sabato, novembre 15, 2014

The Art of McCartney



In una povertà creativa sempre più accentuata un album tributo è sempre qualcosa che funziona ed incuriosisce. Se poi si parla di un personaggio come Paul McCartney possiamo pure aggiungere che vende.
Soprattutto se nella lista dei 34 brani sfilano nomi eccellenti come Bob Dylan, Roger Daltrey, Billy Joel, Chrissie Hynde, Brain Wilson, BB King etc. Anche questo lavoro non sfugge alla ovvia consuetudine di una serie di brani riusciti a fianco di cadute di tono e soprattutto ad una lunga (troppo in questo caso) serie di riletture assolutamente (inutilmente) fedeli alle versioni originali.
L’album è comunque abbastanza interessante con qualche momento di assoluto godimento nonostante le due ore di durata siano davvero prolisse e che si noti la mancanza di nuovi nomi della scena musicale a favore di una serie di personaggi che definire bolliti è un eufemismo.

Billy Joel strapazza una delle migliori canzoni in assoluto di Paul, “Maybe I’m amazed” dal suo primo solista, con piglio rock pesante e obsoleto. Dylan fa invece brillare la sbarazzina “Thing we said today” di lampi country blues con voce roca e pigli fiero. Trascurabile, anzi irritante, la banalizzazione che viene fatta dalle Heart a quel gioiello compositivo che è “Band on the run”. Trascurabili le versioni di “Junior’s farm” di Steve Miller e di “The long and winding road” di Cat Stevens, ancora più zuccherosa dell’originale la “My love” di Harry Connick Jr.
Il livello si alza in maniera incommensurabile con l’orchestrazione di prevedibile enorme classe di Brian Wilson in “Wanderlust” e nella versione soft soul di “Bluebird” di Corinne Bailey Rae, uno dei momenti migliori dell’album.
Impresa ardua azzardare una versione di “Yesterday” senza cadere nel risaputo.
E invece Willie Nelson riesce a darne una versione cruda e convincente.
Ottima la scelta e riuscita la versione di “Junk” di Jeff Lynne mentre Barry Gibb invece rifà uguale all’originale “When I’m 64” ma corredata dalla sua insopportabile voce.... Innocua la “Every night” di Jamie Cullum, prevedibilmente pacchiane la versioni di “Venus and mars/Rock show” dei Kiss e di “Let me roll it” di Paul Rodgers.
Didascalico Roger Daltrey su “Helter skelter” anche se la sua voce ruggisce ancora alla grande e l’arrangiamento assume connotati quasi soul pur conservando il tiro hard dell’originale. Hard boogie per i Def Leppard su “Helen wheels”. Calligrafico anche Robert Smith dei Cure (con James Mc Cartney, il figlio di Paul) ma versione divertente e divertita di “Hello goodbye”, molto godibile.

Torna Billy Joel con una brutta “Live and let die”, se la cava invece bene Chrissye Hinde con una dignitosa quanto impegnativa “Let it be”. Robin Zander e Rick Nielsen sono voce e chitarra dei Cheap Trick e insieme presentano una discreta “Jet”. Al contrario il chitarrista dei Def Leppard (ancora!) rende inutile l’ascolto di “Hi hi hi”.
Gran bel pezzo “Letting go” ma terribilmente banalizzato dalle ancora presenti Heart mentre invece Steve Miller riesce a valorizzare “Hey Jude”. Si può saltare a piè pari “Listen to what the man said” degli Owl City e ascoltare la gradevole ma accademica “Got to get you into my life” di Perry Farrell, identica all’originale.
Si entra poi in atmosfere black con la souleggiante “Drive my car” di Dion, il rhythm and blues jazzato del grande Allen Toussaint alla prese con “Lady Madonna” e un altro grande maestro come Dr.John che porta “Let me in” nei vicoli di New Orleans con un riuscitissimo arrangiamento con cui si appropria della canzone al 100%.
Incolori invece “So bad” di Smokey Robinson e “No more lonely nights” di tali Airborne Toxic Event. Evitabile la “Eleanor Rigby” di Alice Cooper (uguale all’originale..mah), divertentissimi Toots Hibbert con Sly & Robbie alle prese con una versione rockseady ska di “Come and get it”, buono BB King con “On the way” ed è un vero peccato chiudere con Sammy Hagar che maltratta “Birthday”.

Rock n Goal in tour



ROCK n GOAL torna in tour.

Giovedì 20 novembre dalle 21.30 alla Libreria Universitaria di PAVIA per poi spostarsi sabato 22 novembre alle 17.30 a POGGIBONSI (Siena) alla Libreria Mondadori Discoshop in Largo Campidoglio e alle 20 a LIVORNO al C.P.1921 , via dei Mulini 29.

