lunedì, dicembre 28, 2020

Il calcio in India - Prima parte



Ho chiesto a ALBERTO GALLETTI una ricerca sul CALCIO in INDIA.
In parole povere: perché una nazione di un miliardo di persone, di estrazione (forzatamente) anglofona non ha mai espresso anche solo a livello continentale un calcio accettabile?


Sabato 12 dicembre IL MANIFESTO ha pubblicato una riduzione di questo articolo.

PARTE PRIMA

L’ INDIA E LA COPPA DELL’ ASIA MERIDIONALE

Un torneo anomalo.
In tempi di globalizzazione, unificazione di tornei su vasta scala, e allargamento a dismisura di mondiali ed europei, come mai la federazione asiatica e la FIFA consentono e riconoscono ufficialmente lo svolgimento di un torneo del genere?

A quanto pare in Asia fanno un po' tutti quello che vogliono e, a partire dal 1984, la federazione asiatica ha man mano autorizzato la formazione di federazioni sub continentali con avvallo FIFA.
Nel 1997 le federazioni di India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, Maldive fondarono così la South Asian Football Federation, mantenendo l’affiliazione alla federazione asiatica principale.
Il Bhutan si aggregò nel 2000 e l’ Afghanistan dal 2005 ma lasciò poi nel 2015.

Oggi le sub-divisioni , a connotazione geografica, della Federazione asiatica sono cinque.
Non è che per caso le federazioni coinvolte si sono autodeterminate visto che nella competizione maggiore, la Coppa d’Asia, non fanno mai strada?
Può darsi, nelle passate diciassette edizioni, solo una volta una delle partecipanti alla Coppa dell’Asia Meridionale è finita tra le prime quattro: l’India nel 1964 fu seconda.

Considerando però la data di nascita di queste sub-federazioni a cavallo del nuovo millennio, propendo più per la versione marketing, cioè quello di uno sviluppo del prodotto calcio regionalizzato in cui l’obiettivo principale è stato senz’altro l’ottimizzazione dei proventi, in special modo i diritti tv, e dei profitti economici.
Non mi addentro oltre, non mi interessa.
Le squadre convenute nella SAFF diedero quindi vita alla South Asian Federation Cup utilizzando un torneo che già si disputava tra le medesime squadre fin dal 1993, la South Asian Association of Regional Co-operation Gold Cup.
La prima edizione fu disputata a Lahore in una settimana. Quattro partecipanti in un girone unico all’italiana, partite di sola andata.
Vinse l’India.

Questo l’ Albo d’Oro della competizione:
1993 India 7pt; Sri Lanka 4pt
1995 Sri Lanka 1-0 India
1997 India 5-1 Maldive
1999 India 2-0 Bangladesh
2003 Bangladesh 1-1 (5-3 rig.) Maldive
2005 India 2-0 Bangladesh
2008 Maldive 1-0 India
2009 India 0-0 (5-3 rig.) Maldive
2011 India 4-0 Afghanistan
2013 Afghanistan 2-0 India
2015 India 2-1 dts Afghanistan
2018 Maldive 2-1 India

Di rilievo il dominio indiano, ma anche la forza delle Maldive.
Due estremi: da una parte un paese con un miliardo e duecento milioni di abitanti e una superficie di circa undici volte l’Italia; dall’altra un altro formato da un piccolo arcipelago corallino con una superficie di 300 kmq, poco più della Provincia di Trieste, la più piccola d’Italia o del Comune di Montalcino, con una popolazione di poco inferiore alle 400mila unità, la stessa di Bologna.

Per quanto riguarda le Maldive ci può anche stare, probabilmente giocano tanto, giocano in tanti e sono abbastanza bravi.
L’ Uruguay, ad, altri livelli, insegna.

INDIA: GIGANTE ADDORMENTATO O INDIFFERENTE?
Quello che sembra essere più interessante, se proprio ci si vuol far del male, è chiedersi come mai l’India non abbia mai espresso una squadra, un movimento calcistico o anche solo qualche calciatore, all’altezza delle proprie dimensioni o almeno di un certo livello.

