lunedì, maggio 25, 2026

Intervista a Francesco Bianconi

Il nostro collaboratore MICHELE SAVINI ha intervistato in quel di Dublino, FRANCESCO BIANCONI dei BAUSTELLE.
Una chiacchierata informale su tematiche lontane dalle consuete affrontate dal musicista.


Da Montepulciano a Milano, passando per Siena, e ora Dublino… non proprio il posto dove ci si aspetterebbe di incontrare Francesco Bianconi. Che cosa ci fai qui in Irlanda? 
“L’amor che move il sole e l’altre stelle”… Mia moglie si è trasferita a Dublino per lavoro, e io, non potendo trasferirmi con lei completamente, faccio la spola da Milano all’Irlanda.

C’è qualcosa nell’atmosfera irlandese che ti ha colpito o affascinato?
Non ero mai stato prima d’ora né a Dublino né in nessun altro luogo d’Irlanda.
Sono rimasto affascinato da molte cose; mi limito a Dublino, perché per adesso non mi sono mosso dalla città, e cercherò di evitare i luoghi comuni da turista.
Uno stereotipo però mi tocca (nel bene) confermarlo: incontro di continuo gente che mi appare semplice, sincera, senza sovrastrutture o impostazione da performance.
Tutti hanno voglia di parlare, ed è vero che hanno voglia, non mi sembra che lo facciano per cortesia o formalità. Quando ero più giovane questa “ostentata fratellanza” mi avrebbe fatto paura, perché io son sempre stato un timido, un riservato, ma con la vecchiaia comincio invece ad apprezzare; con la vecchiaia, e aggiungo con il sempre maggiore indirizzarsi dei comportamenti degli esseri umani d’Occidente o verso forme di isolazionismo o verso simulacri di socialità.
Un’altra cosa che adoro di Dublino è la luce: le cose sembrano avere una maggiore profondità, e tutto sembra più dipinto e più colorato che in Italia, anche durante le giornate senza sole. C’è un maggiore dinamismo cromatico, almeno ai miei occhi.

La musica nei locali può raccontare molto di un paese.
La scena musicale qui a Dublino ha una vitalità e un radicamento che molti descrivono come unici. Ti è capitato di esplorarla? 
E che impressione ti ha fatto?

Sto cominciando ad esplorarla, sono ancora un novellino in questo senso. Sono stato al Cobblestone (NDR: storico pub di Dublino celebre per le session di musica tradizionale irlandese). Ma in generale mi sembra che tutti qua crescano con l’idea che la musica non soltanto sia una cosa importante ma necessaria. Necessaria proprio per la vita biologica sul pianeta. Questa è la mia impressione.
Il primo giorno che ho camminato per Grafton Street, per fare un esempio banale, c’era un busker per strada. Avrà avuto quindici anni, chitarra e voce.
Aveva il viso di un attore degli anni ’50 e una voce che sembrava già mixata e masterizzata. Scura, baritonale, vissuta. Cantava “Rainy Night in Soho” dei Pogues e mi sono dovuto fermare a tirar fuori i fazzoletti di carta perché mi ha fatto scoppiare in lacrime dall’emozione.

Negli ultimi anni la scena musicale irlandese ha avuto una forte visibilità anche fuori dal paese, con nomi come Fontaines D.C. e Kneecap che sono arrivati a farsi conoscere anche a livello internazionale: ti è capitato di ascoltarli?
C’è qualcuno che ti ha colpito particolarmente?

Credo che sia in generale un buon momento per l’Irlanda, dal punto di vista economico, e di conseguenza per le arti in generale.
Hanno gli scrittori e le band più in voga nel mondo, in questo momento.
Poi, dal mio personale punto di vista, ti confesso che non sono un fan esagerato né di Sally Rooney né dei Fointaines DC. Mi piacciono invece i Lankum, e parecchio.
Anche John Francis Flynn, fighissimo. E un giovane cantautore poco conosciuto ancora ma secondo me pazzesco che si chiama Dylan Harcourt.
C’è in giro una scena folk, e “dark folk”, molto estrema e senza compromessi commerciali. Mi intriga molto.

