lunedì, settembre 25, 2023
Russia. Febbraio 2023 #1
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
La prima puntata qui: https://tonyface.blogspot.com/2023/05/tashkent-novembre-2022.html
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
PARTE #1
L’ultima volta che sono stato in Russia, a settembre, Saša e Igor’ mi hanno proposto un paio di dj set a Mosca e a San Pietroburgo, quando sarei tornato. “Magari a novembre. Ti porti i dischi, troviamo un bel posto e facciamo il volantino. Vedrai che figata.”
Non era male come idea ma mi sentivo un po’ a disagio, meglio se non si sapeva niente in giro, Saša è sempre lì che posta su Facebook, anche se non potrebbe, vai a sapere come reagisce la gente che vede il tuo nome, una festa da qualche parte in Russia e tu che metti i dischi.
Eravamo rimasti che ci saremmo sentiti in autunno.
Qualche giorno dopo hanno dichiarato la mobilitazione, e la parvenza di normalità sospesa, a piede libero con la condizionale, la minaccia latente di una guerra vicina e lontana, la guerra degli altri, la guerra che si combatteva in tv, nei giornali e nei cartelloni lungo le strade, quella normalità originaria, stravolta dallo shock di febbraio che tanti russi avevano superato a colpi di tranquillanti, preghiere e “speriamo finisca presto”, quella normalità corroborata da un’estate calda alla riscoperta della propria terra, visto che per molti i viaggi all’estero erano diventati proibitivi, quella normalità era entrata in una nuova fase, ora a combattere ci andava anche la gente comune, non solo i militari di professione.
Un altro cambiamento nella vita del russo medio, che adesso rischiava di finire in tv, con l’elmo e la divisa.
Basta una cartolina con sopra il tuo nome e l’invito a presentarsi al distretto militare entro due giorni. Un altro passetto verso il precipizio perché un conto è parlare di Operazione Militare Speciale, un altro è se la Russia dichiara lo Stato di Guerra, la legge marziale, la chiusura dei confini e quelle cose lì, non solo per i russi arruolabili ma anche per gli stranieri, quelli come me, che magari, nel momento in cui Putin fa un annuncio a reti unificate, si trovano in territorio russo per vendere un po’ di ferramenta.
“Eh ma cosa vuoi che ti succeda?”
Non lo sa nessuno, l’ultima volta che è capitata una cosa del genere, ottant’anni fa, un tot di gente è finita nei campi di prigionia o c’ha lasciato le penne perché in tasca aveva il passaporto sbagliato.
A ottobre ho parlato con un editore che pareva interessato ai miei racconti e mi ha detto: “Mi sa che in Russia non ci andrai più per qualche anno.” Ho convenuto con lui e l’amarezza mi ha guastato il resto della giornata.
Poi col passare del tempo anche il bubbone della mobilitazione si è sgonfiato, riassorbito nella quotidianità delle brutte notizie, di quella bruttezza opaca e senza forma che dopo un po’ non sconvolge più.
Bombe su Kiev, bombe sul Donbass, civili morti, soldati morti, nuovo pacchetto di sanzioni, le minacce del Cremlino, gli aiuti militari, la difesa della democrazia e dei nostri valori, che è quasi un anno che le senti tutti i giorni, ormai c’hai fatto l’abitudine, come quando vai a fare il bagno al mare e appena metti i piedi in ammollo l’acqua ti pare freddissima e vorresti tornare a riva, poi ti immergi, due bracciate e ti sei già ambientato.
Potrebbe andare peggio, dicono i clienti.
In effetti a ottobre c’è stato un calo, chi è che si indebita per comprare una cucina se domani ti mandano a combattere, ma già a novembre la situazione si è stabilizzata, una volta chiusa la mobilitazione, il panico è rientrato, almeno in quelle famiglie, in quelle comunità che non hanno parenti o amici al fronte. La gente è tornata alla vita di prima, anche se non è chiaro di prima quando.
E così, dopo le vacanze di Natale, ho chiamato Vasja, il mio referente, che mi ha tranquillizzato:
“Qua è tutto a posto, c’è un sacco di roba da fare. Ti aspettiamo.”
Ho comprato il biglietto, cinque giorni a Mosca, quasi una settimana per trovarsi, guardarsi negli occhi, fare un po’ di analisi sulle vendite e sulle giacenze di magazzino, previsioni per i prossimi ordini.
Tutte attività che puoi gestire anche da remoto, e sarà un cliché, come dire che in Russia fa freddo, eppure, sedersi uno di fronte all’altro, parlare con i venditori, andare in giro dai clienti, ascoltare quello che hanno da dire, contare le macchine parcheggiate fuori dai capannoni, prendersi nota di quanti e quali scatoloni con il marchio della concorrenza sono accatastati in produzione, tutte queste cose non le sostituisci con una video-chiamata.
Puoi tamponare, confrontare dati e informazioni, percentuali, ma un meeting in presenza è fondamentale per superare un ostacolo, prendere una decisione condivisa, trasmettere un sentimento o un’emozione e più in generale andare avanti nelle trattative perché quando ti trovi nella stessa stanza con altre persone, senza il postino che citofona o tuo figlio che chiede il succo, sei obbligato a sentire e a osservare come tutti gli altri.
Le parole hanno un suono preciso, ti toccano in modo diverso, come l’acuto di una tromba dal vivo, pare impossibile che siano le stesse note quando le ascolti con gli auricolari del telefonino.
Non tutti lo capiscono, fan fatica certi miei colleghi, figuriamoci i miei genitori. Alla Nico invece non lo devo spiegare e questo è uno dei motivi per cui stiamo assieme da quasi vent’anni, non rompe il cazzo se vado in Russia ma non tutti ci arrivano, in ufficio mi interrogano con gli occhi spalancati:
“Ma davvero vai a Mosca? Non hai paura?”
Paura anche no, un po’ di ansia ma cerco di non pensarci, non cascherà il mondo per un viaggio di cinque giorni, speriamo non succeda niente e in queste cose mi sa che sono un po’ fatalista, o imprudente, come i russi.
All’inizio di febbraio ce ne sono un sacco, di russi, in aeroporto a Istanbul.
Li vedi per i corridoi, li senti parlare. Famiglie, donne, ragazzini, uomini obesi, sacchi a tracolla e borse piene, zaffate di aglio, il tizio con la felpa Emporio Armani che entra in aereo con lo stuzzica dente in bocca, a lato, come Vito Catozzo.
Tanti ventenni, visi puliti, riposati, lo sguardo sicuro di chi è a posto.
Soldi, posizione, viaggi all’estero.
Molti si alzano subito dopo il decollo, scattano in piedi appena si spegne la luce delle cinture di sicurezza e camminano avanti e indietro, con passo deciso, che rimbomba per la carlinga, come se avessero premura di andare da qualche parte.
Il peggio è quando hai il posto vicino al corridoio, arriva uno e inizia a chiacchierare con la coppia accanto a te e che cazzo avranno di così importante da dirsi.
Niente, parlano delle procedure per il tax-return, a Dubai sono organizzati meglio.
E tu in mezzo, col tipo che si dondola appoggiato al tuo schienale.
Atterriamo che è tardi, quasi le due di notte.
I russi non spostano le lancette in autunno per cui in inverno c’è un’ora in più di differenza, le coincidenze dei voli sono scomode.
In fila per il controllo passaporti ricomincio da dove ero rimasto.
Una signora con due figli ventenni mi passa davanti, come se non esistessi. Borbotto in maniera aggressiva che c’ero prima io e la donna alza lo sguardo con aria di sufficienza e si rivolge direttamente al ragazzo che indossa una tuta di Christian Dior, in ciniglia, verde e morbidosa che sembra la rana Kermit: “Lёša fai passare questo tizio.”
Mi chiama djadja, letteralmente significa zio ma è un modo colloquiale per indicare un uomo adulto, come guy in inglese.
Fino a qualche mese fa ero un molodoj čelovek, un giovanotto, e rispondevo con tono scherzoso, compiaciuto, quando mi apostrofavano in questo modo. Ormai sono diventato un djadja e vorrei sapere da quanto è, di preciso, che non sono più un molodoj čelovek.
Prendo un taxi per andare in albergo.
Il centro è tutto illuminato che sembra un parco giochi.
Le strade, le silhouette dei palazzoni, le finestre degli uffici coi neon ancora accesi e chissà se c’è gente che lavora o se fanno le pulizie, che poi è la stessa cosa.
Le facciate e le cupole delle chiese sono accarezzate dalle proiezioni dei fari dal basso, anche le gru e i cantieri sono puntinati in maniera armoniosa, simmetrica.
Ai lati degli stradoni, cartelloni pubblicitari dieci per venti, il concerto-tributo ai Nirvana per il compleanno di Kurt Cobain; l’orchestra sinfonica esegue le hit dei Queen in uno spettacolo intitolato The show must go on.
Le torri acciaio e vetro della city sono ricoperte di schermi led su cui sventola una bandiera russa.
Sullo sfondo, rossa che pare incandescente, brilla la stella sul tetto di una delle Sette Sorelle, i grattacieli fatti costruire da Stalin tra la fine degli anni quaranta e i primi cinquanta, per celebrare l’ottavo centenario della fondazione di Mosca.
Inizialmente erano previste otto costruzioni, uno per ogni secolo, ma i lavori per l’ultima torre non sono mai cominciati.
Il mix di casermoni, guglie e pinnacoli che caratterizza le Sette Sorelle ha dato vita a uno stile detto “gotico staliniano”, e anche se il binomio stesso non ispira allegria, in realtà nel panorama moscovita ha il suo perché, soprattutto di notte. Arrivo in albergo che sono le due passate di domenica mattina, faccio il check-in e salgo al nono piano.
Appena si spalancano le porte dell’ascensore, dal fondo del corridoio arrivano le urla di una donna che sta godendo.
Non sono gridolini sommessi, la tipa si sta sgolando, a intervalli regolari, in un crescendo e con un’intensità che ricordano più un parto che un amplesso.
Peggio ancora, i gorgheggi provengono dalla stanza accanto alla mia e in sottofondo c’è musica new age. Arpa e piano intrecciati sopra un base sintetica, i bassi che spingono, probabile che abbiano una di quelle casse portatili col bluetooth che la gente usa in spiaggia per ascoltare musica da maranza a tutto volume.
Come non bastasse, la mia camera è più piccola di quella dove dormo di solito, non c’è neanche spazio per fare ginnastica la mattina e il letto è troppo vicino alla scrivania, impossibile lavorare al pc la sera.
Chiamo la ragazza alla reception, le chiedo se c’è qualcosa di più spazioso. Si scusa con tono sincero, mi chiede di pazientare qualche istante, adesso mi porta la chiave della nuova camera.
Mi siedo sul letto, dalla parete filtrano le grida della donna, un po’ li invidio.
Ho conosciuto una ragazza che gridava così.
Tatjana.
Nel 2002 feci l’ultimo viaggio da studente a San Pietroburgo.
Il prof Aleksandr mi aveva sistemato all’ultimo piano del suo condominio, in un mini appartamento dove abitava sua madre. La vecchia l’aveva spedita in campagna con la moglie; il figliastro Denis si era dovuto sposare in primavera perché aveva messo incinta una tipa e quella che una volta era la mia camera adesso era occupata da un omone finlandese, Seppo, che studiava il russo quando non era impegnato a ubriacarsi. La madre e la moglie di Seppo erano malate di cancro, lui non ce la faceva a vederle morire e con la scusa di rinfrescare la lingua di Puškin si era preso una pausa ed era venuto a San Pietroburgo per sfondarsi di vodka.
Si faceva fuori una bottiglia al giorno di Zubrovka, da zubr, il bisonte raffigurato sull’etichetta che dà il nome al distillato di colore marroncino.
Seppo era grande e grosso, con i baffi biondi e l’anda da burbero, più che cattivo, pareva avvelenato dalle sfighe che lo circondavano. La sera che c’eravamo conosciuti, durante una sessione di vodkini e cetrioli nella cucina di Saša, mi aveva detto che ero “decadente”.
Parlava per invidia, faceva fatica a mascherare il risentimento per la leggerezza di chi è giovane, non ha rogne e non è obbligato a lavorare.
Uno che non era più giovane e lavorava poco era il prof. Debole di carattere e incline alla depressione, in quel periodo era in crisi con la moglie e con le finanze, certo un alcolizzato come coinquilino non gli era di aiuto.
Seppo non era l’unico tipo strano che girava per il trilocale di Saša, uno degli habitué era un certo Vasja, un altro sbevazzone con i baffi folti e gli occhi da donna, ma il più scroccone di tutti era Jurij, un impiegato statale, una specie di dirigente che abitava al piano di sotto. Era grosso, i capelli rasati ai lati, i baffetti curati e il portamento da sergente, di chi è abituato a comandare.
Era un acceso nazionalista, non perdeva occasione per provocarmi: “Venezia tra poco sprofonda! Il vostro Papa è messo male, vedrai che tira le cuoia.” e cose del genere a cui rispondevo alzando le spalle, del papa tremolante di Parkinson non me ne fregava niente e da Venezia prima o poi me ne sarei andato.
La prima volta che ci eravamo incontrati mi aveva guardato con disprezzo e aveva domandato a Saša, quasi non potessi sentirlo: “Otkuda etot bolgarin?”.
Da dove salta fuori questo bulgaro.
Bulgaro, a me, che indossavo una camicia a quadri con il button-down, Levi’s Sta-Prest e un paio di mocassini scamosciati.
Jurij esercitava una certa influenza sul prof, che un po’ lo temeva, forse per il suo ruolo di funzionario o semplicemente per il modo di fare, da prepotente. Entrava e usciva di casa a tutte le ore, apriva il frigo e si serviva senza tante cerimonie.
Una sera c’eravamo ritrovati nel mio appartamento, in cucina, forse perché da me si poteva fumare. Jurij aveva voglia di fare festa, sua moglie era fuori città… insomma voleva andare a troie. Io mi ero fatto questa idea che in Russia ci fossero dei bordelli eleganti, dove con pochi euro ti sceglievi una modella profumata, con l’intimo di pizzo e che poi te la portavi in una stanza con le tende damascate e le lenzuola di raso, per cui avevo detto di sì, io ci stavo.
Non avevo mai pagato per scopare ma per una volta si poteva anche fare, poi in Russia, non lo avrebbe mai saputo nessuno. E così, per curiosità, chiesi a Jurij se ci portava in un bel posto, che tipo di ragazze c’erano. Jurij mi puntò addosso i suoi occhietti furbi, lo sguardo perfido, spietato, e spiegò cosa aveva in mente: “Adesso noi andiamo giù in strada, troviamo una bella cagnetta, ce la portiamo qua in camera tua, ce la facciamo a turno e intanto che uno scopa gli altri guardano.” e sghignazzò con gusto mentre spingeva il palmo della mano destra avanti e indietro, a mo’ di stantuffo. Le palle mi si restrinsero come due noccioline e mi salirono in gola.
Montammo tutti quanti sulla Lada verde del prof e partimmo per il safari.
Appena Jurij vide una coppia di ragazzine che passeggiavano sul marciapiede, fece cenno al prof di fermarsi.
Uscì come un ossesso, disse qualche parola alle due e prese a strattonarne per il braccio una, che fu abbastanza pronta a divincolarsi e ad allontanarsi assieme alla sua amica.
Dall’abitacolo assistemmo a quella scena senza dire una parola, c’era qualcosa di comico e raccapricciante nelle movenze di Jurij, nelle espressioni del volto, solenni e sconce, chissà cosa aveva detto a quelle poverette.
Salì in macchina come se non fosse successo niente, imprecando sotto i baffi, e diede ordine a Saša di rimettersi in marcia. Vagammo per qualche strada semi-deserta finché non passammo davanti a una fermata del bus. Appoggiata al baracchino di metallo arrugginito, c’era una ragazza sulla ventina che teneva in mano un sacchetto di plastica. Anche in questo caso Jurij si mise a parlottare fitto fitto mentre stringeva il braccio della ragazza, che però non fece tante storie, si liberò dalla sua presa e salì in macchina in tutta tranquillità.
Dopo qualche istante di imbarazzo generale si presentò, disse che si chiamava Tatjana e che veniva da Novosibirsk, quattromila chilometri di distanza da San Pietroburgo.
Era in città per visitare un’amica ma qualcosa era andato storto, non avevo capito cosa di preciso. Prima di rientrare dal prof, ci fermammo in un negozietto a comprare un po’ di birre.
A casa, Tanja parlava con gli altri alla pari, senza soggezione, invece con me era restia, non mi guardava, se mi inserivo nel discorso girava la testa da una parte, il mento all’insù, la bocca piegata in una smorfia di sdegno.
Si vedeva che non ero russo e in quegli anni uno straniero coi capelli neri e la barba di tre giorni non poteva che essere un ceceno, un terrorista, il nemico numero uno.
