martedì, ottobre 11, 2022

Tashkent – Uzbekistan - Giugno 2022 #3


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Tashkent #1
https://tonyface.blogspot.com/2022/09/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-1.html

Tashkent #2
https://tonyface.blogspot.com/2022/10/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-2.html

Tashkent – Giugno 2022

TERZA PARTE

L’indomani non ho appuntamenti fino a ora di pranzo e ne approfitto per visitare il museo di arte contemporanea.
Alle nove di mattina ci sono già trentasei gradi ma le ragazze intabarrate alla fermata dell’autobus sembra non se ne siano accorte.
All’ingresso, aspetto una decina di minuti prima che venga qualcuno a farmi il biglietto.
Il silenzio del piano terra è interrotto ogni tanto dall’eco di scatarrate poderose che riverberano in fondo al corridoio. Finalmente arriva un adolescente con la fronte brufolosa e il capo coperto.

“Salam aleikum” mi saluta con la mano sul cuore.
Sul foglietto appeso al vetro del gabbiotto sono indicate diverse tariffe, a seconda dell’età del visitatore e del tipo di biglietto.
Se vuoi fare delle foto c’è una maggiorazione di prezzo, supera il costo dell’ingresso ma è una cifra trascurabile, meno di quattro euro in tutto. Allungo la carta di credito al ragazzino che non riesce a passarmi il terminal con il tastierino perché ha il filo corto. Con un candore che fa tenerezza, mi chiede il pin della carta. Nonostante l’innocenza dei baffetti vergini di lama, preferisco raggiungerlo dentro alla biglietteria.

Al piano terra sono esposti abiti tipici e oggetti di artigianato locale.
Caftani in velluto viola e arancione, capi semplici che colpiscono per le tonalità accese e per i ricami eleganti e dettagliati lungo il collo e le maniche.
In una teca accanto, arazzi in seta e tappeti porpora, azzurro, amaranto, ambra e blu.
Tinte diffuse nei vestiti e nei copricapi delle donne per strada, una vivacità che mi ha incuriosito.
Come mai in una società a maggioranza musulmana la paletta cromatica è così accesa, audace?
La risposta è al piano superiore, dove sono appese, senza un ordine particolare, tele di pittori sovietici della prima metà del novecento.
Raffigurano paesaggi rurali e soggetti dell’Uzbekistan di cinquanta o cinquecento anni fa.
Un vialetto di sassi e terra che costeggia un pendio assolato, un ponticello di tronchi che attraversa un corso d’acqua accanto a una casetta di pietre e tronchi.
Una donna col capo coperto e una tunica bianca lava i panni in acqua, un bambino scalzo la osserva e si porta una mano in bocca, forse si scaccola. Pennellate di colore puro, i raggi solari trafiggono le fronde degli alberi sotto cui si riparano dei ragazzini, l’ombra al suolo chiazzata di luce.

Non è solo un esercizio di stile.
L’impressionismo socialista svolge una funzione didattica e celebrativa, l’ideologia che plasma la realtà con la rappresentazione di un’armonia idilliaca tra nuovo e vecchio: soviet e islam.

Uno degli esempi più eloquenti è il quadro Podrugi, Amiche.
Al centro della tela una ragazzina bionda con i capelli a caschetto, il vestitino con le maniche a sbuffo e un paio di ballerine ai piedi.
Accanto a lei una coetanea con l’incarnato e i capelli scuri, gli occhi a mandorla e il capo coperto. Un gilet a righe sopra una tunica bianca a fiori e pantaloni ampi di un rosso sgargiante.
Partecipano alla vendemmia, la russa stringe in grembo un grappolo d’uva, l’uzbeka ne stacca uno dalla pianta. Alle loro spalle tre donne e un vecchio col turbante osservano la scena meravigliati e incuriositi.
È da questi scorci, dai prati e dai vigneti che sbucano i fiori, gli ortaggi e i frutti accesi di quei colori intensi che ritornano nell’abbigliamento, negli elementi di decoro edilizio e nelle tende degli accampamenti nomadi, composte da pannelli di tessuti sgargianti.

In un’altra sala ci sono selle e briglie in cuoio, schioppi col calcio in avorio intarsiato, sciabole dalla lama ricurva.
La data sulla targhetta accanto alla teca indica la metà del ventesimo secolo ma sono oggetti di un tempo sospeso, indefinito. Nella forma e nei materiali, il vasellame in rame ossidato del 1970 è più vicino alla lampada di Aladino che ai complementi o alle sedute in stile Space Age di Verner Panton.

