giovedì, aprile 03, 2025

Kae Tempest - Statue In The Square

Il nuovo brano di KAE TEMPEST a tre anni dall'ultima uscita discografica è importante, perché (ri)porta il concetto di MESSAGGIO al centro di una (genericamente) musica che sembra sempre meno presente nella società.

"I remember to live is to change / Ricordo che vivere significa cambiare" è un verso di "Statue in the square" e una perfetta metafora che parla della sua trasformazione di genere e allo stesso modo un proposito politico e ideologico che ben si presta a commento sociale in questo momento in cui le redini del mondo e del nostro vivere sono nelle mani di folli (o coglioni, che dir si voglia).

“It's not a disorder or a dysfunction/Disgusting the way they discuss us / Non è un disturbo o una disfunzione / È disgustoso il modo in cui parlano di noi" può diventare un inno per la comunità LGBTQ+.

Il ritornello è potentissimo, il brano efficace, il video allo stesso tempo minaccioso, affettuoso, comunitario.

https://www.youtube.com/watch?v=aTDOFaAcEyc

Kae Tempest - Statue In The Square

Well, either I'm nice on the eye
Or this person that's passing me by has never seen one
Like me before, we endure it
Keep reaching for it, knee deep, we keep pouring
Life force in a formless void, we're too gorgeous
Dwarf the whole street when we walk, are you transported?
I cherish the ones who support us
Fear takes from us but love restores us
You are not the sum of the things you do wrong
In the eyes of someone who does not understand you
It's not a disorder or a dysfunction
Disgusting the way they discuss us
But just 'cause a person's not decent to me
Don't mean they're not decent to someone
The norm is not normal: it's a construction
Designed to stifle the inner life and increase production

They never wanted people like me round here
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
They used to tell their children not to stare
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
Yeah, they're ten a penny, we're rare
And when we're dead, they'll put our statues in the square
They can shake their heads in despair
But we been here from the start and we ain't going nowhere

Spent my life trying to do things your way, normal didn't feel right
Trapped in a shrinking hallway till it got too tight
Deep breath, fresh air when I broke the surface
Yes, we've all lost lovers, what's sad is a lost purpose
Reclaim it, reframe it, rename it, something more fitting
Contain it, champagne it, complaining never did nothing
But hitting the ground running's a start; hold your position
Tape it up, tuck it, and love it beyond condition
Watching the city surrender to rain, I remember to live is to change
I don't pray for the end of my pain, I pray for the strength to weather it
Paused on the brink of a gaping precipice, hesitant, derelict, slow from the sedative
Terrified people never stop asking where the treasure is, I'm like: everything's relative
So don't be surprised when they shield their eyes
What they fear's a reflection of their own minds
They reveal themselves in their dead headlines
It's fine, we don't need permission to shine

They never wanted people like me round here
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
They used to tell their children not to stare
But when I'm dead, they'll put my statue in the square
Yeah, they're ten a penny, we're rare
And when we're dead, they'll put our statues in the square
They can shake their heads in despair
But we been here from the start and we ain't going nowhere

mercoledì, aprile 02, 2025

Carnascialia

La musica italiana degli anni Settanta ha sperimentato tantissimo, incrociato esperienze, scavato nella tradizione, ammodernandola con nuove influenze, contaminazioni, creando stupendi ibridi di bellezza irripetuta.
Erano tempi in cui quell'autarchia imposta dall'abbandono dei gruppi stranieri del suolo italico, favorì lo sviluppo di esperienze autoctone, lasciandoci capolavori troppo spesso dimenticati.

Pasquale Minieri (chitarra, basso, voce) e Giorgio Vivaldi (percussioni, flauto), ex componenti del Canzoniere del Lazio, nel 1979 incisero questo unico album della breve esistenza del progetto Carnascialia, circondandosi di eccellenze del tempo, da Demetrio Stratos a Mauro Pagani, Danilo Rea, Carlo Siliotto (oltre a Carlo Siliotto (violino), Clara Murtas, Nunzia Tambara, Piero Brega, Luciano Francisci, Tommaso Vittorini, Maurizio Giammarco, Marcello Vento, Pablo Romero.

Un lavoro che parte da basi di folk tradizionale ma che si sviluppa in momenti jazz, fusion, nelle sperimentazioni vocali di Demetrio Stratos (in "Fiocchi di neve e bruscolini" e nell'ipnotico "Kaitain"), nel proto ambient di "Almeisan", in una serie di ibridazioni musicali, figlie di quegli anni ma ancora di grande attualità sonora e creativa.

martedì, aprile 01, 2025

Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) di Ahmir "Questlove" Thompson

Riprendo l'articolo scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto", dedicato al doc su Sly Stone.
Grazie a Pier Tosi.<
BR>
Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=PeKg69eOsAk&t=1s

La figura di Sly Stone, tra i più grandi (e non sempre appieno compreso e adeguatamente valutato) innovatori della musica pop rock moderna, ha ultimamente avuto un progressivo riconoscimento.
Dalla discreta “storia orale” di Joel Selvin “Sly & the Family Stone: An Oral History” in cui raccoglie le testimonianze di una lunga serie di collaboratori più o meno stretti ma senza la voce del protagonista principale, a “Thank you (Falettinme be mice elf agin)” biografia (recentemente tradotta in Italia da Jimenez Edizioni), created in collaboration con Sly, dello scrittore Ben Greeman (e l'ex fidanzata di Sly, Arlene Hirschkowitz) in cui il musicista si descrive con dovizia di particolari.

Giunge ora sugli schermi “Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius)” di Ahmir "Questlove" Thompson, musicista, produttore, regista, autore di quel capolavoro che è stato “Summer of Soul”, affascinante documentario che sintetizza il “The Harlem Cultural Festival, a New York, una serie di concerti che andarono in scena dal 29 giugno al 24 agosto del 1969.

