lunedì, aprile 08, 2024

MODSTOCK (60 Years Of Mod), London, Easter 2024

L'amico STEFANO MICELI ha presenziato al festival MODSTOCK (60 Years Of Mod), London, Easter 2024 a Londra e ha gentilmente mandato un reportage (foto rubate dal web).

La mia prima volta al Modstock e’stata per me qualcosa di esaltante, non credevo ormai più’ possibile potermi entusiasmare come un ragazzino di 18 anni visto che sono anagraficamente vicino ai 60 anni del Modstock stesso ahimè, ed in considerazione del fatto che a concerti, eventi, all-nighters di tutti i tipi attinenti al modernismo ed ai 60’s in genere ho partecipato dappertutto sia in Italia, che in Europa, Uk, Usa, in quasi 40 anni dì attività in questo “nostro” circuito.

Il Modstock è la celebrazione dell’epopea del modernismo, la prima edizione si svolse nel 1994 per il trentennale e da allora si rinnova l’appuntamento ogni 10 anni, le altre edizioni si svolsero nel 2004 e nel 2014.
La mia è stata una full immersion di concerti, dj sets, all-nighters, happening diurni, che mi hanno fatto riassaporare il gusto e la passione per la musica come non mi accadeva da tantissimo tempo, qui siamo a Londra, queste cose le hanno inventate loro, qui tutto ha un sapore diverso, senza offesa per nessuno, diversi amici ed amiche italiani e stranieri mi hanno confermato le stesse sensazioni.
Per me il weekend è iniziato venerdì sera 29 marzo avendo perso la conferenza stampa di presentazione di poche ore prima, con la presenza degli organizzatori dell’evento Rob Bailey in primis e di personaggi come Paul Hallam ed Eddie Piller solo per citarne alcuni, nella quale tra i vari argomenti trattati, si è rimarcato il fatto della grande difficoltà di organizzare un evento simile in un contesto economico come l’attuale, con i prezzi alle stelle in ogni ambito, queste ultime info le ho avute dall’amico Salva Merando al quale vanno i credits di questo, grazie Salva.

Dicevamo venerdì 29 inizia la prima serata al bellissimo 229 Venue in Great Portland Street, un fantastico locale con più sale dedicate, la principale spaziosissima per i concerti con un grande palco, ed un dancefloor molto ampio per ballare, ci sono poi altri due sale più’ piccole una delle quali con un palco più piccolo per i concerti, entrambe con dancefloor per ballare, venerdì però era accessibile solo la sala principale, che comunque ha un dancefloor molto grande.

Entro nel locale e subito riecheggia una Don’t Burst My Bubble degli Small Faces però nella versione dei Prisoners....il Dj che l’ha messa Eddie Piller, come immergersi in una sorta di “ mondo fantastico” appena varcata la soglia del locale, noto pochi pochissimi italiani io l’amico Salva Merando ed un altro suo amico milanese, forse un altro paio di persone, non moltissimi europei comunque, anzi, la stragrande maggioranza del pubblico è britannica, e così sarà per tutto il weekend, nonostante presenze da USA, Giappone, Canada.

Parte la prima band Fay Hallam accompagnata dal fido Andy Lewis alla chitarra e da Kieran Mc Aleer alla batteria più un giovane bassista che non riconosco, sono 45 minuti circa di assoluto godimento con il repertorio originale dei Makin’ Time, suonato con classe, grazia e coolness come solo Fay con la sua splendida voce cristallina e potente sa fare.

Secondo live, salgono sul palco i The Veras con un repertorio freakbeat molto bello, bella la cover degli Action “Something to say”.
Questa band poi misteriosamente si tramuta sul palco in Small Fakers (nome brutto ma sound da brividi), poi c’è l’ingresso alle pelli di sua maestà Kenney Jones batterista degli Small Faces unico superstite della band ed anche batterista degli Who dopo la morte di Keith Moon fino al 1982 circa, all’organo Hammond c’è il grande Rod Spark, leader degli scozzesi Shadowland i Prisoners scozzesi, che portammo in Italia nel settembre del 1993.
Da allora Rod ha portato avanti innumerevoli progetti discografici, bands, etichette fino ad approdare fisso agli Small Fakers tribute band ufficiale degli Small Faces.
Ebbene avevo delle remore, dei pregiudizi ma il concerto e’stato qualcosa di superlativo, il cantante Matt sembrava la reincarnazione di Steve Marriott, non solo nel look ma soprattutto sotto il profilo artistico, voce, movenze, modo di suonare la chitarra, Rod all’Hammond più che degno sostituto di Ian Mc Lagan, credetemi da paura, uno show indimenticabile con una “ All Or Nothing” cantata da tutta la sala, ed io con le lacrime agli occhi.

Sarebbe potuto bastare a livello musicale ed emotivo ma ecco salire sul palco la straordinaria P.P.Arnold con la sua band.
Per chi non la conoscesse spero pochi), lei cantò nei 60’s con le Ikettes che accompagnarono Ike & Tina Turner in lungo e in largo nei 60’s fino ad approdare in Uk, dove trovo’ apprezzamento ed importante esperienze artistiche con giganti quali Mick Jagger e i Rolling Stones ma soprattutto con Steve Marriott coi suoi Small Faces, lei simpaticissima racconta aneddoti del periodo, citando tutti quei nomi e pure Andrew Loog Oldham produttore degli Stones di allora, la sua voce è incredibile, straordinaria, il tempo non sembra essere passato per lei, la band che l’accompagna è al suo livello assolutamente superlativo, top Soul ai massimi, mi piace menzionare il suo grande classico “The last cut is the deepest” firmata Cat Stevens e What’cha Gonna Do dal repertorio delle Ikettes.

Basta così direte voi, invece gran finale che ti accoppa con una Tin Soldier suonata dagli Small Fakers con Kenney Jones e P.P. Arnold alla voce, da ko tecnico emozionale, poi dopo balli in pista con musica superlativa assieme a Rod Spark, me ne vado in hotel felice ma esausto, soprattutto a livello emotivo, e siamo solo al primo giorno...

Il day 2 parte per me con i concerti del Modstock allo Strongroom Bar, bel locale con cibo e bevande in abbondanza e spazio per i live, qui mi vedo col grande Dizzy Holmes della storica Detour Records con il quale avevo appuntamento, io e mio fratello comprammo da lui nei primi 90’s decine di dischi da lui soprattutto singoli, era l’etichetta di riferimento all’epoca per questi suoni, ebbene da Dizzy ho preso una sua uscita speciale, il cofanetto (triplo vinile dedicato ai Clique storica mod band inglese di fine anno 80 ed inizio 90, che portammo in tour a maggio del 1993 in Italia per una decina di date circa), al mio ritorno scopro con sorpresa ed enorme piacere di essere stati citati nelle note di copertina del vinile, priceless.

Dopo questo aneddoto ritorniamo alla musica, allo Strongroom c’è un sacco di gente, mercatini di vinile e abbigliamento, un sacco di amici che conosco, il primo live e’ ad opera degli storici Apemen band tedesca di Saarbrucken, l’unica ad aver suonato in tutti e quattro i Modstock, band solida che non ha mai smesso di calcare il palco e si sente, un mod sound molto ruvido con un tocco di soul nel cantato e nei cori, chitarra tagliente ed aggressiva, sezione ritmica possente con il drummer molto “Keith Moon” nello stile, hanno suonato pescando da tutti i loro dischi usciti proprio per la Detour di Dizzy, anche un singolo fresco d’uscita “ Moon”, bellissime le cover di Fire e Someone like me per una band che e’ una garanzia e che quest’estate suonerà un pugno di date in California grazie ad Anja Stax che vive laggiù’ moglie di Mike Stax e bassista dei Loons oltre che ex Cherylinas, informazioni fresche avute proprio dal batterista.

Dopo gli Apemen ecco salire sul palco un trio del quale si parla già parecchio nel nostro circuito e non solo, i favolosi Molotovs, l’attesa si percepisce, il palco dello Strongroom è quello da classico bar/pub inglese con la gente a ridosso del palco stesso, ma sufficientemente ampio, i ragazzi della band non arrivano alla maggiore età’ anche a sentire la gente che li conosce già, forse il batterista e’ maggiorenne l’unico elemento che risulta cambiato del trio, partono a bomba con power mod sound stile primo album dei Jam ma con un tocco punk forse più marcato, la gente è impietrita, catalizzano subito l’attenzione per il look del frontman e della bassista che dalle movenze deve aver studiato molto Victoria dei Maneskin, ma l’impatto sonoro e visivo nel contempo è fantastico, adrenalina di quando si hanno 17 anni ed un mondo di sogni davanti, la gente è gasatissima e tanti ragazzi non propriamente del giro mod, 60’s sono nel locale per vederli, uno show al fulmicotone con gli ultimi tre pezzi suonati dal chitarrista senza plettro a mani nude, l’impronta Weller/79 è evidente ma dentro c’è tutto anche il rock contemporaneo, indie, anche un pizzico di Seattle secondo me, questi ragazzi suonano con un piglio straordinario, tengono il palco con autorevolezza dimostrando moltissima qualità e coraggio alla loro età, sono sicuro che se non si faranno bruciare avranno un futuro importante davanti a loro, glielo auguro.

