mercoledì, gennaio 14, 2026

ZamRock

Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto" dedicato allo ZamRock, la scena sviluppatasi tra Sessanta e Settanta in ZAMBIA.

Significativo il viaggio tribolato, tragico e complesso, che ha fatto quel seme musicale deportato dall'Africa alle Americhe con le navi negriere, germinato, dopo ulteriori traversie e contaminazioni, con il nome di blues e jazz, poi evolutosi in soul, rhythm and blues e funk e tornato alle orecchie africane, paradossalmente grazie alle forze di occupazione coloniali.
Furono loro a modernizzare i sistemi di comunicazione nelle terre colonizzate mentre le radio e le televisioni (tra gli anni 50/60/70) incominciavano, anche in Africa, ad essere raggiungibili da sempre più persone.

Fu (anche) attraverso ciò che migliaia di giovani incominciarono ad ascoltare come era diventata la loro musica dopo quel lungo viaggio. Fela Kuti si innamorò del sound di James Brown (che a sua volta venne influenzato dallo stesso musicista nigeriano), nella “Swinging Addis Abeba” si ballava e suonavano canzoni dal timbro swing, presumibilmente mutuate dall'ascolto di Natalino Otto, Fred Buscaglione o Duo Fasano. La situazione nel poco conosciuto e pressoché dimenticato Zambia non è dissimile ma più particolare.

Ex protettorato britannico con il nome di Rhodesia Settentrionale, ottenne l'indipendenza nel 1964, ritrovandosi sommerso dalle difficoltà di tutti paesi che progressivamente si affrancavano dal colonialismo, sia economiche che politico/sociali.
Il presidente Kenneth Kaunda riuscì, con una gestione mirata alla conciliazione e all'equilibrio, ad evitare contrasti armati o guerre civili che caratterizzarono invece molte delle altre indipendenze. Impose anche che il 95% della musica trasmessa nelle radio dovesse essere di origine Zambiana.
Decisione che comportò la necessità da parte dei musicisti di comporre materiale originale e che in qualche modo attingesse dalla tradizione locale.

Curiosamente i riferimenti principali della scena Zambiana furono indirizzati verso il rock più duro e psichedelico in circolazione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, da Jimi Hendrix ai Cream addirittura Deep Purple o Steppenwolf, ma a cui non mancava una componente funk e influenze.
Una particolarità pressoché unica nella musica africana, anche considerando il fatto che mentre altre nazioni (dalla Nigeria al SudAfrica) si sono avvalse dell'aiuto di capitali europei o americani, in questo caso fu qualcosa di totalmente autonomo e autogestito.
Senza dimenticare che non di rado i testi affrontavano temi scottanti come il razzismo, l'apartheid (ancora in essere in Sud Africa e particolarmente efferato fino a pochi anni prima proprio in Rhodesia).
Nel 1974, per rispondere alla crescente richiesta di dischi da stampare, fu fondata nella capitale Lusaka la Teal Record Company Zambia che evitò di doversi rivolgersi, con costi spesso proibitivi, all'estero per la realizzazione dei dischi.

Rikki Ililonga fu tra i primi a creare le basi dello ZamRock con una fusione di psichedelia Hendrixiana, folk rock e addirittura echi di Velvet Underground.
I Crossbones, nati dalla fusione di Born Free e Afro Dynamite, suonavano un duro hard rock, stemperato da episodi di funk psichedelico duro e visionario come testimonia l'album “Wise man” pubblicato a metà degli anni 70.
Il chitarrista Paul Ngozi, spesso attivo anche con la band Ngozi Family, si è pure lui mosso in territori acidi e ruvidi, molto Hendrixiani, omaggiando fin dal nome del suo primo gruppo, i Three Years Before, una band a lui molto cara, i Ten Years After.
L'album del 1976 “45.00 Volts”, arriva perfino a folate proto punk e a non troppo velati omaggi alle atmosfere dei Black Sabbath.

Teddy Chisi partì con due album piuttosto ruvidi per poi approdare a uno splendido connubio di funk, soul dalla palese ispirazione Stax Records, psichedelia e afro beat in “Funky Lady” nel 1977, aiutato dai The Mo-Solid Sounds, nuovo nome di un'altra ottima band locale, i Fireballs.