Il documentario ripercorre in maniera dettagliata ed esaustiva la sua ricca (quanto artisticamente breve) carriera, con dovizia di particolari e filmati inediti (spesso rarissimi e favolosi), estratti di interviste e il consueto elenco di testimoni dell'epoca, tra cui vari membri della band oltre a pareri interessanti di Andre 3000, D'Angelo, Chaka Khan, Q-Tip, Nile Rodgers, Jimmy Jam and Terry Lewis, George Clinton, Ruth Copeland e Clive Davis.

Un doc esaustivo, sgargiante come i vestiti di Sly e della band, che rimarca una volta in più, quanto fosse geniale la sua musica e quanto sia ancora attuale e moderna. Sly Stone, già in epoca infantile/adolescenziale, è una sorta di bambino prodigio.
A undici anni suona tastiere, chitarra, basso, batteria e usa la voce in modo perfetto. Poco dopo forma i Viscaynes, che si fanno notare per la scelta, ai tempi inusuale, fino ad essere provocatoria, di essere composti da due uomini, due donne, un uomo di colore, Sly, e un filippino, in un'epoca in cui l'idea di integrazione, razziale e di genere, era ancora un concetto astruso e improbabile, in gran parte degli States.
Si segnala come ottimo e innovativo DJ radiofonico alla KSOL per poi intraprendere l'attività di compositore e produttore, arrivando fino a nomi altisonanti come i Beau Brummels e i Great Society della futura leader dei Jefferson Airplane, Grace Slick.
Nel frattempo compone e sperimenta e quando è giunto il momento nasce la nuova creatura, Sly and the Family Stone.
"Facevamo tutte le cose sempre insieme, eravamo come un "Chiesa".

La selezione dei musicisti non è casuale.
Sono tutti eccellenti strumentisti ma Sly sceglie in base a un concetto socio/politico ben preciso: uomini e donne, bianchi e neri, insieme, suonando una musica il più possibile contaminata e libera da preconcetti. Le radici sono nel blues e rhythm and blues ma c'è spazio anche per rock, latin sound, jazz e tanto altro. I filmati ci mostrano uno Sly puntiglioso, insistente nel trovare il suono o il ritmo giusti, provando e riprovando.
Siamo a cavallo tra il 1966 e il 1967, vedere su un palco bianchi e neri insieme è prerogativa rara anche nel jazz, ancora meno nel rock e più in generale nella black music.
Non a caso l'album d'esordio, nello stesso anno, si intitola “A whole new thing” (“una cosa completamente nuova”).
Il seme è stato piantato, si intuisce che qualcosa di effettivamente nuovo sta arrivando, pur essendo ancora ancorato solidamente ai classici schemi rhythm and blues.
Con il successivo “Dance to the music” si passa a un sound sempre più tribale, con il basso, quasi distorto, di Larry Graham che introduce un ritmo pulsante che diventerà un marchio di fabbrica della band. Il resto è un mix di gospel, rock e psichedelia, spesso suonato a ritmi forsennati, con tastiere acide e intrecci strumentali originali e imprevedibili. Altrettanto innovativo e sorprendente è il gioco delle voci che si alternano, dialogano, sovrappongono, uscendo dai canoni del solista ma diventando uno strumento aggiuntivo.
I testi sono un altro aspetto di importanza primaria, un costante inno al pacifismo, alla convivenza senza barriere di razza o genere, l'invito a stare insieme.

I successivi “Life” e “Stand!” quest'ultimo pubblicato poco prima della mitica apparizione al Festival di Woodstock dell'agosto 1969 e all'Harlem Cultural Festival nello stesso periodo, ne sublimeranno popolarità e personalità.
“I Want To Take You Higher” diventa un inno, vende centinaia di migliaia di copie, “Stand!” è la summa della loro carriera, tra proto funk, soul, rock, psichedelia.
Sly non teme di affrontare temi caldi come il razzismo ma lo fa in modo sempre colloquiale, con costanti inviti alla reciprocità, in funzione della tolleranza e amicizia.

E' in questo periodo che rigetta l'invito delle Black Panthers a un sostegno alla loro causa, liquidata in modo sprezzante.
In questi lavori ci sono le radici sonore che ritroveremo presto nei Funkadelic e Parliament di George Clinton e nella breve carriera di Betty Davis. Sarà lei, moglie di Miles Davis, a spingere il marito verso altre sonorità e cultura musicale. Ne farà tesoro soprattutto in “On The Corner” del 1972. Ma è da qui che, inequivocabilmente (attingendo a piene mani anche dalle modalità di esibizioni live), Prince che assorbirà tantissimo dalla loro esperienza, aspetto evidenziato spesso nel doc di Questlove.

Il successo devasta Sly che sprofonda in un abisso di abusi di ogni tipo, cocaina, alcol, sesso. Le sue finanze si assottigliano, i concerti che saltano sono più di quelli portati a termine, si chiude nella sua casa di Los Angeles in una nebbia di eccessi, circondato da spacciatori, consumatori, gente di malaffare.

Ne riemergerà a stento nel 1971 con un capolavoro assoluto della black music, “There’s a riot goin’ on”, una visione pessimista, cruda e decadente del presente (suo e della società), registrato suonando quasi tutto da solo e utilizzando, tra i primissimi, una batteria elettronica, su cui ne reincide una acustica, mischiando i due suoni, creandone uno unico e all’avanguardia.
I brani sono spesso lunghi e ipnotici, intrisi di funk ma ricoperti da una patina paranoica e malata. Gli anni successivi sono un declino costante con ancora qualche discreto album solista (in cui sono intuibili il genio e lo spessore artistico ma male utilizzati) e il congedo definitivo nel 1982, sopraffatto da scelte di vita inconciliabili con una normale carriera musicale.

Scompare dalla scena, a parte sporadiche apparizioni come nel 1993 quando Sly and the Family Stone entrano nella Rock n Roll Hall of Fame. Rimane sul palco un minuto, saluta e se ne va. Tornerà a farsi vedere nel 2007 con una serie di apparizioni (in stato di salute evidentemente molto precario) con la Family Stone. Si ritira dalla vita pubblica, soggiorna a lungo in una roulotte, sopravvivendo a stento, intenta cause per diritti non pagati, spesso perse o rigettate.

