mercoledì, novembre 20, 2019

Jamie Reid



Quando Malcom McLaren è in procinto di lanciare i "suoi" SEX PISTOLS si ricorda di un compagno di classe al Croydon Art College, tale Jamie Reid classe 1947, attivista nelle frange anarchiche e situazioniste.

Sarà lui a occuparsi delle copertine della band, creando uno stile unico, immediatamente riconoscibile, provocatorio, aggressivo, che diventerà un marchio indimenticabile per la scena PUNK ROCK.

Diventerà l'autore delle copertine dell' album "Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols" e dei singoli "Anarchy in the UK", "God Save The Queen" "Pretty Vacant" e "Holidays in the Sun".

Ha poi continuato a lavorare in ambito grafico, esponendo e riproponendo nel trentennale l'iconico "Never trust a punk" e collaborando con le Pussy Riot.



Sempre polemico e pungente ("Apprezzerei Banksy se donasse i soldi che guadagna agli homeless. Mi sembra solo una truffa"), continua ad essere attivo politicamente e socialmente, occupandosi di cambiamento climatico, crisi economica, potere delle banche.



"Le idee radicali saranno sempre appropriate.
L'establishment deruberà sempre tutto ciò che potrà, perché non ha la capacità di essere creativo.
Ecco perché devi essere sempre in movimento".


martedì, novembre 19, 2019

Intervista ad Hannah Williams



50 Foot Woman di Hannah Williams and the Affirmations è tra i migliori album black dell'anno in virtù di un potentissimo funk soul dalle tinte blues e gospel, brani scintillanti, una produzione impeccabile che mette in risalto il sapore 60's ma si pone in una chiave modernissima e attuale.

Grazie a Martina di Record Kicks, Hannah ci racconta qualcosa relativo alla dimensione live che potremo presto apprezzare in Italia:
TORINO - SPAZIO211 il 28 novembre
BOLOGNA - LOCOMOTIV CLUB il 29 novembre
MILANO - BIKO il 30 novembre

1)
Perché pensi che da alcuni anni la musica soul sia tornata in voga e ora ci sono centinaia di giovani band che la suonano?

Perché è un genere musicale molto fluido.
Fa trascendere l'anima.
Tutta la buona musica ha un'anima!
Si tratta di avere il 100% di impegno per ogni singola nota / parola che canti / suoni e ottenere il tuo terzo occhio per aprirsi e trasmettere emozione.
La musica è sentire, sia che tu stia ascoltando o suonando.
È un'esperienza condivisa che ci unisce tutti in tanti modi.
L'anima è dove si trova ed è di tendenza in questo momento come un genere, ma sento che i confini del genere sono molto ampi e molto accoglienti.

2)
Hai girato molto. Quali sono i luoghi in cui hai trovato la migliore accoglienza e dove ti piace tornare?
Ogni luogo ha il suo fascino.
Abbiamo avuto un pubblico meraviglioso in tutto il mondo e ogni club è diverso. Siamo noi responsabili di avere un caloroso benvenuto.
Se facciamo bene il nostro lavoro, speriamo che il nostro pubblico ci apra le braccia.

Come funzionano di solito i concerti a Bristol per te? A volte la città natale non è molto benevola con i suoi artisti.
Bristol è fantastica. È una città vibrante, creativa e vivace. Suoniamo lì a dicembre e non vediamo l'ora.

3)
Suoni qualche cover sul live?
Solo una cover dall'ultimo album - Dazed and Confused.

4)
Cosa ti piace ascoltare di solito? Nuove cose? Cose classiche?
Ascoltiamo una vasta gamma di musica.
Da Debussy a Iron Maiden, l'ispirazione è ovunque.
Siamo sempre fortemente ispirati dagli spettacoli che vediamo dal vivo quando siamo in tournée.
Abbiamo scoperto alcuni artisti incredibili incontrandoli prima degli spettacoli, andando a vederli suonare e poi essere assolutamente colpiti da quanto siano tosti.
Per citarne solo alcuni:
-Gli Altin Gun hanno suonato poco prima di noi al North Sea Jazz Festival e ora è diventato un ascolto praticamente quotidiano nella mia playlist personale. Li ascolto sempre mentre mi preparo per uno spettacolo. È edificante, interessante e super cool.
- Theo Lawrence and the Hearts - Abbiamo incontrato questi ragazzi in Francia ed eravamo tutti in piedi con gli occhi chiusi e le braccia aperte dopo 3 canzoni. Onestamente il miglior concerto che ho visto l'anno scorso.
Idles - Siamo super fan di questi ragazzi da molto tempo.
Sono una band punk rock inglese (anch'essa con sede a Bristol) con un messaggio straordinario di pace, speranza e amore che arricchisce la loro musica.
Roba davvero innovativa e rivoluzionaria. Li abbiamo visti al festival Paaspop di Schinjdel (NL) dopo essere usciti con loro nel pomeriggio e ci hanno fatto esplodere . Adoriamo quei ragazzi !!!!
David Byrne - È stato il protagonista della serata in cui abbiamo suonato al festival Down The Rabbit Hole in NL ed è stato lo spettacolo più intrigante e bello che abbiamo visto.
Incredibile musicalità da parte di tutti i musicisti sul palco, coreografia pazzesca e melodie che piegano la mente che ci hanno portato in un universo completamente nuovo. Impressionante.

lunedì, novembre 18, 2019

Zero Calcare - La scuola di pizze in faccia del professore Calcare



Confesso di non avere mai avuto troppa dimestichezza con il mondo del fumetto, di cui so poco o nulla.
Solo di striscio con quello di ZERO CALCARE di cui apprezzo militanza, idee e impegno.

Il nuovo libro raccoglie storie, racconti, recensioni a fumetti già usciti su vari siti, sul suo blog e sulla carta stampata più alcuni inediti.

Digiuno di questo ambito mi sono divertito tantissimo (talvolta letteralmente alle lacrime), apprezzando, con il profondo del cuore, le modalità con cui affronta una serie di problematiche contingenti, dal nostro neo fascismo alla guerra dei Curdi per avere un luogo in cui vivere liberamente.

In mezzo il suo visionario, irridente, INTELLIGENTE approccio alla REALTA'.

Credo che seguire Zero Calcare sia propedeutico alla conoscenza di un certo tipo di questioni, affrontate con profonda cognizione di causa e con il sorriso (caustico) sulle labbra.

domenica, novembre 17, 2019

Le sfere di pietra



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Sono diffuse in svariate parti del mondo, suscitano curiosità, ipotesi di varia natura, sicuramente sono fonte di notevole fascinazione.
Le SFERE DI PIETRA si trovano in Costa Rica, Messico, Nuova Zelanda Turchia, Bosnia, Tunisia etc.

La fonte scientifica ci dice che si formano con la discesa di cemento minerale naturale all’interno degli spazi tra i sedimenti, un processo noto come concrezione.

