Riprendo oggi qui l'articolo che ho pubblicato lo scorso sabato nelle pagine de "Il Manifesto", dedicato al batterista di Siouxsie and the Banshees, Budgie.
Il ruolo di un musicista “comprimario” in un gruppo musicale non è sempre di facile gestione.
C’è chi lo ha sempre accettato di buon grado (da Ringo Starr a Charlie Watts, che, anzi, ha sempre fatto di tutto per restarsene in disparte), chi lo ha rifiutato a tal punto da fare sciogliere la band più famosa di sempre (tra le tante motivazioni, lo scioglimento dei Beatles ebbe nel George Harrison stanco di essere “ombra” di Paul e John, una delle micce dell’esplosione finale), chi, come Keith Moon, non esitava qualunque mossa pur di prendersi la scena. Figuriamoci quando il marchio di fabbrica non lascia adito a dubbi.
E’ il caso di Siouxsie and the Banshees, una favolosa carriera che ha sempre ruotato intorno a una delle figure più iconiche e influenti della musica inglese degli anni Ottanta e non solo.
Il loro batterista Budgie è stata, paradossalmente, una figura tanto “comprimaria”, quanto di primissimo piano nella vicenda.
Nella sua recente e drammatica autobiografia (tra la traumatica perdita della madre in giovane età, problemi di identità irrisolti e tanto altro), “The Absence”, (solo in inglese per l’editore White Rabbit) descrive la sua storia (molto amara) nella band.
A cui si unisce nel 1979 dopo aver militato nelle Slits, seminale band con cui incise la pietra miliare della new wave “Cut” e i Big In Japan, nome minore e spesso dimenticato, in cui troviamo alcune figure diventate poi celebri con successive esperienze, da Bill Drummond nei KLF, a Holly Johnson, voce dei Frankie Goes To Hollywood, Ian Broudie, nei Lightning Seeds e produttore di Echo & The Bunnymen, Wall of Voodoo, Alison Moyet tra gli altri.
Siouxsie non è mai stato un personaggio particolarmente malleabile e disponibile.
Dal libro ne esce malissimo, dispotica, imprevedibile, glaciale, indisponente, alcolizzata. Anche per questo nei Banshees si sono avvicendati più di una dozzina di musicisti (perfino Sid Vicious, futuro Sex Pistols, improvvisatosi batterista nel loro primo concerto al 100 Club Punk Festival il 20 settembre 1976, con il bassista Steve Severin, al fedele fianco di Siouxsie per tutta la durata della band e il chitarrista Marco Pirroni, prime mover della scena punk poi con Adam and the Ants nel fortunato periodo del look (e sonorità) “piratesco” e, successivamente, Robert Smith dei Cure.
La band, contrariamente alla smania di incidere immediatamente per sfruttare l’esplosione del punk, attende due anni per pubblicare il primo album.
“The Scream” esce alla fine del 1978 e diventa un immediato punto di riferimento sonoro. Musica aspra e dissonante che va già oltre il concetto di punk rock e definisce una sorta di nuovo genere (si chiami post punk o gothic rock).
La voce di Siouxsie sa essere tanto rabbiosa quanto ammaliante e misteriosa, sinuosa o minacciosa. Il suo look, dark e decadente ma allo stesso tempo aggressivo, con i capelli neri corvino sparati in alto, diventa un riferimento imprescindibile per migliaia di ragazze punk (come era facile vedere ai suoi concerti, pieni di sue cloni).
Dal vivo la band è potentissima, dura ma allo stesso tempo fresca e innovativa.
L’arrivo di Budgie in occasione del terzo album “Kaleidoscope”, pubblicato nell’agosto del 1980, crea un’ulteriore evoluzione del sound della band.
Il batterista introduce elementi percussivi quasi tribali, uno stile personalissimo che contribuisce a fare decollare definitivamente la band a livello di originalità e popolarità, grazie anche a due riusciti singoli come “Happy House” e “Christine”. Siouxsie and the Banshees approdano spesso anche in Italia e dimostrano la classe che li contraddistingue. Personalmente ho il piacere di vederli anche alla Royal Albert Hall nel 1985, di fronte a una folla in adorazione, con Siouxsie costretta a cantare seduta a causa di una gamba rotta, con una band che sfiora la perfezione per energia e creatività mentre il fascino della cantante supera ogni immaginazione.
