giovedì, dicembre 19, 2019

I migliori dischi italiani del 2019



Un elenco, più o meno casuale (eccetto i primi dieci), dei migliori dischi italiani dell'anno.

Negli scorsi anni era andata così
nel 2007 Statuto e Temponauts
nel 2008 Assalti Frontali
nel 2009 Julie's Haircut, Edda e Teatro degli Orrori
nel 2010 June e Statuto
nel 2011 Verdena, Peawees, Enrico Brizzi, Dellera, Paolo Apollo Negri, Statuto
nel 2012 An Apple Day, Barbacans, Julie’s Haircut
nel 2013 Julie's Haircut, Statuto, Raphael Gualazzi, Cesare Basile, Giuda
nel 2014 Edda, Finardi, Bologna Violenta, Bastard Sons of Dioniso, Steeplejack
nel 2015 Cesare Basile, Iacampo, Mimosa
nel 2016 Winstons, Afterhurs, Michele Gazich, Statuto, Radio Days
nel 2017 Edda, Bastard Sons of Dioniso, Cesare Basile, Era Serenase, Mauro Ermanno Giovanardi, Alex Loggia
nel 2018 Nicola Conte, Roberto Vecchioni, Calibro 35, Iacampo, Evil Knievel

1)
THE PIAGGIO SOUL COMBINATION - This is
I Piaggio Soul Combination sono un collettivo di musicisti con base a Pisa dove Marco “Piaggio” Piaggesi ha radunato il meglio che la scena latin/soul della costa toscana potesse offrire.
Dopo un album d'esordio tornano con un nuovo lavoro SPETTACOLARE !
Soul, northern soul, latin, funk, boogaloo, Hammond sound all'ennesima potenza, suonato e cantato (oltre che da Piaggesi da varie voci femminili) con rara perizia tecnica e un'attitudine totale.
Suoni perfetti, brani eccelsi sia a livello compositivo che realizzativo.

2)
THE WINSTONS - Smith
I “fratelli” Winstons tornano a stupire con un secondo album che conferma la creatività e l'originalità dell'esordio di quattro anni fa. Enrico Gabrielli (Calibro 35, PJ Harvey, ex Afterhours e impegnato in mille altri progetti), Roberto Dell'Era (Afterhours) e il batterista Lino Gitto continuano l'esplorazione di quei meandri intricatissimi che separano impercettibilmente la tarda psichedelia freakbeat di fine anni 60 con il primo prog ancora “floreale” dei 70, Canterbury sound, Traffic, Kevin Ayers, Colosseum, Gong, Robert Wyatt come condimento finale.
I Winstons compongono, arrangiano, suonano sempre benissimo, sono di un'energia travolgente, sempre positiva e fresca, paradossalmente mutuata da quell'approccio urgente e impulsivo che fu prerogativa del punk (che nacque anche per seppellire proprio questi suoni). Semplicemente eccellente.

3)
MASSIMO VOLUME - Il nuotatore
Si possono contare sulle dita di una mano i nomi di coloro che hanno inventato un genere, che hanno dato il via a qualcosa di così originale e personale che immancabilmente verrà SEMPRE citato come riferimento.
E' il caso dei MASSIMO VOLUME, quasi trent'anni di carriera, fieramente fedeli a sè stessi, mai una concessione al facile ascolto, all'omologazione, ai richiami "da classifica".
A sorpresa arriva un nuovo album, scarno, diretto, voce, chitarra, basso, batteria, senza elettronica o tastiere.
Purezza sonora come sempre minacciosa, aspra, che scava nel profondo con l'ausilio delle parole di Emidio Mimì Clementi, graffio chirurgico di cui conosciamo bene lo spessore, che ci narra storie e personaggi tra note autobiografiche e osservazione colta della realtà circostante.

4)
GIUDA - E.V.A.
Quarto album per la band capitolina, tra i principali esponenti nostrani che si sono fatti strada anche all'estero, sbancando Inghilterra e States, dove hanno trovato l'appoggio entusiasta di stuoli di fan e nomi eccellenti. Il loro glam rock intriso di energia e attitudine punk non ha lasciato scampo e si è imposto prepotentemente ovunque.
Coraggiosamente la band intraprende una nuova direzione che non rinnega affatto le matrici 70 del loro sound ma, anzi, le approfondisce ancora di più, andando a cercare quelle contaminazioni con la discomusic che caratterizzarono molti dischi rock dell'epoca. Le chitarre continuano a grattare, le ritmiche rimangono fedeli a quelle pulsanti dei primi AC/DC, i cori sono sempre contagiosamente vicini a quelli da stadio ma il dichiarato omaggio a tematiche “spaziali” con l'introduzione di effetti elettronici di sapore vintage e un gusto da discoteca tardo anni 70 , rendono E.V.A semplicemente divertente e irresistibile.

5)
JULIE'S HAIRCUT - In the silence electric
Ottavo album per la band emiliana, che non finisce di stupire per quanto sia progressivamente in grado di ampliare lo spettro di suggestioni sonore e artistiche.
Nei 40 minuti (9 brani) convergono i Pink Floyd di "Ummagumma", i Suicide, il kraut rock ipnotico e tronico dei Neu!, Lou Reed, shoegaze, feedback "sonici" e tanta, tanta psichedelia nelle sue forme più progressive e meno ancorate al classico concetto del "genere".
Stiamo parlando in questo caso di espansione della mente, di allargare orizzonti e obiettivi.
Lo spessore e il respiro sono da tempo internazionali, le proporzioni di sviluppo sempre più esponenziali.
Un gruppo unico nel panorama nostrano, un disco, ancora una volta, di qualità eccelsa.

5)
CESARE BASILE - Cummedia
Cesare Basile è il miglior cantautore italiano in circolazione.
Ha creato un suono e uno stile.
Ha ricreato una tradizione, l'ha rinnovata, ha ricostruito le fondamenta di una nuova casa (come sempre aperta a tutti) sulle solide radici che ha trovato nella Terra (che non è solo Sicilia ma è il mondo intero).
E' un suono mediterraneo, blues, africano, nero, meticcio, atavico, moderno, futurista (perchè vede molto avanti).
CUMMEDIA è un nuovo capolavoro come sempre ostinatamente in direzione contraria.

ZAC - Zac
Lorenzo Moretti (chitarrista e compositore nei Giuda) e il polistrumenista Tiziano Tarli, firmano un irresistibile esordio per la prestigiosa etichetta inglese Damaged Good. Power pop dalle melodie di gusto 60's, innestate in un sound primi 70, tra glam, rock FM dell'epoca, Marc Bolan, Be Bop DeLuxe.
Disco divertente, esplosivo, super cool!

LU SILVER STRING BAND - Rock 'n' roll is here to stay
Il rocker romagnolo torna in studio di registrazione regalandoci una nuova e consueta valigia di puro rock 'n' roll / southern rock con un occhio ai Fee e l'altro ai Grand Funk Railroad, in mezzo gli Stones dei 70's, i Faces e un sottofondo power pop / garage a condire il tutto. Album fighissimo.

MASSIMILIANO LA ROCCA - Exit / Enfer
Massimiliano La Rocca scrive un album importante, intensissimo, profondo, realizzato alla perfezione, grazie anche al prezioso "piccolo aiuto di qualche amico". E che amici! Hugo Race produce, Enrico Gabrielli, Don Antonio Gramentieri, Howe Gelb contribuiscono con la loro infinita esperienza. La Rocca è un raro esempio di chi riesce a "tradurre" in chiave italiana il verbo di Nick Cave, filtrandolo attraverso il patrimonio culturale della canzone d'autore nostrana, da Tenco a De Andrè, da Fossati a Ciampi, a Cesare Basile.
Gli undici brani autografi procedono con solennità, assorbono umori mediterranei ("Il regno" ad esempio), blues, post punk, tanta anima e tanto cuore.

ALDI DALLO SPAZIO - Quasar
Giovanissima band di Ravenna che partendo dal prog spazia poi in un contesto psichedelico, rock blues, jazz rock con echi di Beatles, Pink Floyd, Colosseum, PFM, Canterbury Sound. Suonano in modo pazzesco, grandi brani, grandissimo album.
Uno dei nomi più interessanti usciti nella scena nostrana nel 2019 e che si affiancano ai Winstons nella ricerca e riproposizione di questi suoni.

FERRO SOLO – Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando – Part 2
Secondo capitolo dell’esperienza solista di Ferruccio Quercetti, chitarra e voce di quell’incredibile e stupenda entità punk ‘n’ roll che è quella dei CUT. Il secondo volume riprende il mondo di Ferro Solo (anzi del suo alter ego Fernando, protagonista di entrambi i dischi), fatto di rock ‘n’ roll ma anche di intense ballate folk blues, umori 60’s, sguardi al power pop, ai Cramps (“Early bird”) e a tanto altro. Suoni e arrangiamenti diretti e scarni, brani intensi e crudi. Un nuovo passo nella giusta direzione.

MANUEL AGNELLI - An evening with...
Stimo molto il musicista e artista MANUEL AGNELLI.
Ha scritto grandi brani, eccellenti album, fatto belle cose.
"An evening with..." è un estratto del tour che ha fatto in compagnia di Rodrigo D'Erasmo in vari teatri italiani, in chiave semi acustica, riprendendo brani di Afterhours e di varie band amate. Gli undici brani contenuti sono esemplificativi della capacità di fare rivivere episodi classici degli Afterhours a fianco di altri di Tom Waits, Lana Del Rey, una splendida "Shipbuilding" di Robert Wyatt, una riuscita "A perfect day" di Lou Reed.
CLASSE.

HOMESICK SUNI! - 7 grabs
Quanto stupore quando ci si imbatte in un lavoro così maturo, personale, atipico, denso di competenza, conoscenza profonda di una materia così difficile da trattare. In "7 Grabs" convergono Paul Weller, Beatles, Donovan, un groove funk, folk, soul music, atmosfere jazzy, blues. Un groviglio di influenze eccellenti, complesso da mettere insieme senza cadere nel citazionismo o nella confusione artistica.
E invece Matteo Pin alias Homesick Suni! sforna un gioiello di rara creatività e bellezza.

SENZABENZA - Godzilla Kiss
I Senzabenza sono sulla scena dagli inizi degli anni 90, hanno inciso sei album (uno dei quali prodotto da Joey Ramone), creato un sound dai contorni originalissimi, quasi unici, che loro stessi hanno chiamato in maniera più che opportuna “flower punk” ovvero un power pop ben radicato nel migliore e più puro punk rock (Ramones e Buzzcocks per intenderci), screziato di pennellate 60 beat e psichedeliche, melodie irresistibili e un tiro invidiabile.
Il nuovo album, peraltro esaltato da un suono di eccelsa qualità (grazie alle mani del veterano Ale Sportelli), conferma tutte le caratteristiche che hanno dato lustro alla storia della band. Più che ottimo !

DANIELE SILVESTRI - La terra sotto i piedi
Silvestri è in giro da 25 anni e si conferma uno dei MIGLIORI cantautori italiani di sempre, tra i più eclettici, moderni, freschi, attenti a quello che succede intorno, musicalmente e socialmente.
Soprattutto, immediatamente riconoscibile=personalità.
"La terra sotto i piedi" conferma quanto di buono conosciamo di lui: scrittura eccellente, testi di prima qualità. amari e sarcastici, arrangiamenti super, canzoni belle. Con lui Fabio Rondanini Rodrigo D'Erasmo, Enrico Gabrielli e anche Niccolò Fabi e James Senese, tra gli altri.
Ah, anche dal VIVO è una bomba!

