domenica, giugno 11, 2023
Premio CartaCanta e Northern Soul
Premio “CartaCanta” per il miglior libro musicale italiano.
Annunciata la cinquina dei finalisti:
I cinque libri tra i quali verrà scelto il destinatario del Premio 2023 sono quest'anno:
** 1977. Don't call it punk di Matteo Torcinovich (Goodfellas)
** Colle der Fomento: solo amore di Fabio Piccolino (Minimum Fax)
** Freewheelin' in Rome di Francesco Donadio (Arcana Edizioni)
** Northern Soul di Antonio Bacciocchi (Agenzia X)
** Sapessi com'è strano di Memo Remigi (Sperling & Kupfer)
Nel nuovo numero di Classic Rock Italia intervisto Andrea Ra (e ne recensisco l'ottimo album) oltre alle reces di "Wide open light" di Ben Harper, "Pagan blues" di Elli de Mon, "The singles 1980-1989" dei Bad Manners e dei libri "Stranglers" di Stefano Gilardino e "The Roxy London WC2" di Paul Marko.
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Northern Soul
sabato, giugno 10, 2023
Not Moving LTD @Handmade Festival
Domani con i NOT MOVING LTD siamo all' Handmade Festival Guastalla alle 19.45 in punto (poi Lydia Lunch, Come, Blurt etc).
https://www.facebook.com/handmadefestival
La prima serie di date (altre se ne aggiungeranno) dei NOT MOVING LTD che ci porteranno alla fine del 2023, dopo di che ci fermeremo un po' (forse anche tanto tanto tanto o forse no).
Love Beat!
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697
https://www.youtube.com/watch?v=j2nN9zpE1sQ
Domenica 11 giugno: Guastalla (Reggio Emilia) Handmade Festival + Lydia Lunch, Come, Blurt
Mercoledì 5 luglio: Bagno Peter Pan (Marina di Ravenna) + Chronics
Sabato 8 luglio: Roma “Forte Prenestino” + Trancefusion, Wendy?!
Giovedì 13 luglio Genova “Lilith Festival”
Lunedì 14 agosto: Lari (Pisa) “Festa Rossa”
Venerdì 15 settembre : Isola d’Elba "Neverending Festival"
Sabato 23 settembre: Festa Privata Imperia
Sabato 7 ottobre: Poviglio (Reggio Emilia) "Caseificio La Rosa"
Venerdì 13 ottobre: La Spezia “Shake”
Venerdì 20 ottobre "Bologna "Skeggia"
Sabato 28 ottobre : Como “Joshua"
Venerdì 24 novembre: "Cayelnuovo V.T. (Piacenza) "Kelly's"
Sabato 25 novembre: Lonate Ceppino (VA) “Black Inside
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Not Moving LTD
venerdì, giugno 09, 2023
Marina Cicogna. La vita e tutto il resto di Andrea Bettinetti
E' uno spaccato interessante quello che offre il documentario di Andrea Bettinetti dedicato a MARINA CICOGNA, grande produttrice cinematografica, che ha vinto un premio Oscar con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri (anche Grand Prix Spécial du Jury a Cannes), una Palma d’oro con La classe operaia va in paradiso, sempre di Elio Petri, e un Leone d’Oro con Belle de jour di Luis Buñel a Venezia.
Personaggio spigoloso, di alto lignaggio sociale, aristocratica e con genitori e avi ai massimi livelli della società italiana.
Donna coraggiosa e libera, dichiaratamente bisessuale (non ha mai nascosto la lunga relazione con Florinda Bolkan in anni bacchettoni e poco tolleranti), superando gravi difficoltà in famiglia e numerose problematiche della vita.
Ha prodotto registi come Elio Petri, Lina Wertmuller, Pier Paolo Pasolini, Vittorio De Sica, Sergio Leone, Francesco Rosi, Liliana Cavani, Jean-Pierre Melville e lavorato con attori come Mariangela Melato, Giancarlo Giannini, Florinda Bolkan, Gian Maria Volonté, Henry Fonda, Charles Bronson, Alain Delon.
Il documentario è una lunga intervista a Marina Cicogna con un buon numero di rare immagini e filmati, aneddoti e interventi di amici e operatori dello spettacolo.
Si può vedere qui:
https://www.raiplay.it/programmi/marinacicogna-lavitaetuttoilresto
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Film
giovedì, giugno 08, 2023
Sergio Giuntini - Lo sport imbroglione
Un accurato e approfondito viaggio nella storia del doping sportivo, con nomi e cognomi (da Dorando Pietri aal caso Alex Schwazer, come recita il sottotitolo), non tralasciando l'"intoccabile" calcio, passando per Olimpiadi, ciclismo (il Fausto Coppi che confessa pubblicamente l'uso di sostanze), il "doping di Stato" dell'est europeo pre 1989 (DDR e Urss in particolare) e abbondanza di storie ben circostanziate sulla situazione nostrana, che evidenziano l'esistenza di un "sistema" basato sulla connivenza di atleti, allenatori, dirigenti, federazioni sportive nazionali.
Il libro si sofferma sui casi Pantani, sulla Juventus di Agricola (che aveva una farmacia interna con ben 281 medicinali che venivano somministrati ai calciatori), Schwazer e la constatazione che i danni prodotti alla salute e all'etica non hanno mai fermato il doping.
"A partire dalla caduta del Muro di Berlino l'Occidente si liberò dei suoi tabù verso i limiti dello sport e diede vita a un sistema simile a quello dei vecchi paesi dell'est."
Non mancano gli interventi, talvolta provocatori ma neppure tanto, di chi propone la legalizzazione del doping.
Il libro offre un quadro desolante, più semplicemente aderente alla realtà, sorta di resoconto di ciò che accade ogni giorno.
"Lo sport è stato trasformato, da tempo, in spettacolo, show business, grazie a sponsorizzazione e audience Tv.
Il denaro che circola pretende, in cambio, grandi imprese.
Si è accettato che lo sport sia spettacolo ma nessuno si sogna di chiedersi se il grande attore che va in scena abbia assunto o meno cocaina. Ma l'atleta no, giammai: lo si vuole mondato da ogni tentazione" (Gigi Riva)
"Il doping procede per ere geologiche: della cocaina e stricnina (tra Otto e Novecento), delle anfetamine (dai Giochi Olimpici di berlino del 1936), degli stimolanti (anni Cinquanta), degli steroidi, anabolizzanti (anni 60/70), dell'emoautotrasfusione (anni 80), dell'eritropietina e dell'ormone della crescita (anni 90), genetico (vietato dal 2003), proiettandosi ogni volta con più slancio e furbizia nel futuro prossimo."
La borghesia trionfante introdusse un elemento qualificante dello sport moderno: la misura verificata.
Ogni discrezionalità fu annullata e le regole, il cronometro, il metro, misure del progresso quantificto e oggettivato, assunsero la funzione di stabilire razionalmente le capacità i talenti, decretando sul piano ideologico il passaggio a una cultura fortemente centrata sull'efficienza e la produttività.
Velocità, continuo miglioramento di sé, aspirazione al successo, perfezionismo, spirito di concorrenza divennero le categorie di questo nuovo credo sportivo.
Le medesime che connotavano i primi stadi del processo capitalistico.
Il sistema capitalistico non è altro che un'immensa competizione mondiale, una concorrenza sociale generalizzata.
Il motore di questo processo è la ricerca sistematica del rendimento, che deve essere precisamente misurato e continuamente migliorato allo scopo di appropriarsi di nuovi mercati. Lo sport si presenta come il modello più perfetto della competizione umana impegnata in tutto il globo e in tutti i settori. (Pierre Lauguillaume)
Riccardo Riccò, il "Cobra", squalificato ripetutamente per doping, recidivo. "Pensate si poassano fare 200 kilometri al giorno per tre settimane tra sole, gelo, pioggia, vento e neve solo a pane e acqua?
Pensate che si possa davvero vincere così o che ci sarebbe magari una tv disposta ad aspettarti in diretta per 7,8 o 10 ore cioè il tempo fisiologico per un tappone di mmontagna con 4.500 metri di dislivello e arrivo in salita dopo avere scollinato per altre quattro vette?
E magari, una volta arrivati al traguardo pronti già al mattino dopo a rifare la stessa cosa con la stessa Tv a imporre agli abbonati lo stesso strazio?
Vi siete mai chiesti perché ogni tappa di un Grande Giro arriva d'abitudine sempre tra le 17 e le 17.30 anche quando potremmo tutti, in gruppo, andare più piano o anche più veloce o comunque al nostro passo?
Non è possibile perché "la tappa deve arrivare entro le 17.30 sennò non ci stiamo con il palinsesto e allora addio pubblicità e sport e magari addio a premi e ingaggi", ci fanno sapere cortesemente dall'organizzazione.
E allora, come polli d'allevamento, ci alleniamo e "curiamo", qualcuno per vincere, i più semplicemenet anche solo per tenere il passo, stare a ruota, essere uno del gruppo.
Solo col doping vinci.
Senza doping non vinci.
Questa è la regola aurea del gruppo, del mio gruppo".
