lunedì, febbraio 16, 2015

Festival di Sanremo 2015



Leggo ovunque strali e invettive sulla qualità e sui contenuti del Festival di SanRemo.
l'edizione di Carlo Conti è stato vista in media dal 48.64% dei telespettatori, classificandosi come il Festival della canzone italiana più visto negli ultimi 10 anni.
Premesso che è evidente che NON si tratta di TUTTI gli italiani (ma della metà dei telespettatori) è altrettanto noto che il gusto musicale nostrano rispecchia pienamente quanto proposto al Festival (ricordiamoci che tra i dieci dischi più venduti in Italia nel 2015 ci sono Vasco Rossi, Tiziano Ferro, Modà, Biagio Antonacci, Dear Jack, One Direction, Gianna Nannini).

Che cosa si pretende dal Festival ?
Interessa di più la reunion dei Jam o dei CCCP a Sanremo o quella di Albano e Romina ?
Avrebbe senso portare un gruppo soul in un festival metal ?
Perchè si anela un Festival con De Gregori, Fossati etc ? Che senso avrebbe ?

domenica, febbraio 15, 2015

Akodessewa Fetish Market



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia o comunque estremi.
I precedenti post:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo


Nei nostri viaggi virtuali nei luoghi strani del mondo ci spostiamo nel cuore dell’Africa nera e tribale, al Akodessewa Fetish Market a Lomè in Togo.
Luogo in cui si vende tutto il necessario per un rito Voodoo, da teschi ad animali imbalsamati, teste, ossa, corna (pare che, a richiesta, siamo disponibili anche parti umane) il tutto spesso in condizioni non perfettamente in linea con i normali requisiti igienici.

Come dice un fruitore del mercato:
“Questo posto è come una farmacia per chiunque nel mondo. Quando qualcuno ha una malattia seria e l’ospedale non riesce ad aiutarlo, viene in questo mercato”.
Solo per turisti coraggiosi o persone competenti in Voodoo.

sabato, febbraio 14, 2015

Paul Weller - L'uomo Cangiante - The Mod father



“Il mod mi diede una direzione, qualcosa su cui basarmi.
Ai tempi non c’era nulla a cui appartenere e il mod divenne un punto di partenza.
Ho sempre amato i vestiti e la musica mod, così è stato naturale per me suonare in una band mod. So che sembra banale ma prima del punk non c’era nulla a cui fare riferimento.
Le discoteche erano l’unica forma di alternativa giovanile, ma non mi sono mai interessate, così il mod è stato come far partire qualcosa tutto da solo.
Allo stesso modo, quando ascoltai per la prima volta My Generation degli Who, se per qualcuno poteva sembrare nostalgia, per me era qualcosa di completamente nuovo.
In quei suoni, in quelle chitarre, in quell’immagine c’era odore di gioventù. Mi considero un modernista e credo che lo sarò sempre. È ciò su cui fondo la mia identità.”

(PAUL WELLER da “Melody Maker”, ottobre 1980)

Esce il 25 febbraio in tutte le librerie L'UOMO CANGIANTE - PAUL WELLER - THE MODFATHER, mia biografia su PAUL WELLER pubblicata da VoloLibero Edizioni.

Il libro sarà presentato in coppia con ALEX LOGGIA degli STATUTO che eseguirà alcuni brani dei Jam, Style Council e Weller solista in acustico.

sabato 21 febbraio: Torino “Feltrinelli Porta Nuova” ore 18
https://www.facebook.com/events/758400510933953

domenica 22 febbraio: Ferrara “Il Molo” ore 19.30
https://www.facebook.com/events/1535397256715358/

giovedì 26 febbraio: Milano " Baladin" Via Solferino 56 ore 18

venerdì 27 febbraio: S.Nicolò (Piacenza) “Melville” ore 21

sabato 28 febbraio: Parma “Giovine Italia” ore 21
https://www.facebook.com/events/773495019393965/

La pagina FaceBook
https://www.facebook.com/pages/Luomo-Cangiante-Paul-Weller-The-Modfather/341516176046452

Per ordinarlo presso VoloLibero:
http://www.vololiberoedizioni.it/luomo-cangiante/

venerdì, febbraio 13, 2015

Sonny Liston



Tra gli sportivi più controversi ed estremi, reale incarnazione del disperato, pericoloso per sè stesso e per la società, reietto e respinto da tutti, che si affranca da una condizione miserrima attraverso lo sport (pur ad un prezzo altissimo).
Una figura e una vita che fanno impallidire certe biografie eccessivamente romanzate.

SONNY LISTON nacque in data ed anno imprecisati (pare tra il 1925 e il 1929, la madre ricorda solo un vago "gennaio" di quel periodo) in una famiglia di schiavi, in una piantagione di cotone dell’Arkansas (portando per tutta la vita sulla schiena i segni delle frustate ricevute dal padre:
Siamo venuti su con pochi vestiti, niente scarpe, poco da mangiare. Mio padre mi faceva lavorare duramente e duramente mi frustava), crebbe analfabeta a fianco di 13 fratelli in condizioni di povertà estrema.