Nonostante ciò si moltiplicano le suggestioni che le attribuiscono ad antiche civiltà o agli extraterrestri.

sabato, novembre 16, 2019

Not Moving LTD



E' uscito il nuovo 45 giri dei NOT MOVING LTD per Area Pirata Records.
Con l'inedito "Lady Wine" e la ripresa, completamente riarrangiati di "Spider" e "Suicide temple"

http://www.areapirata.com/



NOT MOVING LTD in tour

Venerdì 22 novembre: Fontanafredda (PN) "AstroClub"
Domenica 15 dicembre: Catania "Teatro Coppola"
Venerdì 20 dicembre: Piacenza “Musici per caso"
Sabato 21 dicembre: Bologna “Freakout”
Domenica 22 dicembre: Torino “Blah Blah”

Nel 2020 torniamo da fine febbraio a: Magenta, Varese, Prato etc etc

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832

venerdì, novembre 15, 2019

giovedì, novembre 14, 2019

Pablito El Drito - Diversamente pusher



Un libro che affronta nel modo migliore un argomento particolarissimo: lo spaccio di sostanze curato dai "battitori liberi", lontani dal circuito mafioso, indipendenti, con un'etica personale non esclusivamente utilitaristica.

I pusher (anonimamente, ovviamente) raccontano le tecniche, le modalità, le particolarità di un mondo di cui si parla il più delle volte a vanvera e per "sentito dire".

Sono racconti di donne e uomini che hanno vissuto o vivono tuttora nel milieu della droga, consumandola ma soprattutto vendendola, cercando di hackerare o aggirare le regole del sistema mafioso.

Testimonianze che palesano odio per la gerarchia, per le ipocrisie dei benpensanti, per il comando, lo sfruttamento, la violenza.

Il tutto contestualizzato ad una SOCIETA' DROGATA che cerca disperatamente di aumentare le proprie performance, in uno scenario turbocapitalistico che impone di essere sempre "preso bene", attivo, positivo", "sul pezzo".
Dove è necessario essere sempre connesso e iperveloce dove tutto funziona sette giorni su sette, 24 ore su 24 e dove è indispensabile riuscire a stare dietro ai tempi delle macchine.


Sono le classi subalterne, così come è sempre stato, a essere le principali vittime delle dipendenze dalle droghe pesanti, a causa di un minor accesso all'istruzione, al reddito, all'assistenza sanitaria.
I ricchi consumano sostanze di migliore qualità, i più abbienti possono accedere a cure impensabili per le classi medie ploretarizzate.

mercoledì, novembre 13, 2019

Giuda Usa Tour 2019



I GIUDA stanno bruciando le tappe, veloci, chirurgici, all'arrembaggio.
Dopo Italia, Inghilterra e Europa è stata l'ennesima volta degli USA.

Un numero serrato di date, una conquista porta a porta di un pubblico esigente e di un mercato tremendamente importante.
Grazie a Lavinia Rosato, Lorenzo Moretti ha risposto ad alcune domande post tour.

1.Un gruppo italiano in America è sempre un evento. Raccontaci un po' di cose
Le prime volte che siamo andati a suonare negli Stati Uniti (2012/ 2013) i tour erano molto amatoriali e anche molto selvaggi.
La sera, dopo il concerto, andavamo a dormire in casa dell'organizzatore o di chi tra il pubblico si offriva di ospitarci, cosa che capitava molto spesso.
Gli americani sono generalmente le persone più gentili, curiose e ospitali che io abbia mai incontrato.
Non è raro camminare per la strada e incrociare qualcuno che ti saluti e ti chieda da dove vieni.
Abbiamo suonato nei peggiori baracci, sempre molto rock 'n' roll, e addirittura nel basement di qualche abitazione.
Ne ricordo uno in particolare, eravamo a Fildalfia in un quartiere periferico dove si respirava un' aria veramente molto pesante.
Suonammo nel seminterrato di una casa che era infestata dalle pulci e dove non si respirava dal caldo.
Il posto era stracolmo di persone e fu un concerto memorabile perchè l'attesa e la curiosità che c'era tra il pubblico, che all'epoca non ci aveva mai visto dal vivo, era tangibile.
Ora le cose sono molto cambiate, essendo stati negli states ben sette volte, il nostro seguito è aumentato tantissimo.
Negli anni abbiamo fatto concerti in locali sempre più prestigiosi dove hanno suonato molte band che hanno fatto la storia del rock 'n' roll.
Abbiamo suonato in festival condividendo il palco con Devo, Damned, Mudhoney etc.
Insomma, finalmente stiamo raccogliendo quello che abbiamo seminato negli anni concedendoci di dormire in hotel e di gustare, quando possibile, le specialità del luogo.

2.Affinità e divergenze con l'Europa (in cui avete suonato spesso)
Parlare delle differenze tra Europa e Stati Uniti non è semplice perchè l'Europa è molto differente già di per sè.
Per esempio Il pubblico che ci segue in Spagna è diverso da quello che ci segue in Francia...insomma ogni paese ha il suo approccio.
Quello che posso dire è che senz'altro il nostro pubblico sia qui che in Europa, che in America ha, più o meno, lo stesso background musicale; chi viene ai nostri concerti sa già cosa aspettarsi e di conseguenza il live è sempre molto partecipato.

3.Affinità e divergenze con l'Italia
Negli Stati Uniti spesso hai la sensazione che i promoter ed il pubblico ti siano veramente grati per esserti esibito nella loro città.
Di conseguenza, sono tutti molto attenti durante il live e molto accoglienti in generale, anche nei locali molto grandi.
In Italia alcune volte, quando si suona in provincia, è più raro trovare tanto entusiasmo.
E' vero però che a livello organizzativo gli americani sono molto basici mentre gli italiani sono molto attenti ai dettagli specialmente nel rispettare il rider delle band.
Diversi gruppi statunitensi che hanno suonato in Italia, con cui abbiamo diviso il palco, sono rimasti molto colpiti da questo, trovare un piccolo catering quando si arriva nel locale dopo essere stati in furgone per ore ed ore, è spesso molto piacevole.

4. Quanto è effettivamente utile un tour in un paese sterminato come gli Usa
I tour in generale sono molto utili perchè sono la maniera più semplice e diretta per farsi conoscere e per vendere i propri dischi.
Se non vieni fuori da un talent, se le radio non passano i tuoi pezzi, non credo ci sia un modo migliore per diffondere la propria musica.
Certo, gli stati Uniti sono immensi ma nell'ultimo tour abbiamo fatto ben ventisette concerti attraversando praticamente tutta la nazione.
Per noi che abbiamo fatto dei Giuda il nostro lavoro questa è stata una grande cosa!

martedì, novembre 12, 2019

Gross Domestic Product



Banksy ha inaugurato un negozio online di oggetti per la casa e altri prodotti il cui incasso sarà destinato all’acquisto di una nave per salvare migranti.

In "Gross Domestic Product" (Prodotto interno lordo) si vendono t-shirt, orologi da muro, quadri, caschi e altri prodotti in particolare "arte, prodotti per la casa e delusioni".

L'iniziativa segue la chiusura del negozio nella zona di Croydon, a sud di Londra, lo scorso 13 ottobre 2019 ovvero un'esposizione artistica visibile dalla vetrina ma senza alcun accesso allo spazio.


In realtà acquistare dal Gross Domestic Product non è cosa immediata.
E' necessario registrarsi e rispondere alla domanda "Perchè l'arte è importante?".

Una volta conclusa la vendita si verrà sorteggiati tra chi ha richiesto lo stesso prodotto. Dopo di che verrà richiesto il pagamento, entro sette giorni lavorativi.

