martedì, aprile 05, 2016

San Gerolamo, dottore della Chiesa occidentale



Gli interventi di ANDREA FORNASARI a base di storia e filosofia arricchiscono sempre il Nostro blog.
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I dottori della Chiesa occidentale sono quattro: Sant'Ambrogio, San Gerolamo, Sant'Agostino e il papa Gregorio Magno. I primi tre furono contemporanei, mentre il quarto appartiene ad un'età successiva.
Gerolamo è soprattutto degno di nota per essere il traduttore cui si deve la Vulgata, ad oggi la versione cattolica della Bibbia.
Fino ai suoi tempi la Chiesa occidentale basava la propria conoscenza del Vecchio Testamento sulle traduzioni del testo dei Settanta: un Vecchio Testamento, quindi, che differiva parecchio dall'originale ebraico. I cristiani erano indotti a sostenere l'idea di una falsificazione da parte degli ebrei, là dove sembrava che l'opera preannunziasse il Messia. Opinione che un'approfondita critica respinse risolutamente. Gerolamo fu tra i sostenitori di tale critica, e anzi accettò segretamente l'aiuto di alcuni rabbini. A causa di questa forma filoebraica, al principio l'accoglienza non fu unanime, ma alla fine s'impose anche grazie all'appoggio di Agostino, il quale la sostenne senza riserve.

Gerolamo nacque nel 345 d.C. dalle parti di Aquileia, in un villaggio che fu distrutto dai Goti. Di famiglia benestante, ma non ricca, egli si recò a Roma nel 363 per gli studi di retorica. Là, a quanto pare, condusse una vita peccaminosa. Viaggiò molto in Gallia, si stabilì ad Aquileia e divenne un asceta. Trascorse cinque anni nel deserto siriaco, come un eremita.
"La sua vita nel deserto fu di rigorosa penitenza, di lagrime e di gemiti alternati con estasi spirituali, e con le tentazioni dei frequenti ricordi della vita romana; viveva in una cella o in una caverna; si guadagnava il pane quotidiano ed era vestito con un sacco" (Antologia dei padri niceni e post-niceni).
Dopo questo periodo di romitaggio si recò a Costantinopoli e poi a Roma per tre anni, dove divenne amico e consigliere di papa Damaso, col cui incoraggiamento intraprese la traduzione della Bibbia. San Gerolamo sostenne molte dispute. Discusse con Sant'Agostino a proposito del comportamento alquanto ambiguo tenuto da San Pietro; ruppe i rapporti con il suo amico Rufino a causa di Origene; fu un violento oppositore di Pelagio, al punto che il suo monastero venne attaccato da fans pelagiani.

Dopo la morte di papa Damaso pare che abbia disputato anche con il nuovo papa. A Roma conobbe diverse donne aristocratiche e pie, alcune delle quali egli persuase alla vita ascetica. L'ostilità del nuovo papa l'indusse a cambiare aria, scegliendo Betlemme, dove rimase fino alla morte (420).
Tra le famose matrone romane da lui convertite, due sono degne di menzione: la vedova Paola e sua figlia Eustochio. Entrambe le dame lo accompagnarono fino a Betlemme. Appartenevano alla più alta nobiltà e l'atteggiamento di Gerolamo nei loro confronti non è immune da una sorta di snobismo, comunque fu loro amico. Curiose alcune sue lettere a Eustochio.
Le fornisce dei consigli molto dettagliati e franchi sul modo di conservare la verginità; spiega l'esatto significato anatomico di certi eufemismi del Vecchio Testamento e, con un misticismo che potremmo definire erotico, esalta le gioie della vita conventuale.
In una lunga lettera che invia a Paola, la madre di Eustochio (al tempo in cui ella prese i voti), il messaggio è notevole: "Siete adirata con lei perché ha scelto d'essere moglie di un re (Cristo) e non di un soldato? Ella vi ha conferito un alto privilegio: ora siete la suocera di Dio".
Nello scambio epistolare con Eustochio, Gerolamo racconta le sue pene: non riusciva a sopportare l'idea di staccarsi dalla sua biblioteca, per cui la portò con sé nel deserto. "E così, miserabile che ero, mi preoccupavo soltanto di poter leggere ancora Cicerone".
Dopo giorni e notti di rimorsi, sarebbe caduto di nuovo in tentazione leggendo Plauto.
Al termine di simili indulgenze, lo stile dei profeti gli appariva "rozzo e repulsivo". Infine, in un giorno di febbre, sognò un colloquio col Cristo nel giorno del Giudizio, il quale lo inchiodava alle proprie responsabilità: cosa sceglieva, Cicerone o Cristo? Alla bugìa di Gerolamo, il Cristo lo fece flagellare.
Da quel momento per alcuni anni le sue lettere contengono ben poche citazioni classiche.
Ma, dopo un certo periodo, egli si rivolge ancora ai versi di Virgilio, di Orazio, e perfino di Ovidio. Pare che li sapesse a memoria.

