martedì, ottobre 04, 2022

Tashkent – Uzbekistan - Giugno 2022 #2


L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.

Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss

Tashkent – Giugno 2022

SECONDA PARTE
La prima parte qui: https://tonyface.blogspot.com/2022/09/tashkent-uzbekistan-giugno-2022-1.html

Finisco il tè e mi congedo da Murat, recupero il computer dalla mia stanza e prenoto un taxi da un’applicazione locale per andare in fiera.

Ci impiego qualche istante a riconoscere la targa dell’auto, inutile cercare il modello perché per le strade circolano quasi esclusivamente Chevrolet, le assemblano qua in Uzbekistan e sono più convenienti rispetto ad altri marchi.

L’autista si chiama Aziz, ha una cinquantina d’anni e parla russo.
Chiacchiera volentieri, è nato e cresciuto a Taškent e vive nella parte vecchia, in uno dei pochi palazzi rimasti in piedi dopo il terremoto del 1966.
Il centro è pulito e ordinato, pieno di alberi, parchi e giardini.
Aiuole spartitraffico colorate di fiori gialli, viola e arancioni.
Ci sono anche diversi monumenti eretti in epoca sovietica, quando la capitale uzbeka era la quarta città per abitanti di tutta l’Urss.
C’è una luce che fa strizzare gli occhi, anche in auto. Fa caldissimo ma le anziane alla fermata del bus indossano il chador che le avvolge dalla testa ai piedi.
Stoffe colorate e fantasie floreali su sfondo azzurro, viola e arancio.
Le ragazze hanno il capo coperto da un velo più leggero, l’hijab, che mostra l’ovale del volto.
Qualcuna è vestita all’occidentale, un tubino giallo, una gonna ampia a fiori, i capelli scuri in libertà.
Le insegne dei negozi di mobili, elettrodomestici e computer sono prevalentemente in russo; in inglese i cartelloni pubblicitari di studi dentistici o di avvocati.
Le indicazioni stradali sono in uzbeko.

“Cosa pensa la gente della guerra in Ucraina?”
“Che domanda! Non piace a nessuno, è una tragedia.” ribatte brusco
“Sì certo, ma cosa dicono della Russia?”
“Se chiedi alla gente media non ti sa rispondere.
Primo, perché sono preoccupati dal costo della vita. Il pane, il te, lo zucchero. Tutto più caro. E poi non hanno abbastanza informazioni. Non sappiamo cosa succede.”
“E degli americani?
“Non dovevano allargarsi sotto i confini della Russia.”

Ho qualche problema con la connessione, le tacche sullo schermo del telefono vanno e vengono, non c’è campo, neanche in centro.
Ascolto la radio che trasmette una canzone locale con un campione preso da Time Of My Life, il brano di Dirty Dancing.
Poi il notiziario in russo, il governo ha rafforzato le relazioni diplomatiche con Antigua e Barbuda.

Le vie che attraversano il centro sono larghe, i palazzoni ai lati una sintesi di brutalismo sovietico e motivi decorativi locali, le facciate rivestite da mascheroni in pietra traforata che ornano le finestre e schermano dai raggi solari.
In alcuni condomini, i lati sono coperti da mosaici che riprendono stilemi arabi e anticipano di qualche decina d’anni le soluzioni di street art delle metropoli occidentali.


L’Uzexpocentre è un complesso di edifici che si trova a ridosso di un parco molto curato e attraversato da un fiume verde. All’ingresso bisogna passare un breve controllo, un tizio in divisa chiede gentilmente di aprire il bagagliaio. Prima di scaricarmi davanti all’entrata, il tassista chiede se può farmi una domanda.

“Tu sei uno che viaggia, che gira. Hai detto che sei stato in Ucraina. Ci sono davvero nazisti dappertutto?”
“Guarda non lo so. Dipende da dove vai. Io per lo più ho frequentato la parte centrale e orientale.
In questi anni ho incontrato decine di persone, centinaia forse. Penso di aver conosciuto un solo nazista. Non sono sicuro.”

