giovedì, settembre 10, 2026

Il Circolo Beethoven



Nelle foto il menù del Beethoven e il sottoscritto con membri di Hermits e Link Quartet in concerto con TAV FALCO.

Il 20 ottobre del 1994 in compagnia di mia moglie Rita e altri tre soci (tra cui un noto paroliere vincitore anche di un Festival di Sanremo, addirittura), aprivo il Circolo Culturale Beethoven nel bel mezzo di Piacenza.
In due anni di attività organizzammo qualcosa come 500 eventi, tra concerti di musica leggera, rock, blues, jazz, funk etc, rassegne di musica classica, cabaret, teatro, mostre di quadri, fumetti, dischi da collezione, presentazioni di libri, reading di poesie, incontri con rappresentanti di minoranze etniche ,feste a tema, rassegne cinematografiche.

Negli angusti sotterranei suonarono tra gli altri New Trolls, Enrico Ruggeri, Alberto Camerini (interminabili, bellissime, serate con un Alberto colto e informatissimo di calcio), Gatto Panceri ma anche Tav Falco, Giulio Capiozzo (Area), Afterhours, Carnival of Fools, una ancora sconosciuta Cristina Donà, Statuto, Laura Fedele, Piero Bassini, parlò il poeta pellerossa Lance Henson e due rappresentanti degli indios Mapuche e ancora Le Madri della Psicanalisi, Brando e non so quanti altri.

La concorrenza fu spietata, le istituzioni e i vicini si prodigarono con ingiunzioni di ogni genere per disturbi di tutti i tipi (anche se prevalentemente si trattava di concerti acustici).
Alla fine gettammo la spugna e dopo due anni chiudemmo l’esperienza senza rimpianti.

mercoledì, settembre 09, 2026

Go Down Records

Prosegue il viaggio informale tra le etichette italiane, sempre super attive e interessantissime.
Spazio oggi alla Go Down Records con le parole di Massimo Recchia.


Go Down Records

https://www.godownrecords.com/

https://www.facebook.com/GoDownRecords

Puntate precedenti:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Etichette

* La Go Down Records opera da anni, in chiave indipendente, in un ambito piuttosto ampio, pur se circoscritto al panorama rock ’n’ roll, garage, stoner. Come è nata questa esperienza ormai da lungo tempo consolidata nel panorama italiano ed estero?
L’etichetta fu fondata nel 2003 per l’esigenza di pubblicare autonomamente gli album della mia band OJM, mantenendo pieno controllo della delicata fase produttiva e della promozione.
Erano gli anni in cui il DIY era una filosofia diffusa e Leonardo Cola, al tempo nostro tour manager e fonico, ebbe l’energia e l’entusiasmo necessari per fondare insieme a me “la Go Down”.
I nostri modelli di riferimento erano le label americane Gearhead e Man’s Ruin, che hanno prodotto nomi come The Hellacopters, Nebula, Kyuss e QOTSA.
Oltre alla qualità della musica, ci colpiva la loro cura nelle copertine e le frequenti collaborazioni tra le band dello stesso roster negli split album.

* Da gestore della label hai notato se c’è stato un effettivo ritorno alla voglia di possedere l'oggetto fisico negli ultimi anni, a scapito della fruizione digitale?
Il caro vecchio vinile sarà sempre il mio supporto preferito, per il calore del suono e la bellezza dell’oggetto.
Ti confermo che non sono l’unico a pensarla così e la cosa positiva è che concordano con me molte persone di generazioni successive alla mia.
Anche il CD non si è estinto e resta una risorsa utile per le band emergenti, con i suoi costi più contenuti.
Avere le copie fisiche in occasione dei concerti è tuttora apprezzato dal pubblico, che comprando una copia sostiene, anzitutto, il morale degli artisti e dell’etichetta.
Il digitale è uno strumento potente, ma insufficiente per riuscire a emergere, da indipendenti, nel mare magnum dell’offerta globale e soprattutto farlo con risultati tangibili e continuativi anche nel mondo reale.

* Hai un’idea di chi siano gli acquirenti dei dischi dell’etichetta? Giovani? Meno giovani? Pubblico trasversale?
Abbiamo uno zoccolo duro di clienti affezionati di età compresa tra i 40 e i 70 anni.
Negli ultimi anni stiamo lavorando molto per raggiungere le nuove generazioni. In quest’ottica sono molto fruttuose le collaborazioni con festival come il Venezia Hardcore, che sa coinvolgere moltissimi under 30.
Inoltre è aumentato il focus sulla produzione di nuove band, con membri giovani, come nel caso di Percossa Fossile, The Loyal Cheaters e To The Max!

* C’è un minimo di ritorno economico per un’etichetta così specializzata e che pubblica sempre confezioni molto curate e di conseguenza più costose?
Sì, direi di sì.
Dopo quasi 25 anni di duro lavoro, riusciamo a coprire le spese e il tempo dei nostri stretti collaboratori di ufficio stampa, comunicazione social, booking e i valorosi venditori ai banchetti dei dischi.
La nostra attività è di tipo associativo, senza scopo di lucro, gli introiti vengono sempre reinvestiti in nuove uscite, promozione e organizzazione di live per far conoscere gli artisti del nostro roster.

* Con che criterio scegliete le band da produrre?
Nella nostra storia l’aggancio è sempre avvenuto tramite conoscenza diretta dei musicisti, o da segnalazioni tra addetti ai lavori o durante i concerti della scena indipendente.
Da poco abbiamo istituito un sistema di candidatura online nel nostro sito per allargare il radar e provare a dare risposta alle numerose band che ci scrivono.
Le band vengono sempre selezionate in base alla proposta musicale, alla professionalità, alla proattività e alla caparbietà che dimostrano nel portare avanti il loro progetto.

* Quali sono le mosse promozionali per far conoscere l’attività dell’etichetta?
Lavoriamo con un nostro ufficio stampa, in pieno spirito DIY, e con All Noir per l’estero.
Portiamo avanti da molti anni l’organizzazione dei festival itineranti, i Go Down Fest, in Italia ed Europa, regalando all’ingresso CD e LP per far scoprire le nostre uscite, a volte anche a scatola chiusa, perché no?!
Crediamo molto nella socialità “reale”, quella che avviene ai concerti, tra persone accomunate da passione e curiosità per la musica suonata e sudata. Sono questi i contesti in cui promuoversi, facendo crescere la comunità, che per una sera si stacca da internet e decide di essere parte integrante dello spettacolo.

* Cosa c’è in programma per il futuro?
Tante belle nuove uscite: progetti consolidati come The Devils e Animaux Formidables, ritorni come gli Herba Mate, nuovi ingressi come Tangerine Stoned.
Sono in arrivo nuove date europee dei Go Down Fest, per le quali ringrazio i locali, che, appoggiandoci, danno lunga vita a questa avventura.

martedì, settembre 08, 2026

90/2000, l'evoluzione del Brit Pop

Riprendo l'articolo che ho pubblicato sabato scorso nelle paginbe dell'inserto "Alias" de "Il Manifesto".

L’ormai ultra settantennale storia del rock necessita sempre di più la sua collocazione all’interno di generiche e “giornalistiche” categorie, per definirne movimenti temporali, generi, sonorità, tendenze. E di conseguenza quando si parla di “beat”, “punk” o “grunge” si va a circoscrivere un contesto artistico, per quanto variegato e dai mille parametri, che va a determinare qualcosa che, più o meno, rappresenta l’ambito.

Ad esempio, il Britpop condensa tutta una serie di band, dagli Oasis ai Blur, Supergrass, Pulp, Suede, per citarne alcuni, in qualche modo legate da un filo conduttore che ci porta a raggrupparli in un recinto artistico ben preciso.
Allo stesso modo del Grunge: dai Nirvana, ai Mudhoney, Pearl Jam o Soundgarden, sappiamo bene a ciò a cui vanno incontro le nostre orecchie.

Un recente libro di Alessio Cacciatore e Giorgio Di Berardino, “Boys In The Band” (Arcana) (https://tonyface.blogspot.com/2026/07/alessio-cacciatore-giorgio-di-berardino.html) va ad esplorare invece quell’indefinito e indefinibile magma sonoro prodotto alla fine degli anni Novanta, quando i due “generi” citati avevano preso la strada del declino.
E’ un periodo in cui nascono decine di band che in qualche modo catturano i semi e i fiori degli anni precedenti, li rielaborano, aggiungono o sottraggono, senza potere venire accorpati a un contesto artistico ben preciso.
Si passa da nomi destinati a una popolarità planetaria (Radiohead, Coldplay, Arctic Monkeys), a una lunga serie di piccole realtà (molte delle quali hanno invece solcato le classifiche inglesi, soprattutto, veleggiando ai primi posti, senza che dalle nostra parti ce ne accorgessimo più di tanto, dai Travis, Doves o Belle and Sebastian).

Il sound, genericamente, accorpa elementi Britpop (ovvero la lezione degli anni Sessanta inglesi, da Beatles, Stones, Who, Small Faces, Kinks, per i più tradizionalisti), filtrati attraverso psichedelia, un po’ di Dylan, Bowie, Paul Weller e tanto altro), con l’aggiunta di una certa energia post punk/grunge (riconducibile alle melodie e ballad più malate di Kurt Cobain/Eddie Vedder/Alice In Chains). C’è ovviamente un nuovo slancio, uno sguardo ad altre contaminazioni ma, è chiaro, le radici sono quelle.