BLACK SNAKE MOAN - Phantasmagoria
Un intreccio di psichedelia, folk, raga rock che va dai Byrds e Beatles di quegli anni, ai 13th Floor Elevators e Electric Prunes, arrivando ai primi Velvet Underground e poi, nel corso del tempo, al revival psych di metà Ottanta (il Paisley Underground di Dream Syndicate e Rain Parade) fino ad epigoni attuali che, sempre in veste carbonara, continuano a seguire quelle spire avvolgenti in cui effetti che dilatano le voci, sitar, scale melodiche mediorientali e indiane si susseguono da un brano all'altro. Suono è scarno e diretto, brani efficaci, convincenti.
Praticamente perfetto.

MAURIZIO CURADI - Phonorama
Sperimentatore, con le radici ben piantate nella tradizione. Geniale chitarrista e compositore, Maurizio Curadi arriva all'apice della sua creatività con un album complesso, in cui lo sguardo artistico spazia a 360 gradi.
Ci sono blues atavico, spiritualità psichedelica, avanguardia, un approccio a tratti quasi classico. Curadi osa, senza paura, senza remore, apre nuovi orizzonti.

THE BACKDOOR SOCIETY - s/t
Album d'esordio per la band piacentina, diretta filiazione dell'esperienza Rookies.
Anche a livello sonoro le strade percorse sono quelle del classico Dutch sound dei 60's di band come Outsiders e Q65. Dodici brani brevi, nervosi, intensi, chitarre sferraglianti, alone vintage, splendide ballate mid tempo. Un gioiello imperdibile per gli appassionati.

DISTORSONIC - Twisted Playgrounds
Terzo album per il duo sperimentale composto da Maurizio Iorio (autore e regista del progetto) e Stefano Falcone alla batteria. Un sound dilatato, intrinsecamente psichedelico pur se qui non ci sono fiori e colori ma un paesaggio metropolitano, dalle tinte oscure e apocalittiche, terra bruciata e palazzi devastati.
Doom nel concetto. Jazz nell'approccio mentale. Un disco strano e poco etichettabile (e qui sta il suo pregio), che sorprende, ammalia, avvolge. Essere originali è difficile, quasi impossibile ormai. Non per i Distorsonic.

MOMO SAID - Break the rules
Eccellente esordio per l'artista italo marocchino con un album di raffinata eleganza. Black music nella sua forma più ampia tra funk, soul, disco, afro funk, Curtis Mayfield, jazz funk. Esecuzione perfetta, groove impeccabile, brani di sicuro effetto, efficaci, ispirati, arrangiati con gusto eccelso. Grande album.

IFRIQIYYA ELECTRIQUE - Laylet el booree
Francois Regis Cambuzat ha una militanza infinita nell'underground, dai Kim Squad ai Putan Club (anche collaboratori di Lydia Lunch).
Con Gianna Greco è andato spesso negli angoli più reconditi del mondo, dallo Xiniang degli Uiguri al Dersim turco degli aleviti a cercare suoni, culture, respiri.
Questa volta li ha trovati nel deserto tunisino nell'antichissima ritualità del Banga. Nell'album si mischiano trance, suoni arcaici, blues primitivo, industrial, techno, tribalismo.
Se cercate qualcosa di NUOVO, qui c'è.

LA BATTERIA - II
Arriva a quattro anni dall'ottimo esordio, il secondo album del quartetto romano, doppio album di oltre un'ora di musica e ben diciotto brani.
disco eclettico, strumentale e amore incondizionato per le colonne sonore di quella cinematografia anni 60/70 che ci raccontava un'Italia fatta di polizia dalla pistola facile, sparatorie, inseguimenti.
Tra prog, funk, psichedelia, impennate hard, ritmi disco e latini, sguardi a Morricone, Umiliani o ai Goblin. Suoni vintage e perizia tecnica sopraffina completano alla perfezione il tutto.

STRIKE - Tutto da rifare
La band ferrarese è un'istituzione della scena italiana, 33 anni di attività e una discografia voluminosa che testimonia una carriera ricca di cambiamenti, contaminazioni, esperienze di ogni tipo.
Il nuovo album è un brillante sunto di una vita trascorsa tra palchi e studi di registrazioni, in compagnia delle amate influenze giamaicane (ska, rocksteady, reggae), umori swing, il sapore patchanka che mette insieme latin, jazz, funk e tanto altro.

GIULIO CASALE - Inexorable
E' infinita la storia artistica di Giulio Casale, dalle esperienze con gli Estra, alla carriera solista, quella di attore teatrale, scrittore, autore e tanto altro. Nel quarto capitolo del percorso solista l'interpretazione vocale ha forti connotati teatrali, la scrittura dei testi, sempre incisivi, profondi, in poche parole stupendi, è di qualità eccelsa, la musica, curatissima, non è mai banale e scontata.
La canzone d'autore abbraccia rock e istanze new wave, si concede aperture più pop confermando un profilo artistico immediatamente riconoscibile, che viaggia alto, quasi aristocratico, pur confrontandosi con le storture di una realtà che non funziona più.

mercoledì, dicembre 18, 2019

Don Letts - Punk & Dread



La testimonianza diretta di chi c'era e ha fatto la STORIA.

DON LETTS ha vissuto e conosciuto tutto il contesto delle sottoculture dalla fine dei 60 in poi, marchiato a fuoco la scena punk inglese (con i Clash in particolare), diventando il principale collettore tra i giovani bianchi arrabbiati e la comunità caraibica, ancora di più incazzata, unendole in una sola voce ribelle.

Ha filmato quello che accadeva, "da dentro", "dal basso", a fianco dei protagonisti.
E ha proseguito, negli anni, a crescere come videomaker, DJ, narratore.
In questo libro, tradotto in italiano da Shake nel 2015, ci sono valanghe di aneddoti, curiosità, approfondimenti (sotto) culturali, titoli di dischi, film, video.
Il tutto trattato con un'ironia gustosissima.
Da leggere!

"Quando io ho iniziato la musica era un'alternativa al sistema.
Ora le persone si dedicano alla musica per entrare a fare parte del sistema.
Come puoi essere radicale se vuoi quello che i potere ti offre?
E' tutta una questione di nuovi valori"

martedì, dicembre 17, 2019

I migliori dischi soul del 2019



In ordine più o meno casuale, i migliori dischi gravitanti intorno a soul, rhythm and blues, black music usciti nel 2018.

MICHAEL KIWANUKA - Kiwanuka
Un'enciclopedia black soul in cui convergono nel modo più moderno e progressivo possibile alcuni tra i principali referenti, da Curtis Mayfield a Gil Scott Heron, Marvin Gaye, Bill Withers. Il tutto shakerato con ampie dosi di gospel, blues, soul, jazz, una voce di prima qualità, arrangiamenti super cool.
E se i riferimenti sono classici e apparentemente scontati, c'è l'approccio, del tutto attuale (anzi, con uno sguardo al futuro), a rendere questo album speciale e a issarlo nel luogo più alto delle produzioni di “musica nera” dell'anno. Non dimenticando testi attenti all'aspetto sociale (la stupenda Hero è dedicata all’attivista americano Fred Hampton ucciso dalla polizia nel 1969) e all'attualità.
Rolling with the times, don't be late!

P.P. ARNOLD - The new adventures of...P.P. Arnold
L'abbiamo vista e sentita con Small Faces (l'indimenticabile "Tin soldier), le Ikettes, Eric Clapton, Rod Stewart, Humble Pie, Roger Waters, Ocean Colour Scene, Primal Scream, Peter Gabriel, tra i tanti ma aveva solo due album all’attivo a fine dei 60 con l’aiuto del giro dei Rolling Stones.
Da allora per P.P. Arnold tanto lavoro come corista ma più nulla a suo nome, fino al 1994, quando registra alcuni brani che però lascia nel cassetto, sommersa da altri impegni.
Ci vorrà Steve Cradock, della band di Paul Weller, a rimettere mano ai nastri, finirli, produrli e alla fine consegnarli alle stampe.
Ci ritroviamo così un doppio album di qualità elevatissima, tra soul pop elegantissimo e raffinato, melodie “black” di gusto anni 60, lo struggente e straziante gospel "I’ll Always Remember You" dedicato alla morte della figlia, orchestrazioni stupende, un suono attuale ma di sapore palesemente “vintage”, due inediti di Paul Weller (suo fan sfegatato) che regala le ottime ‘When I Was Part Of Your Picture’, ‘Shoot The Dove’ e una conclusione inaspettata con 10 minuti di lettura di una poesia di Bob Dylan, "The last thoughts on Woody Guthrie", su base blaxploitation funk. La sua voce è sempre piena, potente, pulita, vellutata
Un album eccellente.

DURAND JONES AND THE INDICATIONS - American love call
Secondo album per la band dell'Indiana, guidata da una voce suadente, vellutata, caldissima che ben si accompagna a sonorità che amalgamano alla perfezione, soul, funk, soft blues, un groove ritmico sempre avvolgente e sinuoso.
C'è molto Curtis Mayfield e una buona dose delle movenze sonore sexy di Isaac Hayes. Black sound da sottofondo e relax.

HANNAH WILLIAMS AND THE AFFIRMATIONS - 50 Foot Woman
Nuovo album per la fenomenale cantante di Bristol, accompagnata da una band che, come sempre, fa faville.
Potentissimo funk soul dalle tinte blues e gospel, brani scintillanti, una produzione impeccabile che mette in risalto il sapore 60's ma si pone in una chiave modernissima e attuale.

AVERY R.YOUNG - Tubman
Avery R. Young arriva da Chicago, è poeta, educatore, attivista, performer.
Scrive, saggi e poesie ma anche canzoni.
Canta divinamente.
E' uno studioso di Cultura Nera Americana e il suo lavoro si concentra nei settori della giustizia sociale, equità, identità sessuale, misoginia e coscienza sociale.
Attraverso la voce, il suono, l'arte visiva e la performance, Avery R. Young esplora di continuo le forme e gli spazi in cui può esistere la poesia.
L'album che ha appena realizzato, "Tubman", è un incredibile condensato di soul, funk, gospel, spiritual, blues, hip hop, jazz.
Ad accompagnarlo il coro gospel dei De Deacon Board e quello dei AB Blk & Associates, oltre al flauto di Nicole Mitchell e la tromba di Corey Wilkes.
Un DISCO ECCEZIONALE in cui troviamo echi dei Temptations psych soul, brani alla Gil Scott Heron, il funk soul torrido ma raffinato di Curtis Mayfield, Marvin Gaye.

NICK WATERHOUSE - s/t
Al quarto album il musicista californiano conferma di nuovo la sua capacità di addentrarsi con grazia, competenza e precisione in un ambito sonoro molto specifico.
Ovvero quel rhythm and blues venato da un'anima jazz e un pizzico di umori latini che caratterizzava i dischi di Ray Charles o Arthur Alexander a cavallo tra i 50 e i 60. E lo fa benissimo.
C'è anche un po' di Elvis, di soul, di Chris Isaak.

