domenica, novembre 17, 2019

Le sfere di pietra



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Sono diffuse in svariate parti del mondo, suscitano curiosità, ipotesi di varia natura, sicuramente sono fonte di notevole fascinazione.
Le SFERE DI PIETRA si trovano in Costa Rica, Messico, Nuova Zelanda Turchia, Bosnia, Tunisia etc.

La fonte scientifica ci dice che si formano con la discesa di cemento minerale naturale all’interno degli spazi tra i sedimenti, un processo noto come concrezione.

Nonostante ciò si moltiplicano le suggestioni che le attribuiscono ad antiche civiltà o agli extraterrestri.

sabato, novembre 16, 2019

Not Moving LTD



E' uscito il nuovo 45 giri dei NOT MOVING LTD per Area Pirata Records.
Con l'inedito "Lady Wine" e la ripresa, completamente riarrangiati di "Spider" e "Suicide temple"

http://www.areapirata.com/



NOT MOVING LTD in tour

Venerdì 22 novembre: Fontanafredda (PN) "AstroClub"
Domenica 15 dicembre: Catania "Teatro Coppola"
Venerdì 20 dicembre: Piacenza “Musici per caso"
Sabato 21 dicembre: Bologna “Freakout”
Domenica 22 dicembre: Torino “Blah Blah”

Nel 2020 torniamo da fine febbraio a: Magenta, Varese, Prato etc etc

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832

venerdì, novembre 15, 2019

giovedì, novembre 14, 2019

Pablito El Drito - Diversamente pusher



Un libro che affronta nel modo migliore un argomento particolarissimo: lo spaccio di sostanze curato dai "battitori liberi", lontani dal circuito mafioso, indipendenti, con un'etica personale non esclusivamente utilitaristica.

I pusher (anonimamente, ovviamente) raccontano le tecniche, le modalità, le particolarità di un mondo di cui si parla il più delle volte a vanvera e per "sentito dire".

Sono racconti di donne e uomini che hanno vissuto o vivono tuttora nel milieu della droga, consumandola ma soprattutto vendendola, cercando di hackerare o aggirare le regole del sistema mafioso.

Testimonianze che palesano odio per la gerarchia, per le ipocrisie dei benpensanti, per il comando, lo sfruttamento, la violenza.

Il tutto contestualizzato ad una SOCIETA' DROGATA che cerca disperatamente di aumentare le proprie performance, in uno scenario turbocapitalistico che impone di essere sempre "preso bene", attivo, positivo", "sul pezzo".
Dove è necessario essere sempre connesso e iperveloce dove tutto funziona sette giorni su sette, 24 ore su 24 e dove è indispensabile riuscire a stare dietro ai tempi delle macchine.


Sono le classi subalterne, così come è sempre stato, a essere le principali vittime delle dipendenze dalle droghe pesanti, a causa di un minor accesso all'istruzione, al reddito, all'assistenza sanitaria.
I ricchi consumano sostanze di migliore qualità, i più abbienti possono accedere a cure impensabili per le classi medie ploretarizzate.

mercoledì, novembre 13, 2019

Giuda Usa Tour 2019



I GIUDA stanno bruciando le tappe, veloci, chirurgici, all'arrembaggio.
Dopo Italia, Inghilterra e Europa è stata l'ennesima volta degli USA.

Un numero serrato di date, una conquista porta a porta di un pubblico esigente e di un mercato tremendamente importante.
Grazie a Lavinia Rosato, Lorenzo Moretti ha risposto ad alcune domande post tour.

1.Un gruppo italiano in America è sempre un evento. Raccontaci un po' di cose
Le prime volte che siamo andati a suonare negli Stati Uniti (2012/ 2013) i tour erano molto amatoriali e anche molto selvaggi.
La sera, dopo il concerto, andavamo a dormire in casa dell'organizzatore o di chi tra il pubblico si offriva di ospitarci, cosa che capitava molto spesso.
Gli americani sono generalmente le persone più gentili, curiose e ospitali che io abbia mai incontrato.
Non è raro camminare per la strada e incrociare qualcuno che ti saluti e ti chieda da dove vieni.
Abbiamo suonato nei peggiori baracci, sempre molto rock 'n' roll, e addirittura nel basement di qualche abitazione.
Ne ricordo uno in particolare, eravamo a Fildalfia in un quartiere periferico dove si respirava un' aria veramente molto pesante.
Suonammo nel seminterrato di una casa che era infestata dalle pulci e dove non si respirava dal caldo.
Il posto era stracolmo di persone e fu un concerto memorabile perchè l'attesa e la curiosità che c'era tra il pubblico, che all'epoca non ci aveva mai visto dal vivo, era tangibile.
Ora le cose sono molto cambiate, essendo stati negli states ben sette volte, il nostro seguito è aumentato tantissimo.
Negli anni abbiamo fatto concerti in locali sempre più prestigiosi dove hanno suonato molte band che hanno fatto la storia del rock 'n' roll.
Abbiamo suonato in festival condividendo il palco con Devo, Damned, Mudhoney etc.
Insomma, finalmente stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato negli anni concedendoci di dormire in hotel e di gustare, quando possibile, le specialità del luogo.

2.Affinità e divergenze con l'Europa (in cui avete suonato spesso)
Parlare delle differenze tra Europa e Stati Uniti non è semplice perchè l'Europa è molto differente già di per sè.
Per esempio Il pubblico che ci segue in Spagna è diverso da quello che ci segue in Francia...insomma ogni paese ha il suo approccio.
Quello che posso dire è che senz'altro il nostro pubblico sia qui che in Europa, che in America ha, più o meno, lo stesso background musicale; chi viene ai nostri concerti sa già cosa aspettarsi e di conseguenza il live è sempre molto partecipato.

3.Affinità e divergenze con l'Italia
Negli Stati Uniti spesso hai la sensazione che i promoter ed il pubblico ti siano veramente grati per esserti esibito nella loro città.
Di conseguenza, sono tutti molto attenti durante il live e molto accoglienti in generale, anche nei locali molto grandi.
In Italia alcune volte, quando si suona in provincia, è più raro trovare tanto entusiasmo.
E' vero però che a livello organizzativo gli americani sono molto basici mentre gli italiani sono molto attenti ai dettagli specialmente nel rispettare il rider delle band.
Diversi gruppi statunitensi che hanno suonato in Italia, con cui abbiamo diviso il palco, sono rimasti molto colpiti da questo, trovare un piccolo catering quando si arriva nel locale dopo essere stati in furgone per ore ed ore, è spesso molto piacevole.

4. Quanto è effettivamente utile un tour in un paese sterminato come gli Usa
I tour in generale sono molto utili perchè sono la maniera più semplice e diretta per farsi conoscere e per vendere i propri dischi.
Se non vieni fuori da un talent, se le radio non passano i tuoi pezzi, non credo ci sia un modo migliore per diffondere la propria musica.
Certo, gli stati Uniti sono immensi ma nell'ultimo tour abbiamo fatto ben ventisette concerti attraversando praticamente tutta la nazione.
Per noi che abbiamo fatto dei Giuda il nostro lavoro questa è stata una grande cosa!

martedì, novembre 12, 2019

Gross Domestic Product



Banksy ha inaugurato un negozio online di oggetti per la casa e altri prodotti il cui incasso sarà destinato all’acquisto di una nave per salvare migranti.

In "Gross Domestic Product" (Prodotto interno lordo) si vendono t-shirt, orologi da muro, quadri, caschi e altri prodotti in particolare "arte, prodotti per la casa e delusioni".

L'iniziativa segue la chiusura del negozio nella zona di Croydon, a sud di Londra, lo scorso 13 ottobre 2019 ovvero un'esposizione artistica visibile dalla vetrina ma senza alcun accesso allo spazio.


In realtà acquistare dal Gross Domestic Product non è cosa immediata.
E' necessario registrarsi e rispondere alla domanda "Perchè l'arte è importante?".

Una volta conclusa la vendita si verrà sorteggiati tra chi ha richiesto lo stesso prodotto. Dopo di che verrà richiesto il pagamento, entro sette giorni lavorativi.

Nella maggior parte dei casi questo è molto al di sotto del valore di mercato.
Una nota importante ben sottolineata:
"Ti preghiamo di astenersi dal registrarti in questo momento se sei un ricco collezionista d'arte".



I prezzi variano dalle 10 sterline della bomboletta di vernice alle 30 della t-shirt con la bambina col palloncino disintegrata alla fine (come il quadro dell'asta di Banksy) fino alle 850 sterline del giubbotto antiproiettile con la bandiera del Regno Unito.
Tutti i prodotti sono realizzati in modo artigianale e in pochi pezzi con materiali riciclati.

https://grossdomesticproduct.com/

lunedì, novembre 11, 2019

Davide Sapienza - Attraverso le terre del suono + intervista



Riporto l'articolo per "Libertà" di ieri dedicato a DAVIDE SAPIENZA e al suo nuovo libro "Attraverso le terre del suono".
A margine l'intervista integrale (da cui sono stati estrapolati stralci per l'articolo).

Capita nella vita di chi ha accumulato un certo numero di primavere (pure estati, autunni e inverni) in abbondanza, di guardarsi indietro, fare bilanci, pensieri, tirare le somme (che, vi assicuro, sono conteggi che alla fine non tornano mai). Quando ti soffermi sulle amicizie, vere, presunte o da Facebook, in genere ne restano poche.
Forse è meglio così o forse no.
Nel caso di Davide Sapienza posso dire che ci siamo visti poche volte, frequentati ancora meno ma è una vita (di quelle lunghe) che ci incrociamo, sfioriamo, osserviamo da lontano. Con lo stesso battito del cuore, lo stesso passo che accompagna le reciprocamente amate camminate solitarie tra montagne piacentine (io), lande in “ogni dove” (lui).
Alla ricerca di qualcosa, per poi ritrovare (quando siamo fortunati) noi stessi, avventurandoci nelle terre della percezione.