Ora passiamo alla serata no.2 sempre al 229 Venue, questa volta le sale sono aperte tutte e 3, la serata Crossfire un appuntamento che a Londra si tiene con regolarità viene organizzata proprio all’interno del Modstock per questa sera, con djs favolosi della scena northern soul come Ady Croasdell, Sean Chapman, Chris Dale, Alan Handscombe, favolosi i sets di Lee Miller, c’è anche una terza sala aperta dove i suoni sono più Latin, RnB, con djs come Andrea Mattioni, Fonsoul Bcn, Charles Whitehouse, ma i djs sono tantissimi in realtà, ed io citerò alla fine quelli che più mi hanno fatto ballare e che conosco da oltre un trentennio come Flappo da Vienna, e Michael Wink, ma anche Gary Milan, Paddy Johnstone, Eddie Piller, Bastian Troger sono stati fantastici, e qualcuno di sicuro lo sto dimenticando.

Non è finita qui nella sala che chiamerò per comodità no.2 quella dedicata ai suoni bianchi freakbeat, garage, psych si sono tenuti prima del ballo due altri fantastici shows.

Primi a salire sul palco i Crystal Teardrop, una band inglese (non sono sicuro se londinesi), che gira da non molto nella scena mod e 60’s legata al garage e al freakbeat, un quintetto che fa un psychrock fantastico capitanato da una ragazza che sa tenere il palco con molta personalità ed attitudine, band molto scenografica con pezzi originali molto belli chitarre in evidenza e tastiere ad arricchire il suono, un pezzo aveva un riff dei Chesterfield Kings ne sono certo, bellissima la loro cover degli Eyes la celeberrima “I’m Rowed Out”, bravissimi pure questi ragazzi quasi tutti molto giovani, band da tenere d’occhio.

Dopo di loro sul palco salgono i clamorosi Big Boss Man una vecchia conoscenza, per aver curato loro tour e date in Italia oltre venti anni fa, presentano il nuovo disco Bossin’Around uscito per la Spinout Nuggets, oltre al loro repertorio classico fatto di tanto Hammondgroove, funk,Latin, e un pizzico di psych.
Nasser Bouzida il frontman è il solito animale da palcoscenico, utilizza congas, timbales, ed un Moog dal quale fa uscire suoni che ti fanno ballare e viaggiare, un altro show potente, pieno di groove ed ipnotismo.

Dopo il concerto gran spazio ai djs che ho summenzionato prima, e ultime energie andate in fumo sul dancefloor per una giornata talmente epica che definire cinematografica è poco.

Ultimo giorno la domenica 31 marzo con il favoloso River Boat Party sul Tamigi, una crociera organizzata sul fiume londinese con partenza dal Pier della Royal Festival Hall alle 14 e ritorno alle 18, con bevande e soprattutto grandissima musica nel piano superiore dell’imbarcazione con i djs che si sono sbizzarriti facendoci ballare per oltre metà pomeriggio, Lee Miller, Flappo, Rob, Gary, tutto questo navigando su di un panorama stupendo come Westminster e dintorni, per ultimo la sera stessa ultimo brandello di festival al mitico Phoenix nei pressi di Oxford Circus, anche lì a salutare gli amici e a consumare ulteriormente le suole con Rob Bailey, Gary Milan, Michael Wink, Flappo etc...

Dopo un weekend così ho voglia di riposarmi ma ho tanto tanto entusiasmo per una scena che finché manterrà viva la sua sorgente Londra, vivrà ancora a lungo, God Save The King.

sabato, aprile 06, 2024

Presentazione "Quadrophenia" venerdì 12 aprile - Torino

VENERDI' 12 aprile alle 18.30.
Presentazione del libro "Quadrophenia" sullo storico disco degli Who.
A seguire aperitivo Mod Disco con il meglio del Soul,R&B,Ska,Mod’79 con i djs di piazza Statuto.
Cibo e bevande prelibati a prezzo popolare.
Ingresso libero e divertimento obbligatorio.

LAB
Piazza Vittorio Veneto 13
TORINO


https://www.facebook.com/events/2157860847913449/

giovedì, aprile 04, 2024

Ezio Guaitamacchi - She's a woman

A Ezio Guaitamacchi piace raccontare storie.
Di musica, cultura, spettacolo, recenti, lontane, ricche di particolari spesso poco conosciuti o addirittura inediti.

Nel suo nuovo libro ne troviamo 33, relative a personaggi storici e iconici (Billie Holiday, Madonna, Lady Gaga, Janis Joplin) e altri meno conosciuti (almeno dalle nostre parti, vedi le Dixie Chicks o Mercedes Sosa).
Sono storie spesso amare, crudeli, caratterizzate da maschilismo, violenza (pubblica e privata) ma anche di rivalse, vittorie, autodeterminazione, coraggio.

Il tutto corredato da una confezione elegante, ricchissima di foto, didascalie, curiosità, piccoli box che rimandano ad altre vicende ancora.

Un libro che si legge speditamente e con grande gusto.
Molto bella e appassionata la prefazione di Gianna Nannini.

Ezio Guaitamacchi
She's a woman
Rizzoli Lizard
288 pagine
35 euro

mercoledì, aprile 03, 2024

Radiohead - How To Disappear Completely

L'amico MICHELE SAVINI torna a donarci un'altra perla "dublinese".
Gli altri racconti sono qui
:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Triangle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda

Qualche settimana fa, in un freddo giovedì sera di Marzo, preso dalla curiosità e dall’ irresistibile richiamo di uno dei miei artisti preferiti, ho assistito al concerto dei The Smile a Dublino, band composta dai due Radiohead Thom Yorke e Johnny Greenwood e dal batterista dei Son of Kemet Tom Skinner.

La performance non ha deluso le aspettative, con i pezzi del nuovo album Wall of Eye che si affiancano egregiamente alle tracce del precedente lavoro A Light for Attracting Attention, davanti ai quasi 10000 spettatori della storica arena del Point Theatre, luogo sacro della musica dal vivo Dublinese.

L’imponente struttura, che ora porta tristemente il nome di una famosa compagnia telefonica, è situata a nord in prossimità della foce del fiume Liffey, corso d’acqua che taglia la città in due parti e che funge da linea di demarcazione geografica e sociale per la capitale irlandese.

Uscendo dal concerto, mentre mi incammino verso casa costeggiando la banchina del canale, ripenso a come proprio le acque di questo fiume abbiano ispirato una delle canzoni più significative della storia dei Radiohead e, a detta dello stesso Thom Yorke, una delle composizioni di cui va più orgoglioso.
La canzone in questione è How To Disappear Completely dell’album Kid A.
Il titolo è tratto dal libro di Doug Richmond del 1986, “How to Disappear Completely and Never be Found”, una guida su come fingere la propria morte e stabilire una nuova identità ed è l’unica canzone dell’album che contiene una chitarra acustica, segno in qualche modo distintivo dei precedenti lavori dei Radiohead.

KID A è infatti qualcosa di completamente nuovo per la band rispetto a quanto fatto fino a quel momento ed è incentrato sul concetto dell’abbandono delle melodie a favore di ritmi battenti, in cui i classici strumenti rock utilizzati nei precedenti dischi si trasformano in sintetizzatori e batterie elettroniche in pieno stile Aphen Twin, artista irlandese a cui Thom Yorke in qualche modo si ispira per la costruzione dell’album.
E How To Disappear Completelly è forse l’eccezione più grande all’ interno di un disco che esplora sonorità sconosciute per la maggior parte dei fan del quintetto di Oxford.
E canzone che, nonostante il periodo di poca ispirazione con susseguente “blocco dello scrittore” di Thom Yorke, è stata una delle poche composizioni scritte quasi completamente prima delle sessioni di registrazione di Kid A.

Per avere un’idea chiara di come il seme di questa canzone sia stato concepito bisogna fare un passo indietro fino a ritornare al momento in cui la band pubblica il precedente lavoro, OK Computer.
Fino a poche settimane prima dell’uscita dell’album, il 21 Maggio 1997, la band si esibisce davanti ad un pubblico di circa 400 persone, per passare poi nell’ arco di meno di un mese, a esibirsi nel loro più grande spettacolo dal vivo di sempre, il 21 giugno all’’ RDS Showground di Dublino davanti ad un pubblico di circa 35000 spettatori insieme a Massive Attack e Teenage Fanclub.
(Biglietto dello concerto del 21 giugno 1997 al RDS Showground)

Lo Show è un completo disastro anche a causa di una tempesta che si abbatte sulla città e che provoca non pochi problemi di audio a spettatori e band. Vento fortissimo e pioggia che arriva addirittura sul palco causando a quanto pare anche l’esplosione di alcune casse spia, spaventando a morte band e addetti ai lavori.

L’esperienza è citata nell’ultimo verso della canzone “Strobe lights and blown speakers, Fireworks and hurricanes” (Luci stroboscopiche e altoparlanti saltati, fuochi d'artificio e uragani).
In albergo la notte stessa, Thom Yorke ha un sogno in cui attraversa i muri della sua camera e vola sul Fiume Liffey (I walk through walls, I float down the Liffey), come lui stesso racconta anche in un’intervista:
“Ho sognato che stavo fluttuando lungo il Liffey e non c'era niente che potessi fare. Stavo volando in giro per Dublino ed ero davvero dentro il sogno.
L'intera canzone rappresenta questa mia esperienza di galleggiamento … “.