Nella maggior parte dei casi questo è molto al di sotto del valore di mercato.
Una nota importante ben sottolineata:
"Ti preghiamo di astenersi dal registrarti in questo momento se sei un ricco collezionista d'arte".



I prezzi variano dalle 10 sterline della bomboletta di vernice alle 30 della t-shirt con la bambina col palloncino disintegrata alla fine (come il quadro dell'asta di Banksy) fino alle 850 sterline del giubbotto antiproiettile con la bandiera del Regno Unito.
Tutti i prodotti sono realizzati in modo artigianale e in pochi pezzi con materiali riciclati.

https://grossdomesticproduct.com/

lunedì, novembre 11, 2019

Davide Sapienza - Attraverso le terre del suono + intervista



Riporto l'articolo per "Libertà" di ieri dedicato a DAVIDE SAPIENZA e al suo nuovo libro "Attraverso le terre del suono".
A margine l'intervista integrale (da cui sono stati estrapolati stralci per l'articolo).

Capita nella vita di chi ha accumulato un certo numero di primavere (pure estati, autunni e inverni) in abbondanza, di guardarsi indietro, fare bilanci, pensieri, tirare le somme (che, vi assicuro, sono conteggi che alla fine non tornano mai). Quando ti soffermi sulle amicizie, vere, presunte o da Facebook, in genere ne restano poche.
Forse è meglio così o forse no.
Nel caso di Davide Sapienza posso dire che ci siamo visti poche volte, frequentati ancora meno ma è una vita (di quelle lunghe) che ci incrociamo, sfioriamo, osserviamo da lontano. Con lo stesso battito del cuore, lo stesso passo che accompagna le reciprocamente amate camminate solitarie tra montagne piacentine (io), lande in “ogni dove” (lui).
Alla ricerca di qualcosa, per poi ritrovare (quando siamo fortunati) noi stessi, avventurandoci nelle terre della percezione.

Per presentare Davide Sapienza occorrerebbe almeno una pagina del giornale.
E' un giornalista, scrittore, traduttore, “geopoeta”, manager discografico, da tempo immemorabile cultore di musica, redattore per un'interminabile serie di riviste, quotidiani e tanto altro. Ha scritto una montagna di libri (tanti di musica), (ri)tradotto in italiano l'opera di Jack London, pochi giorni fa mi ha telefonato dal Circolo Polare Artico (è la prima volta che ricevo una chiamata da lì).

Abbandonato temporaneamente l'ambito strettamente musicale, vi ritorna con un nuovo libro, “Attraverso le terre del suono” (Edizioni Underground?), in cui traccia un percorso immaginario, raccogliendo articoli, preziose interviste, approfondimenti e altri scritti dal suo passato.
Mettendo in fila una serie di calibri di enorme portata, dal concerto a Zurigo di Bruce Springsteen del 1980 (del quale non leggiamo una banale recensione ma un romantico quanto divertente e appassionante resoconto del viaggio di due 17enni a uno dei loro primi grandi concerti), a Pete Townshend, Syd Barrett, i Beatles di “Abbey Road”, le parole di Daniel Lanois e ancora Brian Eno, Robert Wyatt, gli U2.

Gli ho voluto chiedere un po' di cose al proposito e le sue risposte sono di per sé un nuovo capitolo del libro.
Ad esempio su quanto i Beatles ricorrano in queste pagine e nella sua vita:
“I Beatles sono per me, come per molti milioni di ragazzi, l’inizio, l’anno zero, di qualcosa di nuovo. Certo, non sapevo, a undici anni, che si erano già sciolti.
Non erano cose che si pensavano, allora: esistevano loro, esisteva la geografia del loro mondo. Perciò per me è stato come andare sulla Luna, il che vale in generale per la fruizione della grande arte.
Ti porta sempre verso pianeti sconosciuti, universi impensabili.
E i Beatles, in questo, sono tra quegli artisti che lo fanno sempre, anche quando magari non li ascolti da anni, con intenzione, e improvvisamente ti accorgi che ci sono pianeti e universi che ancora non avevi “percepito”.
E’ il potere della musica. Non vive nel tempo. E’ uno spazio, un orizzonte. Sono le terre del suono.”


Difficile fare capire ai giovani dei nostri tempi l'importanza che hanno avuto certi gruppi, certe estetiche, etiche, modi di pensare in epoche ormai lontane, di quanto siano state decisive certe canzoni, certi gruppi, semplicemente certe foto, frasi, titoli.
E' dunque impossibile spiegare ai nostri figli quanto noi vecchi abbiamo vissuto alcune fasi artistiche, non come mera espressione culturale ma come qualcosa che ha letteralmente cambiato le nostre vite?
Credo sia impossibile spiegare a un ventenne come era possibile che un album rock potesse creare discussione per settimane, confronto, diventare aggregazione.
Ma quelle generazioni, quelle del secondo dopoguerra, sono quelle che avevano ricevuto un impulso potentissimo di vita per reagire appunto all’orrore dell’Olocausto e delle dittature.
Non bisogna guardare “cosa è andato storto” e farlo diventare il paradigma sbagliato, quello è un incidente di percorso.
Occorre semplicemente risintonizzarsi, basta farlo attraversando, come suggerisce il titolo del libro, le terre del suono. Sono terre interiori: sono il richiamo della foresta che abbiamo dentro.
E che dobbiamo seguire. Senza sosta.


Probabilmente, diciamo pure evidentemente, un'epoca si è conclusa, ci piaccia o meno.
Come dice una protagonista di un racconto nel libro “Mi sono battuta per una giusta battaglia, ora il mio tempo è concluso”. Molti di noi questa battaglia l'hanno pure persa ma l'importante, alla fine, è essere scesi in campo, impugnato le nostre “armi” e fronteggiato il nemico.
Almeno ce ne andremo senza rimpianti.

Davide chiarisce bene il concetto:
Credo che ogni generazione debba accettare di fare i conti con se stessa. La vita, dunque anche quella umana, si fonda sul principio che tra miliardi di semi, uno sopravviva e si sviluppi, cresca, diventi ciò che deve essere. Lo stesso è accaduto con quella generazione e le seguenti, negli ultimi decenni.
Se però ci pensi bene, nonostante i tanti scomparsi in anni recenti alla soglia della vecchiaia anagrafica, chi è ancora vivo, è ancora quel seme, porta in giro quel messaggio e ha ispirato chi ha colto il senso diverso e rivoluzionario.
Oggi giustamente si parla molto di diversità e inclusione: la cultura rock, fa parte di questo tema a mio avviso. Perciò, chi della generazione precedente la nostra, oltre alla nostra, è rimasto vivo – non è invecchiato dentro, ha continuato a credere che qui&ora la musica possa fare la differenza in quanto (anche) cultura, è comunque un esploratore di possibilità mai esplorate prima.


Un po' come quando parla del fatidico 1968, anno cruciale, dove “ci si ritrovò a percorrere un punto dal quale stava per fuoriuscire un’eruzione vulcanica di immaginazione, desiderio di libertà, pace, bellezza e condivisione”.

