lunedì, maggio 30, 2022

Donne, giornalismo e industria musicale


Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà" sulla presenza delle donne nel giornalismo e nell'industria musicale.

Anche in ambito musicale il ruolo della donna in Italia rimane implacabilmente marginale.
E' un disarmante dato di fatto che, scorrendo i nomi di chi ha maggiori responsabilità a livello manageriale e in contesti altrettanto autorevoli (giornalismo in primis), i nomi femminili siano ridotti, percentualmente, a cifre spesso limitatissime.
Ricordiamo che, nonostante gli aumenti esponenziali negli ultimi anni, le manager e dirigenti di azienda in Italia rimangono meno del 20%.

Le ragioni possono essere molteplici e sicuramente complesse.
Di seguito un timido tentativo di approfondire la questione estrapolando dati, nomi e avvalendomi di alcune testimonianze dirette.
Con il proposito di riprendere successivamente l'argomento con ulteriori aggiunte e dettagli.

Partiamo dai grandi nomi di donne che da anni “dominano” il panorama pop italiano.
Mina già nel 1967 fondò una propria casa discografica, la PDU, intuendo l'importanza dell'auto gestione della propria musica ma che diede spazio sia a progetti commerciali che, inaspettatamente, a dischi di musica d'avanguardia, sperimentale, jazz.
Mara Maionchi, assurta negli ultimi anni a ruolo di personaggio pubblico e televisivo, ha collaborato con le principali etichette italiane lavorando con grandi nomi come Lucio Battisti, Ornella Vanoni e Fabrizio De André e lanciando Tiziano Ferro.
Pur se non coinvolta direttamente in progetti discografici, Maria De Filippi è una delle principali figure che gestiscono nuovi talenti, grazie a un programma di successo come “Amici”, da cui sono usciti nomi come Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Irama, tutti con un posto sicuro nelle classifiche.
Caterina Caselli dalla carriera di cantante è passata alla gestione della casa discografica Sugar portando alla notorietà Elisa, Andrea Bocelli, Negramaro, Avion Travel, non disdegnando incursioni nella musica meno facile.
Paola Zukar è una delle principali protagoniste della scena rap italiana, grazie alla scoperta e gestione manageriale di Fabri Fibra, Clementino, Marracash.

Sono purtroppo eccezioni virtuose che rispecchiano una situazione simile anche in ambito giornalistico. Le redazioni delle riviste musicali hanno spesso percentuali di presenza femminile irrisorie.
Ho chiesto l'intervento di due giornaliste e due giornalisti per una prima analisi del problema.

Alba Solaro, storica firma di Unità, Marie Claire, Rockerilla, ora a Repubblica:
“Non credo si possa parlare di casualità, in questo genere di cose nulla è mai un caso.
Ma sulle dinamiche si potrebbe scavare di più anziché ripeterci la retorica del pregiudizio maschile (che c’è) e della cultura patriarcale (che c’è).
Un mio amico sostiene che ci sono poche donne nel giornalismo rock per via dell’approccio calcistico alla musica.
Tutti tecnici, tutti allenatori, con un’idea di competenza che fa rima col nozionismo al limite dell’ossessione.
Se ripenso a quando ho iniziato, erano i primissimi anni Ottanta, la sensazione di mettere il piede dentro il club dei ragazzi era indiscutibile; accettavi di entrare in un territorio che ti avrebbe guardato con sospetto, valutato per cose che con la professionalità c’entravano quanto il golf con le omelette; che ti avrebbe rispettato solo se fossi stata capace di conquistarti non tanto la professionalità quanto una posizione di potere.
Non penso che le cose fossero più facili per chi magari si occupava di cinema o di libri; il solo territorio dove invece le giornaliste abbondavano era la televisione, e sarebbe interessante provare a capire come mai.
Spesso, peraltro, molte di noi si sono occupate tanto di musica quanto di tv. Evidentemente ci interessava la musica come parte della cultura pop; un approccio decisamente meno “calcistico”. In realtà quando ho iniziato non eravamo pochissime, ricordo Teresa De Santis, Maria Laura Giulietti, Daniela Giombini, Daniela Amenta, Alessandra Sacchetta, Lucia Marchiò, Laura Du Plenty, e nei grandi quotidiani c’erano Marinella Venegoni, Laura Putti, Gloria Pozzi, e sicuramente sto dimenticando qualcuno, e non ho incluso le radio. Poche no, ma con poco potere sì.
Questo vale anche per l’industria.
Dunque il vero nodo è il potere. Poche o tante che fossero, le donne comunque hanno sempre avuto ruoli più subordinati, anche perché lavoravano isolate, raramente solidarizzavano; a fronte di un mondo maschile che faceva squadra, anche quando queste squadre magari litigavano e si dividevano e generavano competizioni micidiali, ma sempre all’interno di logiche cameratistiche.
Oggi ne vedo molte più di un tempo, talvolta iniziano a scrivere di musica e poi si spostano o si allargano ad altro, anche perché di giornalismo musicale non vive più nessuno; ma se anche sono di più, hanno più potere?
Personalmente oggi sono più interessata a ragionare su che cultura del potere le donne che lavorano nel giornalismo (ma non solo) abbiano prodotto; ok, c’è il maschilismo, ok siamo state discriminate, ma lì dove le donne sono diventate direttori, capi struttura, capo redattori, ecc, hanno fatto la differenza? Hanno costruito un modo diverso di lavorare e di gestire il potere e di fare cultura Spostiamo il dibattito dalla quantità alla qualità, che di retorica sennò si muore”
.