https://www.facebook.com/pages/RocknGoal-Calcio-e-musica-Passioni-Pop/420244591397182

venerdì, novembre 14, 2014

JOE PERRINO - Canzoni di malavita



GLI INSOSPETTABILI è una rubrica che scova quei dischi che non avremmo mai pensato che...
Dopo Masini, Ringo Starr, il secondo dei Jam, "Sweetheart of the rodeo" dei Byrds, Arcana e Power Station, "Mc Vicar" di Roger Daltrey, "Parsifal" dei Pooh, "Solo" di Claudio Baglioni, "Bella e strega" di Drupi, l'esordio dei Matia Bazar e quello di Renato Zero del 1973, i due album swing di Johnny Dorelli, l'unico dei Luna Pop," I mali del secolo" di Celentano, "Incognito" di Amanda Lear, "Masters" di Rita Pavone, Julian Lennon, Mimmo Cavallo con "Siamo meridionali"e i primi due album dei La Bionda di inizio 70's, il nuovo album dei Bastard Son of Dioniso, "Black and blue" dei Rolling Stones, Maurizio Arcieri e al suo album "prog" del 1973 "Trasparenze", Gianni Morandi e "Il mondo di frutta candita", il terzo album degli Abba, "666"degli Aphrodite's Child, la riscoperta di Gianni Leone in arte Leonero, il secondo album di Gianluca Grignani, Donatella Rettore e il suo "Kamikaze Rock 'n' Roll Suicide", Alex Britti e "It.Pop", le colonne sonore di Nico Fidenco , il primo album solista dell'e Monkees, Davy Jones, Mike McGear (fratello di Paul McCartney) oggi tocca ad un personaggio non esattamente insospettabile se non rapportato alla sua vecchia storia artistica, JOE PERRINO, ex leader di Joe Perrino and the Mellowtones.

Le altre puntate de GLI INSOSPETTABILI qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Gli%20Insospettabili


La collocazione di questo album in questa rubrica sarebbe impropria.
Ma chi ricorda Joe Perrino con i suoi Mellowtones che infiammava la scena garage psych degli 80’s e teneva il palco da vero animale rock n roll per poi, dopo l’esordio “Ran n roll” del 1988 per la IRA aprire un lungo tour con i Litfiba per l’album “3” in tutta Italia e Francia, resterà a bocca aperta al cospetto di questo suo nuovo progetto discografico.
Sciolta la band originaria, trasferitosi a Londra, Joe tornò nella natìa Sardegna per proseguire con gli Elefante Bianco, altra band piuttosto dura e pura e poi dedicarsi a teatro e cinema ma senza dimenticare l’attività musicale che lo porta ora al secondo volume di una raccolta dedicata alle “Canzoni di malavita” (in attesa di uscire con il primo lavoro solista).

Un affascinante e avvolgente viaggio tra storie di carcerati e carceri, delitti e pene, rimpianti, perdenti e sconfitti, suonato con spirito cantautorale, interpretato con un approccio da consumato attore, con un sapore antico ma allo stesso tempo attualissimo, fresco e coinvolgente. Un album bellissimo, che si candida tra i migliori lavori dell'anno, bene arrangiato, Joe assolutamente convincente con una voce potente e inconfondibile.

https://www.youtube.com/watch?v=5fnGNFIUKWE

https://www.youtube.com/watch?v=uMEbkurtcwk

giovedì, novembre 13, 2014

Intervista a Tim Burgess



Per gentile concessione di www.radiocoop.it e dell'autore dell'intervista Carlo Maffini (a cui ho consegnato le domande) una breve intervista a TIM BURGESS, voce dei Charlatans.

Testo di Carlo Maffini.

Le altre 35 interviste del blog qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Le%20interviste


Al Club Vibra di Modena, venerdì 7 novembre, unica data italiana per il dj set del cantante dei Charlatans: Tim Burgess.
Un dj set improntato soprattutto sulla musica indie inglese, in particolare quella che, tra la fine degli anni '80 e la metà degli anni '90, riscosse grande successo nell'area urbana di Manchester nel nord Inghilterra, la cosiddetta Madchester!
Ma Tim propone anche Northern Soul, post Punk e classici Rock inglesi.
Fra gruppi più o meno conosciuti passano oltre ai Charlatans (The Only One I Know), New Order, Chemical Brothers, Donna Summer, Nolan Porter, Blur, Happy Mondays, Orange Juyce, Oasis, Cure, Joy Division (Love Will Tear Us Apart), T-Rex, Rolling Stones e gran finale con "Tomorrow Never Knows" dei Beatles.
Bella serata, organizzata dal gruppo Emilia SoulLovers con Tim Burgess in ottima forma e l'aspetto di un ragazzino…chissà che non abbia venduto l'anima a Lucifero (fra i brani proposti anche "Sympathy for the devil")…
Scherzi a parte, Timothy è un artista semplice, si è presentato con moglie e il figlio Morgan in braccio, è stato davvero gentile e disponibile con tutti e si è concesso ad alcune domande…

Nella tua carriera hai suonato con alcune delle più grandi rock band della storia, dai Rolling Stones agli Who e agli Oasis, Qualcosa da ricordare?

Ovviamente ero molto emozionato di poter suonare con nomi di questo genere, in particolare con un gruppo come i Rolling Stones, anche se può sembrare ridicolo dirlo, tanto è ovvio.
Ma anche gli Oasis erano grandi dal vivo, dei concerti davvero fantastici.

Il vostro sound è sempre stato piuttosto vicino ai 60’s...

Certo, naturalmente.
Ascoltare certi singoli dei Rolling Stones, degli Small Faces che non trovavi certo a Top of the Pops o in altri programmi + televisivi...
E poi quando incominciai a poter vedere i video di Stones, Beatles o degli Who suonare “My generation” con tutta la violenza sonora che aveva, fu illuminante.

Avete inciso con i Charlatans una dozzina di album.
Quale consiglieresti in particolare?


Il primo, assolutamente il primo (Some friendly del 1990), perché c’era così tanta innocenza e spontaneità... Continuo a ritenerlo il migliore tra tutti quelli che abbiamo fatto, anche se ci sono tanti altri nostri album di ottimo livello, come “Telling stories” e “Across my path”.