Il 1968, fu una rivoluzione della coscienza.
Pacifica. La violenza ce la misero le parti più o meno deviate degli Stati “democratici”. Ma non si può fermare l’evoluzione. Oggi questa rivoluzione può essere artistica e partire dalle coscienze: quella, partì dalla presa di coscienza della crisi ecologica. Oggi abbiamo i ragazzi che sono stati in qualche modo risvegliati da Greta Thunberg, figlia a sua volta di una lunga linea di persone arrivate nel posto giusto al momento giusto.
Come la controcultura rock. Perché di controcultura, dobbiamo parlare. Oggi la cultura dominante è anche peggiore di quella contro la quale si rivoltavano i giovani del ‘68. Basta vedere la situazione dell’informazione e dell’editoria cartacea, radiotelevisiva, per capirlo.
Nel libro affronta anche una delle tematiche più discusse da lungo tempo ovvero sulla caducità della musica rock, se non la sua ormai spesso decretata morte rimarcando come "Oggi il rock non fa più male, è accettabile”.

Ho scritto questo per stimolare chi suona a pensare che rock non è vestirsi, atteggiarsi, acquistare certi strumenti.
Rock è cultura, una cultura potente, distintiva: da giovani, te lo ricorderai, senza dircelo, sapevamo di fare parte di un popolo trasversale, turbolento sì, ma pacifico, che cercava solo gioia e condivisione.
Direi questo: è morto chi ha fatto rock come contenitore senza contenuti, ma questo ha permesso a chi è venuto dopo, nelle ultime due generazioni, di capirlo e di ridare vita, sotto altre forme, a questa cultura.
Che esiste, è viva e vegeta. E non ha un numero di catalogo. Non si scarica da Internet. Si vive. Si respira. Ispira.


Come specificato Davide è uno dei giornalisti musicali più brillanti del panorama italiano, ha intervistato e incontrato fior di artisti.
Tom Verlaine, mitico leader dei Television rispose quasi infastidito a una sua domanda su un suo disco, dicendo che la musica parlava da sè, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, declassando di fatto, in una breve frase il ruolo del giornalista musicale.
Quell’intervista fu tra le più intense che feci da ventenne, è infatti l’unica del passato “remoto”, dei miei inizi.
Mi fa piacere tu l’abbia notata, perché è inclusa proprio per questa ragione: ho sempre avuto dei problemi a sentirmi giornalista. Quando parlavo e quando parlo coi musicisti, mi sento semplicemente uno di loro, solo che invece di suonare, io scrivo. Questo, in trentacinque anni di lavoro nell’editoria, in decine e decine di incontri con nomi di qualsiasi magnitudine, mi è stato anche spesso riconosciuto. Non trovavi e non troverai mai aneddoti o trivialità nelle mie interviste. A me piaceva ascoltare cosa dicevano loro, circa quel sentire comunque.


Davide Sapienza è uno che cammina e pure tanto. Ora ci ospita in questo suo viaggio, pieno di sorprese, di passione, di anima, di cuore.

L'intervista integrale.

1) Nel libro parli spesso dei Beatles. Cosa si può ancora dire di loro nel 2019? “Ringiovaniscono invece di invecchiare” come dici nel capitolo su “Abbey Road”?
I Beatles hanno per me, come per molti milioni di ragazzi, l’inizio, l’anno zero, di qualcosa di nuovo. Certo, non sapevo, a undici anni, che si erano già sciolti.
Non erano cose che si pensavano, allora: esistevano loro, esisteva la geografia del loro mondo. Perciò per me è stato come andare sulla Luna, il che vale in generale per la fruizione della grande arte.
Ti porta sempre verso pianeti sconosciuti, universi impensabili.
E i Beatles, in questo, sono tra quegli artisti che lo fanno sempre, anche quando magari non li ascolti da anni, con intenzione, e improvvisamente ti accorgi che ci sono pianeti e universi che ancora non avevi “percepito”.
E’ il potere della musica. Non vive nel tempo. E’ uno spazio, un orizzonte. Sono le terre del suono.

2) Scrivi a proposito del 1968: “Ci si ritrovò a percorrere un punto dal quale stava per fuoriuscire un’eruzione vulcanica di immaginazione, desiderio di libertà, pace, bellezza e condivisione”.
Credi ci sia ancora la possibilità che accada qualcosa di simile nella società o solo semplicemente nell’ambito “pop” ?

Beh, poiché parliamo di attività umane che, nel caso dell’arte musicale dimostrano questa connessione cosmica e interstellare con qualcosa di veramente immenso – un infinito territorio di possibilità – potrei dire che spetta solo a noi.
Evidentemente, nell’evoluzione umana, il 1968 e in generale tutto quello che è stata la rivoluzione culturale del rock nell’ambito popolare, se ci pensi veniva da stimoli profondi raccolti dai poeti della Beat Generation, la controcultura che accolse il messaggio più antico dell’umanità, ovvero quello delle filosofie orientali come il Tao.
Non serve teorizzarle, assorbire è sufficiente, anche senza sapere cosa stai assorbendo: l’artista assorbe e connette agli impulsi provenienti da quelle “terre del suono” per poi donarci qualcosa di molto più grande della persona che la crea. Le vie affinché questo accada, proprio come i sentieri tra i boschi o in alta montagna, piuttosto che le rotte nell’oceano, sono praticamente infiniti.
Abbiamo tanto da esplorare: serve solo prenderne coscienza. Il 1968, fu una rivoluzione della coscienza.
Pacifica.
La violenza ce la misero le parti più o meno deviate degli Stati “democratici”.
Ma non si può fermare l’evoluzione.
Oggi questa rivoluzione può essere artistica e partire dalle coscienze: quella, partì dalla presa di coscienza della crisi ecologica. Oggi abbiamo i ragazzi che sono stati in qualche modo risvegliati da Greta Thunberg, figlia a sua volta di una lunga linea di persone arrivate nel posto giusto al momento giusto. Come la controcultura rock. Perché di controcultura, dobbiamo parlare.
Oggi la cultura dominante è anche peggiore di quella contro la quale si rivoltavano i giovani del ‘68. Basta vedere la situazione dell’informazione e dell’editoria cartacea, radiotelevisiva, per capirlo.

3) Syd Barrett può essere la perfetta rappresentazione di chi, inconsapevolmente e involontariamente, è “morto prima di diventare vecchio” per dirla alla Pete Townshend?
Barrett rappresenta il potenziale.
Ci ha lasciato una manciata di “possibilità”. Capolavori incredibili, che non hanno trovato continuità: il Syd-lenzio, come lo chiamo io, catatonico, nel quale cadde, non impedì alle sue intuizioni interstellari di penetrare il tessuto connettivo della cultura popolare.
Dunque lui se ne andò vivendo da “vegetable man” (e la vita vegetale, ricordiamolo, ha una sensibilità e percepisce, non significa che non abbia impulsi: ha solo un linguaggio diverso da quello animale), però è comunque una presenza.
L’esistenza umana passa, la vita è sempre perché nasce dal ciclo vita e morte.
C’è più morte che vita nell’universo, il che non è negativo: è semplicemente l’equilibrio necessario affinché la vita riconosca se stessa.

