il nome d’arte di Liam Óg Ó Annaidh, membro del trio accusato di incitamento alla violenza e terrorismo a causa di un video risalente ad un concerto del novembre del 2023, in cui veniva filmato mentre incitava alla morte di parlamentari britannici e raccoglieva una bandiera di Hezbollah lanciata su palco, e gridava “Up Hamas, Up Hezbollah”.
Qui di seguito la puntata precedente con tutti i dettagli di quello che era successo:
https://tonyface.blogspot.com/2025/05/kneecapp-il-peso-delle-parole.html
Centinaia di sostenitori, fan e attivisti pro Palestina si sono radunati fin dalle prime ore del mattino davanti al tribunale di Londra per sostenere i Kneecap.
Un’ondata di bandiere irlandesi e palestinesi ha colorato la scena, mentre risuonavano con forza gli slogan “Free Mo Chara” e “Free Palestine”.
Balli, tamburi, fumogeni e performance improvvisate di numerosi artisti accorsi sul posto hanno trasformato la protesta in una vibrante dimostrazione di solidarietà e resistenza.
Tra la folla, tante facce familiari, incluso questo “ragazzo”, presente con sua figlia Leah, che ancora una volta non ha esitato a mostrare con orgoglio da che parte sta. L’arrivo dei Kneecap in tribunale ha lo stesso tono delle loro performance dal vivo: sfacciato, teatrale, carico di sicurezza e provocazione.
Kefiah palestinese sulle spalle, sorriso stampato in faccia e una spavalderia degna del miglior Liam Gallagher.
Il boato della folla presente dimostra ancora una volta l’enorme interesse mediatico che il trio riesce sempre a suscitare. Quasi da far pensare che davanti a Westminster fossero arrivati i Rolling Stones invece che due ventenni in tracksuit e un tipo con un passamontagna in testa.
Dentro e fuori in poco più di 30 minuti. Quello che sia successo veramente all’interno del tribunale è ovviamente noto solo a pochi presenti, ma le indiscrezioni che circolano sembrano ancora una volta spingere l’ago della bilancia dalla parte dei Kneecap, e non solo dal punto di vista giudiziario.
È importante evidenziare che la battaglia legale ruota intorno a competenze giuridiche e punti di diritto, più che al fondamento politico dell’accusa.
Sebbene il pubblico ministero Michael Bisgrove abbia chiarito che il processo non verte sulle opinioni politiche del rapper, legittime espressioni di solidarietà verso i palestinesi, ma insiste sul gesto legato all’organizzazione terrorista, la difesa si è dimostrata preparata e con un sorprendente asso nella manica.
Il team di avvocati dei Kneecap è stato più volte definito un vero e proprio “Dream Team” (sembra che uno dei componenti sia uno degli avvocati di Julian Assange), prova che, nonostante le date annullate, le vendite del merchandising vanno piuttosto bene.
La difesa, sotto la guida di Brenda Campbell, ha presentato una mozione per chiedere l’archiviazione del procedimento, sostenendo che i fatti contestati siano avvenuti oltre il termine di sei mesi previsto dalla legge per l’avvio delle indagini. L’accusa, da parte sua, si oppone alla richiesta e un’udienza è stata fissata per il 20 agosto per discutere la questione.
Nel frattempo, Mo Chara è stato “rilasciato su cauzione” e se la mozione verrà respinta dovrà scegliere se dichiararsi colpevole o, come già sostenuto precedentemente, dichiararsi innocente e intraprendere la battaglia giudiziaria.
Ed è proprio a questo punto che inizia il vero “spettacolo”.
Come se non fosse già abbastanza esilarante pensare che, dopo la sonora batosta presa nei loro stessi tribunali lo scorso novembre quando la band ha vinto la causa sui fondi non stanziati, il Governo Britannico rischi ora un altro scivolone epico con la questione della prescrizione, ecco che i Kneecap tornano a mettere in scena il loro solito show, una provocazione studiata per ridicolizzare l’accusatore e ribaltare le carte in tavola.