Sergio Giuntini
Lo sport imbroglione
Ediciclo Editore
330 pagine
20 euro
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Libri
mercoledì, giugno 07, 2023
Radio Libere Tutti - La storia dell’emittenza radiofonica piacentina di Roberto Dassoni
Piacenza, così come tante altre città di provincia, assiste a una vera e propria fioritura di piccole emittenti radiofoniche libere nate dalla creatività e dal saper fare di alcuni giovani che giocavano con trasmettitori, ripetitori e che sentivano l’esigenza di raccontarsi e di tramettere un pezzo di storia del nostro territorio.
Negli anni ’70 non esisteva una legislazione e l’etere era un territorio selvaggio.
Chiunque con un poco di dimestichezza con la tecnologia poteva aprire una radio.
Alcuni tentativi durarono poche settimane, altri costituiscono le radio che raccontano la nostra città ancora oggi.
La radio libera, contrariamente a quella di Stato, trasmette a 360 gradi le notizie della città senza censura e la musica del tempo richiesta dagli ascoltatori che iniziano ad assumere un ruolo fondamentale.
La radio non è più solo notizie ed intrattenimento ma ascolto attivo. Si instaura un forte legame tra radio e comunità locale.
In una società in cui l’immagine è un pensiero ossessivo e il bisogno di nutrirsi di immagini è diventato dipendenza, sembra essere tornato un interesse per la voce e per l’ascolto.
Lo testimoniano la nascita delle web radio e dei podcast anche a Piacenza, i cui contenuti audio sono volti allo svago ma anche all’informazione, all’approfondimento e alla discussione.
Il documentario si avvale delle interviste dei protagonisti di quest’epoca d’oro e di gustose registrazioni originali del tempo, oltre che di materiale fotografico d’archivio.
Con (in ordine alfabetico):
Diego Alberti, Antonio Bacciocchi, Eleonora Bagarotti, Marilina Benedetti, Riccardo Botti, Daniel Bozzarelli, Fabrizio Centenari, Davide Dallatorre, Luca Frazzi, Stefano Girometti, Giorgio Lambri, Abe Lupo, Ermanno Mariani, Marilena Massarini, Rita Nigrelli, Francesco Paladino, Stefano Pareti, Filiberto Putzu, Redazione Radio Cult, Redazione Gioia Web Radio, Redazione Radio Radio Shock, Stefania Riccio, Rita Ronda, Francesco Vaccari.
Per vederlo qui:
https://vimeo.com/816473467
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Film
martedì, giugno 06, 2023
96 Tears
Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.
L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York
Aperto da settembre 2022 "96 Tears" e' un bar dedicato alla memoria di Howie Pyro dopo la tragica morte avventura il 4 Maggio 2022.
Howie Pyro (Howard Kusten) è stato un DJ, musicista, collezionista, archivista, storico e scrittore.
Per decenni una forza vitale onnipresente nella scene Newyorkese, una leggenda del centro cittadino e membro dei The Blessed, D-Generation, Freaks e Danzig.
Pyro ha generosamente condiviso la sua conoscenza e ha voluto rendere queste squisite curiosità accessibili a tutti.
Le pareti del 96 Tears sono decorate con i suoi poster originali e altri straordinari manufatti come il posacenere promozionale originale dell'azienda di frutta che ha scoperto Andy Warhol (attualmente in prestito al Andy Warhol Museum).
La maglietta originale "Free Sid Vicious" di cui Howie era amico ed era uno dei presenti nel giorno della sua morte.
L'illustrazione originale "Rat Fink" che Ed "Big Daddy" Roth ha regalato a Pyro, un disco d'oro che i Ramones hanno regalato a Howie.
Ancora una custodia per basso dei Dead Boys che è diventata sua e una serie inimmaginabile di altre autentiche meraviglie subculturali provenienti dai confini del sottosuolo del 20° secolo.
Il locale (110 Avenue A, Manhattan) ha una storia subculturale che risale a decenni fa.
È qui che Allen Ginsberg ha fotografato Jack Kerouac che scrutava nella finestra del bar nel 1953.
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Tales from New York
lunedì, giugno 05, 2023
Tina Turner
Un doveroso omaggio a TINA TURNER a pochi giorni dalla scomparsa scritto per "Libertà" ieri.
Ci ha da poco lasciati uno dei personaggi più iconici nella storia della musica pop.
Tina Turner ha incarnato l’immagine della sensualità, della potenza vocale, della rivalsa, dopo una vita tormentata e drammatica, nonostante fama e successo. Anche la sua morte ha avuto un alone di tragedia.
Lo aveva lei stessa annunciato un paio di mesi fa: “Il mio tumore al rene non è più curabile. Credevo che il mio corpo fosse intoccabile e indistruttibile e così, quando avrei dovuto, non ho seguito i consigli dei medici. Non ho preso regolarmente i farmaci per la pressione alta che mi erano stati prescritti”.
Sofferente di ipertensione fin dal 1985, rifiutò le cure prescritte per affidarsi a una personale strada omeopatica che compromise, insieme alla confessata scarsa disciplina, la funzionalità dei reni. La salvò il secondo marito Erwin Bach donandogliene uno, anche se la riabilitazione post operatoria fu lunga e difficile. Purtroppo non è bastato.
Una vita complicata e fin da subito in salita e aspra quella di Anna Mae Bullock, cresciuta in Tennessee prima, con i genitori a raccogliere cotone nei campi e poi, alla loro separazione, con la nonna, per tornare infine con la madre a St.Louis.
“Quando da piccola lavoravo nei campi a raccogliere cotone sognavo di diventare una star del cinema. Non ero interessata più di tanto alla musica anche se cantavo sempre, ovunque, in chiesa, in casa, nei campi, nei talent show. Ma volevo andare oltre, diventare un’attrice”.
Ce la farà molti anni dopo ma nel frattempo la vita cambia radicalmente quando a un concerto dei Kings of Rhythm conosce Ike Turner, autore di quella “Rocket 88”, uscita nel 1951 e definita pressoché unanimemente come la prima canzone rock ‘n’ roll in assoluto.
Ike apprezza le capacità vocali (ma non solo…) della diciottenne e dopo qualche tentennamento la inserisce nella band, seppure come corista. Sarà un caso fortuito (l’assenza del cantante solista per la registrazione di un brano) a cambiare la storia. “A fool in love”, nel 1960, avrà la voce di Little Ann e diventerà un grande successo in ambito rhythm and blues.
Ike Turner capisce finalmente le sue potenzialità, le cambia il nome in Tina Turner e quello della band in Ike & Tina Turner Revue.
Oltre ad iniziare una relazione sentimentale con Tina da cui poco dopo avrà un figlio.
Si sposeranno nel 1962 adottando, reciprocamente, altri tre figli avuti da loro precedenti relazioni. La band cresce in popolarità, infila vari successi in classifica, si distingue per la grande carica di energia di Tina, vera catalizzatrice e padrona del palco, supportata da una band eccellente e dalle coreografie perfette delle Ikettes, tre coriste in costante movimento, perfettamente integrate nelle stupende coreografie, sensuali e provocanti, tra balli, piroette, passi di danza acrobatici.
Attirano l’attenzione dei Rolling Stones che li vogliono con loro in un tour inglese, il successo è ormai enorme.
Ma Ike Turner si rivela un marito padrone, violento, coercitivo, che non esita a picchiare selvaggiamente la moglie (nel 1968 Tina tenterà perfino il suicidio).
La band si sposta verso suoni più rock e funk negli anni Settanta, continuando a cavalcare le ali del successo planetario (approdano anche in Italia registrando un clamoroso show negli studi della Rai, trasmesso nella trasmissione “Teatro 10” nel 1971).
Tina incomincia a muoversi anche come solista con discreti risultati, partecipa al film “Tommy” di Ken Russell, ispirato dall’opera degli Who, in una conturbante e inquietante “Acid Queen”, ma il rapporto con Ike è sempre più violento e burrascoso. Nel 1976 lei chiede il divorzio e interrompe il sodalizio artistico con il marito.
Seguiranno anni difficoltosi, soprattutto economicamente, tra cause, tribunali, risarcimenti per i concerti cancellati.
Tina incomincia una lenta e difficoltosa rinascita attraverso il Buddismo di Nichiren Daishonin e il mantra rigeneratore Nam Myho Renge Kyo da cui non si staccherà mai più e che ha spesso divulgato in appositi video e in interviste pubbliche. I problemi non mancano, gli album che incide, pur dignitosi, non arrivano più nelle classifiche, è costretta a suonare il più possibile, spesso in situazioni molto lontane dalle luminarie del successo di poco tempo prima. Nella primavera 1979 è, ad esempio, ospite fissa nel programma di Pippo Baudo “Luna Park”.
Ci vorranno ancora anni (e l’aiuto di vecchi amici come Rolling Stones e Rod Stewart che la chiamano a duettare con loro in concerto) per tornare sul trono che le spetta.
Nel 1984 l’album “Private dancer” e un nuovo look, con chioma leonina, minigonna, giubbotto di pelle, 45enne affascinante, aggressiva, sexy, le fa superare addirittura la popolarità e il successo precedenti. Il disco vende dieci milioni di copie, il tour mondiale è un sold out continuo.