C’è anche, giusto per rimanere nelle definizioni un po’ arbitrarie, il “New Acoustic Movement” con i delicatissimi Kings Of Convenience (figli più che legittimi degli Everything But The Girl), Badly Drawn Boy, Turin Brakes, I Am Kloot, Damien Rice.
Dall’America replicano con forza.
Basterebbe “Is This It” esordio travolgente dei New Yorkesi The Strokes, primo grande classico dei 2000, tra ritmi amfetaminici, chitarre taglienti, melodie irresistibili.
A cui fanno da supporto i favolosi White Stripes di Jack White, Interpol, Yeah Yeah Yeahs. Disse bene Conor McNicholas del New Musical Express in un articolo del 2002: “Per ogni generazione accade qualcosa di rivoluzionario nella musica e da quel momento in poi più nulla è lo stesso. Ed è esattamente quello che sta succedendo ora.”

Musicisti che reagiscono alla preponderanza di suoni sintetici, hip hop, rap, metal, alle scelte ruffiane di MTV e creano una nuova scena, attingendo dalle “basi” punk, garage, beat, blues, new wave. Su questa onda surfano progressivamente nuove band, alcune destinate a ottimi successi (Black Keys, Killers, Kings Of Leon, Franz Ferdinand, Hives, Kaiser Chiefs, Kasabian, Bloc Party, Ordinary Boys), altre che si affacceranno nelle classifiche, arriveranno a lambire la popolarità ma torneranno nell’oblìo.

Ci sono anche alcune anomalie.
Ad esempio i Libertines di Peter Doherty e Carl Barat.
Sound anarchico e sconclusionato, quanto la loro predilezione per gli eccessi. Un esordio che diventa una pietra miliare come “Up The Bracket”, nel 2002, prodotto, non a caso, come perfetto collegamento con le radici menzionate, dall’ex Clash, Mick Jones.
Dureranno poco.
Troppa la predilezione per gli abusi.
Doherty passerà anni nelle dipendenze di sostanze e gossip ma ogni volta che riuscirà a tornare ci regalerà piccoli gioielli, sia con i Babyshambles che con le esperienze soliste.
Le reunion successive agli scioglimenti non saranno mai così fresche come gli esordi ma sempre dignitose.

Anche i The Coral si inseriscono in questo contesto, come una delle realtà più interessanti e originali, mischiando anni Sessanta, psichedelia, country e folk rock, senza mai premurarsi più di tanto di seguire una linea ben precisa, se non quella della loro attitudine.
Lo conferma il recentissimo “388” in cui si dedicano a una riuscita e irresistibile miscela di rocksteady, ska, reggae e beat.
Un altro nome di spicco è quello degli scozzesi Franz Ferdinand, in grado di produrre un sound riconoscibilissimo al primo ascolto, tra post wave, britpop, riff chitarristici spigolosi, Talking Heads.
Partiti con il motto “Volevamo essere il miglior gruppo pop del mondo, come Beatles, Bowie o Clash ma se avessimo venduto 500 copie del nostro singolo sarebbe stato fantastico!”, hanno poi piazzato diversi brani nelle chart inglesi e vinto due Grammy Awards.

Gli Arctic Monkeys sono un caso particolarissimo, da manuale.
Sfruttarono, tra i primissimi, il potere del web, appena “nato”, nei primi anni 2000, postando su MySpace loro brani e demo, sfruttando la spinta dei fan e approdando solo nel 2006 all’album d’esordio “Whatever People Say I Am, That's What I'm Not”. Vendette un milione di copie in una settimana, stracciando il record degli Oasis, nonostante un sound aspro e poco incline al facile ascolto.
E proprio dagli Arctic Monkeys a un certo punto esce il leader Alex Turner, affiancato dall’amico Miles Kane che arriva da un paio di band in circolazione nella “scena”, i discreti Little Flames e Rascals.
Costruiscono un nuovo progetto dall’intrigante nome di Last Shadow Puppets e pubblicano nel 2008 un incredibile gioiello di grazia, raffinatezza ed energia, “The Age Of The Understament” dove uniscono atmosfere orchestrali, Beatles, Brian Wilson, Scott Walker e una creatività al massimo delle loro potenzialità.
Torneranno otto anni dopo con “Everything You Come To Except” ma non sarà più la stessa cosa.

FUORI I DISCHI

Sicuramente i sopracitati album di Arctic Monkeys, Last Shadow Puppets e Libertines sono indispensabili.
L’omonimo esordio del 2004 dei Franz Ferdinand merita un posto di rilievo.
Decisamente più anomalo l’inserimento di due band ai limiti con l’ambito di cui si parla, Coldplay e Radiohead, che pur arrivando dal contesto hanno intrapreso carriere troppo personali per entrare nel calderone di cui sopra ma che meritano comunque una citazione.
L’esordio degli Strokes è sicuramente importante, allo stesso modo in cui “Quiet Is The New Loud” (titolo più che programmatico) dei Kings Of Convenience può essere la bandiera issata sul pennone più alto del “New Acoustic Movement”.
“Icky Thump” dei White Stripes ci entra un po’ a fatica ma è giusto a testimonianza dell’apporto di una band importante e seminale.
I Little Barrie sono da sempre un nome trascurato e oscuro.
In realtà la mente della band, Barrie Cadogan, non ha dedicato moltissimo tempo alla sua attività, perché sempre impegnato come chitarrista di Paul Weller, Morrissey, Primal Screma. Black Keys, tra i tanti.
Eppure i dischi del gruppo sono un originalissimo mix di funk, rock, psichedelia, blues, rock n roll, freakbeat e l’esordio “We Are Little Barrie” del 2005 un vero e proprio piccolo capolavoro.
E infine “Brassbound”dei favolosi Ordinary Boys che riprendevano radici mod, punk, ska, ma che si bruciarono in breve tempo, lasciando tanti rimpianti per una delle band più promettenti dei 2000.

lunedì, settembre 07, 2026

Classic Rock

E' in edicola il nuovo numero di Classic Rock con tante cose interessanti (vedi un approfondimento dettagliato sulla Sensational Alex Harvey Band, di cui si è sempre parlato poco in Italia).

Da parte mia contribuisco con recensioni di Womack Sisters, Frigidaire Tango, Drakulas, Nick The Freak, Lupe Veléz, The Wine Barrels, Fay Hallam, Sweeping Promises, la ristampa del primo dei Thin Lizzy, il libro/box di Gianni Maroccolo.

sabato, settembre 05, 2026

Appuntamenti

NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour

Sabato 05 settembre:
Prato "Santa Valvola" Festival
con The Cogs e Big Boss Man +Festa Cencio's w/ Pippo Dj
Orto Sonoro Via Spina, 2, 59100 Prato PO, Italia

https://www.facebook.com/events/2545531385923399
Domenica 06 settembre:
Piacenza "Festival Tendenze"
Ex Caserma Cantore (Stradone Farnese)

https://www.facebook.com/tendenzefactory
Mercoledì 28 ottobre:
Milano "Swamp Fest" con Kim Salmon e Three Blind Mice.
Arci Bellezza.

https://www.facebook.com/events/1621131312863628/
PRESENTAZIONE libro "Keith Moon. Batterista"
Moderatore Enrico Lazzeri
Giovedì 17 settembre ore 18
La Battagliera Via Palmanova 56 Milano
🎛️ Afterset by Piazza della Scala Mods

https://www.facebook.com/events/991763153710139/

Domenica 20 Settembre alla Cooperativa Popolare Infrangibile 1946 Piacenza.
Presentazione di "Ballare nella catastrofe"
Dj Henry Autore
Antonio Bacciocchi moderatore
Gianni Fuso Nerini disc jockey

venerdì, settembre 04, 2026

Howie Casey and the Seniors

Derry and the Seniors fu la prima rock 'n' roll band di Liverpool, fondata nel 1959 da HOWIE CASEY, saxofonista, diventato in futuro valente session man con i Wings di Paul McCartney (suonò in "Band On he Run", nei brani "Jet", "Bluebrird" e Mr.Vanderbilt", in vari singoli e fu spesso in tour con loro), Marc Bolan, John Entwistle, Mott The Hopple, nella colonna sonora del film "Tommy" degli Who e con gli ABC.

Fonda nel 1959 i Seniors, con il cantante di colore (particolarità non molto comune in UK ai tempi) Derry Wilkie.
La band si trasforma in Derry Wilkie and the Seniors e dopo una serie di brevi esperienze, nel 1960 approda ad Amburgo a suonare nel Kaiserkeller, dove a breve arriveranno i Beatles (con cui stringeranno una divertente esolida amicizia).
Saranno rimpatriati dopo un po' perché privi dei permessi di soggiorno.

Cambiano nome in Howie Casey and the Seniors e incidono, prima band di Liverpool, un album rock 'n' roll/beat nel febbraio del 1962 "Twist at the Top" un ottimo lavoro, molto vicino al mood di Little Richard, tra rhythm and blues e selvaggio, velocissimo, rock 'n' roll.