Mo Chara infatti, dopo aver confermato il suo nome, ha fatto sapere tramite il suo team di avvocati di aver bisogno di un interprete di irlandese per il processo.
Sorprendentemente, il magistrato ha dichiarato di non essere riuscito a trovarne uno disponibile e, tra le risate generali, ha chiesto se per caso ce ne fosse uno presente in sala.
Le risate sono esplose in un boato quando dal finale dell’aula è arrivata la proposta – evidentemente ironica – di usare DJ Próvai come traduttore, mentre i membri della band se la ridevano sotto i baffi.
Dico sorprendentemente per quelli che non hanno visto il film dei Kneecap e non sanno che (spoiler) quello che è successo in tribunale è la falsa riga del chiacchieratissimo biopic della band, dove appunto il personaggio interpretato da Mo Chara si rifiuta di rispondere ad un interrogatorio in inglese e il traduttore (DJ Provaj) corre in suo aiuto traducendo un po’ quello che gli pare e lo toglie dai guai.
Insomma, una mossa prevedibile come la pioggia in Irlanda, con Westminster che si lascia sorprendere, cadendo dritto nella trappola dell’ironia, l’arma più affilata e collaudata nell’arsenale dei Kneecap. Bene ma non benissimo.
Il magistrato si è impegnato a trovare un interprete di Gaelico per la seguente udienza.
Seguiranno aggiornamenti dopo il 20 agosto.
Nel frattempo la band ha tenuto la chiacchieratissima performance a Glastonbury, che fino all’ultimo è sembrata sul punto di essere annullata ma che alla fine è andata regolarmente in scena.
O più o meno. Anche qui infatti la tempistica nel complicare le cose a proprio sfavore da parte della BBC risulta a tratti esilarante.
Al processo dei Kneecap infatti è seguito un serratissimo tentativo da parte dell’establishment per tentare di cancellare la loro esibizione al famoso festival nella Worthy Farm, con il primo ministro inglese Keir Starmer e una serie di grossi nomi (non ben identificabili) del music business del Regno unito che avevano fatto di tutto perché questo non avvenisse, esercitando forti pressioni sull’organizzazione del festival. Questo ha ovviamente portato ulteriore attenzione mediatica intorno alla performance, prevista al West Holts stage alle 16:00 di sabato pomeriggio, che oltretutto era trasmessa in diretta sul Iplayer della BBC e quindi visibile in tutto il regno unito. Alle 16:00 in punto, proprio qualche minuto prima che i Kneecap salissero sul palco.
La BBC ha interrotto il live streaming senza dare troppe spiegazioni e annunciando che una registrazione della performance sarebbe stata poi disponibile in serata (come prevedibile, prontamente editata e censurata in più parti con cura istituzionale).
Quello che forse non avevano calcolato era che prima dei Kneecap, sullo stesso palco si esibiva Bob Vylan, un altro che non le manda certo a dire. Perciò tutti coloro che erano già collegati in attesa della performance della band irlandese, hanno assistito al finale di quella del duo punk rap inglese, farcita di slogan pro Palestina e pesanti insulti contro l’IDF, le Forze di Difesa Israeliane. Quando i Kneecap fanno il loro ingresso sul palco, l’atmosfera al West Holts Stage è elettrica.
La folla è talmente numerosa che, già mezz’ora prima dell’inizio, l’organizzazione si vede costretta a chiudere l’accesso all’arena per superamento della capienza. La loro esibizione è, come sempre, travolgente e coinvolge tutti i circa 30.000 spettatori presenti, con il palco a malapena visibile tra una marea di bandiere, per lo più palestinesi e irlandesi. Il trio ha proposto un set rumoroso, caotico, altamente teatrale, distribuendo frecciatine un po’ a tutti: dal primo ministro inglese Keir Starmer fino a Rod Stewart, che la settimana precedente aveva dichiarato ai media britannici che il Regno Unito dovrebbe “dare una possibilità a Nigel Farage". Un’energia che ti arriva dritta in faccia, senza filtri né scuse, senza chiedere il permesso e senza nemmeno fingere un briciolo di sobrietà, cosa che, del resto, nessuno ormai si aspetta più dal polemico trio di Belfast.