MAVIS STAPLES - Live in London
Mavis continua ad infilare eccellenti dischi uno dietro l'altro.
Se il precedente "If all I was was black" era un capolavoro, il nuovo "Live in London" ne conferma l'incredibile intensità vocale, la capacità di travolgere con un soul gospel blues minimale a cui unisce impegno civile e una verve comune a pochi.

MAVIS STAPLES - We get by
L'immensa Mavis non tradisce mai.
Anche il nuovo album, con l'aiuto di Ben Harper, pulsa di gospel, spiritual, blues, rhythm and blues, impegno sociale e una voce unica.
Brani intensissimi, crudi, taglienti, ruvidi, essenziali.

ALEX EVANS - I've come a long way
E' ancora giovanissimo il cantante e chitarrista franco inglese ma alle spalle ha già una robusta esperienza discografica e concertistica.
Si intuisce dalla maturità compositiva con cui si propone in questa nuova fatica.
Undici brani autografi che oscillano tra rhythm and blues e soul music nella sua accezione più “vintage” e retrò. Stampa e produce Record Kicks, la nostra Daptone Records ed è subito 100% garantito !

EMINENT STARS - Bumpin on
La band olandese firma il secondo album, intriso di amore folle per il sound di New Orleans, declinato in salsa soul e funk, una voce alla Joe Cocker, ottimi brani e grande tiro.

SOUL MOTIVATORS - Mindblastin'
La band di Toronto guidata dall'incredibile, potentissima, voce di Shahi Teruko, tira fuori un ep di cinque brani mozzafiato: funk e soul, James Brown e Betty Davis, testi socio politici e un groove spaventoso.

MARVIN GAYE - You're the man
Nel 1972 Marvin Gaye aveva pianificato la prosecuzione del suo capolavoro "What's goin on".
Non andò in porto e "You're the man" è rimasto un LOST ALBUM.
I vari brani sono più o meno usciti sparsi qua e là.
Ora viene ristampato nella versione integrale e, non c'è bisogno di dirlo, è un gioiello di inestimabile valore.

LEE FELDS & the EXPRESSIONS - It Rains Love
Ho sempre avuto un rapporto tiepido con il sound di Lee Fields. Grande voce, enorme attitudine soul blues ma un groove molto lento e piuttosto scontato. Il disco è bello, intenso, interpretato al meglio ma l'impressione è che non decolli mai.

TANIKA CHARLES - The gumption
Nuovo delizioso lavoro per la cantante canadese. Funk soul moderno che esplora volentieri anche sonorità vintage e northern soul ma che non disdegna sguardi al classico groove alla Macy Gray.
Voce superba, suoni e arrangiamenti perfetti, un album senza cadute di tono, bello dall'inizio alla fine.

SHAYNA STEELE - Watch Me Fly
Ha cantato con Moby e gli Snarky Puppy.
Come solista propone un album modernissimo e fresco, pieno di soul e jazz, gospel, funk, blues e pop. Canzoni frizzanti e saltellanti, un album più che riuscito e divertente.

SOUTHERN AVENUE - Keep on
La band di Memphis al secondo album, un lavoro di sapore Stax, funk soul torrido, voce femminile potentissima, brani sempre ruvidi, dalle tinte gospel.
Ottimo.

CARLTON JUMEL SMITH - 1634 Lexington Avenue
La nuova scena SOUL si arricchisce di un nuovo nome che sfodera un album di un'eleganza e di una gradevolezza uniche.
Soul funk targato primi 70's, avvolgente, cool, pieno di groove e con una voce a guidare le danze di primissima qualità.

KELLY FINNIGAN - The tales people tell
Ex membro dei Monophonics (backing band per Charles Bradley e George Clinton), collaboratore degli Orgone, ora all'esordio solista con un ottimo album di puro soul blues, intenso, caratterizzato da ballate strappa cuore e spedite soul songs, in cui la sua voce spicca per incisività e pulizia.

BOBBY OROZA - This love
Avvolgente e caldo soft soul direttamente dalla Finlandia.
Sound vintage, melodie suadenti, stile vicino a Durand Jones, tanto mellow groove. Il tutto corredato da infuenze latine e jazzy. Ottimo lavoro.

YOLA - Walk through the fire
Arriva da Bristol, una vita difficile, compreso un periodo da homeless. Poi una collaborazione con i Massive Attack e l'arrivo di Dan Auerbach dei Black Keys alla produzione.
L'esordio è un eccellente lavoro di country soul tra Mavis Staples e un timbro talvolta vicino ad Aretha.
Brani melodici che riportano a Shirley Bassey e Dionne Warwick.

FLEVANS - Part Time Millionaire
Quarto album per il musicista, produttore, DJ inglese, con l'aiuto di u po' di amici, da Laura Vane, Izo FitzRoy, Elliott Cole (già con i Lack Of Afro) e altri. Soul, funk, jazzfunk, disco, varia black music, proposta in una chiava moderna, attuale, fresca, senza troppi retaggi vintage. Supercool.

SCONE CASH PLAYERS - As The Screw Turns
Ottimo album di torrido funk soul, duro e gracchiante, con l'Hammond di Adam Scone in grande spolvero e una serie di voci ad arricchire il tutto. Groooooovy!!!!

BLACK PUMAS - Black Pumas
Altro notevole disco di vintage soul, dalle parti di Al Green, con tanto groove e brani mid tempo avvolgenti e dalle tonalità jazzy.

MOSAMBIQUE - Big city moves
L'evoluzione dell'Uomo, anche artistica, è passata, passa e sempre passerà per la CONTAMINAZIONE. E chi dice che per trovare novità nella musica bisogna cercare nel rap e affini, consiglierei invece di guardare più a fondo, ad esempio nella nuova scena jazz che sta proponendo cose di altissima qualità, mischiando jazz, afro, elettronica, black music, fusion, funk e un'energia modernissima e avant. Come con i norvegesi Mosambique, autori di un album eccelso, NUOVO, super cool.
DIG THE NEW BREED!

PIECES OF A MAN - Made in pieces
Il sestetto di Manchester debutta con un album super meticcio in cui convergono tanto Gil Scott Heron (a partire dal nome della band e da una grande versione di "Lady Day and John Coltrane"), funk, nu e modern soul, tratti hip hop e jazz.
Il nuovo Brit Sound in tutta la sua lucentezza.

CONNIE PRICE and the KEYSTONES - Lucas High
Notevole mix di funk, hip hop, nu soul con ampia corte di ospiti, da Macy Gray a Kelly Finnigan. Molto interessante la commistione tra il "vecchio" e il "moderno". Ottimo.

THE BAMBOOS - By Special Arrangement
Otto album e 20 anni di attività sono sufficienti per potersi permettere un festeggiamento. La band australiana riprende una serie di loro classici e li riarrangia in versioni di vario tipo, privilegiando un mood sinuoso, soft, sempre profondamente soul.

BRYONY JARMAN-PINTO - Cage And Aviary
Nuova stella londinese del soft soul jazz, tra Erykah Badu e il groove sinuoso di Sade. Nu jazz, elettronica, ritmiche funk, tanto soul. A tratti ipnotico. Rilassante.

PHILIP BAILEY - Love will find a way
Lui è una delle voci degli Earth, Wind and Fire e il nuovo album solista assolutamente SPETTACOLARE. Ad aiutarlo una lista di nomi impressionante: tra gli altri Kamasi Washington, Steve Gadd, will.i.am, al sax di Casey Benjamin, Bilal, Kendrick Scott.
Bailey spazia tra cover di Curtis Mayfield, Marvin Gaye, addirittura Return to forever, Pharoah Sanders e una favolosa di "Once in a lifetime" dei Talking Heads. Jazz funk, soul, fusion, una voce spaziale, un gusto sopraffino, arrangiamenti incredibili.

BRITTANNY HOWARD - Jaime
La voce degli Alabama Shakes in un esordio solista interessantissimo e intensissimo, tra new soul, sperimentazione, attitudine vintage. Voce spaziale, brani sempre particolari e originali.

SULU AND EXCELSIOR - The AntiMatter suite
Il nuovo album dell'one man band Steve "Sulu" Mallorca stupisce ancora per raffinatezza, ampiezza di contenuti, i più svariati riferimenti, dal soul, al funk, lounge, inserti hip hop. Chi lo ha definito un mix tra James Brown e B52's ci ha visto giusto.

NEW MASTERSOUNDS -Shake it
Può sembrare sorprendente ma la band di Leeds ha ormai accumulato una ventina di album (di cui questo è il tredicesimo in studio). Sempre in ottima forma con il loro classico funk soul pieno di groove, ottimi brani cantati, grande tiro.

BRAND NEW HEAVIES - TBNH
Estrema raffinatezza, eleganza, leggerezza.
Il nuovo album della band inglese (l'undicesimo), si avvale di una lunga serie di ospiti vocali e conferma la grandissima capacità di proporre brani irresistibilmente danzerecci tra disco, funk, soul. Pubblica l'Acid Jazz.

AE3 - Wild root
Alan Evans è batterista e fondatore dei Soulive. Il nuovo album di una delle sue creature artistiche arriva a sei anni dal precedente è si addentra nel mondo dei grooves strumentali con Hammond e chitarra in evidenza a scavare in ritmiche funk, umori blaxploitation, retaggi cinematografici, jazz e corroboranti dosi psych.

RAPSODY - Eve
Il terzo album della rapper americana è un progetto molto interessante in cui ogni brano è dedicato ad una FIGURA FEMMINILE: da Nina Simone a Oprah Winfrey, via Michelle Obama, Afeni Shakur e Serena Williams.Ad aiutarla Queen Latifah, J. Cole, D'Angelo e tanti altri. Rap, hip hop, nu soul, funk, blackness, coscienza politica.

DIAMOND STREET PLAYERS - s/t Da Atlanta un ottimo album che alterna brani soul/ rhythm and blues esaltati dalla voce ultra black della cantante Amnada Joy a strumentali nel classico stile Booker T/Meters.
Niente di nuovo ma un brillante tassello che si aggiunge alla sempre più ricca nuova scena vintage soul.

PARKER LOUIS - All good things
Mellow soul, raffinato e super groovy, voce vellutata (dalle parti di Al Green ) in arrivo dall'Ohio.
Un pizzico di funk e una spolverata di blues, davvero bello da ascoltare.

LONDON AFROBEAT COLLECTIVE - Humans
Spettacolare album di afrobeat, soul, jazz, dub e afrofunk, dalle forti connotazioni politiche e dal groove spesso irresistibile. Travolgente!

THE MIGHTY MOCAMBOS - 2066
Viaggia di torrido funk la band di Amburgo. Anche tanto soul e ogni declinazione della black music. Ospiti come Gizelle Smith, Ice T e Lee Fields completano il parterre. Ottimo album!