Sciolta la band, si divide in mille altre esperienze, approndando nei primi 70 prima alla corte di Sir Paul e poi in quella degli Who con cui va in tour alla fine degli anni Settanta.
Il cantante fonderà i Derry Wilkie and the Pressmen (in cui suonerà anche Ainsley Dunbar poi con Jeff Beck, David Bowie, Zappa, John Mayall) con cui inciderà un buon album di rhythm and blues, This Is Merseybeat, nel 1963.

Per maggiori informazioni una bella intervista a Howie Casey è qui: https://beatlesmagazine.com/meeting-the-beatles-exclusive-interview-with-howie-casey/

giovedì, settembre 03, 2026

Radio Days - Off the Record
Temponauts -

RADIO DAYS - Off The Record
Continua imperterrita la strada dei favolosi Radio Days, alle prese con un nuovo scintillante album, in cui ribadiscono la qualità compositiva che li ha sempre contraddistinti e la personalità del loro sound, pur se consapevole debitore al miglior power pop (ambito in cui non è facile distinguersi con così tanto carattere).
I riferimenti spaziano nel consueto universo dai confini labili del "non genere" in oggetto, dai Sixties a Knack, Big Star, Flamin Groovies fino a Buzzcocks, Undertones, Squeeze, primo Elvis Costello.
Tanta energia, padronanza della materia, freschezza, un vero gioiello.

THE TEMPONAUTS - The Summer Rain Archive
Terzo album, in più di vent'anni di attività, per la band piacentina, che meriterebbe cento volte più di quello che ha raccolto in carriera, in virtù di un sound abbracciato con sincera passione quando in pochi ancora lo consideravano.
Il loro jingle jangle rock, che parte da Byrds e Love, ha sempre avuto un taglio personale, con ritmiche incisive e un'attitudine mutuata dal garage punk.
E' la ricetta che ritroviamo in questi dodici magnifici brani autografi che splendono di vitalità, dinamismo, spontaneità, genuinità.
Eccellente.

mercoledì, settembre 02, 2026

Kalakuta Museum

Sorge a Lagos, Nigeria, il Kalakuta Museum, spazio dedicato a FELA KUTI, situato nella sua abitazione.

Oltre all'esposizione di foto, quadri, strumenti, oggetti della sua vita quotidiana, c'è anche la possibilità di soggiornare nell'edificio.
I prezzi sono più che abbordabili (circa 5 euro l'ingresso al museo, dai 20 ai 30 euro il pernottamento).

https://www.kalakutamuseum.com/

Qui una visita video all'interno del museo: https://www.youtube.com/watch?v=FSGS18uv_eo

martedì, settembre 01, 2026

Franco Forte - Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l'imperatore filosofo

Non è facile rendere fruibile e agile la storia di un imperatore romano, pur nella sua anomalia di filosofo "pacifista", attento e sensibile ai diritti umani, in epoca di gladiatori, schiavi, sacrifici nelle arene, stragi dei nemici.

Franco Forte riesce alla perfezione ad appassionareil lettore alla tribolata vita di Marco Aurelio (121-180 d.c.), tra le classiche congiure di palazzo, guerre per mantenere il potere di Roma sull'impero, minato da continue rivolte ai "limes", gestione complessissima di un mondo dalle mille regole, omaggi agli dei, lutti personali etc.
Alla fine si prova profonda empatia per un personaggio che provò a concepire il comando in modo filosofico/progressista, morì tra notevoli sofferenze fisiche, lasciando il posto al figlio Commodo, giudicato successivamente spietato e depravato.

Esercitò il potere anelando sempre la possibilità di applicare le sue teorie ideologiche alla realtà, scontrandosi con un mondo ancora impreparato, dovendosi alla fine adattare alla superstizione, alla repressione sanguinosa di rivolte e insurrezioni.

Un ottimo libro, avvincente e istruttivo, soprattutto nella certosina descrizione (quasi cinematografica) dell'Antica Roma e le sue usanze.

L'olezzo di sudore, vino e polvere si mescolava all'aria che vibrava di mille emozioni. Tutti volevano assistere al trionfo degli Imeratori che avevano sconfitto i Parti.

Se il popolo vede nell'Imperatore avidità, imparerà a essere avido. Se vede giustizia sarà spinto a cercarla dentro di sé. Non si governa con la forza ma con la virtù. E' il logos, la ragione universale, a guidarci. Mai il capriccio, mai la rabbia.

Non disprezzare il popolo per la sua ignoranza. Ricorda che è più facile deridere che educare, condannare che comprendere. (Quinto Giunio Rustico, maestro di filosofia).

Franco Forte
Vero. Il romando di Marco Aurelio, l'imperatore filosofo
Mondadori
392 pagine
23 euro

lunedì, agosto 31, 2026

Agosto 2026. Il meglio.

Siamo ben oltre la metà del 2026.
La lista di ottimi dischi si allunga:

Paul McCartney, Rolling Stones, Kneecapp, Aja Monet, Black Crowes, Jack White, Fantastic Negrito, Little Barrie, Brian Jackson, Womack Sisters, Anthony Joseph, My New Band Believe, The Delines, Tiwayo, Sleaford Mods, Kula Shaker, Angeles Of Libra, Sault, Incognito, Dry Cleaning, Molotovs, Courtney Barnett, Paul Weller, The Darts, Thee Marloes, The Strokes, Cramps, Robyn Hitchcock, Neil Jones / Nick Corbin.

In Italia:
Neoprimitivi, Sick Tamburo, Peawees, Bologna Violenta, Bloody Riot, Chicco Allotta, Provincials, Warm Morning Brothers, The Mads, Pier Adduce, Osaka Flu, Africa Unite, Polemica, Marlon Bianco and the Clones.


WOMACK SISTERS - s/t
BG Womack, Zeimani Womack, Kucha Womack sono figlie di Cecil e Linda Womack, il celebre duo (Linda) Womack & (Cecil) Womack e nipoti della leggenda del soul americano Bobby Womack (autore di It's All Over Now ripresa dagli Stones, tra le tante). La madre Linda è figlia del grandissimo Sam Cooke che, a sua volta fu lo scopritore dei Valentinos in cui cantava Cecil e la cui vedova sposò Bobby Womack. Le tre ragazze sono all'esordio con una carriera in proprio che si preannuncia scintillante, a partire dall'etichetta per cui incidono, la superlativa Daptone Records. Il sound è volutamente e palesemente debitore alla migliore tradizione soul tra anni 60 e 70, con arrangiamenti raffinatissimi, doti vocali eccelse e canzoni semplicemente bellissime. Grande album.

THE CRAMPS - Gravest Gravy
Le mitiche registrazioni, mai pubblicate, del 1977 al Ardent Studios di Memphis, curate da Alex Chilton e riesumate ora grazie all'impegno di due icone dell'hardcore, Henry Rollins e Ian McKaye.
I Cramps andarono, suonarono tutto ciò che sapevano, nel modo più punk, diretto, minimale e crudo che si possa immaginare. Contrariamente alla vulgata, suonavano bene, precisi, con suoni assolutamente originali per l'epoca, con riff rockabilly, l'attitudine punk (in una chiave assolutamente "avanti"), l'unicità del loro approccio (due chitarre scarne, batteria ipnotica e super essenziale, la voce unica di Lux Interior). Chissà se fosse uscito nel 1977.
Rimane la magia di quel sound inimitabile che mai nessuno è riuscito a riprodurre ed eguagliare.

NEIL JONES / NICK CORBIN - Silent Stream
Neil Jones (Stone Foundation) e Nick Corbin (dei favolosi New Street Adventure) si fanno accompagnare da Mr. Hammond in persona, Mick Talbot, Ernie McKone, bassista dei Galliano e decine di altre band, Crispin Taylor alla batteria (anche lui con Galliano, Push, Blow Monkeys) per un album stilosissimo, dal groove soul funk, ricco di melodie e, poco da dire, perfettamente allineato al gusto degli Style Council (i fan dell'ex band di Weller impazziranno per questi suoni).
Ottime canzoni, atmosfere avvolgenti e suadenti, album più che godibile.

SOUL REVIVERS - Holding It Down
Di un disco così c'é da innamorarsi solo per la copertina, con foto dal Notting Hill Carnival del 1966.
Ma i Soul Revivers hanno ben altre frecce al loro arco.
Con l'aiuto, tra i tanti, di Johnny Clarke, Susan Cadogan, Vin Gordon, sfornano un superbo album di (original) superlativo REGGAE, con ombre rocksteady e un gusto sopraffino.
Non tutti/e hanno confidenza con il sound (system) in oggetto ma in questo caso chiunque ne può usufruire al meglio.

ROBYN HITCHCOCK - The Confuser
Si vola in alto con il nuovo album (il 23° più una decina di live, singoli, ep etc) dello psychorocker inglese. Dieci brani uno più bello dell'altro, ruvidi, diretti, pieni di melodie 60's, ritmo, perfino un funk beat alla Prisoners/Kula Shaker ("Building From The Ruins"), Kinks, power pop, Bo Diddley psichedelico ("How To Feel Alright"), Beatles ("Ghost in Sunlight"). Grandi canzoni, atmosfere perfette, un lavoro top!