Prima di pranzo ho appuntamento in fiera con Ravšan e Vladimir, il ragazzo di Mosca.
Prendo un taxi ma devo cancellare il primo ordine perché l’autista non parla russo e non ci capiamo sul punto di ritrovo. Passiamo accanto a un giardinetto, sull’erba c’è un gruppetto di lavoratori stravaccati all’ombra di un grosso albero, le donne con il capo coperto da un panno colorato. Ridacchiano tra di loro, una ragazza indossa un gilet arancione con la fascia catarifrangente, per il resto non ci sono differenze con i soggetti dei quadri di cento anni fa.

Un collega di Ravšan, Timur, ci porta a visitare un’azienda che produce mobili e infissi.

Ai bordi della periferia di Taškent si aprono prati di arbusti ed erbacce ingiallite. Man mano che ci allontaniamo dalla città le strade perdono l’asfalto e diventano dei tracciati sabbiosi, i camion e le auto alzano nuvole di polvere, ondeggiano da un lato all’altro della carreggiata per evitare buche e dossi.

“Che industrie avete qua in Uzbekistan?” chiedo, tanto per chiacchierare.
“Ai tempi dell’Urss avevamo fabbriche di trattori, c’era produzione di componenti per gli aerei.” conta sulla punta delle dita “Assemblavano macchinari per l’agricoltura, per la lavorazione del cotone, strumenti per l’estrazione del petrolio. C’era un sacco di roba perché durante la grande guerra patriottica han spostato qua diverse fabbriche, era più sicuro.” conclude vantandosi.

“Sì ho capito, ma adesso cosa è rimasto?”
Ci pensa un po’, le labbra socchiuse, sbatte le palpebre.
“Eh… il settore agricolo, adesso andiamo a vedere una fabbrica di mobili.” continua a ragionare “Turismo, sì… il turismo è sviluppato!”
Vladimir risponde alle mail sul telefono, ogni tanto guarda fuori dai finestrini, sbuffa per il caldo.
“Com’è il tuo albergo?” si interessa.
“Non è male, hanno investito più nell’ingresso che nelle stanze e il titolare è un po’ egocentrico ma ho dormito bene.”
“Il titolare è egocentrico?” mi interroga Ravšan.
Racconto del ragazzino alla reception e della compagnia forzata a colazione.
“Perché egocentrico? Voleva essere ospitale.” commenta Vladimir.

In venti anni di peregrinazioni post-sovietiche ho avuto a che fare con decine di persone “ospitali” che mi hanno portato in posti degradati a fare cose assurde e mangiare porcherie.
Comfort, piacere personale, gusto e bellezza non pervenuti.
Spesso è un’ospitalità a senso unico.
La voglia di aprire mondi non sempre coincide con i desideri del visitatore.


Timur, il ragazzo che guida, non apre mai bocca. Annuisce quando parla Ravšan e ride quando qualcuno fa una battuta.
Verso sera, prima di andare a cena, Ravšan ci porta a visitare il Bazaar Čorsu, uno dei mercati più grossi e una delle principali attrazioni turistiche della città.
Sono due giorni che Vladimir insiste perché deve comprare un vestito per sua moglie, li seguo volentieri per curiosità.

L’area centrale è disposta sotto una cupola azzurra già visibile in lontananza, all’interno centinaia di banchetti; fuori ci sono altre bancarelle sparse un po’ a caso.
Alcune completamente aperte, altre strutturate con una tettoia, in certi casi hanno anche le pareti.
Arriviamo che molti venditori stanno chiudendo i baracchini o si preparano a tirare dentro la roba, entriamo subito in un gabbiotto dove sono stipati centinaia di vestiti da donna ultra colorati, tutti dello stesso modello.
Ravšan si pone come intermediario, ne fa tirare giù qualcuno dall’appendiabiti, discute con un ragazzino con il capo coperto mentre Vladimir sfrega il tessuto tra l’indice e il pollice senza molta convinzione. Alla fine decide di lasciar perdere. Il venditore ci osserva mentre passiamo al negozietto adiacente.
Hanno piatti in ceramica di varie misure e pentole in rame intarsiato. La merce è disposta un po’ ovunque, per terra, sopra delle mensole, su uno sgabellino. Come mi abbasso a dare un’occhiata interviene Ravšan
“Compra dei piatti per tua moglie.”
“E dove li metto? In valigia?”