4) "Oggi il rock non fa più male, è accettabile” dici a pagina 47. Confermi dunque quello che da tempo si dice e cioè che il rock è morto ?
Ho scritto questo per stimolare chi suona a pensare che rock non è vestirsi, atteggiarsi, acquistare certi strumenti. Rock è cultura, una cultura potente, distintiva: da giovani, te lo ricorderai, senza dircelo, sapevamo di fare parte di un popolo trasversale, turbolento sì, ma pacifico, che cercava solo gioia e condivisione.
Direi questo: è morto chi ha fatto rock come contenitore senza contenuti, ma questo ha permesso a chi è venuto dopo, nelle ultime due generazioni, di capirlo e di ridare vita, sotto altre forme, a questa cultura.
Che esiste, è viva e vegeta.
E non ha un numero di catalogo. Non si scarica da Internet.
Si vive. Si respira. Ispira.

5) "Il racconto di Siapoe” si chiude con la frase “Mi sono battuta per una giusta battaglia, ora il mio tempo è concluso”.
E’ una metafora generazionale ?

Si. Credo che ogni generazione debba accettare di fare i conti con se stessa.
La vita, dunque anche quella umana, si fonda sul principio che tra miliardi di semi, uno sopravviva e si sviluppi, cresca, diventi ciò che deve essere. Lo stesso è accaduto con quella generazione e le seguenti, negli ultimi decenni.
Se però ci pensi bene, nonostante i tanti scomparsi in anni recenti alla soglia della vecchiaia anagrafica, chi è ancora vivo, è ancora quel seme, porta in giro quel messaggio e ha ispirato chi ha colto il senso diverso e rivoluzionario.
Oggi giustamente si parla molto di diversità e inclusione: la cultura rock, fa parte di questo tema a mio avviso.
Perciò, chi della generazione precedente la nostra, oltre alla nostra, è rimasto vivo – non è invecchiato dentro, ha continuato a credere che qui&ora la musica possa fare la differenza in quanto (anche) cultura, è comunque un esploratore di possibilità mai esplorate prima.

6) Nel libro parli di artisti, epoche, episodi spesso lontani. E in un passo sottolinei quanto possa essere difficile (impossibile?) poter spiegare certe cose a un ventenne di oggi.
Si è vero.
Credo sia impossibile spiegare a un ventenne come era possibile che un album rock potesse creare discussione per settimane, confronto, diventare aggregazione.
Ma quelle generazioni, quelle del secondo dopoguerra, sono quelle che avevano ricevuto un impulso potentissimo di vita per reagire appunto all’orrore dell’olocausto e delle dittature.
Non bisogna guardare “cosa è andato storto” e farlo diventare il paradigma sbagliato, quello è un incidente di percorso. Occorre semplicemente risintonizzarsi, basta farlo attraversando, come suggerisce il titolo del libro, le terre del suono. Sono terre interiori: sono il richiamo della foresta che abbiamo dentro.
E che dobbiamo seguire.
Senza sosta.

7) Interessante l’opinione di Tom Verlaine, restio a parlare della propria opera, “come se già non parlasse da sola a sufficienza”. Ovvero il ruolo del giornalista in qualche modo declassato.
Quell’intervista fu tra le più intense che feci da ventenne, è infatti l’unica del passato “remoto”, dei miei inizi.
Mi fa piacere tu l’abbia notata, perché è inclusa proprio per questa ragione: ho sempre avuto dei problemi a sentirmi giornalista.
Quando parlavo e quando parlo coi musicisti, mi sento semplicemente uno di loro, solo che invece di suonare, io scrivo. Questo, in trentacinque anni di lavoro nell’editoria, in decine e decine di incontri con nomi di qualsiasi magnitudine, mi è stato anche spesso riconosciuto. Non trovavi e non troverai mai aneddoti o trivialità nelle mie interviste.
A me piaceva ascoltare cosa dicevano loro, circa quel sentire comunque.

8) Torni alla musica dopo una lunga assenza. Come mai? E per restarci?
Questo libro l’ho voluto pubblicare per raccontare a chi mi segue che dalla musica non mi sono mai allontanato realmente.
Poiché siamo bombardati da impulsi, paradossalmente è stato più facile nascondersi in pubblico, scrivendo, mentre sviluppavo il mio cammino editoriale geopoetico, non tanto “di” ma “con” la musica – anche incontrando giganti della cultura pop come George Martin, Scott Walker, Robert Wyatt o Jonathan Demme, per citare alcuni dei nomi presenti nel mio libro. Mi serviva allontanarmi dal meccanismo discografico, dopo averlo vissuto intensamente per venti lunghi anni, (anche come discografico, da label manager italiano per la Rykodisc). Con la musica, dunque, sono sempre rimasto, lasciandomi guidare dalla sua infallibile capacità di donarmi emozioni e visioni.
L’ho fatto anche attraverso i vari storytelling musicali portati in tour, spesso tratti dai miei libri, ma anche quelli di Jack London (del quale ho tradotto e curato molti classici), con musicisti diversi per formazione ed estrazione come Francesco Garolfi (una mia scoperta, chitarrista e vocalist che pubblicò anche un cd per una piccola label, ormai chiusa, che fondai anni fa, 1968.
Odissea Nel Rock oltre ad avere scritto le canzoni strumentali di Wild, cd colonna sonora dello storytelling del 2014, dedicato a Jack London), Giuseppe Olivini, Gabriele Mitelli e naturalmente, per alcune apparizioni sparse nel tempo, con Cristina Donà.
E inoltre, il testo di uno dei capitoli di Attraverso Le Terre Del Suono era un inedito scritto appositamente per una performance fatta anni fa in Sardegna, al Capodanno dei Poeti di Seneghe. Ma c’è un’altra particolarità: nel mio ultimo libro Il Geopoeta.
Avventure Nelle Terre Della Percezione, uscito il marzo scorso, un capitolo è quello che dato l’annuncio di questo nuovo libro, il ritorno all’editoria musicale, testo che è anche quello dell’omonima performance che stiamo portando in giro io e Marco Grompi. Tutta dedicata alla musica, questa volta.

domenica, novembre 10, 2019

Ala Tey



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Ala-Tey è un antichissimo insediamento umano, risalente all'età del Bronzo, scoperto nel 2014 e ribattezzato l'Atlantide della Siberia (situato nella Repubblica di Tuva, ai confini con la Mongolia), visibile solamente per 3 o 4 settimane all'anno, quando le acque del bacino idrico artificiale si ritirano.

A fine giugno, quando la neve si scioglie, Ala-Tey scompare sott'acqua, per ricomparire solo a fine maggio dell'anno successivo.

Ala-Tey, infatti, si trova nel Sayan Sea, prodotto dallo sbarramento della diga di Sayano-Shushenskaya, la 9ª centrale idroelettrica più grande del mondo la cui costruzione è iniziata nel 1963, lungo il fiume Einesj.

Sono state ritrovate al momento 110 tombe appartenenti a esponenti dei nomadi Hun, appartengono in maggioranza a donne della popolazione xiongnu e sono ricche di ornamenti e accessori.

