venerdì, agosto 21, 2026

L'uomo Keith Moon

Riprendo l'articolo che ho pubblicato per "Alias" de "Il Manifesto" sabato 8 agosto ( https://ilmanifesto.it/linconsapevole-follia-di-keith-moon), dedicato all'uomo KEITH MOON.

A fine agosto Keith Moon avrebbe compiuto ottanta anni.
Un traguardo molto improbabile, considerato che ci ha lasciati nel 1978 a soli trentadue, distrutto, in brevissimo tempo, da una vita dissipata tra quantità inenarrabili di alcol e sostanze.
Gli stessi colleghi e compagni negli Who e il suo entourage era già consapevole, all'epoca, che la sua carriera era destinata a finire velocemente.
Le registrazioni dell'ultimo album della band, che lo vide protagonista, Who Are You, erano state quanto mai problematiche. Keith riusciva a suonare per tempi molto limitati, prima di crollare fisicamente e psicologicamente
. L'ultima esibizione, organizzata agli Shepperton Studios il 25 maggio del 1978, per le riprese del film autobiografico The Kids Are Alright, lo mostrano affaticato, appesantito, impreciso, prematuramente invecchiato, l'ombra del folletto che era stato il cardine del sound degli Who, fino a poco tempo prima.

Keith Moon era un ragazzo malato, probabilmente bipolare con qualche ulteriore patologia neurologica (ADHD), mai curata, caratterizzata da una eccessiva attività motoria, irrequietezza, difficoltà a rimanere seduti, parlando in continuazione, volendo essere sempre al centro dell'attenzione. A cui la smisurata passione per alcol e sostanze ha dato il colpo di grazia.

Poteva essere salvato?
Abbastanza improbabile.

I tentativi sono stati numerosi, anche da parte sua, ma alla fine non aveva nessuna intenzione di smettere la sua folle corsa autodistruttiva, soprattutto non si rendeva conto della portata delle sue azioni: ingerire manciate di pillole eccitanti o calmanti, condite da bottiglie di superalcolici avrebbe ucciso chiunque.
Rimanere sveglio per giorni e giorni, mangiando quando capitava, ingerendo ogni tipo di sostanza, era sinonimo di una totale mancanza di auto controllo.
Difficilmente avrebbe potuto continuare a suonare, come era ampiamente chiaro negli ultimi anni
. Come disse la moglie Kim, non era schizofrenico ovvero con due personalità ma era e diventava "molte e molte persone differenti", che lo portava in pochissimo tempo da modi gentili e affabili a un'incontrollabile aggressività e a violenti attacchi depressivi fino a ingestibili psicosi.

Ho provato di tutto. Ho provato a dargli dei soldi, ho provato a farlo morire di fame. Ho provato a mandarlo in riabilitazione. Ho provato a mandarlo da un guru eccentrico, da dottori voodoo. Ero ossessionato dal tentativo di mantenere in vita Keith.
Era abbastanza chiaro che stava scivolando verso il basso e c'era ben poco che potevo fare. Aveva una personalità molto complicata.
(Pete Townshend).

Il suo amico più stretto, il bassista John Entwistle, gli dedicò anche un brano, piuttosto esplicito, Dr. Jeckill and Mr.Hide, inciso dalla band nel 1968 su 45 giri, in cui canta Il ragazzo adorabile che ti offrirà da bere / Poi, quando avrà bevuto il suo, si trasformerà in un batter d'occhio in Mister Hide. Lo stesso John spiegò, riferendosi a Moon e al brano: Ora potrete capire quale sia stata la mia fonte di ispirazione. E' la prima volta che lo vedete, noi lo vediamo tutti i giorni.

La sua fama, perfetta epitome del concetto di rockstar anni Settanta “sesso, droga e rock 'n' roll” (che ha lasciato una lunga scia di morti premature), di distruttore di camere d'albergo, strumentazione, bar, auto ha, paradossalmente, offuscato il talento unico e inimitabile del musicista. Il “Moon The Loon” (gioco di parole sulla sua follia) ha preso il sopravvento sul batterista Keith Moon.