Pensi che l’epoca della musica che si può ascoltare sui supporti fisici (CD, vinile etc) sia finita per sempre a favore della “musica liquida”?

Penso che le cose si siano evolute e i tempi cambiati, ma veramente non so come può procedere il tutto e se non ci sarà più spazio per i supporti fisici.
Di sicuro c'è che vivendo a Los Angeles, per continuare a restare con i Charlatans la tecnologia è stata essenziale: grazie all'invio reciproco via email di mp3 e idee musicali (in effetti rientra a Manchester, dopo aver vissuto per diverso tempo a Los Angeles, perché sta preparando l'uscita di un nuovo disco).

Qualche disco da portare sulla classica isola deserta?

Sicuramente “Street hassle” di Lou Reed poi “Power corruption and lies” dei New Order, quello è un grande disco e qualcosa degli Small Faces.

Con quali gruppi hai incominciato ad avvicinarti alla musica?
E quali personaggi ti hanno ispirato di più?


Oh, con una serie di nomi abbastanza diversi, dai Jam ai Blondie, i Crass ma soprattutto Joy Division e New Order.
I personaggi direi Ian Curtis, Iggy Pop e Mick Jagger.

mercoledì, novembre 12, 2014

Alì Dia



Nato in Senegal, Ali Dia è spesso considerato in Inghilterra, come il peggior calciatore che abbia calcato i campi della Premier League negli ultimi anni, puntualmente inserito nelle classifiche che elencano i giocatori meno meritevoli in assoluto (e al costante primo posto in quelle degli acquisti più fallimentari).
Gioca a lungo in Francia nelle serie minori, poi passa in Finlandia prima e alla tedesca Lubecca dopo, collezionando rare presenze, allo stesso modo di quando arriva in Inghilterra nei Blyth Spartans (una sola partita).

Nel 1996 convince un amico a telefonare agli allenatori delle squadre di Premier League fingendosi George Weah.
Rifiutato dal West Ham di Redknapp che intuisce la fregatura riesce invece con Souness (ex Liverpool e Samp), ai tempi allenatore del Southampton, a cui il finto Weah rifila la storiella che Dia è suo cugino, con un passato al PSG e 13 presenze con la Nazionale senegalese.
Souness e la società abboccano e gli fanno firmare un contratto (per fortuna) mensile arrivando a convocarlo (nonostante lo stupore dei compagni di squadra che avevano verificato la sua inconsistenza in allenamento) per la partita di campionato contro il Leeds United del 23 novembre 1996.
Dia parte dalla panchina ma al 32' Matthew Le Tissier s'infortuna e Souness lo manda in campo per cinquantatré minuti (in cui “sfiora” anche un gol).

Dopo l'incontro il Southampton rescinde il contratto di Dia.
In seguito gioca per i dilettanti del Gateshead, squadra per la quale sigla una rete all'esordio, concludendo la sua ultima esperienza calcistica con due reti in otto presenze.
Si ritira dal dal calcio nel 1997 dopo essersi laureato.
Le Tissier disse: "Correva qua e là per il campo come Bambi sul ghiaccio; fu davvero imbarazzante da vedere"

https://www.youtube.com/watch?v=PyI-OfT7zYM

martedì, novembre 11, 2014

Come i Beatles - 4



Grazie ad una competentissima lista inviata da LUCA RE, storica voce dei SICK ROSE (la prima foto è della sua personale collezione di vinili) ci addentriamo con questa nuova rubrica in una serie di album, usciti DOPO lo scioglimento dei BEATLES, fortemente influenzati dal sound dei Fab Four. Spesso veri e propri gioielli dimenticati e che vale la pena di riscoprire.

Le altre puntate qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Come%20i%20Beatles


WE ALL TOGETHER - s/t (1972)
Band peruviana (...) fondata nel 1971 arrivò l’anno successivo all’esordio discografico con un album, in inglese, in cui l’impronta Beatles è spesso talmente profonda da poter assurgere tranquillamente a qualche dimenticata outtake dei Fab Four (“Children” è puro Lennon, “Young people” e “Some people never know” sono il McCartney più solare e sbarazzino, “Hey revolution” cita per qualche secondo la quasi omonima dei Beatles, “Tomorrow” la troveresti benissimo su qualsiasi solo di Harrison).
Ma la band sud americana non disdegna anche escursioni vagamente psych prog e momenti più personali.

SQUIRE - Get smart (1983)
Nati nel 1977, affiliati strettamente al mod revival (“It’s a mod mod world”...) non riuscirono mai a sfondare nonostante le ottime capacità compositive del leader Anthony Meynell.
Ci provarono nel 1983 con il pop cristallino di “Get smart”, album ambizioso, finalmente curato, bene arrangiato e completo, dove i Beatles di ispirazione McCartney (l’assolo di tromba tipicamente “Penny Lane” del bellissimo singolo “Jesamine”) emergono spesso e volentieri, uniti ad un delizioso gusto power pop e a riferimenti.
C’è anche il Motown sound che incrocia Monkees e Hollies di “Standing in the rain” e “You don’t see me”, gli arpeggi cari ai Beatles mid 60’s della title track e “You’re the one” e tanto altro per chi ama questi sapori “a caschetto” e stivaletti a punta.