Lo stress causato dalla rapida ondata di fama che sta investendo la band è chiaro e la performance da headliner a Glastonbury 1997 una settimana dopo non è certo migliore: tensione alle stelle e una serie infinita di problemi tecnici che portano al quasi abbandono dello show da parte del frontman, bloccato all’ultimo dal chitarrista Ed O'Brien. Con il tour mondiale alle porte e lo stress che si trasforma in paranoia, Thom chiede aiuto al suo vecchio amico Michael Stipe dei R.E.M. che lo invita a isolarsi da tutto e tutti e a far finta che quello che gli stia succedendo non sia realmente reale.
“Non sei qui, tutto questo non sta succedendo” è lo sciamanico mantra sussurrato da Micheal Stipe, che diventerà poi il lamentoso ritornello della canzone “I’m not here, This isn't happening”.

A livello musicale, la chitarra acustica di cui parlavamo prima e le struggenti liriche che emanano senso di alienazione, vanno a rafforzare l’ampio accompagnamento d’archi ideato dal chitarrista Johnny Greenwood, unico membro della band con un background musicale in grado di poter occuparsi della stesura.
Simpatico l’aneddoto riportato a riguardo dal produttore dell’album Nigel Godrich, che racconta di come i membri dell’ Orchestra of St John's, che dovevano eseguire la partitura, siano letteralmente scoppiati a ridere quando Greenwood glie la presento “Scoppiarono tutti a ridere, perché non potevano fare quello che aveva scritto, perché era impossibile. O almeno impossibile per loro …”

Oltre agli archi Greenwood aggiunge alla traccia l’uso dell’Onde Martenot, uno dei primi modelli di sintetizzatore elettronico, che dà quell’atmosfera avvolgente al pezzo e si fonde con gli archi che vanno aumentando man mano che si sviluppa la canzone, ricreando a livello sonoro le sensazioni e gli stati d’animo vissuti dalla band in quel periodo.
La melodia rimane sospesa senza mai fermarsi nello stesso posto, salendo e scendendo lentamente come se fosse cullata dal vento, ondeggiando sulle acque del fiume Liffey, prima di scomparire completamente.

Per i fan più accaniti della band segnalo inoltre la pubblicazione da parte del bassista dei Radiohead Colin Greenwood di un libro fotografico che documenta l’attività della band dal 2003 al 2016.
La raccolta di foto inedite scattate da Greenwood è in uscita a ottobre ed è chiamata non casualmente: How To Disappear – A Portrait of Radiohead.
Il Testo di How To Disappear Completely

That there
That's not me
I go
Where I please
I walk through walls
I float down the Liffey
I'm not here
This isn't happening
I'm not here
I'm not here
In a little while
I'll be gone
The moment's already passed
Yeah, it's gone
And I'm not here
This isn't happening
I'm not here
I'm not here
Strobe lights and blown speakers
Fireworks and hurricanes
I'm not here
This isn't happening
I'm not here
I'm not here

sabato, marzo 30, 2024

Classic Rock

Nel nuovo numero di CLASSIC ROCK intervisto Mick Harvey (ex Bad Seeds), Alioscia Bisceglie dei Casino Royale e Little Albert.

Recensisco gli album di A Toys Orchestra, Little Albert, Galileo 7, Smalltown Tigers, Real Estate, Circus Punk, The Snuts, Modern Stars, Kreky, Bebaloncar, NuovoNormale, Bella Brown and the Jalous Lovers, "Dainamaita" dei Casino Royale.

venerdì, marzo 29, 2024

Marzo 2024. Il meglio

A un quarto dell'anno abbiamo ottime cose da segnalare.
Dall'estero Bella Brown and the Jealous Lovers, Les Amazones d'Afrique, Liam Gallagher & John Squire, Mooon, Dandy Warhols, Michelle David & True Tones, Yard Act, Kula Shaker, Kim Gordon, Real Estate, Black Crowes, Tibbs, Idles, New Mastersounds, Mo Troper, Galileo 7 e Popincourt.
Tra gli italiani A Toys orchestra, Rudy Bolo, La Crus, The Devils, Enri Zavalloni, Any Other, Bebaloncar, Smalltown Tigers, Paolo Zangara, Pier Adduce e Paolo Benvegnù.


BLACK CROWES - Happiness bastards
Il ritorno dei Robinson Bros non tradisce le attese. Consueto southern rock tinto di funk, soul, Stones, Stax, 70's hard, blues. Ma quanta classe, energia, groove. Hanno pochi rivali in questo ambito.

MICHELLE DAVID & the TRUE-TONES - Brothers and sisters
Michelle David, cresciuta a New York, fin dall'età di quattro anni voce in cori gospel, poi in giro per il mondo con il musical di Broadway “Mama” e con altre opere teatrali, infine in studio a fianco di Diana Ross.
Si trasferisce in Olanda dove incomincia una carriera con i locali True-Tones con cui incide sei album, calca i palchi di mezza Europa, conquista premi e riconoscimenti. Approdano alla nostra Record Kicks con il loro infuocato funk soul, rhythm and blues, blues e una costante tinta gospel su ogni brano e un album nuovo di zecca con dodici brani autografi. Una fusione ammaliante, esplosiva, vincente.

NEW MASTERSOUNDS - Old school
La band di Leeds, attiva da un quarto di secolo e con una ventina di incisioni alle spalle, torna con la consueta formula (vincente) a base di funk soul strumentale con l'organo Hammond in primo piano, tra Meters e Booker T & the Mg's. Dieci brani coinvolgenti, ritmicamente travolgenti, suonati (benissimo) con palese gusto e divertimento, per un album super grooovy!

YARD ACT - Where's my Utopia?
Sono da apprezzare le band/gli artisti che osano sparigliare fin da subito le carte.
Gli YARD ACT erano paladini del post punk, così tanto in auge ora.
Consapevoli che la formula è già superata e forse ha stancato, nel nuovo, secondo, album virano verso un sorprendente mix di funk, dance, hip hop, Beck, sound Baggy (Happy Mondays di "Kinky afro") e tanto altro.
Molto accattivante, gustoso, groovy.
Transitorio probabilmente ma complimenti per l'ardire.

KIM GORDON - The collective
Album disturbante, sperimentale, techno noise, rap, pesante come una stufa di ghisa, personale fotografia della società marcescente che ci circonda. Foto perfettamente a fuoco, terribilmente fedele alla realtà.

LIAM GALLAGHER & JOHN SQUIRE - s/t
Quello che ci si poteva aspettare dalla liason artistica di Liam e John non poteva che convergere in queste dieci canzoni. Prevedibilmente un sapiente e gradevole mix di umori Britpop, rock 'n' roll, sapori Sixties, la voce miagolosa di Liam, la chitarra solida, non di rado Hendrixiana, di John. C'è un imprevisto torrido rock blues ("I'm a wheel"), il riff beatlesiano di "I'm bored", un po' di psichedelia sparsa, una traccia glam hardeggiante alla Humble Pie come "You're not the only one". La scrittura è decisamente ottima, di alto livello, l'ascolto piacevolissimo per chi ha apprezzato le precedenti avventure dei due.

KAISER CHIEFS - Easy Eight Album
E' un peccato che la band di Leeds si sia progressivamente persa per strada, a sbracciarsi ora in una palude pop funk dance di sapore Duran Duran in tono minore e con imitazioni ritmiche del Bowie di "Let's dance".
Brani molto curati, talvolta efficaci ma sempre in un limbo di anonimato.

DANDY WARHOLS - Rockmaker
Ottimo il nuovo della band che mischia con grande gusto, energia, potenza e sfacciataggine rock, psichedelia, suoni garage, pop, elettronica. Ad aiutarli anche Slash, Debbie Harry e Frank Black dei Pixies. Le canzoni funzionano, divertono, pulsano e spesso esplodono in mano. Frizzante e cool.

DEE C. LEE - Just something
Torna a 26 anni dall'ultimo album DEE C. LEE, pubblicato dalla Acid Jazz Records.
L'ex voce degli Style Council (anche con Wham! e Animal Nightlife oltre che con una buona carriera solista), sfodera un timbro maturo, suadente, sempre pieno di classe e un sound soul funk jazzy, elegante e raffinatissimo, che riporta immediatamente alla "band madre".
In un paio di brani c'è anche Mick Talbot e uno lo compone Leah Weller (figlia di Paul e Dee).
Due ottime cover, 'Be There In The Morning’ di Renee Geyer e 'I love you" di Weldon Irvine.
Cool & groovy.

THE GALILEO 7 - You me and reality
Il quinto album della band inglese, guidata da Alan Crockford (Prisoners, JTQ, Prime Movers etc), conferma la qualità artistica del quartetto e la bontà della scelta stilistica, che guarda alla seconda metà dei Sixties tra momenti garage beat, freakbeat, la psichedelia che caratterizzava band come gli Who o i Move ma anche l'impeto ritmico anni 90 dei Dodgy. Belle canzoni, tanta energia, ottimo album.

UNCLAIMED - Creature of Maui Loon
Il mondo del garage punk piange la recente scomparsa di Shelley Ganz, uno dei capostipiti del ritorno di quei suoni ed estetica, mutuati dagli anni Sessanta più oscuri, in cui certe band non si accontentavano di imitare Beatles o Stones ma inasprivano il sound fino a farlo diventare distorto, ruvido, selvaggio, isterico. Già nel 1980 si tuffò in quel mondo dimenticato con i suoi Unclaimed, diventando un referente e mito. Durarono poco e solo recentemente Ganz si era rimesso in gioco incidendo un nuovo album con una rinnovata formazione della band, rimanendo fedele al più classico dei suoni Sixties, pur svoltando verso una dimensione folk psichedelica, con echi Byrds e accenni surf. Un eccellente epitaffio a un'indimenticabile leggenda.