Eroina dalla giornata e ulteriore grattacapo per la BBC, la quarantaquattrenne gallese Helen Wilson presente tra la folla ,che ha deciso di trasmettere via Tik Tok la diretta streaming dell’ intera esibizione dei Kneecap, regalando a migliaia di spettatori da casa ( circa un milione e mezzo) un’ ora di performance selvaggia, hackerando la censura con stile e guadagnandosi i ringraziamenti diretti della band.
Ah, dimenticavo…
Mentre l’establishment cerca di capire se i Kneecap siano più pericolosi con un microfono in mano o dentro un’aula di tribunale, loro fanno quello che sanno fare meglio: macinare beat e provocazioni. L’ultimo colpo? Una nuova canzone, RECAP, frutto della produzione con il produttore britannico Mozey.
La traccia è una furiosa esplosione sonora, con un drum & bass pesante e frenetico unito a elementi di post punk e a un testo potentissimo che, alternando come sempre versi in gaelico e in inglese, “dissano” neanche troppo velatamente Kemi Badenoch, la politica conservatrice che lo scorso anno aveva tentato di bloccare i fondi destinati alla band (poi smentita dal tribunale) definendola una “Wally” (stupida) e auspicando il declino della sua carriera politica.
Di seguito, il video e la traduzione di alcuni passaggi del brano giusto per rendere l’idea del tono e dei contenuti:
VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=nXFM81b-gBk&list=RDnXFM81b-gBk&start_radio=1
“Facciamoci un giro in banca, datemi i soldi di Kemi e portatele i miei ringraziamenti
Chiamalo risarcimento, Badenoch sei una “wank”
Hai cercato di rubare i miei soldi ma sono tornato a riprendermeli indietro.
Na na na, Sparisci per sempre
Ecco il Riepilogo dei Kneecap da West Belfast.
Na na na, Sparisci per sempre
Dicono DJ Próvaí, Móglaí Bap e Mo Chara”
E ancora:
“Non sei come la “Iron Lady”, la tua carriere marcirà… Maggie dorme ancora nella sua scatola
Belfast e Derry gridano “FUCK BADENOCH”
E l’immancabile finale, che suona più o meno cosi:
“Ci hai provato, Kemi.
Peccato per le elezioni.
Non ti abbattere eh, si va avanti
Free Palestine”
Non so se sarà realmente la fine della carriera politica della povera Kemi, ma se aveva già pochi amici nella West Belfast, ora li ha definitivamente persi.
Continua ….
I precedenti capitoli su varie storie irlandesi" sono qua:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Un furgoncino con montato un maxischermo staziona davanti alla Corte di Westminster, nel cuore di Londra. Sullo schermo, a caratteri cubitali, campeggia il motto: “More Blacks, More Dogs, More Irish, Mo Chara”.
È il 18 giugno e sta per aprirsi il primo capitolo del processo ai Kneecap, il trio rap nordirlandese finito sotto accusa per incitamento alla violenza e al terrorismo. Quella frase, provocatoria e potente, richiama e ribalta uno degli slogan più infami del razzismo britannico del dopoguerra: “No Blacks, No Dogs, No Irish”, che un tempo appariva sulle vetrine di negozi e pub nel Regno Unito.
Simbolo di esclusione e discriminazione, quel cartello è diventato col tempo un’icona della memoria razziale e dell’oppressione subita da intere comunità migranti, in particolare quella caraibica e quella irlandese.
Nel 2016, nel sud di Londra, una giovane coppia (lei di origini giamaicane, lui irlandese) decide di ribaltare quel messaggio discriminatorio. Stampano una maglietta con la scritta “More Blacks, More Dogs, More Irish”, rivendicando con orgoglio l’unione tra oppressi. Il rifiuto diventa così una risposta ironica e provocatoria, con l’obiettivo di capovolgere il pregiudizio storico e trasformare un divieto in un invito: più neri, più cani, più irlandesi...