MAMA TERRA - Inner Space
Un viaggio spaziale in un mondo, pressoché totalmente strumentale, di spiritual jazz, funk, fusion, tra Nu British Jazz e "The Epic" di Kamasi Washington. Esecuzioni perfette, con la voce di Conrad Roberts (collaboratore di Miles Davis) a fare da narratore e tanto groove.

MAN/WOMAN/CHAINSAW - Cannonball
Nonostante il nome respingente, la band di Brixton esce con un album d'esordio capace di spaziare tra mille imprevedibili influenze (dal pop, al barocco, al post punk), in grado di scrivere un gioiello come l'introduttiva "Only Girl" e proseguire con chitarre distorte e dissonanti, loop elettronici, ballate pianistiche, folate grunge. Di tutto, di più, forse troppo. Comunque buono.

KING GIZZARD AND THE WIZARD LIZARD - Alien Metal
Nei 28 album incisi dal 2012 ad oggi la band australiana ha sperimentato di tutto, regalandoci spesso lavori di alta qualità, talvolta un po' meno ma sempre a livelli più che dignitosi. Ci mancava il tuffo nella EDM da rave e affini. a parer mio abbastanza velleitario e inutile, preferisco passare oltre.

THE SURF TRIO - Almost Summer
Non tragga in inganno il nome della band. Certo, il surf è prevalentemente protagonista ma il quartetto dell'Oregon, in questo album inciso nel 1986, prodotto da Brett Gurevitz dei Bad Religion, pubblicato dalla Voxx di Greg Shaw e ristampato ora con 5 bonus tracks da Area Pirata, amava molto anche il garage stile "Nuggets" (vedi la cover di "You're gonna miss me" dei 13th Floor Elevators), punk, beat, spesso ricorrenti nei 19 brani del CD. Il sound è grezzo, diretto e minimale, il disco una piacevole sorpresa per chi non lo aveva ascoltato all'epoca.

NIA ARCHIVES - Emotional Junglist
Molto interessante e originale la commistione di un sound che attinge da soul e pop rock con elementi trip hop, hip hop, elettronica e drum and bass. Un album di alto livello compositivo, ricco di arrangiamenti perfetti e decisamente stimolante.

MARK ADAMS - This is Neo Soul
A lungo a fianco di Roy Ayers, il tastierista e arrangiantore si cimenta ora con un album solista in cui chiama a raccolta altri membri della band e uno stuolo di musicisti in arrivo da esperienze con for Teddy Pendergrass, Bernard Purdie), Gladys Knight, Chic, Gloria Gaynor, Gil Scott-Herron, Mary J. Blige, Wyclef Jean. L'album è un perfetto esempio di moderno soul funk fusion, pieno di groove e ritmo. Raffinato ed elegante.

MARLON BIANCO and the CLONES – Magnitude
Notevole il secondo album dell’artista italiano residente a Brighton. Un lavoro prevalentemente strumentale, dalle tinte lo-fi Sixties, con pennellate psichedeliche, funk, jazz, lounge, intensi sguardi alle colonne sonore “poliziesche” e blaxploitation oltre che alla musica library dell’epoca. Compositivamente molto vario e complesso, ben suonato e prodotto, ricchissimo di spunti spesso imprevedibili e sorprendenti. Più che ottimo.

POLEMICA - Hear Us Scream
Il quarto album del trio italo americano, guidato dall'incontenibile energia vocale (e non solo) di Hilary Binder (from Washington DC) è un nuovo rumoroso e violento schiaffo, fatto di ritmiche serrate, dissonanze, minimalismo, aggressione sonora. Non c'è un attimo di pausa, tra ricordi di Fugazi, Sonic Youth, post punk, Shellac, Unwound e una personalità unica. Eccellenti.

CLOUD CANYONS – Body Wisdom
Secondo album per il progetto di Nicola Caleffi (Julie’s Haircut) e le voci di Laura Storchi, Michelle Cristofori, Stella Baraldi. Un’ora e venti di elettronica, sperimentazione, atmosfere ambient avvolgenti, dall’afflato talvolta trance psichedelico, ritmiche pulsanti, grooves motorik. Un lavoro fascinoso, dalla forte personalità, che ricava molti spunti dalle ultime esperienze della band di Caleffi, i Julie’s Haircut e si caratterizza non solo come un side project ma come una vera e propria interessantissima esperienza a se stante.

COLD DIAMONDS & MINK - Organ-Ized
Per gli amanti dell'Hammond e le musiche da colonna sonora/library strumentali, ecco un nuovo album molto carino in tal senso. Niente più che un sottofondo gradevole ma quel suono...

LIBRI

Nicola Gaeta - Black Beauty. Storie di musica nera
Scrivere un libro sulla black music è come tentare di raccogliere il mare in una bottiglia.
Per ogni artista citato, ce ne sono dieci che aspettano, silenziosi o inascoltai, sul bordo della pagina.
La Black Music non si lascia chiudere né in un libro Nè nei decenni, né nelle etichette.
E' una forza fluida,una corrente, che attraversa i corpi, la storia, la spiritualità e la tecnica.
E' voce e battito, è resistenza e reinvenzione
.
Le 800 pagine di questo libro non devono impaurire il lettore.
D'altronde la cosiddetta "Black Music" (per meglio dire, come spesso si sottolinea in questo saggio, la BAM, Black American Music) non può essere concentrata in così poco spazio. Ce ne vorrebbero 8000 o forse 80.000.
Questa non è un'enciclopedia esaustiva, un catalgo di nomi e dischi.
E' qualcosa di più.
Il percorso di Nicola Gaeta ci porta dai semi, lontani, primitivi e arcaici, nati nei tempi della schiavitù, agli albori del blues e del jazz, alle mille evoluzioni e contaminazioni, attraverso mille nomi e mille dischi, aneddoti, storie, biografie.
La musica classica fu inventata perché la gente bianca non aveva ritmo così poteva scriverla e pianificarla a tavolino.
(Miles Davis)
La Black Music non è un genere musicale, è un sistema di linguaggi che si intrecciano, un patrimonio vivo che dal gospel ai nostri giorni ha plasmato tutto il secolo scorso e continua a generare nuove forme nel nuovo millennio.
Proprio perché non è un elenco di nomi e dischi questo libro è IMPORTANTE.
E' una visione, spesso personale e discutibile, ma che parte da un senso critico competente e autorevole.
Perciò è un lavoro indispensabile per approfondire e capire la BAM.
Poi se 800 pagine sono un ostacolo, ci sono sempre Topolino o Bruno Vespa.
Per me libro dell'anno.

Budgie - The Absence. Memoirs of a Banshee Drummer
L'ex batterista di Siouxsie and the Banshees (e a lungo compagno e poi marito della cantante) si racconta in un libro (solo in inglese) più acre che solare, tra grandi successi, clamorose cadute, risalite inaspettate, alcol e droga a profusione.
Siouxsie non ne esce bene, anzi, ma lo stesso Budgie non risparmia nulla a sé stesso.
Ci sono brevi cenni alle pur gloriose esperienze con Slits e Big In Japan, molto spazio alla fortunata esperienza con la cantante con i The Creatures (protagonisti di un sound semplicemente geniale e di rara originalità, eccessivamente sottovalutati) e vari particolari sul travagliato cammino con i Banshees.
Un lavoro non indispensabile ma particolarmente interessante per i fan della band madre, indiscutibilmente tra i progetti migliori e più affascinanti usciti dal post punk.

Gianni Maroccolo - Flight Case / Il Sonatore di basso
È uscito da poco il cofanetto Flight Case di Gianni Maroccolo che raccoglie il libro di memorie Il Sonatore di Basso e una serie di spartiti dei suoi brani più noti, uniti a inediti e rarità.
A breve verrà pubblicata una nuova edizione limitata e numerata del libro con i soli brani dei CSI, intitolata Collezione Spartiti Indipendenti, già in preorder su www.libriaparte.it.
Il libro ripercorre la carriera, in maniera sparsa e (dis)ordinata, di uno dei bassisti e musicisti più significativi e stilisticamente originali della scena italiana di sempre (basti dire Litfiba, CCCP, CSI, PGR, Producers, Marlene Kuntz e un'infinità di altri progetti e collaborazioni). Un libro sincero e diretto, onesto (sui Litfiba ad esempio: Sono orgoglioso delle canzoni che abbiamo composto e pubblicato insieme, ma molto meno di come furono registrate e prodotte - PS: cruccio di tanti musicisti...).
Ode al suo amato strumento: Il basso è il fedele compagno di viaggio che ha permesso a un ragazzo timido e introverso di scoprire e coltivare l'arte dell'incontro e delle vita. E massime che è difficile non condivide e sentire proprie. La musica è un linguaggio universale che non ha bisogno di molte parole per manifestarsi: non conosce barriere né confini. Ci si riconosce simili e si comunica con il nostro alfabeto fatto di note e suoni. La musica ha il potere di unire gli esseri umani, di renderci persone migliori, perché sollecita la nostra sensibilità e sfera emozionale, trascinandoci verso l'alto, dando luce e vita a quei territori misterisoi che spesso teniamo celati.
Una domanda estrapolata dall'intervista che gli ho fatto per "Alias" de "Il Manifesto" a Ferragosto.
Il cofanetto «Flight Case» contiene, tra le altre cose, due libri con spartiti e tablature di basso. Ti poni la questione che resti qualcosa del tuo lavoro e delle tue attività nella storia della musica italiana (in cui hai indubbiamente un ruolo più che importante)?
Non ti nascondo che l’idea di lasciare un piccolo segno del mio passaggio in questa vita terrena mi ha sempre accompagnato.
Non so se ci riuscirò o meno, ma certo sarebbe bello. Niente che abbia a che vedere con la vanità, è qualcosa di più profondo legato anche al senso della vita. In fondo, a ognuno di noi, più o meno consapevolmente, viene affidato un ruolo e mi piace pensare di averlo svolto nel migliore dei modi e di essere stato in qualche forma utile a qualcuno.
Non ho mai pensato invece di poter essere fonte di ispirazione o propedeutico per chi mi segue; come spesso mi è accaduto è la vita che mi ha fatto scoprire che tipo di percezione ci fosse nei miei confronti.
E ancora mi stupisco per l’affetto e la stima che ricevo ogni giorno da tantissime persone.
Il Sonatore di Basso è un progetto che rimanda all’incontro e alla condivisione di un pezzo di vita tra anime affini come Mur Rouge (bassista/Youtuber, trascrittore dei brani su spartito e illustratore dei libri, ndr) e l’editore Libri Aparte, che mi hanno fatto per primi questo dono. Tutte le forme che ha assunto nel tempo, su carta, musica, video, gli incontri dal vivo, hanno avuto sempre come comune denominatore il voler ricambiare l’affetto verso coloro che lo hanno reso possibile producendolo di fatto con noi.
Noi abbiamo solo rimesso queste energie in circolo, che hanno contribuito a far continuare il viaggio del «Sonatore» fino a oggi, e oltre.
E INFINE, ricordiamoci come dice Gianni che "La musica è un potentissimo generatore di illusioni".
Aggiungerei di sogni e speranze.
Se non hai quelle, sei un sasso.

