lunedì, febbraio 12, 2024

MC5

Riprendo l'articolo che ho scritto domenica per il quotidiano "Libertà" nell'inserto "Portfolio" diretto da Maurizio Pilotti, dedicato agli MC5 e alla recente scomparsa del chitarrista WAYNE KRAMER

Una città bollente ed esplosiva la Detroit di quei lontani anni Sessanta. Capitale dell’industria automobilistica (la Motor Town per eccellenza, grazie a Henry Ford), calderone di contrasti sociali, con una popolazione nera che costituiva la spina dorsale della classe lavoratrice ma ancora vessata da pregiudizi razziali che culminarono con la sanguinosa rivolta del 1967 con decine di morti, migliaia di feriti, distruzioni di ogni tipo. Ma anche fulcro e cuore pulsante di musica e arte.

La Motown (contrazione della sopracitata Motor Town), fondata in città da Berry Gordy Jr nel 1959, sforna successi soul a ritmi industriali con Stevie Wonder, Diana Ross and the Supremes, Marvin Gaye e Temptations su tutti, diventando una delle (inconsapevoli) forme di integrazione tra bianchi e neri, fino ad allora abituati a suonare e ascoltare musica a compartimenti stagni: blues, jazz e soul per i neri, pop e rock n roll per i bianchi.
Gli irresistibili ritmi danzerecci e le voci vellutate degli artisti neri della Motown riempirono di loro dischi le case di migliaia di giovani bianchi.
Anche quelli che, dopo l’esplosione dei Beatles, impugnarono uno strumento per imitarli, attingendo però da quelle melodie e ritmi che uscivano dalle case e radio della loro città.

Ci sono nomi come Mitch Ryder and the Detroit Wheels che mischiano rock e rhythm and blues o un gruppo di ragazze, le Pleasure Seekers, formate dalle sorelle di origine italiane Quattrocchi (dalla band uscirà con un nome più pronunciabile in America, Suzi Quatro, con il suo pop misto a rock n roll), gli Amboy Dukes del futuro re dell’hard rock Ted Nugent, Alice Cooper, Bob Seger, gli Sky di Doug Fieger che sarà la mente dei Knack di “My Sharona”, Rare Earth, Grand Funk Railroad.

Suonano tutti un rock solido e corposo che prelude l’arrivo dell’hard rock ma in filigrana c’è sempre una dose abbondante di musica nera. C’è anche chi si spinge oltre.
Gli Stooges di Iggy Pop cantano di disperazione, disagio, solitudine, noia, rabbia e inventano di fatto il punk “E’ il 1969, ok...un altro anno per me e per te, una altro anno senza nulla da fare”.

Gli fanno eco gli MC5 (Motor City Five, i cinque della Motor City) che suonano altrettanto potenti e distorti ma hanno un atteggiamento tutt’altro che disperato.
Sono politici, profondamente impegnati, portavoce sonori del movimento dei White Panthers, il corrispettivo “bianco” delle Pantere Nere, guidato dall’attivista di estrema sinistra John Sinclair.
Gli MC5 nascono nei primi anni Sessanta dall’incontro di Wayne Kramer e Fred Sonic Smith (futuro marito di Patti Smith) a cui si uniscono Rob Tyner, Mike Davis e Dennis Thompson.
Si fanno un’ottima reputazione a Detroit, suonando versioni infuocate di classici beat e garage rock, prima di arrivare, con un veloce processo di maturazione, a mischiare rock, sempre più duro, abrasivo, elettrico e sfrontato, con l’approccio del free jazz di Sun Ra e attingendo da tutte le nuove sonorità che alla fine degli anni Sessanta fluttuavano nell’aria, dalla psichedelia alla black music. L’adesione alla causa rivoluzionaria e controculturale dei White Panthers renderà Wayne Kramer “Ministro della cultura nelle strade” del movimento.

Gli MC5 nelle strade ci vanno sempre più spesso, suonando in concerti e festival a supporto di compagni arrestati, contro la guerra in Vietnam, a favore di istanze per diritti o contro la violenza della polizia (che all’epoca interviene senza scrupoli e con estrema brutalità per reprimere ogni dissenso).
Lo stesso John Sinclair viene arrestato nel 1969 e condannato a dieci anni di galera per possesso di marijuana. Perfino John Lennon si mosse in suo favore dedicandogli una canzone nel suo album “Sometime in New York City”. La band arriva all’esordio su LP nel 1969 con l’epico “Kick Out of the Jams”, un lavoro esplosivo, infuocato, caustico, registrato dal vivo, in cui ricorre spesso la parola “motherfucker/figlio di puttana” che causerà loro non pochi problemi di censura. La voce di Brother J.C. Crawford, consigliere spirituale del gruppo, che introduce la band, urla una sorta di manifesto di quello che sono gli MC5:
“Fratelli e sorelle! Voglio vedere un mare di mani là fuori! Voglio che tutti facciano un po’ di rumore! Voglio sentire un po’ di rivoluzione là fuori, fratelli!
Fratelli e sorelle, è giunto il momento che ognuno di voi decida se essere il problema o la soluzione!
Dovete scegliere, fratelli, dovete scegliere! Ci vogliono cinque secondi, cinque secondi per decidere, cinque secondi per realizzare il vostro scopo qui sul pianeta! Ci vogliono cinque secondi per capire che è ora di muoversi, è ora di darsi da fare! Fratelli, è tempo di testimoniare e voglio sapere: siete pronti a testimoniare? Siete pronti? Vi do un testimonial: gli MC5!”