La fiera del mobile è piccolina.
Accanto all’ingresso principale c’è lo stand del mio cliente. Ci lavora Ravšan, un ragazzo sulla trentina dalla carnagione olivastra e i capelli radi.
Mi aspetta sorridente, i denti bianchissimi e regolari. Segue il nostro assortimento, cura diversi fornitori, studia i prodotti, le caratteristiche tecniche.
Verifica quali sono le possibilità di vendita nel mercato uzbeko presso fabbriche e falegnami e poi si occupa di formare i venditori che devono presentare gli articoli ai clienti. Parla senza sosta, è pervaso da un’energia contagiosa.
“Salam aleikum.”
Mi saluta con la mano sul cuore e mi abbraccia.
Poche parole di convenevoli, poi ritorna dai clienti e mi affida a Dar’ja, la ragazza bionda che cura gli acquisti.
Ha un bel sorriso, con le fossette sulle guance, il capo scoperto. Mi accompagna a visitare l’esposizione, in tutto tre padiglioni di cui due abbastanza curati, gli stand sono ben allestiti.
Peccato per i mobili. Letti, armadi e pensili rivestiti di oro e argento, poltrone e divani foderati di tessuti damascati e luccicanti che vedi al tg quando mostrano le ville dei Casamonica.

“Lo stile classico va sempre forte?”
“Dipende. Qua in città i giovani preferiscono il design moderno, sobrio.
Ma in provincia va ancora il classico. Poi ci sono i matrimoni. La famiglia della sposa per tradizione si prende cura degli arredi. Quando vuole fare bella figura esagera con oro e cristalli e poi i ragazzi si separano per i mobili.”

Divorzierei anch’io se mi regalassero un letto da Scarface.
Il terzo padiglione è un bazar.
Un’accozzaglia di mobili, tappeti, stampe, vasi, libri, vestiti tipici, artigianato locale.
I venditori sono stravaccati sui divani, quelli che non dormono hanno il capo chino sullo schermo del telefono, lo sguardo stanco o annoiato.
Nei corridoi passeggiano visitatori e addetti ai lavori.
È un mix di espressioni, facce e vestiti. Occhi larghi e a mandorla, capelli biondi, castani e neri, carnagioni di tutte le tonalità.
Arabi, asiatici, russi, turchi e tutti gli incroci possibili. Per pranzo ci spostiamo in un ristorante poco distante dalla fiera, ci raggiunge Akron, il titolare dell’azienda con cui lavoro e un gruppo di fornitori russi.
Akron ha i tratti asiatici, una quarantina d’anni e guida un Suv Mercedes, una delle poche auto di tutto il parcheggio che non è una Chevrolet.
Prima di sederci a tavola ci mostrano l’area dove preparano il plov, un piatto tipico uzbeko a base di riso, carne di montone, carote gialle e spezie.
Più che una cucina sembra un’officina organizzata come una catena di montaggio.
Distribuiti in maniera ordinata nel capannone ci sono diversi calderoni in ghisa, ognuno grande come la mia sala da pranzo.
Sono adagiati su una struttura in pietra, all’interno brillano le braci.
A lato, un ragazzo con una calotta nera armeggia con un’asta in acciaio, mescola il riso che cuoce al centro, rispetto al resto del contenitore sembra poca roba e invece sfornano migliaia di porzioni al giorno, riforniscono anche altri locali della zona. Attorno ai calderoni sono sistemate delle postazioni di lavoro con donne che sminuzzano verdure, carne e spezie. Un ometto si affaccia regolarmente sui vari padelloni e lancia una manciata di ingredienti.