Albori
Si gioca a calcio, in India, da prima che un pallone rotolasse in Italia, l’origine è la stessa: ce lo portarono gli inglesi.
L’esercito qui, a differenza di Genova, dove furono i marinai e i lavoratori delle navi carbonifere battenti bandiera di Sua Maestà a introdurre il nuovo gioco.
Si può già cogliere una differenza negli ambiti in cui il foot-ball germogliò dapprincipio, militare nel sub-continente, perlopiù civile o al massimo legato alla marina mercantile in Italia e nel resto del mondo fuori dall’ Impero.

Questo influì inizialmente sulla diffusione e lo sviluppo del gioco che, in India, rimase per lungo tempo appannaggio di circoli ristretti e chiusi.
Il che non vuol dire che non avesse comunque guadagnato una certa popolarità tra i locali che sicuramente lo videro giocare da subito.
Il primo torneo calcistico disputato in India fu la Durand Cup nel 1888, dieci anni prima del nostro primo campionato, lo stesso anno in cui prese il via il campionato inglese.
E’ la quarta competizione di coppa più vecchia al mondo, dopo quelle di Inghilterra, Scozia e Galles; la più vecchia in Asia.

La sua storia può essere considerata un po lo specchio di ciò che il calcio è stato in India fino ad un certo punto. Diciamo fine millennio.
Istituita dall’allora Ministro degli Esteri dell’India Sir Mortimer Durand, era riservata inizialmente ai vari reggimenti dell’esercito britannico di stanza in India.
Si giocava ogni anno nello stesso posto e quando fu poi allargata anche ai reparti delle forze armate indiane, la fase finale continuò a disputarsi a Simla una località dove gli inglesi avevano costruito un sanatorio nel quale Durand era convalescente dalla tubercolosi quando istituì il trofeo.
Questo fino al 1938 quando fu interrotta dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, fu ripresa nel ’40 e trasferita a Nuova Delhi quindi interrotta di nuovo.

Quell’anno vinse il Mohammedan Sporting Club, primo club indiano e non militare a riuscirci. Fino a quel momento i vincitori erano stati unicamente reparti dell’esercito britannico.
Riprese nel ’50, dopo l’indipendenza.
Passò sotto l’egida dell’esercito indiano che ne ha mantenuto il controllo organizzativo e amministrativo fino al 2006.
Si disputa ancora e, sebbene possa essere in qualche modo considerata l’equivalente indiano della FA Cup inglese, il torneo non è mai veramente uscito dal guscio entro il quale nacque e si sviluppò.
Non ha mai costituito perciò il mezzo per ottenere proselitismo calcistico presso le masse. Perché le masse in India non contavano.
Mentre i militari si divertivano col loro torneo , nel 1893 a Calcutta vedeva la luce la Indian Football Association.

Approssimativamente si calcola che fossero 200.000 i sudditi di Sua Maestà residenti nell’allora capitale dell’ India Britannica; una presenza notevole che, oltre agli ovvi motivi economici e politici che ne giustificavano (per così dire) la presenza, comportava l ‘inevitabile fondazione di tutti quei soggetti che caratterizzavano la vita sociale britannica dell’epoca, inclusi gli sport club.

Qui in particolare, fin dal 1877, un ragazzo di nome Nagendra Prasad Sarbadhikari , studente alla Hare School, cominciò a diffondere il suo entusiasmo per il gioco del calcio, trasmessogli da soldati britannici, tra i compagni di scuola.
Gli insegnanti europei incoraggiarono il ragazzo e gli altri studenti alla pratica sportiva e il Boys Club, da loro fondato all’interno della scuola, è considerato il primo tentativo riuscito di formazione calcistica composta da indiani.
Sempre a Calcutta, tre delle famiglie aristocratiche più in vista del Bengala fondarono nel 1889 il Mohun Bagan Athletic Club, la più antica squadra di calcio di tutta l’Asia, una delle più vincenti del paese.

E’ più vecchio del Genoa, e anche del Liverpool.
Nagendra Prasad ne fu poi capitano e può considerarsi a tutti gli effetti il padre del calcio indiano, più di Durand, che era scozzese e non aveva praticamente mai giocato.
Nel 1890, sempre a Calcutta prese il via la Rovers Cup.
Il torneo, che fu molto importante fino agli anni ’80, venne abolito nel 2001 causa congestione nel calendario.
Nel 1891 fu fondato il Mohammedan Sporting Club ad opera di alcuni degli esponenti più in vista della, minoritaria, comunità musulmana della città.
Ciò che sembra essere una costante nel mondo della pedata indiana è senz’altro il rango dei fondatori e dei membri appartenenti a ciascuno dei club fondati da indigeni.
Rango che in virtù della struttura sociale divenne così un elemento essenziale dei club in quanto non era permesso il mescolarsi tra membri di caste diverse e di conseguenza allargare la partecipazione ad essi.
Sorsero poi altri club in giro per la città e nel 1893 fu fondata la Indian Football Association .