Il “Mo Chara” aggiunto dai Kneecap in Gaelico significa “amico mio” ed è anche il nome d’arte di Liam Óg Ó Annaidh, membro del trio accusato di incitamento alla violenza e terrorismo a causa di un video risalente ad un concerto del novembre del 2023, in cui veniva filmato mentre incitava alla morte di parlamentari britannici e raccoglieva una bandiera di Hezbollah lanciata su palco, e gridava “Up Hamas, Up Hezbollah”.
Qui di seguito la puntata precedente con tutti i dettagli di quello che era successo:
https://tonyface.blogspot.com/2025/05/kneecapp-il-peso-delle-parole.html
Centinaia di sostenitori, fan e attivisti pro Palestina si sono radunati fin dalle prime ore del mattino davanti al tribunale di Londra per sostenere i Kneecap.
Un’ondata di bandiere irlandesi e palestinesi ha colorato la scena, mentre risuonavano con forza gli slogan “Free Mo Chara” e “Free Palestine”.
Balli, tamburi, fumogeni e performance improvvisate di numerosi artisti accorsi sul posto hanno trasformato la protesta in una vibrante dimostrazione di solidarietà e resistenza.
Tra la folla, tante facce familiari, incluso questo “ragazzo”, presente con sua figlia Leah, che ancora una volta non ha esitato a mostrare con orgoglio da che parte sta. L’arrivo dei Kneecap in tribunale ha lo stesso tono delle loro performance dal vivo: sfacciato, teatrale, carico di sicurezza e provocazione.
Kefiah palestinese sulle spalle, sorriso stampato in faccia e una spavalderia degna del miglior Liam Gallagher.
Il boato della folla presente dimostra ancora una volta l’enorme interesse mediatico che il trio riesce sempre a suscitare. Quasi da far pensare che davanti a Westminster fossero arrivati i Rolling Stones invece che due ventenni in tracksuit e un tipo con un passamontagna in testa.
Dentro e fuori in poco più di 30 minuti. Quello che sia successo veramente all’interno del tribunale è ovviamente noto solo a pochi presenti, ma le indiscrezioni che circolano sembrano ancora una volta spingere l’ago della bilancia dalla parte dei Kneecap, e non solo dal punto di vista giudiziario.
È importante evidenziare che la battaglia legale ruota intorno a competenze giuridiche e punti di diritto, più che al fondamento politico dell’accusa.
Sebbene il pubblico ministero Michael Bisgrove abbia chiarito che il processo non verte sulle opinioni politiche del rapper, legittime espressioni di solidarietà verso i palestinesi, ma insiste sul gesto legato all’organizzazione terrorista, la difesa si è dimostrata preparata e con un sorprendente asso nella manica.
Il team di avvocati dei Kneecap è stato più volte definito un vero e proprio “Dream Team” (sembra che uno dei componenti sia uno degli avvocati di Julian Assange), prova che, nonostante le date annullate, le vendite del merchandising vanno piuttosto bene.
La difesa, sotto la guida di Brenda Campbell, ha presentato una mozione per chiedere l’archiviazione del procedimento, sostenendo che i fatti contestati siano avvenuti oltre il termine di sei mesi previsto dalla legge per l’avvio delle indagini. L’accusa, da parte sua, si oppone alla richiesta e un’udienza è stata fissata per il 20 agosto per discutere la questione.
Nel frattempo, Mo Chara è stato “rilasciato su cauzione” e se la mozione verrà respinta dovrà scegliere se dichiararsi colpevole o, come già sostenuto precedentemente, dichiararsi innocente e intraprendere la battaglia giudiziaria.
Ed è proprio a questo punto che inizia il vero “spettacolo”.
Come se non fosse già abbastanza esilarante pensare che, dopo la sonora batosta presa nei loro stessi tribunali lo scorso novembre quando la band ha vinto la causa sui fondi non stanziati, il Governo Britannico rischi ora un altro scivolone epico con la questione della prescrizione, ecco che i Kneecap tornano a mettere in scena il loro solito show, una provocazione studiata per ridicolizzare l’accusatore e ribaltare le carte in tavola.
Mo Chara infatti, dopo aver confermato il suo nome, ha fatto sapere tramite il suo team di avvocati di aver bisogno di un interprete di irlandese per il processo.