Ci sediamo a tavola, il caldo stemperato da un nebulizzatore che spara una nuvoletta di vapore acqueo a rinfrescare. Parlano tutti in russo. I clienti del posto, i fornitori kazaki e, ovviamente, quelli russi. Accanto a me un ragazzo palestrato di Mosca. Baffo curato, polo bianca, pantaloni giallo canarino e mocassini dello stesso colore. Si chiama Vladimir, ci siamo già incontrati una decina d’anni fa in Kazakistan.
Parliamo con gli altri del mercato, sono tutti soddisfatti, il settore del mobile sta vivendo una buona fase. Dopo il boom di ordini a marzo e aprile, mesi in cui la gente aveva paura di trovarsi con i risparmi ridotti a carta straccia a causa della svalutazione del rublo, adesso la situazione si è stabilizzata. Akron fa gli onori di casa, ordina insalata di pomodori e cipolle per tutti, oltre al plov.
Il cameriere porta anche del pane locale, simile a una focaccia con striature geometriche in superficie. Akron lo spezza con le mani e lo distribuisce tra i commensali.
Mi fa impressione.
Se le sarà lavate prima di sedersi a tavola?
Quante ne avrà strette in fiera? Dall’inizio della pandemia faccio attenzione ai contatti, i saluti, le alitate.
Poi con il tempo ti abitui, soprattutto se giri per questi posti. Qualche mese fa sarei rimasto sgomento, ora mangio e cerco di non pensarci.

Nessuno parla della guerra.
Anche qua come in Russia è “la situazione”, “prima”, “dopo”, “febbraio”
.

Vladimir, il mio vicino, dice cha ha dovuto cancellare le vacanze in Spagna.
La moglie teme la russofobia, alla tv russa ne parlano continuamente. La paura della paura. Lui lavora per un’azienda tedesca e ha vissuto diversi anni in Germania, poi quando i figli erano ancora piccoli è ritornato a Mosca. Il conto che aveva presso una banca di Hannover è stato congelato perché intestato a un cittadino russo.

Quando ci siamo conosciuti ad Almaty abbiamo avuto una discussione a tavola.
Vladimir sosteneva che in Europa propagandiamo l’omosessualità, questo uno dei motivi per cui aveva riportato la famiglia in Russia.
Chissà se si ricorda di quel litigio. Alla fine il cliente kazako, un bonaccione di origine russa, aveva stemperato gli animi mostrando un filmato dal cellulare, un nero che penetrava da dietro una biondina.
Tutti a sbaccanare per le proporzioni surreali, incredibile quanta roba riuscisse a far entrare nel bagagliaio la signorina.
A me faceva un po’ tristezza ma avevo riso anch’io.

Terminato il pranzo torniamo in fiera, in strada ci sono quaranta gradi, preferirei andare a letto.
Lo stand di Akron è curato, presenta una cucina e degli armadi grigio antracite, ante con profili in alluminio nero, l’interno scocca illuminato da striscette led fresate sul fianco.
Sono gli espositori che si presentano meglio, hanno preso spunto dalle ultime proposte dai Saloni di Milano. Al tavolo dei meeting ci raggiunge Ravšan che si prende una pausa dai clienti e pesca a piene mani dai vassoi di albicocche essiccate e mandorle. Parla con la bocca piena, è soddisfatto della giornata. Ci raggiunge Marina, una ragazza di etnia coreana che segue i nostri ordini assieme a Darja.
“Cosa dicono della guerra in Italia?” bofonchia Ravšan
“Dipende. Giornali e tv sostengono la versione americana ma c’è sempre qualcuno che presenta il punto di vista di Mosca. Ieri abbiamo festeggiato il compleanno di mia figlia.” continuo “C’erano una decina di adulti. Ognuno con un’opinione diversa ma nessuno pensava che Putin fosse l’unico colpevole. A parte una signora moldava di etnia rumena.”

Ravšan, Marina e Dar’ja muovono il capo in segno di assenso.
“E qua cosa pensate?”
Ravšan continua a masticare noccioline per qualche istante, le sue colleghe lo fissano, in attesa della risposta.
“Gli americani non dovevano provocare la Russia. Chiaro che dispiace per gli ucraini. Ci rimette sempre la gente normale.