PROFESSOR WOUASSA - Yobale ma!
Vengono da Losanna e sono in undici a suonare un eccellente afro funk di grande fattura, tanto jazz e un groove di prima qualità.
Band da seguire e apprezzare.

lunedì, dicembre 16, 2019

Don Letts a Piacenza 1 dicembre 2019



Articolo pubblicato ieri sul quotidiano "LIBERTA'"

Incontrare un personaggio come Don Letts, parlare un po' con lui, significa essere sommersi da una valanga di parole, ricordi, opinioni, spesso (finalmente!) nette, non negoziabili, crude e dirette. Don è arrivato a Piacenza in una piovosa e uggiosa domenica, per fare conoscere una parte della sua storia nei locali di “Alphaville” di Piacenza, all'interno di una celebrazione dei quaranta anni dalla pubblicazione dello storico album dei Clash “London calling” (corredata dall'applaudita esibizione di otto gruppi che ripreso i brani dell'album), perfettamente organizzata da Marco Botti con la collaborazione di Fred Perry e che ha raccolto un grande numero di partecipanti entusiasti.
Hanno reso omaggio alla storica band, con rielaborazioni fedeli o reinterpretate in maniera più che personale Nagual, Betty Blue, Blugrana, John Belpaese, Kubri, Mr.Pizza, Operation Octopus, Teepee e The Legendary Kid Combo.

Personaggio istrionico, Don Letts ama raccontare e raccontarsi, interpretare quasi teatralmente una serie di episodi di cui è stato testimone e protagonista. Ha i tempi giusti, le pause ben studiate, infila qualche espressione colorita a “quattro lettere” (le famose Four Letter Words) qua e là, riesce ad alternare momenti profondi e seri (soprattutto quando, ovviamente, si tocca il tasto del razzismo e del populismo dilaganti in ogni parte del mondo) a battute sferzanti, simpatiche e salaci da tipico rappresentante della working class inglese.

Figlio di immigrati giamaicani, Don Letts è nato e cresciuto a Londra, è stato a fianco dei Clash in tutta la loro breve esistenza.
Ha realizzato alcuni dei loro migliori e più iconici video (da “London calling” a “Rock the Casbah”), ha collaborato sempre con la band, legato da una stretta e intensa amicizia, è stato uno dei responsabili dell'introduzione del reggae all'interno della scena punk.
Chiamato infatti a fare il DJ al “Roxy”, il primo locale punk londinese, e, non avendo dischi del genere sufficienti, incominciò a far suonare quelli della sua collezione reggae, influenzando direttamente gruppi come Clash, Police, Slits, Ruts, Members, che incominciarono a comporre brani di sapore giamaicano.

“La comunità reggae ne fu contenta perchè in questo modo, grazie al successo di gruppi come i Clash, il reggae incominciò ad avere ampia diffusione in Inghilterra, lanciando molti nuovi gruppi”.

Anche i PIL di John Lydon, l'ex Johnny Rotten dei Sex Pistols, abbracciarono in modo del tutto personale (e particolarmente ostico) il verbo reggae e dub.
Don lavora a 360 gradi, facendo il DJ, scrivendo, girando film e video, aprendo un negozio di vestiti a Londra, entrando poi a far parte della successiva incarnazione dei Clash, dopo lo scioglimento, i Big Audio Dynamite del chitarrista Mick Jones.

“In realtà non sapevo suonare niente. Nei nostri dischi c'erano spesso spezzoni parlati tratti da film più o meno famosi.
Ecco, quelli li sceglievo io. Dal vivo suonavo un po' le tastiere. Mi mettevano degli adesivi colorati sui tasti, così sapevo quelli che dovevo schiacciare senza sbagliare”.


Ascoltare Don è un piacere e un intenso flusso di emozioni per chi ha sempre ritenuto i Clash “l'unica band che conta”.
Ad esempio quando racconta come li ha conosciuti. “Joe Strummer e Paul Simonon vennero in un locale in cui facevo il DJ. C'erano solo neri e loro due in un angolo, vestiti da punk, con tutti che li guardavano non molto bene.
Li apprezzai subito per il loro spirito di ricerca, il mettersi in gioco, il coraggio di scoprire cose nuove.
D'altra parte loro erano cresciuti a fianco di immigrati giamaicani e di altre etnie, avevano assorbito quei suoni, quei sapori, quei colori. Non ricercavano cose esotiche o strane. Per loro era normale.
Diventammo subito amici”.


Racconta anche quando poco tempo dopo Mick Jones e Joe decisero di andare a visitare la Giamaica (che paradossalmente Don Letts vedrà per la prima volta solo qualche anno dopo) trovandosi in un periodo piuttosto turbolento, tra scontri e violenza diffusa.
E soprattutto girando le strade di Kingston, vestiti in rigoroso look punk, giovani bianchi allo sbaraglio, rischiarono veramente qualcosa di molto brutto. Al ritorno Strummer compose la canzone “Safe european home” (Sicura casa europea) dove canta “Sono andato in un posto in cui ogni faccia bianca è un invito al furto. E ora seduto nella mia sicura casa europea non ci voglio sicuramente tornare”.

E' un fiume in piena Don. Ricordi, aneddoti, curiosità che per noi adepti sono manna dal cielo.
A bocca aperta immaginiamo luoghi, situazioni, vediamo la faccia di Joe Strummer con il suo classico ironico ghigno, l'impeccabile Paul Simonon, il creativo chitarrista Mick Jones, il metronomico batterista Topper Headon.
“Joe era la mente del gruppo, Mick quello che scriveva le canzoni, Paul era lo stile, Topper teneva insieme il tutto con le sue incredibili capacità strumentali, lui veniva dal jazz. Un album come “London calling” non ci sarebbe mai stato senza Topper.”

Don arriva da una serata come DJ allo storico centro sociale Cox 18/Conchetta a Milano dove pare non si sia “risparmiato”, in nessun senso, e abbia sostanzialmente fatto l'alba.
Eppure, a pranzo, poche ore dopo, è brillante, fresco, lucido, tranquillo e ci sciorina storie di inimitabile bellezza.

Il suo DJ set è spesso richiesto da chi ama il reggae più tradizionale ma Don non è della stessa opinione: “Certo, suono anche un po' di cose storiche e conosciute ma a me piace continuare a guardare avanti, sperimentare, osare. Amo ciò che è la musica ora e quello che può diventare, senza rimanere per forza legato al passato”.

Molto interessanti, soprattutto per chi vive in un ovattato provincialismo, presumendo di conoscere il mondo solo perché attraverso internet può spaziare da un social a qualche fake new, le sue osservazioni, da diretto protagonista sulla scena reggae inglese.

“Alle serate reggae e di black music i neri non ci vanno. Il pubblico è prevalentemente bianco.
Anche l'hip hop è poco seguito.
I neri li vedi soprattutto ai concerti jazz e blues”.
Allo stesso modo, in modo come sempre schietto e diretto, sfata il mito che furono i suoi amici Clash a diffondere il reggae in Inghilterra.

“Lo so che in molti non li apprezzano perchè li considerano troppo pop e commerciali ma i primi a fondere musica bianca e reggae sono stati i Police.
I loro primi due album sono ancora due lavori di altissimo livello.”


Con molta (auto) ironia ricorda poi un gustoso episodio:
“La prima volta che la musica reggae arrivò davvero a Londra fu nel 1976 quando suonò Patti Smith.
Lei era una grande fan del mio amico Tappa Zukie, produttore e DJ reggae e lo invitò, insieme a me, al suo concerto. Ad un certo punto ci chiamò inaspettatamente sul palco, mise una chitarra a tracolla di Tappa e un microfono in mano a me, mentre il gruppo partì con un pezzo reggae.
Tappa non sapeva suonare e così finse di farlo, io non sapevo cosa fare e incominciai a urlare qualcosa con l'accento giamaicano, davanti a 3000 persone.
Ero terrorizzato. Dopo un po' mollai tutto e fuggii dal palco. Quella è stata la prima volta che il reggae è arrivato a Londra!”.


La sua Londra, che ora scopre progressivamente gentrificata, i quartieri storici lentamente divorati dalla speculazione, “Una città che si sta trasformando in un centro economico e finanziario mondiale, dove per la gente comune c'è sempre meno posto, perchè è troppo cara per viverci”. Di cui si può apprezzare l'intatta multiculturalità, dove razzismo e fascismo faticano a inserirsi e a infettare un substrato solidamente meticcio, incurante del fetido fango dell'ignoranza cosiddetta “sovranista” e nazionalista.

“A Londra in questo senso si sta bene, non ci sono particolari problemi. Il razzismo è diffuso nelle campagne e nelle piccole città. E molto spesso nelle curve degli stadi. E' per questo che non sopporto il calcio e tutto quello che gli sta intorno”.

Un ultimo aneddoto che ne rivela l'ampia visuale artistica e un modus vivendi che ha toccato mille ambiti e contesti.
“A metà degli anni 70 ero uno dei più grandi collezionisti di memorabilia dei Beatles d'Inghilterra. Avevo montagne di poster, cappelli, spillette, lettere, riviste sui Fab Four. Un giorno mi resi conto di quanto fosse inutile tutta questa roba e decisi di venderla, tenendomi solo i dischi.
Con i soldi mi comprai un'auto americana tipo quelle di Starsky and Hutch. Con il risultato che ad ogni 100 metri la polizia mi fermava e chiedeva i documenti. Un giovane rasta nero con un macchinone americano! Dopo un mese vendetti anche l'auto”.


Che cosa bella amare la musica e i suoi dintorni in modo così viscerale.
Avrai sempre pochi soldi e tanti problemi ma alla fine scoprirai di essere stata la persona più felice del mondo.

domenica, dicembre 15, 2019

La storia del garage punk



Articolo pubblicato ieri nell'inserto Alias/Ultrasuoni de IL MANIFESTO.

E' sempre più curioso annotare come la senescenza della musica rock non tocchi alcuni ambiti.
Ad esempio gruppi come Ramones o Clash sono spesso ancora considerati espressione di novità e avanguardia sonora o molti nomi della scena nostrana, attivi da decenni, vengono tranquillamente derubricati a “nuovo rock italiano” o, ancora peggio, a “emergenti”.

Un ruolo simile lo riveste spesso il cosiddetto garage rock (o garage punk) che, probabilmente, in virtù di un'estetica spensierata, fresca e il più delle volte incline al divertimento, al ballo, al voluto escapismo, rimane alla stregua di “novità”.

E', al contrario, un contesto sonoro che risale ai primordi del rock 'n' roll (parliamo della metà degli anni 60) e si pone in una veste quanto più reazionaria e conservatrice si possa immaginare.
Se è vero, come vedremo, che le contaminazioni e i cambiamenti sono stati numerosi, la tendenza è il più delle volte assolutamente purista e tradizionalista, talvolta con eccessi puramente grotteschi.
Ma è in qualche modo l'aspetto che gli appassionati amano di più.
L'attaccamento a un suono, ad un'etica artistica ed estetica, il poter vivere, anche solo per lo spazio di un disco o un concerto, quella bolla che ci porta per un attimo lontani da un mondo omologato, omologante, sempre più appiattito, crudele e grigio.
Citando la frase di Paul Weller che apre l'album conclusivo dei Jam The gift: “Per tutti quelli di voi che vedono in bianco e nero, il prossimo è in technicolour”.
Ovvero lasciateci il nostro mondo colorato in mezzo alle vostre visioni in bianco e nero.

Come sempre nel rock 'n' roll non ci sono precise date di inizio ma è un continuo mischiare e incrociare stili, influenze, suggestioni, suoni, riferimenti.

Un progressivo fluire in avanti (o indietro), creando o riproponendosi.
Nel nostro caso possiamo individuare in certi brani della prima ondata beat inglese, con nomi come Kinks, Who, Pretty Things, Birds (quelli di Ron Wood quasi omonimi degli americani Byrds), i semi di quello che poi chiameremo comunemente garage rock.