Il documentario ce lo mostra ora in foto, ultra ottantenne, sorridente, apparentemente sereno, abbracciato ai figli. Un talento artistico incredibile, auto distruttosi per l'incapacità di gestire il successo e la notorietà e la conseguente disponibilità economica spropositata.
Un visionario innovatore che avrebbe potuto dare ancora tantissimo alla musica ma, come peraltro accaduto a molti altri artisti dell'epoca, che è riuscito ad esprimere la propria creatività solo per un contesto temporale limitato.
Sufficiente però a consegnarlo alla storia tra i musicisti più influenti di sempre.

lunedì, marzo 31, 2025

Marzo 2025. Il meglio

Parte bene il 2025 con gli album di Bob Mould, The Loft, Sunny War, The War and Treaty, Ringo Starr, Iggy Pop, Cymande, Lambrini Girls, De Wolff, PP Arnold, Altons, Delines, Gyasi.
Ottime cose dall'Italia con Neoprimitivi, The Lings, Putan Club, Laura Agnusdei, Elisa Zoot, Roberta Gulisano, Angela Baraldi, Flavia Ferretti.


BOB MOULD - Here we go crazy
Capita sempre più di rado emozionarsi o commuoversi ascoltando nuova musica. Bob Mould è uno dei rari esempi che distrugge ogni barriera emozionale. Quella voce, quella chitarra, quella personalità unica che nel quindicesimo album solista riesce ancora una volta a lacerare cuore e anima, facendoci capire quanto siano stati "importanti quegli anni" e quanto gli Husker Du siano stati uno dei gruppi (punk) rock più straordinari mai avuti.
Eccellente e basta.

THE LOFT - Everything changes everything stays the same
Furono tra i primi gruppi accasati alla Creation di Alan McGee, per cui incisero due singoli (nel 1984 e 85), prima di sciogliersi e dare vita ai Weather Prophets e alla carriera solista del leader Peter Astor.
Dopo 40 anni tornano insieme per incidere il primo album in assoluto, "Everything changes everything stays the same", gioiello in bilico tra Sixties, Lloyd Cole and the Commotions, Alex Chilton, REM (e pure Weather Prophets ovviamente).
Disco primaverile, solare, con qualche nuvola in cielo, malinconicamente irresistibile.

NEOPRIMITIVI - Orgia mistero
La visionaria band romana mette a frutto ore di concerti, prove, improvvisazioni, sperimentazioni, in un album d'esordio abbacinante nella sua esplosione di colori e sapori psichedelici, a cui si aggiungono riferimenti alle esperienze nostrane tardo anni Sessanta di band come Chetro & Co e Le Stelle di Mario Schifano, al kraut rock, a tutto quell'immaginario a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Non c'è solo quello perché non è difficile scovare appigli diretti a ritmi e groove afro funk, fiati soul o a sguardi a quel capolavoro dimenticato che fu "666" degli Aphrodites Child. In poche parole: tutto stupendo.

BRIAN D'ADDARIO - Till The Morning
Una metà dei Lemon Twigs in veste solista e un album per il quale non c'è altro termine di delizioso. Brian scava tra Beach Boys, John e Paul solisti, gli XTC più 60's oriented e una lunga serie di omaggi e riferimenti a quegli anni. Il tutto però con una classe compositiva di raro spessore. Niente di clamoroso ma davvero bello da ascoltare.

ANNIE & THE CALDWELLS - Can't Lose My Soul
Da quarant’anni, Annie Caldwell guida un gruppo gospel nel Mississippi, con il marito Joe alla chitarra, le due figlie Deborah Caldwell Moore e Anjessica Caldwell. la figlioccia Toni Rivers.
Il figlio maggiore Willie Jr. Caldwell è al basso e quello più piccolo Abel Aquirius Caldwell alla batteria.
Durante la settimana lavorano, nei weekend suonano.
In questo album ci sono disco, soul, intensissimi blues, gospel a profusione, tecnica sublime nel trattare strumenti, voci e arrangiamenti.
Emozionante e travolgente.

THE WAR AND TREATY - Plus one
La coppia americana firma un nuovo album (il quarto più uno sotto altro nome) con 18 brani e più di un'ora di musica. Il tratto prevalente guarda al country ma ci sono abbondanti dosi di soul, gospel, rock, blues, canzoni che potremmo trovare in un album di Fantastic Negrito o Bellrays, fino a rimandi palesi a Janis Joplin e a infuocati e sparatissimi country punk. Un lavoro completo e complesso, ricchissimo di spunti di altissimo livello.

THROWING MUSES - Moonlight concessions
Album scarno, aspro, minimale, dai tratti drammatici e inquietanti ma, paradossalmente, estremamente fascinoso. Chitarre acustiche, violoncello, la voce di Kristin Hersch, un senso di decadenza e abbandono. Ottimo lavoro.

PUTAN CLUB - Filles d'octobre
Il duo franco/italiano aggiunge un altro devastante tassello alla sua demolizione progressiva delle convenzioni sonore. Il nuovo è dal vivo, registrato in Portogallo all'Amplifest. Drum machine, chitarra, basso, distorsione, tutto è estremo, riduttivo definirlo noise, siamo oltre. Ci sono echi post punk che arrivano da chi a suo tempo aveva incominciato a prendere a mazzate il suono più ovvio: Killing Joke, Public Image LTD, Theatre Of Hate. Ma anche riferimenti al tribalismo sperimentato nelle varie esperienze africane della band, industrial, pura e semplice attitudine punk. Il famoso o li si ama o li si odia bene si addice ai Putan Club. Noi li si ama incondizionatamente.