POPPEES
Attivi dal 1972 a New York, autori di due 45 giri per la Bomp Records, si sciolsero nel 1976 prima di dare vita ai Boyfriends (in stile punk 77/Heartbreakers) e ai Sorrows che proseguirono un ottimo discorso in chiave power pop.
Nel 2010 la Bomp! ha stampato su CD il materiale registrato nei pochi anni di attività, dai due singoli a vari demo e live.
Il sound è fedelmente beatlesiano (periodo ‘62/’65 con tanto di imitazione della versione di “Long tall Sally” reintitolata “She’s got it”).

lunedì, novembre 10, 2014

Il Muro di Berlino e le sue canzoni



Ieri si è celebrato il 25° anniversario della caduta del Muro di Berlino.
Salutato, ovviamente, come la fine di un regime oppressivo e liberticida.
La storia ha poi insegnato come le conseguenze non siano state così rosee per i popoli “liberati” nè per quelli ”vincitori”.
In questa sede ci si limita ad un breve elenco delle canzoni su Berlino e il suo Muro, escludendo le decine di artisti tedeschi (dalle nostre parti pressochè sonosciuti che ne hanno cantato ovviamente nel corso degli anni)


David Bowie - Heroes
La storia di due amanti divisi dal Muro per uno dei brani più famosi di Bowie.

I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads
(over our heads)
And we kissed,
as though nothing could fall
(nothing could fall)
And the shame was on the other sid
e

Lou Reed - Berlin
Lou ha dedicato un album al nome della città tedesca e nell’omonimo brano non manca il riferimento al muro:
"In Berlin, by the wall / You were five foot ten inches tall / It was very nice / Candlelight and Dubonnet on ice,"

Sex Pistols - Holydays in the sun
Johnny Rotten ne parla ripetutamente :
But now I gotta reason it's no real reason
And I'm waiting at the Berlin Wall
Gotta go over the Berlin Wall
I don't understand it....


Iggy Pop - The passenger
Non c’è un riferimento diretto al Muro ma è evidente la sua presenza nel testo (peraltro scritto proprio a Berlino nel 1977)

Pink Floyd - The wall /Another brick in the wall
Il Muro di Roger Waters ha ben altri riferimenti (psicologici, esistenziali etc) ma è inevitabile ritenerlo (anche visivamente) direttamente ispirato da quello di Berlino.

Pink Floyd - A great day for freedom
Brano da Division Bell del 1994, composto da Gilmour è invece esplicitamente rivolto alla caduta del Muro.

Stranglers - Bear Cage
Si fa riferimento alla vita in Germania Est, citando Dresda

The Scorpions - The wind of change
Molto amati anche in DDR dedicarono alla Germania divisa questo loro enorme successo
"The world is closing in / 
Did you ever think / 
That we could be so close, like brothers"

Arcade Fire - Surf Eastern City
B side del singolo “No cars go” narra dell’imminente fuga di un ragazzo da Berlino Est all’Ovest.

Lucio Dalla - Futura
Da un'intervista a Lucio Dalla:
«Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone.
La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Check Point Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta.
Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta.
In quei giorni a Berlino c'era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito.
Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch'io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento.
Rimanemmo mezz'ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz'ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l'altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura.»


Franco Battiato - Alexander Platz
(brano ripreso d Milva nell’omonimo album)
Non si parla di muro ma della vita a Berlino Est

Garbo - A Berlino..va bene
Una birra, fumo, musica
e dopo tu.
Soltanto questo muro
non ha/hai freddo qui
qui.
A Berlino chi/che giorno è?

domenica, novembre 09, 2014

Centralia - Pennsylvania

Centralia è un comune degli Stati Uniti d'America, nella Contea di Columbia, in Pennsylvania.
Sorta nei primi dell'Ottocento sopra un immenso giacimento di antracite, fondò la sua esistenza sulla sua estrazione lasciando nel sottosuolo una serie di pozzi abbandonati.

Nel maggio 1962, un incendio provocato dall'immissione accidentale di braci in uno dei pozzi appiccò il fuoco alla miniera di carbone sotto la città. Da allora il fuoco sotterraneo ha continuato incessante e tutti i tentativi di spegnerlo non hanno avuto nessun successo.
La conseguenza è stata una costante coltre di cenere che esce dal sottosuolo, nuvole di fumo acre, moria di alberi, scioglimento dell'asfalto e crepe sulle strade, voragini nel terreno.
Lentamente la popolazione se ne è andata e sono rimaste poche decine di persone ad abitare la zona.
L'incendio è ancora attivo e lo sarà ancora per centinaia di anni.

sabato, novembre 08, 2014

Cinque allegri ragazzi morti - Il musical Lo-Fi



Quando Elena (Arcuri), produttrice, insieme alla regista Eleonora Pippo, dello spettacolo “Cinque allegri ragazzi morti il Musical Lo-Fi”, ci ha invitati allo spettacolo all'Elfo di Milano, ho accettato con curiosità ma assolutamente inconsapevole a cosa sarei andato ad assistere.
Pensavo al classico musical con musiche, gente che salta e balla, colori e facce sorridenti.