Ma c'è un antefatto.
Un brano destinato a diventare un'icona del rock, ripreso da un numero imprecisato di gruppi, prototipo perfetto di quello che possiamo definire garage e successivamente punk.
Si chiama “Louie Louie”.
Un brano innocuo e tranquillo nella versione originale di Richard Berry ma che diventa, in quella dei Kingsmen da Portland, Oregon, qualcosa di epocale.
Come sempre involontariamente.
Nel 1963 la band incide il brano con pochissimo tempo a disposizione, scarsa esperienza in studio, un approccio approssimativo, selvaggio, crudo, minimale.
Addirittura commettono un plateale errore (il cantante entra prima del previsto dopo il solo di chitarra, si ferma, il batterista rimedia con una sbrigativa rullata, il brano ritorna sui binari), le parole si distinguono a malapena e sembra che ci scappi pure una parolaccia, tanto che l'FBI indagherà il brano e il gruppo per oscenità!
Ci sono tutti gli ingredienti per indicarlo come il brano garage per eccellenza, irripetibile e irripetuto.

Saranno, poco dopo, gli americani Sonics a dettarne le prime regole. Ovvero riff chitarristici semplici, duri, monolitici, distorti, voce urlata, ritmiche ossessive e percussive, nessun spazio a virtuosismi di sorta, brani brevi, attitudine selvaggia.
I due album “Here are the Sonics” del 1965 e “Boom” del 1966, riassumono al meglio il concetto di garage punk.
Ma anche la loro curiosa storia ne è un emblema.
Dopo qualche anno di attività, mai suffragata da grandi successi, il gruppo si scioglie e buona parte dei membri abbandona la musica attiva, dedicandosi ad altro.
Si stupiranno parecchio quando decenni dopo scopriranno di essere diventati un nome di culto per migliaia di giovani ragazzi e per decine di gruppi che ne riprendevano i brani e indossavano magliette con il loro nome.
Si riuniranno per alcuni anni, riportando quel suono sui palchi di mezzo mondo, acclamati come star.
Il regista Jordan Albertsen ha recentemente dedicato loro un commovente documentario intitolato “Boom” che ne ripercorre la rutilante storia.

Nel frattempo la British Invasion (dai Beatles, agli Stones, Who, Animals) ha ampiamente contaminato gli States e nuove band nascono come i funghi, spesso inasprendo quelle sonorità, rendendole più crude, sporcandole di blues.

Seeds, Standells, Blues Magoos, Count Five, Music Machine, Chocolate Watch Band, Litter sono solo alcuni delle centinaia di nomi che infiammano piccole o medie platee, spesso con oscuri 45 giri, ottenendo talvolta ottimi riscontri regionali, altre volte riuscendo ad espandersi attraverso una popolarità nazionale ma restando sostanzialmente sempre circoscritti a un numero di fan abbastanza limitato.

Nomi come 13th Elevators o Electric Prunes si apriranno a suoni e tendenze più psichedeliche ma una particolarità da annotare è come spesso i gruppi siano connotati da un sound “locale” ovvero ascrivibile con precisione al luogo di provenienza.
Vedi ad esempio il Texas Punk in cui operavano band più selvagge e dure rispetto ad altri stati dell'Unione.

Questa incredibile e prolifica scena venne presto dimenticata e sopraffatta dalla stagione Hippie e dalla generazione Woodstock.
Ci volle Lenny Kaye, chitarrista di Patti Smith e grande appassionato del genere, per rispolverarla nella mitica compilation “Nuggets”, pubblicata nel 1972 e ristampata poi nel 1976, in cui metteva mano alla sua collezione di vecchi 45 giri e ci regalava una serie di preziosissime gemme. Fu un'illuminazione essenziale e basilare per molti ragazzini imberbi che si trovarono a scoprire un mondo sconosciuto e affascinante.
“Nuggets” fu l'ispirazione per un altro paio di imprescindibili compilation che diventarono poi lunghe serie di album.
“Peebles” (il cui primo volume uscì nel 1979) e “Back from the grave” (1983) hanno raccolto negli anni brani rarissimi di gruppi oscuri, spesso dimenticati dagli stessi componenti.

Un aspetto importante da sottolineare è come il ribellismo della quasi totalità di queste band fosse pressochè esclusivamente estetico e di facciata. Si trattava di party band, gruppi fondati per allietare le feste, per divertirsi, per fare casino, confinati in una bolla adolescenziale tipicamente americana. Difficile trovare un afflato socio politico che così spesso ci si affanna a cercare nel tentativo di nobilitare certe esperienze.
Erano semplicemente giovani ragazzi che si volevano divertire. Solo pochi di questi nomi hanno proseguito artisticamente in altre direzioni, rimanendo, il più delle volte, luminose ma fugaci meteore.

Ben diversa è l'atmosfera di qualche anno dopo. Il Vietnam ha lasciato una ferita indelebile, il sogno di Woodstock è velocemente tramontato, i capelli cresciuti, le droghe pesanti hanno incominciato a fare stragi, la rivoluzione punk è ancora lontana.
Ci sono però gruppi che, partendo da quelle basi hanno inasprito il concetto sonoro e lo hanno intriso di humus ideologico.
Ci sono nomi come Flamin Groovies e i Modern Lovers di Jonathan Richman che conservano quei suoni e caparbiamente li portano avanti, in una veste che tiene conto del retaggio passato ma che si rinnova con nuovi stimoli ed energia.

Ma c'è chi, come gli Stooges di Iggy Pop, porta all'estremo quell'eredità. Se il primo omonimo album del 1969 ne conserva ancora tracce, con “Funhouse” dell'anno dopo e “Raw power” del 1973, escono dal contesto, portandolo ad eccessi sonori e lirici inimmaginabili ma che sono indiscutibilmente figli di quegli anni.

Dalle stesse parti (Detroit) arrivano gli MC5, portando in dote suoni affini, declinati in un proto hard punk che, per la prima volta assorbe connotati politici. La band è vicina a istanze rivoluzionarie, libertarie, marxiste, viene influenzata dal messaggio delle Black Panther, si avvicina a quello delle White Panthers di John Sinclair, appoggia la liberalizzazione della marijuana, contesta apertamente la guerra in Vietnam, marchia a fuoco una stagione agitatissima.

Gruppo dimenticato ma che su quei lidi e con quei riff si muoveva è quello dei Death, trio (pure loro) da Detroit di ragazzi di colore che invece di affidarsi al classico funk dell'epoca, va giù duro con chitarre distorte, tempi serrati e brani che non sfigurerebbero affatto su qualsiasi album di punk di un lustro dopo e che non risparmia sferzate di natura ideologica.

Lo spirito 60 viene nel frattempo traghettato anche in Inghilterra.
Lo chiamano pub rock.
Mischia beat, rock 'n' roll, rhythm and blues e lo propone con immediatezza e urgenza.
I paladini del genere si chiamano Dr.Feelgood e dalla prima metà dei 70, spaziano nei peggiori pub inglesi a spacciare una musica retrò, fieramente contrapposta ai lustrini glam e alla presunzione prog. A loro fianco nomi minori come Count Bishops, i 101ers di un tale, giovane, Joe Strummer, Ian Dury con i suoi Kilburn and the High Roads, Eddie and the Hot Rods che guardano ai suoni dei 60 e ne portano avanti lo spirito.
Aprendo la strada ad una generazione che, grazie al punk, si tufferà in quelle atmosfere dimenticate.

Dall'altra parte dell'oceano, in quella seconda metà degli anni 70, due antesignani del ritorno ai suoni più gracchianti e distorti stanno compiendo i primi passi. Da New York si muovono i Fleshtones, con il più classico party sound, veloce, travolgente, divertente, fresco, spensierato. Infileranno un'interminabile serie di album e un tour infinito che dura da ormai 50 anni in ogni angolo del mondo.
Dalla California invece due personaggi indefinibili scavano tra i 45 più oscuri e dimenticati degli anni 50 e 60, li rimasticano e li risputano in chiave horror.
Si chiamano Cramps e sono tra i primi a riportare sul palco brani garage punk, reinterpretati nella corretta, estrema, chiave di lettura.
Solo la morte del cantante Lux Interior, che nel 2009 lascia per sempre noi ma soprattutto la compagna e chitarrista Poison Ivy, porrà fine a una delle avventure più originali del rock 'n' roll.

Saranno a loro volta le radici per una nuova ondata garage punk.
Non più contaminazioni o riferimenti velati ma un omaggio fedele e incondizionato a suoni dell'epoca, spesso talmente maniacale da riprodurli usando gli stessi strumenti e le medesime tecniche di registrazione in mono.
Per non parlare dell'estetica, sia nell'abbigliamento dei musicisti che nella riproposizione delle copertine dei dischi.

Gruppi come Chesterfield Kings, Unclaimed, Tell Tall Hearts, Cynics, Gruesomes, gli svedesi Creeps, gli italiani Sick Rose e successivamente gli Others, sono perfetti e indistinguibili epigoni di chi agiva vent'anni prima.

Fuzztones, Lyres, Miracle Workers, gli inglesi Prisoners, tentano invece una rielaborazione più personale, pur non discostandosi più di tanto dalla tradizione. Quello che però accomuna tutti sono un'incredibile freschezza, urgenza, potenza comunicativa, che mette da parte anni di cupa immersione nella new wave e nel post punk. Si ritorna a sorridere, a ballare su ritmi e canzoni solari, nervose e crude ma mai violente o eccessive.
Una boccata d'aria fresca.

Basti pensare alla fascinazione, spesso ostentata su copertine e anche esteticamente, per i B Movies horror degli anni 50 e per l'iconografia legata ai “cavernicoli”, perfetta rappresentazione di un'immagine rude, essenziale, “ignorante”, basica, in palese contrasto con l'approccio intellettuale e culturale di tanta musica.dei tempi.
Anche questa è ribellione.

Successivamente la maggior parte delle band o si scioglierà o proseguirà cambiando drasticamente direzione, spesso inasprendo il sound e virando verso orizzonti più duri e hard, aprendo più o meno consapevolmente le porte al grunge.
Ma ormai il seme è stato piantato e le radici sono ormai profonde ovunque, in ogni parte del mondo.

Ad esempio in Australia nasce una scena che personalizza il gusto del garage revival e partorisce splendidi gruppi come Hoodoo Gurus, Lime Spiders, Celibate Rifles, Died Pretty. Parallelamente il cosiddetto Paisley Underground condisce in salsa 60 le progressioni psichedeliche e roots rock di nomi come Dream Syndicate, Rain Parade, True West, Long Ryders.
Effetti tangenti all'ondata degli anni 80.
Non dimentichiamo il ruolo decisivo di etichette come la Bomp, la Voxx o l'italiana Misty Lane, dedicate alla riscoperta di questi suoni e al ruolo come sempre di primo piano svolto dalle fanzine.

Un nome particolare, spesso dimenticato o ignorato, è quello degli International Noise Cospiracy, band svedese, uscita alla fine dei 90, con un sound spiccatamente 60's garage ma con testi esplicitamente marxisti, anti capitalisti, di propaganda comunista (vedi “Capitalism stole my virginity”).
Concerti esplosivi, happening, un tour segreto in Cina.
Dureranno una decina di anni lasciando un'eredità purtroppo mai raccolta.