BLIND ALLEY - Live Tuxedo 1982
Nei primi anni Ottanta le uscite discografiche di band underground italiane erano centellinate, rare, difficili da trovare, soprattutto se relative all'ambito mod e affini. Nel 1983 uscì il primo singolo dei Four By Art e l'anno successivo quello degli Underground Arrows.
Per il resto c'erano solo le cassette.
Quando il primo e unico 45 giri dei BLIND ALLEY, pubblicato dalla Shirak nel 1983, mi arrivò a casa fu motivo di grande giubilo, nonostante a quel punto la band fosse alla fine della breve carriera, iniziata nel 1980.
Non erano propriamente una mod band ma suonavano canzoni molto vicine allo spirito del 1979 e ai Jam, con l'aggiunta di punk, power pop, i primi Elvis Costello e Joe Jackson, il piglio dei Clash.
Gigi Restagno, prima della prematura scomparsa, proseguì con altre sonorità con Defear, Difference e Misfits (dove ritrovò il chitarrista Luca Bertoglio), Marco Ciari invece rimase fedele al gusto Sixties con i Party Kids, prima di approdare a Franti e Fratelli di Soledad.
Onde Italiane pubblica ora un ottimo live, registrato il 24 novembre 1982, con 13 brani che se fossero usciti all'epoca avrebbero costituito un album imperdibile.
Ora testimoniano la qualità e lo spessore compositivo di una band eccellente.
La registrazione è più che buona, l'eccellente cover di "Modern world" dei Jam testimonia quale fosse la principale matrice di riferimento.

DERYA YILDRIM & GRUP SIMSEK - Yarin Yoksa
Quarto album per la band turco/tedesca a base di una sinuosa e affascinante miscela di soul, funk, melodie anatoliche, jazz, psichedelia. La voce di Derya Yildrim è avvolgente, dalle volute mediorientali, la band macina un sound ipnotico e oppiaceo, l'insieme è originale e di immediata presa.

GYASI - Here comes the good part
Un cocktail con parti uguali di Marc Bolan, David Bowie, Led Zeppelin, Slade, primi Roxy Music e spezie affini. Ovvero non una lacrima di originalità ma un remake perfetto di quelle atmosfere e suoni. Ma l'effetto è davvero piacevole, fatto benissimo, gustoso e rinfrescante.

THE TUBS - Cotton Crown
Secondo album poer la band gallese, in cui si alternano influenze accattivanti come Husker Du/Bob Mould, Dinosaur Jr, un po' di primi Clash, qualche chitarra alla Smiths e non rari accenti Welleriani. Il tutto spolverato da un approccio folk irlandese. Niente di clamoroso ma da tenere d'occhio.

ANDY BELL - Pinball wanderer
Andy Bell è stato membro di Ride (tuttora in attività), Oasis, Beady Eye. Il terzo album solista lo coglie tra brani strumentali, ipnotici, di ispirazione kraut/psichedelica e qualche episodio più tradionalmente rock di gusto ovviamente Britpop. Solo per completisti.

AA.VV. - Paul Weller Presents That Sweet, Sweet Music
Sono ricorrenti le compilation basate sulle scelte di artisti conosciuti.
Paul Weller è un raffinato estimatore di soul music e dintorni e qui ci regala una selezione di 24 brani che vanno dai 10 minuti iniziali di funk liquido e torrido degli Headhunters con "God Made Me Funky", al classico "That's Enough" di Roscoe Robinson, al travolgente rhythm and soul di "Soulshake" di Peggy Scott & Jo Jo Benson.
E ancora il folk soul di Ritchie Havens, una bellissima e super groovy "Summertime" di Billy Stewart, un omaggio al dimenticatissimo Baby Huey con "Hard times", l'inconsueta "Blackrock" dei Blackrock, band di session men della Stax e Hi Records, alle prese con un funk psichedelico targato 1969, una versione di "The bottle" di Gil Scott Heron eseguita dai Brother To Brother dall'omonimo album del 1974.
C'è da divertirsi. Weller sa il fatto suo, non ne dubitavamo e qui si capisce molto delle sue (già note) fonti di ispirazione.

AA.VV. - Everybody is a star The Sly StoneSongbook
Compilation molto interessante e godibile, che raccoglie una ventina di cover di Sly Stone e Sly and the Family Stone.
Versioni particolari e strane, realizzate nel corso del tempo, che coinvolgono artisti sorprendenti, vedi Raincoats o Magazine, ottimi o la bruttina "Family affair" di Iggy Pop. Classica e stupenda "I Want to Take You Higher" di Ike & Tina Turner & the Ikettes, bellissimo il disco funk di "Le Lo Li" di Diana Ross (originariamente in "High On You" di Sly del 1975), scartato dall'album della cantante dell'anno successivo.
C'è anche una "Everyday people" rifatta da Jeff Buckley (uscita su singolo nel 2015 per il RSD), piena di pathos.

ELISA ZOOT - Clever Crow
Elisa Zoot è una cantante, produttrice e compositrice per TV e film, nonché co-fondatrice della band alt-rock londinese Black Casino And The Ghost. La sua musica e la sua voce sono state utilizzate in molti programmi TV di successo negli Stati Uniti e in varie serie di Netflix e in molti spot pubblicitari, serie, trailer e film in Usa e Europa.
Il suo esordio solista, coadiuvata da collaboratori come Alex Reeves (Elbow) alla batteria, Ariel Lerner (Black Casino and The Ghost), Steve Ouimette (T-Ride) e Massimo Martellotta (Calibro 35) alle chitarre, la vede alle prese con dieci brani avvolgenti, misteriosi, in cui elettronica e gusto vintage si abbracciano alla perfezione.
Tra dream pop, post wave alla Cocetau Twins, Portishead, un marcato gusto per le atmosfere cinematografiche e rimandi ai Sixties. Album di rara intensità e tensione emotiva.

FIESTA ALBA - Pyrotechnic Babel 
Il primo album della misteriosa band, la cui identità è occultata da maschere, è un condensato di molteplici influenze, di difficile definizione e collocazione all'interno di un genere particolare. Più genericamente math rock contaminato con elementi afro, dub, elettronica, nu jazz British jazz (in particolare le varie incarnazioni di Shabaka Hutchings), drum’n’bass, un groove funk in costante filigrana. Opera complessa, in progress, molto stimolante e innovativa. Eccellente.

MELTY GROOVE - Free hands
Il trio torinese conferma le premesse apprezzate nei singoli che hanno preceduto questo brillante esordio. Sette brani (tra cui una coraggiosa e straniante versione semi prog di "Amore che vieni amore che vai" di Fabrizio De André) che spaziano senza limiti, a "mani libere", tra funk, canzone d'autore, fusion, jazz, soul. Il tutto suonato magnificamente, con classe, raffinatezza e urgenza espressiva. Album sorprendente ed esplosivo.