A causa di una serie di rapine conobbe presto il carcere dove imparò l’arte della boxe, distinguendosi per l’incredibile forza che lo portò presto a calcare i quadrati tra i dilettanti dove fece a pezzi quasi ogni avversario (fu sconfitto solo dal futuro bluesman Big George Brock che compose, per ricordare l’evento, il brano “I’m the man who beat Sonny Liston”.
A proposito di blues, Sonny era anche lo zio di BBKing...).

Il passaggio al professionismo coincise con l’inizio di stretti rapporti con la mafia (che ai tempi gestiva in toto il pugilato americano) da cui non si staccò mai più (pare che agli inizi facesse anche il riscossore di crediti per le “Famiglie”).
Non smise mai di mettersi nei guai con la legge e la polizia anche a causa di una certa predilezione per l’alcool.
Nel 1953 diventa professionista e inanella una nuova lunga serie di vittorie schiaccianti, spesso per ko ai primi round, fino ad arrivare alla sfida per il titolo mondiale dei massimi contro il campione in carica Floyd Patterson che spazzò via agevolmente due volte contro ogni previsione e nonostante l’avversione sia della stampa, dell’opinione pubblica che del mondo pugilistico a causa della cattiva fama (spesso dovuta alla costante persecuzione delle autorità) di ex carcerato e di colluso con la mafia.

Come scrisse il poeta e scrittore Le Roi Jones
Sonny Liston era il negro grande e scuro, da sempre negli incubi di ogni uomo bianco; era "il negro enorme," "il cattivo negro”; era il paese povero e sottosviluppato, politicamente ingenuo, il popolo sottomesso, che finalmente usciva allo scoperto a raccogliere la sua libbra di carne.

Nel 1963 arriva alla grande sfida con il giovane campione olimpionico Cassius Clay da cui viene sconfitto (anche nella rivincita di due anni dopo) in un incontro controverso in cui pare dimostrato il forte coinvolgimento della mafia che ne diresse il risultato.
Da lì in poi un declino infelice tra incontri in Europa ed esibizioni varie, fino alla misteriosa morte nel 1970, sulla quale pesano ancora i torbidi coinvolgimenti con il mondo mafioso.
La carriera si chiude con 54 incontri disputati di cui 50 vinti (39 per ko) e sole 4 sconfitte (oltre alla partecipazione al film dei Monkees “Head” !!)

giovedì, febbraio 12, 2015

Giambattista Vico



Torna ancora, come sempre benvenuto, ANDREA FORNASARI e il suo spazio a sfondo filosofico.

Una critica parecchio radicale rivolta all'indirizzo razionalistico della sua epoca, fu quella operata dal filosofo italiano (nato a Napoli) Giambattista Vico (1668 - 1744).
Già Leibniz, seppur implicitamente, constatava e suggeriva come solo Dio potesse attingere alla scienza perfetta; questa concezione era in genere accettata da ogni buon cristiano. Vico si preoccupò dunque di costruire un nuovo principio epistemologico sulla base di questa asserzione: Dio possiede una conoscenza perfetta del mondo perché lo ha fatto. L'uomo, dunque, essendo creato, può conoscere il mondo solo imperfettamente.
Per Vico la condizione necessaria alla conoscenza è quindi il verum factum. La formulazione può essere semplice e possiamo anche dire che la verità coincide con il fatto, purché quest'ultimo termine venga inteso nel suo significato originario.

Vico era figlio di un piccolo libraio e divenne professore di retorica presso l'università della sua città natale: conservò questa posizione piuttosto modesta fino a quando si ritirò, pochi anni prima di morire. Per mantenere sé stesso e la sua famiglia doveva integrare lo scarso stipendio impartendo lezioni private e scrivendo alcune schiocchezze letterarie che fossero gradite alla nobiltà.
In tutta la sua vita non ebbe mai modo d'incontrare o anche solo di corrispondere con qualche pensatore della sua statura: la sua opera rimase lungamente oscura, ma non di meno ha finito con l'influenzare, nel tempo, molti pensatori importanti.

La teoria che verità è fatto porta con sé numerose conseguenze. Prima di tutto ci dice che le verità matematiche sono conosciute con certezza perché l'uomo stesso ha elaborato le regole della matematica in maniera astratta e arbitraria. Al tempo stesso, Vico pensa che la matematica non può portarci alla conoscenza della natura come credevano i razionalisti - egli reputa la matematica come cosa astratta, non distillata dall'esperienza, ma distinta dalla natura e quindi la ritiene in qualche modo una costruzione arbitraria della mente umana. Se l'uomo desidera apprendere qualcosa circa la natura, non deve adottare un procedimento matematico, bensì un sistema empirico basato sull'esperimento e l'osservazione: in questo Vico mostra maggiore simpatia per Bacone che non per Cartesio.