Anche se bastava essere un po’ più acuti leggendo che di musical si tratta, ma Lo-Fi, e che è che la trasposizione teatrale dell’omonimo fumetto di Davide Toffolo che non riluce certo di fiori, colori, frizzi e lazzi.
Sono rimasto letteralmente sconcertato dallo spettacolo messo in scena nella sala Fassbinder dallo stesso Toffolo e dai fantastici, giovanissimi attori (ma anche ballerini, pregevoli cantanti, performers) Mimosa Campironi, Marco Imparato, Elisa Pavolini, Maria Roveran, Libero Stelluti e Matteo Vignati.
Stanza spoglia, luci accese, interazione diretta con il pubblico, un assalto dall’attitudine hardcore punk, diretto in faccia, aspro, minimale, a tratti duro, nonostante non manchino i momenti di (auto) ironia a stemperare i grevi silenzi di certe pause o il clangore della violenza scenica mutuata dalle movenze nervose, dagli sguardi penetranti, dalle melodie scarne che escono dalla chitarra di Toffolo e dalle voci e dalla presenza scenica degli attori.
E’ uno spettacolo incredibilmente efficace, soprattutto grazie alla bravura dei protagonisti e alle riuscite trovate coreografiche, ma in particolare grazie ai TEMPI, che si armonizzano alla perfezione tra recitato, musica, pause.
Consigliatissimo.

http://cinqueallegriragazzimortiilmusical.blogspot.it/

Cinque allegri ragazzi morti
IL MUSICAL LO-FI


Episodio 1/L'alternativa + Episodio 2/La festa dei morti

Uno spettacolo di Eleonora Pippo
Tratto dall'omonimo romanzo a fumetti di Davide Toffolo
Musiche di Tre Allegri Ragazzi Morti
Movimenti coreografici Simona Rossi L'alternativa | Marta Lucchini La festa dei morti

Con
Davide Toffolo | Mimosa Campironi | Marco Imparato | Elisa Pavolini | Maria Roveran | Libero Stelluti | Matteo Vignati

una produzione
Pubblico Teatro / Elena Arcuri & Eleonora Pippo
LA TEMPESTA DISCHI
Centro culturale mobilità delle arti / Corrado Russo

venerdì, novembre 07, 2014

Who's for tennis ?



Nel 1968 gli WHO (Pete Townshend in particolare) erano già impegnati nell’idea di “Tommy” (la cui complessità necessitava tempo) ma l'etichetta e il management (Kit Lambert) erano impazienti di dare alle stampe un nuovo album (considerando che ai tempi la frequenza delle uscite discografiche era talvolta anche doppia per ogni anno).
La band era inoltre costantemente impegnata in tour (Usa e Australia inclusi) e il tempo per potersi concentrare in studio e nella composizione limitatissimo.
Kit Lambert concepì così l’idea di “Who’s for tennis ?” album da pubblicare nel luglio 1968 in concomitanza con le finale del torneo di Wimbledon, a cui collegare l’improbabile titolo.
Il tutto raccogliendo alcune canzoni rimaste fuori da “The Who Sell out” e inserendo qualche nuova composizione.

Nel gennaio e febbraio la band registrò “Faith in something bigger”, “Glow girl” e “Little Billy” , successivamente una vecchia canzone, “Call me lightning” e un brano di John Entwistle, “Dr Jeckill and Mr. Hide”.
In maggio e giugno aggiunsero “Dogs”, “Melancholia”, “Magic bus”, “Joys”, “Facts of life” oltre a due cover, da sempre spesso presenti dal vivo, “Fortune teller” di Benny Spellman (rifatta anche da Stones e Hollies) e “Shakin all over” di Johnny Kidd and the Pirates (già rifatta dagli Swinging Blue Jeans e poi da Humble Pie, Flamin Groovies e tantissimi altri).
Fu anche proposto un live (una registrazione al Fillmore East) ma alla fine l’idea fu scartata e anche “Who’s for tennis” venne cancellato. Al suo posto furono pubblicate due compilation “Magic bus: the Who on tour” (a dispetto di quanto parrebbe insinuare il titolo non c’è nulla dal vivo) in usa e “Direct hits” in Inghilterra.

Contemporaneamente vennero pubblicati due singoli “Call me lightning”/ “Dr Jeckill and Mr. Hide” in America (40° nelle charts) e “Dogs”/”Call me lightning” in Inghilterra(arrivò al 25° posto).
“Glow girl” riapparve nel 1974 su “Odds and sods” ma fu di diretta ispirazione a “It’s a boy” in “Tommy” (come “Little Billy” e “Faith in something bigger”).
“Magic bus”, dopo essere stata incisa, senza successo, da un’oscura band inglese, i Pudding, uscì come singolo e divenne uno dei brani più conosciuti e longevi degli Who, i restanti brani rimasero per anni ed anni nei cassetti (o nei bootleg) prima di apparire, in alcuni casi, su varie compilation e versioni deluxe.
Dello stesso periodo, possibili candidati all’album c’erano anche “Pictures of Lily”, “Doctor, Doctor”, “Glittering Girl”, “Hall of the Mountain King”, “Sodding About”, “Early Morning: Cold Taxi”, “Girl’s Eyes”, “Summertime Blues”, “Someone’s Coming”. Anche in questo caso, alcuni assurti a grande popolarità, altri relegati a Bsides, altri ancora scomparsi nell’oblìo.
Un periodo di grande creatività per Townshend e compagni ma che ha sfornato anche brani piuttosto incerti e transitori.
A conti fatti la mancata uscita dell’album non toglie nulla alla storia della band e con il senno di poi è stata cosa buona e giusta.

La copertina è stata immaginata dal sito http://albumsthatneverwere.blogspot.it

giovedì, novembre 06, 2014

Queen



Da queste parti i QUEEN sono sempre stati sinonimo del MALE.
Pomposi, enfatici, ridondanti, esageratamente kitch, antitetici a quella che viene considerata come la musica “giusta”.
Un nome da mettere puntualmente in cima alla lista dei peggiori gruppi rock, pop o come li vogliamo chiamare.
E allora mi sono preso la briga di ascoltare TUTTA la loro discografia.
E rilevare che i difetti di cui sopra sono frequenti, costanti e che l’avversione per il quartetto non è certo mutata.