THE THINGS - Coloured Heaven
Compie quaranta anni l'esordio dei Things, una delle band più sottovalutate del cosiddetto Paisley Underground di cui Dream Syndicate, Rain Parade, True West furono i principali esponenti. I Things uscirono nello stesso periodo ma restarono su posizioni più oltranziste e revivaliste, non indulgendo troppo alla modernità, saldi nei legami con i mid Sixties in pieno groove jangle tra Byrds e Buffalo Springfield. Band deliziosa da riscoprire, grazie alla ristampa di Misty Lane Records.

MOOON - III
Terzo album per la band olandese, immersa come sempre in atmosfere freakbeat, garage, psichedeliche, profondamente Sixties (con qualche puntata nel decennio successivo). Divertenti, a tratti travolgenti.

NABAT - Innacustic
Nato occasionalmente durante la pandemia, il progetto acustico dei Nabat, paradossalmente una delle band più incendiarie e rabbiose della Penisola, è proseguito dando grandi frutti, di cui troviamo finalmente traccia tangibile in questo CD. Dodici brani con la voce (e armonica) inconfondibile di Steno affiancata dalla chitarra acustica di Marco Farini in cui si passa attraverso i classici della band (da "Scenderemo nelle strade" a "Nichilistaggio" e "Asociale Oi!") e due novità come "Fuori dal ghetto" e "Questa notte a mezzanotte", cover italiana di "Midnight special", blues tradizionale portato alla notorietà da Leadbelly. Le canzoni funzionano tremendamente bene in chiave country blues e non perdono mai lo spessore originario ma in certi frangenti acquistano ancora più vigore e significato. Eccellente.

INDIGESTI - Ristampe
La F.O.A.D. Records, in collaborazione con la band ristampa l’intera discografia degli INDIGESTI dal 1982 al 1987.
– “Sguardo realtà” gatefold 2xLP (con un intero LP extra di contenuti inediti 1982-83) mai uscito in vinile.
– “Osservati dall’inganno” gatefold LP (riacquisito e masterizzato dalla bobina originale).
– Live in Lübeck 02.09.1987” Gatefold LP+7” (contenente un bonus EP con tracce rare/inedite) mai uscito in vinile.
Il tutto arricchito da libretti con interviste, foto, flyer e grafiche dell’epoca.
Impressionante riascoltare la violenza sonora della band, un incrocio di Germs, Zero Boys e Bad Brains, arricchito da una tale personalità da fare diventare gli Indigesti un riferimento per l'hardcore punk di tutto il mondo.
Il tutto corredato da testi visionari, amari, introspettivi.
La band suonava benissimo, potentissima, acida, spietata.

THE CHISEL - What a fucking nightmare
Anche con il secondo album la band inglese continua la sua opera di distruzione sonora con un mix devastante di hardcore e punk primordiale, violentissimo, urlato, scorticante. Sedici brani in trentasei minuti, nessun prigioniero, rabbia e disprezzo. Uno dei rari album punk fedeli allo spirito che fu.

LA CRUS - Proteggimi da ciò che voglio
Trascorsi vent'anni dall'ultima uscita discografica tornano i LA CRUS.
In "Proteggimi da ciò che voglio" ci sono otto brani inediti e due rifacimenti di loro vecchi brani con ospiti illustri (Carmen Consoli e Colapesce/Dimartino).
Il tratto dominante è l'immediata riconoscibilità del loro sound, un marchio di fabbrica che mette insieme la canzone d'autore più profonda (Tenco, Ciampi - vedi l'omaggio implicito del blues "Mangia dormi lavora ripeti" che richiama il suo "Andare camminare lavorare" - Bindi, Endrigo), con elettronica, post wave, pop ("Discronia").
Una pregevole conferma.

A TOYS ORCHESTRA - Midnight again
Una delle band più rappresentative della scena italiana, firma l'ottavo album, a sei anni dall'ultima uscita, un ulteriore passo in avanti in una maturazione da fuoriclasse. Un'anima soul, blues, quasi gospel. Ogni tanto sbucano il Lou Reed, il Jeff Buckley o il Leonard Cohen più introversi, addirittura Ray Davies e i Kinks. Impressionano la capacità compositiva ed evocativa, la padronanza creativa e il livello artistico dell'album. Resterà tra i migliori dell'anno, senza dubbio.

THE DEVILS - Let the world burn down
Il quinto album del duo napoletano (incluso il live dello scorso anno) si avvale della preziosa produzione di Alain Johannes (Chris Cornell, PJ Harvey, Queens Of The Stone Age) che ne esalta la potenza sonora, senza togliere nulla al consueto assalto sonoro selvaggio e primitivo. La formula è come sempre un riuscito cocktail di rock 'n' roll a tinte hard (dalle parti di White Stripes, Jack White e Black Keys), deep blues, punk, un'anima rockabilly (vedi la cover dei troppo dimenticati Crazy Cavan 'n' the Rhythm Rockers) e un taglio rock blues che guarda a cavallo di Sessanta e Settanta. Un album maturo, dal taglio internazionale, che esplode di energia in ogni canzone. Travolgenti!

LITTLE ALBERT - The road not taken
Uno dei chitarristi più espressivi del consesso rock blues italiano attuale, membro degli eccellenti Messa (spettacolare band psych/hard/stoner), firma il secondo album solista dopo il più che ottimo esordio con Swamp King di quattro anni fa. Rock blues classico, uno stile chitarristico che va dal Mike Bloomfield di Supersession a Johnny Winter, l'Alvin Lee solista, Steve Ray Vaughan. Tecnica di prim'ordine, gli appassionati apprezzeranno tantissimo.

MARK and the CLOUDS – Machines can’t hear you
Marco Magnani ha un curriculum di tutto rispetto alle spalle (dagli Avvoltoi alla band di Arthur Brown) e con la sua nuova creatura firma ora il quarto album. Il contesto è fedele ai suoi gusti e alle origini artistiche, ben radicate nei suoni dei Sixties. La band spazia tra le mille anime degli anni Sessanta passando da Beatles a elementi folk, freakbeat, spediti pop beat. Al suo fianco vari ospiti, a sua disposizione una lunga serie di strumenti e strumentisti che rendono l’album ancora più variegato e colorato.

THOMAS GREENWOOD and the TALISMANS - Ateş
Thomas Mascheroni (già chitarra e voce della band stoner bergamasca Humulus) in arte Thomas Greenwood, con i suoi Talismans confeziona uno splendido album (il secondo dopo "Ritual" dello scorso anno) di ispirazione psichedelica, a cavallo tra Sessanta e Settanta ma che non indulge in revival o nostalgia ma propone un sound attuale e non risparmia qualche occhiata alla post wave anni Ottanta e ad asperità stoner. Notevole.

HERSELF – Spoken unsaid
L’attività del polistrumentista palermitano Gioele Valenti si divide tra varie creature musicali, JuJu e Herself in particolare, che da anni gli procurano ottime soddisfazioni tra Italia ed Europa. Il nuovo album di Herself è un accattivante susseguirsi di atmosfere inquietanti, sospese, malinconiche, a tratti perfino minacciose e urticanti. Ci sono momenti di quiete psichedelica, altri più abrasivi e pulsanti che riportano a nomi come Sparklehorse, Pavement, Mercury Rev (per i quali, non a caso ha aperto il tour italiano del 2019). La particolarità saliente è il condensato di creatività e personalità che si respira nell’album, dal grande respiro internazionale. Materia di primissima qualità.

THE BRIGHTEST ROOM – s/t
Terzo album per la band milanese (guidata da Valerio ex Impulsive Youth e tanto altro), composta da veterani della scena rock e alternative locale. Cambio recente di line up e nuove forze che aggiungono energia e potenza a dieci brani power pop, con tiro punk e influenze Sixties. A tratti ricordano band come Buzzcocks e Squeeze ma la scrittura è sempre matura, fresca e personale, soprattutto nella dimensione live. Da seguire.

ORGAN SQUAD - I'll get you (boogaloo) / Hold on
Nuovo singolo per il quartetto modenese, come sempre alle prese con un Hammond sound che guarda ai classici riferimenti del genere (da Booker T and the Mg's al primo James Taylor Quartet e ai Corduroy) ma con un'energia e un tiro garage beat. A fianco della facciata A"I'll get you (boogaloo)", perfettamente in linea con le suddette influenze, una bellissima e riuscita versione del (purtroppo) oscuro classico "Hold on" dei Fleurs de Lys (originariamente cantato dalla vocalist sudafricana Sharon Tandy). In trepida attesa di un album!

AA.VV. - Africamore - The Afro-funk side of Italy (1973-1978)
Interessantissima operazione della Four Flies Records (etichetta specializzata in colonne sonore e musiche per sonorizzazioni realizzate in Italia tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Ottanta, oltre a nuove produzioni nu soul) che recupera una serie di brani italiani tra soul funk, proto disco, afrobeat.
Il risultato è spettacolare, dai Chrisma che compongono con Vangelis "Amore", accompagnati dagli Osibisa mentre Augusto Martelli & the Real McCoys sfodera un irresistibile funk di sapore James Brown in "Calories". Lara Saint Paul ci porta nel tribalismo minimale di "Voodoo Lady", Ramasandiran Somusunduran travolge con i prepotenti ritmi highlife di "Contrabbando di fagioli" (composto dal fratello di Vittorio De Scalzi dei New Trolls, Aldo), gli African Revival rifanno "Soul makossa" di Manu Dibango.
Uno stupendo spaccato di un'epoca pionieristica che produceva musica spettacolare.

