martedì, febbraio 18, 2014

Intervista a FERRUCCIO QUERCETTI dei CUT



Dopo FEDERICO FIUMANI dei DIAFRAMMA, al giornalista FEDERICO GUGLIELMI, ad OSKAR GIAMMARINARO, cantante e anima degli STATUTO, al presidente dell'Associazione Audiocoop GIORDANO SANGIORGI, a JOE STRUMMER, a MARINO SEVERINI dei GANG, a UMBERTO PALAZZO dei SANTO NIENTE, LUCA RE dei SICK ROSE, LUCA GIOVANARDI e NICOLA CALEFFI dei JULIE'S HAIRCUT, GIANCARLO ONORATO, LILITH di LILITH AND THE SINNERSAINTS, a Lorenzo Moretti, chitarrista e compositore dei GIUDA, il giornalista MASSIMO COTTO, a FAY HALLAM, SALVATORE URSUS D'URSO dei NO STRANGE, CESARE BASILE, MORENO SPIROGI degli AVVOLTOI, spazio oggi a FERRUCCIO QUERCETTI dei CUT, tra le migliori bands italiane in circolazione e con cui ho avuto l'onore di collaborare in un album di Lilith and the Sinnersaints.

Le altre interviste le trovate qui: http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste

Perchè, secondo te, il “rock” indie italiano di un certo livello, con poche eccezioni, ha un’età media che va ben oltre i 40 anni ? Abbiamo perso una generazione ?

E' inutile nascondere che anche io mi sento un "veteran of the psychic wars" per dirla con i Blue Oyster Cult.
Ho 41 anni e sono cresciuto in un mondo in cui non c'era niente di quello che c'è adesso per poter ascoltare e conoscere la musica.
Sono cresciuto a Giulianova in Abruzzo, lontano fisicamente e mentalmente da dove avvenivano "le cose".
Eppure per quanto mi riguarda il motivo per cui io sono ancora qua è proprio questo. Io ho avuto "fame" e pure tanta.

Sicuramente anche a te sarà capitato di sentirti dire dai tuoi genitori, che si sono spezzati la schiena sul lavoro per cinquant'anni magari, che il lavoro è importante perché loro hanno sentito la fame, quella vera, e sanno cosa vuol dire non avere quello che oggi dai per scontato.
Ecco, traslando il discorso sul piano culturale e musicale, io ho accumulato troppa fame di musica per potermi saziare a quarant'anni e forse non mi sazierò mai.
La fame, specie quando l'hai provata in giovane età rimane dentro di te, è atavica, ancestrale.
Chi condivide la nostra passione ed è cresciuto in provincia in quegli anni (i famosi ’80) sa benissimo di cosa stiamo parlando.
Infatti quando riuscivo a mettere le mani su un disco, un singolo disco che avevo anelato per mesi, a volte anni io lo divoravo, lo addentavo e poi lo sputavo, lo rimasticavo e lo rimangiavo fino a che non diventava parte di me fino all'ultimo solco.
Era esattamente così, non sto esagerando.
Io so perfettamente, per ciascuno dei dischi che ho ascoltato in quel periodo, il motivo per cui amo (o odio) quella canzone o quell’album.
Conosco bene anche i dischi che non mi piacciono.
Ho avuto modo di assaporarli per bene prima di prendere una decisione al loro riguardo.

Per me ascoltare tanta musica è importante ma il rapporto che stabilisci con questa musica è addirittura essenziale, specie negli anni, diciamo così, di formazione. Con quelle 10/12 canzoni sulle quali riuscivo a mettere le mani ogni 15/20 giorni si stabiliva un rapporto profondissimo, diventavano la colonna sonora delle mie emozioni, dei miei problemi, della mia rabbia, del mio entusiasmo e delle mie delusioni.
Per un adolescente di oggi è possibile fare lo stesso?
E’ possibile stabilire lo stesso rapporto intimo e viscerale con i quarantamila, centomila brani al giorno che si possono scaricare oggi?
Non lo so questo, non è la mia generazione.
Io so solo che personalmente non ci riesco perché il mio gusto e la mia personalità musicale si sono formati nel modo in che descrivevo prima, a questo livello di intensità.

