lunedì, aprile 19, 2021

Le canzoni autoreferenziali



Riprendo l'articolo che ho firmato ieri per il quotidiano "Libertà". Un leggero sguardo alle CANZONI AUTOREFERENZIALI.

L'autoreferenzialità nel mondo dell'arte e dello spettacolo é prassi acclarata e ben nota.
L'artista, consapevole o meno, si compiace di sé stesso e della propria creatività e non di rado la cosa lo estranea dalla cruda realtà, che gli dice, impietosa, che ciò che sta facendo non é questo gran capolavoro, anzi.
Ma non é così scontato che la cosa venga intesa alla perfezione e così troviamo spesso stupite reazioni dell'artista a solenni stroncature che arrivano dalla critica, di fronte all'ennesimo disco, opera, interpretazione poco convincente.
Nello specifico ci occupiamo oggi di una serie di canzoni in cui i musicisti si sono autocitati direttamente.
Una lista interessante, soprattutto perché, non di rado, si parla di aspetti che il fan e l'ascoltatore non avrebbero saputo cogliere in pieno, essendo i riferimenti molto mirati e inediti.

I Beatles non si sono mai risparmiati in tal senso. Nel 1968 per il mitico “Album Bianco” John Lennon compose la stupenda “Glass onion” il cui testo é un continuo rimando a numerose precedenti canzoni della band, Si citano “Strawberry fields forever”, “Fool on the hill”, “Fixing a hole” ma soprattutto c'é una presa in giro del famoso caso della presunta morte di Paul Mc Cartney (sostituito ovviamente da un sosia polistrumentista mancino, eccelso compositore, con la stessa voce e con la complicità di decine di persone, fidanzata e genitori inclusi).
Si rivolge esplicitamente a tutti coloro che cercavano ossessivamente “prove” nelle canzoni e nelle copertine dei Beatles che avvallassero la scomparsa del povero Paul. “Beh, c'è un altro indizio per voi: il tricheco era Paul”.
Il tricheco é il protagonista della canzone “I'm the walrus” (“Io sono il tricheco”, un deliberato non sense psichedelico composto e cantato da John, di cui esiste anche un video in cui i quattro portano maschere da animali, tra cui il simpatico mammifero marino).
Apriti cielo!
Invece di sentirsi presi in giro i cacciatori di prove pensarono di avere trovato quella definitiva.
Nell'estremo nord del mondo gli esquimesi hanno nella loro cultura tradizionale vaghi riferimenti al tricheco come simbolo di morte.
E quindi ecco l'ammissione della morte di Paul.

Restando con i Fab Four sempre John nel suo primo album solista, del 1970, scrisse una sorta di manifesto del nuovo Lennon, elencando una serie di entità a cui non credeva, dalla Bibbia a Gesù, da Hitler (!) al Buddha, da Elvis a Bob Dylan, includendo che “non credo ai Beatles”. E contraddicend, in una strofa, quanto scritto nel precedente testo: “Io ero il tricheco, ora sono John”. Curiosamente nel brano alla batteria c'è Ringo Starr.
Si vede che a John l'argomento piaceva perchè in “Imagine” del 1971 scrive uno dei brani più cattivi di sempre.
E questa volta si parla di nuovo di Beatles ma rivolgendo un caustico attacco all'ex amico Paul, bastonato in modo violentissimo in “How do you sleep?”.
Si fa riferimento alla sua vita privata e a un lungo numero di canzoni, in particolare nel cattivissimo verso “l'unica cosa che hai fatto é “Yesterday”, doppio senso che intende sia l'omonima canzone che il riferimento al passato, considerando le opere successive allo scioglimento dei Beatles non degne di nota.
Alla chitarra c'é George Harrison.

Anche Ringo Starr disse la sua, nell'aprile del 1971, nel lato B dello splendido singolo “It don't come easy”, uno dei migliori brani in assoluto post Beatles, composto con George che suona anche nel brano.
In “Early 1970”, Ringo guarda nostalgicamente ai suoi ex tre compagni di avventure in modo sostanzialmente leggero e simpatico, con un pizzico di acredine nei confronti di Paul, con cui era sostanzialmente in causa per i diritti dei Beatles.
Ringo ha spesso di nuovo fatto riferimento ai mai dimenticati Beatles in successive canzoni.

Non possiamo non citare George e la sua “When we was Fab”, del 1987, nostalgico sguardo al passato (il riferimento é a quando venivano chiamati Fab Four, i favolosi quattro) sia nei contenuti che nelle sonorità.
Ancora di più nel video del brano in cui compare (oltre a star come Paul Simon e Elton John) anche Ringo Starr e un presunto Paul Mc Cartney (era in realtà una controfigura in quanto Paul non aveva potuto partecipare alle registrazioni ma aveva suggerito l'idea) travestito da (ancora lui!) tricheco.