ASCOLTATO ANCHE:
SHEER MAG (qualche buon pezzo ma genericamente un pop rock dimenticabile), NEW VISIONARIES (soul e funk strumentali, con un'impostazione lounge. Carino e innocuo sottofondo), SOUL SUGAR (reggae soul di classe e grande groove), NESTOR ALVAREZ (latin funk di ottimo livello), ANGELO OUTLAW (jazz funk soul strumentale, molto gradevole), Thee SINSEERS (ottimo rhythm and blues, blues e mellow soul da LA).

LETTO

Subbaculture #11
E' uscito il numero 11 di una delle riviste/fanzine più interessanti in circolazione: SUBBACULTURE.
300 copie numerate, 80 pagine in cui si parla in maniera approfondita, colta, minuziosa, di aspetti di varie sottoculture (mod e skinhead e dintorni, in particolare).
Bellissima e dettagliatissima l'intervista a David Storey, il grafico della 2Tone Records, interessantissima quella a Tim Wells sulla cultura skinhead.
Si parla anche del film "Babylon", della moda degli skaters negli 80, delle radici del Mod e Skinhead "revival" a fine anni 70 (con particolari e distinguo perfettamente azzeccati), dell'importanza dell'amico e poeta Dave Waller sulla scrittura di Paul Weller, delle fanzine inglesi tra il 1977 e il 1980 e tanto, tanto altro.
Ne scrivono David Storey, Mathew Worley, Paul 'Smiler' Anderson, Tim Wells, Mark Hinds Peter Jachimiak e Ian Trowell.
YOU HAD TO GET INVOLVED TO BE INVOLVED.
Per averlo
https://subbaculture.bigcartel.com/product/subbaculture-11

Marco Fazzini e Roberto Jacksie Saetti - Mingle with the Universe
Dalle nostre parti ERIC ANDERSEN ha sempre avuto poca risonanza, se non in un agguerrito e fedele nucleo di fan, che lo ha spesso portato in tour, ci ha lavorato (il violinista Michele Gazich in particolare), lo ha seguito lungo tutta la lunga e gloriosa carriera.
Il suo primo album è del 1965, ha collaborato con mostri sacri come Bob Dylan, Lou Reed, Joni Mitcehll, James Taylor, Andy Warhol, Rick Danko della Band.
Talvolta circostanze sfortunate ne hanno fermato la carriera che però conta una serie di piccoli gioielli come "Blue river" e "Ghosts Upon the Road".
In questo libro (in italiano e inglese) sono raccolte una lunga intervista sulla sua carriera, la traduzione di alcune delle canzoni più famose, suoi scritti esclusivi e varie testimonianze di chi ha lavorato e collaborato con lui.
Un eccelente modo per (ri)scoprirlo.

Edi Kermit Toffoli - Provincial punk. Le avventure di un giovane punk nell'Italia dei primi anni ottanta
Essere punk (o da quelle parti) in Italia a fine anni Settanta e per buona parte degli anni Ottanta era un bel problema.
Che si amplificava esponenzialmente vivendo in provincia.
Edi Kermit Toffoli fu uno dei primissimi a vestire quegli abiti scomodi a Gemona, nel Friuli profondo, da poco devastato dal terremoto.
Il libro (corredato da suggestive foto d'epoca) racconta quegli anni febbrili e incerti, la sua attività artistica (e vita) precaria con i Mercenary God e The Sex, le illusioni, le delusioni, la violenza, ma anche il divertimento, la passione, la gioia di vivere ai margini (Outside of society, that's where I want to be - Patti Smith Group da "Rock n roll nigger"), lo straniamento di fronte all'arrivo del rigore dell'hardcore.
Alla fine troverà una strada più sicura, diventerà autore (per i Nomadi) e musicista (Cleverness e professionismo da solista).
Un'ulteriore testimonianza di un'epoca, dalla quale escono sempre più ricordi e documenti, a dimostrazione della vitalità scomposta e anarcoide che c'era ai tempi anche da noi.

Michael Muhammad Knight - Islam Punk
Pubblicato in Usa nel 2009 (con il titolo "The Taqwacores", l'anno dopo in Italia con il palese riferimento al brano dei CCCP, è un divertentissimo resoconto della vita di una stramba e immaginaria comunità di Buffalo, composta da punk musulmani, devoti ad Allah e al Corano ma, allo stesso tempo, amanti dei piaceri comuni (sesso, droga, alcol, punk) che male si accoppiano con i precetti sacri.
Il culmine arriverà con un concerto di band taqwacore che si sublimerà in una serie di eventi inaspettati.
Divertentissimo e a suo modo geniale.
Il libro fece nascere una piccola scena hardcore che si ispirò alle sue pagine con nomi (marginali) come The Kominas, 8-bit, Vote Hezbollah Diacritical e Secret Trial Five.

Linus #3
Spettacolare numero di LINUS con speciale dedicato a GIGI RIVA.
Ci sono scritti mozzafiato di Gianni Brera (veramente spettacolare), Gianni Mura, Giuseppe Sansonna, Giorgio Porrà, Gigi Garanzini, fumetti dedicati a Gigi e foto rare e spettacolari. In mezzo decine di aneddoti, alcuni dei quali poco conosciuti.
Per i tifosi del CAGLIARI come il sottoscritto difficile trattenere la commozione ma la lettura è ugualmente consigliatissima a chiunque apprezzi il concetto di CALCIO, nella sua accezione più pura.

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".


IN CANTIERE

Venerdì 12 aprile ore 18.30
Torino
LAB
Piazza Vittorio Veneto 13, Turin, Italy

Presentazione del libro "Quadrophenia" sullo storico disco degli Wh. A seguire aperitivo Mod Disco con il meglio del Soul,R&B,Ska,Mod’79 con I djs di piazza Statuto. Cibo e bevande prelibati a prezzo popolare. Ingresso libero e divertimento obbligatorio.

Un'eccezione dalla nostra pausa per la doverosa partecipazione al Primo Festival della nostra label Area Pirata, sabato 11 maggio.
La festa inizierà alle 18.30 con la presentazione dei libri "No More Pain" e "Dalla Parte Del Torto": ANTONIO CECCHI (C.C.M.) e DOME LA MUERTE C.C.M. / Not Moving) ci parleranno delle loro biografie.

Dalle 21 si avvicenderanno sul palco:
DEATH WISHLIST - che ci presenteranno il loro debutto in uscita ad Aprile
SMALLTOWN TIGERS - fresche di uscita, dopo aver girato l'Europa in compagnia dei Damned e al rientro dal tour inglese!
CUT - una band che tutto il mondo ci invidia e delle bombe atomiche dal vivo!!!
NOT MOVING L.T.D. - davvero hanno bisogno di una presentazione?!

A seguire DJ set di Mr. DOME LA MUERTE.
Sarà presente un bel camioncino che ci sfamerà tutti!!!
E naturalmente vari stand ad accogliervi (tra cui Noi)!
Il tutto al GOB - Ganz of Bicchio - Circolo ARCI di Bicchio Viareggio.
I posti sono limitati (150 ingressi disponibili), ingresso 10€ con tessera Arci per cui si consiglia il preordine alla mail apirata@areapirata.com

giovedì, marzo 28, 2024

Eugenio Finardi

Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.
Le altre riscoperte sono qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back

Speciale EUGENIO FINARDI

Non gettate alcun oggetto dai finestrini (1975)
L'esordio non ancora perfettamente a fuoco: canzone d'autore, rock duro, sperimentazione, jazz rock, musicisti eccelsi come Hugh Bullen al basso, Walter Calloni alla batteria, Lucio "Violino" Fabbri al violino e il sottovalutato Alberto Camerini alla chitarra.
Testi duri e diretti contro capitalismo, servizio militare, padroni (il classico popolare "Saluteremo il signor padrone"). Compone la ballata "La storia della mente" con Claudio Rocchi e a collaborare c'è anche Franc Jonia (Franco Battiato sotto falso nome).
Sugo (1976)
Diesel (1977)
Due gioielli di rara bellezza e spessore, tra le migliori espressioni ("Sugo" in particolare) del rock italiano anni Settanta (ma non solo).
Nel primo brani immortali come "Musica ribelle", "La radio", "La CIA", il jazz rock di "Quasar", il rock rabbioso di "Soldi", l'intimismo di "Oggi ho imparato a volare".
La band è anora una volta eccelsa con Lucio Fabbri, Alberto Camerini, Hugh Bullen e Walter Calloni, oltre a Patrizio Fariselli, Ares Tavolazzi e Paolo Tofani degli Area e Claudio Pascoli (Battisti, PFM, Fossati, poi De André etc).
"Diesel" compie un passo in avanti. Prodotto da Paolo Tofani, ripropone la line up del precedente lavoro.
Il sound è più vario, dal rock diretto di "Tutto subito" a elementi jazz rock (la lunga "Non diventare grande mai" con la chitarra di Tofani a fare faville).
Testi di grande livello che vanno da analisi del convulso periodo "rivoluzionario" all'uso dell'eroina, ormai piaga sociale, la famosa "Scimmia", la guerra in Vietnam ("Giai phong"), il sistema scolastico ("Scuola"). Su tutto la stupenda ballata "Non è nel cuore".