Stefano Orlando Puracchio - Burt Bacharach. Non solo un hitmaker
Chiarisce fin da subito l'autore che una biografia su BURT BACHARACH sarebbe stata inutile anche in virtù di una discografia sterminata e una vita densissima di accadimenti.
Approfondisce invece una serie di aspetti specifici della sua opera, attraverso analisi di alcuni dei brani più particolari, del periodo dagli anni 80 al 2020 e un particolare sguardo alle versioni italiane di molti dei suoi brani, da Franco Califano a Mal a Dionne Warwick, fino ad Adriano Celentano con “Stai lontana da me” del 1962, ripresa di “Tower Of Strenght”.
C'è molta ironia nella scrittura e un taglio gradevole all'insegna della conversazione diretta con il lettore, invogliato (oltre che esortato) all'ascolto dei brani di cui si parla.
Un buon modo per avvicinarsi al Maestro.

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto".

APPUNTAMENTI

NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour

Sabato 05 settembre: Prato "Santa valvola" Festival
Domenica 06 settemnbre: Piacenza Festival "Tendenze"
Mercoledì 28 ottobre: Milano "Swamp Fest" con Kim Salmon e Three Blind Mice.

PRESENTAZIONE libro "Keith Moon. Batterista"
Moderatore Enrico Lazzeri
Giovedì 17 settembre ore 18
La Battagliera Via Palmanova 56 Milano
🎛️ Afterset by Piazza della Scala Mods

sabato, agosto 29, 2026

Appuntamenti

NOT MOVING
"That's All Folks!" Tour

Sabato 05 settembre:
Prato "Santa Valvola" Festival
con The Cogs e Big Boss Man +Festa Cencio's w/ Pippo Dj
Orto Sonoro Via Spina, 2, 59100 Prato PO, Italia

https://www.facebook.com/events/2545531385923399
Domenica 06 settembre:
Piacenza "Festival Tendenze"
Ex Caserma Cantore (Stradone Farnese)

https://www.facebook.com/tendenzefactory
Mercoledì 28 ottobre:
Milano "Swamp Fest" con Kim Salmon e Three Blind Mice.
Arci Bellezza.

https://www.facebook.com/events/1621131312863628/
PRESENTAZIONE libro "Keith Moon. Batterista"
Moderatore Enrico Lazzeri
Giovedì 17 settembre ore 18
La Battagliera Via Palmanova 56 Milano
🎛️ Afterset by Piazza della Scala Mods

https://www.facebook.com/events/991763153710139/

Domenica 20 Settembre alla Cooperativa Popolare Infrangibile 1946 Piacenza.
Presentazione di "Ballare nella catastrofe"
Dj Henry Autore
Antonio Bacciocchi moderatore
Gianni Fuso Nerini disc jockey

giovedì, agosto 27, 2026

Nicola Gaeta - Black Beauty

Scrivere un libro sulla black music è come tentare di raccogliere il mare in una bottiglia.
Per ogni artista citato, ce ne sono dieci che aspettano, silenziosi o inascoltai, sul bordo della pagina.
La Black Music non si lascia chiudere né in un libro Nè nei decenni, né nelle etichette.
E' una forza fluida,una corrente, che attraversa i corpi, la storia, la spiritualità e la tecnica.
E' voce e battito, è resistenza e reinvenzione.


Le 800 pagine di questo libro non devono impaurire il lettore.
D'altronde la cosiddetta "Black Music" (per meglio dire, come spesso si sottolinea in questo saggio, la BAM, Black American Music) non può essere concentrata in così poco spazio.
Ce ne vorrebbero 8000 o forse 80.000.

Questa non è un'enciclopedia esaustiva, un catalgo di nomi e dischi.
E' qualcosa di più.
Il percorso di Nicola Gaeta ci porta dai semi, lontani, primitivi e arcaici, nati nei tempi della schiavitù, agli albori del blues e del jazz, alle mille evoluzioni e contaminazioni, attraverso mille nomi e mille dischi, aneddoti, storie, biografie.

La musica classica fu inventata perché la gente bianca non aveva ritmo così poteva scriverla e pianificarla a tavolino.
(Miles Davis)

La Black Music non è un genere musicale, è un sistema di linguaggi che si intrecciano, un patrimonio vivo che dal gospel ai nostri giorni ha plasmato tutto il secolo scorso e continua a generare nuove forme nel nuovo millennio.

Proprio perché non è un elenco di nomi e dischi questo libro è IMPORTANTE.
E' una visione, spesso personale e discutibile, ma che parte da un senso critico competente e autorevole.
Perciò è un lavoro indispensabile per approfondire e capire la BAM.

Poi se 800 pagine sono un ostacolo, ci sono sempre Topolino o Bruno Vespa.
Per me libro dell'anno.

Nicola Gaeta
Black Beauty

Low Edizioni
800 pagine
25 euro

mercoledì, agosto 26, 2026

Budgie - The Absence. Memoirs of a Banshee Drummer

L'ex batterista di Siouxsie and the Banshees (e a lungo compagno e poi marito della cantante) si racconta in un libro (solo in inglese) più acre che solare, tra grandi successi, clamorose cadute, risalite inaspettate, alcol e droga a profusione.
Siouxsie non ne esce bene, anzi, ma lo stesso Budgie non risparmia nulla a sé stesso.

Ci sono brevi cenni alle pur gloriose esperienze con Slits e Big In Japan, molto spazio alla fortunata esperienza con la cantante con i The Creatures (protagonisti di un sound semplicemente geniale e di rara originalità, eccessivamente sottovalutati) e vari particolari sul travagliato cammino con i Banshees.

Un lavoro non indispensabile ma particolarmente interessante per i fan della band madre, indiscutibilmente tra i progetti migliori e più affascinanti usciti dal post punk.

Budgie
The Absence. Memoirs of a Banshee Drummer
White Rabbit
308 pagine
25 sterline

martedì, agosto 25, 2026

Stefano Orlando Puracchio - Burt Bacharach. Non solo un hitmaker

Chiarisce fin da subito l'autore che una biografia su BURT BACHARACH sarebbe stata inutile anche in virtù di una discografia sterminata e una vita densissima di accadimenti.

Approfondisce invece una serie di aspetti specifici della sua opera, attraverso analisi di alcuni dei brani più particolari, del periodo dagli anni 80 al 2020 e un particolare sguardo alle versioni italiane di molti dei suoi brani, da Franco Califano a Mal a Dionne Warwick, fino ad Adriano Celentano con “Stai lontana da me” del 1962, ripresa di “Tower Of Strenght”.

C'è molta ironia nella scrittura e un taglio gradevole all'insegna della conversazione diretta con il lettore, invogliato (oltre che esortato) all'ascolto dei brani di cui si parla.
Un buon modo per avvicinarsi al Maestro.

Stefano Orlando Puracchio
Burt Bacharach. Non solo un hitmaker
ErreCi Edizioni
200 pagine
18 euro

lunedì, agosto 24, 2026

Gianni Maroccolo - Flight Case / Il Sonatore di basso

È uscito da poco il cofanetto Flight Case di Gianni Maroccolo che raccoglie il libro di memorie Il Sonatore di Basso e una serie di spartiti dei suoi brani più noti, uniti a inediti e rarità.
A breve verrà pubblicata una nuova edizione limitata e numerata del libro con i soli brani dei CSI, intitolata Collezione Spartiti Indipendenti, già in preorder su www.libriaparte.it.