Ma mi preme ricordare i primi tre album: “Queen” del 1973 (con il Black Sabbath sound della tiratissima “Modern times rock n roll”) , “Queen II” del 1974 (dove troviamo anche la psichedelia semi acustica con sapori Led Zep di “Some one day one day”) e “Sheer heart attack” sempre del 1974 (con la cavalcata introduttiva di “Brighton rock” e il proto heavy metal di ”Stone cold crazy” ), all’insegna di un sound barocco ma che poggia le fondamenta su glam, hard, prog, rock n roll e pop rock e un approccio ancora ruvido, immediato, urgente che li rende lavori grezzi, in cui l’anima romantica beatlesiana di Mercury (vedi “Killer queen”) si scontra talvolta con il rozzo assalto della band più incline a sonorità tendenti a lrock duro.
Inutile sottolineare come la tecnica strumentistica sia già parecchio affinata e la chitarra di Brian May abbondantemente protagonista.

“A night at the opera” del 1975 è considerato il capolavoro della band (“Bohemian raphsody” è il brano di punta) ma contiene tutte le caratteristiche che andranno a permeare il sound e il profilo artistico della band: brani kitch, pomposi, elaboratissimi, siparietti vaudeville, barocchismi, orpelli sonori di ogni tipo.
Particolarità che li farà amare dal mondo, odiare da tanti altri.
L’anno successivo è la volta di “A day at the races” che in realtà avrebbe dovuto essere pubblicato insieme a “A night at the opera” come doppio album e che ribadisce (con l’eccezione del boogie rock introduttivo “Tie your mother down”) ovviamente la direzione sonora del precedente.
Contiene anche la super pomp hit “Somebody to love” e l’hard rock potente e non scontato di “White man”.
La strada è ormai completamente spianata, il mondo ai loro piedi, le classifiche a loro appannaggio.
La qualità cala, ci si affida a percorsi sicuri e con “News of the world” del 1977 piazzano altri due epiche hit come “”We are the champions” e “We will rock you” mentre “Sheer heart attack” sembra una risposta al punk che esplodeva in quei giorni con un’atmosfera e un tiro che incrociano (a modo loro eh) Undertones e Sex Pistols (!!!) e “Sleeping on the sidewalk” un gradevole glam rock blues.
“Jazz” del 1978 è stato ripetutamente stroncato dalla critica (anche per certi testi giudicati sessisti, addirittura fascisti...) soprattutto per la mancanza di una direzione ben definita e per un eccesso di brani di scarso spessore.
Si salvano la famosa “Bicycle race” e il discreto rock di “Fat bottomed girls”. Ci sono poi incursioni nella disco funk (la terribile “Fun it”) nello swing blues anni 40 di “Dreamer’s ball” e qualche altro episodio trascurabile.
L’epico live “Live Killers” sancisce la fine dell’epoca “rock” e apre le porte ad una serie di lavori, pieni di successi da classifica (“da Another one bites the dust” a “Radio Ga Ga”, “Under pressure” con Bowie, “Crazy little thing called love” tra i tanti) ma qualitativamente sempre più modesti, iper arrangiati, infarciti di elettronica, di manierismo, pomposità all’ennesima potenza, senz’anima.
“The game (1980), la colonna sonora di “Flash Gordon” (1980), “Hot space” (1982), “The works”, “A kind of magic” (1986), “The miracle” (1989) sono comunque successi (puntualmente distrutti dalla critica).

Si susseguono tour celebrativi, live, raccolte e nel testamento finale di Mercury in “Innuendo” (pubblicato all’inizio del 1991, Freddie morirà in novembre) il livello si alza leggermente ma senza aggiungere nulla di nuovo.
Seguirà il mortifero “Made in heaven” registrato dai superstiti inserendo la musica sotto a tracce vocali, demo e altro lasciati da Mercury prima della morte.
Il resto è una sequela infinita di compilation, live (inclusi quelli con le varie nuove incarnazioni della band con Paul Rodegers alla voce, con cui pubblicano anche un album in studio), continui inediti e retrospettive nel tentativo sempre più disperato di mantenere vivo il cadavere.

mercoledì, novembre 05, 2014

Il giorno che asciugarono i pub



A cura di ALBERTO GALLETTI
Si apre sabato la stagione dei test autunnali, benchè il rugby goda ancora di un'immeritata fama di gioco 'pulito' o che va bene contro il 'demonio' calcio, si deve ammettere che alcune delle partite giocate sono davvero di alto livello anche nell'era del professionismo più esasperato.
Mi piaceva introdurre questa serie di partite con il ricordo di un episodio lontano (ma neanche troppo), in cui i test match scandivano un ritmo del calendario internazionale cadenzato e solenne e il dilettantismo permetteva agli appassionati di godere di quello che è sempre stato il lato umano di un gioco che era davvero a portata di mano.
Il calendario è fittissimo ma questi sono gli appuntamenti irrinunciabili.