Non parliamo dei concerti poi.
Io non ci dormivo la notte prima di un concerto rock di qualsiasi tipo.
Qualsiasi cosa pur veder salire sul palco dei musicisti con le chitarre a tracolla.
Per me quella era già un'emozione indicibile, ancora prima che iniziasse il concerto. Anche solo vedere come erano fatti i musicisti era incredibilmente eccitante, visto che se andava bene li avevi intravisti sulla copertina del disco o su qualche foto su Rockerilla.
Vivere l’esperienza del concerto era il massimo che potevi desiderare, anche perché all’epoca, a parte qualche VHS sbiadito e passato di mano in mano come si faceva con i film porno, non c’era altro modo di vedere la tua musica dal vivo, non c’erano youtube e lo streaming.
Ancora oggi non ho trovato niente che mi emozioni tanto come una live band selvaggia sul palco di un piccolo club. Portatemi lì e lasciatemici, io sono a posto.
La stessa cosa riguarda lo stare in una band o l'essere coinvolti attivamente nella musica. Io ho desiderato così tanto essere in una band, esprimermi attraverso la musica che questa cosa non la mollo così facilmente. Dal momento in cui io ho formato un gruppo, posso andare in giro a suonare la mia musica e posso fare dei dischi io sono arrivato: non ho bisogno d’altro, lo scopo della mia vita l’ho già raggiunto.
E’ ovvio che sapere che quello che faccio è apprezzato mi fa piacere, ma io non sono qui per essere “piaciuto”: sono qui per stabilire, attraverso il mezzo di espressione che mi emoziona di più di tutti, un contatto vero, non mediato. Sono qui per esprimere quello che è inesprimibile con altri mezzi, per persone che condividono un sentire comune, mai ben definito ma sempre incredibilmente preciso. Io per questo ho fatto una scelta di vita che mi ha salvato e rovinato nello stesso momento, ma che mi definisce totalmente come persona.
Non è che la mollo questa cosa perché è uscito il nuovo Tablet che mi consente di lavorare a un progetto grafico in maniera professionale. Io amo il rock and roll: l'ho bramato, desiderato e sognato. E una volta trovato, in qualche forma, non lo mollo più.
Non è una delle tante cose che faccio nella vita.
E' LA COSA che faccio, l'unica in cui metto tutto me stesso. Tutto il resto è un male necessario per quanto mi riguarda, lavoro in primis.
Ecco, io credo che chi è appartenuto alla nostra generazione e ha amato quello che abbiamo amato noi, ha sentito questa "fame", questa tarlo, questa maledizione.
E' un buco dentro che non si riempirà mai e che anzi continua ad autoalimentarsi.
Non credo, per tutta una serie di motivi legati all'epoca che stiamo vivendo, che sia lo stesso per i ragazzi di questa generazione. Non è meglio e neppure peggio, non voglio giudicare, non è giusto e neppure mi interessa.
Posso solo dire come era per me perché sono praticamente certo che il motivo per cui noi siamo ancora qui è essenzialmente questo.

Per chi è stato adolescente in Italia fino all’inizio degli anni ’90, (già a partire dal Grunge molte cose sono cambiate) ascoltare e vivere questa musica significava fare una scelta che ti avrebbe separato definitivamente dal resto della società.
Questo lo capivi subito, dagli sguardi, dai commenti, dalle prese per il culo, da quante volte iniziavano a fermarti i carabinieri per strada o da quante volte ti trovavi solo con la tua passione. Ma veramente solo.
Anche solo fare cose considerate adesso normalissime, come andare a un concerto o ascoltare un disco, voleva dire mettersi in gioco completamente a tutti i livelli. Voleva dire prendere treni, fare chilometri in vespa, incontrare le persone più disparate, recarsi in ambienti “malfamati e pericolosi”. Voleva dire entrare in contatto con gente strana, con idee politiche radicali: persone con le quali era meglio non farsi vedere in giro. La mia coscienza politica per esempio è cresciuta di pari passo con la mia passione per la musica. Perché è lì che stava la nostra musica. Non stava in televisione. Non stava su internet insieme alle notifiche sul nuovo fidanzato di Belen Rodriguez. La nostra musica si annidava negli ambienti dove stavano quelli diversi, quelli a cui non andava tanto bene come era fatto il mondo e che a loro volta non erano fatti tanto bene per il mondo. Se tu ti sentivi così prima o poi ci andavi a finire in questi posti: se avevi voglia di cercare ovviamente.