Il libro ripercorre la carriera, in maniera sparsa e (dis)ordinata, di uno dei bassisti e musicisti più significativi e stilisticamente originali della scena italiana di sempre (basti dire Litfiba, CCCP, CSI, PGR, Producers, Marlene Kuntz e un'infinità di altri progetti e collaborazioni).
Un libro sincero e diretto, onesto (sui Litfiba ad esempio: Sono orgoglioso delle canzoni che abbiamo composto e pubblicato insieme, ma molto meno di come furono registrate e prodotte - PS: cruccio di tanti musicisti...).

Ode al suo amato strumento: Il basso è il fedele compagno di viaggio che ha permesso a un ragazzo timido e introverso di scoprire e coltivare l'arte dell'incontro e delle vita. E massime che è difficile non condivide e sentire proprie. La musica è un linguaggio universale che non ha bisogno di molte parole per manifestarsi: non conosce barriere né confini. Ci si riconosce simili e si comunica con il nostro alfabeto fatto di note e suoni.
La musica ha il potere di unire gli esseri umani, di renderci persone migliori, perché sollecita la nostra sensibilità e sfera emozionale, trascinandoci verso l'alto, dando luce e vita a quei territori misterisoi che spesso teniamo celati.


Una domanda estrapolata dall'intervista che gli ho fatto per "Alias" de "Il Manifesto" a Ferragosto.

Il cofanetto «Flight Case» contiene, tra le altre cose, due libri con spartiti e tablature di basso. Ti poni la questione che resti qualcosa del tuo lavoro e delle tue attività nella storia della musica italiana (in cui hai indubbiamente un ruolo più che importante)?
Non ti nascondo che l’idea di lasciare un piccolo segno del mio passaggio in questa vita terrena mi ha sempre accompagnato.
Non so se ci riuscirò o meno, ma certo sarebbe bello. Niente che abbia a che vedere con la vanità, è qualcosa di più profondo legato anche al senso della vita. In fondo, a ognuno di noi, più o meno consapevolmente, viene affidato un ruolo e mi piace pensare di averlo svolto nel migliore dei modi e di essere stato in qualche forma utile a qualcuno.
Non ho mai pensato invece di poter essere fonte di ispirazione o propedeutico per chi mi segue; come spesso mi è accaduto è la vita che mi ha fatto scoprire che tipo di percezione ci fosse nei miei confronti.
E ancora mi stupisco per l’affetto e la stima che ricevo ogni giorno da tantissime persone.
Il Sonatore di Basso è un progetto che rimanda all’incontro e alla condivisione di un pezzo di vita tra anime affini come Mur Rouge (bassista/Youtuber, trascrittore dei brani su spartito e illustratore dei libri, ndr) e l’editore Libri Aparte, che mi hanno fatto per primi questo dono. Tutte le forme che ha assunto nel tempo, su carta, musica, video, gli incontri dal vivo, hanno avuto sempre come comune denominatore il voler ricambiare l’affetto verso coloro che lo hanno reso possibile producendolo di fatto con noi.

Noi abbiamo solo rimesso queste energie in circolo, che hanno contribuito a far continuare il viaggio del «Sonatore» fino a oggi, e oltre.

E INFINE, ricordiamoci come dice Gianni che "La musica è un potentissimo generatore di illusioni".
Aggiungerei di sogni e speranze.
Se non hai quelle, sei un sasso.

Per acquisti e dettagli:
https://libriaparte.it/prodotto/flight-case/

venerdì, agosto 21, 2026

L'uomo Keith Moon

Riprendo l'articolo che ho pubblicato per "Alias" de "Il Manifesto" sabato 8 agosto ( https://ilmanifesto.it/linconsapevole-follia-di-keith-moon), dedicato all'uomo KEITH MOON.

A fine agosto Keith Moon avrebbe compiuto ottanta anni.
Un traguardo molto improbabile, considerato che ci ha lasciati nel 1978 a soli trentadue, distrutto, in brevissimo tempo, da una vita dissipata tra quantità inenarrabili di alcol e sostanze.
Gli stessi colleghi e compagni negli Who e il suo entourage era già consapevole, all'epoca, che la sua carriera era destinata a finire velocemente.
Le registrazioni dell'ultimo album della band, che lo vide protagonista, Who Are You, erano state quanto mai problematiche. Keith riusciva a suonare per tempi molto limitati, prima di crollare fisicamente e psicologicamente
. L'ultima esibizione, organizzata agli Shepperton Studios il 25 maggio del 1978, per le riprese del film autobiografico The Kids Are Alright, lo mostrano affaticato, appesantito, impreciso, prematuramente invecchiato, l'ombra del folletto che era stato il cardine del sound degli Who, fino a poco tempo prima.

Keith Moon era un ragazzo malato, probabilmente bipolare con qualche ulteriore patologia neurologica (ADHD), mai curata, caratterizzata da una eccessiva attività motoria, irrequietezza, difficoltà a rimanere seduti, parlando in continuazione, volendo essere sempre al centro dell'attenzione. A cui la smisurata passione per alcol e sostanze ha dato il colpo di grazia.

Poteva essere salvato?
Abbastanza improbabile.

I tentativi sono stati numerosi, anche da parte sua, ma alla fine non aveva nessuna intenzione di smettere la sua folle corsa autodistruttiva, soprattutto non si rendeva conto della portata delle sue azioni: ingerire manciate di pillole eccitanti o calmanti, condite da bottiglie di superalcolici avrebbe ucciso chiunque.
Rimanere sveglio per giorni e giorni, mangiando quando capitava, ingerendo ogni tipo di sostanza, era sinonimo di una totale mancanza di auto controllo.
Difficilmente avrebbe potuto continuare a suonare, come era ampiamente chiaro negli ultimi anni
. Come disse la moglie Kim, non era schizofrenico ovvero con due personalità ma era e diventava "molte e molte persone differenti", che lo portava in pochissimo tempo da modi gentili e affabili a un'incontrollabile aggressività e a violenti attacchi depressivi fino a ingestibili psicosi.

Ho provato di tutto. Ho provato a dargli dei soldi, ho provato a farlo morire di fame. Ho provato a mandarlo in riabilitazione. Ho provato a mandarlo da un guru eccentrico, da dottori voodoo. Ero ossessionato dal tentativo di mantenere in vita Keith.
Era abbastanza chiaro che stava scivolando verso il basso e c'era ben poco che potevo fare. Aveva una personalità molto complicata.
(Pete Townshend).

Il suo amico più stretto, il bassista John Entwistle, gli dedicò anche un brano, piuttosto esplicito, Dr. Jeckill and Mr.Hide, inciso dalla band nel 1968 su 45 giri, in cui canta Il ragazzo adorabile che ti offrirà da bere / Poi, quando avrà bevuto il suo, si trasformerà in un batter d'occhio in Mister Hide. Lo stesso John spiegò, riferendosi a Moon e al brano: Ora potrete capire quale sia stata la mia fonte di ispirazione. E' la prima volta che lo vedete, noi lo vediamo tutti i giorni.

La sua fama, perfetta epitome del concetto di rockstar anni Settanta “sesso, droga e rock 'n' roll” (che ha lasciato una lunga scia di morti premature), di distruttore di camere d'albergo, strumentazione, bar, auto ha, paradossalmente, offuscato il talento unico e inimitabile del musicista. Il “Moon The Loon” (gioco di parole sulla sua follia) ha preso il sopravvento sul batterista Keith Moon.

La sua vita è affollata di folli vicende, spesso gonfiate ad arte, sia da giornalisti alla ricerca della storia ad effetto, sia da narrazioni esagerate, soprattutto, paradossalmente, dallo stesso Moon che si è spesso autodefinito un inguaribile bugiardo che ha ricamato volentieri sulle sue stesse “imprese”, pur di mantenere alta la sua fama di matto.
Ne hanno fatto le spese la prima moglie, la figlia Mandy, la band, tutta la cerchia di amici (talvolta semplici approfittatori della sua fama e dei suoi soldi), soprattutto lui stesso, incapace di gestirsi, di curarsi, di rientrare nella realtà, in un quotidiano che non fosse il backstage, il palco, l'hotel da distruggere, diventando, negli ultimi tempi, la triste macchietta che sghignazza dei disastri combinati davanti a una platea compiacente. Ha devastato un ingente patrimonio (pare che i danni lasciati in giro per il mondo assommassero a mezzo milione di euro!).

Musicista eccellente, innovativo, personale e distintivo.

Una tecnica e un'espressività originalissime, quasi inconsapevoli, nella spontaneità con cui suonava. Uno stile che si è sviluppato e ha trovato spazio esclusivamente perché ebbe al suo fianco tre musicisti altrettanto personalissimi che gli concessero di potersi esprimere nel modo più creativo e originale possibile.
Non a caso lo troviamo molto raramente a fianco di altri musicisti che non fossero Roger Daltrey, Pete Townshend e John Entwistle.
Moon sedeva dietro alla batteria quasi esclusivamente quando gli Who erano in studio di registrazione o su un palco.

Non si esercitava mai, era indifferente alle collaborazioni con altri.

Le poche registrazioni al di fuori degli Who ci mostrano un batterista quasi anonimo, rispetto al funambolo con la band madre. Pete Townshend ne diede la definizione migliore: Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale.

Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico. Lo possiamo notare già agli esordi, pur in un contesto ancora beat e rhythm and blues, per poi sublimarsi nell'epoca d'oro degli Who, da Tommy a Who's Next a Quadrophenia. E' proprio con l'opera rock per antonomasia, Tommy, del 1969, che Moon assurge a un ruolo non ancora presente nelle rock band.
Porta, inconsapevolmente, a termine un percorso di progressiva crescita tecnica ed espressiva già evidente nei brani più recenti.

Diventa un protagonista di primo piano del sound degli Who (arrivati a questo punto a un livello tecnico spaventoso da parte di ogni singolo elemento) e inventa una modalità, che si rivelerà inimitabile, di suonare la batteria nella musica rock. E' proprio la sua ingenua spontaneità tecnica a rendere questo aspetto “inconsapevole”.

Suona in libertà ciò che “sente” intorno a sé e lo esprime nella sua inconscia modalità.
Saprà mantenersi a questi livelli fino a Who By Numbers del 1975, per poi declinare velocemente e, tre anni dopo, soccombere alla vita dissipata.
Incominciò a perdere colpi, svenendo sul palco o arrivando ai concerti reduce da varie serie di nottate insonni, dovendosi “ricaricare” velocemente per poter reggere il peso di un set complicato e faticoso come quello degli Who.

Un altro aspetto inspiegabile è come spesso salisse sul palco con quantità industriali di alcol e sostanze varie in corpo ma durante l'esibizione rimanesse lucido e perfettamente in sintonia con la band, senza errori o sbandamenti. La fine è vicina e sarà drammatica e paradossale, a causa di un'overdose di pastiglie utilizzate per non bere più.

Come ha scritto Tony Fletcher nella sua biografia “Dear Boy: the life of Keith Moon”: Keith Moon ha trascorso la sua vita spingendosi oltre i limiti alla ricerca di qualcosa di più di ciò che semplicemente non c'era. Keith era troppo giovane, troppo immaturo, troppo stordito dalle luci brillanti della fama e della fortuna e per vedere qualcosa di tutto ciò in quel momento.

lunedì, agosto 17, 2026

GoodMorning Genova: tre dischi, 3 libri per l'estate

GoodMorning Genova (https://www.facebook.com/goodmorninggenova) mi ha chiesto tre dischi e tre libri per l'estate che resta.
A me sono piaciuti questi.

lunedì, agosto 03, 2026

Fenomenologia della Lambretta

Ho scritto un articolo per "Alias" inserto de "Il Manifesto" di sabato 1 agosto, prendendo spunto dal libro di Dean Orton " A life in Lambretta. The story of a Professional Mod"( https://tonyface.blogspot.com/2026/06/dean-orton-life-in-lambretta-story-of.html).

Quando, alla fine degli anni Cinquanta, i primi mod londinesi ebbero la necessità di spostarsi lungo la città da un club all’altro per ballare e ascoltare musica, si trovarono di fronte a un atroce dilemma.

Come fare, evitando di sporcare gli immacolati vestiti sartoriali che li caratterizzavano?
Le auto costavano troppo e molti di loro erano comunque ancora minorenni, i mezzi pubblici sospendevano il servizio molto prima rispetto agli orari delle loro nottate.

L’arrivo di Vespa e Lambretta in Gran Bretagna risolse felicemente il problema (pur creando fin da subito un goliardico dualismo, tuttora esistente, tra i possessori dei due scooter).
Erano innanzitutto mezzi ricchi di stile, moderni, futuristi nelle loro linee, con il pregio di avere le scocche laterali che riparavano da eventuali schizzi d’olio (frequenti nelle moto) e selciato bagnato (il clima britannico non è dei più soleggiati) oltre alla protezione anteriore per le gambe.
Unito all’uso dei parka impermeabili, che arrivavano dall’esercito americano, giungere in perfetto ordine alle serate era decisamente molto più facile. Si aggiunse pure un particolare ancora più determinante.

Uno scooter italiano, ai tempi, primi anni Sessanta, costava poco più di 200 sterline, a fronte di una paga media di 80 sterline al mese. Un esborso che si poteva affrontare senza eccessiva fatica. Anche la miscela aveva un costo molto basso (senza dimenticare che ancora non esistevano le restrizioni sull’obbligo del casco, imposte invece ai motociclisti).
Per accentuare l'aspetto identitario, i mod, come è noto, personalizzarono ancora di più i mezzi con l'aggiunta di specchietti, fanali e altri accessori.

Fattori determinanti anche per il successivo revival degli anni Ottanta che si trasformò in parte nella scena Scooterboy (di cui fecero parte, tra gli altri anche Ian Brown e Mani degli Stone Roses, spesso ritratti all'epoca a cavallo di una Lambretta), molto seguita da quelle parti, quando si trovavano scooter usati (seppur mal ridotti) a pochi spiccioli e i controlli sull'uso, dipendenti dall'età, erano molto rari. Anche in questo caso la personalizzazione dello scooter, spesso ridotto esteticamente all'osso, togliendo ogni forma di carenatura esterna, fu particolarmente importante.

In Italia la Lambretta (il cui nome, deciso alla fine del 1946, giusto ottanta anni fa, è un diminutivo del fiume Lambro, sulle cui rive sorgevano gli stabilimenti di produzione della Innocenti), divenne ben presto un mezzo di uso comune, ma trovò successo anche in stati esteri, con concessioni di produzione, dall’India e Indonesia, alla Germania, Cile, Spagna (dove uscì un modello autoctono, la Serveta).

I film, le immagini degli anni Cinquanta e Sessanta italiani sono costantemente caratterizzate dalla presenza degli scooter come principale veicolo di locomozione, robusto, non troppo veloce, economico e, in caso di guasto, facilmente riparabile e con i pezzi di ricambio di immediata reperibilità, tanto era diffuso l'uso.
Con il progressivo e veloce cambiamento delle abitudini, anche in Italia l'uso del mezzo divenne obsoleto e ad appannaggio di appassionati e collezionisti.
Non era raro, a partire dagli anni Settanta, trovarne esemplari abbandonati o mai più usati, diretti in discarica o lasciati arrugginire in qualche garage. Non era ancora l'epoca del vintage ma solo del “vecchio” e “superato” (allo stesso modo si consideravano dischi e artisti dei decenni precedenti. Beatles, Stones e affini inclusi).

La Lambretta cessa la produzione nel 1971, assurgendo successivamente a oggetto di devozione.

E' di questi giorni l’uscita di un pregevole libro di Dean Orton, mod inglese da tempo trapiantato in Italia, che ha fatto della Lambretta un vero e proprio culto (come migliaia di altri appassionati). A Life in Lambretta (Speedball Publishing) narra di una passione poi trasformata in lavoro (come rivenditore e restauratore), attraverso, spesso spassosissime, avventure in giro per l’Europa, in negozi oscuri e polverosi, per rintracciare pezzi originali o mezzi coperti di ruggine, abbandonati in qualche cortile, da riportare in vita.
Un passaggio è illuminante sullo spessore filosofico della dedizione:
L'amore per lo scooter abbatte tutte le barriere e apre le porte in un modo che poche altre passioni sono in grado di fare. Intendo le differenze nel colore della pelle, del credo, razza, religione o origini. Puoi trovarti nella più remota parte del mondo, lontanissimo da dove vivi ma se ti avvicini a qualcuno con una maglietta o una spilla della Lambretta, è molto probabile che nel giro di un'ora ti troverai a casa sua con un letto per la notte, sarete diventati immediatamente buoni amici e vi sentirete parte di una “famiglia”. Non avrai mai questo tipo di vantaggi se guidi una Harley!

Nel nostro paese il mezzo assurge a elemento “pop” anche attraverso le pubblicità che coinvolsero cantanti particolarmente famosi.
Il Quartetto Cetra compose appositamente, nel 1962, l’irresistibile Lambret Twist (il nuovo ritmo che fa strabiliar / un cocktail fatto di genialità di dinamismo, di eleganza , di potenza / tutto quello che può darti la felicità).
Giorgio Gaber nel 1960 incise uno dei suoi brani più iconici e di successo, La Ballata del Cerutti, in cui descrive una malaugurata “impresa” del Cerutti Gino che ruba una Lambretta per essere poi immediatamente catturato dalla polizia e spedito in carcere, guadagnandosi però così la fama di duro.
Una sera in una strada scura / occhio c'è una Lambretta / fingendo di non aver paura / il Cerutti monta in fretta.
Il brano ebbe tale riscontro che la stessa Innocenti realizzò un breve spot video, La ballata del Cerutti che aveva rubato una Lambretta, con il cantante protagonista.

Anche Gigliola Cinquetti mise voce e volto per lo scooter in Prima o poi telefonerai.
Insuperabile anche lo slogan che lanciò Totò, in sella a una Lambretta ...a prescindere, in Lambretta conoscerete la gioia di vivere e viaggiare.
Indimenticabile la stupenda Raffaella Carrà che prestò la sua immagine, molto casta, prima alla Vespa e poi, nel 1970, anche alla Lambretta, con tanto di calendario. Allo stesso modo di Adriano Celentano, testimonial nel 1960.
Perfino Speedy Gonzales, che di velocità se ne intendeva, si scomodò nel 1965 per un Carosello dello scooter.