Ai giorni nostri arriva uno stuolo di gruppi costantemente relegato a una nicchia sempre più angusta, per quanto ad appannaggio di veri cultori e appassionati, coloro che non mancano mai l'acquisto di ogni disco del genere (rigorosamente in vinile), né si perdono i concerti dei loro rappresentanti.

E se Mummies, Gories, Oblivians, Dirtbombs, Black Lips rimangono nell'oscurità, ci sono realtà spurie che continuano a fare ardere la fiamma, seppure con ben altre contaminazioni e decisamente lontani dalla purezza maniacale di cui si narrava.

Ma è innegabile che Jon Spencer Blues Explosion o Black Keys, ormai assurti a successo commerciale o perfino i pluricelebrati White Stripes, abbiano colto (spesso rivendicandolo esplicitamente) a piene mani da quei dischi e da quell'estetica.

In forma più ridotta Gospelbeach, Allah Las, i già sciolti giovanissimi Strypes ne hanno fatto anche loro tesoro.

Una fiamma che continua ad ardere pur facendo sempre meno proseliti e affidandosi alla tenacia dei vecchi e immarcescibili fan, che nemmeno ci pensano a lasciarla spegnere.

E' recentemente uscito un libro che riassume alla perfezione la storia di questa scena, dai suoi albori ad oggi, “Born losers” del Reverendo Lys, alias Franco Di Mauro, storico appassionato e profondo conoscitore della materia.
Come dice in una mirabile frase nel suo libro "Il rock 'n' roll non ha bisogno di prove, ma di racconti memorabili". E questa una storia memorabile indubbiamente la è.
Il Reverendo raccoglie con il suo personalissimo stile di scrittura, pieno di voluta esagerata enfasi e metafore (spesso, come è giusto che sia, senza limiti) una storia mirabile, quella del garage punk rock e di tutti quei perdenti che ancora gli sono appresso. Decine di schede dedicate, dai nomi apparsi come una meteora a quelli che hanno invece lasciato scritto un pezzo di storia.
A corredo una serie di preziose interviste esclusive a molti dei protagonisti.

E' ovviamente improbabile stilare una lista esaustiva per indirizzare l'ascoltatore ancora vergine verso un ascolto propedeutico ma è doveroso provarci.
“Boom” dei Sonics, “Psychedelic Lollipop” dei Blues Magoos e la compilation “Nuggets” sono un buon modo per approcciarsi alle radici degli anni 60.
“Kick out the jam” degli MC5 e “The songs the Lord taught us” dei Cramps traghettano bene verso il revival degli 80.
Da cui si possono estrapolare “Lysergic emanations” dei Fuzztones, “Hexbreaker“ dei Fleshtones, “Enjoy the Creeps” dei Creeps, “A taste of pink” dei Prisoners, “Here are” dei Chesterfield Kings, “Overdose” dei Miracle Workers.
Un album deliziosamente Sixties che coglie al meglio l'attualità, seppure alieno dal purismo della scena più rigorosa, estrema propaggine di quel gusto nato 50 anni fa, uscito recentemente è “Another summer of love” dei Gospelbeach.

sabato, dicembre 14, 2019

Not Moving LTD in tour



E' uscito il nuovo 45 giri dei NOT MOVING LTD per Area Pirata Records.
Con l'inedito "Lady Wine" e la ripresa, completamente riarrangiati di "Spider" e "Suicide temple"

http://www.areapirata.com/



NOT MOVING LTD in tour

Domenica 15 dicembre: Catania "Teatro Coppola"
https://www.facebook.com/events/2326788577427615/
Venerdì 20 dicembre: Piacenza “Musici per caso"
https://www.facebook.com/events/606962163381196/
Sabato 21 dicembre: Bologna “Freakout”
https://www.facebook.com/events/535808850565048/
Domenica 22 dicembre: Torino “Blah Blah”
https://www.facebook.com/events/563096704250642/

Nel 2020 torniamo da fine febbraio a: Magenta, Varese, Prato etc etc

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832


Segnalo domani su "Libertà" dell'attuale scena REGGAE INGLESE (con interventi esclusivi di DON LETTS).

Oggi sul "IL MANIFESTO" dedico due pagine alla storia del GARAGE PUNK.

venerdì, dicembre 13, 2019

Luca D'Ambrosio - Musica migrante



C'è una bellissima idea dietro a questo libro.
Luca D'Ambrosio è andato di persona a raccogliere le le testimonianze di alcuni migranti africani arrivati in Italia, cercando di approfondire i loro gusti musicali, alla scoperta di nuovi nomi, dischi, suoni.

E' stato un percorso doloroso e drammatico, tra storie di cui ben conosciamo (di riflesso) la tragicità ma che ha ridato, per qualche minuto, una "normalità" alla vita di chi ha sofferto così tanto, restituendo loro la quotidianità, per noi quasi insignificante, di un normale ascolto della musica preferita.

Segue poi un approfondimento sui principali strumenti, generi e artisti africani (anche italiani di seconda generazione) che permette di avere un primo quadro della musica che sta arrivando, accompagnata dagli sfortunati fruitori.

Come scrive Valerio Corzani nella prefazione (un'altra è scritta niente meno che da Angelique Kidjo):
"Non esiste la musica africana, esistono le musiche dell'Africa."

Più preciso Ryszard Kapuscinsky :
L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere.
È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo.
È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa.
A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste”.


A seguire una breve intervista all'autore.

Credo che la tua idea di dare voce ai gusti musicali dei migranti sia coraggiosa e in qualche modo ridia dignità e normalità alle persone dopo tutto quello che hanno patito. È stato difficile avere la loro fiducia e confidenza?

Dopo quello che hanno passato per arrivare in Italia, non è sempre stato facile guadagnarsi la fiducia dei ragazzi che ho incontrato.
Il mio coraggio è sicuramente niente se confrontato alle loro vicende.
Diciamo che l’idea del libro è quella di voler raccontare non solo il dramma dell’esodo delle nuove generazioni africane (le storie), ma anche il loro desiderio impellente di normalità e riscatto sociale e culturale (la musica).
Da un lato quindi ho cercato di mettere in risalto l’aspetto umano, dall’altro invece quello musicale, partendo dalle origini fino ai nostri giorni. Ovviamente spero di esserci riuscito.

Credi che la musica possa essere un buon tramite per una migliore integrazione e scambio culturale?
Oppure, come si potrebbe evincere da queste tue interviste, si tende ad ascoltare la propria musica (anche come ovvio legame alla terra di origine) senza aprirsi ad altro?


Sì, sono fermamente convinto che la musica, e quindi l’arte in generale, sia il miglior strumento di integrazione sociale e culturale.
Credo, poi, che sia altrettanto normale essere legati alla musica e ai ricordi della propria giovinezza e della propria terra. Ma ciò non vuol dire non aprirsi alle contaminazioni, perché la musica è contaminazione, soprattutto nell’epoca che stiamo vivendo.
Oggigiorno ci sono tanti nuovi artisti africani che uniscono tradizione e sonorità pop internazionali.

Dicci qualche nuovo nome che arriva dall'Africa che vale la pena scoprire?

Per quanto mi riguarda non vado pazzo per le nuove leve della scena cosiddetta “afrobeats” (da non confondere con “afrobeat”), tipo i nigeriani Davido e Tiwa Savage, mentre preferisco certe cose di personaggi come il sudafricano Nakhane, i congolesi Kokoko!, la dj ugandese Kampire, la sierraleonese Mariama e le nigerine Les Filles de Illighadad.
Ora mi vengono in mente soltanto questi nomi.

giovedì, dicembre 12, 2019

Boca Juniors - Sporting Real 1971



ALBERTO GALLETTI ci riporta nel magico e cruento mondo delle PARTITACCE, con quella forse più violenta e cruenta di sempre..

BOCA JUNIORS – SPORTING CRISTAL 1971

Nel marzo ’71, il grande Boca Juniors era ancora alla ricerca del suo primo successo in campo internazionale.
Vincenti in patria, metà del duopolio Boca – River che insieme ad altre tre consorelle dalla capitale aveva monopolizzato fin lì (quasi) per intero le vittorie del campionato argentino nell’era professionistica, aveva dovuto assistere ai trionfi in Libertadores dei periferici Independiente e Racing, per non parlare del clamoroso tris dell’Estudiantes dalla remota La Plata costruito sull’unico successo in campionato, il primo all’infuori della cerchia delle cinque di cui sopra.

Vincitore del Campeonato Nacional del 1970, il Boca si era garantito la partecipazione alla Libertadores del 1971.
Da sempre suddiviso in gironi, il primo turno aveva visto i Xeneixes sorteggiati insieme ai connazionali del Rosario Central e a due compagini peruviane: Sporting Cristal e Universitario de Lima.
La classifica, dopo tre turni, vede l’ Universitario davanti con 4 punti, a seguire Boca e Sporting Cristal con 3, quindi il Rosario con 2.
Nel quarto turno è in programma, alla Bombonera, Boca – Sporting Cristal.
Due settimane prima a Lima i peruviani avevano vinto 2-0 e il pareggio dell’ Universitario la sera prima a Rosario aveva riaperto i giochi.
Il Boca cercava punti, qualificazione e vendetta.
I peruviani presentano la stessa formazione vittoriosa all’andata e la ferma intenzione di portare a casa almeno un punto.
La partita va sparata nella hall of fame della violenza calcistica.

Un pubblico strabocchevole gremisce la Bombonera, l’incitamento è formidabile: classica atmosfera da partita di coppa.
I beniamini di casa si lanciano all’assalto a testa bassa ma sono gli ospiti ad andare in vantaggio con Orbegozo che al 17’ infila dal limite dell’area piccola.
Scosso, il Boca riprende gli assalti sospinto dall’incitamento del suo calorosissimo pubblico che adesso declina al minaccioso, i giocatori sembrano invasati.
Al 22’ Coch raccoglie una respinta corta del portiere e infila il pareggio, lo stadio esplode.
L’incitamento sale ancora, la squadra risponde e continua ad attaccare, al 25’ Rojas controlla di petto un traversone e scaglia in porta un destro al volo violentissimo portando il Boca in vantaggio.
Delirio alla Bombonera.
Sul 2-1 si chiude il primo tempo.

Si riprende con occasioni da ambo le parti, fino al patatrac: è il 69’, il portiere argentino Ruben Sanchez, indeciso su un cross dall’out destro, non trattiene la palla che finisce sui piedi di Pajuelo che insacca il 2-2.
Gelo.

La partita prosegue, è una contesa appassionante, le squadre si allungano nel tentativo di cercare il gol vittoria, fioccano occasioni da ambo le parti ad un ritmo incalzante e con una frequenza da partita di pallacanestro. Il Boca reclama un gol, il tiro di Coch è respinto sulla linea, i giocatori reclamano il gol, l’arbitro non convalida, proteste veementi in campo e sugli spalti.
Quindi un gol annullato a Rojas scatena il pubblico che comincia ad ululare, lancio di oggetti in campo e tentativi di invasione, nervosismo che comincia a farsi evidente tra i giocatori di casa.
Gli ultimi 5/6 minuti sono un assalto a Fort Apache con gli argentini attestati al limite dell’area che tentano in tutti i modi di entrare e i peruviani asserragliati dentro nel tentativo di respingerli e non farli passare.
Piovono cross, controcross, respinte di testa, tentativi di tiri, respinte di ogni genere, spintoni, colpi di testa, mischie.
Su una di queste, è l’ 88’, Rogel cade in area, gli argentini reclamano il rigore a gran voce ma l’arbitro uruguayano Otero non ne vuol sapere.