Andiamo oltre, attraversiamo la zona scoperta, passiamo al settore dei casalinghi con detersivi, saponette e spugne, poi quello degli alimentari coi banchetti di frutta e verdura.
Albicocche, meloni gialli, peperoni, pomodori e buona parte di quello che potresti trovare da noi al mercato del sabato solo che qua è tutto disposto in maniera ordinata, geometrica, che se fai il commerciante da mille e passa anni il master in merchandising non serve.
Una donna corpulenta, con una camicia sporca, cuoce del pane sulle braci, fa davvero voglia, alla sua sinistra interi banchi di spezie.
Gli odori sono familiari, per quanto intensi e pungenti mi riportano all’ingresso del negozio africano vicino a casa dei miei o tra i sacchi di riso nel corridoio della bottega cinese dietro la vecchia questura, solo che qua è tutto amplificato per mille.

Cerco di non incrociare sguardi perché ti vengono incontro per vendere qualcosa, qualsiasi cosa, sembra più una questione di principio che altro, parlano nella loro lingua, gli occhi neri, fissi e intensi che cercano i tuoi, manco volessero ipnotizzarti.
Procediamo spediti e raggiungiamo un’altra area alla ricerca del caftano per la moglie di Vladimir.
C’è una bancarella che espone solo vestiti da uomo, i pantaloni e la casacca che scende fino alle caviglie.
“Perché la giacca è così lunga?” chiedo a Ravšan.
“Sono vestiti da religiosi, roba che mettono gli Imam.
Per l’Islam bisogna coprire tutto il corpo, vedi che le donne osservanti hanno il velo in testa. Anche per motivi pratici, per ripararsi dal sole.”

Vladimir sta contrattando con due donne per un caftano uguale a mille altri che abbiamo già visto.
Interviene Timur, il collega di Ravšan, mette tutti d’accordo e fa impacchettare il regalo.
Proseguiamo perché Vladimir vuole comprare gli ingredienti per cucinarsi a casa il plov, il piatto locale a base di riso che abbiamo mangiato quasi ogni giorno.
Ci ritroviamo così nel cuore del bazar, sotto la cupola.
Ravšan vorrebbe che io comprassi qualcosa, qualsiasi cosa basta che mi porti a casa un po’ di Taškent ma io non so veramente che farmene di quella roba.
Zero interesse per vestiti e oggetti etnici, le spezie mi piacciono ma a casa ne ho per cucinare fino alla pensione.
Rispondo con distacco alle sue offerte insistenti, che poi mi viene il dubbio che sia in combutta coi tipi da quanto rompe.
Quasi invidio Vladimir che si entusiasma per qualsiasi stronzata e compra quattro sacchetti di polverine per la gioia di tutti.
Io prendo nota di quello che vedo sul telefonino, i ragazzetti senza denti che si spintonano per scherzo, i banchi con i sacchi di patate e di cipolle, ceste di carote gialle, che le trovi solo qui e sono un ingrediente fondamentale per il plov.
Cristalli di sale e alluminio grossi come pietre, usati come deodoranti.
Bacinelle piene di polverine rosse, arancioni, amaranto disposte a forma di piramide.

“Spezie.” commenta Ravšan “Cinquecento anni fa con un banchetto di questi potevi comprarti un palazzo a Venezia” forse esagera ma non di tanto.
Uscendo passiamo accanto a un ragazzo cieco che suona una chitarra classica sulle scale, un cestino con qualche moneta davanti ai piedi, ha le palpebre incollate sul bordo inferiore e muove le dita in maniera particolare, quasi suonasse una cornamusa, c’è troppo casino intorno per apprezzare qualche nota, sorride con la bocca aperta, i denti marroni in bella vista.
Nel parcheggio incrociamo un gruppetto di adolescenti, ognuno tiene in mano una bottiglietta di Coca Cola.
Duke Ellington, quello di Caravan, non poteva fare a meno della Coca Cola, ne beveva almeno sei bottigliette al giorno.
Quando fece il tour dell’Unione Sovietica nel 1971, l’ambasciata americana spedì a Mosca quindici casse, all’epoca la Coca Cola qui non c’era e adesso è dappertutto che sembra sia diventata la bevanda nazionale.