La spalleggia Lucia Marchiò (firma di Repubblica e con una lunghissima esperienza in ambito musicale):
“Ci sono molte donne negli uffici stampa, ma, tranne rarissimi casi, a capeggiare sono sempre gli uomini. Non so se vi sia una pregiudiziale, di certo noto anche sui social la tendenza degli uomini a ritenersi unici depositari del sapere musicale in confronto al “gentil sesso”, con tanto di battute scurrili e maschiliste, per non dire peggio, di sminuire l’operato femminile in genere, pure denigrando (sempre in ambito musicale), soprattutto se si parla bene di una collega donna e non di loro stessi.
A non dare peso, tenere conto, minimizzare o peggio, non considerare pareri/critiche espresse da donne nei confronti di questo o quell’artista, sempre per quell’aurea da “professore so tutto io - cosa vuole saperne una donna, rispetto a me”.
Non sono tutti così, fortunatamente. Molte colleghe/amiche sono tenute in gran considerazione però sempre meno rispetto a un uomo, a parità di scritti/analisi.
Il che mi riconduce al punto che non si ritiene la donna qualificata a parlare, scrivere e occuparsi di musica quanto un uomo
”.

Opportuno chiedere lo stesso parere a due uomini.
Federico Guglielmi ha scritto per il Mucchio, ora con Classic Rock, autore di una trentina di libri musicali, conduttore radiofonico:
"Un dato che mi pare significativo è che oggi ci sono molte più donne di un tempo.
Alla fine dei '70 erano una rarità, e anche in seguito non è che abbondassero. Suppongo che la prospettiva interessasse a poche, in rapporto ai maschi: per molti anni, in alcune riviste, sono stato addetto al vaglio delle offerte di collaborazione, e la proporzione era più o meno di una donna ogni dieci uomini.
Poi, certo, è un dato di fatto che fino alla metà degli anni '70 il rock fosse visto come una cosa "da maschi": le donne che lo praticavano erano poche, di solito cantanti, e si è dovuto aspettare la rivoluzione punk perché tante musiciste si affacciassero seriamente alla ribalta e i pregiudizi venissero pur lentamente rimossi, fino ad arrivare a giorni come gli attuali nei quali, nella musica, il genere non è un ostacolo.
Se i musicisti sono comunque più delle musiciste, ed è così, non mi pare poi così strano che ci siano più giornalisti che giornaliste.
Non sarà semplicemente che, proprio in generale, la pratica dello scrivere di musica interessi più agli uomini che alle donne?
Il discorso della discriminazione poteva avere basi solide un tempo, non c'è dubbio, ma non oggi. Basta fare un giro in rete, dove certo non ci sono filtri fallocratici, e contare quanti blog di critica-analisi musicale sono di uomini e quanti di donne
".

Roberto Calabrò, scrittore e giornalista per “Blow Up”, recentemente al centro di una polemica basata proprio sulla scarsità di figure femminili nella rivista:
“Che in Italia sul terreno della parità di genere ci sia molto da fare è una cosa quasi banale a dirsi.
Ed è vero che nella stampa musicale la presenza femminile sia marginale, ma – almeno in questo caso - non mi pare che ci siano discriminazioni di sorta. Il fatto è che, rispetto agli uomini, sono poche le donne a proporsi.
Su “Blow Up” ogni volta che una giornalista ha proposto dei contenuti interessanti è stata accolta a braccia aperte perché sono le idee a contare, non il sesso. Colgo l’occasione per rinnovare l’invito alle colleghe che si occupano di musica a inviare le loro proposte al giornale”.


Il dibattito è aperto, le opinioni convergono ma, allo stesso contrastano. Un tema che merita di essere ulteriormente approfondito.

1 commento:

  1. So di persone che si sono proposte per scrivere di musica su rivieste come Blow up, pur con rinomata esperienza, e non è neanche stata concessa loro udienza... risultato? Una rivista chiusa su se stessa che sembra più un circolo solipsistico...

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