lunedì, febbraio 05, 2024

Critici musicali (parte 2)

Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà" (prosecuzione di questo:
https://tonyface.blogspot.com/2023/12/critici-musicali.html)

In questa rubrica ho affrontato, poco tempo fa, il tema sulla necessità, nella nostra “epoca digitale”, del ruolo del critico musicale. Ovvero se una “guida” che ti indirizzi a questo o quel disco sia ancora utile e attuale oppure sia diventata una figura obsoleta e desueta.
Interpellando alcune figure storiche del giornalismo musicale italiano avevo raccolto risposte abbastanza unanimi che portavano alla constatazione che sta finendo un'epoca probabilmente irripetibile in cui la suddetta figura professionale è sempre meno indispensabile.
Il parere arrivava da giornalisti che hanno iniziato la loro attività quando ancora la modalità di diffusione era limitata alla carta stampata, poi affiancata e soppiantata dall'arrivo di internet.
Questa volta la domanda è stata rivolta invece a nomi più giovani, meno coinvolti nel periodo delle riviste cartacee.
E le risposte sono più confortanti tanto quanto molto interessanti.

Quindi: il critico musicale ha ancora un senso al giorno d'oggi e può ancora influenzare il pubblico?

Risponde Marta Scaccabarozzi Ufficio stampa e social media manager.
Assolutamente sì.
Lo dico da addetta ai lavori, da appassionata da sempre di musica e di industria musicale e da 40enne, quindi appartenente ad una generazione a metà strada tra il futuro ed il passato.
Mi sento di vivere pienamente nel presente. Indiscutibilmente è cambiato il modo di fare critica e i canali attraverso i quali la si fa, ma la materia esiste ancora, le voci competenti anche.
Personalmente seguo in maniera assidua alcuni streamer americani ed inglesi su Twitch, piattaforma in cui ho trovato persone estremamente preparate, che non parlano (ancora) al soldo di nessuno e che oltre alla critica sanno anche creare spettacolo in prima persona. La maggior parte degli artisti scoperti negli ultimi anni arrivano da loro, da questi streamer, esattamente come 20 anni fa li scoprivo su un mensile di musica o su MTV.
Pensare che i social o in generale internet, con tutto ciò che ne consegue, abbia ucciso la critica è un errore. Sarebbe come pensare che abbia ucciso la musica stessa. Ma pensiero critico e musica non moriranno mai, perché il pensiero esiste da prima di ogni cosa da lui stesso creata, compresi la carta stampata, la tv, la radio e internet.
Potremmo poi fare un discorso sul livello di qualità della critica, sul fatto che a tutti ora è permesso pubblicare la propria musica o diventare "recensori", senza avere le competenze né per la prima né per la seconda cosa. Qui parlo da ufficio stampa: la prima figura serve alla seconda, nel senso che chi pubblica la propria musica senza essere un artista (in senso lato) potrà essere preso in considerazione solo da chi parla di musica senza essere un critico o un giornalista. Stiamo quindi ancora parlando di critica e di musica? Direi di no, e questo però apre altri scenari, che riguardano etica e filosofia, ma mi fermo qui.


Rimarca Gianmarco Aimi caporedattore attualità di Mowmag e inviato per Rolling Stone:
Sono un cronista e non un critico.
Mi informo, partecipo, intervisto, seguo eventi e li riporto al lettore con una personale interpretazione, cercando di anticipare le tendenze. Il critico è colui che contestualizza un’opera o un artista, scavando in profondità grazie a uno specifico bagaglio culturale.
Aggiungo un tema che riguarda gli strumenti a disposizione del giornalista e del critico.
Non più, o non solo, la carta stampata, ma siti web e social. Cosa significa? Che le “regole” sono cambiate a causa del mezzo sul quale veicoliamo i nostri contenuti.
Oggi un sito è solo una vetrina statica e per “circolare” ha bisogno di essere “indicizzato” secondo parametri Seo (acronimo di “search engine optimization”).
In pratica, la diffusione non è più appannaggio dei corrieri che portano i giornali nelle varie edicole d’Italia, ma di parametri prefissati da Google attraverso i quali l’articolo (pubblicato su un sito) può essere messo in evidenza nelle ricerche dei lettori.
A questo si aggiungono i social, che sono piattaforme ognuna con proprie logiche alle quali aderire. La pena per chi cerca di sfuggire?
L’irrilevanza.
Anche il miglior giornalista o critico del mondo se non si attiene - o non conosce - questi parametri rischia di lanciare contenuti nel vuoto.
Non solo, teniamo conto che oggi l’editoria non ha più a disposizione i fondi pubblici - gestiti malissimo in passato, ma che se usati bene sarebbero fondamentali - e quindi l’altro attore in campo (o direttore aggiunto) è l’ufficio commerciale che risponde agli interessi dei brand o delle realtà che finanziano la testata.
Con queste premesse è chiaro che il giornalista, e ancor di più il critico, perda rilevanza a scapito dell’esasperazione del racconto, della forzatura dei dettagli, dei titoli di derivazione clickbait e di tutte le altre distorsioni utili a soddisfare i parametri sopracitati.
Niente a che vedere con la ricerca della verità, la verifica delle fonti, la profondità o il ragionamento su cui si basavano mestieri nobili e necessari come quelli del giornalista o del critico.
Siamo destinati all’estinzione? Non credo, perché il “prodotto” che sforna questo “mostro digitale”, sono convinto, ci porterà all’assuefazione - e già in parte è rilevabile -, ma sarebbe il momento che a supporto della categoria comincino a muoversi l’Ordine e i sindacati dei giornalisti con provvedimenti concreti, non solo con comunicati stampa di “sostegno” o di “indignazione”.
I lettori ci hanno già messo in guardia che la direzione è sbagliata, quando proveremo a contrastare davvero questa deriva?