E poco importava che i ceceni avessero la chioma rossiccia e l’iride azzurra, per quella ragazza siberiana con la pelle bianchissima e gli occhi allungati, io ero uno scurotto, un musulmano del Caucaso pronto a farsi esplodere. Quando le spiegarono che ero italiano, Tanja cambiò espressione, le pupille si allargarono, il volto si distese in un sorriso accattivante. Ora non ricordo i dettagli ma eravamo nel soggiorno del prof a chiacchierare del più e del meno, c’era un po’ di confusione, musica in sottofondo, c’era anche Denis, il figliastro del prof, chissà cosa era venuto a fare.
A un certo punto Tanja si alzò per uscire dalla stanza, prima di varcare la porta si girò verso di me e mi lanciò un’occhiata, giusto un lampo, i capelli castani le ondeggiarono sopra le spalle. Attraversò il corridoio ed entrò in una cameretta con una libreria di legno scuro alla parete. Quando la raggiunsi stava sfogliando un volume senza guardarlo, quasi mi aspettasse.
Io l’abbracciai da dietro, al primo tocco si voltò verso di me con le labbra socchiuse, un invito a infilarle la lingua in bocca, il libro che teneva in mano cadde a terra con un tonfo e io presi a palpeggiarla un po’ ovunque finché non fummo interrotti dal risolino di Denis che ci stava osservando dal corridoio.
Tatjana si ricompose e senza dire niente a nessuno ci trasferimmo nel mio appartamento. Appena entrata, chiese di farsi una doccia, ci spogliammo e restammo sotto il getto d’acqua per qualche istante. Non era una bellezza appariscente ma aveva i lineamenti regolari, armoniosi, il busto sottile e due tette incredibili.
Tanja era spiritosa e pronta a soddisfare tutte le mie voglie, si concedeva e godeva con gioia, in maniera sincera. Gridava con la bocca spalancata, mentre mi muovevo sopra di lei mi chiedevo se il tappeto appeso alla parete, accanto al letto, avrebbe attutito almeno in parte le sue urla, chissà se i vicini ci sentivano, magari li avevamo svegliati, chissà cosa pensavano.
Alla mattina scopammo di nuovo, io sarei rimasto a letto con lei tutto il giorno, era domenica e non avevo niente da fare ma Tanja era in para, era arrivata da Novosibirsk per trovare lavoro ma l’amica che l’aveva invitata era sparita. L’avevamo trovata sotto casa della tipa, era rimasta lì qualche ora senza sapere cosa fare, dove andare.
In mano un sacchetto con tutti i suoi averi. Poi era arrivato Jurij, avevamo riso di questa cosa, era talmente sfinita che non aveva neanche capito cosa volesse da lei.
Tanja doveva andare, forse c’era un’altra persona che poteva darle una mano. Mi chiese dieci dollari, non aveva un rublo con sé, aveva speso tutto per il biglietto del treno, tre giorni di viaggio.
Quando chiuse la porta presi a domandarmi, senza grossi tormenti, se avessi aiutato quella ragazza o se invece avessi pagato per farmela.
E la curiosità è sempre la stessa, in questa stanza di albergo.
La tipa qua accanto, quanto sono sincere le sue urla. La ragazza della reception bussa alla porta, mi ha evitato di scendere con le valigie per poi risalire.
Resta ben lontana dall’uscio, ferma al centro del corridoio, sarà una forma di cautela, avrà paura che la inviti ad ascoltare un po’ di new age, allunga la mano e mi porge la tessera magnetica della nuova stanza, al piano di sotto.
Apro le finestre appena entrato perché c’è un caldo fastidioso, ci saranno almeno venticinque gradi e il termostato non si regola.
Sono quasi le tre quando vado finalmente a dormire.
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Tales from Ex Urss
giovedì, settembre 21, 2023
Paul Weller live @Alcatraz - Milano 20 settembre 2023
Paul Weller è in grande forma, fisica, artistica, vocale.
Il concerto milanese (quasi due ore, 26 brani) si fonda su due solidi pilastri.
Primo: una band rodata, coesa, che lavora di fino, ritocca con eleganza e precisione ogni brano.
Una ritmica possente (batteria, percussioni, tastiere, sax ) che permette a Weller e Steve Cradock di lavorare tranquilli alla voce e ai solismi.
Il groove generale viaggia su atmosfere modern soul e funk, con numerose pennellate jazz che rendono inconfondibile e perfettamente fruibile il suo collaudato pop rock.
Secondo: una potenzialità di scelta tra centinaia di brani della lunghissima carriera che a breve toccherà il mezzo secolo.
Due omaggi ai Jam (Start in scaletta, Town called malice come secondo bis), tre Style Council ((Headstart for happiness, My ever changing moods, una spettacolare e imprevista Shout to the top), un ottimo ed energico inedito, Jumble Queen (pare scritto con Noel Gallagher) e largo spazio a cose recenti da Fat Pop vol. 1 (cinque), tre da On Sunset (bellissima la title track con la sezione fiati degli Stone Foundation), un paio da Saturns Pattern e poi ancora Peacock Suit (con cui chiude il concerto, prima dei bis), Broken Stones (nel bis, in duetto con il cantante degli Stone Foundation e la loro sezione fiati) e, sempre da Stanley Road, una grintosa versione della title track.
C'è spazio per una riuscita Wild Wood nel bis, All the pictures on the wall e Hung (tutti e tre da Wild Wood) e Above the clouds e Into tomorrow dall'album d'esordio.
In apertura l'impeccabile soul funk disco degli Stone Foundation.
Locale non sold out ma decisamente affollato, età media alta, resa sonora discreta (leggi impianto voci), palco minimale ed essenziale, nessuna concessione ad "effetti speciali", biglietto (35 euro) consono.
Il concerto milanese (quasi due ore, 26 brani) si fonda su due solidi pilastri.
Primo: una band rodata, coesa, che lavora di fino, ritocca con eleganza e precisione ogni brano.
Una ritmica possente (batteria, percussioni, tastiere, sax ) che permette a Weller e Steve Cradock di lavorare tranquilli alla voce e ai solismi.
Il groove generale viaggia su atmosfere modern soul e funk, con numerose pennellate jazz che rendono inconfondibile e perfettamente fruibile il suo collaudato pop rock.
Secondo: una potenzialità di scelta tra centinaia di brani della lunghissima carriera che a breve toccherà il mezzo secolo.
Due omaggi ai Jam (Start in scaletta, Town called malice come secondo bis), tre Style Council ((Headstart for happiness, My ever changing moods, una spettacolare e imprevista Shout to the top), un ottimo ed energico inedito, Jumble Queen (pare scritto con Noel Gallagher) e largo spazio a cose recenti da Fat Pop vol. 1 (cinque), tre da On Sunset (bellissima la title track con la sezione fiati degli Stone Foundation), un paio da Saturns Pattern e poi ancora Peacock Suit (con cui chiude il concerto, prima dei bis), Broken Stones (nel bis, in duetto con il cantante degli Stone Foundation e la loro sezione fiati) e, sempre da Stanley Road, una grintosa versione della title track.
C'è spazio per una riuscita Wild Wood nel bis, All the pictures on the wall e Hung (tutti e tre da Wild Wood) e Above the clouds e Into tomorrow dall'album d'esordio.
In apertura l'impeccabile soul funk disco degli Stone Foundation.
Locale non sold out ma decisamente affollato, età media alta, resa sonora discreta (leggi impianto voci), palco minimale ed essenziale, nessuna concessione ad "effetti speciali", biglietto (35 euro) consono.
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Concerti
mercoledì, settembre 20, 2023
Roberto Calabrò - Fugazi. Committed To Excellence
Pubblicato dalla collana "Director's Cut" di Blow Up, esce, firmato dalla competente penna di Roberto Calabrò, la biografia dei FUGAZI, una delle band più particolari, originali e influenti uscite dalla scena hardcore (quando ancore si chiamavano Teen Idles e si evolveranno nei favolosi Minor Threat) per evolversi verso un sound personalissimo che ne conservava l'attitudine, spostandosi verso un inconfondibile mix di alt rock, reggae/dub, punk, jazz e tanto altro.
"Suonare per i Fugazi ha sempre significato comunicare. Per farlo hanno pensato che fosse necessario abbattere le barriere di qualsiasi tipo: generazionali, ecoinimiche, linguistiche, culturali.
Da qui la scelta di organizzare concerti aperti a un pubblico di tutte le età e di tutte le estrazion isociali e quindi - in maniera concreta - con un prezzo del biglietto non superiore ai cinque dollari.
Da qui la scelta di rifiutare le molteplici offerte milionarie arrivate dalle major (dissero di no a Ahmet Ertegün dell'Atlantic in persona a fronte di un assegno di dieci milioni di dollari ndr) per mantenere il totale controllo non soltanto sulla propria musica, ma anche sulle modalità con cui essa doveva essere distribuita e fruita dal pubblico."
Dal 2003 la band ha interrotto l'attività senza ufficialmente sciogliersi, intraprendendo mille altri progetti solisti ma mantenendo l'amicizia e saltuariamente suonando ancora insieme in sala prove.
"Mai dire mai. Come possiamo dire qualcosa sul futuro? Ma sembra che manchi il tempo per permettere una reunion perché noi quattro dovremmo passare molto tempo insieme per capire: "Dovremmo suonare le vecchie canzoni? - "Chi siamo ora?" - Cosa c'è ora?".
Non siamo il tipo di band che si riunisce e si limita a provare due ore di vecchie canzoni per uscire, suonare, rastrellare e tornare a casa". Se tornassimo insieme dovrebbe essere per spirito di ceatività.
Non si può rimettere insieme un gruppo intrinsecamente creativo e poi non avere l'elemento creativo".
Il libro è dettagliatissimo e particolareggiato, approfondito e di agevole lettura.
Inevitabilmente si torna a riascoltare la discografia della band.
Roberto Calabrò Fugazi. Committed To Excellence
Director's Cut #31
Tuttle Edizioni
116 pagine b/n
13,00 euro
Per ordinarlo:
https://www.blowupmagazine.com/prod/fugazi.asp
"Suonare per i Fugazi ha sempre significato comunicare. Per farlo hanno pensato che fosse necessario abbattere le barriere di qualsiasi tipo: generazionali, ecoinimiche, linguistiche, culturali.
Da qui la scelta di organizzare concerti aperti a un pubblico di tutte le età e di tutte le estrazion isociali e quindi - in maniera concreta - con un prezzo del biglietto non superiore ai cinque dollari.
Da qui la scelta di rifiutare le molteplici offerte milionarie arrivate dalle major (dissero di no a Ahmet Ertegün dell'Atlantic in persona a fronte di un assegno di dieci milioni di dollari ndr) per mantenere il totale controllo non soltanto sulla propria musica, ma anche sulle modalità con cui essa doveva essere distribuita e fruita dal pubblico."
Dal 2003 la band ha interrotto l'attività senza ufficialmente sciogliersi, intraprendendo mille altri progetti solisti ma mantenendo l'amicizia e saltuariamente suonando ancora insieme in sala prove.
"Mai dire mai. Come possiamo dire qualcosa sul futuro? Ma sembra che manchi il tempo per permettere una reunion perché noi quattro dovremmo passare molto tempo insieme per capire: "Dovremmo suonare le vecchie canzoni? - "Chi siamo ora?" - Cosa c'è ora?".
Non siamo il tipo di band che si riunisce e si limita a provare due ore di vecchie canzoni per uscire, suonare, rastrellare e tornare a casa". Se tornassimo insieme dovrebbe essere per spirito di ceatività.
Non si può rimettere insieme un gruppo intrinsecamente creativo e poi non avere l'elemento creativo".
Il libro è dettagliatissimo e particolareggiato, approfondito e di agevole lettura.
Inevitabilmente si torna a riascoltare la discografia della band.
Roberto Calabrò Fugazi. Committed To Excellence
Director's Cut #31
Tuttle Edizioni
116 pagine b/n
13,00 euro
Per ordinarlo:
https://www.blowupmagazine.com/prod/fugazi.asp
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Libri
martedì, settembre 19, 2023
Beatles reunion 1979
Dopo lo scioglimento dei Beatles, nonostante le spesso aspre polemiche tra gli ex e, allo stesso tempo, varie collaborazioni incrociate, si sono spesso rincorse vaghe ipotesi di un ritorno insieme della band, mai però verificatosi.
Sancendo un ulteriore capolavoro della loro storia, un "Ritratto di Dorian Gray" in musica che ce li ha consegnati per sempre giovani e al top della popolarità, senza clamorose cadute di tono.
Il 1979 fu un anno in cui una ormai sempre più improbabile REUNION dei BEATLES fu (quasi) sul punto di realizzarsi.
Incominciarono il 14 maggio Paul, Ringo e George a fare una jam session al matrimonio di Eric Clapton con Pattie Boyd (ex moglie di George con cui si era lasciata cinque anni prima). Presenti anche sopra e sotto il palco Mick Jagger, Bill Wyman, Elton John, David Bowie, Jim Capaldi, Denny Laine e tanti altri.
Tra i brani suonati anche “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” e “Get Back.”
Pur invitato John Lennon non partecipò all'evento (viveva in America).
Fu però tra settembre e ottobre che il segretario dell'Onu Kurt Waldheim inoltrò una richiesta ufficiale alla band per suonare per beneficienza a favore dei profughi Vietnamiti (i "Boat people) al Palazzo di Vetro dell'Onu di New York. Il concerto avrebbe avuto un seguito con date al Cairo e a Gerusalemme, per ratificare l'accordo di pace tra Israele ed Egitto.
Il concerto fu annunciato dal New York Post e ripreso poi dai giornali italiani con la dovuta enfasi.
Ma subito dopo smentito seccamente da Paul McCartney:
"I Beatles sono finiti e per sempre. Nessuno di noi è interessato a farlo. Per un sacco di ragioni. Immaginate se facessimo una grande show e non andasse bene. Che rottura".
Ma ben presto se ne tornò a parlare in occasione del Concerto per la Cambogia del 26 dicembre all'Hammersmith Odeon a Londra a cui parteciparono Paul McCartney, Who, Queen, Robert Plant, Clash, Pretenders, Elvis Costello e altri.
Paul McCartney mise insieme la sua Rockestra (che aveva partecipato anche all'album dei suoi Wings, "Back to the egg", uscito a giugno dello stesso anno con Robert Plant, John Bonham e John Paul Jones dei Led Zeppelin, (un ubriachissimo) Pete Townshend e Kenny Jones degli Who, Ronnie Lane dei Faces; Gary Brooker dei Procol Harum; Dave Edmunds dei Rockpile; James Honeyman-Scott dei Pretenders e Bruce Thomas degli Attractions.
Poco tempo prima la giornalista Pauline McLeod del Daiy Mirror, ipotizzò che all'evento avrebbero partecipato anche gli altri tre Beatles.
Quando di fronte alle richieste di altri giornalisti a Paul McCartney di sapere i nomi degli ospiti il bassista rispose che non lo avrebbe detto, facendo aumentare la suspence e avvalorando un possibile presenza dei Fab Four.
Come sappiamo la reunion non si fece nemmeno stavolta anche se a un certo punto si sparse la (falsa) voce della presenza in sala di John Lennon.
Sancendo un ulteriore capolavoro della loro storia, un "Ritratto di Dorian Gray" in musica che ce li ha consegnati per sempre giovani e al top della popolarità, senza clamorose cadute di tono.
Il 1979 fu un anno in cui una ormai sempre più improbabile REUNION dei BEATLES fu (quasi) sul punto di realizzarsi.
Incominciarono il 14 maggio Paul, Ringo e George a fare una jam session al matrimonio di Eric Clapton con Pattie Boyd (ex moglie di George con cui si era lasciata cinque anni prima). Presenti anche sopra e sotto il palco Mick Jagger, Bill Wyman, Elton John, David Bowie, Jim Capaldi, Denny Laine e tanti altri.
Tra i brani suonati anche “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” e “Get Back.”
Pur invitato John Lennon non partecipò all'evento (viveva in America).
Fu però tra settembre e ottobre che il segretario dell'Onu Kurt Waldheim inoltrò una richiesta ufficiale alla band per suonare per beneficienza a favore dei profughi Vietnamiti (i "Boat people) al Palazzo di Vetro dell'Onu di New York. Il concerto avrebbe avuto un seguito con date al Cairo e a Gerusalemme, per ratificare l'accordo di pace tra Israele ed Egitto.
Il concerto fu annunciato dal New York Post e ripreso poi dai giornali italiani con la dovuta enfasi.
Ma subito dopo smentito seccamente da Paul McCartney:
"I Beatles sono finiti e per sempre. Nessuno di noi è interessato a farlo. Per un sacco di ragioni. Immaginate se facessimo una grande show e non andasse bene. Che rottura".
Ma ben presto se ne tornò a parlare in occasione del Concerto per la Cambogia del 26 dicembre all'Hammersmith Odeon a Londra a cui parteciparono Paul McCartney, Who, Queen, Robert Plant, Clash, Pretenders, Elvis Costello e altri.