Nella tua formazione personale e musicale, hai mai avuto un contatto diretto o un’identificazione con sottoculture specifiche, come mod, punk, skinhead o altre, oppure ti sei sempre sentito più osservatore che parte integrante?
Avrei voluto essere mod, e avrei voluto essere punk.
Ma a Montepulciano non era facile, quando ero ragazzo. Li sognavo, i punk, i mods, e la loro musica e il loro immaginario, che trovavo eccitante e ribelle. Ma chi era “contro” ai miei tempi e in quel pezzettino di provincia, era al limite un metallaro. E sinceramente, quel tipo di sottocultura non mi ha mai interessato.
Mi è sempre parso caricaturale.
Io cercavo bellezza, stile, e tutto ciò che rimandasse agli anni Sessanta.
Per dire, ero selettivo in questo anche negli ascolti punk: adoravo - e tutt’ora adoro - i Ramones, scartavo i Sex Pistols.
Tutto ciò che nel presente o nel passato che non avevo fatto in tempo a vivere spaccava l’estetica degli anni Ottanta in cui mi trovavo ad agire in quanto ragazzino (musica dance orribile, paninari, Duran Duran, canzonette da tagadà), era per me salvezza.
Tutto ciò che avesse chitarre e non tastieracce digitali, chiunque avesse frangia-cinismo e rabbia, per me era ok.

Secondo te oggi esiste ancora lo spirito delle sottoculture, quell’idea di appartenere davvero a qualcosa di preciso, o si è perso? Purtroppo si è perso.
Oggi per i ragazzi il valore fondamentale è essere uguali al mondo e non contro. Magari cambierà, non so dirlo, posso solo sperarlo. Quello che vedo in Italia, ad esempio, è uno scenario da film dell’orrore: ragazzi (di sesso maschile, in particolare modo) il cui canone estetico è improntato alla mimesi, se non addirittura alla sparizione, rispetto alla superficie del mondo.
Il loro look è così apologetico dell’essere in adesione al mondo da renderli invisibili.
Ciò che nella loro idea di bello è originalità, come ad esempio il portare addosso certi marchi di case di moda ma “tarocchi”, per sembrare poveri, o finti poveri, è la prova schiacciante del loro desiderio di essere come tutti. Anzi, forse non è neppure un desiderio, è, ahimè, un movimento naturale. Un automatico tendere alla disintegrazione. Vuoto che va per osmosi a fluire nel vuoto.

Dopo 25 anni di carriera, cosa ti spinge ancora a scrivere? E come è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto agli inizi, quando tutto era nuovo e sperimentale?
Dal mio punto di vista, non è cambiato niente.
Ho lo stesso approccio sperimentale alla scrittura di quando ho cominciato. Se non fosse ancora sperimentale so già che mi annoierei a morte e cambierei mestiere. La differenza rispetto agli inizi è che adesso ho maggiore controllo e coscienza dei miei mezzi espressivi. Delle mie qualità e dei miei limiti.

Nel tempo, le canzoni dei Baustelle hanno costruito un mondo riconoscibile: quando scrivi ci pensi mai a questo “mondo” o succede e basta?
Diciamo che quando scrivo non penso mai di dover ubbidire a un canone di scrittura “baustelliano” o “bianconiano”. Fortunatamente, il mio metodo di lavoro e la mia sensibilità mi portano poi a scrivere cose che hanno caratteristiche riconoscibili e associabili soltanto a me. È una cosa meravigliosa.
Anzi, la più bella, se lavori dentro i mestieri cosiddetti creativi: avere uno stile.