SINGOLI

The Molotovs - More More More
I due giovanissimi fratelli inglesi, dopo anni di progressiva crescita, approdano al singolo d'esordio. Un brano in pieno stile Jam 1979, potente, ben prodotto ed efficace. Sul lato B una versione dal vivo della stessa canzone e una, ottima, di "Suffragette City" di Bowie. Attendiamo sviluppi.

Jimi Tenor - Summer Of Synesthesia
Due brani dai vellutati ritmi funk soul, affascinanti e sinuosi.

Odario X Mad Professor ft. Yolanda Sargeant - The situation
Infuocato mix di dub, reggae e hip hop che unisce il rapper canadese e la leggenda del dub. Pura classe.

Rodina - Trust in this Life (feat Joe Tatton Trio & The Haggis Horns)
Fusion funk unito a un groove acid jazz per la cantante Aoife Hearty, tastierista dei New Mastersounds e Joe Tatton, tratto dal nuovo album "Good Company" in uscita in vinile a giugno 2025. Stupendo.

Bacao Rhythm & Steel Band’s - Let’s Grow
Ottimo singolo per la misteriosa band di Amburgo, tra funk e influenze caraibiche. Sempre efficaci.

ASCOLTATO ANCHE:
LANCE FERGUSON (discreto lavoro di soul funk strumentale da una colonna sonora del 1981, recentemente ristampata), EDWYN COLLINS (carino ma soporifero), BURNT SUGAR (funk, spiritual jazz, sperimentazione), THE HORRORS (inutile come tutta la loro discografia), STEVEN WILSON (neo prog con riferimenti a Yes, Genesis, Pink Floyd ma anche Bowie. Solo per appassionati del genere).

LETTO

Steve Wynn - Non lo direi se non fosse vero. Memorie di musica, vita e Dream Syndicate
Steve Wynn racconta una storia banale. Quella di un giovane ragazzo ossessionato dalla musica tanto da diventare un musicista.
Ovvero una storia straordinaria. Fatta di tutte quelle straordinarie banalità che caratterizzano la vita che molti artisti, pur non essendo mai diventati i Rolling Stones, ben conoscono.
Sacrifici di ogni tipo, rinunce, notti insonni, delusioni, sconforto, fatiche inenarrabili ma alla fine quella gratitudine infinita per avere avuto quell'opportunità incredibile di vivere con e nella musica.
Steve Wynn ha lavorato in un negozio di dischi, fatto il DJ, fondato i Dream Syndicate e dato vita, negli anni Ottanta, al cosiddetto Paisley Underground, a fianco di Rain Parade, Bangles, Green On Red, Long Ryders, mischiando psichedelia, rock e punk.
Con la sua band ha sfiorato il grande successo, tra tour con REM e U2, album in classifica ma alla fine è sempre mancato il guizzo finale.
Nella sua autobiografia, pubblicata recentemente da Jimenez Edizioni, “Non lo direi se non fosse vero” (tradotta da Gianluca Testani), traspare qualche velato rammarico, soprattutto all'indomani dello scioglimento della band (poi riformatasi nel 2012 e ancora in splendida attività con album freschi e mai nostalgici), quando esplodono il grunge e l'indie rock di cui i Dream Syndicate erano stati in qualche modo precursori e padrini e altre band a loro contemporanee (Meat Puppets, Flaming Lips, Sonic Youth) trovavano finalmente successo e riconoscimenti:
“Sarebbe potuto accadere a noi? Non ha senso chiederselo. Non è successo.”
Il racconto è avvincente, molto (auto) ironico, ricchissimo di aneddoti gustosi e talvolta imprevedibili, tra eccessi alcolici e non solo, concerti sold out e serate semi deserte in luoghi sperduti dell'America davanti a un pubblico indifferente. Fotografa al meglio la vicenda di una band che alla fine è riuscita comunque a ritagliarsi un posto nella storia del rock e diventare riferimento per tantissimi altri artisti in mezzo mondo.
Steve Wynn ha proseguito con una carriera solista ricca di soddisfazioni e ottimi dischi oltre a una lunga serie di collaborazioni e progetti sempre più che dignitosi.
Sarà il tema del secondo capitolo della sua nuova carriera letteraria che in questo caso si ferma allo scioglimento della band, nel 1988, relegando a poche pagine la prosecuzione successiva.
La riga finale è un capolavoro di colto citazionismo musicale:
“Ci vediamo in giro per locali”.
La frase che disse George Harrison agli altri Beatles il 10 gennaio 1969, quando lasciò (momentaneamente) la band.

Lance Henson - Entità /Entities
Lance Henson è Cheyenne, Oglala e Cajun e membro della confraternita dei Soldati Cane (Dog Soldiers) Cheyenne, della Native American Church (il culto del peyote) e dell’American Indian Movement.
Ha spesso rappresentato la propria tribù nel Gruppo di lavoro dei popoli indigeni presso le Nazioni Unite a Ginevra.
Ha pubblicato circa cinquanta raccolte, che sono state tradotte in ventisette lingue. È anche co-autore di due pièces teatrali.
Il nuovo libro di poesie lo coglie alle prese con l'attualità, tra guerre e violenza ma, come sempre, con una spiritualità intensa, profonda, ancestrale.
"Nonostante le stragi, la distruzione, la follia e dell' "odio infuocato" degli infami, del calpestio degli "stivali dei folli", nonostante tutto, i popoli nativi resistono nella parola dei loro poeti."
Il volume si presenta con il testo a fronte, come traccia essenziale del dire necessariamente in più lingue – southern cheyenne/tsistsistas, inglese (che per Lance è la lingua del nemico), italiano.
"Sono sul crinale
In America appena
da qualche tra furore e libertà".