Paul McCartney mise insieme la sua Rockestra (che aveva partecipato anche all'album dei suoi Wings, "Back to the egg", uscito a giugno dello stesso anno con Robert Plant, John Bonham e John Paul Jones dei Led Zeppelin, (un ubriachissimo) Pete Townshend e Kenny Jones degli Who, Ronnie Lane dei Faces; Gary Brooker dei Procol Harum; Dave Edmunds dei Rockpile; James Honeyman-Scott dei Pretenders e Bruce Thomas degli Attractions.
Poco tempo prima la giornalista Pauline McLeod del Daiy Mirror, ipotizzò che all'evento avrebbero partecipato anche gli altri tre Beatles.
Quando di fronte alle richieste di altri giornalisti a Paul McCartney di sapere i nomi degli ospiti il bassista rispose che non lo avrebbe detto, facendo aumentare la suspence e avvalorando un possibile presenza dei Fab Four.
Come sappiamo la reunion non si fece nemmeno stavolta anche se a un certo punto si sparse la (falsa) voce della presenza in sala di John Lennon.
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Rock Tales
lunedì, settembre 18, 2023
Paolo Borgognone - The Beatles. Il mito dei Fab Four
Oddio!
Un altro libro sui Beatles!!!
Che altro si può ancora dire?
Eppure...
Paolo Borgognone riesce ad aggiungere, se non cose nuove (impossibile!), un taglio interessante, competente, godibile e approfondito, pieno di nomi, dati, particolari spesso poco conosciuti, alla storia più bella del mondo, quella dei BEATLES.
Partendo da un'accurata analisi sociologica dell'ambiente in cui i quattro Fab Four sono nati e cresciuti, aggiungendo particolari sempre poco citati della loro storia, concludendo con una veloce analisi del post Beatles e delle varie opportunità di possibili, ventilate e mai realizzate reunion.
I Beatlesiani di ferro troveranno la lettura più che piacevole e potranno annotare un po' di particolari insoliti e non sempre messi in evidenza, gli "occasionali" avranno una visione completa della storia dei Beatles al di fuori del consueto taglio "Wikipedia".
Paolo Borgognone
The Beatles. Il mito dei Fab Four
Diarkos
500 pagine
22 euro
Un altro libro sui Beatles!!!
Che altro si può ancora dire?
Eppure...
Paolo Borgognone riesce ad aggiungere, se non cose nuove (impossibile!), un taglio interessante, competente, godibile e approfondito, pieno di nomi, dati, particolari spesso poco conosciuti, alla storia più bella del mondo, quella dei BEATLES.
Partendo da un'accurata analisi sociologica dell'ambiente in cui i quattro Fab Four sono nati e cresciuti, aggiungendo particolari sempre poco citati della loro storia, concludendo con una veloce analisi del post Beatles e delle varie opportunità di possibili, ventilate e mai realizzate reunion.
I Beatlesiani di ferro troveranno la lettura più che piacevole e potranno annotare un po' di particolari insoliti e non sempre messi in evidenza, gli "occasionali" avranno una visione completa della storia dei Beatles al di fuori del consueto taglio "Wikipedia".
Paolo Borgognone
The Beatles. Il mito dei Fab Four
Diarkos
500 pagine
22 euro
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Libri
mercoledì, settembre 13, 2023
The Who - Who’s Next | Life House
Esce venerdì la versione Super Deluxe di "Who's next" degli WHO, quello che doveva essere l'opera rock "Lifehouse" ma che, ridotto ad album singolo, è diventata una pietra milare della storia del rock.
Sono 155 brani di cui 89 mai pubblicati e 59 remixati.
Il box si trova tra i 250 e i 280 euro, un prezzo non facilmente affrontabile pur con un'offerta così ricca e gustosa.
Il che pone il consueto motivo di discussione su come la discografia (con la connivenza degli artisti) speculi sulla passione dei fan per realizzare prodotti a prezzi molto "importanti" che contengono semplice materiale di repertorio che non ha richiesto alcun investimento.
Per i fan e collezionisti degli Who parte del materiale è già reperibile su bootleg e sul web (vedi le b sides e i 45 usciti nel periodo o i demo già presenti sul "Lifehouse Chronicles" di Pete Townshend pubblicato nel 2000 o varie parti live).
Non di meno il contenuto è, da fan e, da cultore della musica rock, oggettivamente superlativo.
La band è al top della forma, sia compositiva che esecutiva (i brani dal vivo sono impressionanti), i suoni spettacolari, il materiale prezioso.
Baba O'Riley strumentale di 13 minuti, Pure and easy, Baby don't do it di Marvin Gaye di nove minuti, brani minori dal vivo come Too much of anything, una rara Bargain, le cover live di Roadrunner e Bonie Moronie, i quattro minuti violentissimi della cover di Going Down di Freddie King.
La band si perde spesso in jam session in cui mischiano rhythm and blues, rock, blues e un approccio improvvisativo jazz, suonando come nessuno mai.
Un pezzo di storia della musica (e cultura) degli anni Settanta, ampliato in tutta la sua completezza, che coglie gli Who (ovvero uno dei gruppi rock più importanti di sempre) all'apice delle capacità.
Vale l'esborso di una cifra così alta?
L'edizione (proposta anche in versioni ridotte) contiene 10 CD, tutti rimasterizzati dai nastri originali da Jon Astley, più un Blu-ray Audio disc con nuovi remix Atmos e 5.1 surround di Who's Next e altre 14 bonus track a cura di Steven Wilson.
Ci sono i demo di Townshend per "Life House", le session di registrazione degli Who al Record Plant di New York nel 1971, le session agli Olympic Studios di Londra del 1970 al 1972 e due concerti completi del 1971, uno al Young Vic Theatre di Londra e uno al Civic Auditorium di San Francisco.
Il cofanetto contiene un book di 100 pagine con l’introduzione di Townshend e nuove note bio-discografiche di Andy Neil e Matt Kent. Incluso anche Life House - The Graphic Novel, un libro di 170 pagine supervisionato da Townshend che racconta la storia dietro il progetto.
E poi un poster di un concerto degli Who a Sunderland (7 maggio 1970), un altro poster di un concerto al Denver Coliseum (10 dicembre 1971), le repliche del programma del concerto del Rainbow Theatre di Londra (4 novembre 1971) e del programma del tour della band in UK di ottobre/novembre 1971, un set di quattro spille da collezione e una foto a colori degli Who con autografi stampati.
Sono 155 brani di cui 89 mai pubblicati e 59 remixati.
Il box si trova tra i 250 e i 280 euro, un prezzo non facilmente affrontabile pur con un'offerta così ricca e gustosa.
Il che pone il consueto motivo di discussione su come la discografia (con la connivenza degli artisti) speculi sulla passione dei fan per realizzare prodotti a prezzi molto "importanti" che contengono semplice materiale di repertorio che non ha richiesto alcun investimento.
Per i fan e collezionisti degli Who parte del materiale è già reperibile su bootleg e sul web (vedi le b sides e i 45 usciti nel periodo o i demo già presenti sul "Lifehouse Chronicles" di Pete Townshend pubblicato nel 2000 o varie parti live).
Non di meno il contenuto è, da fan e, da cultore della musica rock, oggettivamente superlativo.
La band è al top della forma, sia compositiva che esecutiva (i brani dal vivo sono impressionanti), i suoni spettacolari, il materiale prezioso.
Baba O'Riley strumentale di 13 minuti, Pure and easy, Baby don't do it di Marvin Gaye di nove minuti, brani minori dal vivo come Too much of anything, una rara Bargain, le cover live di Roadrunner e Bonie Moronie, i quattro minuti violentissimi della cover di Going Down di Freddie King.
La band si perde spesso in jam session in cui mischiano rhythm and blues, rock, blues e un approccio improvvisativo jazz, suonando come nessuno mai.
Un pezzo di storia della musica (e cultura) degli anni Settanta, ampliato in tutta la sua completezza, che coglie gli Who (ovvero uno dei gruppi rock più importanti di sempre) all'apice delle capacità.
Vale l'esborso di una cifra così alta?
L'edizione (proposta anche in versioni ridotte) contiene 10 CD, tutti rimasterizzati dai nastri originali da Jon Astley, più un Blu-ray Audio disc con nuovi remix Atmos e 5.1 surround di Who's Next e altre 14 bonus track a cura di Steven Wilson.
Ci sono i demo di Townshend per "Life House", le session di registrazione degli Who al Record Plant di New York nel 1971, le session agli Olympic Studios di Londra del 1970 al 1972 e due concerti completi del 1971, uno al Young Vic Theatre di Londra e uno al Civic Auditorium di San Francisco.
Il cofanetto contiene un book di 100 pagine con l’introduzione di Townshend e nuove note bio-discografiche di Andy Neil e Matt Kent. Incluso anche Life House - The Graphic Novel, un libro di 170 pagine supervisionato da Townshend che racconta la storia dietro il progetto.
E poi un poster di un concerto degli Who a Sunderland (7 maggio 1970), un altro poster di un concerto al Denver Coliseum (10 dicembre 1971), le repliche del programma del concerto del Rainbow Theatre di Londra (4 novembre 1971) e del programma del tour della band in UK di ottobre/novembre 1971, un set di quattro spille da collezione e una foto a colori degli Who con autografi stampati.
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Dischi
martedì, settembre 12, 2023
The Clash - Should I stay or should I go
The CLASH - Should I stay or should I go
https://www.youtube.com/watch?v=xMaE6toi4mk
"Should I say or should I go" è un noto brano dei CLASH scritto da Mick Jones per l'album "Combat Rock" del 1982.
Fu pubblicato anche come singolo con "Straight to Hell" senza particolare successo.
Quando l'uso del brano, dopo molte reticenze, fu concesso, nel 1991, per uno spot della Levi's, fu ristampato e andò dritto al primo posto delle classifiche inglesi.
Pare che il testo fosse rivolto alla allora fidanzata di Jones, Ellen Folley, in un periodo di profonda crisi relazionale.
E' singolare come nessuno abbia mai imputato ai Clash (che sono tutti firmatari del brano) una causa di plagio, per la evidente somiglianza con il brano "Little Latin Lupe Lu", composto da Bill Medley e pubblicato nel 1963 dai Righteous Brothers.
The Righteous Brothers - Little Latin Lupe Lu (1963)
https://www.youtube.com/watch?v=TuzgO_8DJA8
L'anno successivo fu ripreso dai Kingsmen (quelli di "Louie Louie").
https://www.youtube.com/watch?v=uTPaxWdn9U8
E infine nel 1966 da Mitch Ryder and the Detroit Wheels in versione più veloce e garage.
https://www.youtube.com/watch?v=KEGS-pAEvCA
Nel 1965 la facciata B di "Keep on running" (arrivato al primo posto delle charts) dello Spencer Davis Group, "High time baby", ha un'evidente attinenza con "Little Latin Lupe Lu".
https://www.youtube.com/watch?v=ByJp-Ujv-3g
I John's Children si ispirarono parecchio all'originale per il loro "Let me know" incluso nell'album "Orgasm" nel 1967 (prima dell'arrivo di Marc Bolan) ma che fu realizzato solo nel 1970 con l'aggiunta di urla del pubblico (prese dal film "A hard's days night") per simulare un finto live.
https://www.youtube.com/watch?v=vU1kHDP3fKg
Nei primi anni 70 gli Sharks, band sullo stile di Mott The Hopple, glam, Free (ai tempi un sound molto amato dal giovane Mick Jones) incise "Sophistication" che qualche vaga similitudine nel riff ce l'ha:
https://www.youtube.com/watch?v=KF8JbsLPupY
Paradossalmente gli One Direction vennero accusati di plagio del brano dei Clash per la loro hit "Live While We're Young" che ha però accordi diversi.
https://www.youtube.com/watch?v=AbPED9bisSc
L'unico che ha maliziosamente sottolineato le similitudini è stato David Lee Roth (che ebbe ai tempi di un festival americano in cui divise il palco con Strummer e soci qualche diverbio con la band inglese):
"Adoro i Clash. Adoro "Should I Stay or Should I Go", soprattutto perché amavo "Little Latin Lupe Lu" di Mitch Ryder tanti anni fa."
Le parti in spagnolo vennero cantate da Joe Strummer e dal cantautore Joe Ely che provvide alla traduzione (aiutato anche da un amico sud americano).
https://www.youtube.com/watch?v=xMaE6toi4mk
"Should I say or should I go" è un noto brano dei CLASH scritto da Mick Jones per l'album "Combat Rock" del 1982.
Fu pubblicato anche come singolo con "Straight to Hell" senza particolare successo.
Quando l'uso del brano, dopo molte reticenze, fu concesso, nel 1991, per uno spot della Levi's, fu ristampato e andò dritto al primo posto delle classifiche inglesi.
Pare che il testo fosse rivolto alla allora fidanzata di Jones, Ellen Folley, in un periodo di profonda crisi relazionale.
E' singolare come nessuno abbia mai imputato ai Clash (che sono tutti firmatari del brano) una causa di plagio, per la evidente somiglianza con il brano "Little Latin Lupe Lu", composto da Bill Medley e pubblicato nel 1963 dai Righteous Brothers.
The Righteous Brothers - Little Latin Lupe Lu (1963)
https://www.youtube.com/watch?v=TuzgO_8DJA8
L'anno successivo fu ripreso dai Kingsmen (quelli di "Louie Louie").
https://www.youtube.com/watch?v=uTPaxWdn9U8
E infine nel 1966 da Mitch Ryder and the Detroit Wheels in versione più veloce e garage.
https://www.youtube.com/watch?v=KEGS-pAEvCA
Nel 1965 la facciata B di "Keep on running" (arrivato al primo posto delle charts) dello Spencer Davis Group, "High time baby", ha un'evidente attinenza con "Little Latin Lupe Lu".
https://www.youtube.com/watch?v=ByJp-Ujv-3g
I John's Children si ispirarono parecchio all'originale per il loro "Let me know" incluso nell'album "Orgasm" nel 1967 (prima dell'arrivo di Marc Bolan) ma che fu realizzato solo nel 1970 con l'aggiunta di urla del pubblico (prese dal film "A hard's days night") per simulare un finto live.
https://www.youtube.com/watch?v=vU1kHDP3fKg
Nei primi anni 70 gli Sharks, band sullo stile di Mott The Hopple, glam, Free (ai tempi un sound molto amato dal giovane Mick Jones) incise "Sophistication" che qualche vaga similitudine nel riff ce l'ha:
https://www.youtube.com/watch?v=KF8JbsLPupY
Paradossalmente gli One Direction vennero accusati di plagio del brano dei Clash per la loro hit "Live While We're Young" che ha però accordi diversi.
https://www.youtube.com/watch?v=AbPED9bisSc
L'unico che ha maliziosamente sottolineato le similitudini è stato David Lee Roth (che ebbe ai tempi di un festival americano in cui divise il palco con Strummer e soci qualche diverbio con la band inglese):
"Adoro i Clash. Adoro "Should I Stay or Should I Go", soprattutto perché amavo "Little Latin Lupe Lu" di Mitch Ryder tanti anni fa."
Le parti in spagnolo vennero cantate da Joe Strummer e dal cantautore Joe Ely che provvide alla traduzione (aiutato anche da un amico sud americano).
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Songs
lunedì, settembre 11, 2023
Beastie Boys
Riprendo l'articolo pubblicato sabato scorso nelle pagine di "Alias" de "Il Manifesto".
I Beastie Boys sono stati tra i gruppi più rappresentativi di un’epoca, di un concetto progressivo e progressista di fare musica, partendo dall’hardcore punk, passando al rap e hip hop, in modo naturale e armonico perché, pur in antitesi sonora, erano generi che all’origine rispecchiavano la stessa attitudine.
Poi diluita in una commercializzazione artistica, estetica e culturale che ha omologato entrambi gli ambiti portandoli a musica d’ascolto, togliendo la pressoché totalità dell’anima antagonista con cui erano nate.
Non dimenticando che parliamo di una band di ragazzini bianchi new yorkesi che entrava a gamba tesa a “impossessarsi” di un linguaggio del ghetto nero ma che nel tempo è riuscita a costruirsi credibilità e autorevolezza.
Rapper che sapevano suonare, piuttosto bene, i loro strumenti, geniali, sempre alla ricerca del nuovo, dell’esperimento, con una maturazione progressiva da sciocco gruppo di nerd, con provocatori testi omofobi e sessisti, a trio di uomini consapevoli, impegnati, politicamente e socialmente.
Michael Diamond e Adam Horowitz, qualche anno dopo la scomparsa dell’amato compagno di avventure Adam Yauch, nel 2012, trovarono la forza di riprendere in mano l’album dei ricordi e scrivere un magnifico libro che ora Rizzoli pubblica in italiano, “Beastie Boys. Il libro”.
Oltre 500 pagine con un accurato e raffinato progetto grafico degli autori in cui si alternano stupende e rare foto, ricordi, follie di ogni tipo, inserti, playlist, ricette di cucina (!) e considerazioni profonde, analisi dettagliate degli album, aneddoti, testimonianze di amici e collaboratori. Non è solo la storia della band ma un ritratto sociale e un pezzo di storia della musica recente.
L’incipit è affascinante:
“E’ il 1981 a New York City: un pianeta lontano, difficile da riconescere ora.