Donna, nera, maltrattata da un marito psicopatico, abbandonata (come già era successo nell’infanzia), trova la forza, la caparbietà, la costanza, di rialzare la testa, dopo anni di lavoro incessante, ripartendo dal basso, ribaltando il ruolo della femmina, costante comprimaria del maschio di turno, fin dai primi anni Sessanta, imponendo la sua arte, le sue capacità, il suo fascino.
Tina andava sul palco senza paura di esibire la sua prorompente carica sessuale, utilizzandola con spontaneità sottilmente provocatoria, mai volgare o banale. Dimostrando che certe regole si possono distruggere o ignorare.
La decisione coraggiosa di lasciare il marito violento, peraltro “padrone” anche della sua immagine e del conto in banca della coppia, è stato un esempio in più per tutte le donne oppresse e abusate. Il coraggio di ripartire da capo, rischiando l’oblìo (in cui è rimasta per anni), è sicuramente stato lo sprone per migliaia di donne a non subire più imposizioni, di dire basta alla violenza domestica. Inoltre è opportuno ricordare come fosse (sia) difficile per una donna ultra quarantenne (e quindi giudicata ampiamente “vecchia”), di colore, in un mondo discografico particolarmente sessista e razzista, riuscire a tornare sulla breccia.
Ricordiamo a tal proposito che il canale musicale MTV (nato nel 1981) trasmise il primo video di un artista di colore, Michael Jackson in questo caso, solo nel 1983, due anni dopo, giusto per capire il contesto sociale e culturale in cui è avvenuta la rinascita di Tina.
I suoi successi non si contano.
vDal ruolo di attrice protagonista in “Mad Max” che corona il suo desiderio d’infanzia e l’introduzione nella Hollywood Walk Of Fame, a nuovi dischi che confermano il successo.
Tra il 1987 e 1988 suona in oltre 200 concerti incassando cifre spropositate in milioni di dollari, vince per la quarta volta consecutiva il Grammy Award come migliore cantante (in totale ne ha portati a casa dodici nella carriera, oltre a un numero incalcolabile di riconoscimenti di ogni tipo) e nel 2000 decide di ritirarsi dalle scene. Tornerà otto anni dopo (all’indomani del suo ultimo album “Twenty Four Seven”) per festeggiare i 50 anni di attività con un tour trionfale e ancora una volta milionario.
Alla fine avrà venduto più di 200 milioni di dischi.
Escono libri, documentari e un deludente film biografico, “Tina. What’s love got to do it” del 1993, che, come sempre, non riesce minimamente a rendere la realtà di un musicista.
La stessa Tina lo liquidò: "L'ho guardato in parte, ma non l'ho finito perché non è così che sono andate le cose. Non credevo che avrebbero cambiato così tanto i dettagli”.
E Ike Turner?
Morì nel 2007 dopo aver speso il periodo successivo al divorzio con Tina tra pochissimi alti, moltissimi bassi e tanti abissi tra droga e prigione.
Tina Turner non è una sopravvissuta ma una donna che ha vissuto la sua vita, nella gioia e nel dolore
Dotata di uno spessore artistico comune a pochi ma soprattutto di un timbro vocale unico, a cui ha unito una tecnica interpretativa immediatamente riconoscibile, basti ascoltare qualcuno dei duetti che l’hanno vista protagonista, da David Bowie, a Paul McCartney, Mick Jagger, Rod Stewart, Beyoncé, Tom Jones, Cher, anche i nostri Elisa e Eros Ramazzotti, in cui inevitabilmente è lei a prendersi la scena e a cancellare in pochi secondi il partner del caso.
Se ne è andata felice, come da una recente intervista:
“La morte non è un problema per me, non mi dispiace davvero andarmene.
Sono più felice di quanto non sia mai stata in vita mia.
Sono più felice di quanto avessi mai pensato che la vita sarebbe diventata per me. Ciò significa che la maggior parte delle mie difficoltà sono arrivate mentre ero giovane e crescevo.
E negli ultimi giorni, quando normalmente le persone soffrono per la vecchiaia e la malattia, è arrivata la mia felicità. Sono davvero molto felice.”
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sabato, giugno 03, 2023
Not Moving LTD
La prima serie di date (altre se ne aggiungeranno) che ci porteranno alla fine del 2023, dopo di che ci fermeremo un po' (forse anche tanto tanto tanto o forse no).
Love Beat!
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https://www.youtube.com/watch?v=j2nN9zpE1sQ
Domenica 11 giugno: Guastalla (Reggio Emilia) Handmade Festival + Lydia Lunch
Mercoledì 5 luglio: Ravenna “Cisim”
Sabato 8 luglio: Roma “Forte Prenestino”
Giovedì 13 luglio Genova “Lilith Festival”
Lunedì 14 agosto: Lari (Pisa) “Festa Rossa”
Venerdì 15 settembre : Isola d’Elba Festival
Sabato 23 settembre: Festa Privata Imperia
Sabato 7 ottobre: Poviglio (Reggio Emilia) "Caseificio La Rosa"
Venerdì 13 ottobre: La Spezia “Shake”
Venerdì 20 ottobre "Bologna "Skeggia"
Sabato 28 ottobre : Como “Joshua"
Venerdì 24 novembre: "Cayelnuovo V.T. (Piacenza) "Kelly's"
Sabato 25 novembre: Lonate Ceppino (VA) “Black Inside
Love Beat!
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Domenica 11 giugno: Guastalla (Reggio Emilia) Handmade Festival + Lydia Lunch
Mercoledì 5 luglio: Ravenna “Cisim”
Sabato 8 luglio: Roma “Forte Prenestino”
Giovedì 13 luglio Genova “Lilith Festival”
Lunedì 14 agosto: Lari (Pisa) “Festa Rossa”
Venerdì 15 settembre : Isola d’Elba Festival
Sabato 23 settembre: Festa Privata Imperia
Sabato 7 ottobre: Poviglio (Reggio Emilia) "Caseificio La Rosa"
Venerdì 13 ottobre: La Spezia “Shake”
Venerdì 20 ottobre "Bologna "Skeggia"
Sabato 28 ottobre : Como “Joshua"
Venerdì 24 novembre: "Cayelnuovo V.T. (Piacenza) "Kelly's"
Sabato 25 novembre: Lonate Ceppino (VA) “Black Inside
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I me mine
Museo della resistenza Piacentina - Zone Libere 3 giugno 2023
ZONE LIBERE è un modo nuovo di parlare di Storia. Attraverso la musica, il divertimento, la socialità.
Per questo festeggeremo la Festa della Repubblica con una giornata di musica resistente, birra e incontri.
Per questo festeggeremo la Festa della Repubblica con una giornata di musica resistente, birra e incontri.
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I me mine
venerdì, giugno 02, 2023
Northern Soul
Si è chiuso in Sicilia, dopo una trentina di date in una decina di regioni, il tour di presentazione del libro "Northern Soul" edito da Agenzia X.
Una lunga serie di incontri sempre corroborati da un'ottima partecipazione di pubblico.
L'intento del libro era ed è quello di divulgare una realtà poco conosciuta, attraverso la storia della scena musicale, dagli albori ad oggi, senza alcuna pretesa di esaustività, lasciando che la complessità di quella italiana fosse descritta da persone molto più competenti e "informate sui fatti" (a cui ho lasciato la parola) del sottoscritto.
Le vendite sono andate molto bene, largamente e inaspettatamente superiori al preventivato, il libro è più volte arrivato ai vertici dei più venduti su varie piattaforme nelle sezioni apposite, è stato più volte ristampato e continua a muoversi dignitosamente.
Ringrazio tutti e tutte coloro che sono intervenuti/e e hanno lavorato all'organizzazione degli eventi.
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Northern Soul
giovedì, giugno 01, 2023
Tashkent novembre 2022 #2
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
La prima puntata qui: https://tonyface.blogspot.com/2023/05/tashkent-novembre-2022.html
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Tashkent novembre 2022
PARTE DUE
La prima puntata qui:
https://tonyface.blogspot.com/2023/05/tashkent-novembre-2022.html
Attraversiamo in taxi una delle strade principali, ai lati edifici imponenti, di costruzione recente. Molti sono ancora incompiuti, la facciata decorata da arabeschi o insegne luminose e i lati al grezzo, senza finestre.
Ricordano un po’ le scenografie dei film western degli anni sessanta, l’ingresso del saloon sorretto da travi di legno. I negozi sono organizzati come bazar, anche i più grandi hanno la merce esposta sul marciapiede, per lo più materiali edili, scale, porte, letti, secchi di vernice.
Nella via della moda ci sono tutti i marchi esclusivi tipo Molto Caldo, Eleganto, Bibiona e Massimo Rabbiacci. E che voglia di un ristretto da Bellissimo Caffè o di una nafta alla Gelateria Giotto.
Usciamo dal centro per andare a visitare un’azienda.
In periferia è tutto sgarrupato, erbacce ai lati delle strade sabbiose, case scrostate o senza intonaco, i portoni invece sono nuovi di zecca, verniciati di bianco o nero e ricchi di intarsi elaborati, spesso dorati.