Poco prima della chiusura della giornata, ci portano presso la sede centrale del nostro distributore.
Akron e Ravšan fanno gli onori di casa, conducono la piccola delegazione di fornitori in giro per lo show-room, luminoso e spazioso, i mobili e gli accessori presentati con attenzione.
Passiamo per gli uffici: spazi larghi, le scrivanie distanti e illuminate. In questi paesi di solito le stanze sono stipate di tavoli, sedie e impiegati. Una volta un cliente russo aveva visitato il nostro ufficio, dove eravamo in sei, e aveva commentato:
“Io qua ce ne farei stare almeno il doppio.”

Akron e Ravšan si muovono con disinvoltura, stringono le mani a tutti quelli che incontrano, fanno inchini, si portano il palmo sul cuore.
È un bell’ambiente di lavoro e ci tengono a trasmettere questa impressione.
Valorizzano struttura e organizzazione per stimolare i fornitori a concedere migliori condizioni di pagamento e maggiori investimenti nel marketing. Si stanno vendendo bene. Passiamo poi attraverso il magazzino, nello spiazzo di cemento adibito al carico, un gruppo di ragazzi gioca a pallavolo. Sono tutti magri, i volti scavati, gli occhi a mandorla e i capelli corti. Hanno teso una corda che usano come rete.
Si divertono, i sorrisi sbeccati. Prendono in giro uno che ha sbagliato la battuta e ha fatto schizzare la palla contro una finestra.
Indossano ciabatte e sandali di plastica, qualcuno gioca a piedi nudi, come si accorgono di noi un paio si rimette la maglietta, le risate si atrofizzano.
Al termine della presentazione dell’azienda ci accomodiamo in una sala riunioni. Oltre a Ravšan e Akron, ci sono due ragazze di origine slava e un paio di venditori. Akron serve il te, riempie appena il fondo di una manciata di tazze senza manico. Ravšan nota il mio sguardo perplesso.
“In Uzbekistan se c’è un ospite di riguardo, il padrone di casa versa il te un po’ alla volta perché non si raffreddi. Se lo versa tutto subito è un segno di maleducazione.”
“Perché?”
“Ti fa capire che non ha voglia di prendersi cura di te.”
Da noi se non vuoi visite lo dici.
Se hai poco tempo da dedicare a un amico o a un parente, parli chiaro. Più ti sposti verso oriente, più la comunicazione è inquadrata in un contesto elevato, dove gesti e ritualità sostituiscono le parole.
“Altre usanze?” chiedo incuriosito
“Uh…tantissime. Per esempio, a tavola il padrone di casa spezza il pane per tutti. È un gesto di rispetto, mette gli ospiti a proprio agio.”
Collego il mio computer ad uno schermo da sessanta pollici. Prima di incominciare con la presentazione, chiedo se parlano tutti russo. Si guardano stupiti, come fosse la prima volta che ci pensano davvero. Nessuno di loro parla uzbeko. Ravšan dice di averlo imparato un paio di anni fa.

“In provincia è difficile lavorare. I ragazzi tra i venti e i trent’anni non sanno il russo. Ho dovuto studiarlo sennò non c’era modo di capirsi.

Artem, il tecnico mingherlino con gli occhi a mandorla e i capelli neri a spazzola, è di etnia coreana, parla la sua lingua di origine e il russo. Ai tempi dell’Unione Sovietica in Uzbekistan c’era una grossa comunità di coreani.
Dopo l’invasione della Cina da parte del Giappone nel 1937, Stalin fece deportare centinaia di migliaia di russi-coreani che abitavano nelle regioni dell’estremo oriente in Kazakistan e in Asia centrale.
Dopo il crollo dell’Urss molti sono emigrati ma c’è ancora una forte presenza.
Il tassista che mi riporta in albergo non conosce il russo, ha una ventina d’anni e si orienta con difficoltà nel traffico di Taškent. Anche la signorina del navigatore sembra infastidita.

Fine Seconda Parte

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