sabato, novembre 24, 2012

The Who - Quadrophenia Tour 2012. Live in Boston

Gli WHO sono di nuovo in tour (USA in questo momento) per riproporre l'opera rock "QUADROPHENIA".
Stefano Bellezza ex chitarra di Underground Arrows, PUB e tanti altri li ha intercettati in quel di Boston e ci ha gentilmente regalato questa recensione del concerto.

“Guarda qui (link). Vedi un po’ che poi fa’”.
Con questo post di un amico sul mio diario di Facebook di grossomodo lo scorso luglio inizia tutto un percorso chesi conclude con un’email del mio cantante ricevuta verso fine ottobre e il cui succo è: “ho preso due biglietti per vedere gli Who a Boston e vorrei offrire il concerto al più grande fan degli Who in Massachusetts a parte me”.
Per tutto il tempo ho avuto tentennamenti che, ovviamente, sono saltati di fronte a un’opportunità del genere; ma sarà bene spiegarli tanto per dare il tono a quello che dirò poi.
Io non sono in realtà mai stato un fan sfegatato di nessuno – troppo razionale e tecnico nel mio approccio alle cose.
Ho molti gruppi che mi piacciono moltissimo, ma non posso dire di conoscere tutta la produzione di nessun artista.
Per quanto mi è possibile dire di amare un gruppo rispetto a un vero fan, gli Who sono sicuramente fra i miei preferiti di sempre: mi riconosco nel loro modo di fare musica, Townshend ha avuto un’influenza fondamentale sulla mia formazione come chitarrista, ho suonato in una tribute band per due anni con cui abbiamo realizzato la cosa forse più ambiziosa della mia intera carriera di musicista (suonare tutto Tommy dal vivo).
Mi è però impossibile nascondermi che troppe cose sono cambiate: non esce un disco originale degli Who dal 2006; due membri sono morti; i due rimasti sono alle prese con l’ovvia realtà di avere quasi settant’anni (non c’è problema se fai musica da camera, un po’ più se la tua musica è fisica, potente e aggressiva); e i cedimenti alla tentazione di imbarocchire le esibizioni portandosi ospiti a volte fuori contesto ci sono stati e non mi sono piaciuti.
Con tutto ciò, io gli Who dal vivo non li ho mai visti, né veri né finti, e la mia parte più istintiva mi diceva che, almeno una volta nella vita, era il caso di vederli.

Il luogo in cui si tiene il concerto è il TD Garden, il palazzo dello sport in cui giocano i Boston Celtics; contiene una quindicina di migliaia di persone e, a occhio e croce, è pieno.
Noi siamo lassù in alto, nella prima fila di una balconata. Gli Who sono degli omarini là in fondo ma, fra binocoli e megaschermi, si fruisce abbastanza bene. Il suono, per essere una struttura non nata specificamente per la musica, è decisamente buono e si riesce a distinguere praticamente tutto.
L’impatto visivo della band è lievemente incoerente.
Sullo sfondo, 2 fiatisti e 3 tastieristi molto defilati, provvedono l’ossatura sonora portante ma sono quasi invisibili.
Nella fila davanti, si può dire che l’unico con dei capelli degni di questo nome sia Roger Daltrey, gli altri hanno tutti il classico taglio cortissimo da calvizie avanzata che adorna anche la testa del vostro affezionato cronista. Pino Palladino, al basso, è lungo come un asparagio, piuttosto più mobile di John Entwistle ma ben lontano da certe sue irrinunciabili gigionate (bassi con forme assurde e pieni di lucette) che contribuivano a definire l’aspetto degli Who sul palco. Simon Townshend ha uno spolverino grigio che avrei onestamente lasciato a casa ma un bel parco chitarre e uno spettacolare amplificatore 3rd Power bianco con casse triangolari che sembra una piramide Maya – gli si perdona quasi il fatto che si muova poco e niente.
Daltrey è vestito con la stessa giacca, la stessa camicia e gli stessi occhiali tondi che mette dal vivo da dieci anni a questa parte, tenta qualche rotazione di microfono ma si vede che la sua preoccupazione principale è come raggiungerà quelle maledette note alte.
Pete Townshend (accidenti, ma allora non ingrasso solo io!) ha fregato una tovaglia a quadri bianchi e rossi da un ristorante italiano dei dintorni e se l’è messa per camicia; saltare salta poco, ma ancora mulina il braccio come nessun altro è mai riuscito a fare.
Direi che, là in mezzo, il gigante è Zak Starkey: maglietta bordeaux, pantaloni scozzesi rossi e frangia alla Small Faces, è seduto dietro a una batteria a fusti trasparenti rossi e blu molto simile al set-up che usava Keith Moon, doppia cassa e un ventaglio di pezzi distribuiti simmetricamente.