“Come mai porte e cancelli sono così curati?”
“Perché l’ingresso e il soggiorno sono le zone più importanti della casa, quelle che di solito vedono gli ospiti.” spiega Marija, una ragazza coi capelli chiari, efelidi su naso e guance.
Per raggiungere un capannone dove producono cucine, ci infiliamo in una stradina in discesa, asfaltata da poco, che muore su uno spiazzo fangoso.
Colpa del navigatore, lamenta il conducente in un russo sgangherato mentre sale in retromarcia, la mano rivolta al telefonino come gesto di accusa.
Per la seconda volta, gli operai che lavorano ai lati della carreggiata ci guardano passare con la pala in mano e il volto inespressivo, nemmeno un cenno o una parola.
Arrivati al mobilificio, ci fanno accomodare in una stanzetta dove lavorano una decina di persone.
Indossano tutti un giaccone o un gilet imbottito, la sciarpa annodata attorno al collo. In Russia sarebbero in maniche corte, qua invece il gas costa caro.
Facciamo un giro per la produzione, impianti europei, spazi larghi, neanche male.
Parliamo con un tipo che armeggia accanto a un macchinario nero, a forma di sarcofago, per la stampa su vetro.
Il cliente che compra un armadio con le ante scorrevoli può scegliere l’immagine che vuole, ci mostra alcuni esempi: paesaggi urbani e naturali, una tigre in agguato e Marilyn Monroe che si tira giù la gonna.
Poi chiaro, se ci vuoi Padre Pio col rosario in mano, non c’è problema, basta che porti il file con la foto in alta risoluzione.
Dice che le apparecchiature lavorano bene, il problema è che nella loro zona la corrente arriva a singhiozzo, perché la rete elettrica non è molto sviluppata e ogni tanto ci sono interruzioni.
“E quando torna la corrente la macchina riprende da dove si era bloccata?”
“No, il software non lo permette.” risponde scuotendo la testa “Mi tocca grattare via tutto a mano e ricominciare.” dice mostrando una spugnetta verde, tipo quelle per i piatti. Dopo neanche due minuti salta la luce e non si sente più il brusio della stampante.
Passa qualche istante e si riaccende tutto ma tanto basta perché il tipo, rassegnato, sfili la lastra di vetro dalla macchina e la appoggi su un tavolo per rimuovere i motivi colorati che coprono metà della superficie.
Si piega in avanti e inizia a sfregare con la destra, il maglione sollevato scopre le tasche posteriori rivela la scritta ricamata Stef Anomartino.
Prima di pranzo facciamo un salto allo show-room del distributore, un negozio grande, soffitti alti, mobili con le ante lucide.
Si vede che l’hanno finito da poco e che c’hanno investito però fa freschetto, due cannoncini sparano aria calda verso il centro della stanza a intervalli regolari ma se sei lontano dal getto non ti scaldi.
Il ragazzo che gestisce l’attività ha gli occhi a mandorla, capelli neri e lisci e un sorriso permanente che gli lascia scoperte le gengive.
Mi tratta con grande riguardo, ai limiti della devozione.
Ieri era presente al seminario, è rimasto sbalordito.
“Ma per gli articoli o per la presentazione?”
“Per gli articoli.” poi forse traspare un po’ di delusione dal mio viso perché aggiunge “Anche le immagini e i video erano molto belli, son piaciuti a tutti.”
C’è una signora seduta a un tavolino, accanto a una vetrata che dà sulla strada. È corpulenta e ha le spalle coperte da uno scialle, gli occhiali tondi e l’aria seria. Potrebbe essere una cliente che aspetta di essere servita ma mi saluta come se mi conoscesse, mi chiama per nome e si presenta come Gulnara, la nostra guida. Ravšan ha organizzato un tour, perché non si può andare a Samarcanda solo per lavoro.
La prima tappa è al ristorante, una specie di tavola calda, alla buona, dove pranza gente comune.
Servono solo plov, il piatto a base a di riso, verdure e montone. Poco male perché, per quanto sia cotto nel grasso della carne, è buonissimo.
Gulnara ha ordinato due porzioni ma arriva una terrina colma fino all’orlo, c’è abbastanza roba da sfamare cinque o sei persone. Mi siedo vicino ad Askar, che si occupa di formazione e training di vendita, di fronte a me c’è Marija, Ravšan è rimasto in negozio. Assieme al riso portano anche degli antipasti e una lepeška, una focaccia grande come una pizza. Qua è così, a tavola bisogna mangiare, senza tanti complimenti, me lo ripetono di continuo “Serviti, non hai preso niente! Non ti piace?” più un rimprovero che una domanda, come quei nonni che hanno fatto la guerra e non riescono a concepire porzioni ridotte o la mancanza di appetito.
La nostra guida parla un russo pulito, dice che qua è molto diffuso, la gente lo conosce meglio dell’uzbeko anche se la lingua principale è il tajiko, visto che siamo a cinquanta chilometri dal confine con il Tajikistan.
Un’altra etnia molto diffusa è quella degli zingari, presente in città da diversi secoli.
“Gli uomini non fanno niente, al massimo qualcuno piega il ferro battuto. Lavorano solo le donne, chiedono l’elemosina. Si sposano tra di loro perché sono schifati dal resto della gente, sono considerati la classe più bassa in assoluto.”
Mi sembra di cogliere un’ombra di disgusto sul suo viso.
Gulnara è nata a Samarcanda e parla della sua città con un orgoglio che a tratti sfiora il fanatismo; a suo dire, qualsiasi aspetto vagamente importante della cultura uzbeka, dai piatti tipici all’algebra, è originario di qui.
Insiste sul fatto che la cucina del posto è salutare.
“Guardatevi in giro, non ci sono uzbeki grassi.” muove le dita disegnando due semicerchi ai lati, non riesce ad avvicinare al busto le braccia grosse, da pesista. Lo scialle scuro sembra il mantello di un lottatore mascherato. Parla con autorevolezza di cose interessanti: “L’ospitalità qua è sacra, se fai del bene ti torna indietro.”, poi racconta la storia della sua famiglia.
Il padre era di origine tatara, etnia turca presente in Crimea sin dal XV secolo. Verso la fine della seconda guerra mondiale i tatari vennero accusati da Stalin di collaborazionismo con i nazisti e circa duecentomila persone furono deportate in Uzbekistan. Tra questi, il papà di Gulnara che trascorse i primi anni della sua infanzia nella baracca di un lager.
“Ha visto per la prima volta la luce del giorno, all’aperto, che aveva sei anni.”
Parla senza animosità, il volto sereno, come fosse una storia a lieto fine.
Terminato il pranzo saliamo in taxi e raggiungiamo le Madrase di piazza Registan, uno dei luoghi simbolo di Samarcanda e di tutta l’Asia centrale.
Il cielo è coperto, fa freschetto e c’è pochissima gente.
La guida spiega che la Madrasa è una scuola coranica dove studiavano ragazzi benestanti. Gli edifici sono tre in tutto, uno al centro e gli altri ai lati, disposti in maniera speculare. Il più antico è quello sulla sinistra, costruito nel XV secolo, leggermente infossato rispetto ai più recenti, il terreno ha ceduto nel corso degli anni.
È una delle cose più belle che io abbia mai visto, i portali sono alti una trentina di metri e provocano un senso di ordine e maestosità, ci vorrebbe Gadda per rendere giustizia alla miriade di elementi architettonici, ai dettagli, ai colori. Gulnara indica la facciata della Madrasa di destra, negli angoli superiori sono raffigurati due animali col corpo di tigre e la testa da leone, cacciano delle gazzelle e portano il sole sul dorso.
Simboleggiano il risveglio culturale e la fame di conoscenza, e infatti la bestia appare un po’ appesantita, il sole tratteggiato con i raggi appuntiti che facevamo all’asilo e con un volto umano, l’espressione perplessa, i capelli separati al centro da una scriminatura che ricorda un maggiordomo pedante o un attore di cinema muto.
Questa rappresentazione esplicita è in contrasto con i principi del Corano, costituisce una delle poche eccezioni al divieto di idolatria e fa parte del retaggio dello zoroastrismo, la religione più diffusa in Asia centrale fino all’avvento dell’Islam e dei suoi precetti. La facciata del portale ha un arco appuntito, la parte rientrante è decorata con mosaici e piastrelle disposte secondo motivi geometrici intrecciati.
Al centro una svastica, simbolo di vita.
Colpisce vederla così, tasselli blu su sfondo arancio all’interno di una cornice azzurra, niente di più lontano dalle camicie brune, il passo dell’oca e il braccio teso, chissà che cazzo aveva capito l’imbianchino.
Anche se non uso più il profilo di Instagram, una bella foto con l’effetto ritratto non me la toglie nessuno, mi metto in posa davanti all’edificio che ospitava le stanze degli studenti e mi passano accanto due donne con la pelle olivastra e gli occhi a mandorla, mi guardano e ridono, le capsule d’oro in bella vista.
“Cos’hanno quelle due?” domando contrariato.
