giovedì, maggio 14, 2026

New Mod bands (Molotovs, Sharp Class, Spitifires)

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato scorso per l'inserto "Alias" de "Il Manifesto", dedicato alle nuove mod band (e affini) inglesi: Molotovs, Sharp Class e Spitifres, con stralci di interviste esclusive .

“Senza Paul Weller non ci sarebbe stata la nuova scena Mod, non ci sarei stato io”.
Così ha dichiarato Eddie Piller, fondatore dell’Acid Jazz Records, affermato Dj (anche alla BBC), uno dei primo mod londinesi a riprendere la tradizione degli anni Sessanta, portata alla notorietà mediatica da band come Who e Small Faces, abbracciata e amata da future star come David Bowie, Marc Bolan e Rod Stewart.
Come disse Peter Meaden, scopritore e primo manager degli Who: "Quanti ambasciatori del rock inglese sono stati direttamente influenzati dal Mod: Who, Rod Stewart, David Bowie, Stones, Small Faces, Animals, Georgie Fame, Julie Driscoll, Brian Auger, Zoot Money, Steve Winwood, Eric Clapton, Kinks, Marc Bolan, Jeff Beck, Robert Plant, Jimmy Page, Elton John, Andy Summers, Bryan Ferry".

E’ vero, la scena mod ha marchiato a fuoco gli anni Sessanta ma, proprio grazie a Weller e a suoi Jam, sui palchi inglesi dal 1976, è tornata prepotentemente in auge dalla fine degli anni Settanta.
Sembrava un secolo e invece erano solo quindici anni.
Ma qualcosa si muoveva già nel sottosuolo.
Decine di gruppi erano stanchi della pomposità e dell’epica del prog rock o dei travestimenti (spesso imbarazzanti) del glam e tornavano all’essenziale, suonando rock ‘n’ roll, rhythm and blues e cover di soul.
Gente come Dr.Feelgood, Nine Below Zero, Count Bishops, i 101ers di Joe Strummer, Brinsley Schwarz, Kilburn and the High Roads di Ian Dury, gli Hammersmith Gorillaz di Jesse Hector, i favolosi Inmates, tracciavano un nuovo percorso di recupero dei vecchi suoni più immediati e semplici, facendo da (cattivi) maestri a una nuova generazione di giovani appassionati.
E così nuove band con giovanissimi componenti come Purple Hearts, Chords, Jolt, i Merton Parkas di Mick Talbot, poi con gli Style Council, ancora con il nome di The Sneekers, i Pleasers, incominciarono a suonare quelle canzoni, quei ritmi, vestendosi come i primi Rolling Stones, Who, Kinks o Small Faces, definendosi spesso “mods”.

Il “Mod Revival” esplose tra il 1979 e il 1980, grazie anche alla spinta del film “Quadrophenia” di Frank Roddam (giovane regista incaricato dagli Who a mettere su pellicola l’epica della loro omonima opera rock, esclusiva farina del sacco di Pete Townshend, pubblicata nel 1973). Ebbe successo e influenzò migliaia di giovani alla ricerca di un’identità, in mezzo mondo.
Frank Roddam arrivò poi alla tranquillità economica inventandosi il format di “Masterchef”, la sua pellicola diventò invece progressivamente un “cult”, ancora oggi fresco, divertente e pulsante.

Nel corso degli anni la cultura mod ha subito un’altalena di alti e bassi, rimanendo però costantemente presente, seppure in modalità sotterranee, godendosi le serate danzerecce a base di soul, northern soul, ska e rhythm and blues e la costante ricerca di dischi rari e di look eleganti, raffinati e originali.
Progressivamente si sono perse però le band con chiari riferimenti alla tradizione mod.
Per lungo tempo sui palchi sono saliti quasi esclusivamente gruppi appartenenti a quella lontana scena degli anni Ottanta, il più delle volte con solo qualche membro originario e un’età media piuttosto alta.

Ma negli ultimi anni è tornata, improvvisamente e imprevedibilmente, una nuova ondata di band giovani, agguerrite, ricche di energia, nuove canzoni e tanta creatività, pur figlia di quelle radici lontane.

Ne abbiamo scelte tre, i più significativi e promettenti.