Sabato 8 Novembre: Inghilterra-Nuova Zelanda; Galles-Australia
Sabato 15 Novembre: Inghilterra-Sud Africa; Francia-Australia
Sabato 22 Novembre: Galles-Nuova Zelanda
Sabato 29 Novembre: Galles- Sud Africa

THE DAY PUBS RUN DRY

Ci sono stati molti momenti e molte partite storiche nel corso della gloriosa storia del gioco del rugby, ma sicuramente quella di mercoledì 31 ottobre 1972 rimane scolpita nel granito della storia ovale, i potentissimi All Blacks capitanati da Ian Kirkpatrick vengono sconfitti dal Llanelly, piccolo, grande, forte e orgogliosissimo club gallese.
L’incontro, inserito nel tour neozelandese delle Isole Britanniche, celebrava i 100 anni della fondazione del club e gli Scarlets avevano una delle loro migliori squadre di sempre, allenata da Carwyn James che alla guida dei British Lions nel tour dell’anno precedente aveva vinto la serie di test-match contro gli stessi all-blacks.
L’attesa per la partita e le aspettative del pubblico erano enormi, ma i favori del pronostico erano tutti per gli All Blacks.
Il mattino della partita Llanelli era una città in preda ad uno stato di euforia collettiva, oltre 20000 persone si riversarono all’interno di Stradey Park, gli ingressi furono chiusi per tutto esaurito ore prima del calcio d’inizio.
Le fabbriche chiusero in anticipo per permettere agli operai di recarsi alla partita, l’intera città chiuse per mezza giornata, gli unici che avevano qualcosa da fare, ricorda qualcuno, erano i dottori sommersi dalle richieste di un giorno di malattia, scene incredibili ovunque e aspettative alle stelle, il mediano di mischia neozelandese Chris Laidlaw , studioso e poi diplomatico scrisse un anno dopo a questo proposito
“Il club rugbistico gallese è l’incarnazione vivente dell’istituzione sportiva che funge da fulcro centrale per la vita dell’intera comunità. Per questo motivo la devozione verso il gioco è piu profonda e durerà più a lungo in Galles che non in Nuova Zelanda”.
Con l’avvicinarsi del calcio d’inizio l’atmosfera all’interno dello stadio, un autentica cattedrale della palla ovale si fece elettrica, i canti salivano possenti al cielo, in contrasto l’atmosfera nello spogliatoio degli Scarlets si manteneva tranquilla, con il capitano Delme Thomas che fece il suo discorso, dopo aver ingurgitato la sua dose prepartita di uova crude accompagnate da un buon numero di bicchierini di sherry: ‘Oggi portiamo la maglia rossa, rappresentiamo la nostra comunità, la nostra città, la nostra contea, il nostro paese, e abbiamo la possibilità di scrivere la storia’. Quando ebbe finito davanti ai suoi giocatori quasi commossi Carwyn James riprese in mano la situazione ed esortò: ‘ dovete pensare, pensare e ancora pensare, è un gioco mentale, state concentrati e pensate’, lo ascoltarono.

La partita cominciò bene per gli Scarlets che guadagnarono un calcio di punizione dopo cinque minuti, ma il tiro finì sulla traversa, il mediano All Black Colling raccolse il rimbalzo e calciò in touche per liberare fuori dai 22 metri, l’occasione per gli Scarlets di portarsi subito in vantaggio sembra sfumare, ma Bergiers partì a razzo da centrocampo, intercettò il calcio prima che uscisse, e corse a tutto gas verso l’area di meta, dove si tuffò schiacciando per il 4-0, la trasformazione del grande Phil Bennett mandò il parziale sul 6-0, da non credere!
La folla che gremiva il campo impazzì di gioia.



Chico Hopkins in azione

La partita fu durissima, la reazione dei neozelandesi rabbiosa, condotta con una fisicità tremenda.
Qualche minuto dopo riuscirono a conquistare una punizione e accorciare sul 6-3, i giocatori del Llanelli comunque resistettero e, ispirati dal capitano Delme Thomas e dal loro leggendario mediano d’apertura Phil Bennett che gesti un’enorme pressione con audacia e maestria, riuscirono a contenere gli attacchi all black, gli sforzi della mischia furono enormi,nel secondo tempo riuscirono a conquistare persino un'altra punizione che Andy Hill segnò dalla lunga distanza fissando il risultato sul 9-3, punteggio sul quale si chiuse la partita.

Un pezzo di storia del rugby era stato scritto, i giocatori vennero portati in trionfo dalla folla che si riversò sul campo intonando i tradizionali cori che sfondarono il cielo plumbeo di quel piovoso pomeriggio e salirono alti nel cielo.
La partita maschia e brutale fece storcere il naso ai puristi dell’estetica ovale, ma diede ai tifosi degli Scarlets a tutti i tifosi gallesi e agli appassionati ovunque essi fossero, qualcosa da ricordare per sempre.
“E’ stata la partita più dura che mi sia mai capitato di giocare” disse anni dopo il terza linea Gareth Jenkins.
Quella sera l’intera popolazione della città si riversò nei pub per celebrare la storica vittoria e i festeggiamenti continuarono fino alle ore piccole quando i locali cominciarono a chiudere per aver esaurito qualsiasi tipo di bevanda alcolica disponibile, la sbronza collettiva, se possibile, fu ancora più colossale della vittoria ottenuta dai beniamini locali.
 Purtroppo oggi nell’epoca del professionismo le squadre in tour non giocano più contro i club, il rugby moderno non ha più tempo per l’epica romantica, i ritmi sono cadenzati da un calendario iper-funzionale e inflessibile, ma le immagini di quella partita e le testimonianze di chi ne prese parte non sembrano essere intaccate dal tempo e mantengono intatto la loro grande carica emotiva, come l’immortale foto del tabellone segnapunti con la scritta in gallese.