Bisogna dire che Vico trascura un po' troppo il ruolo della matematica e del metodo deduttivo per quanto riguarda la ricerca scientifica, però è corretto il suo monito contro la spigliata speculazione matematica che a volte tenta di passare per ricerca empirica.
Ormai sappiamo come la scienza operi sia in maniera induttiva che deduttiva.
La teoria secondo cui la matematica trae la propria certezza dal fatto di essere stata costruita, ha influenzato molti filosofi successivi a Vico, anche se quasi tutti non concordano con lui quando afferma dell'arbitrarietà della matematica.
Possiamo ricordare lo scrittore marxista Sorel, nonché Goblot e Meyerson. Possiamo dire lo stesso per le interpretazioni utilitaristiche e pragmatistiche. In genere il concetto di arbitrarietà è piaciuto ai formalisti, i quali trattano la matematica come un gioco più o meno complicato. Sappiamo che Marx aveva studiato Vico, ma il suo influsso non è del tutto palese.
Vi è però un'altra importante conseguenza che si può trarre dal principio generale di Vico: è la sua teoria della Storia.
Quando egli sosteneva che la matematica era perfettamente conoscibile in quanto realizzata dall'uomo, affermava anche che la matematica non si riferiva alla realtà, mentre la natura non era perfettamente conoscibile in quanto creata da Dio, ma si riferiva al reale.
Questo paradosso resta ancora aperto (se si considera la matematica pura una mera costruzione). Vico individuò una "scienza nuova" che fosse conoscibile e reale: la Storia. In quanto è nella Storia che Dio e l'uomo collaborano: un sorprendente rovesciamento, questo, dell'opinione tradizionale.
Sombart, Weber e Dilthey riprenderanno questa prospettiva.

Ad ogni modo, "La scienza nuova", rimane un libro molto interessante anche per un lettore moderno, sebbene Vico spesso scivoli dal problema empirico alle questioni storiche e ai temi filosofici in maniera un po' confusa.
Il suo punto cruciale, identificare la verità con la cosa fatta, è un principio che impone una attenta indagine di alcuni corollari saldissimi del problema epistemologico.
L'esecuzione intelligente di un'azione può facilitare la sua comprensione, questo è vero. Mentre il razionalismo rifugge dall'immaginazione come fonte di confusione, Vico al contrario insiste sulla sua funzione nel processo di scoperta. Egli dice: prima di giungere ai concetti pensiamo in termini di situazioni vaghe e mal definite, e questo non può essere del tutto privo di contenuto concettuale.
Vico non sostiene che la Storia possa essere prevista in maniera meccanica (un errore in cui incapperanno prima Hegel e poi Marx), ma che sia conoscibile secondo linee generali. Questo modo di affrontare il problema storico si adatta a uno studio empirico meglio delle teorie razionalistiche.
Vico concepisce l'organizzazione sociale come un processo naturale e graduale.
Nonostante le teorizzazioni eterodosse in campo sociologico, Vico restò tuttavia un devoto cattolico. O almeno tentò di far rientrare nel suo sistema la religione ricevuta. Se fosse possibile farlo senza cadere nell'incoerenza è un'altra questione.
Ma la coerenza non è uno dei pregi di Vico. L'importanza di Vico risiede piuttosto nella quasi miracolosa anticipazione del diciannovesimo secolo e delle relative conquiste filosofiche.
Va ricordato dunque come un pensatore estremamente originale, che per la prima volta fornisce una vera e propria teoria della civiltà umana. Tutto ciò è intimamente connesso con il suo concetto guida centrale: ossia il verum factum.

mercoledì, febbraio 11, 2015

Lilith and the Sinnersaints - Revoluce



Esce a metà marzo REVOLUCE nuovo album di LILITH AND THE SINNERSAINTS, stampato da AlphaSouth Records e distribuito da Audioglobe.

www.lilithandthesinnersaints.com

https://www.facebook.com/LilithandtheSinnersaints

“Revoluce” è un termine in lingua ceca che significa “rivoluzione”, nel quale sono contenute le parole “luce” e “evol”, ovvero “love” al contrario.
Il nuovo album di Lilith and the Sinnersaints è una storia articolata in 12 brani che sottolinea frammenti di rivoluzione interiore, a volte molto intima a volte necessaria e manifesta.
Per la prima volta composto interamente da brani autografi (10 in italiano, 2 nel dialettio di Centenaro, paese natìo di Lilith, nell' Alta Valnure tra Piacenza e Genova), ripercorre musicalmente i consueti sentieri cari a Lilith, tra blues, punk, canzone d'autore, riferimenti teatrali e cinematografici.