Già nel 1898 fu organizzato il primo campionato, la Calcutta Football League. Vinse il 28° Reggimento Fanteria del Gloucestershire, che aggiunse alloro sportivo a quello assai più prestigioso insignito loro dal Duca di Wellington per la valorosa condotta a Quatre Bras, fondamentale nella vittoria di Waterloo e nella capitolazione definitiva di Napoleone.

Parentesi
Citazione merita anche il Calcutta Football Club nonostante sia stato una squadra di rugby.
Fu attivo dal 1872 al 1878, anno in cui il club fu sciolto per gravi divergenze sulla gestione del bar, comprensibile trattandosi di inglesi. A questo punto i soci ritirarono gli averi del club dal conto in banca che furono loro liquidati in rupie d’argento.

Volendo essi perpetuare il ricordo del CFC fecero fondere le rupie d’argento da un orafo locale che ne creò un trofeo e donato alla Rugby Football Union inglese, del quale il club era membro, dietro promessa che fosse messa in palio annualmente ad imperitura memoria. Prontamente la RFU mise in palio il bellissimo trofeo per l’annuale partita contro la Scozia già dall’anno successivo. E’ la Calcutta Cup, per la quale si gioca ancora oggi.
Chiusa parentesi.

Diffusione
Come accennato appena sopra, il calcio in India, introdotto dapprima dai colonizzatori, rimase , una volta diffusosi tra la popolazione locale, materia per le classi alte.
Niente di così strano in realtà, anche a Genova in origine fu così, ma dopo un primo decennio di attività i soci britannici, unitamente a quelli italiani appartenenti al ceto alto-borghese, aprirono il circolo via via sempre più e, con il passare del tempo, il requisito fondamentale passò dall’essere il censo ad essere capace di giocare.

Questo in India non fu possibile in quanto la società, almeno per l’ 80% della popolazione di fede induista è divisa in caste.
E le caste tra di loro non si possono frequentare o interagire, niente. Compartimenti stagni. Non approfondisco, ma questo è.
E’ chiaro quindi che la diffusione del gioco in India sia stata, almeno fino ad un certo punto, ‘orizzontale’ , diciamo così, invece che verticale come accaduto in Europa, ma anche in Sud America.
Di conseguenza, almeno fino al 1950, anno dell’abolizione ufficiale delle caste, i club sono rimasti chiusi dal di dentro senza nessuna possibilità di accesso per individui che non appartenessero alla stessa casta.
Se ne deduce che, a differenza della società occidentale, britannica in particolare, dove il calcio ha fornito dall’introduzione del professionismo in avanti un occasione di riscatto sociale, in India è rimasto sempre un passatempo per chi poteva permettersi di praticarlo e mantenere così un certo prestigio presso i propri pari rango e i colonizzatori.

Questo, mi si perdoni l’ardire, è stato sicuramente un gran bel freno a mano tirato in ottica miglioramento della competitività del calcio.
Ciò che sicuramente accadde, anno dopo anno, fu che i soci giocatori dei vari club rimanevano bene o male gli stessi, magari con qualche aggiunta ogni tanto, ma certo non venivano tesserati giocatori pur se di particolare bravura appartenenti alla casta dei diseredati.
I soci erano quelli che giocavano.
Una situazione completamente diversa da quella dei club europei dove, indipendentemente da quelle che possono essere le tue origini, ti verrà sempre offerto un posto in una squadra se hai dimostrato di saper giocare.

Non in India, dove si è sempre giocato solo con l’unico merito di essere soci di un club.