Uno che in quanto ad alto concetto di sé stesso non é mai stato secondo a nessuno era Prince.
Tanto che nel 1992 pensò bene di chiarire quale fosse il suo nome e chi fosse lui. In “My name is Prince” é risoluto: “Mi chiamo Prince e sono funky, Mi chiamo Prince e sono il solo e l'unico!”.

Gli inglesi Arctic Monkeys arrivarono all'improvviso successo con il primo album del 2006, dopo aver provato per anni ad incidere un disco ed essere stati rifiutati sdegnosamente un po' da tutti.
E così decisero di immortalare quel lungo periodo di stenti con il brano “Who the fuck are Artcic Monkeys?” (che in una traduzione bonaria significa “chi caspita sono questi qua?”).

La band inglese é stata spesso influenzata dai “genitori” The Who.
Nei quali era Pete Townshend a detenere lo scettro del principale compositore anche se in ogni album non mancava mai un piccolo spazio per il bassista John Entwistle che in “Who by numbers”, oltre a disegnare la particolarissima copertina, scrisse anche “Success story”, brano come sempre nel suo stile, caratterizzato da un pesante senso dell'humor.
In questo caso ironizza pesantemente proprio sul compagno chitarrista costretto agli esordi a sfasciare la chitarra per attirare maggiore attenzione sul gruppo e sul loro manager che prometteva mari e monti, lasciando però il gruppo sempre in precarie condizioni economiche.
Anche il video é fortemente indicativo, con John che, per divertimento, usa i suoi dischi d'oro, conquistati con la band, per il tiro al piattello.

Le Supremes, guidate dalla splendida voce e dal regale portamento di Diana Ross, fecero incetta di successi negli anni Sessanta, arrivando regolarmente con ogni singolo al primo posto delle classifiche. Non fece eccezione “Back in my arms again”, classica canzone d'amore in cui cita le compagne Florence Ballard e Mary Wilson, distrutte da problemi di cuore e quindi impossibilitate a gioire del momento magico insieme a lei.

Lo scioglimento dei Sex Pistols, piacciano o meno, uno dei gruppi più importanti nella storia del rock, avvenne in un progressivo deragliamento tra tossicodipendenze, denunce, disastri di ogni tipo, in perfetto stile punk: un fulmine, una vita velocissima e un'esplosione finale.
Sublime.
Johnny Rotten gettò alle ortiche il soprannome punk e riprese il suo originale e come John Lydon fondò una band avanti anni luce rispetto a quello che succedeva in contemporanea, i Public Image, che seppero fondere punk, new wave, elettronica, dub, reggae, funk, prog e tantissimo altro.
Nel singolo d'esordio urla il nuovo manifesto del gruppo, facendo esplicito riferimento al recente passato: "Non avete mai ascoltato una sola parola che ho detto / Mi avete visto solo dai vestiti che indosssvo / O per caso l'interesse è stato più approfondito? / Deve essere stato per il colore dei miei capelli Public Image/ Immagine pubblica, hai ottenuto quello che volevi / L'immagine pubblica appartiene a me / È il mio ingresso una mia creazione / Il mio gran finale, il mio arrivederci”.

Restando nel punk non dimentichiamo la diatriba tra gli anarchici Crass e i ben più famosi Clash che nel brano dei primi, “White punks on hope”, vengono pesantemente scherniti con un “Il nostro nome é Crass, non Clash. Loro si possono riempire di credenziali punk, perchè sono loro a prendere i soldi.
Non vogliono cambiare niente con i loro discorsi alla moda”.
Gli stessi Clash che, come i Sex Pistols, finirono malamente una fulgida carriera, divisi, litigiosi, senza più credibilità.
Nell'ultimo, inascoltabile, album “Cut the crap”, lanciano un appello ai giovani ribelli con un velleitario “We are the Clash!” a cui aggiungono un improbabile “Accendiamo un fiammifero e poi apriamo il gas”.

In Italia hanno spesso parlato di sé Elio e le Storie Tese mentre non si contano quelle all'interno della scena rap e trap.
Anche Jovanotti in “Oh vita” parla di sé stesso facendo una sorta di autocritica: “Ormai sono uno standard, un grande classico, quickstone rock n roll, Mister Fantastico”.
Vasco Rossi parla della “Combriccola del Blasco che era tutta gente a posto ma qualcuno continuava a dirne male” in Blasco Rossi, suo soprannome, spesso usato dai fan.

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