venerdì, giugno 01, 2018

1968 - Un anno nel pallone



Attraverso una cinquantina di post, riviviamo una serie di episodi in chiave artistica, culturale, sociale del 1968.
I precedenti post qui:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/50%20anni%20dal%201968

ALBERTO GALLETTI ci porta ne l1968 calcistico, dall'Europeo (l'unico) vinto dall'Italia (in maniera dubbia) ad altre interessanti note in ambito pallonaro.

Cinquant’anni dal 1968, un piccolo excursus calcistico sul periodo.
Senz’altro il culmine della stagione fu il Campionato Europeo che si disputò in Italia, nel giro di cinque giorni, ai primi di giugno.
Distante anni luce dalle carnevalate televisive di oggi, vi parteciparono solamente quattro squadre, nessun girone.
A definire le quattro semifinaliste si era arrivati dopo la disputa di otto gironi di qualificazione su un’arco di due anni, da cui emersero otto vincitrici: Spagna, URSS, Jugoslavia, Bulgaria,Italia, Ungheria, Francia e Inghilterra che diedero vita ai quarti di finale in partite di andata e ritorno
. Le quattro superstiti: Italia, Jugoslavia, URSS e Inghilterra, si ritrovarono in Italia per far fuori la questione, i campi designati: Firenze (Stadio Comunale), Roma (Stadio Olimpico) e Napoli (Stadio San Paolo).
Favorite: Jugoslavia e Italia padrona di casa, forse più la prima della seconda che comunque aveva il vantaggio di giocare in casa, fattore che, come vedremo poi risultò, forse, decisivo.

Il torneo si svolse quindi su due semifinali in partita unica e la finalissima più la finalina del terzo posto.

Si comincia il 5 giugno alle 18 con Italia-URSS.
I sovietici dominano il primo tempo, superiori a centrocampo esercitano una netta supremazia territoriale, e contengono agevolmente gli sporadici attacchi azzurri, occasioni però poche anche se, negli ultimi minuti, collezionano sei calci d’angolo consecutivi che non danno comunque esito. Nella ripresa Prati sciupa da dentro l’area calciando a lato mentre Zoff compie tre grossi interventi su Shesternjov e Lenev (due volte).
A pochi istanti dalla fine dei supplementari, un tiro di Domenghini sbatte sul palo.
Non sono previsti calci di rigore, introdotti solo dal giugno 1970, quindi a questo punto si procede al lancio della moneta.
Come noto sarà Facchetti, capitano azzurro, ad aggiudicarselo e a portare l’Italia in finale.
Nutro da sempre personalissimi dubbi sullo svolgimento del lancio della moneta.
Ci furono, in precedenza, due turni di Coppa dei Campioni decisi dal lancio della moneta: quello sfortunatissimo del Bologna a Barcellona, moneta che lanciata dall’arbitro si pianta verticalmente nel fango, lancio ripetuto e vittoria dei belgi, nello spareggio con l’Anderlecht del 1964, e quello del Liverpool nel 1965 che al termine dello spareggio contro il Colonia , conclusosi 3-3, si qualificò alle semifinali grazie al lancio della moneta.
In entrambi i casi, il sorteggio fu effettuato nel cerchio di centrocampo.
Quella sera a Napoli però le cose andarono diversamente.
Le squadre rientrarono negli spogliatoi, dove venne effettuato il tiro a sorte.
Niente o quasi si sa di cosa accadde veramente, a parte il fatto che il lancio fu effettuato (almeno?)due volte perché nel primo la moneta si infilò in una fessura del pavimento (??).
Un addetto della federazione corse poi in campo dopo oltre mezz’ora per annunciare ai 70.000 che gremivano il San Paolo la vittoria: mezz’ora, al chiuso, nessuna ha visto o sputo niente, i lanci della moneta erano sempre stati effettuati a centrocampo: un caso?
Oppure ci fu una trattativa nello spogliatoio dell’arbitro e i sovietici accettarono di perdere oppure, più probabile, la moneta fu tirata fino a quando non saltò fuori quello che aveva scelto Facchetti? Boh? Non si saprà mai, solo dei la leggenda narra che, o San Gennaro ci aiutò…. e altre amenità del genere.
Di certo i sovietici protestarono e non poco.