Se allarghiamo il campo di guidatori di Lambretta troviamo fior di attrici e modelle in sella allo scooter, sia per passione che per foto pubblicitarie, da Paul Newman, James Dean, Richard Burton a Claudia Schiffer, Jean Shrimpton, Cameron Diaz oltre a Rock Hudson e Gina Lollobrigida a scorrazzare con lo scooter nel film Torna a settembre del 1961.

Ovviamente l’immaginario Mod ha abbondantemente citato il mezzo, sia a livello fotografico (non si contano le immagini su dischi e foto promozionali di artisti in sella o a fianco del mezzo), sia “impossessandosi” del nome.
Valga su tutti l’esempio degli inglesi Lambrettas, usciti nel 1979 con un più che ottimo album mod beat come Beat Boys in The Jet Age, per poi ripiegare successivamente verso un sound più elaborato.
Non avevano alcuna relazione con anni Sessanta e dintorni, gli svedesi Lambretta, attivi negli anni Novanta. Era un riferimento diretto invece quello degli Innocenti, band indonesiana (dove c’è una fortissima e numerosissima scena mod e scooteristica), autrice di una serie di ottimi dischi a base di beat, soul, rhythm and blues e dei genovesi SX225, poi The Five Faces.

Gli Statuto di Vespe e Lambrette se ne intendono, tanto da comparire spesso nelle foto promozionali e dei loro album (in particolare Il Migliore dei Mondi Possibili del 2002).
La Lambretta viene citata nel loro brano Sole, mare del 2006 dove cantano Che bell'agosto, prendo la Lambretta. Metto su lo zaino, sono pronto per viaggiare Invece non ho più la Vespa. Sarà un viaggio sfortunato però: Pochi soldi in tasca, mi bastavano però. La Lambretta, ho chiuso a Piacenza Mi son speso tutto per poterla rispedire.

Paul Weller è sempre stato un raffinato amante dello scooter. Lo guida all’inizio del video del 1984 degli Style Council, Solid Bond In Your Heart. Pare che quella scena sia stata girata ripetutamente, fino a quando Weller, esausto, lasciò cadere malamente lo scooter, come si vede nelle riprese. Tra le sue dichiarazioni vale la pena di ricordare: Non importa che si sia Mod o meno.
Gli scooter hanno un look elegante e pulito. È qualcosa che continua, qualcosa che non si fermerà mai. Gli scooter sono eterni!
Nel 1991 acquistò una Lambretta SX200 del 1968 (che compare anche nelle foto all'interno dell'album Wild Wood mentre trasporta due membri della band e successivamente nel video di Friday Street del 1997 con tanto di scritta Woking, sua città natale, dove l'acquistò nel The Scooter Shop, sul piccolo parabrezza).
Weller, di cui esistono numerose altre foto in sella al mezzo, dichiarò che non l'avrebbe mai venduta ma nel 2002 decise di rinunciare al proposito, mettendola all'asta a favore del Teenage Cancer Trust, con tanto di suo autografo sulla carrozzeria.
Ad acquistarla per qualche decina di migliaia di sterline un suo fan.
Non dimentichiamo l'interno del disco All Mod Cons (1978) della sua prima band, i Jam, in cui è disegnato uno schema tecnico di una Lambretta, primo omaggio alla sua passione.
Il suo compare negli Style Council, Mick Talbot, arrivava dai Merton Parkas, band di spicco del cosiddetto “mod revival” del 1979, con i quali apparve in numerose foto promozionali con gli scooter di loro proprietà.

Anche Anche i Moody Blues, che avevano vissuto gli anni Sessanta, a fianco della scena beat e mod, citano il mezzo e quel periodo nel video di Your Wildest Dreams del 1986 in un flashback di quelle atmosfere.
Espliciti i Fine Young Cannibals (con membri che arrivavano dalle band ska dei The Beat e Akrylykz) in Good Thing, del 1989 dove celebrano la scena scooterboy con ampio sfoggio di Vespe e Lambrette.
Lo scooter appare anche in video di New Radicals, Black Eyed Pea, perfino Janet Jackson e anche in quello, appena uscito, vero e proprio inno al mezzo, Lambretta Boogaloo degli inglesi Big Boss Man.

I due litigiosi pilastri del Britpop, Oasis e Blur, hanno perlomeno condiviso la passione per il veicolo. Damon Albarn e Liam Gallagher sono stati spesso fotografati in sella a una Lambretta, il secondo, in particolare, fin da giovane, prima del grande successo. Proprio con Liam nasce un piccolo “giallo”.
Ha dichiarato che la prima cosa che ha acquistato con i diritti del primo disco degli Oasis è stata una Lambretta.
Mi ricordo che quando mi arrivò il primo assegno dei diritti dei dischi d'esordio mi comprai immediatamente una Lambretta del 1954, che poi ho inserito nella confezione di “Definitely Maybe” e che continuo a possedere. Subito dopo acquistai una casa per mia mamma che però la rifiutò. Voleva solo un cancello nuovo per dove ha sempre vissuto. E così ho dovuto rivenderla.

Erroneamente si è sempre pensato che quella raffigurata sulla copertina dell'album degli Oasis, Be Here Now, del 1997, insieme a una Rolls Royce in una piscina, fosse una Lambretta.
In realtà si tratta di un altro scooter di Liam ma di marchio tedesco ovvero uno Zundapp Bella del 1957, molto simile al mezzo italiano.

La Lambretta di cui parla è effettivamente nel booklet interno al loro album d'esordio.
Quando nel 2009 Gallagher lanciò la sua linea di vestiario “Pretty Green”, le foto in stile mod con Vespa e Lambretta si sprecarono.

Un grande appassionato di scooter era Bo Diddley, tra i veri e propri inventori del rock 'n'roll, tanto da apparire spesso in sella a una specie di Lambretta in alcune copertine dei suoi dischi.
In realtà si tratta di un Cushman americano del 1957, molto più squadrato e rozzo, rispetto al modello italiano, di cui è palese abbia cercato di imitare le caratteristiche estetiche.

Inutile dire che fu il film del 1979, Quadrophenia, trasposizione cinematografica dell’omonimo album degli Who di sei anni prima, a sublimare la Lambretta nell’immaginario collettivo.
Il protagonista Jimmy Cooper (impersonato da Phil Daniels) vive una serie di avventure all’interno della scena mod del 1965 a cavallo della sua amatissima, accessoriata e curatissima Lambretta LI150, che finirà malamente in un incidente stradale contro un furgone, esacerbando ancora di più la crisi personale del giovane.
Lo scooter, alla fine delle riprese, fu lasciato a Portsmouth, dove venne ritrovato anni dopo, in un giardino, da un appassionato del film che riconobbe la targa KRU 251.

Acquistò la Lambretta con tutti i suoi accessori dall'allora proprietario, Paul Marsh.
L’anonimo acquirente possedeva un negozio di scooter, lo restaurò, completando il lavoro nel 1995. Ebbe la copertina della rivista Scooter International ed è apparso in fiere ed eventi promozionali.
Nel 1997, quando la pellicola Quadrophenia fu ripubblicata, lo scooter si riunì con Phil Daniels e il cast originale del film, alla premiere.
Nello stesso anno, è stato utilizzato nelle riprese del concerto The Who’s Quadrophenia a Londra.

Il mezzo ha mantenuto le stesse specifiche che aveva nel 1979, compreso il sistema di scarico sportivo Ken Cobbing, anche se diverse parti come la batteria e il carburatore sono state sostituite. E’ stato poi venduto ad un’asta nel 2008 per 35.000 sterline.

Gli stessi Who hanno continuato a rilanciare la loro iniziale immagine mod, con foto e rimandi iconografici a quell’epoca dei primi anni Sessanta.

Un ulteriore particolare mai sufficientemente sottolineato e ricordato è che la Lambretta ha vissuto anche un'imprevedibile ma brillante carriera sportiva nelle corse motociclistiche, a cui partecipò spesso al fine di spingere l'immagine di robustezza, affidabilità e (relativa) velocità.
La Innocenti istituì un reparto corse che trasformò il mezzo in veri e propri bolidi, implementando anche il settore degli accessori, molto ambiti tra gli appassionati che volevano potenziare il loro scooter. Inutile dire che la Piaggio rispose allo stesso modo con la sua Vespa, alimentando la rivalità tra le due “sorelle”.
Corse come la massacrante Milano-Taranto furono testimoni di acerrimi confronti ma la Lambretta si distinse anche nelle mitiche gare all'Isola di Man, nello Scooter Week, portando a casa vittorie trofei. Peraltro la Lambretta Siluro detiene un record di velocità, ancora imbattuto per la classe 125. L'8 agosto 1951, con il pilota Romolo Ferri alla guida, raggiunse sull'autostrada Monaco- Ingoldstadt i 201 km all'ora, strappandolo nientemeno che alla Vespa Siluro!

Un veicolo diventato un culto per pochi appassionati, a cui, talvolta, hanno dedicato la vita o ogni pezzo di tempo libero ma anche uno splendido tassello di cultura pop, che ha saputo resistere al trascorrere del tempo, rimanendo tremendamente stiloso, elegante, affascinante, modernista.

E ve lo dice un accanito e fedele Vespista!
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