I Beastie Boys sono appena stati fondati in una sala prove da qualche parte. Altrove Butthole Surfers, Cro-Mags, Motley Crue, Napalm Death, Run DMC, Sonic Youth e Wahm! stanno analogamente prendendo forma.
Ronald Reagan è il quarantesimo presidente della nazione. L’apparecchio per l’ascolto individuale delle musicassette conosciuto come walkman è in vendita negli Stati Uniti dall’estate precedente ma non è a buon mercato e ce l’hanno in pochi.
Piuttosto la musica risuona ovunque in città. E’ ovunque, che ti piaccia o meno...Cammini per strada e senti una radio diversa uscire da ogni singolo apparecchio, passi all’isolato successivo e senti la charanga da una parte, il Philly Soul dall’altra, un po’ di ska sopra e di doo wop sotto. La strada stessa funziona come un banco del mixer.
E’ un mondo fondato sulla radio.
In città la radio è un elemento centrale del panorama, tanto quanto i palazzi, i camion, i cartelli stradali e la gente per strada... Quello che non passano mai è il rap. Ma l’hip hop è ormai nelle strade. Quegli stereo boombox non sparano solo la musica delle radio. I mixtape trionfano”.
E’ in questo clima che i tre ragazzini crescono.
Non solo artistico e musicale ma anche sociale.
New York è una città in bilico, allo stremo.
“Per anni dalla fine della guerra è stata sempre più lasciata in mano ai poveri.
Interi distretti sono stati abbandonati, interi isolati dati al fuoco. I servizi sociali funzionano a malapena, le strade sono luride e piene di spazzatura.
Le droghe si mangiano la città a una velocità incredibile.
Eroina e cocaina sono ovunque e costano pochissimo. Gli amici rubano agli amici. E c’é anche questa nuova malattia, sconosciuta, che inizia a diffondersi tra gli omosessuali. Ma sono proprio questi i motivi per cui la città è diventata il luogo ideale per artisti e musicisti, per i giovani che cercano di combinare qualcosa e sono disposti a rinunciare alle proprie abitudini e a ogni regola del buonsenso”.
E’ una vita dura, difficile e pericolosa ma questi giovani surfer di un’esistenza spericolata cavalcano le onde più alte e impervie e faticosamente ce la fanno. I Beastie Boys lasciano l’hardcore, incominciano a frequentare il “Negril”, nel West Village, un locale reggae che si vota all’hip hop, dove si vedono Terry Hall degli Specials, Billy Idol, il DJ Don Letts alla ricerca di nuove idee e suoni, scoprono Afrika Bambaataa, “il primo che vedemmo prendere piccole porzioni da una serie di dischi e mixarle insieme per farne una canzone completamente nuova, creata da lui. Una micidiale combinazione di ruoli: curatore, improvvisatore, musicista. Piuttosto comune oggi ma ai tempi non avevamo mai visto né sentito qualcosa del genere”.
Iniziano a lavorare sulla nuova dimensione di band hip hop, provano (e vivono) in situazioni più che disagiate e trovano il battesimo di fuoco in un tempio del rap come il “Disco Fever”, culla del genere.
“E’ questa la cosa grandiosa dell’essere adolescenti: ti senti indistruttibile. Stupidità e arroganza battono realismo e paura”.
Inutile dire che il concerto passò inosservato nell’indifferenza del poco pubblico presente. Ma il battesimo era avvenuto.
Approdano alla Def Jam di Rick Rubin e incomincia una nuova storia, ancora lunga e irta di ostacoli, sconfitte e scoramento. Ma nel 1986 con l’esordio di “Licensed to ill” e il brano “(You gotta) Fight for your right (to party)”, con tanto di video che passa a ripetizione su MTV ottengono il grande successo e la possibilità di andare in tour con nomi come Run DMC e Madonna.
I testi sono scanzonati ma anche estremi e decisamente “sopra le righe” quando fanno riferimenti pesantemente sessisti e omofobi di cui si pentiranno e per cui non esiteranno successivamente a scusarsi:
“Non ci sono scuse. Ma il tempo ha sanato la nostra stupidità. Abbiamo imparato e sinceramente cambiato dagli anni Ottanta. Speriamo vogliate accettare queste scuse tanto attese”.
La band ha il grande pregio di non adagiarsi sugli schemi che hanno dato loro il successo ma di osare immediatamente e andare oltre, riprendendo in mano gli strumenti e spostando con “Paul’s Boutique” il sound verso soul e funk e con il successivo “Check your head” spingendosi, con venti brani, a jazz, hardcore, sperimentazione, funk, rap.
Una caratteristica che sarà il filo conduttore delle opere successive, in cui non ci saranno mai limiti alla loro grande creatività.
“Hello Nasty” nel 1998 li consacrerà ulteriormente, con primi posti in vari paesi del mondo e milioni di copie vendute.
Il tutto sotto il loro totale controllo artistico, grazie all’etichetta che fondano, la Grand Royal, e con la quale portano avanti lo spirito autoproduttivo delle origini. Come dice nel libro il regista, che ha collaborato a lungo con la band, Spike Jonze:
“Non incidevano solo, creavano mondi. Hanno sempre fatto a modo loro. Non c’era nessuno di un’etichetta discografica a dirgli cosa fare. I Beastie Boys andavano per la loro strada e quando finivano un lavoro – le foto, il video, l’album – consegnavano tutto alla casa discografica”.
Interessante anche l’evoluzione e il cambiamento sistematico della loro estetica che ha spesso precorso le mode e le tendenze, che assemblavano dalla strada.
Significativa la scelta per incidere “Mix Up” del 2007 in cui abbracciano un funk soul jazz strumentale.
“Se avete intenzione di incidere un album strumentale dovete vestirvi in maniera adeguata, come dei jazzisti. Gli abiti che indossate sono importanti, cazzo”.
E così fecero, ogni giorno in studio di registrazione.
Un brutto male portò via Adam Yauch nel 2012 e il suo ricordo è malinconicamente costante nel libro.
“La band non si è sciolta. Adam ha avuto il cancro ed è morto. Se non fosse successo, probabilmente staremmo registrando un album mentre state leggendo queste righe”.
I Beastie Boys sono stati tra i gruppi più rappresentativi di un’epoca, di un concetto progressivo e progressista di fare musica, partendo dall’hardcore punk, passando al rap e hip hop, in modo naturale e armonico perché, pur in antitesi sonora, erano generi che all’origine rispecchiavano la stessa attitudine.
Poi diluita in una commercializzazione artistica, estetica e culturale che ha omologato entrambi gli ambiti portandoli a musica d’ascolto, togliendo la pressoché totalità dell’anima antagonista con cui erano nate.
Non dimenticando che parliamo di una band di ragazzini bianchi new yorkesi che entrava a gamba tesa a “impossessarsi” di un linguaggio del ghetto nero ma che nel tempo è riuscita a costruirsi credibilità e autorevolezza.
Rapper che sapevano suonare, piuttosto bene, i loro strumenti, geniali, sempre alla ricerca del nuovo, dell’esperimento, con una maturazione progressiva da sciocco gruppo di nerd, con provocatori testi omofobi e sessisti, a trio di uomini consapevoli, impegnati, politicamente e socialmente.
Michael Diamond e Adam Horowitz, qualche anno dopo la scomparsa dell’amato compagno di avventure Adam Yauch, nel 2012, trovarono la forza di riprendere in mano l’album dei ricordi e scrivere un magnifico libro che ora Rizzoli pubblica in italiano, “Beastie Boys. Il libro”.
Oltre 500 pagine con un accurato e raffinato progetto grafico degli autori in cui si alternano stupende e rare foto, ricordi, follie di ogni tipo, inserti, playlist, ricette di cucina (!) e considerazioni profonde, analisi dettagliate degli album, aneddoti, testimonianze di amici e collaboratori. Non è solo la storia della band ma un ritratto sociale e un pezzo di storia della musica recente.
L’incipit è affascinante:
“E’ il 1981 a New York City: un pianeta lontano, difficile da riconescere ora.
I Beastie Boys sono appena stati fondati in una sala prove da qualche parte. Altrove Butthole Surfers, Cro-Mags, Motley Crue, Napalm Death, Run DMC, Sonic Youth e Wahm! stanno analogamente prendendo forma.
Ronald Reagan è il quarantesimo presidente della nazione. L’apparecchio per l’ascolto individuale delle musicassette conosciuto come walkman è in vendita negli Stati Uniti dall’estate precedente ma non è a buon mercato e ce l’hanno in pochi.
Piuttosto la musica risuona ovunque in città. E’ ovunque, che ti piaccia o meno...Cammini per strada e senti una radio diversa uscire da ogni singolo apparecchio, passi all’isolato successivo e senti la charanga da una parte, il Philly Soul dall’altra, un po’ di ska sopra e di doo wop sotto. La strada stessa funziona come un banco del mixer.
E’ un mondo fondato sulla radio.
In città la radio è un elemento centrale del panorama, tanto quanto i palazzi, i camion, i cartelli stradali e la gente per strada... Quello che non passano mai è il rap. Ma l’hip hop è ormai nelle strade. Quegli stereo boombox non sparano solo la musica delle radio. I mixtape trionfano”.
E’ in questo clima che i tre ragazzini crescono.
Non solo artistico e musicale ma anche sociale.
New York è una città in bilico, allo stremo.
“Per anni dalla fine della guerra è stata sempre più lasciata in mano ai poveri.
Interi distretti sono stati abbandonati, interi isolati dati al fuoco. I servizi sociali funzionano a malapena, le strade sono luride e piene di spazzatura.
Le droghe si mangiano la città a una velocità incredibile.
Eroina e cocaina sono ovunque e costano pochissimo. Gli amici rubano agli amici. E c’é anche questa nuova malattia, sconosciuta, che inizia a diffondersi tra gli omosessuali. Ma sono proprio questi i motivi per cui la città è diventata il luogo ideale per artisti e musicisti, per i giovani che cercano di combinare qualcosa e sono disposti a rinunciare alle proprie abitudini e a ogni regola del buonsenso”.
E’ una vita dura, difficile e pericolosa ma questi giovani surfer di un’esistenza spericolata cavalcano le onde più alte e impervie e faticosamente ce la fanno. I Beastie Boys lasciano l’hardcore, incominciano a frequentare il “Negril”, nel West Village, un locale reggae che si vota all’hip hop, dove si vedono Terry Hall degli Specials, Billy Idol, il DJ Don Letts alla ricerca di nuove idee e suoni, scoprono Afrika Bambaataa, “il primo che vedemmo prendere piccole porzioni da una serie di dischi e mixarle insieme per farne una canzone completamente nuova, creata da lui. Una micidiale combinazione di ruoli: curatore, improvvisatore, musicista. Piuttosto comune oggi ma ai tempi non avevamo mai visto né sentito qualcosa del genere”.
Iniziano a lavorare sulla nuova dimensione di band hip hop, provano (e vivono) in situazioni più che disagiate e trovano il battesimo di fuoco in un tempio del rap come il “Disco Fever”, culla del genere.
“E’ questa la cosa grandiosa dell’essere adolescenti: ti senti indistruttibile. Stupidità e arroganza battono realismo e paura”.
Inutile dire che il concerto passò inosservato nell’indifferenza del poco pubblico presente. Ma il battesimo era avvenuto.
Approdano alla Def Jam di Rick Rubin e incomincia una nuova storia, ancora lunga e irta di ostacoli, sconfitte e scoramento. Ma nel 1986 con l’esordio di “Licensed to ill” e il brano “(You gotta) Fight for your right (to party)”, con tanto di video che passa a ripetizione su MTV ottengono il grande successo e la possibilità di andare in tour con nomi come Run DMC e Madonna.
I testi sono scanzonati ma anche estremi e decisamente “sopra le righe” quando fanno riferimenti pesantemente sessisti e omofobi di cui si pentiranno e per cui non esiteranno successivamente a scusarsi:
“Non ci sono scuse. Ma il tempo ha sanato la nostra stupidità. Abbiamo imparato e sinceramente cambiato dagli anni Ottanta. Speriamo vogliate accettare queste scuse tanto attese”.
La band ha il grande pregio di non adagiarsi sugli schemi che hanno dato loro il successo ma di osare immediatamente e andare oltre, riprendendo in mano gli strumenti e spostando con “Paul’s Boutique” il sound verso soul e funk e con il successivo “Check your head” spingendosi, con venti brani, a jazz, hardcore, sperimentazione, funk, rap.
Una caratteristica che sarà il filo conduttore delle opere successive, in cui non ci saranno mai limiti alla loro grande creatività.
“Hello Nasty” nel 1998 li consacrerà ulteriormente, con primi posti in vari paesi del mondo e milioni di copie vendute.
Il tutto sotto il loro totale controllo artistico, grazie all’etichetta che fondano, la Grand Royal, e con la quale portano avanti lo spirito autoproduttivo delle origini. Come dice nel libro il regista, che ha collaborato a lungo con la band, Spike Jonze:
“Non incidevano solo, creavano mondi. Hanno sempre fatto a modo loro. Non c’era nessuno di un’etichetta discografica a dirgli cosa fare. I Beastie Boys andavano per la loro strada e quando finivano un lavoro – le foto, il video, l’album – consegnavano tutto alla casa discografica”.
Interessante anche l’evoluzione e il cambiamento sistematico della loro estetica che ha spesso precorso le mode e le tendenze, che assemblavano dalla strada.
Significativa la scelta per incidere “Mix Up” del 2007 in cui abbracciano un funk soul jazz strumentale.
“Se avete intenzione di incidere un album strumentale dovete vestirvi in maniera adeguata, come dei jazzisti. Gli abiti che indossate sono importanti, cazzo”.
E così fecero, ogni giorno in studio di registrazione.
Un brutto male portò via Adam Yauch nel 2012 e il suo ricordo è malinconicamente costante nel libro.
“La band non si è sciolta. Adam ha avuto il cancro ed è morto. Se non fosse successo, probabilmente staremmo registrando un album mentre state leggendo queste righe”.
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Heroes
sabato, settembre 09, 2023
Appuntamenti
Torniamo con i NOT MOVING LTD siamo always on the road sull'Isola d'Elba (dopo Sicilia e Sardegna ci mancava un'altra isola) al Neverending Festival.
https://www.facebook.com/NeverendingMusicFestival
Not Moving LTD
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697
Poi si va avanti ancora fino alla fine dell'anno (e poi stop). ROCK AROUND THE BOOK chiude quest'anno con due serate.
Not Moving LTD
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Poi si va avanti ancora fino alla fine dell'anno (e poi stop). ROCK AROUND THE BOOK chiude quest'anno con due serate.
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Rock around the book
venerdì, settembre 08, 2023
Booker T & the Mg's - McLemore Avenue
Un album particolarissimo, geniale tributo a un disco uscito pochissimo tempo prima, sorta di istant record, eseguita a tempo da primato ma con una capacità interpretativa e rielaborativa superlativa.
Sarà il penultimo lavoro insieme della formazione originale di BOOKER T. and the MG's.
Dopo "Melting pot" la band si sfalderà e nel 1975 Al Jackson Jr. morirà ucciso in una rapina (in circostanze poco chiare).
Quando Booker T ascoltò pr la prima volta "Abbey Road" dei Beatles (uscito il 26 settembre 1969) ne rimase molto impressionato:
"Mi trovavo in California quando ascoltai per la prima volta Abbey Road, e pensai quanto fosse coraggioso da parte loro discostarsi dal loro stile abituale per sperimentare musicalmente nella maniera in cui stavano facendo.
Spingere al limite i propri mezzi e reinventare sé stessi quando non avevano nessun bisogno di farlo. Erano il gruppo numero uno al mondo ma vollero ugualmente rimettersi in gioco.
La musica che produssero era semplicemente incredibile così mi sentii in dovere di renderle omaggio".
Chiamo a sé la band, i favolosi Steve Cropper alla chitarra, Duck Dunn al basso, Al Jackson Jr alla batteria, si sedette all'organo Hammond e poco tempo dopo coverizzarono 13 dei 17 brani di ABBEY ROAD (escludendo "Maxwell's silver hammer", "Oh darling", "Octopus's garden" e "Her majesty") in chiave strumentale (a parte due inconsueti brevissimi interventi vocali in "The end" e "Come together").
L'album fu pubblicato nell'aprile 1970 con una splendida copertina che imitava quella di "Abbey Road" ma con la foto scattata a McLemore Avenue (che diede il titolo all'album), la strada in cui sorgevano gli studi della Stax Records a Memphis, dove il disco fu registrato (oltre ai Wally Heider Studios a Los Angeles).
La versione di "Something" è un capolavoro jazz funk, il resto si divide in tre lunghi medley dei brani di "Abbey Road" senza sempre rispettare la successione originale, ricchi di improvvisazioni, di guizzi geniali a livello di arrangiamento.
Nella ristampa del 2011 sono state aggiunte altre versioni di brani dei Beatles registrate nel corso del tempo (alcune inedite, altre già pubblicate in precedenza):
"You Can't Do That", "Day Tripper", "Michelle","Eleanor Rigby","Lady Madonna".