“Niente, han detto che sei turco.” mi risponde Gulnara per tranquillizzarmi.
“Fa ridere?” insisto poco convinto.
“Qua non ridono per prenderti in giro, è più un segno di approvazione.” si inserisce Askar.
“Sì infatti” continua la guida “erano contente perché han visto un bel ragazzo turco.”
Un bel ragazzo turco.
Visitiamo l’altra madrasa, quella più antica che ha una cupola enorme, per favorire l’acustica durante la preghiera, l’emisfero suddiviso in migliaia di scanalature decorate in azzurro e oro, un capolavoro di precisione maniacale che produce un effetto caleidoscopico di stelle, fiori, foglie e gigli che si ripetono e si alternano in armonia.
Pare impossibile che la brillantezza dei colori e la pulizia dei contorni siano rimaste inalterate per oltre cinque secoli e infatti è opera dei restauratori sovietici.
“Questa è una zona sismica, all’inizio degli anni venti del novecento l’intero complesso era pericolante, è grazie ai comunisti se è tutto conservato.” Gulnara ci mostra delle foto di cento anni fa, esposte all’interno della sala, ritraggono il portale crepato, le decorazioni sbiadite.
“Lo hanno fatto anche per motivi politici, per garantirsi il consenso da parte dei locali.
Resta il fatto che Mosca qua ha investito cifre colossali e il grosso di quello che conosciamo oggi, dei ritrovamenti archeologici, lo dobbiamo ai ricercatori sovietici.”
Il materialismo che preserva l’islamismo.
Saliamo in auto per raggiungere il mausoleo di Tamerlano, do un’occhiata veloce alle notizie sul telefono.
In Polonia è caduto un missile che ha causato dei morti. Al momento non è chiaro se sia russo ma la tensione è altissima, parlano di terza guerra mondiale. E io sono qua, lontano da tutto, a seimila chilometri dalla mia famiglia.
Ne parlo con Askar.
“Hai visto in Polonia?”
“Sì, pazzesco. Speriamo bene. Chissà che cosa gli è passato in testa a zio Volodja.” È un modo di chiamare Putin che hanno certi russi, quelli che non sostengono il governo.
Askar mi racconta che sua moglie è ucraina e che lui è russo.
“Ero convinto fossi di qua. Con la barba scura e le sopracciglia folte, ti facevo di origine persiana.”
“No, no. Mio padre è di etnia turca ma siamo russi. Io sono di Nižnij Novgorod.”
È un centro importante sul Volga con oltre un milione di abitanti.
Nel periodo sovietico si chiamava Gor’kij, come lo scrittore, e fino al 1991 non esisteva nelle mappe perché era una città chiusa, c’erano delle fabbriche militari, producevano sottomarini.
L’accesso era compartimentato, anche il transito era regolamentato in maniera asfissiante, i treni passavano solo di notte, dopo una giornata di attesa e di controlli. Askar dice che a settembre era in vacanza con la famiglia in Crimea quando hanno dichiarato la mobilitazione. Ha lasciato la moglie e il figlio di due anni dai parenti, ha preso il primo aereo per tornare a casa, dove ha raccolto lo stretto necessario e poi ha imbarcato un volo per Orenburg, a sud, vicino al confine con il Kazakistan. Una volta atterrati, lui e suo cugino, sono andati verso la frontiera, si sono fatti nove ore di coda a piedi e alla fine sono riusciti a passare.
“Certo, eravamo preoccupati ma non ci sono stati problemi. Abbiamo conosciuto un sacco di gente disponibile, due ragazzi che andavano a Istanbul ci hanno ospitato in auto, a turno, perché di notte faceva freddo.” Parla con una certa tranquillità, le pause a effetto, l’ha già raccontata diverse volte questa cosa.
“Chi c’era in fila con voi?”
“Gente normale, come me e te. Chi lasciava la famiglia, chi l’azienda.”
“E come sei finito qua a Taškent?”
“All’inizio volevo andare a Istanbul, trovare casa e lavoro per poi far venire mia moglie e il bambino. Prima di partire sono venuto qua per visitare dei parenti e dopo poche ore mi sono sentito a casa, ho strappato il biglietto per la Turchia e ho telefonato a mia moglie.”
“Potresti essere richiamato nell’esercito?”
“Sì, sono riservista, ufficiale di artiglieria. Per questo sono scappato subito. Ieri ho chiamato mio padre, la cartolina ancora non è arrivata ma i miei cugini sono già stati arruolati e spediti al fronte.”
“Cosa facevi in Russia?”
“Facevo il business trainer, insegnavo ai commerciali a vendere.”
“E la casa, la tua roba?”
“Adesso nel mio appartamento c’è un amico, tiene d’occhio le mie cose.”
“C’è qualcosa che ti pesa aver lasciato?”
Ci pensa un po’ “La collezione di francobolli di mio nonno, ce ne sono di tutte le repubbliche sovietiche.”
È la prima volta che parla con amarezza, la preoccupazione che gli increspa la fronte, come se nelle pagine di quell’album avesse visualizzato soltanto adesso la frattura di un prima e un dopo.
Il mausoleo di Tamerlano ricorda le Madrase per lo stile architettonico, anche qua tre edifici, due posizionati in maniera speculare, uno di fronte all’altro coi portali che sovrastano la struttura. Di nuovo la fascinazione per le porte e gli ingressi, nelle volte sono incastonate migliaia di nicchie che danno all’arco quell’effetto in stile grotta, tipico di certi localini degli anni sessanta.
Dentro e fuori ghirigori ipnotici ovunque, anche sulle colonne, sembrano disegnini fatti per gioco, per alleviare la tensione ma in ogni tratto c’è un simbolo o un significato specifico, le superfici colorate e ricoperte di geometrie complesse. L’effetto è strabiliante, più luminoso rispetto alle nostre chiese, dove sono raffigurati corpi o busti, teste, ali.
Immagini che sono sempre immerse nella penombra, in un’atmosfera cupa, da paranoie e sensi di colpa. Pochi paesaggi, al massimo qualche fiore, un serpente calpestato dalla Madonna, San Francesco con il lupo.
La guida racconta la storia di Tamerlano, qua lo chiamano Amir Timur, il condottiero mongolo che governò su un regno vastissimo in Asia centrale alla fine del 1300. Quando l’hanno spiegato al liceo ero impegnato a incidere i nomi di qualche band sulla formica del banco, oppure guardavo la lavagna e pensavo a Elena Fabbro. Gulnara non si stupisce della mia ignoranza.
“Nel corso dei secoli sono stati requisiti molti libri di scienza e matematica e adesso sono custoditi in Vaticano.” commenta con un tono risentito “Il governo ne ha chiesto la restituzione in diverse occasioni ma non sono mai tornati indietro.”
È dall’inizio della visita che la mena con ‘sta faccenda che l’Occidente nasconde informazioni scomode, se fossero rivelate racconterebbero una storia alternativa.
“Mi spiace ma non ho clienti in Vaticano.”
Usciti dal Mausoleo ci viene incontro una bambina che avrà al massimo dieci anni con un cencio in testa, a guardarla bene sembra sia avvolta di stracci, il volto sporco, tende verso di noi il braccio destro, in mano una lattina, tipo di quelle della conserva, che agita per far tintinnare le monetine.
i guarda con un’espressione furba, di chi non ha timore degli adulti, ha un’aria sgamata, si vede che ha già passato da un pezzo la pubertà, almeno a livello di vissuto.
Gulnara la scaccia via, un ragazzino ciccione con l’anda da paraculo le dice qualcosa in una lingua incomprensibile, fa un gesto con la mano e resta lì a guardare, per vedere se reagiamo. Ce ne andiamo senza badarlo.
Durante il viaggio di ritorno chiacchiero un po’ con Ravšan, fuori è buio pesto, parliamo della guerra, mi sembra che sia più critico rispetto a quest’estate.
“I russi stanno riscrivendo la storia. Qualche settimana fa ho visto un film su Stalingrado.”
“Com’era?”
“Niente di che, solita roba che fanno adesso. Ma la cosa che mi ha scioccato è che alla fine hanno scritto che l’esercito russo ha perso quasi mezzo milione di uomini.” le labbra piegate dallo sdegno “Capisci? L’armata russa, non l’armata sovietica! Milioni di ucraini, georgiani, uzbeki, bielorussi, azeri hanno combattuto contro il nazismo, non solo i russi!”
“Tu hai parenti che hanno fatto la guerra?”
“Certo! Tutti hanno almeno un nonno o uno zio che è stato al fronte. Non ti ho mai detto di mio nonno?”
“Turgenev?” dico per scherzo.
Ravšan non ci fa neanche caso e inizia a raccontarmi la storia della sua famiglia.
Descrive il clima di divisione che c’era nell’Unione Sovietica allo scoppio della guerra civile tra bianchi e rossi, una rottura che si era manifestata in ogni casa. Suo bisnonno da parte di padre era leale allo zar, di una fedeltà al limite della devozione, al punto che quando il figlio tornò a casa con la budenovka, il berretto a punta con la stella dei bolscevichi, il vecchio gli sparò un colpo di fucile al petto uccidendolo all’istante.
