venerdì, giugno 05, 2020

Small Faces - Oden's Nut Gone Flake



Il 1967 aveva traghettato il pop/beat inglese al di fuori dalle canzoni da classifica, i Beatles con "Sgt Peppers's" e "Revolver" avevano aperto la strada al concetto di album come elemento organico a sé stante e non solo come contenitore di brani già usciti su singolo, con qualche riempitivo.

Gli SMALL FACES, che fino ad allora erano usciti solo in quella veste, vittime di contratti capestro che li lasceranno economicamente sempre in situazioni problematiche, affrontano per la prima volta un lavoro in cui il contenuto é pensato in funzione di un album, addirittura un concept (seppure limitato alla sola facciata B).

E che musicalmente non sia retaggio di quello che Steve Marriott definiva in maniera sprezzante "The Chocolate Vanilla Underground" ma un connubio tra le loro radici "black", le nuove istanze psichedeliche e un gusto rock blues.

"Suoniamo ciò che vogliamo suonare. Nessuno ci può dire cosa fare o non fare.
Se alla gente non piacciono i nostri dischi non li comprino.
E' roba nostra ciò che vogliamo registrare o no".
(Steve Mariott)

ODGEN'S NUT GONE FLAKE esce a fine maggio 1968, con un'innovativa confezione circolare a forma di antica tabacchiera.

Il lato A si apre con la strumentale title track (che in realtà è una versione riarrangiata e senza voce del loro brano del 1965 "I've got mine"), seguita dal soul rock "Afterglow" (che sarà il loro ultimo singolo, l'anno successivo, a gruppo già sciolto, pubblicato senza il loro permesso dalla casa discografica).
Poco significativa "Long Agos and Worlds Apart" mentre "Renè" ci porta nel classico cabaret cockney rock (con finale psichedelico) tipico della band che si manifesta dopo in "Lazy sunday".
Preceduta da una durissima proto hard (e Humblie Pie) "Song of a baker" che ruba il riff a "Wild thing" dei Troggs e al mood di Jimi Hendrix.

"Quando Steve mi fece ascoltare "Lazy sunday" l'ho odiata, era solo una ballata.
Quando abbiamo incominciato a registrarla e a inserire tutte quelle sciocchezze, tipo "Inky Pinky Poos" e "Rooty Doody Di", ha incominciato a farci ridere e a diventare una canzone che ci piaceva. Ma non pensavamo di pubblicarla"
(Ian Mac Lagan).

Con "Lazy Sunday" arrivarono al secondo posto delle classifiche inglesi nel 1968.
JOHN LYDON ha dichiarato che il cantato di questa canzone é stato una fonte di ispirazione per il suo.

Il lato B apre il concept che narra di Happiness Stan che va alla ricerca del pezzo nascosto della luna...tra un brano e l'altro introduce e collega i brani l'attore Stanley Unwinn con una sorta di cockney personalizzato. "Happiness Stan" è un classico brano psichedelico figlio di quegli anni con effetti vari, molto suggestivo e acido dai toni, a tratti, quasi prog.
La durissima "Rollin over" (con i fiati della band di Georgie Fame) é uno dei loro brani più distintivi in assoluto e indica la via che vuole perseguire Marriott, più hard ma sempre dalle forti tinte soul.
"The hungry intruder" é un altro brano psichedelico/freakbeat/folksy con una grande orchestrazione mentre "The journey", sempre molto "colorata" guarda a sonorità più rhythm and blues.
Tra i capolavori dell'album il brit folk della stupenda "Mad John" mentre la conclusione é affidata a un brano composto dai tutti e quattro, "HappyDaysToyTown" sempre nel classico mood cabarettistico.

L'album andrà dritto al primo posto delle classifiche, ci resterà sei settimane e segnerà, paradossalmente, la fine della band, impossibilitata a riprodurre il disco dal vivo e costretta a riprendere il solito repertorio delle classiche hit.
Quando Marriott proverà a portare nella band Peter Frampton il gioco si rompe e il leader se ne va.
Formerà gli Humble Pie, gli altri i Faces.

Lasciano "Odgen's Nut Gone flake" uno dei grandi capolavori dei 60's.

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