Il “comprimario” Budgie diventa protagonista, il suo apporto è decisivo per la crescita della band.
Lo scopriamo un anno dopo con la sorprendente avventura dei The Creatures.
Solo lui e Siouxsie, batteria, percussioni e voce, in un ep dalle caratteristiche uniche “Wild Thing”.
La copertina li vede avvinghiati sotto un getto d’acqua, semi nudi, ma la loro relazione, iniziata da qualche tempo, rimane segreta, pur se palese. Quando sono in tour con i Banshees, per vedersi trovano espedienti da adolescenti (forse per non ferire la precedente relazione della cantante con Steve Severin).
Inizia un rapporto strano e bizzarro che diventerà sempre più malato ed estremo, con la complicità dell’alcol e l’arrivo dell’uso massiccio di cocaina. Gli effetti artistici sono comunque di alta qualità.
I Creatures aprono nuovi orizzonti creativi, in cui tribalismo, spontaneità e urgenza (figli del punk), capacità di scrivere musica con il minimo e l’essenziale, porteranno inaspettatamente la band nelle classifiche, rivaleggiando quasi inconsapevolmente con la carriera della band madre.
Il duo proseguirà una carriera sempre ad alti livelli fino al 2003, con quattro album, collaborando anche con l’ex Velvet Underground John Cale.
Budgie diventa progressivamente il “leader”, occupandosi dell’organizzazione, della composizione, della gestione della band, introducendola nel mondo di internet agli albori, creando un’etichetta digitale.
Abbandona tra mille difficoltà la dipendenza da droghe e alcol.
Nel 1991 sposa Siouxsie, iniziando un rapporto dalle tinte spesso ingestibili, soprattutto quando la sua totale sobrietà confligge con le consuete abitudini mantenute dalla cantante. Il rapporto, già difficoltoso, si rompe progressivamente e si conclude con un doloroso e “sanguinoso” divorzio nel 2007.
La prosecuzione dell’attività musicale, che forzatamente li unisce ancora, tra amore spezzato e successo rende la loro vita un inferno.
Eravamo sufficientemente famosi per trasformare le nostre esistenze in un monotono succedersi di tour, registrazioni, di nuovo tour. E quando diventi famoso tu vedi solamente te stesso, chiunque altro scompare. Se il matrimonio è l’unione di due anime, allora io e Siouxsie eravamo due anime intrappolate nei Banshees e nei Creatures, senza nessun senso di indipendenza dalle nostre vite professionali.
Il libro (ricordiamoci che è la sola voce di uno dei due, a cui la cantante non ha replicato) è progressivamente sempre più acre, sottolinea un aspetto comune a molte band di successo ovvero la mancanza di percezione che il mondo (musicale e non) intorno a loro cambia e a un certo punto i Banshees si trovano senza contratto e interesse discografico mentre intorno a loro esplodono la scena di Madchester e il Britpop a cui guardano increduli.
La fine è disastrosa, i due si lasciano violentemente, Budgie continua una carriera di importanti, per quanto saltuarie, collaborazioni.
Siouxsie nel 2007 incide un buon album solista, “Mantaray”, (nel 2008 ebbi l’opportunità di aprire, con Lilith and the Sinnersaints, un suo concerto al Festival Metarock di Pisa e trovai un’artista ancora in gran forma, riservata ma sorridente e affabile nei camerini), poi scompare per lungo tempo, con qualche fugace apparizione concertistica e discografica.
Torna in tour nel 2023, passa anche al Teatro Arcimboldi di Milano e conferma che se non hai i “comprimari” giusti, quanto sia difficile, se non impossibile, riprodurre il sound e la magia originali.
Non c’è ovviamente nessuno dei vecchi Banshees, i musicisti sono turnisti, la voce non è più la stessa, l’atmosfera un po’ triste, l’impressione, con tutto il rispetto e l’amore per i suoi classici, è che sia stata un’avventura finalizzata alla raccolta di un po’ di fondi per il conto bancario.
Da allora è tornata nel silenzio assoluto.




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