La sua vita è affollata di folli vicende, spesso gonfiate ad arte, sia da giornalisti alla ricerca della storia ad effetto, sia da narrazioni esagerate, soprattutto, paradossalmente, dallo stesso Moon che si è spesso autodefinito un inguaribile bugiardo che ha ricamato volentieri sulle sue stesse “imprese”, pur di mantenere alta la sua fama di matto.
Ne hanno fatto le spese la prima moglie, la figlia Mandy, la band, tutta la cerchia di amici (talvolta semplici approfittatori della sua fama e dei suoi soldi), soprattutto lui stesso, incapace di gestirsi, di curarsi, di rientrare nella realtà, in un quotidiano che non fosse il backstage, il palco, l'hotel da distruggere, diventando, negli ultimi tempi, la triste macchietta che sghignazza dei disastri combinati davanti a una platea compiacente. Ha devastato un ingente patrimonio (pare che i danni lasciati in giro per il mondo assommassero a mezzo milione di euro!).

Musicista eccellente, innovativo, personale e distintivo.

Una tecnica e un'espressività originalissime, quasi inconsapevoli, nella spontaneità con cui suonava. Uno stile che si è sviluppato e ha trovato spazio esclusivamente perché ebbe al suo fianco tre musicisti altrettanto personalissimi che gli concessero di potersi esprimere nel modo più creativo e originale possibile.
Non a caso lo troviamo molto raramente a fianco di altri musicisti che non fossero Roger Daltrey, Pete Townshend e John Entwistle.
Moon sedeva dietro alla batteria quasi esclusivamente quando gli Who erano in studio di registrazione o su un palco.

Non si esercitava mai, era indifferente alle collaborazioni con altri.

Le poche registrazioni al di fuori degli Who ci mostrano un batterista quasi anonimo, rispetto al funambolo con la band madre. Pete Townshend ne diede la definizione migliore: Sono rimasto stupito di come la musica degli Who conduce a una performance orchestrale.

Lo stile di batteria di Keith Moon era quasi orchestrale, molto più decorativo e celebrativo piuttosto che ritmico. Lo possiamo notare già agli esordi, pur in un contesto ancora beat e rhythm and blues, per poi sublimarsi nell'epoca d'oro degli Who, da Tommy a Who's Next a Quadrophenia. E' proprio con l'opera rock per antonomasia, Tommy, del 1969, che Moon assurge a un ruolo non ancora presente nelle rock band.
Porta, inconsapevolmente, a termine un percorso di progressiva crescita tecnica ed espressiva già evidente nei brani più recenti.

Diventa un protagonista di primo piano del sound degli Who (arrivati a questo punto a un livello tecnico spaventoso da parte di ogni singolo elemento) e inventa una modalità, che si rivelerà inimitabile, di suonare la batteria nella musica rock. E' proprio la sua ingenua spontaneità tecnica a rendere questo aspetto “inconsapevole”.

Suona in libertà ciò che “sente” intorno a sé e lo esprime nella sua inconscia modalità.
Saprà mantenersi a questi livelli fino a Who By Numbers del 1975, per poi declinare velocemente e, tre anni dopo, soccombere alla vita dissipata.
Incominciò a perdere colpi, svenendo sul palco o arrivando ai concerti reduce da varie serie di nottate insonni, dovendosi “ricaricare” velocemente per poter reggere il peso di un set complicato e faticoso come quello degli Who.

Un altro aspetto inspiegabile è come spesso salisse sul palco con quantità industriali di alcol e sostanze varie in corpo ma durante l'esibizione rimanesse lucido e perfettamente in sintonia con la band, senza errori o sbandamenti. La fine è vicina e sarà drammatica e paradossale, a causa di un'overdose di pastiglie utilizzate per non bere più.

Come ha scritto Tony Fletcher nella sua biografia “Dear Boy: the life of Keith Moon”: Keith Moon ha trascorso la sua vita spingendosi oltre i limiti alla ricerca di qualcosa di più di ciò che semplicemente non c'era. Keith era troppo giovane, troppo immaturo, troppo stordito dalle luci brillanti della fama e della fortuna e per vedere qualcosa di tutto ciò in quel momento.

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