Essere alternativi, per usare una bruttissima parola, all’epoca voleva dire questo e non semplicemente abbonarsi a Spotify e aspettarne le notifiche sull’Iphone o digitare “indie music releases” invece che “music releases” su Google: non era solo una questione di gusti più o meno raffinati. Non era come iscriversi a un corso di snowboard, di samba o di meditazione.
Questa musica non te la passava la televisione di stato o quella di Berlusconi e neppure il suo corrispettivo contemporaneo, ovvero internet. Perché se vai su internet adesso puoi scaricare un disco dei Negazione mentre ti salta fuori il pop-up con Maria De Filippi.
E’ tutto sovrapposto, è tutto nello stesso contenitore: io non mi ci voglio abituare a questa cosa.
Prima non era così, certe cose erano nettamente, volutamente separate. I canali attraverso i quali ti arrivavano le cose erano altrettanto importanti delle cose stesse perché diventavano un’esperienza di vita caratterizzante, nel bene e nel male.

Infatti io la "fame" di cui sopra, anche se per gran parte della mia vita l'ho odiata, adesso la benedico. Perché mi ha insegnato che a volte avere un limite da sfidare è più importante di avere infinite possibilità. Perché la tensione che ci hai messo per superarli questi limiti marchierà la tua musica con la tua esperienza che è sempre unica: anche se tutto quello che vuoi è suonare come i Sonics non sarai mai il clone di nessuno perché la tua storia alla fine appartiene solo a te e, volente o nolente, finirà nel tuo sound, con tutta l’intensità che ci vuole. Perché per desiderarle, le possibilità, devi prima avere dei limiti. Le possibilità, le opportunità senza il desiderio, senza la lotta, senza il conflitto non servono a niente. In gran parte della musica che esce oggi non sento l’intensità, il bisogno fisico, viscerale di suonare ed esprimersi: forse perché questa musica la vive, la suona, la esperisce gente che è cresciuta con un diverso modo di rapportarsi ad essa rispetto a noi: un modo diciamo così, molto virtuale e leggero. Non lo so, è un parere da vecchio il mio, me ne rendo conto. Fatto sta che io pretendo molto dai dischi e dai concerti. Pretendo che chi suona mi faccia sapere che per lui quello è il vero motivo per cui si è alzato la mattina, ma non solo quella mattina perché c’è il concerto, intendo tutte le mattine della sua vita.
Perché per me è così e posso dire per esperienza diretta che (per quanto io mi sia rovinato la vita e sia quello che il mondo considera un fallito) a differenza di tanta gente che conosco in vari ambiti, prima di tutto in quello lavorativo, io so perfettamente di avere un motivo vero per alzarmi la mattina, tutti i giorni, da qui fino a quando non crepo.
Soprattutto so di avere un motivo che appartiene solo a me: procurarmi il cibo, il cibo per l'anima, come si diceva una volta.

Vivere di musica in Italia è praticamente impossibile se non scendi a pesanti compromessi.
Nonostante ci sia comunque interesse e un potenziale pubblico. Cosa manca, soprattutto cosa è mancato in questi anni ?


Guarda io sono convinto che l'Italia dal punto di vista meramente musicale se si escludono Inghilterra, Stati Uniti, Canada e Oceania (e forse la Germania degli anni d'oro del krautrock) abbia avuto una scena rock indipendente che non ha niente da invidiare a quasi tutti gli altri paesi esteri.