Per presentare Davide Sapienza occorrerebbe almeno una pagina del giornale.
E' un giornalista, scrittore, traduttore, “geopoeta”, manager discografico, da tempo immemorabile cultore di musica, redattore per un'interminabile serie di riviste, quotidiani e tanto altro. Ha scritto una montagna di libri (tanti di musica), (ri)tradotto in italiano l'opera di Jack London, pochi giorni fa mi ha telefonato dal Circolo Polare Artico (è la prima volta che ricevo una chiamata da lì).

Abbandonato temporaneamente l'ambito strettamente musicale, vi ritorna con un nuovo libro, “Attraverso le terre del suono” (Edizioni Underground?), in cui traccia un percorso immaginario, raccogliendo articoli, preziose interviste, approfondimenti e altri scritti dal suo passato.
Mettendo in fila una serie di calibri di enorme portata, dal concerto a Zurigo di Bruce Springsteen del 1980 (del quale non leggiamo una banale recensione ma un romantico quanto divertente e appassionante resoconto del viaggio di due 17enni a uno dei loro primi grandi concerti), a Pete Townshend, Syd Barrett, i Beatles di “Abbey Road”, le parole di Daniel Lanois e ancora Brian Eno, Robert Wyatt, gli U2.

Gli ho voluto chiedere un po' di cose al proposito e le sue risposte sono di per sé un nuovo capitolo del libro.
Ad esempio su quanto i Beatles ricorrano in queste pagine e nella sua vita:
“I Beatles sono per me, come per molti milioni di ragazzi, l’inizio, l’anno zero, di qualcosa di nuovo. Certo, non sapevo, a undici anni, che si erano già sciolti.
Non erano cose che si pensavano, allora: esistevano loro, esisteva la geografia del loro mondo. Perciò per me è stato come andare sulla Luna, il che vale in generale per la fruizione della grande arte.
Ti porta sempre verso pianeti sconosciuti, universi impensabili.
E i Beatles, in questo, sono tra quegli artisti che lo fanno sempre, anche quando magari non li ascolti da anni, con intenzione, e improvvisamente ti accorgi che ci sono pianeti e universi che ancora non avevi “percepito”.
E’ il potere della musica. Non vive nel tempo. E’ uno spazio, un orizzonte. Sono le terre del suono.”


Difficile fare capire ai giovani dei nostri tempi l'importanza che hanno avuto certi gruppi, certe estetiche, etiche, modi di pensare in epoche ormai lontane, di quanto siano state decisive certe canzoni, certi gruppi, semplicemente certe foto, frasi, titoli.
E' dunque impossibile spiegare ai nostri figli quanto noi vecchi abbiamo vissuto alcune fasi artistiche, non come mera espressione culturale ma come qualcosa che ha letteralmente cambiato le nostre vite?
Credo sia impossibile spiegare a un ventenne come era possibile che un album rock potesse creare discussione per settimane, confronto, diventare aggregazione.
Ma quelle generazioni, quelle del secondo dopoguerra, sono quelle che avevano ricevuto un impulso potentissimo di vita per reagire appunto all’orrore dell’Olocausto e delle dittature.
Non bisogna guardare “cosa è andato storto” e farlo diventare il paradigma sbagliato, quello è un incidente di percorso.
Occorre semplicemente risintonizzarsi, basta farlo attraversando, come suggerisce il titolo del libro, le terre del suono. Sono terre interiori: sono il richiamo della foresta che abbiamo dentro.
E che dobbiamo seguire. Senza sosta.


Probabilmente, diciamo pure evidentemente, un'epoca si è conclusa, ci piaccia o meno.
Come dice una protagonista di un racconto nel libro “Mi sono battuta per una giusta battaglia, ora il mio tempo è concluso”. Molti di noi questa battaglia l'hanno pure persa ma l'importante, alla fine, è essere scesi in campo, impugnato le nostre “armi” e fronteggiato il nemico.
Almeno ce ne andremo senza rimpianti.

Davide chiarisce bene il concetto:
Credo che ogni generazione debba accettare di fare i conti con se stessa. La vita, dunque anche quella umana, si fonda sul principio che tra miliardi di semi, uno sopravviva e si sviluppi, cresca, diventi ciò che deve essere. Lo stesso è accaduto con quella generazione e le seguenti, negli ultimi decenni.
Se però ci pensi bene, nonostante i tanti scomparsi in anni recenti alla soglia della vecchiaia anagrafica, chi è ancora vivo, è ancora quel seme, porta in giro quel messaggio e ha ispirato chi ha colto il senso diverso e rivoluzionario.
Oggi giustamente si parla molto di diversità e inclusione: la cultura rock, fa parte di questo tema a mio avviso. Perciò, chi della generazione precedente la nostra, oltre alla nostra, è rimasto vivo – non è invecchiato dentro, ha continuato a credere che qui&ora la musica possa fare la differenza in quanto (anche) cultura, è comunque un esploratore di possibilità mai esplorate prima.


Un po' come quando parla del fatidico 1968, anno cruciale, dove “ci si ritrovò a percorrere un punto dal quale stava per fuoriuscire un’eruzione vulcanica di immaginazione, desiderio di libertà, pace, bellezza e condivisione”.

Il 1968, fu una rivoluzione della coscienza.
Pacifica. La violenza ce la misero le parti più o meno deviate degli Stati “democratici”. Ma non si può fermare l’evoluzione. Oggi questa rivoluzione può essere artistica e partire dalle coscienze: quella, partì dalla presa di coscienza della crisi ecologica. Oggi abbiamo i ragazzi che sono stati in qualche modo risvegliati da Greta Thunberg, figlia a sua volta di una lunga linea di persone arrivate nel posto giusto al momento giusto.
Come la controcultura rock. Perché di controcultura, dobbiamo parlare. Oggi la cultura dominante è anche peggiore di quella contro la quale si rivoltavano i giovani del ‘68. Basta vedere la situazione dell’informazione e dell’editoria cartacea, radiotelevisiva, per capirlo.
Nel libro affronta anche una delle tematiche più discusse da lungo tempo ovvero sulla caducità della musica rock, se non la sua ormai spesso decretata morte rimarcando come "Oggi il rock non fa più male, è accettabile”.

Ho scritto questo per stimolare chi suona a pensare che rock non è vestirsi, atteggiarsi, acquistare certi strumenti.
Rock è cultura, una cultura potente, distintiva: da giovani, te lo ricorderai, senza dircelo, sapevamo di fare parte di un popolo trasversale, turbolento sì, ma pacifico, che cercava solo gioia e condivisione.
Direi questo: è morto chi ha fatto rock come contenitore senza contenuti, ma questo ha permesso a chi è venuto dopo, nelle ultime due generazioni, di capirlo e di ridare vita, sotto altre forme, a questa cultura.
Che esiste, è viva e vegeta. E non ha un numero di catalogo. Non si scarica da Internet. Si vive. Si respira. Ispira.


Come specificato Davide è uno dei giornalisti musicali più brillanti del panorama italiano, ha intervistato e incontrato fior di artisti.
Tom Verlaine, mitico leader dei Television rispose quasi infastidito a una sua domanda su un suo disco, dicendo che la musica parlava da sè, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, declassando di fatto, in una breve frase il ruolo del giornalista musicale.
Quell’intervista fu tra le più intense che feci da ventenne, è infatti l’unica del passato “remoto”, dei miei inizi.
Mi fa piacere tu l’abbia notata, perché è inclusa proprio per questa ragione: ho sempre avuto dei problemi a sentirmi giornalista. Quando parlavo e quando parlo coi musicisti, mi sento semplicemente uno di loro, solo che invece di suonare, io scrivo. Questo, in trentacinque anni di lavoro nell’editoria, in decine e decine di incontri con nomi di qualsiasi magnitudine, mi è stato anche spesso riconosciuto. Non trovavi e non troverai mai aneddoti o trivialità nelle mie interviste. A me piaceva ascoltare cosa dicevano loro, circa quel sentire comunque.


Davide Sapienza è uno che cammina e pure tanto. Ora ci ospita in questo suo viaggio, pieno di sorprese, di passione, di anima, di cuore.

L'intervista integrale.

1) Nel libro parli spesso dei Beatles. Cosa si può ancora dire di loro nel 2019? “Ringiovaniscono invece di invecchiare” come dici nel capitolo su “Abbey Road”?
I Beatles hanno per me, come per molti milioni di ragazzi, l’inizio, l’anno zero, di qualcosa di nuovo. Certo, non sapevo, a undici anni, che si erano già sciolti.
Non erano cose che si pensavano, allora: esistevano loro, esisteva la geografia del loro mondo. Perciò per me è stato come andare sulla Luna, il che vale in generale per la fruizione della grande arte.
Ti porta sempre verso pianeti sconosciuti, universi impensabili.
E i Beatles, in questo, sono tra quegli artisti che lo fanno sempre, anche quando magari non li ascolti da anni, con intenzione, e improvvisamente ti accorgi che ci sono pianeti e universi che ancora non avevi “percepito”.
E’ il potere della musica. Non vive nel tempo. E’ uno spazio, un orizzonte. Sono le terre del suono.

2) Scrivi a proposito del 1968: “Ci si ritrovò a percorrere un punto dal quale stava per fuoriuscire un’eruzione vulcanica di immaginazione, desiderio di libertà, pace, bellezza e condivisione”.
Credi ci sia ancora la possibilità che accada qualcosa di simile nella società o solo semplicemente nell’ambito “pop” ?