“Beh ma non ha combattuto nella seconda guerra mondiale.”
“Lui no, ma mio nonno da parte di madre sì e anche quella è una storia da film.”
Il nonno, Grigorij, era un fervente comunista che aveva rotto con la famiglia borghese.
Nel 1933, nel pieno delle purghe staliniane, venne diffidato in quanto sospettato di trockismo, gli amici gli consigliarono di cambiare aria e farsi un giro nel Turkistan, come ancora veniva comunemente chiamata la zona occupata dalle neonate repubbliche sovietiche dell’Asia centrale.
Arrivò così a Taškent, poco dopo si laureò in ingegneria e iniziò a lavorare al ministero dei trasporti, dove si adoperò per la costruzione delle prime autostrade nel paese. Fece carriera in ambito politico, divenne deputato e viceministro del dicastero. Nel frattempo gli amici che lo avevano spinto a partire erano morti fucilati.
Quando nel 1941 la Germania invase l’Urss, Grigorij aveva quasi quarant’anni, si era fatto una famiglia e aveva una posizione di privilegio che gli consentiva di evitare l’arruolamento
. Decise tuttavia di servire il proprio Paese come ufficiale di complemento in prima linea ma dopo qualche mese finì prigioniero dei nazisti alle porte di Mosca.
All’inizio del 1942 giunse a casa la notizia della sua morte.
Confinato in un campo di prigionia, era stato condannato alla pena capitale con l’accusa di propaganda comunista.
A seguito di un pestaggio brutale, si era ritrovato assieme a un altro ufficiale sovietico nella stessa cella delle torture.
Il suo compagno non era sopravvissuto alle percosse e Grigorij era riuscito a scambiarsi la divisa facendo così credere ai nazisti di essere morto.
Venne poi trasferito in un’altra caserma dove fece la fame per diversi mesi finché all’inizio del ’43 venne liberato dai militari sovietici.
Continuò a prestare servizio nell’Armata Rossa fino al 1945, anno in cui venne inviato in Estremo Oriente per combattere contro il Giappone.
Finita la guerra tornò a Taškent dove venne arrestato con l’accusa di diserzione dal momento che due anni prima era stato prigioniero dei tedeschi.
Si fece così otto anni in un campo di riabilitazione finché nel 1953, in seguito alla morte di Stalin, venne amnistiato e riabilitato.
Nel 1954 scrisse una lettera a Chruščev, capo del PCUS.
Visto che lo stato a cui aveva dedicato i migliori anni della sua vita lo aveva privato della libertà e della salute, chiedeva che almeno gli venisse restituita la tessera del partito.
“E Chruščev gli ha risposto?” domando un po’ scettico.
Va bene il bisavolo scrittore ma questa mi pare la trama di una mezza dozzina di film di Hollywood.
Ravšan tira fuori il suo smartphone, scrolla un po’ tra le foto della galleria e alla fine me lo passa, sullo schermo c’è l’immagine di un foglio scritto a macchina con un’intestazione sobria, in rosso, dell’URSS. Il documento è stato piegato in quattro, le increspature in evidenza sulla carta. Chruščev invita Grigorij a fare domanda di reintegro al Comitato Centrale, dopodiché potrà ricevere la sua tessera. Ravšan dice che suo nonno ha risposto di non potere avanzare nessuna richiesta di reintegro dal momento che non se n’era mai andato, era stato buttato fuori.
Nell’immagine successiva c’è un cartoncino piegato in due, sulla destra l’intestazione del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, in fondo a sinistra una foto tessera del nonno di Ravšan, il volto sereno, meno rugoso di come te l’aspetteresti, i capelli lucidi pettinati all’indietro. A penna è indicato l’anno di emissione, il 1955.
Sorrido al mio vicino, effettivamente è una bella storia ma Ravšan non ha finito.
“E sai qual è la cosa più incredibile di questa faccenda? Che quando chiedevano a mio nonno quale fosse stato il periodo più felice della sua vita rispondeva: “La guerra, dopo la prigionia. Sentivo che lo Stato aveva bisogno di me.” Due anni prigioniero di Hitler, otto di gulag con Stalin e ancora era innamorato della Patria.”
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mercoledì, maggio 31, 2023
Maggio 2023. Il meglio
A quasi metà del 2023 tra i migliori album ci sono quelli di Durand Jones, Edgar Jones, Bobby Harden, DeWolff, Billy Sullivan, Iggy Pop, Everettes, Everything But The Girl, Slowthai, Sleaford Mods, John Cale, Joel Sarakula, Algiers, The Men, Tex Perkins and the Fat Rubber Band, Gina Birch, Lonnie Holley, The Who, Mudhoney, Kara Jackson.
Tra gli italiani Funkool Orchestra, Sick Tamburo, Zac, Milo Scaglioni, Statuto, Broomdogs, The Cut, Senzabenza, Forty Winks, The Lancasters, Elli De Mon, Double Syd, Pitchtorch, C+C=Maxigross, Blue Moka, Lory Muratti, Garbo.
DURAND JONES - Wait Til I get over
Lasciati a riposo gli Indications, Durand Jones sforna un album di altissimo pregio in cui abbraccia la tradizione della profonda black music americana, passando dal (southern) soul al funk, a intermezzi rap, gospel, blues, in equilibrio tra Bill Withers, lo Stevie Wonder dei 70, Marvin Gaye, Otis Redding ma con un approccio moderno, socio/politico, fresco e urgente. Bellissimo.
EDGAR JONES - Reflections of a soul dimension
Edgar Jones era membro dei fenomenali Stairs negli anni 90. Da allora la sua carriera si è diramata in mille altre incarnazioni e collaborazione (da Ian Mc Culloch a Paul Weller tra i tanti). Nel primo album a suo nome ci regala un favoloso viaggio in atmosfere Northern Soul, con sapienza, cura dei particolari e brani strepitosi. Un piccolo capolavoro!!!
https://steropar.bandcamp.com/album/reflections-of-a-soul-dimension
BILLY SULLIVAN - Paper dreams
Esordio solista dell'ex anima degli Spitfires (http://tonyface.blogspot.com/2022/05/the-spitfires.html) che prosegue il percorso della band, elaborandolo e arricchendolo di nuovi elementi.
Alla base la tradizione 60's di Beatles, Kinks e Small Faces, quella successiva dei Jam, con abbondanti riferimenti alla carriera solista di Paul Weller (non a caso produce spesso Simon Dine dietro al mixer del Modfather), il Brit Pop (dai Blur a Miles Kane), fino a un frequente rimando agli Smiths. Le canzoni sono sempre di alto livello, arrangiamenti essenziali ma ricercati. Ottimo e oltre.
STATUTO - Bella storia
La band torinese festeggia i quaranta anni di carriera con un album dal vivo e l’aggiunta di alcuni inediti in studio, paradossalmente in contemporanea con la tragica scomparsa dello storico bassista Rudy Ruzza. Il concerto ripercorre i successi e i cambiamenti stilistici della loro storia, dallo ska al pop, al beat, soul, northern soul, rhythm and blues, brit pop. I quattro validi nuovi brani sono in linea con la vena più soul beat e ne confermano la classe e lo spessore.
GALEN & PAUL - Can We Do Tomorrow Another Day
Paul (Simonon) e Galen (Ayers, figlia di Kevin), insieme per un divertente progetto a base di sonorità latine, ska, swing, canzoncine sgangherate, volutamente naif e immediate. Qualche aiuto da parte di amici (Damon Albarn, Simon Tong ex Verve e The Good The Bad & the Queen, Simon Tong), Seb Roachford dei Sons of Kemet,Polar Bear, David Byrne, Patti Smith alla batteria, Dan Donovan dei Big Audio Dynamite e con la produzione di Tony Visconti) e un album carino a base di puro divertissement, niente di più.
BOBBY HARDEN & THE SOULFUL SAINTS - Bridge of love
Ex voce di una delle varie incarnazioni dei Blues Brothers, Bobby Harden sfodera un bellissimo album di classico soul (con qualche incursione in atmosfere Northern), suonato alla perfezione e cantato alla grande, tra Marvin Gaye e Otis Redding. Nulla di originale ma godibilissimo.
FUNKOOL ORCHESTRA - Latin freaks
Spettacolare album di debutto per il collettivo napoletano che definire travolgente è riduttivo. Gli undici musicisti mischiano disco music, funk, boogaloo, latin soul (in un brano è ospite il mito Joe Bataan), Go Go Sound, aiutati da una sezione fiati da sogno, tre splendide voci, un groove inimitabile. Suonano alla perfezione, scrivono benissimo, arrangiamenti superbi, un album eccezionale!
SMOKEY ROBINSON - Gasms
A 83 anni Smokey Robinson mette in riga tutti con un album super raffinato di pop soul, suonato divinamente, stupenda voce in primissimo piano, brani delicati, sensuali, avvolgenti, super cool, richiami al classico soft soul di Al Green.
Eleganza, classe, stile.
RHODA DAKAR - Version girl
L'ex voce delle Bodysnatchers si cimenta in dodici cover in chiave ska, rock steady e reggae, con scelte particolari e azzeccate (molto belle "The man who sold the world" di Bowie e "As tears go by" degli Stones), tanto gusto e gradevolezza.