Alessandro Pagani, Massimiliano Zatini - I Punkinari
Molto divertente e gustosa la marmorea staticità di due calciatori perennemente in panchina a scambiarsi freddure, sempre di spalle, lo sguardo rivolto verso un immaginario campo di calcio, mentre trascorrono le stagioni.
Decine di tavole, ben disegnate e sceneggiate, un inno alla (talvolta disperata) nullafacenza, al "do nothing", all'attesa consapevole che tanto non entrerai mai in campo.

Fabio Massera - Xés
Fabio Massera è un appassionato e profondo conoscitore di rock e punk.
In questo libro mette insieme il retaggio culturale assorbito da migliaia di ascolti (citati all'inizio di ogni capitolo, da Stones a Jimi Hendrix, Kina, Cure, Sex Pistols, Goblin) e un gusto lirico per Bukowsky e Henry Miller.
Ne esce un centinaio di pagine di "letteratura punk" in cui provocazione, erotismo e storie di strada si incrociano.

VISTO The Missing Boys di Davide Catinari
Davide Catinari, cantante dei Dorian Gray, precedentemente dei Crepesuzette, direttore artistico del festival Karel Music Expo, traccia in questo film l'intensa e sentita storia di chi, dalla fine degli anni settanta a quella degli Ottanta, scelse la strada di un'alternativa arrivata a illuminare, pardadossalmente con un lato oscuro, la strada di un gruppo di adolescenti che trovò nel punk, new wave e affini una nuova identità, artistica e filosofica.
Musica, arte, cinema, teatro, grafica, tutto insieme, un mix terribilmente nuovo ed esplosivo.
In questo specifico caso ancora più urgente in quanto relativa alla realtà della Sardegna, geograficamente e logisticamente lontanissima, soprattutto ai tempi, dal "continente".
I testimoni che ne ricordano gli eventi nel documentario rimarcano spesso la mancanza di un'etichetta che potesse garantire un'opportunità di realizzazione e distribuzione per gli artisti, al di là delle singole autoproduzioni, e il rammarico di come tanti validi talenti non abbiamo potuto usufruire delle opportunità che ha invece avuto chi è nato a Milano, Bologna, Firenze, nello stesso periodo.
Passano (attraverso testimonianze dei protagonisti e rari filmati d'epoca) nomi come Agorà, Anonimia, Autosuggestion, Crepesuzette, Démodé, Ici on va faire, Maniumane, Physique du role, Polarphoto, Quartz, Rosa delle Ceneri, Vapore 36, Weltanschauung.
Un ritratto comune a mille altre realtà di provincia in cui l'unico traino erano la passione, l'urgenza, la creatività, la voglia di scrivere nuove pagine.
The Missing Boys” ha vinto il premio nella categoria Best Feature Documentary ai New York Independent Cinema Awards.

Adolescence di Philip Barantini
La mini serie in quattro episodi, in onda su Netflix, Adolescence di Philip Barantini è al centro del dibattito nei social.
Il giudizio, come sempre in questi casi, oscilla tra il capolavoro e la stroncatura.
Personalmente eviterei l'eccessivo entusiasmo, pur se la regìa di Barattini è eccellente (la scelta del piano sequenza dona al tutto ancora più pathos e immediatezza, il costante clima plumbeo è perfetto per l'ambientazione di una storia cupa e turpe) e l'interpretazione di Stephen Graham (il padre) e di Owen Cooper (il giovane figlio) è a livelli altissimi.
Ci sono alti e bassi, qualche inciampo ma il contenuto è straziante, inquietante, spiazzante, terribilmente attuale e realistico e che si riassume in una terribile contemplazione della "banalità del male".

COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Ogni lunedì la mia rubrica "La musica che gira intorno" nelle pagine di www.piacenzasera.it
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".

E' uscito il mio libro dedicato a Ringo Starr, "Ringo Starr. Batterista" per Low Edizioni.
Alla scoperta del batterista RINGO STARR attraverso l'analisi tecnica ed espressiva di tutti i brani in cui ha suonato (dai Beatles, ai live, alla carriera solista alle infinite collaborazioni).
Un pretesto per raccontare la sua vita artistica (anche attraverso un dettagliato percorso nella sua attività solista e cinematografica).
Franco Zanetti cura la prefazione, Giovanni Naska Deidda ci elenca tutte le batterie che ha suonato.

Per acquisto diretto: https://www.edizionilow.it/ringo-starr-batterista/

Presentazione a Genova, martedì 15 aprile, ore 18, Giardini Luzzati.

domenica, marzo 30, 2025

Ringo Starr, batterista

Un po' di recenti interviste e podcast sul libro che ho scritto su Ringo Starr "Ringo Starr, batterista" per Low Edizioni.
Per acquisto diretto: https://www.edizionilow.it/ringo-starr-batterista/

Rai Radio 3 nella trasmisisone "Qui comincia" con Arturo Stalteri.
Regia e scelte musicali di Federico Capitoni (dal minuto 18)

https://www.raiplaysound.it/audio/2025/03/Qui-comincia-del-28032025-24cf3fbb-9b1c-4293-ab86-b8f63be61b5b.html

Mezzora di intervista video con Franco Zanetti nelle pagine di Rockol.

https://www.rockol.it/news-750868/ringo-starr-il-metronomo-dei-beatles
E infine una chiacchierata in video di quasi due ore con Pierpaolo Scuro e il suo "Parole e Suoni Podcast".

https://www.youtube.com/watch?v=Til62GM02QA

sabato, marzo 29, 2025

Appuntamenti vari

Giovedì 3 Aprile 2025 - Ore 21.30
@ Camera Del Lavoro, via 24 Maggio 18 - Piacenza

𝐌𝐔𝐒𝐈𝐂𝐀 𝑃𝐸𝑅 𝐋𝐀𝐕𝐎𝐑𝐎 “ Bello! Il tuo lavoro vero invece qual è?”