Beh, poiché parliamo di attività umane che, nel caso dell’arte musicale dimostrano questa connessione cosmica e interstellare con qualcosa di veramente immenso – un infinito territorio di possibilità – potrei dire che spetta solo a noi.
Evidentemente, nell’evoluzione umana, il 1968 e in generale tutto quello che è stata la rivoluzione culturale del rock nell’ambito popolare, se ci pensi veniva da stimoli profondi raccolti dai poeti della Beat Generation, la controcultura che accolse il messaggio più antico dell’umanità, ovvero quello delle filosofie orientali come il Tao.
Non serve teorizzarle, assorbire è sufficiente, anche senza sapere cosa stai assorbendo: l’artista assorbe e connette agli impulsi provenienti da quelle “terre del suono” per poi donarci qualcosa di molto più grande della persona che la crea. Le vie affinché questo accada, proprio come i sentieri tra i boschi o in alta montagna, piuttosto che le rotte nell’oceano, sono praticamente infiniti.
Abbiamo tanto da esplorare: serve solo prenderne coscienza. Il 1968, fu una rivoluzione della coscienza.
Pacifica.
La violenza ce la misero le parti più o meno deviate degli Stati “democratici”.
Ma non si può fermare l’evoluzione.
Oggi questa rivoluzione può essere artistica e partire dalle coscienze: quella, partì dalla presa di coscienza della crisi ecologica. Oggi abbiamo i ragazzi che sono stati in qualche modo risvegliati da Greta Thunberg, figlia a sua volta di una lunga linea di persone arrivate nel posto giusto al momento giusto. Come la controcultura rock. Perché di controcultura, dobbiamo parlare.
Oggi la cultura dominante è anche peggiore di quella contro la quale si rivoltavano i giovani del ‘68. Basta vedere la situazione dell’informazione e dell’editoria cartacea, radiotelevisiva, per capirlo.

3) Syd Barrett può essere la perfetta rappresentazione di chi, inconsapevolmente e involontariamente, è “morto prima di diventare vecchio” per dirla alla Pete Townshend?
Barrett rappresenta il potenziale.
Ci ha lasciato una manciata di “possibilità”. Capolavori incredibili, che non hanno trovato continuità: il Syd-lenzio, come lo chiamo io, catatonico, nel quale cadde, non impedì alle sue intuizioni interstellari di penetrare il tessuto connettivo della cultura popolare.
Dunque lui se ne andò vivendo da “vegetable man” (e la vita vegetale, ricordiamolo, ha una sensibilità e percepisce, non significa che non abbia impulsi: ha solo un linguaggio diverso da quello animale), però è comunque una presenza.
L’esistenza umana passa, la vita è sempre perché nasce dal ciclo vita e morte.
C’è più morte che vita nell’universo, il che non è negativo: è semplicemente l’equilibrio necessario affinché la vita riconosca se stessa.

4) "Oggi il rock non fa più male, è accettabile” dici a pagina 47. Confermi dunque quello che da tempo si dice e cioè che il rock è morto ?
Ho scritto questo per stimolare chi suona a pensare che rock non è vestirsi, atteggiarsi, acquistare certi strumenti. Rock è cultura, una cultura potente, distintiva: da giovani, te lo ricorderai, senza dircelo, sapevamo di fare parte di un popolo trasversale, turbolento sì, ma pacifico, che cercava solo gioia e condivisione.
Direi questo: è morto chi ha fatto rock come contenitore senza contenuti, ma questo ha permesso a chi è venuto dopo, nelle ultime due generazioni, di capirlo e di ridare vita, sotto altre forme, a questa cultura.
Che esiste, è viva e vegeta.
E non ha un numero di catalogo. Non si scarica da Internet.
Si vive. Si respira. Ispira.

5) "Il racconto di Siapoe” si chiude con la frase “Mi sono battuta per una giusta battaglia, ora il mio tempo è concluso”.
E’ una metafora generazionale ?

Si. Credo che ogni generazione debba accettare di fare i conti con se stessa.
La vita, dunque anche quella umana, si fonda sul principio che tra miliardi di semi, uno sopravviva e si sviluppi, cresca, diventi ciò che deve essere. Lo stesso è accaduto con quella generazione e le seguenti, negli ultimi decenni.
Se però ci pensi bene, nonostante i tanti scomparsi in anni recenti alla soglia della vecchiaia anagrafica, chi è ancora vivo, è ancora quel seme, porta in giro quel messaggio e ha ispirato chi ha colto il senso diverso e rivoluzionario.
Oggi giustamente si parla molto di diversità e inclusione: la cultura rock, fa parte di questo tema a mio avviso.
Perciò, chi della generazione precedente la nostra, oltre alla nostra, è rimasto vivo – non è invecchiato dentro, ha continuato a credere che qui&ora la musica possa fare la differenza in quanto (anche) cultura, è comunque un esploratore di possibilità mai esplorate prima.

6) Nel libro parli di artisti, epoche, episodi spesso lontani. E in un passo sottolinei quanto possa essere difficile (impossibile?) poter spiegare certe cose a un ventenne di oggi.
Si è vero.
Credo sia impossibile spiegare a un ventenne come era possibile che un album rock potesse creare discussione per settimane, confronto, diventare aggregazione.
Ma quelle generazioni, quelle del secondo dopoguerra, sono quelle che avevano ricevuto un impulso potentissimo di vita per reagire appunto all’orrore dell’olocausto e delle dittature.
Non bisogna guardare “cosa è andato storto” e farlo diventare il paradigma sbagliato, quello è un incidente di percorso. Occorre semplicemente risintonizzarsi, basta farlo attraversando, come suggerisce il titolo del libro, le terre del suono. Sono terre interiori: sono il richiamo della foresta che abbiamo dentro.
E che dobbiamo seguire.
Senza sosta.

7) Interessante l’opinione di Tom Verlaine, restio a parlare della propria opera, “come se già non parlasse da sola a sufficienza”. Ovvero il ruolo del giornalista in qualche modo declassato.
Quell’intervista fu tra le più intense che feci da ventenne, è infatti l’unica del passato “remoto”, dei miei inizi.
Mi fa piacere tu l’abbia notata, perché è inclusa proprio per questa ragione: ho sempre avuto dei problemi a sentirmi giornalista.
Quando parlavo e quando parlo coi musicisti, mi sento semplicemente uno di loro, solo che invece di suonare, io scrivo. Questo, in trentacinque anni di lavoro nell’editoria, in decine e decine di incontri con nomi di qualsiasi magnitudine, mi è stato anche spesso riconosciuto. Non trovavi e non troverai mai aneddoti o trivialità nelle mie interviste.
A me piaceva ascoltare cosa dicevano loro, circa quel sentire comunque.

8) Torni alla musica dopo una lunga assenza. Come mai? E per restarci?
Questo libro l’ho voluto pubblicare per raccontare a chi mi segue che dalla musica non mi sono mai allontanato realmente.
Poiché siamo bombardati da impulsi, paradossalmente è stato più facile nascondersi in pubblico, scrivendo, mentre sviluppavo il mio cammino editoriale geopoetico, non tanto “di” ma “con” la musica – anche incontrando giganti della cultura pop come George Martin, Scott Walker, Robert Wyatt o Jonathan Demme, per citare alcuni dei nomi presenti nel mio libro. Mi serviva allontanarmi dal meccanismo discografico, dopo averlo vissuto intensamente per venti lunghi anni, (anche come discografico, da label manager italiano per la Rykodisc). Con la musica, dunque, sono sempre rimasto, lasciandomi guidare dalla sua infallibile capacità di donarmi emozioni e visioni.
L’ho fatto anche attraverso i vari storytelling musicali portati in tour, spesso tratti dai miei libri, ma anche quelli di Jack London (del quale ho tradotto e curato molti classici), con musicisti diversi per formazione ed estrazione come Francesco Garolfi (una mia scoperta, chitarrista e vocalist che pubblicò anche un cd per una piccola label, ormai chiusa, che fondai anni fa, 1968.
Odissea Nel Rock oltre ad avere scritto le canzoni strumentali di Wild, cd colonna sonora dello storytelling del 2014, dedicato a Jack London), Giuseppe Olivini, Gabriele Mitelli e naturalmente, per alcune apparizioni sparse nel tempo, con Cristina Donà.
E inoltre, il testo di uno dei capitoli di Attraverso Le Terre Del Suono era un inedito scritto appositamente per una performance fatta anni fa in Sardegna, al Capodanno dei Poeti di Seneghe. Ma c’è un’altra particolarità: nel mio ultimo libro Il Geopoeta.
Avventure Nelle Terre Della Percezione, uscito il marzo scorso, un capitolo è quello che dato l’annuncio di questo nuovo libro, il ritorno all’editoria musicale, testo che è anche quello dell’omonima performance che stiamo portando in giro io e Marco Grompi. Tutta dedicata alla musica, questa volta.

domenica, novembre 10, 2019

Ala Tey



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Ala-Tey è un antichissimo insediamento umano, risalente all'età del Bronzo, scoperto nel 2014 e ribattezzato l'Atlantide della Siberia (situato nella Repubblica di Tuva, ai confini con la Mongolia), visibile solamente per 3 o 4 settimane all'anno, quando le acque del bacino idrico artificiale si ritirano.

A fine giugno, quando la neve si scioglie, Ala-Tey scompare sott'acqua, per ricomparire solo a fine maggio dell'anno successivo.