Nelle tombe ci sono specchi, seta, monete, fibbie di cinture in bronzo, armi in pietra, coltelli di metallo, vasellame, provenienti dalla Cina nella dinastia Han tra il 206 a.C. e il 220 d.C..

sabato, novembre 09, 2019

Not Moving LTD



E' uscito il nuovo 45 giri dei NOT MOVING LTD per Area Pirata Records.
Con l'inedito "Lady Wine" e la ripresa, completamente riarrangiati di "Spider" e "Suicide temple"

http://www.areapirata.com/



NOT MOVING LTD in tour

Sabato 9 novembre: La Spezia “Skaletta”
Venerdì 22 novembre: Fontanafredda (PN) "AstroClub"
Domenica 15 dicembre: Catania "Teatro Coppola"
Venerdì 20 dicembre: Piacenza “Musici per caso"
Sabato 21 dicembre: Bologna “Freakout”
Domenica 22 dicembre: Torino “Blah Blah”

https://www.facebook.com/Not-Moving-L-T-D-302470280600832

venerdì, novembre 08, 2019

Mondiale di rugby 2019



A cura di Alberto Galletti

E così mi ritrovo qui, in un parcheggio di Piacenza un sabato mattina, seduto in macchina. Fuori pioviggina, fine, ma fitta, e insistente, e bagnata. Oltre la rete metallica del parcheggio ragazzi stanno giocando una partita di calcio di cui dovrebbe importarmi qualcosa.
Qui in macchina stò guardando una partita di rugby di cui dovrebbe importarmi poco o niente, ma la guardo. Ricordo di aver pensato, ad inizio torneo, questo mondiale di rugby, che non avrei guardato neppure una partita, e già sono in crisi con me stesso.

Stò guardando la finale. Non solo, ma voglio anche che l’Inghilterra vinca, speranza già spazzata via da quando ,mezz’ora fa, ho lasciato il bar in cui ero per venire qui, era la fine del primo tempo: Sud Africa 12-6 Inghilterra e niente, ma proprio niente di ciò che ho appena finito di vedere mi fa sperare in qualcosa che cambi l’andamento della gara. Nel campo giù di sotto i ragazzi continuano la loro partita di cui dovrebbe importarmi, ma io resto in macchina e mi guardo anche il secondo tempo.

Un torneo, questo mondiale 2019, composto da venti squadre: dieci non all’altezza e completamente inutili, due così così, e otto da mondiale.
Le prime tanto necessarie alla formazione di un format televisivo (invece di un torneo sportivo) quanto inadeguate a competere con le squadre propriamente dette (le ultime otto).

Naturalmente gli amministratori delegati di Sky e organizzatori vari avranno passato l’intera prima fase a fregarsi le mani soddisfatti ,mentre il pubblico riempiva gli stadi a decine di migliaia e accendeva tv e smartphones a centinaia di milioni per guardare un mese di partite inutili, scientificamente programmate al ritmo di una al giorno.
Un vomito penoso.
Nel disinteresse più o meno totale, aggravato dall’orario delle partite (le 8 o le 11 del mattino), ho provato, durante la prima fase, a guardare qualcosa: il secondo tempo di Australia-Galles.
Di una pallosità tale
, che non ho neanche aspettato la fine e dopo mezz’ora ho spento e me ne sono andato in bicicletta.
Ancora oggi non so quanto sia finita, e neppure ho idea di come siano state le classifiche al termine dei gironi.

Poi però, il quarto di finale che ha messo di fronte Australia e Inghilterra mi ha risvegliato l’interesse, così ho cominciato a guardare dai quarti, che rimane in ogni caso il punto in cui il torneo inizia davvero.

L’Inghilterra ha demolito l’Australia con una prestazione impeccabile.
Dopo aver resistito alla sfuriata iniziale dei wallabies, non più di 15’. I bianchi sono andati a segno due volte nel giro di tre minuti grazie ad una splendida doppietta di May.
Il vantaggio accumulato si rivelava incolmabile per gli australiani che accorciavano, senza mai impensierire davvero gli inglesi, che puntualmente riallungavano.
Fino a circa mezz’ora dal termine quando l’allenatore inglese cambiava i due piloni: da quel momento più niente: la forza e la devastazione inglese si abbatte su ogni raggruppamento ordinato o a terra,demolendo la resistenza australiana: un gran bel vedere!
Il punteggio segue il livello delle devastazioni e cresce fino ad un pesantissimo 40-16, foto perfetta dell’andamento della partita.
Le facce attonite o forse addirittura sgomente degli australiani a fine gara una goduria impagabile, erano pure convinti che avrebbero vinto. Personalmente il punto più alto del torneo .

Nel secondo quarto (di finale) gli strafavoriti All Blacks fanno a pezzi un’Irlanda in ribasso e già umiliata nell’incontro d’apertura dai padroni di casa giapponesi.
22-0 alla fine del primo tempo e più o meno altrettanti nel secondo per un 46-14 finale che non lascia campo a discussioni di sorta: una passeggiata.

Il match più interessante a questo turno è stato senz’altro Francia-Galles.

I transalpini presentano un XV sorprendente: molto giovane, poco o niente testosterone, gente muscolosa solo nelle posizioni opportune e mediana-trequarti composta di ragazzi ‘normali’ (comunque con bei fisici da atleta per carità) e focus sul gioco aperto, il contrario del Galles, costruito ad immagine e somiglianza del suo allenatore, il neozelandese Gatland, che raccogliendo i cocci di una squadra in pezzi impostò dal primo giorno il suo credo, fisicità, fisicità, fisicità e ancora fisicità, non importa poi che si giochi con una palla ovale, potrebbe benissimo essere la ruota di un camion o un pezzo di cemento, per questi energumeni profeti dell’ anti-rugby.
La mischia transalpina è meno forte di quella avversaria ma Brunel ha cervello rugbistico, sembra, e quindi i raggruppamenti non vengono cercati ossessivamente e quando li si gioca durano il meno possibile in modo da poter far uscire quanti più palloni possibili al largo dove sicuramente gli energumeni fisicati in rosso, tutti presi a fiondarsi sul punto di incontro, vanno in affanno lasciando aperto qualche buco.
E infatti.
I francesi vanno in meta già dopo quattro minuti con un ottima azione degli avanti e raddoppiano tre minuti dopo con una splendida segnatura del terza linea Ollivon, 12-0 al 13’ Per me questa è la miglior segnatura del torneo e uno spettacolo vedere tutti i palestrati gallesi irrimediabilmente fuori posto, correre all’indietro a precipizio nel tentativo, vano, di acchiappare gente molto più veloce di loro.
Sembrava un tuffo nel passato, ai primi anni ’90, prima che la legalizzazione del professionismo desse il via all’imbruttimento (costante) del gioco.

I Gallesi accorciano con Wainwright e un piazzato di Biggar. Le squadre vanno al riposo con i transalpini meritatamente avanti per 19-10. Ma poi ecco che dopo neanche dieci minuti dall’inizio del secondo tempo, il seconda linea francese Vahaamahina, autore della prima meta, colpito da raptus di follia, sferra una gomitata tremenda ad un gallese in un raggruppamento, un colpo che a uno di noi ci avrebbe ammazzato. Inevitabile arriva il cartellino rosso.

La partita prosegue e fino a metà tempo, i francesi tengono bene e i gallesi vanno avanti a capirci poco. La pressione dei fisicati però continua ad aumentare e i francesi nell’ultimo quarto d’ora cominciano davvero a patire l’uomo in meno e ad arretrare progressivamente fino a subire la meta decisiva a 5’ dal termine. Forze non ne hanno più e il Galles mantiene il punto di vantaggio e vince 20-19.
In parità numerica non avrebbero mai vinto, una squadra pessima nell’attitudine e inguardabile va in semifinale.