Tracklist

1 Sa Forca 
2 Canto  
3 Nero  
4 (Vorrei parlarti di) Rivoluzione 
5 Uomini 
6 Lex - Senza di me
7 La peggiore delle libertà
8 Se il nove fosse sei
9 Lo faccio per me
10 Vivimi
11 Lona neigra
12 Le voci di sud est

REVOLUCE TOUR

VENERDI’ 13 marzo: ACQUI TERME (AL) “Bar Dante”
SABATO 14 marzo: GENOVA “Bloser”
LUNEDI’ 16 marzo: CREMONA “Fico”
GIOVEDI’ 19 marzo: LIVIGNO (SO) “Marcos”
VENERDI’ 20 marzo : LA SPEZIA “Skaletta”
SABATO 21 marzo: PIACENZA “SoundBonico”
SABATO 28 marzo: CAGLIARI “Bohemien”
SABATO 11 aprile : BOLOGNA “Covo” + Avvoltoi
GIOVEDI’ 16 aprile : TORINO “Hiroshima” + Assist
VENERDI 17 aprile MILANO “Ligera”
SABATO 16 maggio: VARESE “Sur le Sofa”

martedì, febbraio 10, 2015

Il giorno in cui i Beatles incontrarono Bob Dylan e la marijuana



ANTONIO ROMANO ci porta al dettaglio di un giorno piuttosto importante per la storia del rock.

Spesso, riflettendo tra me e me, mi soffermo al pensiero di come le vite di ciascuno di noi, intrecciandosi, lasciano segni che fanno deviare inesorabilmente lo scorrere degli eventi.
L’aneddoto che sto per raccontare è proprio uno di questi intrecci di vite e di situazioni che sono andati a cambiare il corso dei giorni, anche se questo episodio, oltre che i suoi protagonisti, ha coinvolto milioni di altre persone negli anni a venire.
28 agosto del 1964, New York.
I Beatles, avendo appena terminato un concerto, si stavano rilassando nel loro hotel.
Ad un certo punto la security aprì la porta, lasciando entrare in camera Bob Dylan, uno degli artisti più amati dai quattro ragazzi di Liverpool, i quali, secondo quanto raccontano, la prima cosa che pensarono è che se lo immaginavano più alto.
Subito Dylan venne accolto, si accomodò insieme a loro, Brian Epstein, il manager dei Beatles, gli offrì da bere e poi i ragazzi gli porsero, in segno di benvenuto, delle anfetamine, che fino ad allora era l’unica droga che usavano regolarmente per sostenere i carichi di lavoro durante i tour.
E qui arrivò il momento della svolta.
Dylan le rifiutò e propose: “Dai, ragazzi, ho con me qualcosa di più naturale, qualcosa di verde: marijuana!”.
Scambi di sguardi tra i quattro Beatles, secondi di imbarazzo, perplessità, e con timidezza furono costretti ad ammettere di non averne mai fatto uso.
Al che Dylan, sbalordito, chiese: “Cosa? E quella vostra canzone nella quale dite I get high? A cosa si riferiva?”. Dopo qualche altro secondo di imbarazzo generale, Lennon si fece coraggio e rispose che, in realtà, il verso corretto di “I want to hold your hand” diceva I can’t hide.

Ok, Bob Dylan, comportandosi da Bob Dylan, non si scompose, si tolse di tasca il sacchettino dell’erba, rollò una canna e la porse a John.
Questi la prese in mano, guardandola perplesso, qualche secondo di timidezza e risolse il tutto passandola, ancora spenta, e giustificandosi dicendo “lui è il mio assaggiatore ufficiale”, a Ringo.
Il quale non fece una piega, la accese e se la fumò tutta da solo, incurante o, meglio, ignaro dell’usanza di passarla e condividerla.
Ancora una volta Bob Dylan fu costretto a mantenere la disinvoltura che un Bob Dylan deve avere e, impassibile, estrasse altra marijuana dal sacchetto e rollò canne sufficienti per tutti, cioè per sé, per i Beatles, per il loro manager Brian Epstein e per il giornalista Al Aronowitz, anch’egli presente quella sera.
Rammenta Lennon:
“Non mi ricordo molto di quello che ci siamo detti.
Mi ricordo che abbiamo fumato, bevuto vino, ci siamo comportati come le rock star ed abbiamo riso molto, sai, e detto cazzate. Ce la siamo spassata.”

Paul McCartney, invece, racconta di essersi sentito da quella sera una persona più profonda, una persona che, per la prima volta in vita sua, stava pensando, pensando profondamente.
Perciò chiese al tour manager, Mal Evans, di seguirlo tutta la sera, con taccuino e penna, per annotare tutto ciò che di intelligente avesse da dire.
“Parlai per tutto il tempo della storia dei livelli della vita, e dissi che ad ogni livello avrei incontrato sempre le stesse persone, le avrei riconosciute e con una metamorfosi sarei passato al livello successivo. La mattina dopo Mal mi diede quegli appunti, e sopra c’era scritto: Ci sono sette livelli! Davvero, se ci ripenso ora, non era male quella roba, intendo non era male per un principiante.
Ma, rileggendo, ricordo che ci pisciammo addosso dalle risate. Che cazzo ho detto?
Che cazzo sono i sette livelli? Ma riflettendoci, quelle parole potevano essere un buon riassunto, si, si adattavano abbastanza a quello che dicono molte religioni, anche se allora non ne sapevo nulla di queste cose.”