Ala-Tey, infatti, si trova nel Sayan Sea, prodotto dallo sbarramento della diga di Sayano-Shushenskaya, la 9ª centrale idroelettrica più grande del mondo la cui costruzione è iniziata nel 1963, lungo il fiume Einesj.

Sono state ritrovate al momento 110 tombe appartenenti a esponenti dei nomadi Hun, appartengono in maggioranza a donne della popolazione xiongnu e sono ricche di ornamenti e accessori.

Nelle tombe ci sono specchi, seta, monete, fibbie di cinture in bronzo, armi in pietra, coltelli di metallo, vasellame, provenienti dalla Cina nella dinastia Han tra il 206 a.C. e il 220 d.C..

sabato, novembre 09, 2019

Not Moving LTD



E' uscito il nuovo 45 giri dei NOT MOVING LTD per Area Pirata Records.
Con l'inedito "Lady Wine" e la ripresa, completamente riarrangiati di "Spider" e "Suicide temple"

http://www.areapirata.com/



NOT MOVING LTD in tour

Sabato 9 novembre: La Spezia “Skaletta”
Venerdì 22 novembre: Fontanafredda (PN) "AstroClub"
Domenica 15 dicembre: Catania "Teatro Coppola"
Venerdì 20 dicembre: Piacenza “Musici per caso"
Sabato 21 dicembre: Bologna “Freakout”
Domenica 22 dicembre: Torino “Blah Blah”

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832

venerdì, novembre 08, 2019

Mondiale di rugby 2019



A cura di Alberto Galletti

E così mi ritrovo qui, in un parcheggio di Piacenza un sabato mattina, seduto in macchina. Fuori pioviggina, fine, ma fitta, e insistente, e bagnata. Oltre la rete metallica del parcheggio ragazzi stanno giocando una partita di calcio di cui dovrebbe importarmi qualcosa.
Qui in macchina stò guardando una partita di rugby di cui dovrebbe importarmi poco o niente, ma la guardo. Ricordo di aver pensato, ad inizio torneo, questo mondiale di rugby, che non avrei guardato neppure una partita, e già sono in crisi con me stesso.

Stò guardando la finale. Non solo, ma voglio anche che l’Inghilterra vinca, speranza già spazzata via da quando ,mezz’ora fa, ho lasciato il bar in cui ero per venire qui, era la fine del primo tempo: Sud Africa 12-6 Inghilterra e niente, ma proprio niente di ciò che ho appena finito di vedere mi fa sperare in qualcosa che cambi l’andamento della gara. Nel campo giù di sotto i ragazzi continuano la loro partita di cui dovrebbe importarmi, ma io resto in macchina e mi guardo anche il secondo tempo.

Un torneo, questo mondiale 2019, composto da venti squadre: dieci non all’altezza e completamente inutili, due così così, e otto da mondiale.
Le prime tanto necessarie alla formazione di un format televisivo (invece di un torneo sportivo) quanto inadeguate a competere con le squadre propriamente dette (le ultime otto).

Naturalmente gli amministratori delegati di Sky e organizzatori vari avranno passato l’intera prima fase a fregarsi le mani soddisfatti ,mentre il pubblico riempiva gli stadi a decine di migliaia e accendeva tv e smartphones a centinaia di milioni per guardare un mese di partite inutili, scientificamente programmate al ritmo di una al giorno.
Un vomito penoso.
Nel disinteresse più o meno totale, aggravato dall’orario delle partite (le 8 o le 11 del mattino), ho provato, durante la prima fase, a guardare qualcosa: il secondo tempo di Australia-Galles.
Di una pallosità tale
, che non ho neanche aspettato la fine e dopo mezz’ora ho spento e me ne sono andato in bicicletta.
Ancora oggi non so quanto sia finita, e neppure ho idea di come siano state le classifiche al termine dei gironi.

Poi però, il quarto di finale che ha messo di fronte Australia e Inghilterra mi ha risvegliato l’interesse, così ho cominciato a guardare dai quarti, che rimane in ogni caso il punto in cui il torneo inizia davvero.

L’Inghilterra ha demolito l’Australia con una prestazione impeccabile.
Dopo aver resistito alla sfuriata iniziale dei wallabies, non più di 15’. I bianchi sono andati a segno due volte nel giro di tre minuti grazie ad una splendida doppietta di May.
Il vantaggio accumulato si rivelava incolmabile per gli australiani che accorciavano, senza mai impensierire davvero gli inglesi, che puntualmente riallungavano.
Fino a circa mezz’ora dal termine quando l’allenatore inglese cambiava i due piloni: da quel momento più niente: la forza e la devastazione inglese si abbatte su ogni raggruppamento ordinato o a terra,demolendo la resistenza australiana: un gran bel vedere!
Il punteggio segue il livello delle devastazioni e cresce fino ad un pesantissimo 40-16, foto perfetta dell’andamento della partita.
Le facce attonite o forse addirittura sgomente degli australiani a fine gara una goduria impagabile, erano pure convinti che avrebbero vinto. Personalmente il punto più alto del torneo .

Nel secondo quarto (di finale) gli strafavoriti All Blacks fanno a pezzi un’Irlanda in ribasso e già umiliata nell’incontro d’apertura dai padroni di casa giapponesi.
22-0 alla fine del primo tempo e più o meno altrettanti nel secondo per un 46-14 finale che non lascia campo a discussioni di sorta: una passeggiata.

Il match più interessante a questo turno è stato senz’altro Francia-Galles.

I transalpini presentano un XV sorprendente: molto giovane, poco o niente testosterone, gente muscolosa solo nelle posizioni opportune e mediana-trequarti composta di ragazzi ‘normali’ (comunque con bei fisici da atleta per carità) e focus sul gioco aperto, il contrario del Galles, costruito ad immagine e somiglianza del suo allenatore, il neozelandese Gatland, che raccogliendo i cocci di una squadra in pezzi impostò dal primo giorno il suo credo, fisicità, fisicità, fisicità e ancora fisicità, non importa poi che si giochi con una palla ovale, potrebbe benissimo essere la ruota di un camion o un pezzo di cemento, per questi energumeni profeti dell’ anti-rugby.
La mischia transalpina è meno forte di quella avversaria ma Brunel ha cervello rugbistico, sembra, e quindi i raggruppamenti non vengono cercati ossessivamente e quando li si gioca durano il meno possibile in modo da poter far uscire quanti più palloni possibili al largo dove sicuramente gli energumeni fisicati in rosso, tutti presi a fiondarsi sul punto di incontro, vanno in affanno lasciando aperto qualche buco.
E infatti.
I francesi vanno in meta già dopo quattro minuti con un ottima azione degli avanti e raddoppiano tre minuti dopo con una splendida segnatura del terza linea Ollivon, 12-0 al 13’ Per me questa è la miglior segnatura del torneo e uno spettacolo vedere tutti i palestrati gallesi irrimediabilmente fuori posto, correre all’indietro a precipizio nel tentativo, vano, di acchiappare gente molto più veloce di loro.
Sembrava un tuffo nel passato, ai primi anni ’90, prima che la legalizzazione del professionismo desse il via all’imbruttimento (costante) del gioco.

I Gallesi accorciano con Wainwright e un piazzato di Biggar. Le squadre vanno al riposo con i transalpini meritatamente avanti per 19-10. Ma poi ecco che dopo neanche dieci minuti dall’inizio del secondo tempo, il seconda linea francese Vahaamahina, autore della prima meta, colpito da raptus di follia, sferra una gomitata tremenda ad un gallese in un raggruppamento, un colpo che a uno di noi ci avrebbe ammazzato. Inevitabile arriva il cartellino rosso.

La partita prosegue e fino a metà tempo, i francesi tengono bene e i gallesi vanno avanti a capirci poco. La pressione dei fisicati però continua ad aumentare e i francesi nell’ultimo quarto d’ora cominciano davvero a patire l’uomo in meno e ad arretrare progressivamente fino a subire la meta decisiva a 5’ dal termine. Forze non ne hanno più e il Galles mantiene il punto di vantaggio e vince 20-19.
In parità numerica non avrebbero mai vinto, una squadra pessima nell’attitudine e inguardabile va in semifinale.

Troverà il Sudafrica che nell’ultimo quarto disintegra senza pietà i sogni dei padroni di casa.
Giocando la loro classica partita segnano tre mete, concedono solo un calcio agli avversari e li gonfiano comunque di legnate, come loro costume. 23-6 il finale, una partita da primo turno.
Comunque onore a questo Giappone che è riuscito a qualificarsi al secondo turno battendo Irlanda (già detto sottotono) e Scozia che sembra ormai irrimediabilmente perduta a certi livelli.

La prima semifinale riserva la più grossa sorpresa ad un mondiale da un quindicennio a questa parte:
la Nuova Zelanda perde una partita (non succedeva dal 2007) e viene eliminata.

A compiere l’impresa è questa sempre più sorprendente Inghilterra che, in capo ad una prestazione stellare, impedisce agli All Blacks di segnare per 55’ (voglio vedere quando sarà la prossima volta che succederà), segna una meta al primo minuto e rimane in vantaggio dall’inizio alla fine.
Fondamentale per me la capacità degli inglesi di tenere il possesso di palla e giocare , costringendo i tutti neri a guardare invece che essere guardati, ribaltando così il copione della partita standard degli allblacks che vengono costretti a guardare invece di essere guardati. Il ruolo non gli si addice un granchè e infatti perdono malamente l’incontro.
Qualcuno, non ricordo chi, all’interno dell’entourage inglese lo aveva detto in settimana : riuscire a creare una situazione del genere sarebbe stato determinante per le sorti dell’incontro.
Molto bravi gli inglesi, comunque, per essere riusciti a giocare ‘al largo’ bene e con efficacia contro un avversario del genere. La prestazione degli albionici desta sensazione tra appassionati.
L’Inghilterra diventa ora, nel segno di questa epica impresa, la favorita n.1 alla corona mondiale.