Blitz (1978)
Roccando e rollando (1979)
Piuttosto criticati ai tempi, con l'imputazione di un disimpegno e allegerimento. In realtà Finardi mantiene saldo il legame con la realtà circostante, pur concedendosi a sonorità più easy (soprattutto in "Roccando e rollando") e ottenendo successo (e Festivalbar) con "Extraterrestre" nel primo e "15 bambini" nel secondo (album più debole e meno incisivo).

La carriera di Finardi prosegue con album sempre di buon livello, ricchi di spunti e volontà di sperimentare e cambiare, collaborando spesso con altri artisti e addentrandosi in vari generi musicali.

Anima Blues (2005)
Da sempre innamorato di blues e rock n roll, sforna un album (e un progetto che lo porterà in giro in Italia per oltre 100 concerti) a base di puro (rock) blues.
11 brani suoi, una cover di W.Dixon “Spoonful”, il mago dell’Hammond Pippo Guarnera al fianco, un tiro invidiabile, groove e anima da vendere.
Fibrillante (2014)
Dieci nuovi brani composti da Eugenio (con Giovanni “Giuvazza” Maggiore), coprodotti con Max Casacci dei Subsonica e che si avvale delle collaborazioni di Manuel Agnelli, Patrizio Fariselli degli Area, l’ex PFM Vittorio Cosma, alcuni dei Perturbazione.
Un ritorno duro, in cui Finardi impugna i problemi quotidiani con il piglio battagliero di sempre, sferza, picchia forte e diretto.
Lo ha definito un ”album di lotta” e quello è.
In ogni brano c’è un’attualità spiazzante, storie quotidiane, disoccupazione, liberismo che uccide, separazioni (la minimale “Storia di Franco”, algido e aspro ritratto di una condizione di tanti).
Il tutto coronato da un sound moderno e fresco, rock cantautorale di primissima qualità (bellissimo il 60’s folk quasi jingle jangle della title track), espliciti riferimenti sonori agli esordi ma espresso con una maturità, un piglio autorevole di chi ha fatto la storia e si ripresenta a muso duro, senza paura e con una classe comune a pochi.
Disco commovente, che prende alla gola e mette in un colpo solo in riga migliaia di arroganti “nuove leve”.
Brani spesso severi e rigorosi ma anche pieni di anima, energia, tranquilla determinazione.
Rimane infine da annotare quella che è forse la particolarità principale del disco: la voce.
Inconfondibile, riconoscibilissima, di Eugenio, che canta, parla, declama, ferma, minacciosa, autorevole, BELLA.
La classe, la maturità, l’esperienza di un GRANDE della musica, perfettamente mixata con la freschezza della generazione “rock” successiva, ammantata da un sound attuale.
Un capolavoro destinato a rimanere.

mercoledì, marzo 27, 2024

Michael Muhammad Knight - Islam Punk

Pubblicato in Usa nel 2009 (con il titolo "The Taqwacores"), l'anno dopo in Italia con il palese riferimento al brano dei CCCP, è un divertentissimo resoconto della vita di una stramba e immaginaria comunità di Buffalo, composta da punk musulmani, devoti ad Allah e al Corano ma, allo stesso tempo, amanti dei piaceri comuni (sesso, droga, alcol, punk) che male si accoppiano con i precetti sacri.

Il culmine arriverà con un concerto di band taqwacore che si sublimerà in una serie di eventi inaspettati.
Godibilissimo e a suo modo geniale.

Il libro fece nascere una piccola scena hardcore ,che si ispirò alle sue pagine, con nomi (marginali) come The Kominas, 8-bit, Vote Hezbollah Diacritical e Secret Trial Five.

Dal libro fu tratto un omonimo film.

Trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=yt36AzQ6INU

Film intero:
https://www.youtube.com/watch?v=EyIyz9e-wzU

Un doc sulla scena Taqwacore:
https://www.youtube.com/watch?v=uMw-A0c06Ig&t=285s

Il nostro gruppo comprendeva un fornicatore ubriacone con il mohawk, un tossico con il mohawk, un omosessuale e me, qualunque cosa fossi. Umar era l'unico vero musulmano.

Punk rock significa musica deliberatamente volgare, abbigliamento deliberatamente volgare, linguaggio delibearatamente volgare e comportamento deliberatamente volgare.
Signifca scavarsi la fossa da soli quando si tratta di qualunque aspettativa la società avrà mai nei tuoi confronti, ma continuare ad andarne fiero, amando se stessi e in qualche modo creando una comunità.
Il taqwacore è l'applicazione di questa virtù all'Islam.
Ero circondato da musulmani deliberatamente volgari ma amavano Allah con una passione da svitati che sfuggiva al sonnecchioso ritualismo decerebrato e agli stupidi Islam divistici secondo cui il nostro den aveva una superiorità morale intrinseca grazie alla quale il mondo era una nostra legittima proprietà.


Michael Muhammad Knight
Islam Punk
Newton Compton Editori
317 pagine
5 euro

lunedì, marzo 25, 2024

Kurt Cobain

Riprendo l'articolo pubblicato ieri per il quotidiano "Libertà" di Piacenza.

Sono passati trent'anni da quando, il 5 aprile 1994, se ne andava uno degli ultimi eroi/martiri del rock.

Kurt Cobain aveva ventisette anni e decise di togliersi di mezzo, all'apice del successo e della popolarità, schiacciato da sé stesso e dai suoi demoni (ovviamente, come ormai tristemente accade in questi casi, sono state numerose le teorie speculative che hanno cercato di escludere il suicidio, imputando la sua morte al volere e all'avidità della moglie Courtney Love, ma qui siamo nel consueto sciacallaggio postumo).
“Too much too soon” intitolarono il loro secondo album i New York Dolls di Johnny Thunders sorta di padre putativo, sia artisticamente che nello stile di vita, di Kurt: troppo e troppo presto.

Probabilmente non era quello che desiderava e interessava al chitarrista dei Nirvana. Si sparò con un fucile nel garage della sua casa di Seattle, lasciando una lettera d'addio in cui citava, in conclusione, una drammatica frase di Neil Young, preceduta da altre parole piuttosto chiare sulla sua tragica decisione:
Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

L'infanzia e la prima adolescenza sono traumatiche per un ragazzo dalla spiccata sensibilità.
Segnato profondamente dalla separazione dei genitori, soprattutto in una città provinciale di 15.000 abitanti nel profondo nord ovest americano, quasi ai confini con il Canada, dove non succedeva nulla e tutti conoscevano tutti. Ne diede testimonianza in una registrazione parlata, finita poi nell'album “Montage of Heck: the home recordings”, colonna sonora dell'omonimo documentario di Brett Morgen del 2015:
“(Vivevo) in una comunità che sottolinea le storie sessuali maschili in maniera “macho” come il punto culminante di ogni conversazione. Ero un ragazzino sottosviluppato, immaturo e grasso, che non scopava mai ed era costantemente molestato! Oh, povero ragazzino! Mi dava fastidio, probabilmente ancora di più perché ero arrapato e spesso dovevo inventare storie del genere. Questo tipico problema puberale era in effetti il massimo dei miei problemi, insieme a quello con mio padre e la matrigna. Sai, la tipica storia della matrigna cattiva. Mi sono trasferito sia dai nonni che da quattro gruppi di zie e zii. E così via nel corso dell'anno. In terza media mia madre non aveva altra scelta che accogliermi, perché mio padre ha fatto le valigie, mi ha accompagnato a casa sua la mattina e mi ha lasciato lì.”

Fin da piccolo è appassionato di musica, suona il pianoforte, percussioni e infine scopre la chitarra.
E' ambidestro ma sceglie di suonare mancino per essere più originale e distintivo. Segue il consueto percorso di scoperta della musica rock, partendo dai Beatles per passare poi all'hard di Led Zeppelin e Deep Purple e approdare infine al punk di Clash, Ramones e Sex Pistols.
Lascia la casa materna e se ne va a vivere da solo, addentrandosi sempre di più nella musica e nell'arte, raggranellando un po' di soldi con lavori precari, conoscendo nuovi amici e incominciando ad apprezzare droghe e alcol.
Alla fine degli anni Ottanta forma una serie di band e, dopo i tradizionali cambi di formazione, nel 1987 nascono i Nirvana: “Nirvana significa liberazione dal dolore, dalla sofferenza e dal mondo esterno e questo si avvicina al mio concetto di punk”.

La band si segnala subito per la sua irruenza sonora e sul palco. Le prime testimonianze sonore sono acide, dure, abrasive, punk misto a sferzate hard rock, ben riassunte nel singolo “Love buzz” e nell'album, ancora molto acerbo, “Bleach”.

