Riprendo l'articolo/intervista dedicato a SEUN KUTI che ho curato per "Alias" de "Il Manifesto" lo scorso sabato.
Seun Kuti è figlio di uno degli artisti più influenti del secolo scorso, Fela Kuti, rivoluzionario, musicista e attivista nigeriano, inventore dell’Afrobeat. Dal padre ha preso la voglia di lottare contro ingiustizie, corruzione e l'arroganza del potere che nel suo paese natale è sempre stata una piaga.
Ma anche il dono dell'amore per la musica. Con i suoi Egypt 80 ha inciso una decina di album, l'ultimo dei quali “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)”, prodotto da Lenny Kravitz, per l'etichetta italiana RecordKicks. ‘Black Times, nel 2018, era stato candidato ai Grammy Awards come miglior album world.
Il suo sound prosegue la traccia paterna, a base di afrobeat, funk, soul e uno sguardo all'hip hop. “Voglio fare l’afrobeat per la mia generazione.Invece che ‘alzati e combatti’, il messaggio deve diventare: alzati e pensa”.
Recentemente si è schierato con l'organizzazione Artists Against Apartheid in supporto alla causa palestinese.
E' noto quanto sia difficoltoso per i figli di grandi artisti, musicali e non, prendere in carico l'eredità lasciata dai genitori.
Il più delle volte riproporsi nelle vesti che furono/sono del padre o della madre, comporta un costante confronto con i predecessori, che raramente riesce ad essere all'altezza. Talvolta il raffronto è addirittura imbarazzante e impietoso.
Figurarsi quando tuo padre si chiamava Fela Kuti, uno dei musicisti più grandi (se non il più rappresentativo in assoluto), usciti dal continente africano.
Ma il più giovane dei suoi numerosi figli, Seun Kuti, era già preparato a proseguire la sua missione, sia artistica che politica e ideologica. Fin dalla tenera età si è interessato alla musica, ha studiato come il padre in Inghilterra al Liverpool Institute of Arts, compiuto i primi passi nella musica con la funk band dei River Niger e nel 1997, alla morte del padre, ha preso le redini degli Egypt 80, la sua band, per poi, nel tempo, diventare sempre più impegnato politicamente, attività che ha affiancato costantemente a quella musicale.
Artisticamente è progressivamente cresciuto, le sue produzioni musicali sono diventate sempre più autorevoli, distaccandosi dall'ombra del genitore e acquisendo un profilo sempre più autonomo.
Basti pensare che si è scomodato per lui Brian Eno, coproduttore del suo secondo album del 2011, “From Africa with Fury: Rise for Knitting Factory Records” e che “Black Times” del 2018 ha ricevuto una nomination ai Grammy Awards. In poche parole è diventato uno dei più importanti ambasciatori dell'Afrobeat e di quei suoni provenienti dal continente africano sempre più considerati da pubblico e critica in Europa e States.
Seun, raggiunto per una breve ed esclusiva intervista (grazie a Nicolò Pozzoli dell'etichetta Record Kicks), è però piuttosto critico su questo aspetto:
La musica pop commerciale è chiamata così perché diventa un veicolo di promozione di beni di consumo e del consumismo. E’ un po' quello che sta accadendo con la musica Afrobeat: elogia la ricchezza, lo sperpero del denaro, non curante delle necessità della povera gente. Ovviamente la Nigeria (e questo è un bene) è sotto i riflettori e ne trova beneficio ma non è quella la Nigeria di cui mi piace parlare. L’Afrobeat, ovvero la musica che io faccio e che mio padre ha inventato, rappresenta le radici della nostra tradizione e la gente comune, povera. Qualcuno potrebbe pensare che questo sia un concetto noioso, antico. Ma io invece credo che sia più che mai attuale.
Svincolato dal fardello paterno non esita però a continuare a ritenerlo una guida artistica quando si parla delle sue principali influenze:
Sicuramente mio padre. Poi aggiungerei Manu Dibango, Ebo Taylor, tutti i grandi maestri – non necessariamente noti al grande pubblico – che ho incontrato nella mia carriera. Ma mi piace trarre ispirazione anche da generi diversi dal mio, dal rap al reggae passando per il jazz. Tra i miei artisti reggae preferiti c’è un italiano: Alborosie.