Dall’altra parte del tabellone Galles e Sud Africa si fanno fuori, letteralmente, il secondo posto per la finale.
Ho guardato l’incontro, usandomi violenza, un minimo, e rimandato il domenicale appuntamento con la bici da corsa e le stupende colline oltrepadane di un paio d’ore. Tempo sprecato, una lotta di forzuti con il pretesto di una palla di forma strana, nulla più. Brutale esercizio di forza fisica sottesa al collocamento di ‘sta strana palla oltre una certa linea, esercizio che diventava talvolta tedioso .
Ma se dal Sud Africa posso dire che mi sarei aspettato proprio quello, ne più ne meno, conservavo una minima speranza che il Galles trovasse magari qualche brace ancora accesa del vecchio ardore anni 70 per cercare di metterer in crisi gli Springboks al largo. Niente, proprio niente.

Essendo stato forgiato ormai da una dozzina d’anni da Gatland, il Galles riesce ad essere, se possibile, da un punto di vista del gioco offerto, anche peggiore del più conservatore dei Sud Africa. Ne scaturisce una partita inguardabile, nessuna concessione, fino al momento in cui il Galles comincia a cedere ma mancavano dieci minuti,al gioco aperto da parte Springbok, più o meno altrettanto dall’altra parte.
Si può notare comunque come entrambe le contendenti siano concepite, a livello di squadra, in esclusiva funzione del risultato.
Tradotto per chi segue più o meno solo il calcio: peggio dell’Inter di Herrera.
Vince il Sudafrica, al termine di una battaglia fisica enorme ed estenuante. Solamente tre i punti di scarto ma per me ben più ampio il divario in campo. Specie nel primo tempo quando i primi tre davanti del Sud Africa hanno reso la vita impossibile agli avversari. Diretti e indiretti. La superiorità fisico-tempistica springbok in questa fase di gioco mi è apparsa spietata.
Il Galles, costruito negli ultimi dodici anni (tanti, tantissimi) esclusivamente su questa falsa-riga viene battuto dai maestri del gioco fisico, sparagnino e cattivo (per davvero)ai quali il loro allenatore si è sempre ispirato, rinnegando e distruggendo la tradizione di tre-quarti devastanti che aveva issato il XV delle tre-piume al vertice del mondo ovale tra il 1969 e il 1980, non raggiungendo, per giunta, l’obbiettivo prepostosi: la vittoria del mondiale.

Arrivo quindi a questa mattina, agli impegni di lavoro, completamente ignorati, a quelli famigliari, onorati con un occhio alla finale.
Dopo aver mollato il figliolo al campo sportivo, cerco, insieme alla gentile consorte, un bar accettabile per passarci un ora in attesa della partita del figlio. Io mi guardo il primo tempo in cuffia: niente di buono.

Avevo pensato, un paio di giorni fa, che la finale avrebbe potuto andare male, ma non è che ci credessi veramente.
Le ultime due partite del XV della rosa mi avevano lasciato ottimista. C’era una sola possibilità che la finale andasse male: il Sud Africa fa una partita da Sud Africa vecchia scuola, allora sono cazzi. E lo sono : amari.

La mischia sudafricana gioca un primo tempo fenomenale, devasta il corrispondente reparto inglese per di più intimorendo anche gli altri reparti. Ne scaturisce una parata di orrori inglesi fatta di continue infrazioni sul punto d’incontro, dimostrazioni varie di inferiorità fisico tecnica in mischia, sia ordinata che aperta e errori con le mani da parte di alcuni, l’estremo Daly in particolare a me è sembrato veramente disastroso. La conseguenza di ciò è una sfilza di calci di punizione a favore del Sud Africa che permette loro di andare al riposo sul 12-6. Speranze ne vorrei avere ancora, il tempo non mancherebbe, ma per quello che ho visto fino a qui, spazio per sperare non ce n’è.
E infatti il secondo tempo ricalca l’andamento del primo, l’Inghilterra accorcia di un calcio, il Sud Africa allunga (di due), fino alle battute finali quando protesi in avanti nel tentativo di rimediare ad una situazione ormai ampiamente compromessa, gli inglesi vengono trafitti due volte ai fianchi dalle ali sudafricane che segnano due mete all’angolo, una per lato.
Il finale è pesantissimo 32-12 ma direi giusto.

Il Sud Africa, zitto zitto, vince il suo terzo titolo mondiale. Sottolineo l’importanza, non solo simbolica, del primo capitano di colore nella storia della nazionale sudafricana di rugby. Impensabile ai tempi della prima vittoria mondiale del ’95 e realtà oggi.
Per di più vincente.

Esco dalla macchina, nel parcheggio l’asfalto è ininterrottamente battuto dalla pioggia.
Nel campetto a fianco, sta cominciando il secondo tempo.
Il figliolo continua il suo allenamento/riscaldamento, entrerà dopo dieci minuti.
Anche la partita di cui dovrebbe importarmi qualcosa, visto chi sono gli avversari, oltre al ragazzo ovviamente, si conclude con una sconfitta: Piacenza 2-4 Genoa, ma i nostri han ben giocato, più di quelli che ho appena finito di guardare in macchina.
Torniamo tutti e tre al bar di prima e mi concedo una meritata birra.

Per tutti quelli che mi hanno insultato o pensato che sia un deficiente leggendo la mia tirata anitgallese: è probabile che abbiate ragione, ma io non cambio.
Però guardatevi il video linkato di sotto. Guardate e poi pensate a Gatland e a quelli come lui che hanno fatto diventare il rugby quello che è oggi.

https://www.youtube.com/watch?v=6j3UYslPOP4

giovedì, novembre 07, 2019

Gli anni 90 del Bar Tabacchi di via Larga Numero 8 di Filippo d’Angelo



La Milano e la Lombardia tra la fine degli Anni 80 e gli Anni 90 che crea una rete di musicisti underground che si raduna intorno a sale prove, negozi di dischi, prime incisioni discografiche e trova come punto di riferimento il Bar Tabacchi di Via Larga (in cui suonarono alcuni dei nomi destinati a fare poi la storia del rock italiano, dagli Afterhours ai Carnival of Fools, futuri La Crus, Karma, Lilith, Punkreas, Uzeda, Massimo Volume, i Golden Age (futuri BluVertigo) etc.

Decine di testimonianze, ricordi, foto, filmati.
Tra i tanti ne parlano Gianni Maroccolo, Cristiano Baldo (Il Ruvido), Roberto Binda, Massimo Pirotta (giornalista e socio del Bloom),Oreste Zurlo (Fridge Records).
Testimone diretto bassista dei Blak Vomit e anche narratore per immagini è Filippo d’Angelo.

Come sempre un interessante tassello su un'epoca andata...

Il video è qui:
https://www.facebook.com/kultgeneration69/

mercoledì, novembre 06, 2019

200 Motels



Il film culto diretto nel 1971 da Frank Zappa e Tony Palmer con la partecipazione di Ringo Starr (nei panni di Zappa), Keith Moon, Pamela Des Barres (e varie altre groupies) e le Mothers of Invention, verrà ripubblicato a breve in un cofanetto con DVD rimasterizzato e un altro con contenuti speciali e inediti.

Un lavoro difficilmente intellegibile, con una trama molto flebile, una recitazione quanto meno improvvisata e discontinua, seppur girato con tecniche innovative per l'epoca.
Testimonianza di certa sperimentazione visionaria e "avanguardista" dell'epoca, folle, schizofrenica e coraggiosa.
Zappiana.

Ma sostanzialmente, al di là del rispetto per il geniale musicista, appare semplicemente un film inutile, brutto e senza alcuno spessore apparente (se si escludono le parti suonate dal vivo delle Mothers of Invention) e la gustosa curiosità di vedere le bizzarrie di Ringo e Keith Moon.

lunedì, novembre 04, 2019

Fenomenologia di Un Posto Al Sole



Riporto l'articolo scritto ieri per "Libertà" .

Mi diverto sempre molto quando “confesso” di essere un fan accanito, praticamente dalle prime puntate, della soap opera “Un posto al sole”, suscitando, come minimo, stupore e perplessità, dovendo spesso convincere gli astanti che non sto scherzando ma che, al contrario, sono tremendamente serio..
Peraltro, nel tempo, ho scoperto essere sodale, in questa attività carbonara, di moltissimi altri rappresentanti della scena “alternativa” più estrema, musicisti o esponenti del giro hardcore, garage punk, financo occupanti di centro sociali duri e puri.

La serie è iniziata nel lontano ottobre 1996, inanellando oltre 5.000 puntate, tutti giorni una mezzora, dal lunedì al venerdì, con brevi pause nel periodo a cavallo di Ferragosto, diventando la più longeva della televisione italiana.
Partita con una media di un milione di spettatori si è attestata da anni, grazie alla favorevole collocazione, tra le 20.30 e le 21, intorno a uno zoccolo duro di ben tre milioni.
E' prodotta da Rai Fiction e dalla sede Rai di Napoli, luogo in cui si svolgono le vicende.

Che ruotano intorno ad una serie di famiglie, le cui storie si intrecciano, tra parentele, matrimoni, relazioni, abbandoni, colpi di scena, talvolta cruenti e drammatici.
Una dozzina i protagonisti fissi ma decine di altri quelli che si sono alternati in tutto questo tempo (inclusi quelli deceduti nella fiction. Storica la morte della moglie di uno dei protagonisti nel primissimo periodo, dopo che era diventata una beniamina del pubblico e che periodicamente torna in qualche flashback e ricordo del marito).