Nella seconda semifinale , ore 21, la Jugoslavia piegò gli inglesi, campioni del mondo in carica, per 1-0.
Fu una partita dura, gli inglesi ci capirono poco, sempre incapsulati nella loro bolla di vetro di un fair play che solo loro potevano e possono capire e che certamente non potevano aspettarsi di veder ricambiato al di fuori dalla loro isola.
Una giovane e gagliarda Jugoslavia li prese d’infilata sorprendendoli non poco, nessuna vera occasione comunque.
Poi alcune ‘gentilezze’ dei difensori slavi non gradite e Mullery che cerca vendetta immediata con entrate dirette agli stinchi, da qui in avanti la partita prende una piega davvero poco amichevole. L’incorreggibile, e spesso inqualificabile, Norman Hunter si scontra a più riprese con Osim che sarà costretto a camminare per quasi tutto il resto dell’incontro.
Quando però i supplementari parevano ormai inevitabili ecco che Dzajic controlla uno spiovente, il grande Bobby Moore per una volta sbaglia il movimento e si ritrova sul lato sbagliato dell’attaccante slavo che stoppa di petto tira al volo e segna un gran gol, è l’ 86’.
L’Inghilterra reagisce serrando il ritmo ma la difesa jugoslava tiene, con le buone e con le cattive. Un minuto dopo l’episodio che finisce dritto negli annali del calcio inglese: Mullery riceve da Moore poco oltre la metà campo, controlla e stà per servire indietro ancora a Moore quando dietro di lui sopraggiunge Trivic che gli stampa i tacchetti nella caviglia, calzettoni squarciati e caviglia sanguinante. Mullery, che aveva menato un po per tutto l’incontro, perde definitivamente il controllo, si gira e pianta un gran calcio nei coglioni a Trivic che va a terra.
Sopraggiunge l’arbitro che lo invita a lasciare il campo, i cartellini ancora non esistevano. Manca poco e gli inglesi, con un uomo in meno a questo punto, non riescono a recuperare. Al rientro negli spogliatoi, Mullery si scusa con tutti, e teme la reazione del CT Ramsey, ovviamente.
Ma con suo stupore il tecnico gli si avvicina e gli dice ‘Ben fatto ragazzo, son contento che qualcuno le abbia date indietro a questi bastardi’.
Ramsey pagò anche la multa di 50 sterline, una bella somma all’epoca, che la federazione comminò a Mullery che divenne così il primo calciatore inglese ad essere espulso indossando la maglia della nazionale e il primo espulso ad un campionato europeo di calcio.

E così la finale è Italia – Jugoslavia:
appuntamento a Roma, Stadio Olimpico, per sabato 8 giugno ore 21,15. Sorpresa tra gli oltre 70.000 accorsi sulle gradinate, Valcareggi non schiera ne Riva, ne Rivera, ne Mazzola, al loro posto rispettivamente Prati, Lodetti (??) e Juliano.
La Jugoslavia schiera gli stessi undici che hanno piegato l’Inghilterra con l’unica eccezione di Acimovic, schierato al posto di Ivica Osim azzoppato da Hunter. Italia con atteggiamento bloccato, la Jugoslavia domina il primo tempo, i suoi attaccanti penetrano la difesa azzurra a più riprese.
Ci sarebbe un rigore a loro favore quando Ferrini spinge, atterrandolo, Pavlovic in area ma trovano comunque il vantaggio al 38’ con il solito Dzaijc.
Il pubblico rumoreggia, non ha capito le scelte del CT, ne tantomeno le approva.
I tentativi azzurri si infrangono sul muro della difesa slava che, grazie anche alla nota rudezza, non cede rimediano infatti quattro ammonizioni.
Fino all’ 80’ quando Domenghini, che già aveva colpito un palo nel primo tempo, fa centro su punizione. Proteste vibranti degli jugoslavi: l’arbitro svizzero Dienst (lo stesso del gol-non-gol di Hurst nella finale mondiale del ’66 e un autentico specialista in favoritismi verso le squadre ospitanti) accorda la distanza richiesta da Domenghini, quindi dovrebbe fischiare lui, la barriera indietreggia e mentre il portiere la stà allineando, l’azzurro batte a sorpresa infilando la porta.
Tra la sorpresa generale (anche degli italiani), l’arbitro convalida, a nulla valgono le rimostranze di Dzaijc e compagni.