Per cena Ravšan ci porta in centro, è tutto il giorno che la mena con questo ristornate georgiano di un suo amico.
Il locale è all’interno di un’area pedonale che ingloba una serie di piazzette, stradine con ai lati edifici che richiamano l’architettura di vari paesi: Germania, Italia e Inghilterra nello spicchio che attraversiamo.
È tutto recente, i colori accesi danno più l’idea di un outlet di moda, di quelli che trovi all’uscita dell’autostrada, frequentati da asiatici e russi che si fanno la foto attorno a una gondola ancorata su un fondale di gomma, quando ancora potevano andarci. Attorno a noi passeggiano coppiette con un gelato in mano, famigliole a spasso, il capofamiglia tiene sulle spalle una bambina col vestito rosa e in mano una nuvoletta di zucchero filato che si squaglia in testa al babbo.
Ci sistemiamo in una sala arredata in stile locale, tappeti alle pareti, poltroncine imbottite, tavoli in legno massiccio: tutto nuovo di stecca, lucido, ai limiti del sintetico. Siamo in quattro, Timur non mangia niente, guarda e ascolta.
A un certo punto Ravšan dice che in Europa “propagandiamo l’omosessualità.”
Quasi non ci credo perché è la stessa questione per cui avevo litigato con Vladimir anni fa in Kazakistan.
Rifaccio lo stesso discorso, parola per parola.

“Guarda, io non conosco molti gay, non per scelta, è così. Però non penso sia possibile insegnare a qualcuno chi deve amare. Tu hai una figlia” mi rivolgo a Ravšan “secondo te puoi dirle: ‘Ti deve piacere una donna o ti deve piacere un uomo?’”
Vladimir mi guarda in silenzio. Chissà se si ricorda di quello scambio.
Ravšan prova ad argomentare.
“Dipende dalla famiglia, dall’esempio che dai.” Vladimir e Timur annuiscono con ampi cenni del capo. “Per esempio se io sono debole con mia moglie, poi mia figlia si fa l’idea che gli uomini sono…”
Non lo faccio finire, perché per quanto uno legga libri sull’autocontrollo e sulla gestione dei conflitti, ci sono delle parole chiave o dei concetti che innescano delle reazioni incontenibili.
“Aspetta un attimo. Ci sono un sacco di donne col carattere forte, lo vedi quando vai in giro per le aziende.”
“Si ma a casa è diverso” mi interrompe.
“E comunque” proseguo “non è che se tua moglie è prepotente tua figlia vuole farsi crescere il cazzo.” faccio il gesto per mimare una tega lunga quanto un avambraccio, la mano sinistra appoggiata sull’incavo del gomito.
Chissà che razza di visione evoca un membro peloso di quasi mezzo metro.
Si portano tutti le mani alla bocca, in parte per mascherare delle risatine infantili, in parte per pudore.
Gli occhi sbarrati d’incredulità di fronte a una rivelazione così estrema.
Allargo le braccia, le sopracciglia inarcate “dai ragazzi, non siamo mica alle elementari”. Ridacchiano timidamente.

Vladimir e Ravšan non ribattono, per rispetto più che altro.
Inaspettatamente interviene Timur, che parla per la prima volta nella giornata.
“Dipende tutto dalla famiglia, dall’esempio che danno i genitori.”
Poi continua “Io mi sono sposato con un matrimonio combinato.”
Ravšan increspa la fronte, incredulo.
“Non avevi mai visto tua moglie, prima?”
“No, si sono messi d’accordo i nostri genitori.”
“E adesso va tutto bene?” chiede perplesso Vladimir
“Tutto a posto, nessun problema.” ribatte senza dubbi Timur, che non ha nemmeno trent’anni e la serenità di un vecchio saggio.
Non tocca niente in tavola, guarda noi che mangiamo perché la moglie gli ha preparato la cena a casa e non vuole mancarle di rispetto.
Dopo un po’ ci saluta, Ravšan guarda Valdimir e ghigna “Adesso però vorrei sentire sua moglie cosa dice, quando lui non c’è. Se anche per lei va tutto bene.”

Risate di cattiveria.

Aspettiamo una grigliata di carne, ognuno guarda il proprio telefonino.
Anche se ho argomentato le mie idee in maniera razionale, nessuno a questo tavolo ha cambiato idea.
Perché dei valori occidentali frega solo agli occidentali.