Anteprima di 𝐶𝑜𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎 - 𝑆𝑒𝑡𝑡𝑖𝑚𝑎𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑃𝑜𝑝𝑜𝑙𝑜 𝑒 𝑑𝑖 𝐹𝑒𝑠𝑡𝑎 e quindi anche dell’imminente 𝐶𝑢𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑎𝑠𝑠, una serata “multi strato” da non perdere:

🗣️ 𝐀𝐍𝐓𝐎𝐍𝐈𝐎 𝐁𝐀𝐂𝐂𝐈𝐎𝐂𝐂𝐇𝐈 ci guida tra contributi e quattro chiacchiere con i protagonisti piacentini della filiera musicale nazionale per fare il punto sullo stato di salute delle professioni che vivono di e con la musica, da prima della pandemia a oggi, per capire se effettivamente la musica può essere considerata un “lavoro” e per scoprire che magari sono anche due, tre o più lavori insieme. Sul palco assieme a lui:

𝐀𝐋𝐁𝐄𝐑𝐓𝐎 𝐂𝐀𝐋𝐋𝐄𝐆𝐀𝐑𝐈 - Fondatore e Sound Engineer di Elfo Recording Studios /Produttore musicale
𝐂𝐑𝐈𝐒𝐓𝐈𝐀𝐍𝐎 𝐒𝐀𝐍𝐙𝐄𝐑𝐈 - Direttore di produzione
𝐄𝐍𝐑𝐈𝐂𝐎 𝐂𝐑𝐈𝐏𝐏𝐀 - Liutaio Sound City guitar repair shop

🎸 Un pochettino subito e poi a seguire live in duo di Giorgia D’Eraclea, in arte 𝐆𝐈𝐎𝐑𝐆𝐈𝐄𝐍𝐄𝐒𝐒.
Musicista e songwriter indipendente, da 10 anni si esibisce sui palchi dei principali club e festival italiani, dall’Alcatraz di Milano al Concertone del Primo Maggio a Roma.
Ha all’attivo 4 album e 2 EP, oltre a numerose collaborazioni.

Una serie di appuntamenti in ambito MOD.
Le locandine dicono tutto!

venerdì, marzo 28, 2025

The Standells

La recente scomparsa di Larry Tamblyn, voce, tastiere e leader degli STANDELLS ha ispirato questo speciale dedicato alla band californiana.

Già attivi dal 1962, passati attraverso una lunga serie di cambi di nome e line up, si stabilizzano nel 1965, trovando un contratto discografico e la produzione di Ed Cobb (che firmerà diversi loro brani).
La discografia è limitata a quattro album tra il 1966 e il 1967, uno del 2013, durante una delle varie reunion e alcuni live del 1966.


In Person at PJ's - 1964
Live On Tour 1966 - 2015
Quando ancora erano una party band da piccoli club registrarono (benissimo) lo splendido live "In Person at PJ's" in un locale di Los Angeles in cui dimostrano tutta la loro tecnica strumenbtale e vocale. Tutte cover tra cui una rocciosa "You can't do that" dei Beatles, un'arrembante "I'll go crazy" di James Brown e più canoniche esecuzioni di "Money (that's What I Want)" o "Louie louie". Un ottimo documento.

Live On Tour 1966 documenta la band alla vigilia del "successo" con cover ben riuscite di "Midnight hour", "Gloria" e "Sunny afternoon" e le due loro hit "Sometimnes good guys don't wear white" e "Dirty water". Discreto.

Dirty Water - 1966
Un capolavoro del garage beat, ruvido e diretto ma anche melodico e Beatlesiano a tratti ("Pride And Devotion" di Tamblyn) registrato in due giorni.
La title track è tra i brani più noti e influenti del garage punk, vera e propria pietra miliare, e poi la stupenda e souleggiante "Sometimes Good Guys Don't Wear White" (come la precedente scritta dal produttore Ed Cobb) dall'incedere in levare, una sparata "Hey Joe" (ai tempi già in repertorio Leaves, Byrds, Love, Music Machine), la psichedelia/fuzz ante litteram di "Medication" (ripresa poi dai Vipers in "Outta the nest" nel 1984).
Tutti i semi del garage punk beat sono qua.

Why Pick on Me — Sometimes Good Guys Don't Wear White - 1966
The Hot Ones - 1967
Uscito cinque mesi dopo il precedente, cercando di sfruttare il piccolo successo del precedente è una raccolta un po' raffazzonata e disomogenea di materiale vario. Una calligrafica cover di "Paint It Black", una terribile "Mi hai fatto innamorare" (in italiano con accento americano, a firma del chitarrista Tony Valentino), la ripresa della title track, "My Little red Book" di Burt Bacharach, già portata al successo da Manfred Mann e Love (successivamente, in una riuscita versione, dai Litter).Il resto è piuttosto anonimo.
"The Hot Ones" viene pubblicato addirittura due mesi dopo il precedente. Tutte cover, ben fatte e ottimamente scelte (ma calligrafiche) di brani contemporanei, usciti da poco (Monkees, Donovan, Kinks, Stones etc). Fa eccezione una "Eleanor Rigby" elettrica, arrangiata molto bene.
Album decisamente superfluo.

Try It - 1967
Nell'ottobre del 1967 esce l'ultimo album della band, un mix di stili che denota una fase transitoria e confusa, tra ottimi brani soul, con tanto di fiati, un classico del garage psych come "Riot on Sunset Strip", blues, psichedelia, beat.
La title track fu bannata da alcune radio statunitensi a cuasa di un testo ritenuto "lascivo". E' comunque un ottimo lavoro, ben suonato e che rivela che con maggiore calma e una migliore messa a fuoco degl iobbiettivi, la band avrebbe potuto avere un futuro di qualità.

Bump - 2013
Agli inizi degli anni Ottanta incominciano varie reunion, con questo o senza quell'altro membro, tra concerti e un album nel 2013 con il solo Tamblyn della line up originale.
Un lavoro tranquillamente dimenticabile, con sonorità hard rock e cover discutibili di "Pushin too hard", "7&7 Is" dei Love e soprattutto di "Help you Ann" dei Lyres.
Anche i brani autografi non brillano in creatività.

giovedì, marzo 27, 2025

The Missing Boys di Davide Catinari

Davide Catinari, cantante dei Dorian Gray, precedentemente dei Crepesuzette, direttore artistico del festival Karel Music Expo, traccia in questo film l'intensa e sentita storia di chi, dalla fine degli anni settanta a quella degli Ottanta, scelse la strada di un'alternativa arrivata a illuminare, pardadossalmente con un lato oscuro, la strada di un gruppo di adolescenti che trovò nel punk, new wave e affini una nuova identità, artistica e filosofica.