Sorprendentemente, il magistrato ha dichiarato di non essere riuscito a trovarne uno disponibile e, tra le risate generali, ha chiesto se per caso ce ne fosse uno presente in sala.
Le risate sono esplose in un boato quando dal finale dell’aula è arrivata la proposta – evidentemente ironica – di usare DJ Próvai come traduttore, mentre i membri della band se la ridevano sotto i baffi.
Dico sorprendentemente per quelli che non hanno visto il film dei Kneecap e non sanno che (spoiler) quello che è successo in tribunale è la falsa riga del chiacchieratissimo biopic della band, dove appunto il personaggio interpretato da Mo Chara si rifiuta di rispondere ad un interrogatorio in inglese e il traduttore (DJ Provaj) corre in suo aiuto traducendo un po’ quello che gli pare e lo toglie dai guai.
Insomma, una mossa prevedibile come la pioggia in Irlanda, con Westminster che si lascia sorprendere, cadendo dritto nella trappola dell’ironia, l’arma più affilata e collaudata nell’arsenale dei Kneecap. Bene ma non benissimo.
Il magistrato si è impegnato a trovare un interprete di Gaelico per la seguente udienza.
Seguiranno aggiornamenti dopo il 20 agosto.
Nel frattempo la band ha tenuto la chiacchieratissima performance a Glastonbury, che fino all’ultimo è sembrata sul punto di essere annullata ma che alla fine è andata regolarmente in scena.
O più o meno. Anche qui infatti la tempistica nel complicare le cose a proprio sfavore da parte della BBC risulta a tratti esilarante.
Al processo dei Kneecap infatti è seguito un serratissimo tentativo da parte dell’establishment per tentare di cancellare la loro esibizione al famoso festival nella Worthy Farm, con il primo ministro inglese Keir Starmer e una serie di grossi nomi (non ben identificabili) del music business del Regno unito che avevano fatto di tutto perché questo non avvenisse, esercitando forti pressioni sull’organizzazione del festival. Questo ha ovviamente portato ulteriore attenzione mediatica intorno alla performance, prevista al West Holts stage alle 16:00 di sabato pomeriggio, che oltretutto era trasmessa in diretta sul Iplayer della BBC e quindi visibile in tutto il regno unito. Alle 16:00 in punto, proprio qualche minuto prima che i Kneecap salissero sul palco.
La BBC ha interrotto il live streaming senza dare troppe spiegazioni e annunciando che una registrazione della performance sarebbe stata poi disponibile in serata (come prevedibile, prontamente editata e censurata in più parti con cura istituzionale).
Quello che forse non avevano calcolato era che prima dei Kneecap, sullo stesso palco si esibiva Bob Vylan, un altro che non le manda certo a dire. Perciò tutti coloro che erano già collegati in attesa della performance della band irlandese, hanno assistito al finale di quella del duo punk rap inglese, farcita di slogan pro Palestina e pesanti insulti contro l’IDF, le Forze di Difesa Israeliane. Quando i Kneecap fanno il loro ingresso sul palco, l’atmosfera al West Holts Stage è elettrica.
La folla è talmente numerosa che, già mezz’ora prima dell’inizio, l’organizzazione si vede costretta a chiudere l’accesso all’arena per superamento della capienza. La loro esibizione è, come sempre, travolgente e coinvolge tutti i circa 30.000 spettatori presenti, con il palco a malapena visibile tra una marea di bandiere, per lo più palestinesi e irlandesi. Il trio ha proposto un set rumoroso, caotico, altamente teatrale, distribuendo frecciatine un po’ a tutti: dal primo ministro inglese Keir Starmer fino a Rod Stewart, che la settimana precedente aveva dichiarato ai media britannici che il Regno Unito dovrebbe “dare una possibilità a Nigel Farage". Un’energia che ti arriva dritta in faccia, senza filtri né scuse, senza chiedere il permesso e senza nemmeno fingere un briciolo di sobrietà, cosa che, del resto, nessuno ormai si aspetta più dal polemico trio di Belfast.