Questo spiega perché, fino ad un certo punto il calcio sia stato lo sport più popolare: non erano poi cosi in molti gli appassionati di sport.
Ad ogni modo, le competizioni a Calcutta crebbero velocemente in popolarità, aiutate dalla massiccia e decisiva presenza britannica, dilagando un po' ovunque.
La federazione indiana colà fondata era in realtà una federazione regionale, quella del Bengala, nonostante portasse il nome ‘Indian’.
Essendo stata la prima, ce ne furono e ce ne sono altre, nonché la più forte per numero di iscritti, praticanti eccetera, fece le veci della federazione nazionale fino alla formazione di quella vera e propria nel 1937.
Un primo tentativo di formare una rappresentativa dell’India fu fatto già al 1924, si trattava di una selezione mista composta da britannici residenti a Calcutta e indiani.
Non ci sono certezze, ma si può accettare che la prima squadra che si possa chiamare India è quella che andò a Ceylon nel 1933 e vinse 1-0.

L’anno dopo a Calcutta fu invitata la Cina, l’incontro finì pari, 1-1. Il successo di queste rappresentative accelerò i tempi e nel 1937 fu formata la All Indian Football Federation che unirà sotto di se le sei federazioni regionali allora esistenti, tra cui la potente IAF, che ad ogni modo fino ad allora era iscritta alla Football Association inglese. Di fatto un comitato regionale distaccato nel Bengala.

La AIFF cominciò a prendere sul serio la formazione di una squadra nazionale che rappresentasse qualcosa in più che non fosse la sola Calcutta. Un primo team fu inviato in tour in Australia dove raccolse successo sia in termini di risultati che di popolarità presso il pubblico.

Barefoot, really?
La pietra angolare dal calcio Indiano rimane senz’altro l’Olimpiade londinese del’ 48.
Fu il primo torneo di rilevanza internazionale al quale partecipò e non mancò di stupire immediatamente.
Elogiati per la prestazione offerta, un po da tutti, lasciarono il segno nel torneo per un altro motivo.
Sorteggiati nell’incontro degli ottavi di finale contro la Francia, i giocatori indiani si presentarono sul campo di Lynn Road a Ilford scalzi.

Questo particolare mi provoca un grattacapo retrospettivo bello grosso in quanto a questo punto bisogna chiedersi come, fino ad allora, si fosse giocato a calcio in India: gli inglesi tra di loro con le scarpe e gli indiani scalzi?
E quando si incontravano inglesi ed indiani?
E la prima rappresentativa del ’24?
Riuscirono a convincere gli inglesi a giocare scalzi, non credo; viceversa? Non saprei.scalzi Metà con le scarpe metà senza?
E poi, non costituiva uno svantaggio, al di la dell’inghippo regolamentare?
A sentir loro e a leggere le cronache dell’epoca sembrerebbe di no.
La partita con la Francia, terminata con una sconfitta di misura (1-2), si rivelò un trionfo in termini di simpatia per la compagine dai giocatori scalzi.
Furono, a quanto pare, lodati per il bel gioco dalla stampa sportiva britannica, che fece di loro gli indiscussi beniamini di quel torneo.

Io però dico:
Sbagliarono due rigori e subirono il gol della sconfitta all’ 89’, magari con le scarpe avrebbero segnato i rigori e vinto.
Oppure mi sbaglio e il risultato fu onorevole solo perché i francesi usarono un certo riguardo per cercare di non far male più di tanto gli avversari scalzi?
Io sono quanto di più lontano esista dagli analisti pseudo-analitico-scientifici che infestano il calcio del giorno d’oggi, però, che valore si da ad una partita del genere?

Si qualificarono anche al mondiale del ’50 in virtù del forfait delle avversarie nelle qualificazioni e poi si ritirarono a loro volta in quanto la FIFA, memore dell’ Olimpiade di due anni prima, li ammonì a presentarsi in campo indossando scarpe regolamentari, cosa che loro si rifiutarono di fare.

Ci fu una breve diatriba ufficiale al termine della quale, considerando i giocatori indiani le scarpe un handicap, preferirono non imbarcarsi neanche per il Brasile.
Erano stati sorteggiati nel girone dell’Italia.
Iniziò qui il periodo d’oro del calcio indiano che si protrarrà fino a decennio successivo inoltrato.
La popolarità in patria crebbe moltissimo provocando un boom di praticanti e pubblico.
In un’ottica di valutazione del movimento calcistico indiano e, specificatamente in relazione alla domanda ‘come mai non sono mai stati forti?’, la questione delle scarpe non può essere lasciata andare.