Musica, arte, cinema, teatro, grafica, tutto insieme, un mix terribilmente nuovo ed esplosivo.
In questo specifico caso ancora più urgente in quanto relativa alla realtà della Sardegna, geograficamente e logisticamente lontanissima, soprattutto ai tempi, dal "continente".

I testimoni che ne ricordano gli eventi nel documentario rimarcano spesso la mancanza di un'etichetta che potesse garantire un'opportunità di realizzazione e distribuzione per gli artisti, al di là delle singole autoproduzioni, e il rammarico di come tanti validi talenti non abbiamo potuto usufruire delle opportunità che ha invece avuto chi è nato a Milano, Bologna, Firenze, nello stesso periodo.

Passano (attraverso testimonianze dei protagonisti e rari filmati d'epoca) nomi come Agorà, Anonimia, Autosuggestion, Crepesuzette, Démodé, Ici on va faire, Maniumane, Physique du role, Polarphoto, Quartz, Rosa delle Ceneri, Vapore 36, Weltanschauung.

Un ritratto comune a mille altre realtà di provincia in cui l'unico traino erano la passione, l'urgenza, la creatività, la voglia di scrivere nuove pagine.

The Missing Boys” ha vinto il premio nella categoria Best Feature Documentary ai New York Independent Cinema Awards.

Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=5FQ8eiLfltg

mercoledì, marzo 26, 2025

Fabio Massera - Xés

Fabio Massera è un appassionato e profondo conoscitore di rock e punk.

In questo libro mette insieme il retaggio culturale assorbito da migliaia di ascolti (citati all'inizio di ogni capitolo, da Stones a Jimi Hendrix, Kina, Cure, Sex Pistols, Goblin) e un gusto lirico per Bukowsky e Henry Miller.
Ne esce un centinaio di pagine di "letteratura punk" in cui provocazione, erotismo e storie di strada si incrociano.

Per contatti: https://www.facebook.com/fabio.massera.18

martedì, marzo 25, 2025

The Impressions - Young Mods' forgotten story



Un titolo che ha sempre parecchio intrigato gli appartenenti alla scena MOD.
Non è mai stato appurato se il riferimento fosse esplicito ma, essendo il contenuto una sorta di concept su un giovane che si interroga su società e realtà circostante, in cui si interseca la sua vita sentimentale, non è escluso che ci sia un rimando a chi, dall'altra parte dell'oceano, incarnava, fino a poco tempo prima un ideale di gioventù, speranza, "pulizia", sguardo al nuovo e al futuro.
La storia del YOUNG MOD non deve essere dimenticata.


CURTIS MAYFIELD alla fine dei 60 abbraccia sempre più le tematiche sociopolitiche che stavano infiammando l'America (nera ma non solo) e le mette in musica.
Affiancato da Donny Hathaway e Johnny Pate come arrangiatori e dai Funk Brothers come backing band, sforna, nel 1969, con gli IMPRESSIONS un album di strepitoso funk soul che palesa la volontà di un progressivo racconto già dal brano introduttivo, la title track, un soul epico e corale che parte con l'incipit: "Let me sing a song/ I won't make it too long/ About the Young Mods' forgotten story."

Dove si nasconde il GIOVANE MOD?
Forse è quella figura che appare sullo sfondo sia sulla copertina che nel retro, un'ombra nascosta e lontana di cui raccontare la storia.

"Choices of colors", grande soul ballad orchestrale, pone il ragazzo di fronte ad alcune domande di portata epocale e decisamente innovative e provocatorie per i tempi:
"Se puoi scegliere un colore, quale preferiresti, fratello? Per quanto odierai ancora il tuo maestro bianco? Chi dice che tu debba amare il tuo predicatore nero?"

"The girl I find", dolce ballata in pieno stile Curtis, introduce la figura della (nuova? o della ex?) compagna del protagonista.

Un groove Northern Soul accompagna "Wherever you leadeth me" mentre si tinge di gospel e blues "My deceiving heart", due dichiarazioni d'amore per la ragazza.
Il secondo brano è una sorta di invocazione al perdono:
"Ma non è rimasto altro che amarezza, frustrazioni, una relazione persa a causa del mio cuore ingannatore".

La quasi gioiosa e saltellante "Seven years" ricorda i sette anni di relazione, ormai finiti.
Il lento soul "Love's miracle" esalta il potere dell'amore mentre "Jealous man" (che ricalca armonicamente in un continuum il precdente brano) ribadisce che, nonostante tutto, il YOUNG MOD rimane, inevitabilmente, un uomo geloso, con le conseguenze del caso.

"Soulful love" sembra una dichiarazione d'amore alla vecchia fiamma:
"Sei stata l'unica ragazza. In questo mondo Chi significa così tanto per me. L'ho scoperto molto tempo fa".

L'album si chiude con l'irresistibile funk di "Mighty Mighty" con affondo sociopolitico:
"E noi che siamo divisi / Alcuni sono indecisi / Pensaci un po '/ Siano stati tutti colti dalla stupidità".

Il YOUNG MOD riflette ad alta voce su quello che gli accade, l'amore, la vita, la politica, l'attualità.
Una storia dimenticata.

THE IMPRESSIONS - Choice of colors
https://www.youtube.com/watch?v=hpf0XckJKQc

Dal titolo dell'album prese ispirazione il quartetto vocale di Detroit, gli YOUNG MODS che incise nel 1970 il 45 giri "Gloria"/ “You Brought The Sunshine.”

Young Mods - Gloria
https://www.youtube.com/watch?v=QdqfpCT3Aeg

Young Mods - You brought the sunshine
https://www.youtube.com/watch?v=d_FBI4bfYrk

Ispirato da:
https://www.chicagomaroon.com/2005/4/3/mayfield-ensured-his-young-mod-would-not-be-forgotten/
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