Eroina dalla giornata e ulteriore grattacapo per la BBC, la quarantaquattrenne gallese Helen Wilson presente tra la folla ,che ha deciso di trasmettere via Tik Tok la diretta streaming dell’ intera esibizione dei Kneecap, regalando a migliaia di spettatori da casa ( circa un milione e mezzo) un’ ora di performance selvaggia, hackerando la censura con stile e guadagnandosi i ringraziamenti diretti della band.
Ah, dimenticavo…
Mentre l’establishment cerca di capire se i Kneecap siano più pericolosi con un microfono in mano o dentro un’aula di tribunale, loro fanno quello che sanno fare meglio: macinare beat e provocazioni. L’ultimo colpo? Una nuova canzone, RECAP, frutto della produzione con il produttore britannico Mozey.
La traccia è una furiosa esplosione sonora, con un drum & bass pesante e frenetico unito a elementi di post punk e a un testo potentissimo che, alternando come sempre versi in gaelico e in inglese, “dissano” neanche troppo velatamente Kemi Badenoch, la politica conservatrice che lo scorso anno aveva tentato di bloccare i fondi destinati alla band (poi smentita dal tribunale) definendola una “Wally” (stupida) e auspicando il declino della sua carriera politica.
Di seguito, il video e la traduzione di alcuni passaggi del brano giusto per rendere l’idea del tono e dei contenuti:
VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=nXFM81b-gBk&list=RDnXFM81b-gBk&start_radio=1
“Facciamoci un giro in banca, datemi i soldi di Kemi e portatele i miei ringraziamenti
Chiamalo risarcimento, Badenoch sei una “wank”
Hai cercato di rubare i miei soldi ma sono tornato a riprendermeli indietro.
Na na na, Sparisci per sempre
Ecco il Riepilogo dei Kneecap da West Belfast.
Na na na, Sparisci per sempre
Dicono DJ Próvaí, Móglaí Bap e Mo Chara”
E ancora:
“Non sei come la “Iron Lady”, la tua carriere marcirà… Maggie dorme ancora nella sua scatola
Belfast e Derry gridano “FUCK BADENOCH”
E l’immancabile finale, che suona più o meno cosi:
“Ci hai provato, Kemi.
Peccato per le elezioni.
Non ti abbattere eh, si va avanti
Free Palestine”
Non so se sarà realmente la fine della carriera politica della povera Kemi, ma se aveva già pochi amici nella West Belfast, ora li ha definitivamente persi.
Continua ….
giovedì, luglio 10, 2025
Gli album più venduti in Italia nel primo semestre 2025
Classifiche dominate dalla musica italiana nel primo semestre del 2025.
Tra gli Album (fisico + download + streaming free & premium) in testa Olly con Tutta vita, seguito da Santana Money Gang di Sfera Ebbasta & Shiva. Terzo Bad Bunny con Debí tirar más fotos, unico titolo straniero nelle prime 25 posizioni.
Lucio Corsi al ventesimo posto, Brunori Sas trentanovesimo, Billie Eilish 42°, Kendrick lamar 50°, Pink Floyd "Live at Pompei" 79° posto, "AM" degli Arctic Monkeys 91°.
Il resto è musica leggera, trap e affini.
Sempre Olly primo tra i Singoli (download + streaming free & premium + video streaming), dominata da Balorda nostalgia, seconda Giorgia con La cura per me e terzo Achille Lauro con Incoscienti giovani.
Tra Vinili, Cd e Musicassette, al primo posto Santana Money Gang di Sfera Ebbasta & Shiva, Ranch di Salmo al secondo posto ed È finita la pace di Marracash in terza posizione. "Live at Pompei" dei Pink Floyd è ottavo.
Vendite guidate dallo streaming (+7,1%), crescono i volumi del segmento premium del 15% e che sfiora la cifra record dei 50 miliardi di stream (free + premium) totalizzati. In linea con il dato annuale del 2024, è molto lieve invece la flessione del fisico, che segna -2% ma che vede crescere il vinile del 10%.
