martedì, settembre 08, 2026

90/2000, l'evoluzione del Brit Pop

Riprendo l'articolo che ho pubblicato sabato scorso nelle paginbe dell'inserto "Alias" de "Il Manifesto".

L’ormai ultra settantennale storia del rock necessita sempre di più la sua collocazione all’interno di generiche e “giornalistiche” categorie, per definirne movimenti temporali, generi, sonorità, tendenze. E di conseguenza quando si parla di “beat”, “punk” o “grunge” si va a circoscrivere un contesto artistico, per quanto variegato e dai mille parametri, che va a determinare qualcosa che, più o meno, rappresenta l’ambito.

Ad esempio, il Britpop condensa tutta una serie di band, dagli Oasis ai Blur, Supergrass, Pulp, Suede, per citarne alcuni, in qualche modo legate da un filo conduttore che ci porta a raggrupparli in un recinto artistico ben preciso.
Allo stesso modo del Grunge: dai Nirvana, ai Mudhoney, Pearl Jam o Soundgarden, sappiamo bene a ciò a cui vanno incontro le nostre orecchie.

Un recente libro di Alessio Cacciatore e Giorgio Di Berardino, “Boys In The Band” (Arcana) va ad esplorare invece quell’indefinito e indefinibile magma sonoro prodotto alla fine degli anni Novanta, quando i due “generi” citati avevano preso la strada del declino.
E’ un periodo in cui nascono decine di band che in qualche modo catturano i semi e i fiori degli anni precedenti, li rielaborano, aggiungono o sottraggono, senza potere venire accorpati a un contesto artistico ben preciso.
Si passa da nomi destinati a una popolarità planetaria (Radiohead, Coldplay, Arctic Monkeys), a una lunga serie di piccole realtà (molte delle quali hanno invece solcato le classifiche inglesi, soprattutto, veleggiando ai primi posti, senza che dalle nostra parti ce ne accorgessimo più di tanto, dai Travis, Doves o Belle and Sebastian).

Il sound, genericamente, accorpa elementi Britpop (ovvero la lezione degli anni Sessanta inglesi, da Beatles, Stones, Who, Small Faces, Kinks, per i più tradizionalisti), filtrati attraverso psichedelia, un po’ di Dylan, Bowie, Paul Weller e tanto altro), con l’aggiunta di una certa energia post punk/grunge (riconducibile alle melodie e ballad più malate di Kurt Cobain/Eddie Vedder/Alice In Chains). C’è ovviamente un nuovo slancio, uno sguardo ad altre contaminazioni ma, è chiaro, le radici sono quelle.

C’è anche, giusto per rimanere nelle definizioni un po’ arbitrarie, il “New Acoustic Movement” con i delicatissimi Kings Of Convenience (figli più che legittimi degli Everything But The Girl), Badly Drawn Boy, Turin Brakes, I Am Kloot, Damien Rice.
Dall’America replicano con forza.
Basterebbe “Is This It” esordio travolgente dei New Yorkesi The Strokes, primo grande classico dei 2000, tra ritmi amfetaminici, chitarre taglienti, melodie irresistibili.
A cui fanno da supporto i favolosi White Stripes di Jack White, Interpol, Yeah Yeah Yeahs. Disse bene Conor McNicholas del New Musical Express in un articolo del 2002: “Per ogni generazione accade qualcosa di rivoluzionario nella musica e da quel momento in poi più nulla è lo stesso. Ed è esattamente quello che sta succedendo ora.”

Musicisti che reagiscono alla preponderanza di suoni sintetici, hip hop, rap, metal, alle scelte ruffiane di MTV e creano una nuova scena, attingendo dalle “basi” punk, garage, beat, blues, new wave. Su questa onda surfano progressivamente nuove band, alcune destinate a ottimi successi (Black Keys, Killers, Kings Of Leon, Franz Ferdinand, Hives, Kaiser Chiefs, Kasabian, Bloc Party, Ordinary Boys), altre che si affacceranno nelle classifiche, arriveranno a lambire la popolarità ma torneranno nell’oblìo.