Si va ai supplementari, ma la paura di perdere ha la meglio sul resto e il risultato non cambia fino al 120’.
Niente moneta questa volta, si va alla ripetizione della partita.

Valcareggi esce dal suo proverbiale torpore prudenziale e opera cinque cambi rispetto agli undici che hanno iniziato due giorni prima, Riva, Rosato, Salvadore, De Sisti e Mazzola al posto di Prati, Ferrini, Castano, Juliano e Lodetti.
Mitic ripropone lo stesso XI con ancora una volta un solo cambio , sempre nella stessa posizione, questa volta è Hosic a prendere il posto di Petkovic.
I cinque cambi ricaricano le batterie psicofisiche degli azzurri che ora sono più cariche rispetto a quelle degli avversari e già dal primo tempo la supremazia è netta. Riva al 12’ e Anastasi, splendida la sua girata al volo, al 31’ mettono il sigillo sulla superiorità italiana e sull’esito della partita.
La Jugoslavia si sgonfia subito dopo il gol del 2-0, l’Italia controlla fino al termine addormentando l’incontro. Ed è campione d’Europa nel tripudio tricolore di un Olimpico festante.

Nella finale del terzo posto, l’Inghilterra batte l’URSS, un gol per tempo , a segno Charlton e Hurst. Partita affrontata a viso aperto dalle due squadre con gli inglesi che mostrano una supremazia di gioco netta e vincono meritatamente.

Altrove quell’anno:

Il Milan del figliol prodigo Rocco, rientrato all’ovile dopo il volontario esilio al Torino, si aggiudica l’accoppiata scudetto Coppa delle Coppe. Una grande stagione per i rossoneri trascinati dal trio Hamrin - Sormani - Prati, magistralmente diretti dal maestro Rivera e un ritorno trionfale per il Paròn.

Il Pisa, secondo in serie B, è promosso per la prima volta nella sua storia in serie A.

Il Manchester United diventa la prima squadra inglese a vincere la Coppa dei Campioni, sconfigge il Benfica 4-1 ai supplementari nella finale di Wembley, ponendo così fine al ciclo del grande Benfica degli anni ’60. Per il grande Eusebio l’ennesima delusione in terra inglese, per Charlton, e qualche altro, una nuova incoronazione a Wembley.
I dirimpettai del Manchester City si aggiudicano invece il campionato inglese, il secondo dopo quello del 1937.

La Coppa delle Fiere viene vinta dal Leeds United, battuti in finale (1-0 e 0-0) gli ungheresi del Ferencvaros.

In Germania il Norimberga si aggiudica il suo nono e ultimo, fino ad oggi, campionato tedesco. Rimarrà per quasi altri vent’anni la squadra più titolata del Paese.

In Sud America l’Estudiantes La Plata inaugura il suo ciclo di vittorie in Coppa Libertadores, saranno tre consecutive.
In finale piega il Palmeiras dopo tre finali durissime. Protagonista assoluto Veròn, padre di Sebastian, autore di un gol in tutte e tre le finali.
Protagonista non attesa la violenza degli argentini, che causò gravi rimostranze dei brasiliani che arrivarono a minacciare l’abbandono della competizione e costituirà l’inizio di un’escalation che causerà poi gravissimi traumi, vedi partita col Milan dell’anno dopo e ripercussioni sulla massima competizione mondiale per club.
Emblema di cotanta perpetrata trucidità l’ineffabile Carlos Bilardo, studente di medicina, che salirà di nuovo alla ribalta del calcio mondiale, per chi non segue più di tanto, a metà anni ’80 conducendo, nel ruolo di CT,l’Argentina alla conquista del suo secondo titolo mondiale.
Ma questa è una altra storia.

2 commenti:

  1. Grande Gallo tanx!..ma quella moneta..
    C

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  2. gran bell'articolo
    io ricordavo facchetti che torna in campo dagli spogliatoi esultando, ma forse ricordo male

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