I musicisti e le band di talento in questo paese ci sono sempre stati.
E non è vero che qui non c'è una cultura rock: questa è una cazzata che sento troppo spesso.
In Italia una cultura rock c'è eccome, solo che non è nazional-popolare e neppure accademica: è una cultura minoritaria, per carbonari. Non è una cultura di massa e neppure una cultura d'élite da far piovere dall'alto. Perché in questo paese funziona così: c'è la discarica culturale nazional popolare oppure la cultura "alta" da guardare con un certo timore, la cultura che si prende sul serio quella delle accademie, degli scrittori e registi da talk show, dei conservatori musicali. Una cultura che si prende incredibilmente sul serio che viene elargita al popolino con aria di superiorità, ma che è più effimera di un romanzo di Harmony. Un fenomeno di cultura popolare stratificato come quello del rock and roll e delle sue derivazione è incomprensibile da questo paese, o perlomeno non a livello di massa. L’organizzazione della circolazione della cultura in Italia non è predisposta per accogliere questo tipo di fenomeni. Potresti esse Jimi Hendrix o Otis Redding e qui da noi non se ne accorgerebbe nessuno, semplicemente, E' un tipo di cultura alla quale non è riconosciuta dignità artistica e nello stesso tempo non muove interessi economici.
Per questo motivo nessuno è mai stato interessato a darle credito né a livello istituzionale né privato. Da questo deriva la nostra condizione di poveri eterni. Perché per avere riconoscimento, e quindi i soldi, in Italia o fai l’artista che si prende sul serio o sei un caimano. In mezzo non c'è niente, anzi ci siamo noi che siamo pochi e non contiamo un cazzo per nessuno.
Ma ci siamo eccome e ci siamo sempre stati. E basta metter il naso fuori da questo posto per capire che possiamo dire la nostra anche all‘estero. Basterebbe che a crederci non fossero sempre e solo i gruppi, ma anche le strutture, anche quelle piccolissime, che dovrebbero supportarli nonché gli appassionati, gli amanti italiani di questa musica. Perché è molto meglio suonare per poche persone un po’ dappertutto in Europa e nel mondo (Italia inclusa, ovviamente) che dover calare le braghe per farsi accettare dalle istituzioni e dalla massa di un paese al quale di quello che fai non gliene po’ fregà de meno comunque. Sarebbe possibile anche viverci con questa cosa, se non pensassimo sempre in maniera autarchica e iniziassimo a confrontarci da subito con un mondo che non ha nessun pregiudizio nei nostri confronti.
A un russo o a un americano interessa ascoltare del buon rock and roll e non gliene frega niente se quelli che suonano sono cingalesi, tedeschi, italiani o spagnoli.
A lui interessa quello che sente, come a noi quando ascoltiamo un disco, che so, di garage svedese: a chi interessa la nazionalità dei musicisti se il disco o il concerto sono buoni? A nessuno in primis a noi, tranne se sappiamo che i musicisti sono italiani: ed ecco che torna il solito provincialismo. I pregiudizi (quelli veri, quelli che ti stroncano) nei nostri confronti ce li abbiamo solo noi e noi italiani siamo maestri di autolesionismo, specie nel confronto con l’estero. Nel nostro caso il grosso errore è stato quello di non essersene andati via quando si era in tempo. Ormai però è andata così quindi bisogna andare avanti senza lamentarsi troppo mantenendo però la consapevolezza di quanto detto sopra e cercando il più possibile di allargare i propri orizzonti.

Voi vi affidate ancora spesso al vinile per le vostre produzioni.
Pensi che come da ogni parte pronosticato il supporto “fisico” sia destinato ad essere inevitabilmente sostituito dalla cosiddetta “musica liquida” fatta di file e mp3 ?