Sarà il penultimo lavoro insieme della formazione originale di BOOKER T. and the MG's.
Dopo "Melting pot" la band si sfalderà e nel 1975 Al Jackson Jr. morirà ucciso in una rapina (in circostanze poco chiare).
Quando Booker T ascoltò pr la prima volta "Abbey Road" dei Beatles (uscito il 26 settembre 1969) ne rimase molto impressionato:
"Mi trovavo in California quando ascoltai per la prima volta Abbey Road, e pensai quanto fosse coraggioso da parte loro discostarsi dal loro stile abituale per sperimentare musicalmente nella maniera in cui stavano facendo.
Spingere al limite i propri mezzi e reinventare sé stessi quando non avevano nessun bisogno di farlo. Erano il gruppo numero uno al mondo ma vollero ugualmente rimettersi in gioco.
La musica che produssero era semplicemente incredibile così mi sentii in dovere di renderle omaggio".
Chiamo a sé la band, i favolosi Steve Cropper alla chitarra, Duck Dunn al basso, Al Jackson Jr alla batteria, si sedette all'organo Hammond e poco tempo dopo coverizzarono 13 dei 17 brani di ABBEY ROAD (escludendo "Maxwell's silver hammer", "Oh darling", "Octopus's garden" e "Her majesty") in chiave strumentale (a parte due inconsueti brevissimi interventi vocali in "The end" e "Come together").
L'album fu pubblicato nell'aprile 1970 con una splendida copertina che imitava quella di "Abbey Road" ma con la foto scattata a McLemore Avenue (che diede il titolo all'album), la strada in cui sorgevano gli studi della Stax Records a Memphis, dove il disco fu registrato (oltre ai Wally Heider Studios a Los Angeles).
La versione di "Something" è un capolavoro jazz funk, il resto si divide in tre lunghi medley dei brani di "Abbey Road" senza sempre rispettare la successione originale, ricchi di improvvisazioni, di guizzi geniali a livello di arrangiamento.
Nella ristampa del 2011 sono state aggiunte altre versioni di brani dei Beatles registrate nel corso del tempo (alcune inedite, altre già pubblicate in precedenza):
"You Can't Do That", "Day Tripper", "Michelle","Eleanor Rigby","Lady Madonna".
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Dischi
giovedì, settembre 07, 2023
Thomas Mauceri / Seb Piquet
In search of Gil Scott Heron. The Godfather of rap
"La vita è un cerchio. Finisci sempre da dove sei partito. Non esiste l'altra parte, non c'è via d'uscita."
(Gil Scott Heron)
Gil Scott Heron rimane un faro nella "black culture", un infinito universo di spunti artistici, culturali, musicali, socio/politici.
Un personaggio e un lascito che è necessario continuare ad approfondire, studiare, esaminare con cura, tanto è prezioso il contenuto che ha espresso nella sua convulsa vita.
Questa graphic novel è semplicemente stupenda nel raccontare il sincero e appassionato tentativo di uno studente francese di incontrare Gil per girare un documentario su di lui cercando di vincerne la ritrosia ("non ho nulla di interessante per te, tutto ciò che ho da dire lo dico nei miei testi. Non riesco a capire il motivo di fare un film su di me" lo gela nella prima convesazione telefonica).
Non ce la farà, passando attraverso mille disavventure ma riuscendo però a entrare in un percorso di formazione, culturale e sociale, nel mondo afroamericano, vivendo il drammatico e drastico passaggio da Obama a Trump e continuando a dover fare i conti con discriminazione e razzismo.
Stupendi i disegni, le citazioni, la discografia ragionata e commentata alla fine.
"Penso sia un errore che mi si conosca come il "Godfather of Rap".
Una rivoluzione di qualunque colore sia, succede dentro a te. Una rivoluzione è prima di tutto mentale, arriva dalla mente.
Se vuoi cambiare la tua vita, se vuoi che le cose intorno a te siano diverse, è necessario per prima cosa cambiare il modo in cui pensi."
(Gil Scott Heron)
Thomas Mauceri / Seb Piquet
In search of Gil Scott Heron. The Godfather of rap
Titan Comics
232 pagine
32 euro
(Gil Scott Heron)
Gil Scott Heron rimane un faro nella "black culture", un infinito universo di spunti artistici, culturali, musicali, socio/politici.
Un personaggio e un lascito che è necessario continuare ad approfondire, studiare, esaminare con cura, tanto è prezioso il contenuto che ha espresso nella sua convulsa vita.
Questa graphic novel è semplicemente stupenda nel raccontare il sincero e appassionato tentativo di uno studente francese di incontrare Gil per girare un documentario su di lui cercando di vincerne la ritrosia ("non ho nulla di interessante per te, tutto ciò che ho da dire lo dico nei miei testi. Non riesco a capire il motivo di fare un film su di me" lo gela nella prima convesazione telefonica).
Non ce la farà, passando attraverso mille disavventure ma riuscendo però a entrare in un percorso di formazione, culturale e sociale, nel mondo afroamericano, vivendo il drammatico e drastico passaggio da Obama a Trump e continuando a dover fare i conti con discriminazione e razzismo.
Stupendi i disegni, le citazioni, la discografia ragionata e commentata alla fine.
"Penso sia un errore che mi si conosca come il "Godfather of Rap".
Una rivoluzione di qualunque colore sia, succede dentro a te. Una rivoluzione è prima di tutto mentale, arriva dalla mente.
Se vuoi cambiare la tua vita, se vuoi che le cose intorno a te siano diverse, è necessario per prima cosa cambiare il modo in cui pensi."
(Gil Scott Heron)
Thomas Mauceri / Seb Piquet
In search of Gil Scott Heron. The Godfather of rap
Titan Comics
232 pagine
32 euro
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Libri
martedì, settembre 05, 2023
Nadine Cohondas- Spinning Blues into Gold: The Chess Brothers and the Legendary Chess Records
Uscito nel 2000, è un esaustivo e puntiglioso viaggio nella storia della CHESS RECORDS dei fratelli Lejzor e Fiszel Czyz, ebrei polacchi immigrati nel 1928 in Usa, approdati a Chicago e che cambiarono nome nei più comprensibili Leonard e Phil Chess.
Cresciuti nei quartieri neri della città, ne assimilarono gusti musicali e attitudine a una vita dura e rude.
Lavorarono nel giro dei club della città, prima di dedicarsi a dare voce con l'etichetta ai nomi più brillanti della storia del blues e rock 'n' roll, da Muddy Waters a Howlin Wolf, Chuck Berry, Etta James, Bo Diddley, John Lee Hooker e tante altre stelle (incluso il "nostro" Rocky Roberts).
Fedeli alla loro "legge" "“se investi un dollaro, fallo se sei sicuro di riprenderne uno e mezzo” fecero una montagna di soldi, spesso scontrandosi con gli artisti per diritti e compensi mal distribuiti.
Sapevano poco di musica ma avevano un senso degli affari innato:
“Se mi mostrate la scala armonica delle note e mi chiedete dove e cosa siamo Do, Re, Mi non velo potrei dire. Nemmeno Leonard. Ma – mostrando le orecchie – queste invece velo possono dire.”
Il libro è ricchissimo di informazioni, indulge troppo spesso su guadagni, tariffe, retribuzioni, somme di danaro, percentuali, ininfluenti nel contesto della vicenda ma ci consegna una storia unica e irripetibile.
Smentendo anche la famosa leggenda che quando gli Stones arrivarono nei loro mitici studi trovarono Muddy Waters che dipingeva il soffitto degli uffici, fatto considerato impossibile e assolutamente mai verificato.
Mike Rowe nel libro “Chicago Breakdown”:
“Le due principali caratteristiche della vita dei neri in America erano la migrazione e la segregazione. Con la prima che dava impulso alla seconda. Musicalmente mentre la segregazione creò il blues, la migrazione diffuse il messaggio”.
Nadine Cohondas
Spinning Blues into Gold: The Chess Brothers and the Legendary Chess Records
Iconoclassic Books
480 pagine
Si trova dai 36 agli 80 euro se usato o nuovo.
Cresciuti nei quartieri neri della città, ne assimilarono gusti musicali e attitudine a una vita dura e rude.
Lavorarono nel giro dei club della città, prima di dedicarsi a dare voce con l'etichetta ai nomi più brillanti della storia del blues e rock 'n' roll, da Muddy Waters a Howlin Wolf, Chuck Berry, Etta James, Bo Diddley, John Lee Hooker e tante altre stelle (incluso il "nostro" Rocky Roberts).
Fedeli alla loro "legge" "“se investi un dollaro, fallo se sei sicuro di riprenderne uno e mezzo” fecero una montagna di soldi, spesso scontrandosi con gli artisti per diritti e compensi mal distribuiti.
Sapevano poco di musica ma avevano un senso degli affari innato:
“Se mi mostrate la scala armonica delle note e mi chiedete dove e cosa siamo Do, Re, Mi non velo potrei dire. Nemmeno Leonard. Ma – mostrando le orecchie – queste invece velo possono dire.”
Il libro è ricchissimo di informazioni, indulge troppo spesso su guadagni, tariffe, retribuzioni, somme di danaro, percentuali, ininfluenti nel contesto della vicenda ma ci consegna una storia unica e irripetibile.
Smentendo anche la famosa leggenda che quando gli Stones arrivarono nei loro mitici studi trovarono Muddy Waters che dipingeva il soffitto degli uffici, fatto considerato impossibile e assolutamente mai verificato.
Mike Rowe nel libro “Chicago Breakdown”:
“Le due principali caratteristiche della vita dei neri in America erano la migrazione e la segregazione. Con la prima che dava impulso alla seconda. Musicalmente mentre la segregazione creò il blues, la migrazione diffuse il messaggio”.
Nadine Cohondas
Spinning Blues into Gold: The Chess Brothers and the Legendary Chess Records
Iconoclassic Books
480 pagine
Si trova dai 36 agli 80 euro se usato o nuovo.
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Libri
lunedì, settembre 04, 2023
Area - La mela di Odessa
Riprendo l'articolo pubblicato nelle pagine de "Il Manifesto" sabato 26 agosto e dedicato al "mistero" relativo alla canzone "La mela di Odessa" degli Area, presentato con riferimento a un fatto storico in realtà mai avvenuto.
L'evento era in realtà un altro.
Area - La mela di Odessa
https://www.youtube.com/watch?v=Ie9W0uWjPVg
Nel 1975 nell'album dal vivo “Areazione” degli Area, Demetrio Stratos presenta così il brano “La mela di Odessa”:
“Questo pezzo trae spunto da un fatto successo nel 1920, cioè quando un artista, un dadaista di nome Apple (così verrà sempre riportato nei libri e negli articoli, per evidente assonanza con il titolo NdA) dirottò una nave tedesca regalandola ai russi, che avevano appena fatto la rivoluzione. La portò ad Odessa, i russi fecero una grandissima festa, fecero saltare sia la nave sia i tedeschi, e questo pezzo si chiama “La mela di Odessa".
Un fatto cruento e decisamente rilevante: il sequestro di una nave e l'affondamento della stessa con l'equipaggio a bordo avrebbe causato ripercussioni diplomatiche piuttosto gravi pur in un periodo in cui la Russia/futura Unione Sovietica viveva ancora una forte instabilità, sia per la guerra in atto contro la Polonia, che per la resistenza “bianca” contro i bolscevichi e vari altri focolai di rivolta, soprattutto in Caucaso.
Anche in Germania è un periodo di parecchie turbolenze sociali.
Ma nessuna fonte storica riporta l'evento, né tanto meno si trova traccia dell'artista dadaista Apple.
A cosa si riferisce il testo?
Il brano è firmato, come nella maggior parte della produzione degli Area, da Ares Tavolazzi, Paolo Tofani e Patrizio Fariselli ma i testi pare fossero farina del sacco di Gianni Sassi, produttore e “ideologo” del gruppo.
Come ha direttamente confermato, interpellato specificatamente, Paolo Tofani: “I testi li faceva Gianni Sassi e anch'io ho le informazioni che si trovano in giro, non ne so di più".
Il testo è molto interessante nel suo contrapporre il presunto artista Apple (la mela del racconto) con la foglia (la supposta nave tedesca, fatta poi esplodere a Odessa) e riempire di metafore il racconto, dal “mondo che diventa mancino”, “giallo di grano” e “pieno di gente felice”.
Dal vivo gli Area aggiungevano un tocco di teatralità facendo una pausa in cui Patrizio Fariselli mangiava una mela (come si evince da una foto all'interno di “Areazione” e dalla registrazione live del brano).
“C'era una volta una mela a cavallo di una foglia Cavalca, cavalca, cavalca Insieme attraversarono il mare Impararono a nuotare Arrivati in cima al mare Dove il mondo diventa mancino
La mela lasciò il suo vecchio vestito E prese l'abito da sposa più rosso, più rosso La foglia sorrise, era la prima volta di ogni cosa Riprese la mela in braccio e partirono Giunsero in un paese giallo di grano
Pieno di gente felice Pieno di gente felice!
Si unirono a quella gente E scesero cantando fino alla grande piazza Qui altra gente si unì al coro "Ma dove siamo? Ma dove siamo?" Chiese la mela "Se pensi che il mondo sia piatto Allora sei arrivata alla fine del mondo Se credi che il mondo sia tondo Allora sali, e incomincia un giro tondo!"
E la mela salì, salì, salì, salì, salì
La foglia invece salutò, salutò, salutò Rientrò nel mare e nessuno la vide più Forse per lei, mah, il mondo era ancora piatto Vicino al mare dove il mondo diventa mancino Se credi che il mondo sia tondo, allora sali, sali! E incomincia il giro tondo!”.
Gli Area hanno sempre giocato con i testi e le parole per rimanere in difficile (se non precario) equilibrio tra una militanza politica sempre palesata e praticata (“Lavoravamo con Lotta Continua e non ci davano niente, quelli del Movimento quando chiedevi un rimborso storcevano il naso, c’erano gli autonomi, la musica gratis” - Paolo Tofani da un'intervista a “Rolling Stone”) e la volontà di andare liricamente oltre ai prevedibili slogan.
La canzone è particolarissima e originale; dopo un inizio free di circa tre minuti ne seguono quasi quattro di funk rock (apparentemente) lineare (in realtà è un complesso tempo in 10/4) con tanto di fiati dissonanti e il racconto teatrale di Demetrio Stratos a cui fanno da accompagnamento suoni e piccoli “sketch” sonori che rendono il brano una piccola piece cabarettistica.
Il gruppo cercava di cambiare direzione dopo i primi due album “Arbeit Macht frei” e “Caution radiation Area”, in cui operavano in un contesto sonoro sperimentale, free jazz, fusion, dove si innestavano musica mediterranea e tempi spezzati e complessi, mutuati dalla tradizione balcanica e in cui giocava un ruolo decisivo un uso avanguardistico dell'elettronica, sia con le tastiere di Fariselli che con la chitarra filtrata nel sintetizzatore di Tofani, su cui Demetrio Stratos furoreggiava con le sue ardite evoluzioni vocali.
Con “Crac!” gli Area cercano di allargare gli orizzonti, provando anche vie più (moderatamente) pop.
Ricordiamoci che i componenti avevano vissuto i recenti anni Sessanta all'interno della scena beat: Stratos con i Ribelli con cui trovò il successo con “Pugni chiusi”, Tavolazzi con gli Avengers e Carmen Villani per poi approdare a contaminazioni più ardite coni Pleasure Machine e i Giganti, Paolo Tofani, prima di esplorare nuovi confini sonori in Inghilterra (dove collaborò con il fratello di Steve Winwood, Muff e suonò in numerose jam con il giovane Robert Fripp) si fece un po' di Cantagiro con i Samurai e i Califfi, Giulio Capiozzo suonava con la Bo Bo's Band.
Alcuni elementi delle esperienze passate emergono in “Crac!”, soprattutto in quello che rimane il loro brano più famoso, “Gioia e rivoluzione”, con un riff di chitarra e un ritornello che hanno un gustoso sapore anni Sessanta, solare e pulsante.
“Finora abbiamo fatto tre dischi e sono tre cose differenti. Con “Crac!” abbiamo voluto avere un maggiore rapporto comunicativo con una grande massa, vogliamo aprire un dialogo sempre maggiore ma senza contenuti di grande faciloneria artistica.” (Patrizio Fariselli da “Il crac dopo la rivoluzione” di Armando Gallo).
Tornando al “mistero” de “La mela di Odessa” probabilmente una soluzione ci arriva proprio da Patrizio Fariselli che in una recente intervista parla di essere al lavoro per dare un seguito proprio al brano in questione, con il titolo di “La foglia di Murmansk”.
Ed è a questo punto che finalmente le cose sembrano chiarirsi un po' meglio.
Non è mai esistito un dadaista di nome Apple ma un rivoluzionario tedesco di nome Jan Appel invece si.
E nella primavera del 1920 fu invitato dai comunisti sovietici a discutere dell'affiliazione del suo neonato KAPD (Partito Comunista Tedesco dei Lavoratori).