Quell’incontro, e soprattutto quella marijuana, per i Beatles, forse, fu la svolta decisiva, o una delle varie in quegli anni densi di creatività.
Da quel giorno, stando a quanto racconta Lennon, “iniziammo a fumare erba a colazione, e quando dicevamo Facciamoci una risata erano le nostre parole in codice per dire Fumiamoci un po’ di marijuana.”
E George aggiunge al ricordo: “quelle volte che fumavamo insieme nei bagni degli alberghi, erano le uniche volte in cui riuscivamo a trovare un po’ di pace.”

Ma, soprattutto, ed è quello che più interessa a noi, fu la loro musica ad evolvere, ad innalzarsi (il dylaniano I get high?).
Il loro successivo album, “Rubber Soul”, edito nel dicembre seguente, fu quello che inaugurò l’era dell’influenza delle droghe (per ora era la marijuana, poi sarebbero arrivati gli acidi) sulla composizione e sul contenuto dei brani.
“Got to Get You Into My Life”, contenuta in “Revolver”, come è noto, fu il personale omaggio di Paul alla marijuana ed alle meravigliose esperienze che con lei viveva, sebbene il testo, appassionato e sognante, potesse sembrare dedicato ad una donna.
E persino quell’I get high ritornò e comparve realmente in un loro brano, cantato da Ringo, il primo Beatle che quella sera aveva fumato la marijuana, in “With a little help from my friends”, da “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”.

lunedì, febbraio 09, 2015

L'uomo cangiante. Paul Weller - The modfather



Esce il 25 febbraio in tutte le librerie L'UOMO CANGIANTE - PAUL WELLER - THE MODFATHER, mia biografia su PAUL WELLER pubblicata da VoloLibero Edizioni.

Con contributi di Oscar Giammarinaro, Francesco Ficco e l'importante aiuto di Flavio Cpt.Stax Candiani.

Un lavoro iniziato anni fa, interrotto a causa dell'abbandono scorretto del co-autore, faticosamente ripreso individualmente e finalmente portato a termine.

“I’m still a mod, I’ll always be a mod, you can bury me a mod.” Paul Weller, uno dei più importanti cantori dell’Inghilterra, si è scoperto mod a metà degli anni Settanta.
All’apice del successo ha disintegrato i Jam, ripartendo subito dopo con gli Style Council: tutt’altra musica ma uguali radici. Grazie agli Style Council ha conosciuto la gloria e l’infamia dell’oblio.
È ripartito da solo, con passo incerto eppure caparbiamente ancorato alle origini, ai tempi soul, all’estetica 60’s, alla chitarra Rickenbaker.
Ed è riuscito di nuovo a fare centro. Sotto i suoi occhi sono passati la rivoluzione epocale del punk e i disastri sociali causati da Margaret Thatcher, l’avvento di internet (che continua cocciutamente a detestare) e la caduta delle ideologie, la morte del vinile e una nuova concezione di fare musica. Artista arrogante, sfrontato ed eccessivo, questo libro ne ricostruisce un ritratto fedele attraverso la sua biografia, i successi e le curiosità.


Il libro sarà presentato in coppia con ALEX LOGGIA degli STATUTO che eseguirà alcuni brani dei Jam, Style Council e Weller solista in acustico.

sabato 21 febbraio: Torino “Feltrinelli Porta Nuova” ore 18
domenica 22 febbraio: Ferrara “Il Molo” ore 19.30
https://www.facebook.com/events/1535397256715358/
giovedì 26 febbraio: Milano " Baladin" Via Solferino 56 ore 18
venerdì 27 febbraio: S.Nicolò (Piacenza) “Melville” ore 21
sabato 28 febbraio: Parma “Giovine Italia” ore 21
https://www.facebook.com/events/773495019393965/

La pagina FaceBook
https://www.facebook.com/pages/Luomo-Cangiante-Paul-Weller-The-Modfather/341516176046452

Per ordinarlo presso VoloLibero:
http://www.vololiberoedizioni.it/luomo-cangiante/

domenica, febbraio 08, 2015

Il Castello di Lapalice



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia o comunque estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Alla fine degli anni 80, caduti i vari muri che abbatterono la Cortina di ferro, in Polonia a Lapalice, vicino a Kartuzy, in Pomerania Orientale, all'estremo nord della nazione, iniziò la costruzione di una specie di castello, con dodici torri (come i dodici apostoli?), un lago artificiale, scale a spirale e uno stile prussiano.
Pare che il proprietario sia un businessman locale con ambizioni da scultore ed artista che improvvisamente abbandonò il progetto, rimasto incompiuto in mezzo al nulla.