Una particolarità che caratterizza il cast fisso e inamovibile di cui sopra, sono i cambiamenti dei protagonisti che nel corso di questi 23 anni sono invecchiati, si sono trasformati fisicamente, i bambini sono diventati adolescenti, gli adolescenti adulti, con tutte le conseguenti problematiche che sono state adattate al loro ruolo.


E gli sceneggiatori hanno adeguato le modifiche estetiche inserendole come particolarità della vicenda.
Allo stesso modo gli episodi vanno di pari passo al calendario reale, festeggiando il Natale, la Pasqua, il Capodanno, facendo riferimenti ad eventuali eventi straordinari (i Mondiali di calcio o le Olimpiadi) in svolgimento, rendendo il pubblico ancora più partecipe, vicino e in simultaneità.

Una storia che non ha mai fine, che ovviamente cambia ma non si evolve, restando ancorata alla location principale, Palazzo Palladini (ovvero Villa Volpicelli, situata a Posillipo), dove tutte le famiglie vivono.

La particolarità principale che contraddistingue “Un posto al sole” dalle solite soap opera è l'attenzione che viene costantemente data a tematiche sensibili e spesso evitate in spettacoli “leggeri”.
L'omosessualità (maschile e femminile), transessualità, la camorra, l'adozione di minori, l'abbandono scolastico, l'alcolismo, il gioco d'azzardo, la delinquenza giovanile, bullismo, tossicodipendenza, stupro, prostituzione, usura, Aids, stalking, rifugiati e immigrati, sono da sempre presenti, trattati con molta cura, aderenza alla realtà, senza eccessi di moralismo o aspetti pruriginosi.
Svolgendo un ruolo di educazione civica e pedagogica non indifferente, rivolgendosi quotidianamente ad un pubblico così ampio. Altrettanto interessante constatare come la collocazione partenopea porti, ovviamente, ad una parlata dalle forti inflessioni dialettali ma mai troppo invasive o poco comprensibili (come è invece d'uso in varie fiction “territoriali”, da “Gomorra” a “Suburra”).

Tra gli aspetti apparentemente secondari ma spesso evidenziati da piccoli e significativi particolari, c'è la sottolineatura classista delle varie tipologie di personaggi.

I “ricchi” e “padroni” sempre in giacca e cravatta, si dissetano costantemente e unicamente con bicchieroni di whisky e liquori vari, i “poveri” e proletari ripiegano su vino (gli anziani) e birra (i giovani), quest'ultima spesso sorseggiata direttamente dalla bottiglia.
I “cattivi” sono veramente cattivi, capaci di ogni scorrettezza e solo occasionalmente redenti da qualche evento eccezionale (dove dimostrano di essere in fondo potenzialmente bravi).
I “buoni” sono invece costantemente disponibili e altruisti e finiscono per subire i soprusi, uscendone comunque a testa alta in nome della loro specchiata onestà. Le loro eventuali devianze sono frutto di motivi contingenti, di ingenuità o raggiri.

Uno spaccato di vita reale, fatto con pochi mezzi, a volte elementare, minimale e basico (ad esempio da qualche mese l'evidente disponibilità di un drone ne comporta il costante utilizzo almeno una volta in ogni punta, con spettacolari quanto ormai risapute riprese di Napoli dall'alto).

Per gli adepti un irrinunciabile appuntamento quotidiano, una sicurezza che non delude mai.

mercoledì, ottobre 30, 2019

Il meglio del mese. Ottobre 2019



Ci si avvia alla fine del 2019, tanti titoli in gara per il top dell'anno: Specials, Dream Syndicate, Iggy Pop, The Beat, Joe Jackson, Bob Mould, Paul Weller, Ride, la compilation 3X4, PP Arnold, Nick Cave, Avery R. Young, Chris Robinson Brotherhood, Oh Sees, Limboos, Fontaines DC, Kate Tempest, Philip Bailey, Liam Gallagher, Durand Jones and the Indications, Soul Motivators, Sleaford Mods, Suzi Quatro, Juliana Hatfield, Tanika Charles, Mavis Staples, Hugo Race Fatalists, The Raconteurs, Hannah Williams and the Affirmations, Gospelbeach..

In Italia Winstons, Daniele Silvestri, Julie's Haircut, Massimo Volume, Cesare Basile, Piaggio Soul Combination, Giuda, Oscar, Vinicio Capossela, Yum, Giulio Casale, I Rudi, Minis, London Underground, Ifriqiiyya Electrique, Oscar, Doubling Riders, Homesick Suni, Ophiuco, Zac, Massimiliano LaRocca, Aldi dallo spazio.


HANNAH WILLIAMS AND THE AFFIRMATIONS - 50 Foot Woman
Nuovo album per la fenomenale cantante di Bristol, accompagnata da una band che, come sempre, fa faville. Potentissimo funk soul dalle tinte blues e gospel, brani scintillanti, una produzione impeccabile che mette in risalto il sapore 60's ma si pone in una chiave modernissima e attuale.
E candida quello di Hannah tra i migliori album "black" dell'anno.

KIM GORDON - No home record
Esordio solista oscuro, angosciante, duro, sperimentale, elettronico, Sonic Youth, personale e con un marchio di fabbrica ben riconoscibile.
A me piace l'artista Kim Gordon e la sua musica.

BEATLES - Abbey Road 50th anniversary
Sono piuttosto contrario, anzi nutro una profonda avversione per il remix degli album storici/intoccabili/monumenti.
Lo avverto come un ennesimo raschiamento del barile.
Il lavoro di Gilles Martin è comunque encomiabile, rende vivido il suono, esalta alcune parti (vocali e strumentali), ci fa riascoltare l'album in altra veste, certo, ma rimane la sensazione di un'operazione del tutto inutile, con l'unico scopo di rivendere per l'ennesima volta la stessa cosa.
Detto questo "Abbey Road" è uno dei miei tre/quattro dischi preferiti di sempre, i Beatles l'espressione umana che più si avvicina a Dio e quindi l'ho riascoltato con grande gusto e piacere.
Il compendio di demo e provini è come sempre abbondante, gustoso e interessante, delizioso per i Beatlesiani accaniti, sicuramente superfluo per il fruitore "normale".
Molto bella la versione più ruvida e rock di "You never give me your money", fantastico assaporare la precisione metronomica del drumming di Ringo nella take 9 di "Here comes the sun" e il raffinato lavoro su "Oh darling" take 4.
C'è la suite del lato B con "Her Majesty" inserita come originariamente previsto e non spezzone finale.
Un'ennesima operazione che non mancherà di placare la sete di "novità" dei Beatlesiani.

RINGO STARR - What's my name
Il buon Ringo non smette di buttare sul mercato nuovi dischi dallo spessore mediocre e dal sapore sempre più insipido.
Nessuno ha mai preteso più di tanto ma in carriera qualcosa di buono (talvolta ottimo) lo aveva azzeccato.
Sono invece anni che è adagiato sulla nostalgia (qui un brano di John con Paul al basso e ai cori non particolarmente irresistibile e una versione di "Money" inascoltabile con voce con vocoder). Il resto è qualche brano grintoso e poco altro.
Un po' meglio delle cose più recenti ma, con tutto l'affetto e l'amore: Ringo, ti prego, basta...

NICK CAVE AND THE BAD SEEDS - Ghosteen
La musica "rock" è il più delle volte rappresentazione, teatralità, finzione, metafora.
Raramente riesce ad esplicitare l'animo umano in tutta a sua spontaneità.
"Ghosteen" è una marcia funebre solenne e straziante, da essere, a tratti, insopportabile, per intensità.
La pace rassegnata nell'ineluttabile.
Linee musicali minimali e scarne per un disco unico, coraggioso, impressionante, irripetibile.

JOHN COLTRANE - Blue World
Nel 1964 Coltrane tra "Crescent" e "A love supreme", entrò in studio per incidere la colonna sonora del film "Le chat dans le sac" di Gilles Groulx con i fidati Jimmy Garrison, Elvin Jones e McCoy Tyner. Per la prima volta riprende brani già incisi e aggiunge l'inedita (stupenda) "Blue world". Le incisioni non verranno mai pubblicate, fino ad oggi.
Coolness allo stato puro.

MARK LANEGAN BAND - Somebody's knocking
Non sarà un capolavoro ma il nuovo album è sempre efficace, gradevolissimo nel suo mix di decadentismo dark/goth (a tratti vicino ai Psychedelic Furs), elettronica quasi danzereccia, l'anima deep blues che continua a rantolare come sempre.
Buon disco.

JULIE'S HAIRCUT - In the silence electric
Ottavo album per la band emiliana, che non finisce di stupire per quanto sia progressivamente in grado di ampliare lo spettro di suggestioni sonore e artistiche.
Nei 40 minuti (9 brani) convergono i Pink Floyd di "Ummagumma", i Suicide, il kraut rock ipnotico e tronico dei Neu!, Lou Reed, shoegaze, feedback "sonici" e tanta, tanta psichedelia nelle sue forme più progressive e meno ancorate al classico concetto del "genere".
Stiamo parlando in questo caso di espansione della mente, di allargare orizzonti e obiettivi.
Lo spessore e il respiro sono da tempo internazionali, le proporzioni di sviluppo sempre più esponenziali.
Un gruppo unico nel panorama nostrano, un disco, ancora una volta, di qualità eccelsa.

ZAC - Zac
Lorenzo Moretti (chitarrista e compositore nei Giuda) e il polistrumenista Tiziano Tarli, firmano un irresistibile esordio per la prestigiosa etichetta inglese Damaged Good. Power pop dalle melodie di gusto 60's, innestate in un sound primi 70, tra glam, rock FM dell'epoca, Marc Bolan, Be Bop DeLuxe.
Disco divertente, esplosivo, super cool!