Partiamo dagli Sharp Class. Un trio che arriva da Nottingham. Due album e una serie di singoli all’attivo, i Jam come spina dorsale del loro sound ma con influenze che vanno tanto agli Who e ai Kinks quanto ai Clash, al power pop, a Joe Jackson.
Amfetaminici, duri e puri, sfrontati, un vero inno alla “Young Idea” di cui parlava Paul Weller agli esordi.
Interpellato sulle affinità con il mod il chitarrista e leader della band, Oliver Orton, precisa:
Lo stile Mod si distingue. È cool senza sforzo, smart e dà un senso di identità. È come qualsiasi stile, però è tutto soggettivo. C'è qualcosa nell'essere in grado di apparire cool, pur rendendolo naturale. Lo stile Mod fa questo. Una camicia, una giacca e dei mocassini sono fantastici sul palco sotto le luci e un Harrington, le classiche desert boots o le Adidas con jeans scuri sono casual ma si distinguono. Oggigiorno, c'è sempre più stile che si insinua nella società di tutti i giorni. Difficile dire quanto sia "attuale" lo stile in questo momento, non credo che sia importante finché ti sembra la tua seconda pelle.
v Anche i Molotovs sono giovanissimi.
Sostanzialmente sono i due fratello e sorella Matthew e Issey Cartlidge con un batterista in aggiunta.
Sono stati molto spinti a livello mediatico, hanno avuto la benedizione di Debbie Harry, i “nuovi” Sex Pistols, Libertines e Green Day, a cui hanno aperto i concerti, fatto una lunga gavetta, sia come buskers nelle strade londinesi che in piccoli pub, accumulando oltre 600 esibizioni live in pochissimo tempo.

Dice Matthew: Non siamo mai stati tipi da The Voice o X Factor o cose del genere. Per me è tutto così falso. Ogni volta che guardo i miei eroi, nessuno di loro ha avuto successo in un talent show. Sono usciti, si sono fatti un mazzo tanto per i tour e hanno costruito il loro successo partendo da zero. Non sono stati messi insieme dall'industria.

Hanno lentamente costruito un solido seguito anche grazie a una serie di video e singoli riusciti.
A cui aggiungono l’immagine perfetta di Matthew, voce e chitarra, novello Paul Weller made in 1977 e di Issey, affascinante bassista con i lunghi capelli biondi costantemente in volo e occhiate provocanti e ammiccanti durante i concerti.
Suonano bene, travolgono con l’urgenza e l’immediatezza cara ai primi Jam, Buzzcocks, Elvis Costello, amano David Bowie.
Il primo album Wasted Youth è il manifesto perfetto del loro sound, volutamente “ingenuo” e spontaneo quanto sapientemente ben prodotto.
Matthew parla del suo legame con la scena Mod:
Non ho molti legami con la scena per quanto riguarda la partecipazione a tutti i weekenders o i raduni Mod, e se li ho di solito è perché ci suono, cosa che ormai non succede più così spesso, quindi penso che il mio legame risieda solo nelle mie influenze. Penso che alcuni mi vedano come la nuova generazione mod e che la stiamo guidando nel XXI secolo. Ma sì, sono un mod! Non è difficile per nessuno capirlo, lo si vede nel modo in cui mi vesto, nella musica che suono e nella mentalità progressista che abbiamo come band.

Più esperti e navigati gli Spitfires, guidati dal chitarrista e autore Billy Sullivan. Si sono sciolti, dopo quattro album (a base di Weller, Smiths, powerpop) tre anni fa ma dopo una breve, quanto poco fortunata carriera solista del loro leader, sono tornati da pochissimo in attività con una nuova line up.
Sarò sempre vicino alla cultura mod. Penso che possa essere portata avanti e abbracciare nuovi elementi e influenze moderne. Non vedo alcun interesse per qualcosa che rimane bloccato in un circolo vizioso. Sento che c'è spazio per una sua nuova versione dice Sullivan.

Dunque la scena musicale mod esiste ancora, è più che viva e si rinnova in continuazione con nuovi nomi che guardano a quel passato non con nostalgia e rimpianti ma con una rinnovata voglia di portare avanti quella che è diventata una tradizione che, a dispetto degli anni che passano, continua ad essere fresca, identitaria, propulsiva con un costante sguardo rivolto al futuro.
Ovvero la perfetta etica Mod.

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