Poche le informazioni ma pare che la costruzione sia iniziata senza alcun tipo di permesso e che, una volta ristabilita in Polonia una certa tranquillità e legalità, seguita all'instabilità successiva al crollo del regime comunista, le autorità abbiano bloccato l'ambizioso progetto.

Sconosciuta anche la destinazione d'uso del castello (si parla di un hotel o di una semplice abitazione privata).
Il proprietario in una rara intervista continua a sostenere che il castello sarà completato anche se a cosa servirà rimane un suo "dolce segreto".

Fonte:
http://www.28dayslater.co.uk/forums/showthread.php/40688-Castle-of-Lapalice-Poland-March-2009

sabato, febbraio 07, 2015

The beautiful loser DVD



Mi preme segnalare di nuovo (dopo che già su queste pagine lo fece a suo tempo Cristiano Tibaldeschi (qui: http://tonyface.blogspot.it/2014/03/the-beautiful-loser.html) che mi ha fatto gentilissimo omaggio del DVD, recentemente pubblicato e ora disponibile, il film THE BEAUTIFUL LOSER di Diego Amodio.
Film didascalico e completo nel ripercorrere la veloce, breve ma brillante carriera di GIGI RESTAGNO, prime mover della "scena" torinese, membro di Blind Alley, Defear, Misfits, Difference, autore di piccoli classici del primo rock italiano, tra cui anche quella "Coriandoli a Natale" ripresa da Statuto e Subsonica.
Il film scorre veloce nel ricordo di amici e collaboratori (da Statuto a Subsonica), rare immagini di repertorio, riproposizioni attuali di suoi brani.
Un interessante documento su un personaggio che purtroppo non c'è più e su un'epoca pionieristica di cui si coglie tutta l'urgenza, la spontaneità e la naivetè.
Consigliato.

https://www.facebook.com/The.Beautiful.Loser.2014

venerdì, febbraio 06, 2015

Sir Tommaso Moro e Utopia



Come periodicamente accade ANDREA FORNASARI ci riserva interessantissimi e sempre benvenuti spunti filosofici.

Tommaso Moro (1478 - 1535) è probabilmente conosciuto per due motivi: per l'amiciza con Erasmo da Rotterdam, il quale gli dedicò il suo Elogio della follia, e per aver scritto Utopia.
Dobbiamo dire che il Rinascimento nordico fu molto diverso rispetto a quello italiano: prima di tutto nasce successivamente e poi s'intreccia al movimento della Riforma.
In un certo senso fu senz'altro meno anarchico e immorale, quasi austero; per questo produsse meno genio artistico e minor cultura individualistica, ma si preoccupò di essere solido e virtuoso.
Erasmo e Tommaso Moro sono senza dubbio i due personaggi di maggior spicco di questa rinascenza del nord Europa; lo sono per motivi differenti, ma entrambe le loro influenze furono notevoli. Erasmo era un umanista tollerante, il quale criticò aspramente il cattolicesimo romano per la sua corruzione, ma non aderì nemmeno al protestantesimo, in quanto trovava i mezzi di Lutero troppo violenti.
Questo suo pacifismo e buon senso gli salvarono la vita, cosa che invece non accadde a Moro.
Lo stesso Erasmo dirà: "Volesse il cielo che Moro non si fosse mai immischiato in questi pericolosi affari, e avesse lasciato i problemi teologici ai teologi".

Sir Tommaso Moro era un uomo colto e molto religioso: per un certo periodo fu tentato di entrare nell'ordine dei certosini, ma forse fu Erasmo a dissuaderlo. Alla fine divenne avvocato.
Nonostante non facesse nulla per compiacerlo, Enrico VIII lo nominò cavaliere e l'incaricò di varie ambasciate. Moro non si faceva illusioni riguardo la condotta del re: "Se la mia testa potesse guadagnargli un castello in Francia, non mancherebbe di farla saltare".
Moro venne nominato cancelliere ma ben presto cadde in disgrazia in quanto si opponeva al matrimonio fra Enrico VIII e Anna Bolena. Egli dunque si dimise, vivendo con solo cento sterline l'anno (ciò dimostra la sua incorruttibilità).
Quando nel 1534 il re fece passare in parlamento l'Atto di supremazia, che dichiarava lui e non il papa capo della Chiesa d'Inghilterra, si rese necessario anche il giuramento di Moro, il quale rifiutò.
Questo atteggiamento costituiva solo "presunzione di tradimento", che non portava con sé la pena di morte. Fu dimostrato, però, attraverso testimonianze assai dubbie, come Moro avesse detto che il parlamento "non poteva" nominare Enrico VIII capo della Chiesa; su questa "prova" fu accusato di alto tradimento e decapitato. Le sue proprietà furono consegnate alla principessa Elisabetta, che le conservò fino al giorno della sua morte.