Il 26 novembre del 1989 ero al “Bloom” di Mezzago, storico e prestigioso locale a una quarantina di kilometri da Milano.
Conoscevo poco la band ma avevo molta curiosità per questo nuovo fenomeno di cui si incominciava a parlare in America, il grunge. C'era poca gente, poco più di un centinaio di persone.
I Nirvana suonavano con i Tad ma Kurt Cobain fu costretto a sostituire Tad Doyle, il loro corpulento chitarrista, che era collassato poco prima del concerto e dormiva appoggiato a una cassa dell'impianto, senza che nessuno riuscisse a rimetterlo in sesto.
Immaginai una sbronza colossale o peggio ma pare che sorprendentemente, fosse a causa di una “overdose” di cappuccini (una dozzina in un'ora!), che lo avessero steso (unita a stanchezza e qualche altra “sostanza”).
Entrambe le esibizioni furono caotiche, rumorose, poco incisive e sostanzialmente deludenti. Con grande senso critico e innata preveggenza sentenziai al mio compagno di viaggio Enrico: “di questi tra un anno non parlerà più nessuno”.

Due anni dopo uscì infatti “Nevermind”.
A fianco di Kurt e del bassista Chris Novoselic c'era ora Dave Grohl (poi leader dei Foo Fighters).

Prodotto da Butch Vig, sbancò inaspettatamente le classifiche di mezzo mondo, in America spodestò dal primo posto Michael Jackson e ad oggi ha superato i 25 milioni di copie vendute.
Spinto dal singolo “Smells like teen spirit” portò per la prima volta il rock alternativo, figlio diretto del punk e dell'antagonismo sonoro, ai vertici delle classifiche americane e di molti altri luoghi nel globo.
Esplode il grunge, Kurt Cobain diventa un riferimento generazionale, un portavoce giovanile, un faro che catalizza il disagio della gioventù degli anni Novanta.
Non ha un look, capelli lunghi, barba incolta, camiciona di flanella, jeans larghi, scarpe da ginnastica sfondate.
E' il ragazzo della porta accanto, quello un po 'strano, dimesso, solitario, perfino un po 'sfigato, incarna l'immagine di milioni di ragazzi e ragazze. Ha però la capacità di comporre divinamente e soprattutto scrivere alla perfezione del disagio della sua generazione di cui è coetaneo.

Il successo lo travolge, non riesce a gestirlo, soprattutto in relazione al suo idealismo che mal si concilia con il ruolo di rockstar strapagata e adorata in tutto il mondo. In più la dipendenza dall'eroina e da altri stupefacenti non aiutano di certo.
Ancora meno la burrascosa relazione iniziata con Courtney Love, cantante delle Hole, anch'essa dedita ad abusi di ogni tipo. Nemmeno la nascita della figlia Frances Bean calmerà gli istinti autodistruttivi della coppia.
L'ultimo album della band “In Utero” (la prima scelta per il titolo era “Odio me stesso e voglio morire” ma Cobain fu dissuaso dalla scelta decisamente troppo estrema, per quanto lui l'avesse pensata in chiave auto ironica) è un tentativo di guardare musicalmente in una direzione più vicina alle origini, meno “raffinata” rispetto a “Nevermind”.
Avrà ugualmente un grande successo, non cambiando però lo stato psicologico di Kurt, ormai alla deriva. Alla fine del 1993 i Nirvana registrano un concerto acustico negli studi di MTV (l'album verrà pubblicato un anno dopo, postumo), stupenda testimonianza della qualità compositiva di Cobain, che si cimenta anche in alcune strazianti cover di blues.

Nel marzo del 1994 durante un soggiorno a Roma viene ricoverato in ospedale per overdose. Un mese dopo viene ritrovato il suo cadavere in casa e nel suo corpo notevoli quantità di eroina. La sua scomparsa scosse tutto il mondo musicale.

Rimane probabilmente una sorta di conclusione della storia del rock, così come lo abbiamo sempre vissuto e immaginato, quello che iniziò negli anni Cinquanta con il riff di “Johnny B.Good” di Chuck Berry, si chiude con quello di “Smells like a teen spirit” dei Nirvana, peraltro direttamente ispirato se non copiato da “More than a feeling” dei Boston.

Il rock sarà da allora in poi una riproposizione di sé stesso, ripartendo significativamente con un'ultima copiatura.

mercoledì, marzo 20, 2024

Indigesti - Ristampe

La F.O.A.D. Records, in collaborazione con la band ristampa l’intera discografia degli INDIGESTI dal 1982 al 1987.

– “Sguardo realtà” gatefold 2xLP (con un intero LP extra di contenuti inediti 1982-83) mai uscito in vinile.
– “Osservati dall’inganno” gatefold LP (riacquisito e masterizzato dalla bobina originale).
– Live in Lübeck 02.09.1987” Gatefold LP+7” (contenente un bonus EP con tracce rare/inedite) mai uscito in vinile.
Il tutto arricchito da libretti con interviste, foto, flyer e grafiche dell’epoca.

Impressionante riascoltare la violenza sonora della band, un incrocio di Germs, Zero Boys e Bad Brains, arricchito da una tale personalità da fare diventare gli Indigesti un riferimento per l'hardcore punk di tutto il mondo.
Il tutto corredato da testi visionari, amari, introspettivi.
La band suonava benissimo, potentissima, acida, spietata.

Personalmente ho organizzato alcuni concerti per loro a Piacenza e visti poi più volte in giro per l'Italia: tra i migliori live act di sempre.

https://www.facebook.com/foadrecords

https://www.facebook.com/indigesti

martedì, marzo 19, 2024

Edi Kermit Toffoli - Provincial punk. Le avventure di un giovane punk nell'Italia dei primi anni ottanta

Essere punk (o da quelle parti) in Italia a fine anni Settanta e per buona parte degli anni Ottanta era un bel problema.
Che si amplificava esponenzialmente vivendo in provincia.

Edi Kermit Toffoli fu uno dei primissimi a vestire quegli abiti scomodi a Gemona, nel Friuli profondo, da poco devastato dal terremoto.

Il libro (corredato da suggestive foto d'epoca) racconta quegli anni febbrili e incerti, la sua attività artistica (e vita) precaria con i Mercenary God e The Sex, le illusioni, le delusioni, la violenza, ma anche il divertimento, la passione, la gioia di vivere ai margini (Outside of society, that's where I want to be - Patti Smith Group da "Rock n roll nigger"), lo straniamento di fronte all'arrivo del rigore dell'hardcore.
Alla fine troverà una strada più sicura, diventerà autore (per i Nomadi) e musicista (Cleverness e professionismo da solista).

Un'ulteriore testimonianza di un'epoca, dalla quale escono sempre più ricordi e documenti, a dimostrazione della vitalità scomposta e anarcoide che c'era ai tempi anche da noi.

Edi Kermit Toffoli
Provincial punk. Le avventure di un giovane punk nell'Italia dei primi anni ottanta
Goodfellas Spittle
208 pagine
19 euro

lunedì, marzo 18, 2024

Gigi Riva

“Io sono uno che parla troppo poco, questo è vero. Ma nel mondo c'è già tanta gente
che parla, parla, parla sempre. Che pretende di farsi sentire e non ha niente da dire. Io sono uno che sorride di rado, questo è vero. Ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre. Però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro. Io sono uno che non dice chi è la sua donna, questo è vero. Perché non ammiro la gente che prima implora un po' d'amore e poi non appena l'ha avuto lo va a raccontare. Io sono uno che non nasconde le sue idee, questo è vero. Perché non mi piacciono quelli che vogliono andar d'accordo con tutti e che cambiano ogni volta bandiera per tirare a campare”.
E’ un brano di Luigi Tenco, del 1966.
Pare che Gigi Riva lo ascoltasse sempre, talvolta in maniera compulsiva.

Perché Gigi Riva amava la musica dei cantautori, lui con poca cultura alle spalle ma con una sensibilità che lo portava a capire chi, con le sue musiche e soprattutto parole, lo rappresentava.
Aveva vissuto un’infanzia difficile, il padre operaio morto quando aveva nove anni per un incidente sul lavoro, la madre poco tempo dopo, le tre sorelle con vari problemi fisici anche loro.
In casa giravano pochissimi soldi, la famiglia sfiorava la povertà.
Ma era una povertà dignitosa, condivisa con tanti altri nel paese natale, a Leggiuno, in provincia di Varese.
La madre è costretta a mandarlo a fare le medie in vari istituti religiosi, la cui disciplina ferrea e persecutoria lo forgia negativamente, lo rende ancora più chiuso e astioso nei confronti della società.

“Al paese non sapevo di essere povero, si tirava avanti, in collegio me lo fecero subito capire. Ci facevano sentire che eravamo lì per beneficenza, ci obbligavano a pregare per chi regalava il pane, ci imponevano l’obbedienza perché non potevamo permetterci, essendo poveri, nemmeno la vivacità”.

Incomincia a lavorare presto, montando ascensori, dividendosi con i campi da calcio, dove, da subito, eccelle.
Nel 1962 con l’ingaggio al Legnano, in serie C, arrivano i primi gol e qualche soldo, a rendere migliore la vita in casa.
In quel periodo il Cagliari militava in serie B ed essendo molto costosi i viaggi dalla Sardegna, per limitare le spese, giocava, alternativamente, due partite in casa e due in trasferta, facendo base, durante la permanenza in “Continente”, proprio a Legnano, dove i dirigenti rossoblu notarono il nuovo giovane talento, all’epoca diciottenne, e decisero di acquistarlo.

Riva, di fede interista e legatissimo ai suoi luoghi natali, non ne fu particolarmente soddisfatto.
La Sardegna era lontana, una terra ancora poco conosciuta e non sfruttata turisticamente, aspra, socialmente e a livello di infrastrutture ancora in una fase “arretrata”, dove venivano spediti per punizione i militari riottosi e dove la delinquenza costituiva un grave problema. Probabilmente non a caso Gigi finisce in un luogo così affine al suo carattere, pieno di rabbia e malinconia, vittima delle ingiustizie della vita e del potere, anticonformista, chiuso e refrattario alle imposizioni.