Racconta Appel nella sua autobiografia: “Era impossibile per noi fare la strada via terra e anche il passaggio attraverso il Mar Baltico era chiuso. L'unica rotta disponibile aperta passava attraverso il Mare del Nord e l'Atlantico, costeggiando la Norvegia e Capo Nord e quindi nell'Oceano Artico, per raggiungere Archangelsk e forse Murmansk. Eravamo però incerti se fossero in mano ai bolscevichi”.
Così Appel e un compagno salirono da clandestini su una nave, arrestarono in viaggio il capitano, presero il comando, costeggiarono il nord della Scandinavia, entrarono fortunosamente in un fiordo:
“Finalmente vedemmo una grande bandiera rossa, eravamo arrivati nella terra dei comunisti. Fummo accolti come compagni e da allora in poi viaggiammo sulla ferrovia, costruita durante la guerra, fino a San Pietroburgo.”
Arrivarono anche a Mosca e furono ricevuti da Lenin.
Dunque nessuna nave tedesca saltata per aria a Odessa ma un viaggio avventuroso e incosciente a Murmansk, altrettanto epico e che getta nuova luce sull'annosa questione.
Gianni Sassi quando scrisse il testo prese evidentemente spunto da un fatto realmente accaduto ma lo romanzò a suo piacimento per renderlo più letterario ma soprattutto più creativo, geniale, provocatorio, nel suo perfetto stile artistico.
L'evento era in realtà un altro.
Area - La mela di Odessa
https://www.youtube.com/watch?v=Ie9W0uWjPVg
Nel 1975 nell'album dal vivo “Areazione” degli Area, Demetrio Stratos presenta così il brano “La mela di Odessa”:
“Questo pezzo trae spunto da un fatto successo nel 1920, cioè quando un artista, un dadaista di nome Apple (così verrà sempre riportato nei libri e negli articoli, per evidente assonanza con il titolo NdA) dirottò una nave tedesca regalandola ai russi, che avevano appena fatto la rivoluzione. La portò ad Odessa, i russi fecero una grandissima festa, fecero saltare sia la nave sia i tedeschi, e questo pezzo si chiama “La mela di Odessa".
Un fatto cruento e decisamente rilevante: il sequestro di una nave e l'affondamento della stessa con l'equipaggio a bordo avrebbe causato ripercussioni diplomatiche piuttosto gravi pur in un periodo in cui la Russia/futura Unione Sovietica viveva ancora una forte instabilità, sia per la guerra in atto contro la Polonia, che per la resistenza “bianca” contro i bolscevichi e vari altri focolai di rivolta, soprattutto in Caucaso.
Anche in Germania è un periodo di parecchie turbolenze sociali.
Ma nessuna fonte storica riporta l'evento, né tanto meno si trova traccia dell'artista dadaista Apple.
A cosa si riferisce il testo?
Il brano è firmato, come nella maggior parte della produzione degli Area, da Ares Tavolazzi, Paolo Tofani e Patrizio Fariselli ma i testi pare fossero farina del sacco di Gianni Sassi, produttore e “ideologo” del gruppo.
Come ha direttamente confermato, interpellato specificatamente, Paolo Tofani: “I testi li faceva Gianni Sassi e anch'io ho le informazioni che si trovano in giro, non ne so di più".
Il testo è molto interessante nel suo contrapporre il presunto artista Apple (la mela del racconto) con la foglia (la supposta nave tedesca, fatta poi esplodere a Odessa) e riempire di metafore il racconto, dal “mondo che diventa mancino”, “giallo di grano” e “pieno di gente felice”.
Dal vivo gli Area aggiungevano un tocco di teatralità facendo una pausa in cui Patrizio Fariselli mangiava una mela (come si evince da una foto all'interno di “Areazione” e dalla registrazione live del brano).
“C'era una volta una mela a cavallo di una foglia Cavalca, cavalca, cavalca Insieme attraversarono il mare Impararono a nuotare Arrivati in cima al mare Dove il mondo diventa mancino
La mela lasciò il suo vecchio vestito E prese l'abito da sposa più rosso, più rosso La foglia sorrise, era la prima volta di ogni cosa Riprese la mela in braccio e partirono Giunsero in un paese giallo di grano
Pieno di gente felice Pieno di gente felice!
Si unirono a quella gente E scesero cantando fino alla grande piazza Qui altra gente si unì al coro "Ma dove siamo? Ma dove siamo?" Chiese la mela "Se pensi che il mondo sia piatto Allora sei arrivata alla fine del mondo Se credi che il mondo sia tondo Allora sali, e incomincia un giro tondo!"
E la mela salì, salì, salì, salì, salì
La foglia invece salutò, salutò, salutò Rientrò nel mare e nessuno la vide più Forse per lei, mah, il mondo era ancora piatto Vicino al mare dove il mondo diventa mancino Se credi che il mondo sia tondo, allora sali, sali! E incomincia il giro tondo!”.
Gli Area hanno sempre giocato con i testi e le parole per rimanere in difficile (se non precario) equilibrio tra una militanza politica sempre palesata e praticata (“Lavoravamo con Lotta Continua e non ci davano niente, quelli del Movimento quando chiedevi un rimborso storcevano il naso, c’erano gli autonomi, la musica gratis” - Paolo Tofani da un'intervista a “Rolling Stone”) e la volontà di andare liricamente oltre ai prevedibili slogan.
La canzone è particolarissima e originale; dopo un inizio free di circa tre minuti ne seguono quasi quattro di funk rock (apparentemente) lineare (in realtà è un complesso tempo in 10/4) con tanto di fiati dissonanti e il racconto teatrale di Demetrio Stratos a cui fanno da accompagnamento suoni e piccoli “sketch” sonori che rendono il brano una piccola piece cabarettistica.
Il gruppo cercava di cambiare direzione dopo i primi due album “Arbeit Macht frei” e “Caution radiation Area”, in cui operavano in un contesto sonoro sperimentale, free jazz, fusion, dove si innestavano musica mediterranea e tempi spezzati e complessi, mutuati dalla tradizione balcanica e in cui giocava un ruolo decisivo un uso avanguardistico dell'elettronica, sia con le tastiere di Fariselli che con la chitarra filtrata nel sintetizzatore di Tofani, su cui Demetrio Stratos furoreggiava con le sue ardite evoluzioni vocali.
Con “Crac!” gli Area cercano di allargare gli orizzonti, provando anche vie più (moderatamente) pop.
Ricordiamoci che i componenti avevano vissuto i recenti anni Sessanta all'interno della scena beat: Stratos con i Ribelli con cui trovò il successo con “Pugni chiusi”, Tavolazzi con gli Avengers e Carmen Villani per poi approdare a contaminazioni più ardite coni Pleasure Machine e i Giganti, Paolo Tofani, prima di esplorare nuovi confini sonori in Inghilterra (dove collaborò con il fratello di Steve Winwood, Muff e suonò in numerose jam con il giovane Robert Fripp) si fece un po' di Cantagiro con i Samurai e i Califfi, Giulio Capiozzo suonava con la Bo Bo's Band.
Alcuni elementi delle esperienze passate emergono in “Crac!”, soprattutto in quello che rimane il loro brano più famoso, “Gioia e rivoluzione”, con un riff di chitarra e un ritornello che hanno un gustoso sapore anni Sessanta, solare e pulsante.
“Finora abbiamo fatto tre dischi e sono tre cose differenti. Con “Crac!” abbiamo voluto avere un maggiore rapporto comunicativo con una grande massa, vogliamo aprire un dialogo sempre maggiore ma senza contenuti di grande faciloneria artistica.” (Patrizio Fariselli da “Il crac dopo la rivoluzione” di Armando Gallo).
Tornando al “mistero” de “La mela di Odessa” probabilmente una soluzione ci arriva proprio da Patrizio Fariselli che in una recente intervista parla di essere al lavoro per dare un seguito proprio al brano in questione, con il titolo di “La foglia di Murmansk”.
Ed è a questo punto che finalmente le cose sembrano chiarirsi un po' meglio.
Non è mai esistito un dadaista di nome Apple ma un rivoluzionario tedesco di nome Jan Appel invece si.
E nella primavera del 1920 fu invitato dai comunisti sovietici a discutere dell'affiliazione del suo neonato KAPD (Partito Comunista Tedesco dei Lavoratori).
Racconta Appel nella sua autobiografia: “Era impossibile per noi fare la strada via terra e anche il passaggio attraverso il Mar Baltico era chiuso. L'unica rotta disponibile aperta passava attraverso il Mare del Nord e l'Atlantico, costeggiando la Norvegia e Capo Nord e quindi nell'Oceano Artico, per raggiungere Archangelsk e forse Murmansk. Eravamo però incerti se fossero in mano ai bolscevichi”.
Così Appel e un compagno salirono da clandestini su una nave, arrestarono in viaggio il capitano, presero il comando, costeggiarono il nord della Scandinavia, entrarono fortunosamente in un fiordo:
“Finalmente vedemmo una grande bandiera rossa, eravamo arrivati nella terra dei comunisti. Fummo accolti come compagni e da allora in poi viaggiammo sulla ferrovia, costruita durante la guerra, fino a San Pietroburgo.”
Arrivarono anche a Mosca e furono ricevuti da Lenin.
Dunque nessuna nave tedesca saltata per aria a Odessa ma un viaggio avventuroso e incosciente a Murmansk, altrettanto epico e che getta nuova luce sull'annosa questione.
Gianni Sassi quando scrisse il testo prese evidentemente spunto da un fatto realmente accaduto ma lo romanzò a suo piacimento per renderlo più letterario ma soprattutto più creativo, geniale, provocatorio, nel suo perfetto stile artistico.
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Songs
venerdì, settembre 01, 2023
Classic Rock
Nel nuovo numero di CLASSIC ROCK recensisco il nuovo album dei Pretenders, di Kristin Hersh, il live di Joe Strummer & the Mescaleros, Willi J. Healey, Rats, Dome La Muerte EXP, Bombino, Il Senato, Don Letts, la compilation "
Into Tomorrow – The Spirit Of Mod 1983-2000", i libri "Revolution. La vera storia dei Public Enemy" di Andrea Di Quarto e "La settimana della banana" di Elisa De Munari.
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I me mine
Nel cuore della musica
Tornano da stasera le mie "lezioni" di musica al "Raindogs" di Savona.
Gli otto appuntamenti dello scorso anno, dedicati a una sorta di storia della musica pop/rock, furono un successo (qui un resoconto: https://tonyface.blogspot.com/2022/10/parliamo-di-musica.html), corroborati da un pubblico sempre folto e attento.
Questa volta il programma è più ridotto ma cambierà obiettivo, andando "NEL CUORE DELLA MUSICA" ovvero parlando della sua struttura, dai compositori ai produttori, dai sessionmen e studi di registrazione a etichette, editori musicali, distribuzione.
IL PROGRAMMA
Venerdì 1 settembre
Compositori e produttori.
Come e quando nasce la musica
Venerdì 8 settembre
Sessionmen e studi di registrazione
Dove nasce la musica
Venerdì 22 settembre
Etichette, edizioni musicali, distribuzione
Come ci arriva la musica
Il tutto al
Raindogs House, Piazza Rebagliati 1 - Savona.
Ingresso up to you.
Dalle 19 alle 21.
Info: raindogshouse@gmail.com
Gli otto appuntamenti dello scorso anno, dedicati a una sorta di storia della musica pop/rock, furono un successo (qui un resoconto: https://tonyface.blogspot.com/2022/10/parliamo-di-musica.html), corroborati da un pubblico sempre folto e attento.
Questa volta il programma è più ridotto ma cambierà obiettivo, andando "NEL CUORE DELLA MUSICA" ovvero parlando della sua struttura, dai compositori ai produttori, dai sessionmen e studi di registrazione a etichette, editori musicali, distribuzione.
IL PROGRAMMA
Venerdì 1 settembre
Compositori e produttori.
Come e quando nasce la musica
Venerdì 8 settembre
Sessionmen e studi di registrazione
Dove nasce la musica
Venerdì 22 settembre
Etichette, edizioni musicali, distribuzione
Come ci arriva la musica
Il tutto al
Raindogs House, Piazza Rebagliati 1 - Savona.
Ingresso up to you.
Dalle 19 alle 21.
Info: raindogshouse@gmail.com
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giovedì, agosto 31, 2023
Agosto 2023. Il meglio
A metà del 2023 tra i migliori album ci sono quelli di Jaimie Branch, Aja Monet, Noel Gallagher, Graham Day, The Darts, Blur, Miles Kane, Durand Jones, Edgar Jones, Bobby Harden, DeWolff, Wreckless Eric, Public Image LTD, Billy Sullivan, Iggy Pop, Everettes, Everything But The Girl, PJ Harvey, Slowthai, Meshell Ndegeocello, Sleaford Mods, John Cale, Elza Soares, Acantha Lang, Joel Sarakula, Algiers, The Men, Tex Perkins and the Fat Rubber Band, Gina Birch, Gabriels, Lonnie Holley, The Who, Mudhoney, Kara Jackson, Tinariwen, Geese.
Tra gli italiani Alex Fernet, Funkool Orchestra, Sick Tamburo, Zac, Polemica, Milo Scaglioni, Il Senato, Lucio Corsi, Statuto, Broomdogs, The Cut, Senzabenza, Forty Winks, The Lancasters, Elli De Mon, Ellen River, Double Syd, Pitchtorch, C+C=Maxigross, Blue Moka, Lory Muratti, Garbo.
JAIMIE BRANCH - Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war))
Jaimie Branch era una trombettista americana, scomparsa a 39 anni lo scorso anno.
Il terzo album , postumo, "Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war))" è un assalto sonoro che partendo dal jazz, assimila un approccio punk, tribalismo, malattia, suoni disturbanti ma anche blues, gospel, funk, industrial.
Si possono sentire Miles Davis, Don Cherry, James Chance, Fela Kuti, i Creatures di Siouxsie, i P.I.L., free jazz.
Un album che scuote, scava, brucia, taglia.
WRECKLESS ERIC - Leisureland
In pochi ricorderanno quello strampalato rocker, inserito a forza nella scena punk, in tour con il giro Stiff Records, autore di alcuni discreti album di divertente pub rock con un po' di Lou Reed e Jonathan Richman e della hit "Whole Wide World". La carriera è proseguita piuttosto in sordina tra vari progetti rimasti nell'oscurità. Il nuovo album lo coglie ormai 70enne a stupire per vitalità, tra brani di rock psichedelico, intermezzi strumentali di gusto sperimentali, sonorità a tratti tra Beatles fine 60 e Syd Barrett. Sorprendentemente bello.
PUBLIC IMAGE LTD - End of the world
A otto anni dal precedente lavoro la band di John Lydon prosegue la sua strada a base di un post punk pieno di influenze e rimandi a suoni sempre urticanti e trattati con un approccio personale e abrasivo, dal funk al dub, perfino al rap ("Walls" e "Pretty awfuls" potrebbero essere su un album degli Sleaford Mods, in una sorta di chiusura del cerchio). La voce di John è il consueto marchio di fabbrica per un album sicuramente, pur se non essenziale, pieno di creatività e voglia di sperimentare.
MILES KANE - One man band
Il quinto album conferma l'amore per i Sessanta, Beatles, soul e Motown, non disdegnando brani più rock e agitati e tocchi psichedelici. Con tanto di nostalgico omaggio al nostro Divin Codino nel brano "Baggio". Ottimo lavoro, una piacevole garanzia e conferma.
LIAM GALLAGHER - Knebworth 22
Il buon Liam torna sul luogo del celebre concerto degli Oasis del 1996, mette insieme 170.000 persone in due date. Il cantante vince facile con più di metà della scaletta di brani degli Oasis (rigorosamente riprodotti nella versione originale, più o meno) a cui aggiunge qualche buona scelta dalla sua carriera solista, un sorta di speciale cover band della compagine nata con il fratello Noel.
Nulla per cui strapparsi i capelli...it's only rock 'n'roll...
THE HIVES - The Death Of Randy Fitzsimmons
Dopo undici anni di silenzio discografico torna la band svedese con il consueto gustoso pop garage punk, arrembante, divertente, travolgente.
Niete di nuovo sotto il sole ma un lavoro comunque riuscito, di un'urgenza sapientemente confezionata, perfetta per un party infuocato.
GIL SCOTT HERON - Legend in his own mind (Live, Bremen 1983)
Un live inedito di quasi due ore in cui uno strepitoso Gil suona, canta, interpreta, parla, si trasforma in quell'impareggiabile intrattenitore che era, giocando con le parole, i doppi sensi, i sensi diretti e spietati. Vesrioni di "The bottle", "Johannesburg", "We almost lost Detroit" spettacolari. Ottima qualità di registrazione, band in gran spolvero, Gil in formissima.
NICOLA CONTE - Umoja
L'indiscutibile e rinomata classe artistica di Nicola Conte si riconferma in questo nuovo lavoro, come sempre pulsante di groove, raffinato, colto, elegante, in cui convergono felicemente soul, funk, jazz, suoni latini, ritmi afro e disco, con una line up di musicisti di pura eccellenza: Zara McFarlane, Bridgette Amofah e Myles Sanko alle voci, Alberto Parmegiani alla chitarra Timo Lassy al sax tenore, Simon Mullier al vibrafono, Milena Jancuric al flauto, and Ameen Saleem al basso, Teppo Makynen alla batteria. Un album che celebra il concetto di unità (Umoja è la traduzione in swahili) e di armonia. E ci riesce alla perfezione. Onore al Maestro Nicola Conte.