Il testo più importante e famoso di Moro è senz'altro Utopia.
Il modello è quello della Repubblica di Platone, con un comunismo esasperato, Le case sono identiche e non ci sono serrature alle porte, tutti sono vestiti allo stesso modo. Uomini e donne lavorano sei ore al giorno, tutti vanno a letto alle otto e dormono otto ore. Gli schiavi vengono utilizzati solo per i lavori più umili (ma vengono trattati con pari dignità). I dotti vengono prescelti per governare. Sia le donne che gli uomini vengono punite se non sono vergini al momento del matrimonio, ed esiste il divorzio per adulterio. Prima di sposarsi si presentano nudi l'un l'altra, per capire se si piacciono o meno. Gli abitanti di Utopia evitano la guerra, ma nel caso si mostrano preparati e coraggiosi. Lungo e divertente sarebbe l'elenco: mi limiterò solo ad alcune delle prescrizioni di Utopia.
Diciamo che in generale gli abitanti di Utopia sono inclini al piacere, vi sono diverse religioni tollerate, ma chi non crede non può prendere parte alla vita politica - tuttavia non è molestato.
Tornando agli schiavi: essi sono persone che hanno ricevuto pesanti condanne e che gli Utopici hanno commutato in schiavitù.
Interessante questa istanza: in caso di malattia dolorosa e incurabile, si consiglia al paziente di uccidersi, ma lo si cura con tutta la dovuta attenzione se rifiuta di farlo.
Il governo è una rappresentanza democratica, con un sistema di elezioni indirette; alla testa c'è un principe eletto a vita, ma può essere deposto qualora scivolasse nella tirannide. La vita familiare è patriarcale. Se una città diventa troppo grande, alcuni abitanti vengono trasferiti, idem per una famiglia troppo numerosa. Verranno costruite nuove città ma non si dice nulla su ciò che andrà fatto quando tutto il territorio sarà coperto di costruzioni.

L'Utopia di Moro può ritenersi liberale, soprattutto considerata l'epoca. Il comunismo veniva predicato anche in altri movimenti, ad esempio religiosi, e non può sorprenderci. Piuttosto sono le idee intorno alla guerra, la tolleranza religiosa, la denuncia contro l'uccisione insensata degli animali (la caccia come svago), le affermazioni contro la pena di morte e in favore di una mite legge penale, che rendono sorprendente la lettura. Certo, la vita a Utopia sarebbe intollerabilmente noiosa e priva di varietà. Un difetto che accomuna tutti i sistemi sociali pianificati a puntino, siano essi reali o semplicemente immaginari.
Gli Utopici non hanno denaro per sé, ed insegnano il disprezzo per l'oro usandolo per i vasi da notte e per le catene degli schiavi (detenuti).
Quando sono in guerra (se proprio non è evitabile) offrono grandi ricompense a chiunque ucciderà il sovrano del paese, e ancora più ricompense se lo porteranno vivo, e a lui stesso se si arrenderà.
Fra i nemici, compatiscono la gente comune, condotta alla guerra contro la propria volontà dalla furiosa pazzia dei capi.

giovedì, febbraio 05, 2015

I calciatori più antipatici



Una delle tante liste spesso ricorrenti su internet.
E giusto per allinearci anche da queste parti una classifica dei CALCIATORI PIU' ANTIPATICI ci può stare.

Senza assegnare difficili medaglie e podii direi che una menzione speciale va innanzitutto a ZLATAN IBRAHOMOVIC, grande campione ma personaggio di rara antipatia.

Una menzione la merita anche PEPE del Real Madrid mentre viene spesso ricordato in questa classifica JOEY BARTON dell'Olympique Marsiglia "per essere stato in galera per ben due volte, per aver picchiato da ubriaco un ragazzo di colore e per aver gettato un sigaro accesso nell’occhio del compagno di squadra Jamie Tandy".
Sono note le vicende di JOHN TERRY del Chelsea che rubò la moglie al compagno di squadra e amico Bridge.
Noi italiani ricordiamo anche SUAREZ e i suoi morsi, sceneggiate nonchè parole razziste con cui è diventato spesso protagonista negativo.

Tra gli italiani MARIO BALOTELLI, MARCO BORRIELLO, OSVALDO e il pur educato e candido (quando va in TV, un po' meno sul campo) GIORGIO CHIELLINI se la giocano tranquillamente.
Tra gli ex l'attuale allenatore del Milan FILIPPO INZAGHI ha spesso brillato in tal senso mentre l'argentino dell'Inter ICARDI non sembra essere uno dei migliori rappresentanti del reparto simpatia a fianco del milanista MEXES e di un altro juventino, LICHTSTEINER.

mercoledì, febbraio 04, 2015

I'm the walrus



Uno dei brani più affascinanti dei BEATLES e dell’intera musica pop dei 60’s, “I’m the walrus”, fu composto interamente da John Lennon, incluso in “Magical Mistery Tour” e pubblicato nel 1967 come B-side di “Hello Goodbye”.



Il testo, assolutamente surrealista e psichedelico, fu concepito sotto effetto dei frequenti viaggi con l’acido a cui era solito il buon John all’epoca.
Fu ispirato dal poema The Walrus and The Carpenter, di Lewis Carroll tratto da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò seguito di Alice nel paese delle meraviglie.