Ottimo e divertente.
THE DAMNED - Darkadelic
Al dodicesimo album i veterani del punk inglese convincono con dodici nuovi brani, energici, pulsanti, rudi ma allo stesso tempo più che curati ed efficaci, tra rock, punk, goth, virtuosismi tecnici di ottima fattura, belle canzoni. Un album che si fa riascoltare volentieri.
GLEN MATLOCK - Consequences coming
Glem Matlock non ha bisogno di particolari presentazioni.
Tra Sex Pistols, Rich Kids alla band di Iggy Pop, con i Faces, Blondie e mille altre incarnazioni, ha infilato anche una serie di album solisti con i suoi Philistines, l'ultimo dei quali, più che dignitoso, è uscito da pochissimo e si fa apprezzare per un robusto rock 'n' roll, con vaghe tinte punk e tanta melodia.
LEMON TWIGS - Everything Harmony
Torna il duo new yorkese con un album cantautorale, intimista, molto mieloso, spesso Beatlesiano (sponda McCartney) ma anche con una matrice 70 e con Bee Gees, Hollies, Elton John, Fleetwood Mac e pure Eagles che entrano in gioco. Carino per chi ha vissuto i tempi e ha un afflato nostalgico.
TINARIWEN - Amatssou
La band Tuareg giunge al nono album con il suo ipnotico desert sound, aiutata (con discrezione) dalla produzione di Daniel Lanois e dai musicisti bluegrass Wes Corbett e Fats Kaplan in un suggestivo e riuscito incontro di musiche tradizionali che virano verso un'attitudine trance psichedelica di sapore blues. Eccellente.
SHABAKA - African culture
Breve album meditativo, onirico, sospeso, in cui il Maestro suona clarinetto, flauto e sintetizzatore, inserendo il suono di strumenti tradizonali africani. Suggestivo.
THE WAR AND TREATY - Lover's game
Michael Trotter Jr. e Tanya Trotter sono marito e moglie e seguono le orme di Ike & Tina, anche se il nuovo album indulge molto più frequentemente su brani blues, gospel, folk, in chiave classica e accademica.
Comunque più che godibile con questo brano decisamente travolgente.
YAZMIN LACEY - Voice notes
La cantante londinese firma un ottimo esordio in cui, in chiave moderna e attuale, accarezza un groove nu soul, tinto di jazz, elettronica, blues, funk, che riporta a Macy Gray e affini.
Il tono è sempre molto soft e smooth, accattivante e sinuoso. Molto gradevole.
WHATITDO ARCHIVE GROUP - Palace of a thousand sounds
Secondo album per la band strumentale americana che si addentra nelle consuete atmosfere cinematiche, privilegiando sonorità di estrazione exotica, lounge, "tropicali" con il consueto groove ritmico funk. Un gruppo anomalo, originale nel ripercorrere sentieri già tracciati ma sempre più relegati all'oblìo. Ottimo e interessante.
ZAC - II
Torna la band romana di Lorenzo Moretti (chitarrista e compositore nei Giuda) e Tiziano Tarli, con il prezioso aiuto di Emanuele Sterbini, Pablo Tarli, Sergio Chiari. Dieci brani di power pop di stampo 70 tra Rubettes, Cheap Trick, Be Bop De Luxe, Wings, Cars con irresistibili melodie di sapore Sixties. Suoni magistralmente calibrati, arrangiamenti eleganti, canzoni di qualità compositiva elevatissima. Per i cultori del genere un album perfetto.
MILO SCAGLIONI - Invincible Summer
A sei anni dall'esordio solista torna con un nuovo gioiello il musicista lombardo (attualmente bassista con i Baustelle). Un viaggio nel consueto, amato, mondo che abbraccia psichedelia, folk cantautorale (da Elliott Smith a Nick Drake a Paul Weller), un pop rock moderno e personale, arricchito e impreziosito da raffinati arrangiamenti orchestrali e da una maturità compositiva comune a pochi conterranei. Tanti suoni, riferimenti, estro, eclettismo. Un grande disco.
BROOMDOGS - Hole in the surface
Uscito a cavallo con lo scorso anno il nuovo progetto di Pier Ballarin (ex The Record's, grandissima band bresciana che ripercorreva le tracce di Knack e Joe Jackson), ripiega su atmosfere più psichedeliche, spesso molto Lennoniane, un po' del primo Steve Gunn, shoegaze, Brit Pop. Canzoni deliziose, avvolgenti, compositivamente perfette e un grande gusto per gli arrangiamenti e i giusti suoni. Eccellente.
https://broomdogs1.bandcamp.com/album/hole-on-the-surface
PSYCHE' - s/t
I fondatori di Psyché – Marcello Giannini (Guru, Nu Genea, Slivovitz), Andrea De Fazio (Parbleu, Nu Genea, Funkin Machine) e Paolo Petrella (Nu Genea) – sono attivi da quasi vent’anni nella scena napoletana. Il nuovo progetto li coglie alle prese con un intrigante sound che, partendo da un prevalente groove afro funk, si dipana su melodie e suggestioni mediterranee, accarezza l'ethio jazz di Mulatu Astatke, e il mix di soul e psichedelia caro ai Khruangbin. Approccio spontaneo e urgente, grande cura negli arrangiamenti, raffinati ed eleganti. Ottimo.
LITTLE TAVER & HIS CRAZY ALLIGATORS - Ricco di famiglia
Torna il mitico Little Taver con un nuovo album con 12 brani di cui 6 cover, 3 arrangiamenti e 3 inediti. Come consuetudine la band si muove in un fantasmagorico e divertentissimo mondo di swing, rock 'n' roll (quello dei primissimi "urlatori" italiani, da Celentano a Clem Sacco), rhythm and blues, jive e una piccola dose di ska. Il tutto eseguito alla perfezione, con una grandissima energia, tanta ironia e sarcasmo. Gustosissimo.
ASCOLTATO ANCHE:
JETHRO TULL (una band che pur con lo stesso, storico e riconoscibile, stile continua a produrre dischi pregevoli e dignitosi, di buon livello e che non mancherà di soddisfare i fan), YES (ormai con il solo Steve Howe come originale ma con un album tuitto sommato gradevole e di buona fattura), MATT MALTESE (sempre gradevole il suo pop beat di gusto Beatlesiano e sixties, pur se, alla distanza, soporifero), ALEX FIGUERA (funk strumentale con influenza afro, reggae e tropicaliste. Discreto), TAJ MAHAL (una carrellata di classici jazz blues in un'interpretazione molto gustosa), ITALIA 90 (classico - ormai "classico" - post punk abrasivo, dissonante etc etc)
LETTO
VIV ALBERTINE - Vestiti Musica Ragazzi
Arriva la traduzione in italiano del libro pubblicato nel 2014 da VIV ALBERTINE, ex chitarrista delle SLITS e tra le prime protagoniste della scena punk londinese.
"La musica che ascoltavo da adolescente era rivoluzionaria, Essendo cresciuta con canzoni che volevano cambiare il mondo, è quello che ancora mi aspetto che facciano".
Un'autobiografia spiazzante, che passa da un'adolescenza povera ma ricca di speranze ed esperienze (si ritrova ad Hyde Park a vedere gli Stones nel 1969, poi al cospetto di Bowie, Marc Bolan, Robert Fripp) per arrivare poco più che ventenne nel pieno della nascita del punk, coltivando strette amicizie con Sid Vicious e Johnny Rotten ma soprattutto una relazione burrascosa con Mick Jones dei Clash a cui resterà per sempre legata da un affettuoso rapporto (lui le dedicherà "Train in vain" su "London calling").
"Avevo sempre pensato che le circostanze della mia vita - povera, di Londra Nord, scuola pubblica, casa popolare, femmina - non mi avessero equipaggiata per il successo.
Mentre guardo i Sex Pistols, capisco che per la prima volta non ci sono barriere tra me e il gruppo...
E' fatta. Finalmente vedo non solo l'universo di cui ho sempre voluto far parte, ma anche il ponte da attraversare per arrivarci".
Con le Slits, gruppo di sole donne (un'eccezione anche ai tempi), coglie scampoli di successo e notorietà con una new wave/punk fortemente influenzata dal reggae.
Dopo lo scioglimento abbraccia la regia cinematografica e di video musicali, trovando una nuova dimensione artistica, ma poi la vita diventa aspra, dura, tragica, drammatica e le storie sempre più acide, a tratti insopportabili, tra una complicatissima maternità, malattie, problemi fisici estremi, cadute, dolore, disperazione.
Ritroverà la voglia di ripartire con la sua chitarra e voce, pubblicando l'ottimo e ruvido album solista "The vermillion border" nel 2012 (con la partecipazione di Jack Bruce, Tina Weymouth, Jah Wobble, Glen Matlock, Norman Watt Roy e tanti altri bassiti, uno diverso per brano.
Con la morte della madre nel 2014 abbandona definitivamente la carriera musicale.
Ottimo libro, ricco di spunti, considerazioni profonde, con uno sguardo disincantato sulla scena punk (con aneddoti divertenti e impietosi) e quella più genericamente musicale.