Troverà il Sudafrica che nell’ultimo quarto disintegra senza pietà i sogni dei padroni di casa.
Giocando la loro classica partita segnano tre mete, concedono solo un calcio agli avversari e li gonfiano comunque di legnate, come loro costume. 23-6 il finale, una partita da primo turno.
Comunque onore a questo Giappone che è riuscito a qualificarsi al secondo turno battendo Irlanda (già detto sottotono) e Scozia che sembra ormai irrimediabilmente perduta a certi livelli.

La prima semifinale riserva la più grossa sorpresa ad un mondiale da un quindicennio a questa parte:
la Nuova Zelanda perde una partita (non succedeva dal 2007) e viene eliminata.

A compiere l’impresa è questa sempre più sorprendente Inghilterra che, in capo ad una prestazione stellare, impedisce agli All Blacks di segnare per 55’ (voglio vedere quando sarà la prossima volta che succederà), segna una meta al primo minuto e rimane in vantaggio dall’inizio alla fine.
Fondamentale per me la capacità degli inglesi di tenere il possesso di palla e giocare , costringendo i tutti neri a guardare invece che essere guardati, ribaltando così il copione della partita standard degli allblacks che vengono costretti a guardare invece di essere guardati. Il ruolo non gli si addice un granchè e infatti perdono malamente l’incontro.
Qualcuno, non ricordo chi, all’interno dell’entourage inglese lo aveva detto in settimana : riuscire a creare una situazione del genere sarebbe stato determinante per le sorti dell’incontro.
Molto bravi gli inglesi, comunque, per essere riusciti a giocare ‘al largo’ bene e con efficacia contro un avversario del genere. La prestazione degli albionici desta sensazione tra appassionati.
L’Inghilterra diventa ora, nel segno di questa epica impresa, la favorita n.1 alla corona mondiale.

Dall’altra parte del tabellone Galles e Sud Africa si fanno fuori, letteralmente, il secondo posto per la finale.
Ho guardato l’incontro, usandomi violenza, un minimo, e rimandato il domenicale appuntamento con la bici da corsa e le stupende colline oltrepadane di un paio d’ore. Tempo sprecato, una lotta di forzuti con il pretesto di una palla di forma strana, nulla più. Brutale esercizio di forza fisica sottesa al collocamento di ‘sta strana palla oltre una certa linea, esercizio che diventava talvolta tedioso .
Ma se dal Sud Africa posso dire che mi sarei aspettato proprio quello, ne più ne meno, conservavo una minima speranza che il Galles trovasse magari qualche brace ancora accesa del vecchio ardore anni 70 per cercare di metterer in crisi gli Springboks al largo. Niente, proprio niente.

Essendo stato forgiato ormai da una dozzina d’anni da Gatland, il Galles riesce ad essere, se possibile, da un punto di vista del gioco offerto, anche peggiore del più conservatore dei Sud Africa. Ne scaturisce una partita inguardabile, nessuna concessione, fino al momento in cui il Galles comincia a cedere ma mancavano dieci minuti,al gioco aperto da parte Springbok, più o meno altrettanto dall’altra parte.
Si può notare comunque come entrambe le contendenti siano concepite, a livello di squadra, in esclusiva funzione del risultato.
Tradotto per chi segue più o meno solo il calcio: peggio dell’Inter di Herrera.
Vince il Sudafrica, al termine di una battaglia fisica enorme ed estenuante. Solamente tre i punti di scarto ma per me ben più ampio il divario in campo. Specie nel primo tempo quando i primi tre davanti del Sud Africa hanno reso la vita impossibile agli avversari. Diretti e indiretti. La superiorità fisico-tempistica springbok in questa fase di gioco mi è apparsa spietata.
Il Galles, costruito negli ultimi dodici anni (tanti, tantissimi) esclusivamente su questa falsa-riga viene battuto dai maestri del gioco fisico, sparagnino e cattivo (per davvero)ai quali il loro allenatore si è sempre ispirato, rinnegando e distruggendo la tradizione di tre-quarti devastanti che aveva issato il XV delle tre-piume al vertice del mondo ovale tra il 1969 e il 1980, non raggiungendo, per giunta, l’obbiettivo prepostosi: la vittoria del mondiale.

Arrivo quindi a questa mattina, agli impegni di lavoro, completamente ignorati, a quelli famigliari, onorati con un occhio alla finale.
Dopo aver mollato il figliolo al campo sportivo, cerco, insieme alla gentile consorte, un bar accettabile per passarci un ora in attesa della partita del figlio. Io mi guardo il primo tempo in cuffia: niente di buono.

Avevo pensato, un paio di giorni fa, che la finale avrebbe potuto andare male, ma non è che ci credessi veramente.
Le ultime due partite del XV della rosa mi avevano lasciato ottimista. C’era una sola possibilità che la finale andasse male: il Sud Africa fa una partita da Sud Africa vecchia scuola, allora sono cazzi. E lo sono : amari.

La mischia sudafricana gioca un primo tempo fenomenale, devasta il corrispondente reparto inglese per di più intimorendo anche gli altri reparti. Ne scaturisce una parata di orrori inglesi fatta di continue infrazioni sul punto d’incontro, dimostrazioni varie di inferiorità fisico tecnica in mischia, sia ordinata che aperta e errori con le mani da parte di alcuni, l’estremo Daly in particolare a me è sembrato veramente disastroso. La conseguenza di ciò è una sfilza di calci di punizione a favore del Sud Africa che permette loro di andare al riposo sul 12-6. Speranze ne vorrei avere ancora, il tempo non mancherebbe, ma per quello che ho visto fino a qui, spazio per sperare non ce n’è.
E infatti il secondo tempo ricalca l’andamento del primo, l’Inghilterra accorcia di un calcio, il Sud Africa allunga (di due), fino alle battute finali quando protesi in avanti nel tentativo di rimediare ad una situazione ormai ampiamente compromessa, gli inglesi vengono trafitti due volte ai fianchi dalle ali sudafricane che segnano due mete all’angolo, una per lato.
Il finale è pesantissimo 32-12 ma direi giusto.

Il Sud Africa, zitto zitto, vince il suo terzo titolo mondiale. Sottolineo l’importanza, non solo simbolica, del primo capitano di colore nella storia della nazionale sudafricana di rugby. Impensabile ai tempi della prima vittoria mondiale del ’95 e realtà oggi.
Per di più vincente.

Esco dalla macchina, nel parcheggio l’asfalto è ininterrottamente battuto dalla pioggia.
Nel campetto a fianco, sta cominciando il secondo tempo.
Il figliolo continua il suo allenamento/riscaldamento, entrerà dopo dieci minuti.
Anche la partita di cui dovrebbe importarmi qualcosa, visto chi sono gli avversari, oltre al ragazzo ovviamente, si conclude con una sconfitta: Piacenza 2-4 Genoa, ma i nostri han ben giocato, più di quelli che ho appena finito di guardare in macchina.
Torniamo tutti e tre al bar di prima e mi concedo una meritata birra.