Nelle ultime settimane è scoppiata una piccola controversia musicale: Moby ha definito il testo di Lola, il classico del 1970 dei The Kinks, «transfobico» e «arretrato», suscitando dure reazioni da parte dei fan e dello stesso Dave Davies che difendono il brano e il suo valore storico.
Tu cosa ne pensi di questa polemica? 
La lettura di Moby di Lola riflette secondo te un’attenzione legittima ai temi di oggi, o rischia di essere un eccesso di sensibilità moderna?

Mah, mi sembra la classica esternazione da mondo “social” di oggi.
Io sono di parte, adoro i Kinks, adoro la canzone, che considero un esempio di come si possa lavorare sulla forma canzone in maniera intelligente, mantenendo come in questo caso la potenza pop e facendo contemporaneamente ricerca sulla parte testuale, proponendo modi alternativi di raccontare una storia, accogliendo tematiche spesso scomode o inusuali. Io ho sempre preso il testo di Lola come il racconto di un episodio di iniziazione sessuale capitato a un protagonista alle prime armi.
Non l’ho mai trovata transfobica. Un quadretto tenero e ironico. Quando il valore artistico di qualcosa è alto, e quando - insieme a componenti potenzialmente “immorali”- agiscono su altri registri elementi di rottura dei codici come in questo caso, allora ogni presunta “percentuale di immoralità" passa in secondo piano.
Ti potrei fare milioni di esempi. L’autore innanzitutto non coincide mai con il narratore. Il narratore è il primo personaggio di ogni racconto, anche quando non si mette in scena. In una canzone dei Baustelle canto in prima persona di uno che ha sgozzato la compagna. Questo non fa di me un assassino e non incita necessariamente alla violenza. C’è un pezzo dei Timber Timbre che recita testualmente in prima persona “I am coming to Paris to kill you / I am coming to take your life”. E allora? Il povero Taylor Kirk, morto di recente, non era certo un assassino.
Cantava semplicemente in prima persona una storia, una storia possibile.
E “American Psycho”? Non è ancora stato provato che Brett Easton Ellis sia un pluriomicida; lo è, sulla carta, Patrick Bateman. Il fatto è che viviamo in un mondo di ignoranti.
Non siamo più capaci di decodificare i linguaggi artistici, che sono codici complessi. Quindi, sguazzando nell’ignoranza, siccome ci si annoia, si ricorre a giochini masturbatori, tipo i dissing, le polemiche, le esternazioni “acchiappaclick”.
Per mantenere il nostro presunto successo, o per cercare di riacciuffare quello perduto. Più cosmicamente, per illuderci di essere ancora qualcuno e non voler vedere di essere coincidenti col nulla.

C’è una canzone, tua o di altri, che secondo te oggi suona più attuale o significativa di quando è uscita?
Oh, sì, ce ne sono tante. Il potere delle belle canzoni è anche questo. Le canzoni vere resistono all’usura, si conquistano l’eternità, proprio perché assumono anche significati nuovi mentre la Storia cambia.
C’è una canzone che ho scritto qualche anno fa, si chiama “Il Mondo Nuovo”, che credo sia più descrittiva dell’oggi piuttosto che del 2021 in cui è stata scritta.

Guardando a discussioni come quella su Moby e “Lola”, pensi che una canzone appartenga più a chi la scrive o a chi la ascolta?
Per un po’, appartiene solo a chi la scrive. Poi, inevitabilmente, quando la pubblichi, lo dice la parola stessa, esce da te e diventa di tutti.
Diventa per l’appunto di dominio pubblico, ed è giusto così.
Deve servire alla gente. Io non ne voglio più saper nulla, di quella canzone. La riprendo semmai per eseguirla, di nuovo, in un contesto di interazione con qualcuno al di fuori da me. Ma è sua, è di qual qualcuno, ormai. Io ce l’ho a noleggio per la durata di un concerto, poi torna se ne torna in garage a casa degli ascoltatori.

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