I miei commensali conoscono il nostro modo di vivere, lo annusano nei profumi di marca e nelle bibite gasate, soprattutto qui nella capitale, città grande e cosmopolita.
Un po’ come il milanese che mangia etnico nella rosticceria sotto casa, vede la gente con la barba e il turbante fuori dalla moschea e passa oltre, in sella allo scooterone.
Sa che esiste quel mondo ma ne rimane al di fuori.

A tavola sono due, in quest’area sono centinaia di milioni, e se vai a sud e a est diventano miliardi di persone.

Della democrazia occidentale a loro frega poco o niente. Dei nostri diritti e dei nostri valori, delle nostre uguaglianze e del nostro progresso ne sentono parlare ma sono concetti lontani dal loro modo di vivere.

Alieni. Qua a Taškent hanno uno stipendio medio di cinquecento dollari e hanno tutti l’Iphone, l’ultimo modello, più recente del mio. Più di qualcuno ha anche l’IWatch.
Questo è l’occidente: merci, servizi, comfort e status, al massimo una vacanza di un paio di settimane.
Per il resto menano un’esistenza scandita dagli orari delle preghiere verso la Kaaba, abitudini alimentari secolari, abiti convenzionali, parole chiave e silenzi eloquenti.

Dopo cena vorrei tornare in albergo perché domani mi devo alzare prestissimo, ho il volo alle cinque di mattina e non ho più le energie per fare un dritto, non per lavoro.
Ma Ravšan non ne vuole sapere, deve mostrarci la Madrasa a tutti i costi.
Non è per fare proselitismo.
È una questione di “ospitalità”.
Ravšan è uzbeko, il padre di origine iraniana e la madre di etnia russa.
Compiuti venti anni ha rinunciato alla fede musulmana e si è fatto battezzare con rito ortodosso.
E adesso vuole farci vedere uno dei posti più significativi della città.
Arriviamo che ha appena finito di diluviare, il taxi ci molla davanti all’ingresso, è buio e l’aria è fresca, ripulita da polvere e umidità, camminiamo sul pavimento in blocchi di cotto, o così mi sembra.
Ravšan ci spiega che era una scuola coranica, l’azzurro delle cupole, il colore del cielo, indica la vicinanza ad Allah e nel medioevo era una tinta estremamente difficile da produrre e questo era indice di grande ricchezza.
Nel cortile interno ci mostra gli ingressi che portano alle stanze degli studenti, sovrastate da un arco rientrante, forse per proteggere dal sole.
Sono contento che ci abbia portato qua e lo dico al nostro accompagnatore che sorride soddisfatto.
Vladimir e Ravšan mi accompagnano in albergo che sono le dieci passate e insistono perché gli faccia vedere l’interno.
Solerte come una guardia, all’ingresso ci accoglie Murat, vestito di bianco.
Gli spiego che sono con due amici e che sono curiosi di vedere il giardino e i bassorilievi.

Murat si illumina in un sorriso e mi abbraccia
“Sei davvero una brava persona.”
Davvero.
Un paio di ore di riposo e prendo un taxi per l’aeroporto, una Chevrolet bianca.
All’ingresso un funzionario mi chiede di mostrargli il passaporto e il biglietto.
Guarda la foto sulla seconda pagina, mi fissa, poi abbassa lo sguardo di nuovo sul documento e commenta malizioso
“Sei invecchiato.”
“È una foto di nove anni fa.” e comunque fatti i cazzi tuoi.

Sulle poltroncine nella zona delle partenze, accanto a me è seduta una tipa coi dreadlock che fa yoga con le gambe incrociate, sorride con gli occhi chiusi, si stiracchia e dondola a destra e a sinistra.
Al momento dell’imbarco si avvicina al bancone di accettazione per il volo di Nuova Delhi, si gira e alza un Iphone dai bordi squadrati per fare una foto verso la fiumana di gente in coda. Su le mani per Shiva!

Atterro a Istanbul che sono le sei del mattino, attraverso mezzo aeroporto di corsa e al gate consegno carta di imbarco e documento a un addetto piccolo di statura, di quelli che stanno sempre dritti sull’attenti per sembrare più alti.
Ha i capelli radi, le sopracciglia alte due dita, nere come la carbonella. Sfoglia le pagine del mio passaporto con le manine tozze e piene di peli che pare abbia dei guanti di lana.
Piega la bocca di lato e commenta.
“Sei invecchiato.”
“Sei mai stato in Uzbekistan?”
Mi guarda serio e mi porge il talloncino strappato.
“Buon viaggio.”

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