“Se non avessi fatto il calciatore sarei un contrabbandiere. Finivano tutti così al mio paese”.

Contribuisce con i suoi gol, la sua potenza, il suo ardimento, alla promozione in Serie A del Cagliari e alla salvezza l’anno successivo e nella stagione 1966/67 diventa capocannoniere con 18 gol.
Approda intanto in Nazionale, subisce il primo grave infortunio da cui si riprende presto e nel 1968 vince l’Europeo, nel 1970 arriva in finale, persa con il Brasile, ai Mondiali del Messico ma soprattutto porta lo scudetto, unica volta nella storia, a Cagliari nel 1970, a fianco di una squadra “operaia”, con pochi campioni e un allenatore unico, quel Manlio Scopigno, detto “il filosofo”, persona colta, bibliofila, perfettamente in linea con lo spirito dei suoi ragazzi. Gli arrivano offerte miliardarie per passare alla Juventus ma rifiuta sempre.

La Sardegna lo ha adottato e lui si è fatto adottare.

Tutti lo amano, lo proteggono, ne condividono carattere e modi. “Quando vedevo la gente che partiva alla 8 da Sassari e alle 11 lo stadio era già pieno, capivo che per i sardi il calcio era tutto.
Ci chiamavano pecorai e banditi in tutta Italia e io mi arrabbiavo. I banditi facevano i banditi per fame, perché allora c’era tanta fame, come oggi purtroppo.
Il Cagliari era tutto per tutti e io capii che non potevo togliere le uniche gioie ai pastori. Sarebbe stata una vigliaccata andare via, malgrado tutti i soldi della Juve. 
Ma io non ho mai avuto il minimo dubbio e non mi sono mai pentito.


Anche il regista Franco Zeffirelli gli offre una cifra enorme, pare 400 milioni di lire dei tempi (l’equivalente di 3 milioni e mezzo di euro attuali), per essere il protagonista nel ruolo di San Francesco nel suo film “Fratello sole, sorella luna”. “Non mi vedevo proprio a fare l’attore, non ero fatto per recitare”.

Un altro grave infortunio ne compromette la carriera e impedisce al Cagliari, lanciato verso un’altra vittoria, di conquistare il secondo scudetto. Gioca due partite anche al Mondiale del 1974, chiudendo la carriera prima in Nazionale (rimanendo tuttora il capocannoniere con 35 gol in 42 partite) e poi definitivamente con il calcio giocato, restando però nello staff dell’amato Cagliari (successivamente della Nazionale).
“Andare via significava tradire questa gente che mi ha dato tanto, per non dire tutto. E che nei momenti in cui le voci di cessione si infittivano scendeva in piazza per impedire alla società di cedermi e sembrava disposta a buttarsi nel fuoco per me. O meglio, a buttarsi nel fuoco con il Cagliari per me”.

Gigi Riva ha avuto un amore incondizionato per un altro sardo acquisito, Fabrizio De Andrè, di cui adorava i dischi, la poetica, le parole, soprattutto “Preghiera in gennaio”, dedicata, non a caso, alla morte di Luigi Tenco.
Si incontrarono una sola volta, nel settembre del 1969, a Genova (dopo una partita contro contro il Genoa di cui De Andrè era tifosissimo).
Due taciturni che ci mettono un po’ ad aprire bocca, complici qualche whisky e un bel po’ di sigarette (entrambi accaniti fumatori). Alla fine De Andrè gli regalerà una sua chitarra, Riva una sua maglia numero 11.
Si riprometteranno di incontrarsi, soprattutto quando il cantautore prenderà casa in Sardegna. Ma Riva confesserà di essere passato ripetutamente davanti a casa sua ma di non aver mai suonato al campanello per paura di disturbare. A Gigi Riva sono stati dedicati libri, articoli, un film, alcune canzoni e due soprannomi stupendi come “Rombo di tuono” (Gianni Brera) e “Hombre vertical (Gianni Mura).

Per me Gigi Riva è stato un “padre mitologico”, una divinità, intoccabile, assisa sul trono della leggenda. Lo è stato da quel lontano 1969 (quando avevo ancora otto anni) e ancora adesso lo è, in qualche Olimpo o Paradiso a vegliare, sardonico, sulle miserie del mondo con quel suo sguardo distaccato, malinconico, ieratico, severo.
Quando in quell’anno arrivai a Piacenza dalla campagna piacentina, abbandonando campi, canali, fienili, vita selvatica, per quello che mi sembrava un inferno di cemento, discriminato in quanto “campagnolo”, timidamente solitario su una panchina di Piazza Duomo, trovai conforto in un occasionale amico, Massimo, che mi invitò a “giocare a pallone” con lui.
Sfoggiava una maglia della Fiorentina e mi chiese “per chi tenessi”.
Famiglia totalmente juventina in ogni ordine di grado non osai dire niente, per timore di perdere il mio unico, potenziale, amico.
“Va bene, tu sei il Cagliari” (ai tempi rivale per lo scudetto dei “viola”). Diventai “il Cagliari”, mi informai dettagliatamente su chi giocava in questa squadra esotica, lontana, oscura.
Le figurine Panini mi aiutarono, un poster di Gigi Riva troneggiò presto su un muro della mia cameretta.
Ancora più discriminato in quanto campagnolo e tifoso di una squadra del Sud, divenni Campione d’Italia nell’aprile del 1970.
A quel punto fui accettato e mi fecero giocare tutti, io con le calze alle caviglie come Domenghini, provavo a tirare di sinistro come Papà Gigi Riva ma con scarsi risultati, con il destro mi riusciva molto meglio.
Il tempo è passato, tanto tempo, ma quella maglia rossoblu con il numero undici, cucitami da mia mamma ai tempi, è ancora gelosamente custodita, come il gagliardetto commemorativo di quel 1970 “scudettato”.
La fede per il Cagliari immutata, nonostante tutti i tracolli e le tristi vicende sportive.

Sempre malinconici, scontrosi, ai margini, anticonformisti, noi tifosi del Cagliari, abbiamo il nostro personale santo protettore, Gigi Riva.

venerdì, marzo 15, 2024

The Jam - The lost album

I "lost album", quegli album pianificati ma mai realizzati, sono sempre stati materia affascinante e intrigante.

Nel caso specifico in realtà i JAM un lost album non lo hanno mai avuto anche se nel 1978, poco prima della registrazione dell'epico "All Mod Cons" si prefigurò una simile eventualità.
Il precedente "This Is Modern World" non aveva ottenuto un’accoglienza eccessivamente benevola dalla critica e dal pubblico e la preparazione per il nuovo lavoro si era fatta difficoltosa.
Occorreva una svolta.
Ma Paul Weller si trova a fare i conti con una preoccupante mancanza di creatività e il totale coinvolgimento con la propria compagna, Gill Price, lo porta a distaccarsi dal resto del gruppo, pensando anche allo scioglimento della band.

Il produttore Chris Parry, scelto per il nuovo lavoro, liquida i primi demo come inadatti.
Alcuni dei brani sono firmati dal bassista Bruce Foxton a cui dice in faccia: "Non sei un compositore, scordatelo e finché Paul non tornerà a scrivere, di questo progetto non se ne può parlare".

I due singoli usciti tra la fine del 1977 e gli inizi del 1978 non a caso contenevano una versione di un brano dei Kinks, "David Watts" (cantata prevalentemente da Bruce), un paio di discreti episodi firmati da Foxton, "News of the World" e "Innocent Man", e uno trascurabile di Weller "Aunties and Uncles (Impulsive Youths)".
La sola "A Bomb in Wardour Street" lasciava ben sperare, troppo poco però per celare un’inequivocabile impasse creativa.

Per il nuovo album ci sono anche la discreta "The night" di Foxton, in pieno stile 77 (recuperata come B side di "Down the tube station at midnight"), l'energica "Billy Hunt" (poi riregistrata per "All Mod Cons"), due titoli come "I want to paint" e "On sunday morning", di cui non esistono testimonianze sonore e "She's got everything" (stampato su un acetato in possesso di un noto collezionista mod), buona ma non esaltante canzone, tipicamente Jam.

"Come compositore non avevo idee, ero prosciugato. Le canzoni non erano all'altezza degli standard.
Era un brutto periodo per i Jam e i problemi arrivavano principalmente da me. Scrivevo solo canzoni sdolcinate, cercando di essere flashy o arty.
E sappiamo bene che non erano cose che avevano a che fare con i Jam".
(Paul Weller)

Dopo una fase di crisi profonda, Paul torna per un po’ ad abitare con i genitori a Woking, ritrovando, così, tranquillità e ispirazione.

Allontanato Chris Parry e assoldato il nuovo produttore Vic Coppersmith Heaven, i Jam si buttano a capofitto in "All Mod Cons", il primo capolavoro della band.

Registrato a Londra tra il 4 luglio e il 17 agosto 1978 in un clima, ricorda Foxton, “felice e rilassato, soprattutto vedendo che i brani uscivano alla perfezione e ci rendevamo conto che stava succedendo qualcosa di speciale”, porterà i Jam al sesto posto delle chart inglesi, vendendo più di 100.000 copie.

GRAZIE A CPT.STAX per la consulenza.
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