Con l'Italia Seun Kuti ha stretto un forte legame, pubblicando lo scorso anno l'album “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)” per l'etichetta milanese Record Kicks, con sei brani di afrobeat, soul, funk, prodotto da Lenny Kravitz, con ospiti del calibro di Damian Marley e Sampa The Great. Un lavoro di grandissima potenza emotiva e comunicativa, con testi che invitano al cambiamento sociale e all'emancipazione della sua gente.
Sound perfetto, ritmi travolgenti, canzoni eccellenti.
Non sono stato io a chiamare Lenny Kravitz. O meglio: ho scoperto che lui mi seguiva su Instagram. Non credevo di essere abbastanza noto da essere considerato da lui. Quando l’ho visto, ho contraccambiato il “follow” e gli ho mandato un messaggio. Da lì ci siamo sentiti e risentiti e abbiamo parlato della possibilità di lavorare insieme alla produzione del mio album. Poi ci siamo conosciuti per la prima volta di persona la scorsa estate a Parigi e subito dopo siamo entrati in studio. Mi ha aperto un mondo, sia dal punto di vista artistico che professionale. Il suo approccio umile, professionale e rispettoso nei confronti del lavoro, è stato il più grande insegnamento. E ovviamente so che il disco suona in questa maniera anche grazie al suo supporto. Quando eravamo in studio mi ha chiesto di confrontarci tanto perché voleva che quell’interazione fosse uno scambio di conoscenze tra noi.
Seun è instancabile nel percorrere su e giù i continenti in concerto, per portare la sua musica in ogni angolo del mondo. Di conseguenza è interessante conoscere la sua opinione sulle differenze riscontrate tra le varie platee.
I concerti più belli li facciamo in Europa e UK. Non me ne vogliano gli altri però sento che il pubblico europeo e britannico siano quelli che maggiormente apprezzano la mia musica. Ho appena terminato un tour di trentuno concerti tra UK e Europa (più due in Australia) con tantissimi sold out. E il pubblico ne voleva ancora e ancora. Negli Stati Uniti suoniamo nei festival più importanti. Siamo stati al Coachella 2025 e in un lungo tour in Brasile.
Sempre attento e severo invece nei confronti del suo luogo di origine:
Sull’Africa ti direi che i pareri sono molto contrastanti. Dipende da che parte sei. Se pensi che le battaglie che sostengo con la mia musica non siano importanti per il nostro popolo, non puoi avere un approccio positivo rispetto alla mia musica. Anzi, tenderanno a screditarla.
Il suo sound è in costante evoluzione, in ottemperanza alla precisa volontà artistica di fondere tradizione e futuro, cosa che gli sta riuscendo parecchio bene.
Allo stesso modo è interessante e confortante vedere quanto la sua passione politica non sia stata scalfita dalla sempre maggiore popolarità e come abbia una visione sempre lucida, concreta, militante, senza inutili estremismi.
Fino a quando l’Africa sarà trattata come una nazione da colonizzare non ci sarà mai pace. Ci sarà un conflitto perenne in cui gli attori in campo saranno i conquistatori, i loro complici sui vari territori e la gente che si ribellerà. Spero che la pace non significhi resa.
Ogni africano ha problemi: il problema della casa, problemi per strada, problemi di lavoro, problemi nella scuola, problemi etnici, problemi con i governi.
Altrettanto interessante la considerazione sul potere salvifico o di cambiamento della musica, che, soprattutto negli ultimi anni sembra essersi sempre più ripiegata su un ruolo di gradevole sottofondo o poco più, depotenziata di ogni potere eversivo.
Mio padre diceva “la musica è un’arma”. E io aggiungo “ma non è la battaglia”. Le battaglie si compiono negli ambienti della politica, delle banche, negli ospedali che diventano sempre meno accessibili alla povera gente. La musica può aiutare la gente a riflettere ma deve essere la società predisposta ad accoglierla positivamente e in questo mondo devoto al consumismo, c’è sempre meno spazio per la musica ribelle e rivoluzionaria.
Ebbene, a fronte di questa conclusiva dichiarazione, forte e potente, possiamo considerarci fortunati di potere disporre delle idee, della musica, della caparbietà di un musicista altamente creativo, ricco di inventiva, alla ricerca costante di nuovi orizzonti, non solo artistici ma anche ideologici, sociali, intensamente politici.
Non trascuriamolo.

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