Ci sono anche alcune anomalie.
Ad esempio i Libertines di Peter Doherty e Carl Barat.
Sound anarchico e sconclusionato, quanto la loro predilezione per gli eccessi. Un esordio che diventa una pietra miliare come “Up The Bracket”, nel 2002, prodotto, non a caso, come perfetto collegamento con le radici menzionate, dall’ex Clash, Mick Jones.
Dureranno poco.
Troppa la predilezione per gli abusi.
Doherty passerà anni nelle dipendenze di sostanze e gossip ma ogni volta che riuscirà a tornare ci regalerà piccoli gioielli, sia con i Babyshambles che con le esperienze soliste.
Le reunion successive agli scioglimenti non saranno mai così fresche come gli esordi ma sempre dignitose.

Anche i The Coral si inseriscono in questo contesto, come una delle realtà più interessanti e originali, mischiando anni Sessanta, psichedelia, country e folk rock, senza mai premurarsi più di tanto di seguire una linea ben precisa, se non quella della loro attitudine.
Lo conferma il recentissimo “388” in cui si dedicano a una riuscita e irresistibile miscela di rocksteady, ska, reggae e beat.
Un altro nome di spicco è quello degli scozzesi Franz Ferdinand, in grado di produrre un sound riconoscibilissimo al primo ascolto, tra post wave, britpop, riff chitarristici spigolosi, Talking Heads.
Partiti con il motto “Volevamo essere il miglior gruppo pop del mondo, come Beatles, Bowie o Clash ma se avessimo venduto 500 copie del nostro singolo sarebbe stato fantastico!”, hanno poi piazzato diversi brani nelle chart inglesi e vinto due Grammy Awards.

Gli Arctic Monkeys sono un caso particolarissimo, da manuale.
Sfruttarono, tra i primissimi, il potere del web, appena “nato”, nei primi anni 2000, postando su MySpace loro brani e demo, sfruttando la spinta dei fan e approdando solo nel 2006 all’album d’esordio “Whatever People Say I Am, That's What I'm Not”. Vendette un milione di copie in una settimana, stracciando il record degli Oasis, nonostante un sound aspro e poco incline al facile ascolto.
E proprio dagli Arctic Monkeys a un certo punto esce il leader Alex Turner, affiancato dall’amico Miles Kane che arriva da un paio di band in circolazione nella “scena”, i discreti Little Flames e Rascals.
Costruiscono un nuovo progetto dall’intrigante nome di Last Shadow Puppets e pubblicano nel 2008 un incredibile gioiello di grazia, raffinatezza ed energia, “The Age Of The Understament” dove uniscono atmosfere orchestrali, Beatles, Brian Wilson, Scott Walker e una creatività al massimo delle loro potenzialità.
Torneranno otto anni dopo con “Everything You Come To Except” ma non sarà più la stessa cosa.

FUORI I DISCHI

Sicuramente i sopracitati album di Arctic Monkeys, Last Shadow Puppets e Libertines sono indispensabili.
L’omonimo esordio del 2004 dei Franz Ferdinand merita un posto di rilievo.
Decisamente più anomalo l’inserimento di due band ai limiti con l’ambito di cui si parla, Coldplay e Radiohead, che pur arrivando dal contesto hanno intrapreso carriere troppo personali per entrare nel calderone di cui sopra ma che meritano comunque una citazione.
L’esordio degli Strokes è sicuramente importante, allo stesso modo in cui “Quiet Is The New Loud” (titolo più che programmatico) dei Kings Of Convenience può essere la bandiera issata sul pennone più alto del “New Acoustic Movement”.
“Icky Thump” dei White Stripes ci entra un po’ a fatica ma è giusto a testimonianza dell’apporto di una band importante e seminale.
I Little Barrie sono da sempre un nome trascurato e oscuro.
In realtà la mente della band, Barrie Cadogan, non ha dedicato moltissimo tempo alla sua attività, perché sempre impegnato come chitarrista di Paul Weller, Morrissey, Primal Screma. Black Keys, tra i tanti.
Eppure i dischi del gruppo sono un originalissimo mix di funk, rock, psichedelia, blues, rock n roll, freakbeat e l’esordio “We Are Little Barrie” del 2005 un vero e proprio piccolo capolavoro.
E infine “Brassbound”dei favolosi Ordinary Boys che riprendevano radici mod, punk, ska, ma che si bruciarono in breve tempo, lasciando tanti rimpianti per una delle band più promettenti dei 2000.

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