L’ira monta nelle cabeze surriscaldate dei padroni di casa: sul proseguimento dell’azione il capitano del Boca Sunè, falcia ferocemente Quesada che finisce a terra.
Sunè continua a colpirlo anche a terra mentre sopraggiunge Gallardo che cerca di riportarlo alla ragione.
Per tutta risposta Sunè attacca Gallardo, scoppia il finimondo.
Gallardo reagisce colpendo un giocatore del Boca.
Sunè attacca Gallardo con una bandierina del corner, Gallardo lo colpisce con un calcio volante in faccia aprendogli uno sbrago sanguinante su cui ci vorranno sette punti di sutura.
Dopo, perché prima Sunè , fuori di se, rincorre l’avversario per colpirlo.
Nel mezzo scaraventa a terra un paio di persone tra cui il commissario di polizia.
Non la passerà liscia, ma ci vuole comunque l’intervento di parecchi poliziotti per fermarlo, una furia.

“Lo imploravo di non colpirmi, ma lui era furioso e il pubblico incitava a picchiare: l’11, l’11, el negro, el negro gridavano. A un certo punto ho temuto sul serio che mi avrebbe ammazzato, continuava a colpirmi.
Poi sono riuscito a scappare, mi son tolto la maglia, ho raggiunto la panchina e poi gli spogliatoi.
Un inferno”
– ricorderà Gallardo tempo dopo.

Dal canto suo Sunè dira poi che l’impossibilità di ottenere il risultati mandò lui e tutti i suoi compagni completamente fuori di testa.

Tutt’intorno è una gigantesca rissa, volano colpi tremendi ovunque.
Coch, autore del pari del Boca prende a calci Campos e Mellàn a terra; frattura il cranio al primo e sfascia il naso al secondo, i due verranno ricoverati al vicino ospedale Argerich.
De la Torre, aggredito da altri due giocatori del Boca si difende con colpi da vero pugilatore mentre a Lima sua madre, seduta davanti alla tv, è colta da grave malore e ci rimane.

Guardalinee commissari di campo si precipitano negli spogliato, mentre l’arbitro Otero, per niente impaurito rimane in mezzo al campo e alla baraonda che lo ha investito, guarda e vede tutto.
Pochi sfuggiranno alla sua ira: i due portieri e il difensore peruviano del Boca Melèndez.
La rissa era talmente estesa e fuori controllo che il peruviano Miffilin fu espulso nonostante fosse rimasto ai margini della rissa mentre il portiere del Boca Sanchez non lo fu nonostante fu tra i più attivi a menar le mani.
Ma a parte questa svista gli sfuggì ben poco e alla fine espulse ben 19 giocatori!
Quindi sospese la partita, credo per sopraggiunta inferiorità numerica da ambo le parti.

La polizia si precipita negli spogliatoi delle due squadre e trae in arresto tutti i presenti, l’accusa più o meno è rissa aggravata, alcuni prelevati da sotto le docce, altri in mutande, un caos mondiale.
Vengono accompagnati al commissariato di Calle Pinzèn.

L’ufficiale più alto in grado in servizio alla Bombonera entra nello spogliatoio dell’arbitro.
Lo accusa di essere il responsabile unico del pandemonio, forse per via del rigore non dato.
Stupefatto, Otero risponde che non ha niente di cui rimproverarsi e che i colpevoli sono chiaramente i giocatori.
L’ufficiale la pensa diversamente e gli chiede di seguirlo in Calle Pinzèn, una volta li anche lui viene arrestato.
Dopo l’interrogatorio però viene subito rilasciato e può rientrare in hotel e da li a Montevideo.

I feriti vengono prelevati in ospedale e portati al commissariato.
Una volta riuniti, tutti i protagonisti della rissa vengono fatti sedere nella stessa stanza e accusati di rissa e alterazione dell’ordine pubblico.
Sono condannati a trenta giorni di detenzione e via via rilasciati.

Gli eventi di quella sera provocarono forte risentimento in Perù, dove la partita era stata trasmessa in diretta per la prima volta nella storia della tv di stato peruviana.
Una folla minacciosa si radunò davanti all’ambasciata argentina di Lima ben intenzionata ad assalirla per vendicare l’aggressione ai giocatori peruviani a Buenos Aires.
La stampa dei rispettivi paesi montò una campagna denigratoria contro l’altra parte a suon di insulti irriferibili.
La mattina seguente un telegramma di congratulazioni arrivò all’albergo dove alloggiavano i peruviani “Congratulazioni. Continuate a tenere alto l’onore della patria con onore e nobiltà” , recitava.
Firmato General Alvarado Velasco. El Presidente.

Il Boca Juniors fu squalificato immediatamente dalla competizioni e le ultime tre partite, inclusa questa, furono date perse a tavolino.
Il suo presidente Alberto J. Armando avvilito e infuriato si dichiarò imbarazzato di essere sia argentino che di avere a che fare col calcio e chiese punizioni esemplari alla Comnebol, la federazione sudamericana.
Lui dal canto suo dispensò sospensioni e sanzioni durissime a giocatori, dirigenti, accompagnatori, medici e massaggiatori dalle attività del club.

I giocatori dello Sporting Cristal furono accolti da eroi al loro rientro all’aeroporto di Lima.
Questo era il selvaggio Sudamerica di quegli anni, dove andare in giro a giocare a pallone era una roba per gente con i coglioni, forse troppi, e tornare a casa interi era già un’impresa.

Il video della rissa:
https://www.youtube.com/watch?v=5gUMEW9neVM .

Buenos Aires 17 marzo 1971, Estadio Bombonera
Copa Libertadores, Prima Fase, Quarta Giornata
Boca Juniors 2-2 Sporting Cristal sospesa all’ 88mo per incidenti.
Boca Juniors: Sanchez; Ovide, Melèndez, Suñè, Madurga (46’ Novello), Rogel, Cabrera, Tarabini (61’ Pianetti), Palacios, Rojas, Coch. All. Riera
Sporting Cristal: Rubinos; Mellán, Elías, De la Torre, Campos; Quesada, Mifflin, Risco (46’ Torres), Orbegozo (61’ Pajuelo), Gallardo, Del Castillo All. Bartoli
Arbitro: A. Otero (Uruguay)

Marcatori: 17’ Orbegozo (SC), 22’ Coch (BJ), 25’ Rojas (BJ), 69’ Pajuelo (SC).
Espulsi: Rogel, Ovide, Suñé, Palacio, Cabrera, Rojas, Coch, Novello e Pianetti, tutti del Boca al’ 88’ per condotta violenta.
Mellán, Elías, De la Torre, Campos, Quesada, Torres, Pajuelo, Gallardo e Del Castillo, tutti dello Sporting Cristal all’88 per condotta violenta.
Spettatori: oltre 60.000

mercoledì, dicembre 11, 2019

Dischi Mod 2019



Vado a riassumere le uscite in ambito MOD e affini del 2019 senza alcun ordine preferenziale (escludendo i nuovi Who e Paul Weller, non più ascrivibili al concetto di "musica mod").

MARTIN FRREMAN and EDDIE PILLER present SOUL ON THE CORNER
E' nota la vicinanza dell'attore Martin Freeman alla cultura Mod. Su quella di Eddie Piller neanche a parlarne.
Insieme pubblicano un altro volume di una compilation di piccole gemme nascoste di soul, funk, disco soul, black music di vario tipo: SOUL ON THE CORNER.
Semplicemente stupenda, elegante, raffinata, super cool.
Ci sono 24 brani uno più bello dell'altro tra Curtis Mayfield, Earth Wind and Fire, Tower of Power, Bobby Womack, Major Lance e uno strepitoso Georgie Fame in "Daylight".
Certe cose bisogna essere capaci di farle.
Loro lo sono.

FRENCH BOUTIK - L'ame de Paris
E'molto bello osservare una band crescere nel tempo, maturare, diventare sempre più personale.
E' il caso dei francesi French Boutik che con il nuovo album compiono un grande passo in avanti.
Rimangono le basi da cui sono partiti, i Kinks, il rhythm and blues bianco dei mid 60's inglesi, i Jam e l'immaginario mod ma il sound palesa come non mai una profonda anima francese che porta a Serge Gainsbourg, che omaggia Henry Salvador (il primo ad aver portato il rock n roll in Francia, nel 1957 con il nome di Henry Cording) nella stupenda "Beta Gamma" (uno space beat targato 1968) e che parla di realtà locali, come la gentrificazione in "Strasbourg St.Denis", dello sfruttamento sul lavoro e delle mancanze della politica in altri episodi.
Una sorta di concept sull'attualità francese, molto gradito e personale a fronte di tanti gruppi anglofoni all'esasperazione.
Produce Andy Lewis

I RUDI - Fuori tempo massimo
Conosciamo le grandi capacità compositive dei RUDI nel riuscire a coniugare atmosfere beat anni 60 (tra Rokes, primi Who, Brian Auger, Zombies e Yardbirds, di cui viene proposta "Lost Woman" in italiano) con un gusto blues e rhythm and blues e una visione comunque moderna e attuale della musica.
Il trio milanese firma il secondo album sempre all'insegna del riconoscibile marchio basso/tastiera/batteria (una delle loro caratteristcihe, come è noto, è proprio quella di non avere la chitarra). Grande classe, canzoni irresistibili, tecnica sopraffina, ottimi testi.
"Fuori tempo massimo" è un'ulteriore conferma dello spessore della band, della sua personalità, della sua unicità.

THE LIMBOOS - Baia
Terzo album per la band madrilena e nuovo tuffo in un mondo di rhythm and blues tardo 50's, sapori lounge, beat 'n' roll, Georgie Fame, ritmiche latin e boogaloo, senza disdegnare un groove rockabilly.
Unici, grandiosi!

FAY HALLAM - Propeller
35 anni di carriera inziata nel 1985 coni favolosi Makin Time, proseguita con Gift Horses e Prime Movers e approdata poi alla carriera solista attraverso varie incarnazioni e collaborazioni. FAY HALLAM arriva ora all'album della completa maturità in cui condensa le sonorità raccolte in tutti questi anni, con una forte e solida base soul su cui si innesta una vena psichedelica che si allunga fino a certe sonorità care ai primi 70's.
Dodici brani perfettamente prodotti da Andy Lewis, senza cadute di tono, su cui svetta una voce che, come spesso accade, porta sulle spalle la piacevole ombra di Julie Driscoll. Frequente uso di fiati , piano e Hammond, che fanno il consueto perfetto lavoro.
Disco delizioso.

OSCAR - Sentimenti travolgenti
Il legame di OSCAR con gli STATUTO è talmente stretto e longevo che sorprende non poco vederlo in chiave solista.
Una nuova veste che non recide artisticamente i legami con il marchio storico ma che viaggia in una direzione comunque diversa.
Negli otto brani ci sono echi di Style Council, Oasis, tanto pop soul, tre riprese di brani degli Statuto ("Ti amo", "Invisibile", "Neanche lei") ed un'eleganza cantautorale.
Risaltano l'eccellenza dei suoni, la potenza e la ricercatezza degli arrangiamenti (con una scintillante sezione fiati) e un'esecuzione impeccabile.