Le lettere di San Gerolamo esprimono molto bene i sentimenti indotti dalla caduta dell'Impero romano. Nel 396 scrive: "Tremo, quando penso alle catastrofi del nostro tempo. Per vent'anni e più il sangue dei Romani è stato sparso quotidianamente. Il mondo romano sta crollando: tuttavia non chiniamo il capo".
Prosegue narrando le violenze degli Unni nell'Est e termina con la riflessione: "Per trattare questi temi come meriterebbero, Tucidide e Sallustio non varrebbero più di due muti".

Diciassette anni più tardi, tre anni dopo il sacco di Roma: "Il mondo precipita nella rovina.
Sì! Ma, vergogna a dirsi, i nostri peccati si diffondono sempre più. Viviamo, ma può accaderci di morire domani; tuttavia costruiamo come se dovessimo vivere per sempre in questo mondo. Cristo muore davanti alle nostre porte, nudo ed affamato".
Questo brano appare incidentalmente in una lettera che ha per tema le regole da adottare per la conservazione della verginità delle ragazze: un amico gli chiedeva consiglio per la figlia.
Ed è strano come, nonostante tutta la sua profonda stima ed emozione per il mondo antico, Gerolamo reputi la verginità più importante della vittoria sugli Unni, sui Vandali e sui Goti.
Neppure una volta parla di misure pratiche da adottare per il governo, mai mette in luce i guai del sistema fiscale e tributario di allora, o quelli di un esercito composto in prevalenza da barbari. La stessa cosa vale per Ambrogio e Agostino.
Ambrogio era un politico, ma solo al servizio della Chiesa.
Tutte le menti più brillanti e vigorose dell'epoca erano lontanissime da interessi secolari. D'altro canto, se la rovina era inevitabile, la concezione cristiana era mirabilmente adatta a fornire agli uomini la forza, e a permettere loro di conservare le speranze religiose, dato che quelle terrene sembravano vane.
Forse l'aver espresso questo concetto nella "Città di Dio" fu il massimo merito di Sant'Agostino.

5 commenti:

  1. Avranno anche letto sti santi qua, ma non riesco a togliermi dalla testa che fossero tutti una manica di gran ciarlatani

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  2. 'Ed è strano come, nonostante tutta la sua profonda stima ed emozione per il mondo antico, Gerolamo reputi la verginità più importante della vittoria sugli Unni, sui Vandali e sui Goti.
    Neppure una volta parla di misure pratiche da adottare per il governo, mai mette in luce i guai del sistema fiscale e tributario di allora, o quelli di un esercito composto in prevalenza da barbari. La stessa cosa vale per Ambrogio e Agostino.
    Ambrogio era un politico, ma solo al servizio della Chiesa.
    Tutte le menti più brillanti e vigorose dell'epoca erano lontanissime da interessi secolari. D'altro canto, se la rovina era inevitabile, la concezione cristiana era mirabilmente adatta a fornire agli uomini la forza, e a permettere loro di conservare le speranze religiose, dato che quelle terrene sembravano vane'

    Nulla mi pare cambiato nella mentalità italica milleseicento anni dopo, parlano, parlano, parlano....e non fanno mai un cazzo

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  3. Forse la differenza è che non hanno così a cuore la verginità. :)

    AndBot

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  4. Ottimo articolo.
    Continua così.

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