La figura del TRICHECO è stata a lungo oggetto di dibattito all’interno dei Beatles maniaci.
Innanzitutto perchè faceva parte della storia sulla presunta morte di Paul avvenuta nel 1966 (nel testi ci sarebbero vari riferimenti incluso il colore NERO dell’abbigliamento del travestimento del tricheco nel film "Magical Mistery Tour").
In realtà nel film il tricheco è al pianoforte (e canta “I’m the walrus”, evidentemente John, visto che il basso, mancino, lo suona un altro...) ma un anno dopo, per prendersi probabilmente gioco di queste assurde manìe lo stesso John cantò in “Glass onion” dall’Album Bianco la strofa “The walrus was Paul” (preceduto da un esplicito “ecco un altro indizio per tutti voi” giusto per scombinare le carte come lui stesso ammise successivamente: “Scrissi “the walrus was Paul", proprio per confondere tutti ancora un po’. Avrei potuto scrivere “Il fox terrier era Paul”...mi stavo divertendo di tutte quelle stupidaggini senza senso su Sgt Pepper, suonalo al contrario etc...”).



John mise fine alla controversia nel brano “God” tratto da “John Lennon/Plastic Ono Band”, esordio solista del 1970, dove canta “I was the walrus but now I’m John”.
Nel video di “When we was Fab”, brano di George Harrison incluso nell’album “Cloud Nine” del 1987, compaiono in una sequenza, Ringo Starr alla batteria, George alla chitarra e un bassista mancino travestito da tricheco che fu immediatamente "riconosciuto" come un contributo "segreto" di Paul - mai confermato - (mentre Julian Lennon, figlio di John passa veloce impugnando una copia dell’album “Imagine”).

martedì, febbraio 03, 2015

Gustav Metzger



GUSTAV METZGER è un artista tedesco nato nel 1926, studiò alla Cambridge School Art a Londra che nel 1959 concepì l’Arte Auto Distruttiva (riassunta nel manifesto Auto Desctructive Art) dove sviluppa una critica violenta al capitalismo e al sistema dell’arte e che si evolve, nel 1961, nell’Arte Auto Creativa.
Membro del gruppo Fluxus divenne un’icona nei 60’s grazie agli happening pittorici che lo vedevano spruzzare acido su tele di nylon che si deterioravano in pochi secondi.
PETE TOWNSHEND (dopo averne ascoltato una conferenza alla scuola d’arte nei primi 60’s) lo ha citato tra i principali ispiratori della distruzione degli strumenti durante i primi concerti degli Who.
Suoi anche le proiezioni degli Auto Creative Liquid Crystal che furono utilizzate successivamente da molte bands in ambito psichedelico.
Nel 1966 organizzò a Londra il Destruction in Art Symposium a cui parteciparono numerosi artisti tra cui una giovane YOKO ONO.
Metzger è tutt’ora attivo in ambito artistico e vive nell’East London.

lunedì, febbraio 02, 2015

Recensire i dischi brutti



Su questo blog mi diletto in segnalazioni e recensioni di musica di varia estrazione e provenienza.
Sul sito www.radiocoop.it invece parlo settimanalmente di nuova musica italiana.
Sono sei recensioni ogni settimana, equivalenti a circa 300 album l'anno da ascoltare.
Nel 2014 mi sono ritrovato tra le mani dischi brutti, ma brutti, ma tanto tanto brutti !
Testi insignificanti, musiche assurde, nomi improbabili, schede di presentazione saccenti e arroganti.
Il più delle volte all'esordio.

CHE FARE ?
Stroncare senza pietà ?
Essere sinceri ?
E complicarsi la vita?
Impossibile ignorarli (una volta mandato viene richiesta più volte la data dell'uscita della rece).

domenica, febbraio 01, 2015

Cementificio di Alzano Lombardo (Bergamo)



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia o comunque estremi.
I precedenti post:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Nel 1878 fu avviato il cementificio “Fratelli Pesenti fu Antonio” diretto da Daniele Pesenti.
Nel 1883 l’ingegnere Cesare Pesenti inizia l’impianto del monumentale cementificio di Alzano Sopra con la realizzazione dei primi forni di cottura del cemento .
Successivamente l'impianto si arricchisce sempre più di nuove costruzioni e nuovi forni fino al 1910 quando assume la sua attuale veste strutturale.
Nel 1966 vengono definitivamente spenti i dodici forni e fino al 1971 proseguiranno solo lavori di macinazione del cemento. Il Cementificio chiuderà definitivamente nel 1971 e sarà dismessa ogni attrezzatura ed accessorio metallico nel 1973, per volontà della proprietà vendendo a peso di rottame gli attrezzi che per decenni avevano reso l’Italcementi un colosso mondiale.
Dopo anni di abbandono sono in corso progetti di restauro al fine di ospitare un polo culturale, sportivo e per attività ricreative.
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