Keith Mlevu è stato tra i principali esponenti della scena, particolarmente prolifico ed eclettico.
Oltre al consueto mix di funk e psichedelia, si è spinto anche in ambito Southern Rock e prog, rock blues, guardando successivamente anche al reggae, caratterizzandosi per una pressoché totale autarchia compositiva ed esecutiva, suonando tutti gli strumenti in ognuna delle sue incisioni.

Gli Amanaz (acronimo di Ask Me About Nice Artists in Zambia / Chiedimi dei bravi artisti in Zambia).
L'unico album del gruppo, “Africa”, del 1975, uno dei più rappresentativi dello ZamRock, è il perfetto anello di congiunzione tra rock blues, elementi prog e folk locale.
Non a caso le foto di copertina li vedono raffigurati con vestiti hippie/psichedelici in un villaggio davanti a capanne in fango e paglia.
Molto particolare anche la tipologia di registrazione (durò tre giorni, incluso il tempo per comporre i brani direttamente in studio), molto scarna e diretta, con base ritmica molto in evidenza, a scapito delle chitarre.
Il disco è una sorta di concept che narra delle storture del colonialismo e ripercorre la tragedia dello schiavismo in “History Of A Man”). Una volta stabilito lo status di “scena Zamrock” con un buon numero di band, l'arrivo dell'AIDS, ne decimò gli esponenti.
Negli anni Ottanta si calcola che nel paese oltre un milione abbondante di giovani (su una popolazione di meno di 20 milioni di abitanti) morì per la malattia.

Dei WITCH (We Intend To Cause Havoc / Intendiamo fare casino), la band più nota dello ZamRock, rimase il solo leader, Emanuel "Jagari" Chanda.
Al tutto si aggiunse una pesante crisi economica e il crescente autoritarismo del governo.
In breve le band scomparvero, lo ZamRock sprofondò nell'oblìo, lo stesso Jagari lasciò la formazione che dal rock blues originario si spinse successivamente verso sonorità discomusic, guardando a Earth, Wind and Fire ma sempre con una buona dose di originalità e personalità.
Nel 2013 Jagari lascia la cava di pietre dove ormai lavorava da tempo, dopo essere stato “riscoperto” dal regista Gio Arlotta, che gira un documentario sul fenomeno africano e dal musicista olandese Jacco Gardner.

La band si riforma, ricomincia a suonare, ritrova interesse e plauso e nel 2023 torna in scena con l'ottimo album “Zango”.
Da poco è stato pubblicato un eccellente seguito, “Sogolo”, in cui danno una lucidata al marchio di fabbrica, aggiungono una buona dose di afrobeat, una moderna visione della psichedelia, un giusto colore di tradizione e folk, rivelando una freschezza sorprendente e un taglio artistico più che attuale.
Una storia pressoché unica, della quale hanno fatto parte tanti altri nomi (The Peace, Chrissy “Zebby” Tembo, Salty Dog, i pionieri Musi-o-Tunya), che hanno saputo creare musica incredibile, in un contesto difficilissimo e senza alcun supporto, riuscendo, proprio per quello, a preservare la loro purezza e spontaneità creativa.
Grazie alla sempre benemerita etichetta tedesca Analog Africa è finalmente reperibile buona parte del materiale più interessante.
"Inseguivamo le band europee e americane. Volevamo essere come loro. Lavoravamo sodo, vivevamo nella stessa casa di due stanze. Ogni giorno, se non avevamo un concerto da qualche parte, facevamo circa sei chilometri a piedi con le nostre chitarre, fino a un posto chiamato Mindolo.
Era lì che il nostro manager gestiva i suoi affari: un negozio di alimentari. In cima c'era un magazzino che usavamo per provare.
Era un'ottima cosa, perché potevamo rubare un po' di roba, come carne in scatola, per la cena.
Provavamo le cover dei Rolling Stones, dei Deep Purple, dei Grand Funk Railroad, dei Black Sabbath. Scrivevamo i testi così come li sentivamo. Abbiamo iniziato a tenere i capelli afro, i pantaloni a zampa d'elefante, le camicie flower power, come vedevamo vestirsi Jimi Hendrix e James Brown."
(intervista a Jagari dei WITCH)

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