Giulia Cavaliere (freelance, Rolling Stone, Esquire, minimum fax, Chora Media, etc.):
Mi sono formata leggendo chili di riviste di carta ogni settimana, dunque moltissime recensioni, raccomandazioni, voti in stelline o numeri come a scuola: sono state letture fondamentali ad avvicinarmi a un universo e costruire il mio desiderio di occuparmi di musica, di fare ricerca in questo campo.
Tuttavia, così come credo poco al valore dei numeri tra i banchi, non ho mai creduto che la buona critica si costruisse sui voti nelle recensioni.
Da quando ho iniziato a fare questo lavoro, anche durante la gavetta iniziata esattamente quindici anni fa, espandendo dunque anche le mie letture oltre i confini nazionali, ho desiderato seguire altri modelli, perlopiù provenienti da USA e UK, affrancandomi il più possibile dal puro giudizio in sé che piove da chi scrive su chi legge e dal discorso puramente tecnicistico, per lavorare sulle connessioni multidisciplinari tra la musica, la letteratura, la storia e le altre arti e sulla vita che le musiche, le canzoni, i dischi hanno nel mondo nel momento in cui vi si affacciano.
Sono interessata ai legami, alle congiunzioni, all'elemento più specificamente critico dunque all'inevitabile visione prospettica che credo questa scrittura debba sempre avere e sono sempre soprattutto interessata all'implicazione di chi scrive e all'ibridazione del discorso musicale con quello autobiografico.
La missione, oggi più che mai, dal mio punto di vista, è quella di non eludere la viva esperienza della musica dal discorso critico: il ruolo del critico è un ruolo formativo, credo possa aiutare a sviluppare curiosità e visione autonoma, un proprio spirito di ascolto e osservazione dei fenomeni e di relazione con essi.
Pensare che fare critica musicale sia consigliare dischi simili a quelli già amati dal lettore, in fondo, è sempre stato riduttivo.
Oggi serve di più, e questo vale anche per i mezzi da usare per raccontare: la scrittura per carta e web ma anche per podcast, radio, incontri live.


E infine i pensieri del “nostro” Pietro Corvi, redattore e collaboratore di “Libertà”:
Se c’è una cosa che i social ci insegnano nel bene e nel male è che senza rappresentazione, senza narrazione, non c’è realtà.
Dunque serve chi fa le cose ma anche chi le racconta per farle esistere di più, per fissarle, eventualmente interpretarle, espandendone il senso e le ricadute, oltreché la loro eco.
Con i tempi che corrono - sovrabbondanza, poca memoria, minoranze silenziose, massificazione esagerata - la musica ha senz’altro bisogno di essere ancora raccontata e divulgata.
Ha senso di esistere chiunque svolga un lavoro di narrazione e restituzione di quel che la vita ha da offrirci con onestà intellettuale, attenzione e cura.
Ciò che un giornalista scrive e pubblica resta.
Posso dire che dal mio punto di vista, nel mio piccolo, la firma infondo un pochino conta ancora.
Chi ti riconosce, ti legge, magari ti fa un complimento, capisce il ruolo e la missione, o chi ti fa un ringraziamento per come hai reso un’intervista, raccontato un disco o un concerto.
Tutti dovrebbero fare il giornalista o il critico musicale almeno per un po’, per avere la necessità di ascoltare un po’ più a fondo, attivare i sensi, il senso critico, estetico….. scoprire nuove cose… misurarsi con l’infinità vastità dello scibile delle soluzioni dei generi della storia e delle storie della musica che sono la storia dell’uomo, antropologia, costume, politica, tutto.

3 commenti:

  1. Ma qui come nella prima parte si parla soltanto, mi pare, di “critica“ rock e pop.

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  2. Esatto. E' il mio ambito, non mi addentro in contesti che conosco poco.

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