Tra gli Album (fisico + download + streaming free & premium) in testa Olly con Tutta vita, seguito da Santana Money Gang di Sfera Ebbasta & Shiva. Terzo Bad Bunny con Debí tirar más fotos, unico titolo straniero nelle prime 25 posizioni.
Lucio Corsi al ventesimo posto, Brunori Sas trentanovesimo, Billie Eilish 42°, Kendrick lamar 50°, Pink Floyd "Live at Pompei" 79° posto, "AM" degli Arctic Monkeys 91°.
Il resto è musica leggera, trap e affini.
Sempre Olly primo tra i Singoli (download + streaming free & premium + video streaming), dominata da Balorda nostalgia, seconda Giorgia con La cura per me e terzo Achille Lauro con Incoscienti giovani.
Tra Vinili, Cd e Musicassette, al primo posto Santana Money Gang di Sfera Ebbasta & Shiva, Ranch di Salmo al secondo posto ed È finita la pace di Marracash in terza posizione. "Live at Pompei" dei Pink Floyd è ottavo.
Vendite guidate dallo streaming (+7,1%), crescono i volumi del segmento premium del 15% e che sfiora la cifra record dei 50 miliardi di stream (free + premium) totalizzati. In linea con il dato annuale del 2024, è molto lieve invece la flessione del fisico, che segna -2% ma che vede crescere il vinile del 10%.
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mercoledì, luglio 09, 2025
Enrico Ruggeri live a Castelsangiovanni (Piacenza) 8 luglio 2025
In una fredda sera d'estate ENRICO RUGGERI ha entusiasmato il folto pubblico della piazza principale di Castelsangiovanni (Piacenza), all'interno del ValTidone Festival.
Il repertorio non gli manca, lui stesso parla di una quarantina di album. Nemmeno una lunga serie di brani di primissima qualità assurti a classici della canzone d'autore italiana.
Nell'attesa del concerto un'ottima scelta musicale in sottofondo (da David Bowie a Elvis Costello).
Band solida, rodata, precisa e ricca d'intesa, anche quando si lascia andare a improvvisazioni varie.
Ruggeri con voce roca ma sempre all'altezza, nelle quasi due ore di concerto.
Passano veloci "Il portiere di notte", "Il poeta", "Primavera a Sarajevo", "Quello che le donne non dicono", il capolavoro "Il mare d'inverno", aperto dall'intro di "Firth of Fifth" dei Genesis.
C'è anche un breve cenno a "Space Oddity".
Gran finale con un bis aperto dalla nuova, bellissima "Il cielo di Milano" dal nuovo, egregio, "La caverna di Platone" a cui segue una pompatisisma "Mistero" e una versione di "Contessa" in chiave Balkan/ska/(ba)rock, molto divertente.
Ruggeri parla molto, sottolineando, un po' troppo spesso, la sua "diversità" dal resto dei colleghi, la sua continuamente ribadita alterità ma va bene lo stesso.
Il repertorio non gli manca, lui stesso parla di una quarantina di album. Nemmeno una lunga serie di brani di primissima qualità assurti a classici della canzone d'autore italiana.
Nell'attesa del concerto un'ottima scelta musicale in sottofondo (da David Bowie a Elvis Costello).
Band solida, rodata, precisa e ricca d'intesa, anche quando si lascia andare a improvvisazioni varie.
Ruggeri con voce roca ma sempre all'altezza, nelle quasi due ore di concerto.
Passano veloci "Il portiere di notte", "Il poeta", "Primavera a Sarajevo", "Quello che le donne non dicono", il capolavoro "Il mare d'inverno", aperto dall'intro di "Firth of Fifth" dei Genesis.
C'è anche un breve cenno a "Space Oddity".
Gran finale con un bis aperto dalla nuova, bellissima "Il cielo di Milano" dal nuovo, egregio, "La caverna di Platone" a cui segue una pompatisisma "Mistero" e una versione di "Contessa" in chiave Balkan/ska/(ba)rock, molto divertente.
Ruggeri parla molto, sottolineando, un po' troppo spesso, la sua "diversità" dal resto dei colleghi, la sua continuamente ribadita alterità ma va bene lo stesso.
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