TEMPLES - Hot Motion
Il terzo album della band inglese ci conferma l'alta qualità delle loro composizioni, visionarie, Barrettiane, pop psichedeliche, che guardano ovviamente ai tardo 60's ma anche ai primi 70 ma hanno un gusto modernissimo, fresco, attuale.

ALLAH LAS - Lahs
Uno stupendo mix di sonorità tipicamente American 60's, da Buffalo Springfields a Byrds, attraverso Love e Jefferson Airplane, un tocco di indolenza alla JJ Cale, uno sguardo al George Harrison solista. Il tutto in una tonalità narcolettica e ipnotica, avvolgente e lisergica.

GOSPELBEACH - Let it burn
Puro groove West Coast tardo 60 con pizzichi di Stones, qualche buona dose di rock n roll, Kinks, Small Faces, country e soul.
Ancora una volta una prova di grande livello per una band da tenere in costante crescita.

TAXIWARS - Artificial horizons
I TaxiWars sono il frutto della collaborazione tra il frontman della rockband dEUS Tom Barman e il sassofonista belga Robin Verheyen.
Il risultato è un album particolarissimo tra intensi groove funk, un forte sapore jazz, un gusto noir che permea il tutto. Un lavoro affascinante e avvolgente.

THE COMET IS COMING - The Afterlife
Shabaka Hutchings e la sua band tornano con un ep di sei brani come sempre all'insegna dell'avanguardia del new british jazz. Funk, elettronica, jazz, hip hop, spiritual e cosmic jazz. Interessante e perfetto specchio di come si sta evolvendo il jazz più progressista.

NEJIRA - Blume
Brillante esordio per il collettivo prevalentemente femminile. Sezione di quattro fiati, batteria, contrabbasso, chitarra. Grande groove jazz funk a anche nu soul, hip hop e altre contaminazioni sparse tra afro e reggae.

JOE ARMON-JONES - Turn to clear view
Membro degli Ezra Collective con un album solista pregevolissimo in cui jazz, funk, soul e spiritual soul si amalgamano alla perfezione.
Con l'aiuto di alcuni amici/che (tra cui la favolosa Georgia Ann Muldrow), un lavoro avvolgente, sinuoso, super cool.

KOKOROKO - ep
Ensemble di otto elementi alle prese con un ep di esplicita ispirazione afro jazz in chiave molto dilatata, lenta, liquida.
Un sound più tradizionale e meno innovativo rispetto alla direzione caratteristica della scena New Brit Jazz.

LONDON AFROBEAT COLLECTIVE - Humans
Spettacolare album di afrobeat, soul, jazz, dub e afrofunk, dalle forti connotazioni politiche e dal groove spesso irresistibile. Travolgente!

THE MIGHTY MOCAMBOS - 2066
Viaggia di torrido funk la band di Amburgo. Anche tanto soul e ogni declinazione della black music. Ospiti come Gizelle Smith, Ice T e Lee Fields completano il parterre. Ottimo album!

PROFESSOR WOUASSA - Yobale ma!
Vengono da Losanna e sono in undici a suonare un eccellente afro funk di grande fattura, tanto jazz e un groove di prima qualità.
Band da seguire e apprezzare.

KAPUTT - Carnage Hall
Sestetto scozzese che si muove tra X Ray Spex, B 52's, Devo, Minutemen. Brani nevrotici e nervosi, ritmiche spezzate, umori free jazz e no wave. Strani, energici, pulsanti.

WIVES - So removed
Un riuscito mix di Velvet Underground, Modern Lovers, Pixies e ruvidezze varie per l'ottima band new yorkese. Niente di indimenticabile ma l'album suona bene e molte canzoni prendono al primo ascolto.

MASSIMILIANO LA ROCCA - Exit / Enfer
Massimiliano La Rocca scrive un album importante, intensissimo, profondo, realizzato alla perfezione, grazie anche al prezioso "piccolo aiuto di qualche amico".
E che amici! Hugo Race produce, Enrico Gabrielli, Don Antonio Gramentieri, Howe Gelb contribuiscono con la loro infinita esperienza. La Rocca è un raro esempio di chi riesce a "tradurre" in chiave italiana il verbo di Nick Cave, filtrandolo attraverso il patrimonio culturale della canzone d'autore nostrana, da Tenco a De Andrè, da Fossati a Ciampi, a Cesare Basile.
Gli undici brani autografi procedono con solennità, assorbono umori mediterranei ("Il regno" ad esempio), blues, post punk, tanta anima e tanto cuore. tra i migliori dischi italiani del 2019.

ALDI DALLO SPAZIO - Quasar
Giovanissima band di Ravenna che partendo dal prog spazia poi in un contesto psichedelico, rock blues, jazz rock con echi di Beatles, Pink Floyd, Colosseum, PFM, Canterbury Sound. Suonano in modo pazzesco, grandi brani, grandissimo album.
Uno dei nomi più interessanti usciti nella scena nostrana nel 2019 e che si affiancano ai Winstons nella ricerca e riproposizione di questi suoni.

FRANCESCO PIU - Crossing
Difficile confrontarsi con Robert Johnson. E pericoloso farlo con chi aveva fatto un patto con il diavolo. Il bluesman sardo raccoglie la sfida e lo affronta a muso duro, tenendogli testa e riuscendo nell'impresa di tirare fuori da quei brani immortali qualcosa di nuovo e originale, tra rock, sonorità mediterranee (vedi la sorprendente versione di "Love in vain") con tanta personalità e originalità.
Ovviamente è il blues, quello vero che arriva dal profondo dell'anima, a guidare le danze e l'omaggio al più grande di tutti è totalmente riuscito.

ROYAL KEBAB - Good but useless
Giuseppe “Sebi” Filigi, chitarrista storico dei Senzabenza, prende le redini di un progetto parallelo, proponendo un ottimo lavoro a base di punk, power pop, riferimenti a Skunk Anansie e Alleycats. Ottima la produzione, grande tiro, brani fruibili, lavoro decisamente interessante.

RONIN - Bruto minore
E' sempre un conturbante e piacevole impegno immergersi nelle avvolgenti note dei Ronin. Vent'anni di attività, cinque album alle spalle, un sound riconoscibile ma sempre complesso, in cui non è semplice districarsi, tra atmosfere blues, impennate jazz core, un approccio post rock, un passo malinconico, il tutto sempre rigorosamente strumentale e dall'incedere solenne.
"Bruto minore" non tradisce le aspettative e conferma la band di Bruno Dorella e compagni tra le migliori realtà in circolazione nella Penisola.

FERRO SOLO – Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando – Part 2
Secondo capitolo dell’esperienza solista di Ferruccio Quercetti, chitarra e voce di quell’incredibile e stupenda entità punk ‘n’ roll che è quella dei CUT. Il secondo volume riprende il mondo di Ferro Solo (anzi del suo alter ego Fernando, protagonista di entrambi i dischi), fatto di rock ‘n’ roll ma anche di intense ballate folk blues, umori 60’s, sguardi al power pop, ai Cramps (“Early bird”) e a tanto altro. Suoni e arrangiamenti diretti e scarni, brani intensi e crudi. Un nuovo passo nella giusta direzione.

THE BEATERSBAND – Black Christmas
Forse è ancora un po’ presto ma la band toscana si porta avanti con un ep di quattro brani in cui in versione punk rock riprendono ironicamente e simpaticamente, quattro temi natalizi. Ben eseguito, il giusto tiro, tanta energia.

ASCOLTATO ANCHE
BLAENAVON (musica eunuca per un disco eunuco), METZINGERS (epic pop punk), PAUL & the TALL TREES (cantautorato rock soul country. Interessante ma mai bene definito), BANDINI (un ottimo lavoro molto Tom Waitsiano, ben fatto e prodotto), PENDLETONS (gradevole soft soul), REFUSED (punk estremo ma no particolarmente convincente per le vecchie glorie svedesi), JUKKA ESKOLA SOUL TRIO (buon soul jazz strumentale dalla Finlandia), FOALS (indie brit rock anonimo), DANIEL MAUNICK (jazz, dub, elettronica, nu grooves)

LETTO

PATTIE BOYD - La mia vita con George Harrison e Eric Clapton
E' ormai incalcolabile il numero di libri dedicato agli agli 60, la Swinging London, i Beatles etc.
Il nuovo capitolo, scritto da PATTIE BOYD, protagonista di primo piano dell'epoca, modella, fotografa, moglie di GEORGE HARRISON dal 1966, poi di ERIC CLAPTON dal 1974, testimone di un periodo cruciale per la storia della musica rock, non aggiunge granchè di nuovo, ma rimane, per noi inguaribili appassionati di quegli anni, una lettura gradevolissima, piena di curiosità, episodi pruriginosi e "scandalosi".
Le feste nei 60's, gli acidi, i BEATLES, poi l'eroina, l'alcool a fiumi, il degrado, i tradimenti, la solitudine, il disagio, lo sballo, seppelliti da una disponibilità economica illimitata che porta ad una bolla irreale, all'isolamento, al vivere senza contatti concreti con la realtà.
George ed Eric non ne escono tanto bene, il secondo in particolare.
Alla fine la serenità ritrovata con grandi difficoltà.