THE LIQUORICE EXPERIMENT - How Many Lies
Il quintetto ispano londinese all'esordio su album con un salto deciso e fedele nei suoni della prima metà dei 60's tra Beatles, Stones, Yardbirds, Mersey Beat corroborati da un piglio garage e da canzoni sempre energiche, tirate e veloci.
Una ventata di freschezza.
SOUL TUNE ALLSTARS - The Soul Of The Viking
Il produttore e bandleader Svedese Niclas Wretelid in collaborazione con il chitarrista Finlandese Mikko Räisänen degli ottimi Chicken Grass si uniscono a vari ospiti per un gradevolissimo album di funk, soft soul, con lo splendido "Looking for trouble" che ci porta in pieno groove Blaxploitation. Album eclettico, caldo, raffinato, dal gusto vintage, per eleganti soul conaisseurs.
WILLIE J. HEALEY - Bunny
Ha aperto il recente tour degli Arctic Monkeys al cui sound degli ultimi album si avvicina parecchio. Nel terzo lavoro propone un raffinato ed elegante funk soul "bianco" ma anche a Sly and the Family Stone e Style Council, con una dichiarata ammirazione per Neil Young che emerge in certe ballate. Molto gradevole.
KRISTIN HERSH - Clear pond Road
Una carriera di tutto rispetto con le Throwing Muses e un'ottima resa con quella solista. Le plumbee ballate acustiche del nuovo album aleggiano tra atmosfere apparentemente leggiadre ma con un retrogusto minaccioso, inquietante, ansiogeno. Chi la ama apprezzerà.
BUSH TETRAS - They live in my head
La band New Yorkese fu tra le più interessanti rappresentanti del post punk di fine anni Settanta con un sound scheletrico, intriso di new wave, funk impazzito, reggae, minimalismo. Tornano ora con una nuova line up con due membri originali, l'ex Sonic Youth Pete Shelley alla batteria e la bassista di Pogues e Elvis Costello Cat O'Riordan in una veste più rock e dello spirito avanguardista degli esordi rimane poco, snaturando parecchio il graffiante e innovativo approccio dei primi anni.
CUT WORMS - s/t
Dietro allo strano nome si cela l'attività del cantautore new yorkese Max Clarke che giunge ora al terzo album. Sound molto praticolare e confinato a un'epoca bene precisa, a cavallo tra i 50 e i primi 60, con Buddy Holly, i primissimi Beatles, Beach Boys, Hollies come riferimenti. Il disco è molto piacevole, facile e un perfetto sottofondo.
FAR CASPIAN - The Last Remaining Light
Il musicista irlandese Joel Johnston compone un buon album tra post punk, sonorità Velvet Underground/Pavement che si trascinano tra dissonanze e melodie Sixties pop. Niente di esaltante ma piuttosto intrigante.
KOSMOSA CLUB - s/t
Brillante ep d'esordio con cinque brani che spaziano tra un costante groove funk, atmosfere pop wave anni 80, una matrice jazz in sottofondo ma anche numerosi richiami agli anni 70 di gusto fusion e soul. Il tutto calato in un immaginario cinematografico in cui non mancano sapori psichedelici. Molto bello e originale, suonato e arrangiato benissimo.
ASCOLTATO ANCHE:
NICKODEMUS (funk, disco, soul, contaminazioni varie, niente male), GIRL RAY (funk pop un po' sciapo), JON BATISTE (deludente e confuso nuovo album dove si districa in numerosi generi ma senza mai lasciare un segno interessante. Peccato), SECRET NIGHT GANG (discreto album di nu soul/funk con tracce hip hop).
LETTO
TED GIOIA - Musica. Una storia sovversiva
Un libro interessantissimo, ricchissimo di informazioni, riferimenti inaspettati (talvolta imprevedibili e improbabili), elementi stimolanti per un'ulteriore ricerca in merito.
Da affrontare prescindendo i rigidi postulati che fanno da filo conduttore e ricorrono frequentemente. Dal discutibile concetto che la musica nasca e si basi da sempre sui due pilastri di sesso e violenza (teoria peraltro facilmente smontabile) e che la sua storia sia stata in qualche modo gestita e indirizzata da "poteri forti" (dalla Chiesa ai governi) per depotenziarne il ruolo sovversivo.
"La musica è sempre stata collegata al sesso e alla violenza.
I primi strumenti grondavano sangue. Le prime canzoni promuovevano la fertilità, la caccia, la guerra e simili. Quasi tutta la storia della musica serve a oscurare questi rapporti ed eliminare gli elementi giudicati vergognosi o indegni dai posteri."
Molto interessante e condivisibile invece la tesi, che rinnova attraverso diversi esempi reiterati nel corso dei secoli, sul ruolo della canzone/canto "sovversivo", puntualmente normalizzato dal "sistema":
E' il meccanismo il base al quale queste disturbanti intrusioni musicali nell'ordine sociale entrano nel sistema e diventano mainstream. Il pericoloso ribelle viene trasformato, dopo qualche anno o decennio, in un riverito anziano della tribù".
Di nuovo l'autore sottilinea come dalle linee più arretrate della società nasca la musica nuova e il sistema dei potenti se ne impossessi (vedi il caso dei Trovatori nel Medioevo):
L'estraneo disprezzato crea un modo nuovo di cantare, poi i potenti del sistema si fiondano ad assumere il controllo di questo provocatorio stile musicale. E spesso se ne prendono il merito. Poi arriva l'inevitabile insabbiamento, con idocumenti storici ufficiali che negano che questa transazione culturale sia mai avvenuta.
E infine la sottolineatura di una costante che ricorre nei secoli.
Due tipi di lavoratrice più strettamente associati al canto in Occidente erano le suore e le prostitute...le canzoni delle donne erano o seduzioni peccaminose o qualcos'altro chiuso a doppia mandata in un chiostro dove poteva essere udito solo da Dio e non da machi infoiati.
La conclusione che ci porta ai nostri giorni è una sorta di consiglio visionario:
Ogni volta che la cultura musicale diventa troppo facile e affabile, mettetevi a guardare l'orizzonte in cerca di una rivoluzione in arrivo.
In questo senso ci ricorda che "sarebbe stata la popolazione nera delle Americhe , quasi tutti discendenti di schiavi, a reinventare la musica popolare del Ventesimo Secolo...prima con ragtime e blues poi con il primo jazz e lo swing, i primi vagiti del rhythm and blues, poi ancora con soul, reggae, samba, boogie woogie,, doo wop,, bebop,, calypso, funk,, salsa, hip hop".
Da leggere, approfondire, con le dovute "cautele" sulle teorie dell'autore, perché ricchissimo di informazioni fondamentali per capire meglio l'evoluzione della musica attraverso le sue anime più sovversive e ribelli.
QUESTLOVE - Musica è storia
Ahmir Questlove Thompson è compositore e batterista dei Roots, produttore (D’Angelo, Elvis Costello, Common, Jill Scott, Erykah Badu, Bilal, Jay-Z, Nikka Costa, Booker T. Jones, Al Green, Amy Winehouse, John Legend.), session man, DJ regista del capolavoro "Summer Of Soul", Oscar per il miglior documentario nel 2022.), giornalista e scrittore.
In quest'ultima veste pubblica un libro molto intrigante, tradotto perfettamente (immagino con enorme difficoltà, vista la modalità di scrittura piena di ironia, doppi sensi, battute, definizioni difficili da riportare in italiano) dal giornalista Alessandro Besselva Averame, in cui passa in rassegna trentuno anni, dal 1971 al 2001, di musica, dischi, eventi che intersecano discografia e musicisti con la storia corrente del periodo.
Il fulcro è prevalentemente e ovviamente incentrato sulla black music nelle sue varie accezioni e varianti.
Il libro ha il pregio e il difetto di mettere insieme una mole impressionante di dati, date, titoli, artisti, dischi, brani che rende il tutto allo stesso tempo stimolante e dispersivo.
Una pubblicazione da sfogliare periodicamente per scovare quel titolo sconosciuto o riprendere quel disco dimenticato (a sua volta connesso, talvolta sorprendentemente, con altri impensabili).
ROBERTO PARAVAGNA - Quattro anelli tra le dita. Vita di Ringo Starr
Prima biografia italiana di Ringo Starr, in cui viene ripercorsa la vita prima, durante e dopo i Beatles, indulgendo forse più sulla vita privata, cinematografica e mondana del Nostro che sul ruolo di musicista.
I contributi di musicisti come Pino Di Santo, Gianni Dall'Aglio, Alfredo Vandresi aggiungono elementi al suo gusto e spessore di batterista.
Il libro è un compendio adatto a chi vuole approfondire la figura abitualmente meno trattata dei Beatles ma che non aggiunge molto per i Beatlesiani più accorti e accaniti che sulle vicende di Ringo hanno sicuramente ampiamente approfondito.
Nè perdoneranno certi errori come "With a little help" (dimenticando costantemente il resto del titolo "from my friends") e "Hard day's night" (senza la A iniziale) tradotto "Una dura giornata...notte!".
100 dischi essenziali new wave e post punk italiani
La guida di Rumore dedicata ai "100 dischi essenziali new wave e post punk italiani" a cura di Luca Frazzi (con l'aiuto di Michele Benetello) - a cui si aggiungono ulteriori 100 segnalazioni - con schede approfondite, foto, indicazioni discografiche, elenco di libri di riferimento.
Un lavoro complesso e certosino nel cercare un equilibrio tra completezza e corretta informazione, che passa ovviamente attraverso i gusti e le opinioni dell'autore, in base a criteri ben precisi elencati nell'introduzione. Ognuno di noi lo avrebbe fatto sicuramente meglio, come accade per ogni formazione della Nazionale di calcio o della squadra del cuore prima della partita, giusto?
Prevedibilmente la guida si è tirata addosso critiche di ogni tipo, spesso perché nemmeno è stata letta oppure solo sfogliata per verificare se c'era il proprio gruppo in cui si è suonato o che ci piace tanto e in che posto della classifica è stato posizionato.
Modalità ricorrente con cui ormai si "leggono" libri o articoli.
Ma tant'é.
La guida è invece preziosa, esaustiva, completa, e le sviste o piccole dimenticanze non inficiano il valore dell'opera.
Garageland #3
Uscito il numero 3 della rivista/fanzine GARAGELAND, prezioso mezzo per esplorare i meandri più nascosti del mondo cosiddetto mondo "sottoculturale".
84 pagine piene di foto, disegni, interviste, approfondimenti che abitualmente non si trovano da nessuna altra parte.
Con l'amico e collaboratore Michele Savini ho dato il mio contributo con una lunga e dettagliata intervista a IRISH JACK LYONS, original mod, amico di Pete Townshend e diretto ispiratore del protagonista dell'opera rock QUADROPHENIA, che svela particolari poco conosciuti della scena mod dei Sessanta e tanto altro.
La lista dei contenuti è ricchissima, varia e interessantissima:
* Educazione skinhead di Mattia Dossi, 31° episodio
* Essere intelligenti senza contare niente: 10 foto di Gavin Watson, di Flavio Frezza
* Joe Mansano, il boss di Brixton, di Alessandro Aloe
* Who are you? Un’intervista con Irish Jack, di Michele Savini e Antonio Bacciocchi
* Breve guida al bovver rock, di Paolo Sedazzari con illustrazioni di Paul McCaffrey
* Anita Berber – Il corpo come arma, di Letizia Lucangeli
* Skateboarding e punk hardcore negli anni ’80, di Riccardo Santi
* Senza via d’uscita: il naufragio di Malcolm Owen, di Path
* Margini – La vendetta della provincia, di Flavio Frezza
* Don’t call it punk: un’intervista con Matteo Torcinovich, di Roberto Calabrò
* Alex Vargiu: come sopravvivere senza elemosinare a Roma, di Simone Lucciola
* Domenico Agostini, rovesciate a suon di musica, di Pierpaolo De Julis
* Acciaierie, di Fabrizio Barile
* E inoltre contributi artistici e fotografici di Alo e Alexandra Czmil.
Foto di copertina di Gavin Watson. Formato 20,5×28 su carta di alta qualità (130 gr.), 84 pp., costo 15 €.
Info e ordini:
https://blog.crombiemedia.com/prodotto/garageland-3-2023/
OLD CREW - Radici e Controcultura Urbana #1
Dopo un introduttivo numero zero, parte l'avventura della rivista/fanzine romana che viaggia nel mondo delle sottoculture e controculture, tra musica, calcio, storia, fumetti, con un filo rosso che lega il tutto secondo lo "spirit of '69".
Il nuovo numero è zeppo di interviste e articoli interessanti e unici, dall'intervista a Gaz Mayall dei Trojans e agli Old Reggae Friends, quattro pagine di fumetti di Zero Calcare, un pezzo sui Redskins e del loro concerto a Umbertide nel 1986, un intervento di Riccardo Pedrini (Nabat e tanto altro), recensioni e perfino una pagina di cucina.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".
IN CANTIERE
Tornano da venerdì le mie "lezioni" di musica al Raindogs House di Savona.
Gli otto appuntamenti dello scorso anno, dedicati a una sorta di storia della musica pop/rock, furono un successo, corroborati da un pubblico sempre folto e attento.
Questa volta il programma è più ridotto ma cambierà obiettivo, andando "NEL CUORE DELLA MUSICA" ovvero parlando della sua struttura, dai compositori ai produttori, dai session men e studi di registrazione a etichette, editori musicali, distribuzione.
IL PROGRAMMA
Venerdì 1 settembre
Compositori e produttori.
Come e quando nasce la musica
Venerdì 8 settembre
Sessionmen e studi di registrazione
Dove nasce la musica
Venerdì 22 settembre
Etichette, edizioni musicali, distribuzione
Come ci arriva la musica
Il tutto al Raindogs House, Piazza Rebagliati 1 - Savona.
Ingresso up to you.
Dalle 19 alle 21.
Info: raindogshouse@gmail.com
NOT MOVING LTD live
Venerdì 15 settembre : Isola d’Elba Festival
Sabato 23 settembre: Festa Privata Imperia
Sabato 7 ottobre: Poviglio (Reggio Emilia) “Caseificio La Rosa”
Venerdì 20 ottobre: Bologna “Skeggia”
Venerdì 27 ottobre: La Spezia “Shake”
Sabato 28 ottobre : Como “Joshua"
Venerdì 24 novembre: Piacenza “Kelly’s”
Sabato 25 novembre: Lonate Ceppino (VA) “Black Inside"
Venerdì 1 dicembre: Pisa “Caracol”
Sabato 2 dicembre: Rubiera (Reggio Emilia) “Condor”
Domenica 3 dicembre: Torino "Blah Blah" ore 18
Tra gli italiani Alex Fernet, Funkool Orchestra, Sick Tamburo, Zac, Polemica, Milo Scaglioni, Il Senato, Lucio Corsi, Statuto, Broomdogs, The Cut, Senzabenza, Forty Winks, The Lancasters, Elli De Mon, Ellen River, Double Syd, Pitchtorch, C+C=Maxigross, Blue Moka, Lory Muratti, Garbo.
JAIMIE BRANCH - Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war))
Jaimie Branch era una trombettista americana, scomparsa a 39 anni lo scorso anno.
Il terzo album , postumo, "Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war))" è un assalto sonoro che partendo dal jazz, assimila un approccio punk, tribalismo, malattia, suoni disturbanti ma anche blues, gospel, funk, industrial.
Si possono sentire Miles Davis, Don Cherry, James Chance, Fela Kuti, i Creatures di Siouxsie, i P.I.L., free jazz.
Un album che scuote, scava, brucia, taglia.
WRECKLESS ERIC - Leisureland
In pochi ricorderanno quello strampalato rocker, inserito a forza nella scena punk, in tour con il giro Stiff Records, autore di alcuni discreti album di divertente pub rock con un po' di Lou Reed e Jonathan Richman e della hit "Whole Wide World". La carriera è proseguita piuttosto in sordina tra vari progetti rimasti nell'oscurità. Il nuovo album lo coglie ormai 70enne a stupire per vitalità, tra brani di rock psichedelico, intermezzi strumentali di gusto sperimentali, sonorità a tratti tra Beatles fine 60 e Syd Barrett. Sorprendentemente bello.
PUBLIC IMAGE LTD - End of the world
A otto anni dal precedente lavoro la band di John Lydon prosegue la sua strada a base di un post punk pieno di influenze e rimandi a suoni sempre urticanti e trattati con un approccio personale e abrasivo, dal funk al dub, perfino al rap ("Walls" e "Pretty awfuls" potrebbero essere su un album degli Sleaford Mods, in una sorta di chiusura del cerchio). La voce di John è il consueto marchio di fabbrica per un album sicuramente, pur se non essenziale, pieno di creatività e voglia di sperimentare.