LLANELLI 9
SELAND NEWYDD 3



Quel giorno, mercoledì 31 ottobre 1972, passò alla storia come “il giorno che asciugarono i pub”.

martedì, novembre 04, 2014

Come i Beatles - 3



Grazie ad una competentissima lista inviata da LUCA RE, storica voce dei SICK ROSE (la prima foto è della sua personale collezione di vinili) ci addentriamo con questa nuova rubrica in una serie di album, usciti DOPO lo scioglimento dei BEATLES, fortemente influenzati dal sound dei Fab Four. Spesso veri e propri gioielli dimenticati e che vale la pena di riscoprire.

Le altre puntate qui:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/Come%20i%20Beatles

SLEEPY HOLLOW - s/t (1972)
Se nella vostra discografia manca all’appello un album di George Harrison in coppia con John Lennon si può facilmente rimediare con questo album del 1972 e le sue 9 songs che alternano chitarre e voci perfettamente ricalcate sullo stile di George e una tipologia compositiva che invece non avrebbe problemi a comparire su qualsiasi album del primo Lennon solista.
Non mancano un basso spesso molto Macca style e una batteria poco Starr e più Jim Keltner ma il risultato finale è assolutamente 100% beatlesiano, talvolta in modo quasi imbarazzante.
Comunque di altissimo livello.

LIVERPOOL ECHO - s/t (1973)
Band londinese a dispetto del nome, incarnò alla perfezione in questo oscuro album del 1973 quel gusto saporitissimo dei Beatles tra il 64 e il 65 non ancora intrisi di psichedelia e intenti progressivi e sperimentali che trovarono in “Revolver” la prima massima espressione. Siamo nel mood di “Rubber soul” e “Help” con retaggi di “A hard day’s night” e brani come “Paperback writer” (come fecero pochi anni dopo gli Squire di Anthony Meynell) I riferimenti sono chiari ed espliciti ma la scrittura e l’esecuzione riescono a mantenere una forte personalità e rimangono lontani dall’imitazione e dal plagio sonoro.
Tra le gemme la stupenda “Girl on a train” recentemente ripresa dai Sick Rose.

VAUGHAN THOMAS - s/t
Cantautore gallese, autore di un solo album, omonimo, nel 1972 in cui l’influenza Beatlesiana non è così marcata e palese anche se il timbro Paul McCartney è spesso evidente sia a livello vocale che compositivo.
Prevalgono una forte vena pop, cenni al sound West Coast e al gusto caro a Donovan.
Da annotare una riuscitissima, elaborata e personalissima, versione di “Cry baby cry” , piccolo gioiello lennoniano dall’Album Bianco e una meno riuscita di “Let’s spend the night together” degli Stones.

lunedì, novembre 03, 2014

Gli album più venduti in Italia



Abbiamo parlato una settimana fa degli album più venduti di sempre e di quanto siano controverse e poco chiare le cifre.
Sembra che relativamente alle vendite italiane ci sia una maggiore attendibilità.
Il panorama (de gustibus) non è dei più esaltanti pur se previsto e prevedibile.

1985 Claudio Baglioni La vita è adesso 3.800.000
1998 Mina, Adriano Celentano Mina Celentano 2.365.000
1999 Adriano Celentano Io non so parlar d'amore 2.360.000
1999 Lunapop ...Squérez? 1.870.000
1981 Claudio Baglioni Strada facendo 1.850.000
1989 Zucchero Oro, incenso e birra 1.840.000
1988 Antonello Venditti In questo mondo di ladri 1.500.000
1993 Vasco Rossi Gli spari sopra 1.500.000
1990 Lucio Dalla Cambio 1.300.000
1996 Lucio Dalla Canzoni 1.300.000
1993 883 Nord sud ovest est 1.300.000
1980 Renato Zero Tregua 1.200.000
2005 Eros Ramazzotti Calma apparente 1.200.000
1979 Pink Floyd The Wall 1.200.000
1996 Zucchero The Best of Zucchero Sugar Fornaciari's Greatest Hits 1.100.000
1981 Franco Battiato La voce del padrone 1.000.000
1983 Vasco Rossi Bollicine 1.000.000
1988 Lucio Dalla, Gianni Morandi Dalla/Morandi 1.000.000
1991 Marco Masini Malinconoia 1.000.000
1993 Eros Ramazzotti Tutte storie 1.000.000
1997 Nek Lei, gli amici e tutto il resto 2.000.000
2004 Vasco Rossi Buoni o cattivi 1.000.000
1974 Otello Profazio Qua si campa d'aria 1.000.000
1977 Edoardo Bennato Burattino senza fili 1.000.000
1979 Lucio Dalla Lucio Dalla 1.000.000
1979 Renato Zero EroZero 1.000.000
1982 Nino D'Angelo 'Nu jeans e 'na maglietta 1.000.000
1987 Gianna Nannini Maschi e altri 1.000.000
2000 The Beatles The Beatles 1 1.000.000
1995 Luciano Ligabue Buon compleanno Elvis 1.000.000
1997 Pino Daniele Dimmi cosa succede sulla terra ~ 1.000.000

domenica, novembre 02, 2014

Safeguard Complex



Il (Stanley Mickelsen) Safeguard Complex era una base missilistica costruita nei 70’s per contrastare un eventuale attacco missilistico sovietico. Sorge nel North Dakota, costò miliardi di dollari e restò attivo solamente dal 1° aprile 1975 al 10 settembre 1976.
Il sito comprende una serie di silos che contenevano i missili, alcune postazioni per i radar e una piramide tronca in cui risiedeva il comando centrale e gli uffici.
Related Posts with Thumbnails