Se veramente hanno giocato scalzi, o al massimo con piedi e caviglie bendati fino al 1950, è chiaro che l’evoluzione tecnica, ma anche atletica, del calcio indiano è stata molto diversa da quella del resto del mondo dove i giocatori indossavano scarpe.
Come si corre e si rimane in equilibrio scalzi su un prato?
La concentrazione sul gesto tecnico rimane invariata quando la preoccupazione principale è restare in equilibrio?
Come si calcia sull’erba con il piede d’appoggio scalzo che tende a scivolare in avanti?
La forza impressa è uguale?
Come si salta?
Come si gioca una partita a piedi nudi contro giocatori che indossano scarpe con tacchetti?
Contrasti: chi ci si butta in certi contrasti a piedi nudi?
Le dita risultano completamente prive di protezione, sarà stato in origine anche un gioco da gentlemen, però…
Fermo restando che possano averlo trovato normale, è vero anche che gli inglesi giocare li hanno sempre visti.
E gli inglesi sicuro han sempre giocato con le scarpe, anche sotto le più tremende calure delle estati indiane. Mah..

Io mi sbilancio e dico che per me la mancanza di competitività del calcio indiano viene in larga misura da qua.

Mezzo secolo, forse di più, di sviluppo del giocare senza scarpe per me fu determinante.

L’altra parte è dovuta all’anomalo sviluppo del gioco in relazione all’indole e alla struttura sociale locale.
Bisogna infatti chiedersi quale tipo di mentalità sportiva possa aver partorito un’idea simile e quale tipo di società possa partorire tale mentalità, sapendo benissimo che il resto del mondo usa scarpe .
In questo modo non si accettano appieno le sfide insite nel gioco e di conseguenza la pratica lungo sei decenni ne risulta inferiormente sviluppata rispetto a quella di chi la pratica correttamente, cioè indossando le scarpe.
Si può obiettare che la sconfitta del ’48 contro la Francia costituisse un buon risultato, certamente lo fu.
Ma non riesco a nascondere lo scetticismo di chi ha giocato seriamente almeno un po', non importa il livello.
I francesi che approccio ebbero alla partita quando si ritrovarono di fronte avversari scalzi? Mah..

Poi però lo scetticismo sembra sconfessato dalla trasferta olandese intrapresa sull’onda dell’ entusiasmo olimpico.
Sconfitti di misura, ancora 2-1, a Rotterdam dallo Sparta, i nazionali indiani stupirono tutti castigando amaramente l’Ajax ,con centravanti Rinus Michels, strapazzato con un sonoro 5-1.

Il periodo dal ’48 al ’64 è comunque riconosciuto come l’epoca d’oro del calcio indiano.

Le scarpe costituiranno di nuovo un problema per il mondiale ’50 ma poi l’India si qualificherà per tre olimpiadi consecutive cogliendo il suo miglior risultato di sempre nel ’56 a Melbourne, un quarto posto di tutto rispetto.
Dal ’52 accettarono di indossare le scarpe e dopo l’ Olimpiade del ’60 iniziò il declino.

FINE PRIMA PARTE

5 commenti:

  1. Good article
    mr Ravi Maruti

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  2. बहुत धन्यवाद

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  3. व्यभिचार! व्यभिचार! व्यभिचार!

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  4. anonimo delle 12:42

    l'india sportiva e' sempre stato un mistero per me; sono tantissimi ma sono sempre stati marginali nello sport olimpico. So che hanno loro sport specifici e sembrano non essere interessati a quelli "occidentali". Non ho mai capito perche'.
    Ricordo pero' quando abitavo a Carpi i pakistani che giocavano ad una specie di pallavolo nei campi di pallavolo, erano in 20 per parte e piu che giocare chiacchieravano, ogni tanto qualcuno si svegliava e andava a raccogliere la palla e la lanciava di la, sempre flemmatici, senza un minimo di agonismo. Chissa' che sport era ma e' lo stesso spirito con cui li vedo giocare nei parchi a cricket

    Poi alcune considerazioni miste:
    - in nessuna ex colonia inglese il calcio ha attecchito veramente, forse un po nei caraibi
    - il subcontinente indiano e' l'unico posto ex colonia britannica dove non ha attecchito neanche il rugby

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    1. बहुत धन्यवाद व्यभिचार! व्यभिचार! व्यभिचार!

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