MILES KANE - One man band
Il quinto album conferma l'amore per i Sessanta, Beatles, soul e Motown, non disdegnando brani più rock e agitati e tocchi psichedelici. Con tanto di nostalgico omaggio al nostro Divin Codino nel brano "Baggio". Ottimo lavoro, una piacevole garanzia e conferma.
LIAM GALLAGHER - Knebworth 22
Il buon Liam torna sul luogo del celebre concerto degli Oasis del 1996, mette insieme 170.000 persone in due date. Il cantante vince facile con più di metà della scaletta di brani degli Oasis (rigorosamente riprodotti nella versione originale, più o meno) a cui aggiunge qualche buona scelta dalla sua carriera solista, un sorta di speciale cover band della compagine nata con il fratello Noel.
Nulla per cui strapparsi i capelli...it's only rock 'n'roll...
THE HIVES - The Death Of Randy Fitzsimmons
Dopo undici anni di silenzio discografico torna la band svedese con il consueto gustoso pop garage punk, arrembante, divertente, travolgente.
Niete di nuovo sotto il sole ma un lavoro comunque riuscito, di un'urgenza sapientemente confezionata, perfetta per un party infuocato.
GIL SCOTT HERON - Legend in his own mind (Live, Bremen 1983)
Un live inedito di quasi due ore in cui uno strepitoso Gil suona, canta, interpreta, parla, si trasforma in quell'impareggiabile intrattenitore che era, giocando con le parole, i doppi sensi, i sensi diretti e spietati. Vesrioni di "The bottle", "Johannesburg", "We almost lost Detroit" spettacolari. Ottima qualità di registrazione, band in gran spolvero, Gil in formissima.
NICOLA CONTE - Umoja
L'indiscutibile e rinomata classe artistica di Nicola Conte si riconferma in questo nuovo lavoro, come sempre pulsante di groove, raffinato, colto, elegante, in cui convergono felicemente soul, funk, jazz, suoni latini, ritmi afro e disco, con una line up di musicisti di pura eccellenza: Zara McFarlane, Bridgette Amofah e Myles Sanko alle voci, Alberto Parmegiani alla chitarra Timo Lassy al sax tenore, Simon Mullier al vibrafono, Milena Jancuric al flauto, and Ameen Saleem al basso, Teppo Makynen alla batteria. Un album che celebra il concetto di unità (Umoja è la traduzione in swahili) e di armonia. E ci riesce alla perfezione. Onore al Maestro Nicola Conte.
THE LIQUORICE EXPERIMENT - How Many Lies
Il quintetto ispano londinese all'esordio su album con un salto deciso e fedele nei suoni della prima metà dei 60's tra Beatles, Stones, Yardbirds, Mersey Beat corroborati da un piglio garage e da canzoni sempre energiche, tirate e veloci.
Una ventata di freschezza.
SOUL TUNE ALLSTARS - The Soul Of The Viking
Il produttore e bandleader Svedese Niclas Wretelid in collaborazione con il chitarrista Finlandese Mikko Räisänen degli ottimi Chicken Grass si uniscono a vari ospiti per un gradevolissimo album di funk, soft soul, con lo splendido "Looking for trouble" che ci porta in pieno groove Blaxploitation. Album eclettico, caldo, raffinato, dal gusto vintage, per eleganti soul conaisseurs.
WILLIE J. HEALEY - Bunny
Ha aperto il recente tour degli Arctic Monkeys al cui sound degli ultimi album si avvicina parecchio. Nel terzo lavoro propone un raffinato ed elegante funk soul "bianco" ma anche a Sly and the Family Stone e Style Council, con una dichiarata ammirazione per Neil Young che emerge in certe ballate. Molto gradevole.
KRISTIN HERSH - Clear pond Road
Una carriera di tutto rispetto con le Throwing Muses e un'ottima resa con quella solista. Le plumbee ballate acustiche del nuovo album aleggiano tra atmosfere apparentemente leggiadre ma con un retrogusto minaccioso, inquietante, ansiogeno. Chi la ama apprezzerà.
BUSH TETRAS - They live in my head
La band New Yorkese fu tra le più interessanti rappresentanti del post punk di fine anni Settanta con un sound scheletrico, intriso di new wave, funk impazzito, reggae, minimalismo. Tornano ora con una nuova line up con due membri originali, l'ex Sonic Youth Pete Shelley alla batteria e la bassista di Pogues e Elvis Costello Cat O'Riordan in una veste più rock e dello spirito avanguardista degli esordi rimane poco, snaturando parecchio il graffiante e innovativo approccio dei primi anni.
CUT WORMS - s/t
Dietro allo strano nome si cela l'attività del cantautore new yorkese Max Clarke che giunge ora al terzo album. Sound molto praticolare e confinato a un'epoca bene precisa, a cavallo tra i 50 e i primi 60, con Buddy Holly, i primissimi Beatles, Beach Boys, Hollies come riferimenti. Il disco è molto piacevole, facile e un perfetto sottofondo.
FAR CASPIAN - The Last Remaining Light
Il musicista irlandese Joel Johnston compone un buon album tra post punk, sonorità Velvet Underground/Pavement che si trascinano tra dissonanze e melodie Sixties pop. Niente di esaltante ma piuttosto intrigante.
KOSMOSA CLUB - s/t
Brillante ep d'esordio con cinque brani che spaziano tra un costante groove funk, atmosfere pop wave anni 80, una matrice jazz in sottofondo ma anche numerosi richiami agli anni 70 di gusto fusion e soul. Il tutto calato in un immaginario cinematografico in cui non mancano sapori psichedelici. Molto bello e originale, suonato e arrangiato benissimo.
ASCOLTATO ANCHE:
NICKODEMUS (funk, disco, soul, contaminazioni varie, niente male), GIRL RAY (funk pop un po' sciapo), JON BATISTE (deludente e confuso nuovo album dove si districa in numerosi generi ma senza mai lasciare un segno interessante. Peccato), SECRET NIGHT GANG (discreto album di nu soul/funk con tracce hip hop).
LETTO
TED GIOIA - Musica. Una storia sovversiva
Un libro interessantissimo, ricchissimo di informazioni, riferimenti inaspettati (talvolta imprevedibili e improbabili), elementi stimolanti per un'ulteriore ricerca in merito.
Da affrontare prescindendo i rigidi postulati che fanno da filo conduttore e ricorrono frequentemente. Dal discutibile concetto che la musica nasca e si basi da sempre sui due pilastri di sesso e violenza (teoria peraltro facilmente smontabile) e che la sua storia sia stata in qualche modo gestita e indirizzata da "poteri forti" (dalla Chiesa ai governi) per depotenziarne il ruolo sovversivo.
"La musica è sempre stata collegata al sesso e alla violenza.
I primi strumenti grondavano sangue. Le prime canzoni promuovevano la fertilità, la caccia, la guerra e simili. Quasi tutta la storia della musica serve a oscurare questi rapporti ed eliminare gli elementi giudicati vergognosi o indegni dai posteri."
Molto interessante e condivisibile invece la tesi, che rinnova attraverso diversi esempi reiterati nel corso dei secoli, sul ruolo della canzone/canto "sovversivo", puntualmente normalizzato dal "sistema":
E' il meccanismo il base al quale queste disturbanti intrusioni musicali nell'ordine sociale entrano nel sistema e diventano mainstream. Il pericoloso ribelle viene trasformato, dopo qualche anno o decennio, in un riverito anziano della tribù".
Di nuovo l'autore sottilinea come dalle linee più arretrate della società nasca la musica nuova e il sistema dei potenti se ne impossessi (vedi il caso dei Trovatori nel Medioevo):
L'estraneo disprezzato crea un modo nuovo di cantare, poi i potenti del sistema si fiondano ad assumere il controllo di questo provocatorio stile musicale. E spesso se ne prendono il merito. Poi arriva l'inevitabile insabbiamento, con idocumenti storici ufficiali che negano che questa transazione culturale sia mai avvenuta.
E infine la sottolineatura di una costante che ricorre nei secoli.
Due tipi di lavoratrice più strettamente associati al canto in Occidente erano le suore e le prostitute...le canzoni delle donne erano o seduzioni peccaminose o qualcos'altro chiuso a doppia mandata in un chiostro dove poteva essere udito solo da Dio e non da machi infoiati.
La conclusione che ci porta ai nostri giorni è una sorta di consiglio visionario:
Ogni volta che la cultura musicale diventa troppo facile e affabile, mettetevi a guardare l'orizzonte in cerca di una rivoluzione in arrivo.
In questo senso ci ricorda che "sarebbe stata la popolazione nera delle Americhe , quasi tutti discendenti di schiavi, a reinventare la musica popolare del Ventesimo Secolo...prima con ragtime e blues poi con il primo jazz e lo swing, i primi vagiti del rhythm and blues, poi ancora con soul, reggae, samba, boogie woogie,, doo wop,, bebop,, calypso, funk,, salsa, hip hop".
Da leggere, approfondire, con le dovute "cautele" sulle teorie dell'autore, perché ricchissimo di informazioni fondamentali per capire meglio l'evoluzione della musica attraverso le sue anime più sovversive e ribelli.
QUESTLOVE - Musica è storia
Ahmir Questlove Thompson è compositore e batterista dei Roots, produttore (D’Angelo, Elvis Costello, Common, Jill Scott, Erykah Badu, Bilal, Jay-Z, Nikka Costa, Booker T. Jones, Al Green, Amy Winehouse, John Legend.), session man, DJ regista del capolavoro "Summer Of Soul", Oscar per il miglior documentario nel 2022.), giornalista e scrittore.
In quest'ultima veste pubblica un libro molto intrigante, tradotto perfettamente (immagino con enorme difficoltà, vista la modalità di scrittura piena di ironia, doppi sensi, battute, definizioni difficili da riportare in italiano) dal giornalista Alessandro Besselva Averame, in cui passa in rassegna trentuno anni, dal 1971 al 2001, di musica, dischi, eventi che intersecano discografia e musicisti con la storia corrente del periodo.
Il fulcro è prevalentemente e ovviamente incentrato sulla black music nelle sue varie accezioni e varianti.
Il libro ha il pregio e il difetto di mettere insieme una mole impressionante di dati, date, titoli, artisti, dischi, brani che rende il tutto allo stesso tempo stimolante e dispersivo.
Una pubblicazione da sfogliare periodicamente per scovare quel titolo sconosciuto o riprendere quel disco dimenticato (a sua volta connesso, talvolta sorprendentemente, con altri impensabili).
ROBERTO PARAVAGNA - Quattro anelli tra le dita. Vita di Ringo Starr
Prima biografia italiana di Ringo Starr, in cui viene ripercorsa la vita prima, durante e dopo i Beatles, indulgendo forse più sulla vita privata, cinematografica e mondana del Nostro che sul ruolo di musicista.
I contributi di musicisti come Pino Di Santo, Gianni Dall'Aglio, Alfredo Vandresi aggiungono elementi al suo gusto e spessore di batterista.
Il libro è un compendio adatto a chi vuole approfondire la figura abitualmente meno trattata dei Beatles ma che non aggiunge molto per i Beatlesiani più accorti e accaniti che sulle vicende di Ringo hanno sicuramente ampiamente approfondito.
Nè perdoneranno certi errori come "With a little help" (dimenticando costantemente il resto del titolo "from my friends") e "Hard day's night" (senza la A iniziale) tradotto "Una dura giornata...notte!".
100 dischi essenziali new wave e post punk italiani
La guida di Rumore dedicata ai "100 dischi essenziali new wave e post punk italiani" a cura di Luca Frazzi (con l'aiuto di Michele Benetello) - a cui si aggiungono ulteriori 100 segnalazioni - con schede approfondite, foto, indicazioni discografiche, elenco di libri di riferimento.
Un lavoro complesso e certosino nel cercare un equilibrio tra completezza e corretta informazione, che passa ovviamente attraverso i gusti e le opinioni dell'autore, in base a criteri ben precisi elencati nell'introduzione. Ognuno di noi lo avrebbe fatto sicuramente meglio, come accade per ogni formazione della Nazionale di calcio o della squadra del cuore prima della partita, giusto?
Prevedibilmente la guida si è tirata addosso critiche di ogni tipo, spesso perché nemmeno è stata letta oppure solo sfogliata per verificare se c'era il proprio gruppo in cui si è suonato o che ci piace tanto e in che posto della classifica è stato posizionato.
Modalità ricorrente con cui ormai si "leggono" libri o articoli.
Ma tant'é.
La guida è invece preziosa, esaustiva, completa, e le sviste o piccole dimenticanze non inficiano il valore dell'opera.
Garageland #3
Uscito il numero 3 della rivista/fanzine GARAGELAND, prezioso mezzo per esplorare i meandri più nascosti del mondo cosiddetto mondo "sottoculturale".
84 pagine piene di foto, disegni, interviste, approfondimenti che abitualmente non si trovano da nessuna altra parte.
Con l'amico e collaboratore Michele Savini ho dato il mio contributo con una lunga e dettagliata intervista a IRISH JACK LYONS, original mod, amico di Pete Townshend e diretto ispiratore del protagonista dell'opera rock QUADROPHENIA, che svela particolari poco conosciuti della scena mod dei Sessanta e tanto altro.
La lista dei contenuti è ricchissima, varia e interessantissima:
* Educazione skinhead di Mattia Dossi, 31° episodio
* Essere intelligenti senza contare niente: 10 foto di Gavin Watson, di Flavio Frezza
* Joe Mansano, il boss di Brixton, di Alessandro Aloe
* Who are you? Un’intervista con Irish Jack, di Michele Savini e Antonio Bacciocchi
* Breve guida al bovver rock, di Paolo Sedazzari con illustrazioni di Paul McCaffrey
* Anita Berber – Il corpo come arma, di Letizia Lucangeli
* Skateboarding e punk hardcore negli anni ’80, di Riccardo Santi
* Senza via d’uscita: il naufragio di Malcolm Owen, di Path
* Margini – La vendetta della provincia, di Flavio Frezza
* Don’t call it punk: un’intervista con Matteo Torcinovich, di Roberto Calabrò
* Alex Vargiu: come sopravvivere senza elemosinare a Roma, di Simone Lucciola
* Domenico Agostini, rovesciate a suon di musica, di Pierpaolo De Julis
* Acciaierie, di Fabrizio Barile
* E inoltre contributi artistici e fotografici di Alo e Alexandra Czmil.
Foto di copertina di Gavin Watson. Formato 20,5×28 su carta di alta qualità (130 gr.), 84 pp., costo 15 €.
Info e ordini:
https://blog.crombiemedia.com/prodotto/garageland-3-2023/
OLD CREW - Radici e Controcultura Urbana #1
Dopo un introduttivo numero zero, parte l'avventura della rivista/fanzine romana che viaggia nel mondo delle sottoculture e controculture, tra musica, calcio, storia, fumetti, con un filo rosso che lega il tutto secondo lo "spirit of '69".
Il nuovo numero è zeppo di interviste e articoli interessanti e unici, dall'intervista a Gaz Mayall dei Trojans e agli Old Reggae Friends, quattro pagine di fumetti di Zero Calcare, un pezzo sui Redskins e del loro concerto a Umbertide nel 1986, un intervento di Riccardo Pedrini (Nabat e tanto altro), recensioni e perfino una pagina di cucina.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".
IN CANTIERE
Tornano da venerdì le mie "lezioni" di musica al Raindogs House di Savona.
Gli otto appuntamenti dello scorso anno, dedicati a una sorta di storia della musica pop/rock, furono un successo, corroborati da un pubblico sempre folto e attento.
Questa volta il programma è più ridotto ma cambierà obiettivo, andando "NEL CUORE DELLA MUSICA" ovvero parlando della sua struttura, dai compositori ai produttori, dai session men e studi di registrazione a etichette, editori musicali, distribuzione.
IL PROGRAMMA
Venerdì 1 settembre
Compositori e produttori.
Come e quando nasce la musica
Venerdì 8 settembre
Sessionmen e studi di registrazione
Dove nasce la musica
Venerdì 22 settembre
Etichette, edizioni musicali, distribuzione
Come ci arriva la musica
Il tutto al Raindogs House, Piazza Rebagliati 1 - Savona.
Ingresso up to you.
Dalle 19 alle 21.
Info: raindogshouse@gmail.com
NOT MOVING LTD live
Venerdì 15 settembre : Isola d’Elba Festival
Sabato 23 settembre: Festa Privata Imperia
Sabato 7 ottobre: Poviglio (Reggio Emilia) “Caseificio La Rosa”
Venerdì 20 ottobre: Bologna “Skeggia”
Venerdì 27 ottobre: La Spezia “Shake”
Sabato 28 ottobre : Como “Joshua"
Venerdì 24 novembre: Piacenza “Kelly’s”
Sabato 25 novembre: Lonate Ceppino (VA) “Black Inside"
Venerdì 1 dicembre: Pisa “Caracol”
Sabato 2 dicembre: Rubiera (Reggio Emilia) “Condor”
Domenica 3 dicembre: Torino "Blah Blah" ore 18
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