THE COYS - Let me know about it - The original tapes
Tra le prime mod band italiane, gli emiliani Coys mettono su vinile le tapes degli esordi, caratterizzate dal tipico mod sound di gusto '79, grintoso e rude ma con una vena 60's made in Kinks che rende il tutto avvolgente e di sapore power pop.
"A move" rimane un classico del mod sound di sempre.

MINIS - Senza paura
Finalmente in un contesto come quello "rock" (italiano in particolare) ormai di esclusiva pertinenza di persone "di una certa età", arriva una ventata di freschezza giovanile con l'atteso esordio dei Minis.
Che pur essendo ancora abbondantemente minorenni sono sulla scena da quattro anni.
E si sente.
Maturità, esecuzioni impeccabili, suoni eccellenti e canzoni con un tiro invidiabile che passano da ritmi Motown, a suoni inequivocabilmente Beatlesiani, rhythm and blues alla Strypes, pop soul, ska e tanto altro.
Non esitate, "Senza paura" è una BOMBA!

PROPER - DC
PROPER - BA

La band di Ivano Bonfanti prosegue il suo brillante cammino discografico con due EP di tre brani ciascuno.
Dopo l'eccellente album "To the point" dello scorso anno, prodotto da Tony Perfect dei Long Tall Shorty, tornano affiancati da altri due nomi di spicco della storica scena mod inglese.
Infatti "DC" sta per DAVE CAIRNS dei Secret Affair.
"Welcome to this town" è un eccellente inno in pieno stile '79, "Ritornerò" l'unico episodio in italiano, altrettanto riuscito, vicino ai Jam di "All mod cons" e "Dead on noon", sempre sulle medesime coordinate Welleriane.
"BA" sta invece per BUDDY ASCOTT, mitico batterista dei Chords (e mille altre esperienze) e si connota infatti in un'ottica più rude e aggressiva, elettrica e potente. In poche parole, sei brani di puro mod rock di marca 79, eseguiti impeccabilmente, ispirati, pieni di purezza e innocenza originaria.

THE MADS - Turn me up / Strange town
Dopo 40 anni il quartetto milanese continua a dimostrare una freschezza unica.
Il nuovo singolo esalta per potenza ed esecuzione impeccabile, inclusa una versione perfetta di "Strange town" dei Jam.

THE MADS - The Mads to the pub
Inaspettato quanto gradito regalo natalizio del quartetto milanese con un ep (solo in digitale) con quattro classiche cover, registrate dal vivo in studio con la classic urgenza e immediatezza proprio del pub rock.
Dal "Somethin else" di Eddie Cochran, via "Around and around" di Chuck Berry/Stones, fino a "I'm a hog for you" e la conclusiva "You can't do that" dei Beatles, una godibilissima parentesi in attesa del nuovo album calanderizzato per il 2020.

RAF - Want you to know / Get what you get
Da Portland, Oregon, un nuovo travolgente singolo per il quartertto mod.
Due brani anfetaminici, potentissimi, una voce che riporta a tratti al timbro di Feargal Sharkey degli Undertones.
79 sound fulminante ed esplosivo.

FIVE FACES - Buon Natale
Brano natalizio in classico 79 sound molto carino e ben fatto!

Segnalo infine il PODCAST di SALVA MERANDO dedicato al mondo MOD.
”Solo modrunner”.
Ci sono sigla + 9 puntate al momento (tempo tra 3-4 minuti ciascuna).
Basta cercare “Solo modrunner” su solo.fm, spotify, itunes, spreaker, deezer e anche su dispositivi alexa e google assistant.

martedì, dicembre 10, 2019

Alberto Castelli - Soul to soul



I griot non sono solo cantastorie ma quelli che, nella tradizione dell'Africa Occidentale, hanno il potere della parola.
Hanno la saggezza e sanno come trasmetterla, con le parole giuste, appunto.
Alberto Castelli è il nostro GRIOT del SOUL e della BLACK MUSIC.

Quando leggi le sue parole su Bob Marley, Prince, Quincy Jones o Gil Scott Heron, CAPISCI, se hai un'anima (QUELLA anima) e un cuore (QUEL cuore).
Capisci cosa vuol dire avere speso decenni, una vita, ad assorbire, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, quei suoni, quelle vibrazioni, quell'esperienza mistica che è ascoltare soul, ska, reggae, black sound. Il suo racconto ha ora i ritmi cadenzati del reggae, ora quelli pulsanti del funk o ancora quelli divertenti dello ska, l'imprevedibilità e la velocità di un canestro di Kareem Abdul Jabbar o di Lebron James, il pungente e devastante colpo di Muhammad Alì.

Salta da un nome all'altro, incrocia e sovrappone fatti e persone.
E alla fine tutto torna.
Alberto maneggia le parole come pochi altri.
E' un'arte.
Un'arte antichissima.

Il nostro moderno Griot del Soul sa come usarla e leggere un libro come questo è un piacere immenso, soprattutto quando ad ogni pagina, aggiungi in sottofondo le musiche, i grooves, di cui sta parlando.
Anzi.
E' essenziale farlo.

Prendetevi il tempo necessario, spegnete i cellulari e ogni cosa che squilla o sbatte o fa rumore o fischia, sbarazzatevi ti tutte le distrazioni( perfino una lei o un lui), mettetevi comodi (cit. Gil Scott Heron) e leggete questo libro, con la musica adeguata ad accompagnarlo.

Alberto concede anche una breve intervista al proposito.

Perché un ragazzo italiano, bianco, cresciuto con una cultura “italiana”, si innamora di Marley, del soul, del funk, del blues?

Credo che sia stata tutta colpa, o merito, dei Beatles e di mia madre.
Da donna audace quale era, mia madre, in occasione del mio ottavo compleanno, mi regalò il 45 giri con Yellow Submarine.
Mi piacque tanto e così cominciai a comprare altri dischi dei Beatles.
Poi arrivò Lucio Battisti, nonostante Mogol che ho sempre detestato, e anche quella fu una bella botta!
Una volta ascoltai alla radio un'intervista con Battisti durante la quale lui dichiarò tutta la sua ammirazione per "quei cantanti negri di soul" - disse proprio così e a quel punto era chiaro quello che avrei ascoltato: soul, Stax, Motown e tutto il resto.

Nel 2019 dove tutto è a portata di click, c’è ancora qualcosa da scoprire nella black music?

Si certo: c'è tanto da scoprire, riscoprire, raccontare e celebrare.
Tanto!

Ti aspettavi che la black music e il reggae trovassero così tanto spazio in Italia, quando hai incominciato ad ascoltarla?

Ci speravo, ma alla fine non ero molto interessato.
Quando sei giovane meno ascoltano la musica che ti piace e meglio è.
A me piacevano Jam e Clash e i gruppi della Two Tone, ma la gran parte della musica di quel periodo - seconda metà e fine anni '70 - non mi diceva nulla.
Preferivo Muddy Waters e Howlin' Wolf che trovavo ancora piu' punk di tutti.
E poi c'erano i cantautori e il progressive, il male assoluto.
Preferivo e preferisco altro.

Come hai scelto i personaggi di questo libro in mezzo all’universo black ?

Sono persone che con la loro arte e il loro talento mi hanno dato molto.
Musicisti, cantanti, ma anche campioni come Muhammad Ali e Kareem Abdul Jabbar o scrittori come James Baldwin o Colson Whitehead.

E’ ovviamente impossibile ma che dischi sceglieresti per insegnare a un giovane il gusto per soul o reggae?

Domanda difficilissima: Exodus di Bob Marley and the Wailers e Otis Blue di Otis Redding. Sono i primi che mi vengono in mente.

lunedì, dicembre 09, 2019

The Who - WHO



Atteso con molto timore dai fan, corredato da una tipica copertina di Peter Blake (spesso protagonista nella musica rock, da Sgt Peppers a Stanley Road di Paul Weller a Face Dances degli stessi Who), "WHO" è un sospiro di sollievo per chi paventava una triste decadenza di una delle più grandi rock band di sempre.

Ottimi brani, approccio rude ma con quella raffinatezza che ha sempre contraddistinto i loro lavori da "Tommy" in poi.
La voce di Daltrey in splendida forma, arrangiamenti orchestrali che qua e là citano "Quadrophenia" e "Who's next", un brano come "Detour" che occhieggia ai 60's, una bella ballata cantata da Townshend come "I'll be back", la spagnoleggiante "She rocks my world" e tanti ottime rock songs.

Interessanti le tre bonus tracks con un "Got nothing to prove" registrata nel 1966 da Pete e arricchita ora da un'orchestrazione di sapore cinematografico.

Dissento sull'affermazione di Roger che sia il loro migliore da "Quadrophenia" ma è comunque consigliato.

domenica, dicembre 08, 2019

Arrigo Bernardi - Jugo Rock. La vita e l'amore al tempo della guerra



Un romanzo di fantasia ma quanto mai fedele alla realtà di migliaia di giovani che si trovarono improvvisamente, senza preavviso, travolti dalla più grande tragedia in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale: la guerra nella ex Yugoslavia.

Dalle giornate tutti insieme su una panchina ad ascoltare punk alle città bombardate, le stragi, il terrore, la devastazione.

Arrigo Bernardi inserisce la sua esperienza musicale con decine di citazioni di nomi e dischi punk, rendendo il racconto ancora più vicino alla nostra sensibilità.

Libro da divorare, attanagliati dall'angoscia di rivivere quei giorni.
Chiude una preziosa appendice che ci guida all'interno della scena alternativa Yugoslava, dai Pankrti ai Laibach.

sabato, dicembre 07, 2019

Not Moving LTD, Camera del lavoro Piacenza



Giovedì 12 dicembre alle ore 21 all Camera del Lavoro di Piacenza: "CHI FERMERA' LA MUSICA?"

Una serata dedicata allo "stato di salute" della musica piacentina, giovanile e non. Fra ricordi e prospettive, ne parlano - moderati e incalzati da "Tony Face" Bacciocchi - Nicola Curtarelli, Pietro Corvi, Emilio Solenghi e Davide Galli.
L'appuntamento è per le ore 21.30 al Salone "Nelson Mandela" della Camera del Lavoro in via XXIV Maggio 18 a Piacenza.
Ingresso libero.

https://www.facebook.com/events/2457436061166206



E' uscito il nuovo 45 giri dei NOT MOVING LTD per Area Pirata Records.
Con l'inedito "Lady Wine" e la ripresa, completamente riarrangiati di "Spider" e "Suicide temple"

http://www.areapirata.com/



NOT MOVING LTD in tour

Domenica 15 dicembre: Catania "Teatro Coppola"
https://www.facebook.com/events/2326788577427615/
Venerdì 20 dicembre: Piacenza “Musici per caso"
https://www.facebook.com/events/606962163381196/
Sabato 21 dicembre: Bologna “Freakout”
https://www.facebook.com/events/535808850565048/
Domenica 22 dicembre: Torino “Blah Blah”
https://www.facebook.com/events/563096704250642/

Nel 2020 torniamo da fine febbraio a: Magenta, Varese, Prato etc etc

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832
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