BRET EASTON ELLIS - Bianco
L'autore di capolavori come "Meno di Zero" e "American Psycho" (senza dimenticare "Glamorama") approda al primo lavoro autobiografico, riguardando alla sua infanzia e adolescenza e sublimando il suo amore per il cinema, facendo diventare "Bianco" anche una sorta di saggio sulle sue pellicole preferite.
Ellis si toglie parecchi sassolini dalle scarpe, restituendo in cambio macigni verbali lanciati con sprezzante ferocia.
Che sia l'ostentata superiorità morale della sinistra americana o la comunità gay "istituzionale" ("Il Gay come Elfo magico"), i millenials (la "Generazione Inetti"), lo strapotere dei social, l'isteria anti Trump (a cui dedica parecchie considerazioni - molto interessanti - di cui sarebbe opportuno fare tesoro anche qui da noi).
Pervade il libro un nostalgico (e reiterato) rimpianto per un'età perduta, in cui "crescere" non era esclusiva pertinenza di asfissianti genitori, tra censure e divieti.
Il tutto in un profluvio di accidiose parole, giudizi sprezzanti e tranchant, felicemente, volutamente, "politicamente scorretto".
I fan di Easton Ellis si divertiranno e apprezzeranno, per gli altri meglio dedicarsi ai suoi gioielli precedenti.

REVERENDO LYS - Born Losers
Un libro destinato ai BORN LOSERS.
Quei pochi impazziti per quei suoni ruvidi, penetranti, ammalianti, stordenti, travolgenti che, dai Sonics sono passati attraverso Fuzztones, Chesterfield Kings, Creeps e sempre più flebili sono arrivati ai nostri giorni.
Ma come dice Lys: "Il rock 'n' roll non ha bisogno di prove, ma di racconti memorabili".
Il Reverendo raccoglie con il suo personalissimo stile di scrittura, pieno di voluta esagerata enfasi e metafore (spesso, come è giusto che sia, senza limiti) una storia mirabile, quella del garage punk rock e di tutti quei perdenti che ancora gli sono appresso.
Decine di schede dedicate dai nomi apparsi come una meteora a quelli che hanno invece lasciato scritto un pezzo di storia.
A corredo una serie di preziose interviste esclusive a molti dei protagonisti.
Se siete Born Losers un testo imperdibile.
Se non lo siete, diventatelo, vivrete una vita inimitabile.

MARCO GROMPI - David Crosby Ultimo eroe dell`Era dell`Acquario
Testimone di un'epoca irripetibile (i 60's in tutta la loro completezza, sociale, artistica, di costume, di cambiamenti), vittima di dipendenze estreme, tra cadute rovinosissime e rinascite insperate.
David Crosby è un'icona della musica "rock" nell'accezione più ampia.
Dai Byrds a CSN&Y, le avventure soliste e le collaborazioni.
Una storia avvincente e, perlomeno, in Italia poco conosciuta, avendo avuto dalle nostre parti un ruolo e una visibilità non sempre di primo piano.
Il libro di Grompi è una biografia come dovrebbe sempre essere: precisa, competente, approfondita, appassionata.
L'appendice finale con la discografia completa, anche degli episodi più sconosciuti è esemplare.

CARLO BONOMI - Agorà Underground
Quella degli AGORA' è stata una meteora, per quanto luminosa e di ricco spessore artistico, nel caotico mondo del rock italiano dei primi anni 70.
Ai confini tra jazz rock e prog, un album registrato live al Montreux Jazz Festival come esordio, mille occasioni e opportunità, tanto seminato ma scarsa raccolta di frutti.
Spesso snobbati dalla critica, guardati con sospetto dal giro"politico" per non essersi mai esplicitamente schierati, vissero quegli anni turbolenti sempre in seconda fila.
Interessante la storia, raccontata nei minimi dettagli, che li porta dagli anni beat (Les Garcons, i Cancelli Aperti) ai 70 (OZ Master Magnus Ltd, un album in odore beatlesiano) per poi sfumare nei più edonisti 80, fino a una recente reunion.
Libro veloce e pieno di rimandi a nomi, situazioni, eventi (parteciparono al concerto al Parco Lambro poi documentato sull'omonimo disco ad esempio), considerazioni.

VISTO

Il traditore di Marco Bellocchio
Marco Bellocchio difficilmente fallisce.
Il suo sguardo è sempre rigoroso, severo, preciso.
Non concede nulla in questo potente ritratto del "pentito" Tommaso Buscetta e della Cosa Nostra degli anni 80, tra stragi, guerre efferate, fino ai maxi processi innestati dalle sue rivelazioni.
Favino e Lo Cascio giganteggiano, le due ore e mezza volano, presi nella morsa di un'angoscia costante.
Il Buscetta tragicomico, braccato in ogni parte del pianeta, chiuso tra carceri e tribunali ma soprattutto nella sua inattaccabile adesione ad un "ideale" mafioso da "cui non si esce mai".
Fenomenali la festa per Santa Rosalia in apertura (che rievoca quella de "Il cacciatore" di Scorsese) e l'attentato a Falcone cui segue l'osceno festeggiare dei mafiosi.
Forte, crudo, teso, allo stesso tempo lieve: tutto, prima o poi, finisce.

COSE VARIE
Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it, ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà", ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
Occasionalmente su "Il Manifesto".
Sul sito di RadioCoop (www.radiocoop.it) ogni lunedì va in onda il TG musicale "3 minuti con RadioCoop" condotto da me , Carlo Maffini e Paolo Muzio.

VISTO

Fred Frith TRIO + JOHN GREAVES live a Piacenza
L'Associazione Musiche Nuove di Max Marchini porta nuovamente a Piacenza un raggio di sole di cultura e di storia.
Al Conservatorio Nicolini suonano due pilastri della musica d'avanguardia (strettamente imparentata, in passato, con quella scena attigua al Canterbury Sound, essendo i due già membri dei mitici Henry Cow).
Ad aprire JOHN GREAVES (oltre agli Henry Cow, ha suonato con National Health, Peter Belgvad, collaborato con Robert Wyatt e protagonista di una luna carriera solista), accompagnato dalla chitarra di Olivier Mallano e dalla voce potentissima, quasi lirica di Annie Barbazza, perfetta nel coadiuvare John.
Canzoni in perfetto bilico tra il gusto armonico del primo prog, echi di Canterbury, classicismi, jazz, avanguardia.
Incantevole.
Alla fine sale anche Fred Frith ad accompagnare il vecchio compagno di avventure. Tocca poi al rigore di FRED FRITH (accompagnato dallo splendido drumming del giovane Jordan Glenn e dal basso di Jason Hoopes).
Un monumento della chitarra d'avanguardia, 400 album in cui compare, a fianco di Robert Wyatt, Brian Eno, Mike Oldfield, Marc Ribot, Residents, Lol Coxhill, John Zorn con i Naked City, Bill Laswell, Syd Barrett con l'estempranea The Last Minute Put Together Boogie Band.
Un brano/improvvisazione di un'ora che ripropone il caos totale, in un ipnotico assalto sonoro, sperimentale, duro, spiazzante.
Pubblico discretamente numeroso, età avanzatissima ma anche un piccolo stuolo di giovani, resa sonora perfetta.

IN CANTIERE

NOT MOVING LTD in tour

Giovedì 31 ottobre: Roma "Whishlist"
https://www.facebook.com/events/493026451539101/
Venerdì 1 novembre: Colle Val d'Elsa (SI) "Bottega Roots"
Venerdì 8 novembre: Milano “Cox 18”
https://www.facebook.com/events/438179893464024/
Sabato 9 novembre: La Spezia “Skaletta”
https://www.facebook.com/events/1312303395608920/
Venerdì 22 novembre: Fontanafredda (PN) "AstroClub"
https://www.facebook.com/events/691580767987717/
Domenica 15 dicembre: Catania "Teatro Coppola"
Venerdì 20 dicembre: Piacenza “Musici per caso"
Sabato 21 dicembre: Bologna “Freakout”
Domenica 22 dicembre: Torino “Blah Blah”

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832

martedì, ottobre 29, 2019

Bret Easton Ellis - Bianco



L'autore di capolavori come "Meno di Zero" e "American Psycho" (senza dimenticare "Glamorama") approda al primo lavoro autobiografico, riguardando alla sua infanzia e adolescenza ma anche al proseguio, infarcito di aneddoti di ogni tipo e sublimando il suo amore per il cinema, facendo diventare "Bianco" anche una sorta di saggio sulle sue pellicole preferite.

Ellis si toglie parecchi sassolini dalle scarpe, restituendo in cambio macigni verbali lanciati con fiera ferocia.
Che sia l'ostentata superiorità morale della sinistra americana o la comunità gay "istituzionale" ("Il Gay come Elfo magico"), i millenials (la "Generazione Inetti"), lo strapotere dei social, l'isteria anti Trump (a cui dedica parecchie considerazioni - molto interessanti - di cui sarebbe opportuno fare tesoro anche qui da noi).

Pervade il libro un nostalgico (e reiterato) rimpianto per un'età perduta, in cui "crescere" non era esclusiva pertinenza di asfissianti genitori, tra censure e divieti.

Il tutto in un profluvio di accidiose parole, giudizi sprezzanti e tranchant, felicemente, volutamente, "politicamente scorretto".

I fan di Easton Ellis si divertiranno e apprezzeranno, per gli altri meglio dedicarsi ai suoi gioielli precedenti.

Quando andavi in una libreria o in un negozio di dischi o al cinema o in edicola, dedicavi il tuo tempo a queste spedizioni investendo una maggior quantità di impegno e di attenzione di quanto tu non faccia premendo dei tasti e grazie a questo c'era più probabilità di gratificazione.
C'erano un romanticismo in quell'era analogica, un ardore, una diversità, che si sono persi nell'era digitale del post-Impero quando ogni cosa infine ha cominciato a sembrarci usa-e-getta e a portata di mano.
Related Posts with Thumbnails