Breve premessa: io sono contento del fatto che oggi grazie a internet si riescano a vedere e ad ascoltare cose prima impensabili.
Però per poterle sfruttare a pieno queste possibilità bisogna prima averle desiderate. Bisogna aver avuto fame, come si diceva sopra. Avere un la possibilità di scaricare un miliardo di brani al giorno non serve a un cazzo, se dall’altra parte della rete non c’è qualcun che li brama, che li desidera questi brani. Da questo punto di vista credo che internet con annessi e connessi sia uno strumento del quale godono più i vecchi come noi, quelli della famosa fame, che non i giovani che ci sono nati "dentro".
Voglio dire se tutti i giorni da quando sei nato ti sei sempre trovato davanti una tavola imbandita è probabile che tu non faccia più caso a quello che mangi. Se invece per procurarti il cibo hai dovuto fare quello che abbiamo dovuto fare noi, il discorso cambia decisamente.
Sono anche contento di poter organizzare un tour europeo e di comunicare con gente di tutto il mondo a costo (e sforzo) quasi zero rispetto al passato. Sarei un ipocrita quindi se dicessi che non sfruttiamo e utilizziamo internet. Tuttavia dal punto di vista creativo credo che internet sia stato una delle più grandi disgrazie mai abbattutesi sull’umanità, in particolare per la musica.

Personalmente non mi rassegno a un mondo in cui la musica è solo un infinito file da scaricare. Noi faremo dischi in vinile anche se fossimo gli ultimi rimasti sul pianeta terra a comprarli ed ad ascoltarli. Continueremo a registrare i nostri dischi con l'idea che chi li ascolterà lo farà con la stessa attenzione con cui li ascoltavamo e li ascoltiamo noi, senza saltare da una traccia all'altra ogni dieci secondi perché bisogna riuscire ad ascoltare i 60 di giga di musica a caso che si è scaricata nella mezz'ora precedente.
Continueremo a fare musica come se ci fosse della gente che ha realmente bisogno di ascoltarla e di farla, perché è così che siamo abituati. E continueremo a utilizzare internet per organizzarci i tour, per far conoscere cosa e per toglierci lo sfizio di vedere quel video dei Cramps che abbiamo desiderato di vedere per anni, quando internet ancora non c'era.

Per molto tempo Bologna è stata in qualche modo una delle principali città di riferimento della scena “indie”/alternativa italiana. Pensi abbia ancora di queste caratteristiche?

Dal punto di vista musicale direi di sì.
Esiste un ricambio creativo continuo dovuto principalmente all'università e al fatto che (anche se in misura minore rispetto al passato per ragioni economiche e della politica diciamo così socio universitaria) continuano ad approdare a Bologna giovani da tutta Italia con ambizioni artistiche di vario genere.
Devo ammettere però che camminando per strada non percepisci più quella vitalità culturale che caratterizzava la città in passato. Gli anni Guazzaloca/Cofferati poi hanno rappresentato il nadir da questo punto di vista. Adesso la città mi sembra decisamente in ripresa rispetto a quel periodo. L'offerta di concerti poi è vastissima, credo che solo un pazzo possa lamentarsi della città da questo punto di vista. Poche capitali europee (Londra, Berlino, Parigi) vedono passare tutti i gruppi internazionali che passano da Bologna e zone limitrofe, specie a livello di musica "alternativa".
Dal punto di vista sociale e direi antropologico la città è cambiata tantissimo anche rispetto ai primi anni '90 quando ho iniziato a viverla io. E’ cambiata l'Italia intera.
C'è molta pressione su Bologna, pressione da "sinistra" se capisci cosa intendo. E' come se la città dovesse essere sempre quell'isola felice di cui si parlava anni fa.
Il problema è che Bologna si trova in Italia e vive delle stesse miserie di cui vive il resto del paese. Non si può portare la fiaccola delle magnifiche arti e progressive per sempre, soprattutto se tutto intorno a te crolla e ti manca pure la terra sotto i piedi. Bisogna sempre ricordarsi che Bologna è stata il laboratorio socio-politico per le sperimentazioni delle nuove tendenze della sinistra italiana, nel bene e nel male. E se consideri la situazione in cui versa la sinistra italiana insomma puoi farti un’idea…

La consueta lista dei dischi da portare sull’isola deserta, un disco dei CUT che consiglieresti a chi vi vuole conoscere e qualcuno che regaleresti per chi è digiuno in materia rock n roll.