LORENZO ARABIA - GIANLUCA MOROZZI - ODERSO RUBINI - Alle barricate! Il libretto rosso dei Gang
Una storia che viene da lontano e che lontano continua a guardare, camminando i sentieri di una passione mai sopita.
Quello dei GANG è un percorso molto particolare, nato nella profonda provincia marchigiana, partito dall'autoproduzione, passato alle major e tornato negli ultimi anni al crowdfunding e all'autogestione.
Nel libro ne troviamo la dettagliata e complessa storia, arricchita da splendi aneddoti, un numero enorme di foto e documenti, inseriti in una grafica a metà tra la fanzine e la ricerca artistica.
Scorrono le parole dei protagonisti, Marino in primis.
Marino Severini:
La nostra è una canzone che canta le storie, non la Storia. Come ripeto da decenni in ogni occasione, pubblica o privata che sia, se c’è una “ cosa “ che non ho mai condiviso soprattutto nell’immaginario radicato della sinistra italiana, è proprio lo slogan “ La Storia siamo Noi”. Dispiace per De Gregori o Minoli ma questa è una bugia, una falsità che ci siamo raccontati a lungo, per decenni. La storia appartiene ai vincitori.
Chi vince ha la Storia e ne impone la propria versione con i propri strumenti, quelli del potere. Repressione quando serve oppure , come accade oggi, attraverso il controllo delle comunicazioni di massa. Ma allora Noi, nei secoli dei secoli che abbiamo avuto ?
Noi abbiamo avuto il Plurale!
Che sono LE Storie. Che fanno una storia diversa da quella dei vincitori, la Nostra. Quella dei Vinti. Ecco allora che anche attraverso le storie cantate noi teniamo vive le nostre storie, è così facendo ripercorriamo le strade che c’hanno portato fino a qui, nel presente. Le strade dell’esclusione, dello sfruttamento, della violenza subita, dell’umiliazione. E in questo modo, attorno al “fuoco” della storie cantate, noi celebriamo il rito della Memoria. Che è l’unico strumento che da Vinti ci rende INVINCIBILI! Non vincitori ma Invincibili.
Era una storia da raccontare e il libro è un riuscito tassello che si inserisce alla perfezione nella vicenda del rock italiano.
LORENZO GATTA - Living on a thin line
Lorenzo Gatta ha da tempo abbracciato la filosofia ed etica Mod che traspone in un divertente e appassionato romanzo di palese e voluto sapore "Quadrophenico", ambientato nella Londra a cavallo tra i Cinquanta e Sessanta nella prima scena Modernista.
Gli ingredienti ci sono tutti: la Soho dei tempi, gli scontri con i Rockers, un fugace e fortuito incontro con i Quarrymen in procinto di diventare Beatles, il travestito Lola (cit. i Kinks) e tanto altro.
Il racconto è spedito e vivace, urgente e (virtuosamente) naif.
Gli amanti della cultura mod non mancheranno di apprezzare e goderne.
LAURA PESCATORI - Femita. Femmine rock dello stivale volume 2
Altri trenta nomi di donne protagoniste della musica rock (e dintorni) italiana si aggiungono, in questo secondo episodio, alla certosina ricerca della giornalista Laura Pescatori dopo il promettente primo volume (https://tonyface.blogspot.com/2020/10/laura-pescatori-femita.html).
Attraverso una serie di interviste dallo schema simile e predefinito, si approfondiscono carriere e ruolo della donna nella musica nostrana, abbracciando una vasta gamma artistica, che va dal cantautorato, al punk, alla sperimentazione, all'avanguardia.
Tra le tante protagoniste, nomi eccellenti come Roberta Sammarelli dei Verdena, Elli De Mon, l'ex Franti, Lalli, realtà note e altre più di nicchia.
Ne emerge un ritratto di una scena italiana vivacissima, attiva, pulsante, quanto ancora preda di sessismo, discriminazioni, difficoltà a proporsi solo per una questione di genere.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".
IN CANTIERE
Il 3 giugno alle 18.30 al Museo della Resistenza di Sperongia di Morfasso (Piacenza) parlo con Iara Meloni di musica "resistente".
Prima un po' di musica.
NOT MOVING LTD live
Domenica 11 giugno: Guastalla (Parma) Handmade Festival + Lydia Lunch
Mercoledì 5 luglio: Ravenna “Cisim”
Sabato 8 luglio: Roma “Forte Prenestino”
Giovedì 13 luglio Genova “Lilith Festival”
Lunedì 14 agosto: Lari (Pisa) “Festa Rossa”
Venerdì 15 settembre : Isola d’Elba Festival
Sabato 23 settembre: Festa Privata Imperia
Sabato 7 ottobre: Poviglio (Reggio Emilia)
Venerdì 13 ottobre: La Spezia “Shake”
Sabato 28 ottobre : Como “Joshua"
Sabato 25 novembre: Lonate Ceppino (VA) “Black Inside
Ci sono voluti un paio di anni di lavoro per questo libro, pubblicato da Diarkos.
Scrivere dei SEX PISTOLS trovando una chiave che non ricalchi le mille pubblicazioni in merito non è cosa facile.
In questo nuovo lavoro ho privilegiato la voce dei protagonisti, tratta da decine di interviste, e quella dei giornalisti che vivevano in tempo reale quanto stava avvenendo, tra il 1976 e il 1978, riportando recensioni di concerti e dischi.
In modo da tessere la storia del gruppo nel modo più possibile corale.
Ulderico Wilko Zanni e Maurizio Iorio mi hanno gratificato con le loro introduzioni e testimonianze.
God save the Sex Pistols.
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Il meglio del mese
martedì, maggio 30, 2023
Billy Preston
Ogni mese la rubrica GET BACK ripropone alcuni dischi persi nel tempo e meritevoli di una riscoperta.
Le altre riscoperte sono qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Get%20Back
Speciale riservato a BILLY PRESTON tastierista che ha suonato con i più grandi musicisti di sempre: Beatles, Rolling Stones, John, George, Ringo solisti, Ray Charles, Aretha Franklin, Little Richard, Sly and the Family Stone, Elton John, Eric Clapton, Johnny Cash e decine di altri.
Miles Davis gli ha dedicato in "Get up with it" del 1974 il brano "Billy Preston".
The Most Exciting Organ Ever (1965)
Wildest Organ in Town! (1966)
I primi cinque album sono un gradevole esercizio di stile, in cui mette in mostra tutte le sue qualità di organista Hammond, rifacendo classici e hit del momento in chiave strumentale (da "A hard day's night" a "Satisfazion", "Uptight", "Sunny") e qualche ottimo brano autografo.
"Wildest Organ in town!" è arrangiato dal giovane Sly Stone.
Sulla stessa onda ma dal vivo "Club meeting" del 1967 registrato live.
Parte di questo materiale è stato raccolto nella compilation "Billy's Bag".
That's the Way God Planned It (1969)
Dopo essere entrato nel giro Beatles, Billy firma per la Apple Records e realizza il suo miglior album in assoluto.
George Harrison produce e suona chitarre, Moog e sitar, Ginger Baker alla batteria, Eric Clapton alla chitarra, Keith Richards al basso in un paio di brani, i cori affidati alla voce gospel di Madeleine Bell e di Doris Troy.
Un disco di gospel/rock, pieno di buone vibrazioni, tanto feeling, soul, blues e grandi canzoni (compreso l'adattamento di "Hey Joe" trasformato in "Hey Brother").
Encouraging words (1970)
Probabilmente l'album più particolare della sua carriera.
Aiutato da uno stuolo di star, da George Harrison (che suona e produce) a Ringo Starr, Eric Clapton, Klaus Voorman, Jim Price. Bobby Keys, membri di Delaney and Bonnie, della band di Sam&Dave, Temptations, incide un superbo album di gospel, soul, rock, blues.
La particolarità sta nelle versioni di "My sweet Lord" che George Harrison scrisse per lui, prima di riprenderla nel suo "All things must pass", qui riproposta in chiave soul stomp.
Anche "All things must pass" (splendidamente gospel orchestrale) fino ad allora pertinenza dei Beatles, ancora inedita, e poi ripresa pochi mesi dopo nell'omonimo album di George.
E infine una funky "I've got a feeling" di Paul e John che vedrà la luce in "Let it be", atto finale dei Beatles, qualche mese dopo.
It's my pleasure (1975)
Billy si sposta verso un funk soul in marcato stile Stevie Wonder che, non a caso, troviamo in due brani a suonare l'armonica (mentre sua moglie Syreeta canta in una canzone).
C'è anche la chitarra di Jeff Beck, quella di Hari Georgeson (George Harrison) e di Shuggie Otis.
Billy Preston diventerà membro fisso (pur esterno) degli Stones per anni, suonando in un ampio numero di loro album e nel primo solo di Mick Jagger per poi collaborare live con Eric Clapton e Ringo Starr tra i tanti. Passerà discograficamente alla Motown, addolcendo sempre più il sound, anche attraverso la disco e una serie di album gospel.
E' scomparso nel 2006.
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