Purtroppo le vendite saranno scarse mentre si va a creare un cortocircuito spesso frequente nelle situazioni “politiche”. Da una parte in molti restano lontani da prese di posizione così radicali e schierate, dall’altra si pretende coerenza totale, bacchettando ogni presunta “mancanza” non abbastanza aderente alle idee propagandate.
La band prova a superare questo momento tuffandosi in studio di registrazione con due ottimi album come “Back in the Usa” e “High time” in cui smussano il furore iniziale, pur continuando a pestare duro, lasciando alle spalle l’aspetto più sperimentale e politico.
Anche in questo caso verranno ignorati da pubblico e critica, mentre, con l’esclusione del cantante Rob Tyner, scivoleranno nell’abisso degli abusi di alcol e droghe. Entrano in conflitto anche con l’ex compagno e ispiratore John Sinclair, sempre in prigione e non verranno nemmeno invitati al concerto per la sua liberazione del dicembre 1971 a cui partecipano star come John e Yoko, Stevie Wonder, Bob Seger, Phil Ochs. Ormai allo sbando, suonano in Europa con la formazione sempre più rimaneggiata e si congedano nella loro Detroit il 31 dicembre 1972 al Grand Ballroom dove erano apparsi decine di volte davanti a migliaia di persone.

Questa volta sono solo poche decine.
Una fine triste e impietosa.

A cui segue una lunga serie di successive esperienze dei singoli componenti.
Fred Sonic Smith formò i favolosi Sonic’s Rendez Vous Band con Scott Asheton degli Stooges. Un solo singolo, un po’ di infuocati live, il matrimonio con Patti Smith a cui produsse 8 e firmò ogni brano nello stupendo “Dream of Life” con la hit “People have the power”. Ci ha lasciati nel 1994.

Il cantante Rob Tyner morì nel 1991 con poche testimonianze sonore soliste.

Il bassista Michael Davis suonò a lungo con i Destroy All Mosters con Ron Asheton degli Stooges e altre band, sempre orientate sul sound del gruppo madre, come New Order e New Race, in cui si riunì al batterista Dennis Thompson, ormai ultimo superstite della band dopo la scomparsa di Wayne Kramer, poco più di una settimana fa.

Il chitarrista è stato il più attivo e intraprendente dopo lo scioglimento. Anche nel coinvolgimento in affari loschi, visto che si fece quattro anni di galera per spaccio.
“Come gangster sono un grande chitarrista. Quando sono andato in prigione, mi hanno insegnato a commettere crimini. In prigione ho imparato come gestire la droga, come compiere rapine e come fare un sacco di cose estremamente antisociali. La prigione serve a questo. La prigione è una scuola di criminalità.”

Finita la carcerazione suonò con una lunga serie di gruppi, tra cui i Gang War con Johnny Thunders, guadagnandosi da vivere facendo il falegname. In seguito è tornato, negli anni 90, a incidere dischi solisti, a collaborare a destra e a manca.
Fonda gli MC5/DTK con due ex compari, il bassista Mike Davis e il batterista David Thompson e gira il mondo in tour. Celebra come MC50 il 50° anniversario del primo album degli MC5, accompagnato da vari ospiti. Aveva recentemente annunciato un nuovo album con il nome della band, di cui vedremo l’uscita a breve.

Recentemente ha rilasciato una dichiarazione illuminante, coerente ai suoi ideali fino alla fine:
“Per citare uno dei miei eroi intellettuali, Antonio Gramsci: “La sfida della modernità è vivere senza illusioni e senza disillusioni”. Guarda il mondo così com’è nella realtà, e poi parti da lì. Prendi la decisione di fare ciò che puoi per fare la differenza. La gente ha fatto questo pasticcio. E se le persone fanno un pasticcio, possono rimediare”.

Qui un articolo per il blog di Cristiano Tibaldeschi e il suo incontro con Michael Davis nel 2007:
https://tonyface.blogspot.com/2017/05/michael-davis-mc5-e-lincidente-italiano.html

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