E' una domanda a cui per me è impossibile rispondere.
Ti posso dire dieci dischi tra quelli che per me sono stati tra i più importanti per la mia storia personale e per la "formazione" di appassionato e musicista ma ce ne sarebbero tantissimi altri in realtà..

1) The Clash "London Calling"
2) The Rolling Stones "Exile On Mn. St."
3) The Stooges "Funhouse"
4) The MC5 "Kick Out The Jams"
5) Husker Du "Warehouse Songs & Stories"
6) The Wipers "Is This Real?"
7 The Velvet Underground & Nico "VU & Nico"
8) The Damned "Damned, Damned, Damned"
9) The Ramones "The Ramones"
10) Iggy & The Stooges "Raw Power"

Per quanto riguarda il disco per i "digiunati" del rock and roll, beh uno a caso di quelli citati sopra è in grado di cambiarti la vita.
Se dobbiamo attenerci al rock and roll come stile io direi "…With Berry on top" di Chuck Berry oppure un greatest hit del mio blues/rock and roller preferito Bo Diddley. Anche "Here Are…" dei Sonics è un ottimo battesimo del fuoco direi.

Per conoscerci dire "A Different Beat" oppure il live "Battle of Britain" registrato a Liverpool nel febbraio 2011. Lo trovate sul sito della nostra etichetta Gamma Pop oppure tramite Ghost Records.

Ah...avete in programma qualcosa di particolare per il 2014 ? Dischi, tour etc.

Dal 22 al 31 marzo saremo in tour in UK. Per l'occasione uscirà un brano - per ora solo online - con alla voce Pete Bentham cantante di Pete Bentham & The Dinner Ladies gruppo di Liverpool tra Dr. Feelgood e X-Ray Spex.
Pete è un personaggio leggendario della scena punk del Mersey Side. E' in giro dalla metà degli anni'70 e le ha davvero viste tutte. Musicista, promoter, dj radiofonico, label manager: Pete organizza una serata settimanale denominata "ree rock and roll" in un club di Liverpool.
Ci ha invitati a suonare più di una volta in UK e io mi sono occupato di un tuo italiano dei Dinner Ladies. Il nostro piano è di realizzare più avanti uno split con PB&TDL con la nostra versione da un lato e la loro (sempre dello stesso brano) dall'altro.
Ovviamente lo porteremmo poi in tour sia in Italia che in UK. Ad aprile siamo ospiti di un festival a Malta. “Rock The South”
A ottobre/novembre invece ci sarà un tour europeo di due/tre settimane che toccherà Germania, Belgio, Francia, Olanda e altri paesi dell'Europa continentale.
Nel frattempo stiamo lavorando a due cose in contemporanea, ovvero i brani per il nostro nuovo album e una serie di collaborazioni con musicisti e persone che stimiamo sia musicalmente che umanamente diciamo così. La prima è quella con Pete ci cui ti parlavo ma ben presto se ne aggiungeranno delle altre che verranno pubblicate in formati diversi e poi, nella nostra idea, raccolte in un album.
Ah dimenticavo stiamo preparando la ristampa in vinile di A Different Beat, nostro album del 2006.

6 commenti:

  1. Cose chiare che condivido..e capisco bene
    Chapeau, Ferruccio

    Una frase riporto:

    "Conosco bene anche i dischi che non mi piacciono."

    Ecco...

    C

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  2. Fortunato, ha del tempo da dedicargli.

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  3. "Conosco bene anche i dischi che non mi piacciono."
    E' una frase bellissima che riassume tanto di un certo modo di approcciarsi alla musica (e perchè no? all'arte e alla vita)

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  4. Splendida intervista, bellissime risposte. Una delle migliori.

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  5. Ho visto i Cut qualche anno fa a Bologna, poco dopo essermi laureato. Al Covo. Ricordo ancora la passione, la ferocia, la bellezza. Un'intervista bellissima, civilmente e culturalmente 'alta'. Davvero.

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