Per tutti quelli che mi hanno insultato o pensato che sia un deficiente leggendo la mia tirata anitgallese: è probabile che abbiate ragione, ma io non cambio.
Però guardatevi il video linkato di sotto. Guardate e poi pensate a Gatland e a quelli come lui che hanno fatto diventare il rugby quello che è oggi.

https://www.youtube.com/watch?v=6j3UYslPOP4

giovedì, novembre 07, 2019

Gli anni 90 del Bar Tabacchi di via Larga Numero 8 di Filippo d’Angelo



La Milano e la Lombardia tra la fine degli Anni 80 e gli Anni 90 che crea una rete di musicisti underground che si raduna intorno a sale prove, negozi di dischi, prime incisioni discografiche e trova come punto di riferimento il Bar Tabacchi di Via Larga (in cui suonarono alcuni dei nomi destinati a fare poi la storia del rock italiano, dagli Afterhours ai Carnival of Fools, futuri La Crus, Karma, Lilith, Punkreas, Uzeda, Massimo Volume, i Golden Age (futuri BluVertigo) etc.

Decine di testimonianze, ricordi, foto, filmati.
Tra i tanti ne parlano Gianni Maroccolo, Cristiano Baldo (Il Ruvido), Roberto Binda, Massimo Pirotta (giornalista e socio del Bloom),Oreste Zurlo (Fridge Records).
Testimone diretto bassista dei Blak Vomit e anche narratore per immagini è Filippo d’Angelo.

Come sempre un interessante tassello su un'epoca andata...

Il video è qui:
https://www.facebook.com/kultgeneration69/

mercoledì, novembre 06, 2019

200 Motels



Il film culto diretto nel 1971 da Frank Zappa e Tony Palmer con la partecipazione di Ringo Starr (nei panni di Zappa), Keith Moon, Pamela Des Barres (e varie altre groupies) e le Mothers of Invention, verrà ripubblicato a breve in un cofanetto con DVD rimasterizzato e un altro con contenuti speciali e inediti.

Un lavoro difficilmente intellegibile, con una trama molto flebile, una recitazione quanto meno improvvisata e discontinua, seppur girato con tecniche innovative per l'epoca.
Testimonianza di certa sperimentazione visionaria e "avanguardista" dell'epoca, folle, schizofrenica e coraggiosa.
Zappiana.

Ma sostanzialmente, al di là del rispetto per il geniale musicista, appare semplicemente un film inutile, brutto e senza alcuno spessore apparente (se si escludono le parti suonate dal vivo delle Mothers of Invention) e la gustosa curiosità di vedere le bizzarrie di Ringo e Keith Moon.

lunedì, novembre 04, 2019

Fenomenologia di Un Posto Al Sole



Riporto l'articolo scritto ieri per "Libertà" .

Mi diverto sempre molto quando “confesso” di essere un fan accanito, praticamente dalle prime puntate, della soap opera “Un posto al sole”, suscitando, come minimo, stupore e perplessità, dovendo spesso convincere gli astanti che non sto scherzando ma che, al contrario, sono tremendamente serio..
Peraltro, nel tempo, ho scoperto essere sodale, in questa attività carbonara, di moltissimi altri rappresentanti della scena “alternativa” più estrema, musicisti o esponenti del giro hardcore, garage punk, financo occupanti di centro sociali duri e puri.

La serie è iniziata nel lontano ottobre 1996, inanellando oltre 5.000 puntate, tutti giorni una mezzora, dal lunedì al venerdì, con brevi pause nel periodo a cavallo di Ferragosto, diventando la più longeva della televisione italiana.
Partita con una media di un milione di spettatori si è attestata da anni, grazie alla favorevole collocazione, tra le 20.30 e le 21, intorno a uno zoccolo duro di ben tre milioni.
E' prodotta da Rai Fiction e dalla sede Rai di Napoli, luogo in cui si svolgono le vicende.

Che ruotano intorno ad una serie di famiglie, le cui storie si intrecciano, tra parentele, matrimoni, relazioni, abbandoni, colpi di scena, talvolta cruenti e drammatici.
Una dozzina i protagonisti fissi ma decine di altri quelli che si sono alternati in tutto questo tempo (inclusi quelli deceduti nella fiction. Storica la morte della moglie di uno dei protagonisti nel primissimo periodo, dopo che era diventata una beniamina del pubblico e che periodicamente torna in qualche flashback e ricordo del marito).

Una particolarità che caratterizza il cast fisso e inamovibile di cui sopra, sono i cambiamenti dei protagonisti che nel corso di questi 23 anni sono invecchiati, si sono trasformati fisicamente, i bambini sono diventati adolescenti, gli adolescenti adulti, con tutte le conseguenti problematiche che sono state adattate al loro ruolo.


E gli sceneggiatori hanno adeguato le modifiche estetiche inserendole come particolarità della vicenda.
Allo stesso modo gli episodi vanno di pari passo al calendario reale, festeggiando il Natale, la Pasqua, il Capodanno, facendo riferimenti ad eventuali eventi straordinari (i Mondiali di calcio o le Olimpiadi) in svolgimento, rendendo il pubblico ancora più partecipe, vicino e in simultaneità.

Una storia che non ha mai fine, che ovviamente cambia ma non si evolve, restando ancorata alla location principale, Palazzo Palladini (ovvero Villa Volpicelli, situata a Posillipo), dove tutte le famiglie vivono.

La particolarità principale che contraddistingue “Un posto al sole” dalle solite soap opera è l'attenzione che viene costantemente data a tematiche sensibili e spesso evitate in spettacoli “leggeri”.
L'omosessualità (maschile e femminile), transessualità, la camorra, l'adozione di minori, l'abbandono scolastico, l'alcolismo, il gioco d'azzardo, la delinquenza giovanile, bullismo, tossicodipendenza, stupro, prostituzione, usura, Aids, stalking, rifugiati e immigrati, sono da sempre presenti, trattati con molta cura, aderenza alla realtà, senza eccessi di moralismo o aspetti pruriginosi.
Svolgendo un ruolo di educazione civica e pedagogica non indifferente, rivolgendosi quotidianamente ad un pubblico così ampio. Altrettanto interessante constatare come la collocazione partenopea porti, ovviamente, ad una parlata dalle forti inflessioni dialettali ma mai troppo invasive o poco comprensibili (come è invece d'uso in varie fiction “territoriali”, da “Gomorra” a “Suburra”).

Tra gli aspetti apparentemente secondari ma spesso evidenziati da piccoli e significativi particolari, c'è la sottolineatura classista delle varie tipologie di personaggi.

I “ricchi” e “padroni” sempre in giacca e cravatta, si dissetano costantemente e unicamente con bicchieroni di whisky e liquori vari, i “poveri” e proletari ripiegano su vino (gli anziani) e birra (i giovani), quest'ultima spesso sorseggiata direttamente dalla bottiglia.
I “cattivi” sono veramente cattivi, capaci di ogni scorrettezza e solo occasionalmente redenti da qualche evento eccezionale (dove dimostrano di essere in fondo potenzialmente bravi).
I “buoni” sono invece costantemente disponibili e altruisti e finiscono per subire i soprusi, uscendone comunque a testa alta in nome della loro specchiata onestà. Le loro eventuali devianze sono frutto di motivi contingenti, di ingenuità o raggiri.

Uno spaccato di vita reale, fatto con pochi mezzi, a volte elementare, minimale e basico (ad esempio da qualche mese l'evidente disponibilità di un drone ne comporta il costante utilizzo almeno una volta in ogni punta, con spettacolari quanto ormai risapute riprese di Napoli dall'alto).

Per gli adepti un irrinunciabile appuntamento quotidiano, una sicurezza che non delude mai.
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