Il set prevede tutto Quadrophenia (il disco originale, non la colonna sonora), e a mio avviso i pezzi migliori di questa parte sono 5.15, The Rock e Bell Boy, mentre il resto si mantiene su un livello dignitoso (con il povero Daltrey che fa fatica ma a volte riesce a stupire), anche se l’introduzione di Love reigns over me, che pure Pete dirà essergli piaciuta moltissimo, non mi piace nella versione troppo ambiziosa e jazzista in cui la rende il pianista.
Seguono altre 4-5 canzoni che comprendono Who are you, Baba O’Riley e Won’t get fooled again – con qualche toppa disastrosa da base non seguita bene e un Townshend avaro di assoli per qualche motivo, ma comunque una canzone che per me è sempre un’emozione speciale e quindi va bene così.
Rolling Stone riportava come Townshend abbia stavolta lasciato a Daltrey l’incarico di organizzare la messa in scena, e Daltrey ha optato per la semplicità: suoni del disco riprodotti con precisione certosina, niente ospiti, niente lunghissime narrazioni di Townshend fra un pezzo e l’altro. Quadrophenia viene in effetti suonato a martello, senza pause né presentazioni.
L’unica narrazione è stata lasciata alle immagini che scorrevano sui megaschermi alternandosi alle riprese dal vivo dei musicisti.
Devo dire, sono grato per la scelta: una delle mie paure era l’effetto circo, invece è stato uno spettacolo godibile e molto rispettoso della musica.

Ecco, ci sono arrivato: la parola chiave di questo concerto secondo me è proprio “rispetto”.
Rispetto da parte di Zakk Starkey, un batterista molto più adatto di Simon Phillips a rimpiazzare Keith Moon. Perché Moon, con tutta la sua sregolatezza, era in realtà in grado di esercitare un sorprendente autocontrollo; e, nel suo essere estremamente riempitivo, era però sobrio.
Sentite la versione di Tommy nell’edizione speciale di Live at Leeds per capire che cosa intendo.
Starkey suona il giusto, mai poco ma neanche mai troppo; qualche momento più moderno e tecnico di Moon, ma mai quanto fece Simon Phillips; e sicuramente molto più dinamico e vitale di Kenney Jones.
Rispetto da parte di Simon Townshend, che il fratello ha plasmato in un suo clone.
Esegue le parti di chitarra di Pete con estrema precisione e, soprattutto, canta come
Pete vent’anni fa: spesso è lui a fornire a Daltrey quell’appoggio sulle parti alte di cui avrà spesso bisogno. Rispetto, anche troppo, da parte di Pino Palladino: al quale sarà necessario far capire che il basso di Entwistle non fa “dummm”, fa “SBDRLENNG!” e che, senza “SBDRLENNG!”, non hai gli Who.

È proprio il rispetto che fa sì che l’operazione che ha scandalizzato molti, ossia la presenza in video dei cari estinti in un paio di pezzi-chiave, non sia necrofilia ma qualcosa di bello.
Quando Keith Moon compare con il suo sorriso gaglioffo e la cuffia in testa a cantare, da dietro la batteria, “I have a good job and I’m newly born, you should see me dressed in my uniform!”, è tutto così giusto e naturale che scalda il cuore e non si può capire come avrebbero potuto rendere “Bell Boy” diversamente; e quando a un certo punto John Entwistle si scatena in un assolo di basso mitragliato di cinque minuti in perfetta coordinazione dinamica con Zakk Starkey, soli sul palco, uno su sul megaschermo e l’altro giù dietro la batteria, l’effetto è esaltante.
Non mi credete? Dovevate esserci.
Quello del rispetto introduce un altro tema, che ha a che fare con l’essenza degli Who e di conseguenza con l’anima di Pete Townshend: il passato.
Townshend guarda indietro, al percorso che lo ha portato lui ad essere quello che è e il mondo ad arrivare dove è arrivato; e lo vede pieno di battaglie, di resistenza caparbia per continuare a esistere e andare avanti, di affetti perduti e portati nel cuore, mai dimenticati anche se la vita è continuata ed è stato necessario superarli.
Pete celebra tutto questo, da sempre. Lo ripetono le immagini dai megaschermi, raccontandoci in brevi flash Enola Gay e Marilyn Monroe, il Vietnam e l’undici settembre, Kennedy e la caduta di Saddam, e tanti, tanti morti vissuti ciascuno come una perdita: Lady Diana, prima in foto e poi in un feretro con la scritta “Mummy”, la prima pagina del Sun con la foto di John Lennon in occasione del suo assassinio; la tomba di Keith Moon. E tutto questo si distilla in quelle schitarrate potenti, vero marchio di fabbrica di Pete Townshend più di qualunque assolo: ogni volta che colpisce le corde e le lascia risuonare, dando all’amplificatore briglia sciolta, Pete pensa a tutto questo.
Il gesto simboleggia, ripete e sublima la rabbia, la testardaggine, il dolore, il sollievo di avercela fatta ancora per una volta, la disperata consapevolezza che domani si ricomincia come prima ma che non c’è un’altra possibilità.
È questo che mi porto via dal primo e ultimo concerto degli Who che vedrò: un patrimonio immenso e preziosissimo, perché consolida una volta per tutte quello che questa band mi ha dato in più di trent’anni che li ascolto e che continuerà a darmi finché respiro.
Gli Who sono morti con Keith Moon e quella che gira è la migliore tribute band degli Who in circolazione; ma il loro contributo alla musica rock è stato talmente fondamentale da non poter contare i musicisti che hanno tratto ispirazione dalla loro opera; e vederli dal vivo, in un concerto in cui, con alti e bassi, hanno fatto di tutto per raccontare i se stessi dei loro giorni di gloria, è stata la migliore dimostrazione di tutto questo.

26 commenti:

  1. Bello.
    anche io ,come Stefano Bellezza,quando ho avuto la possibilità di vedere gli Who dal vivo ero assalito dagli stessi dubbi e perplessità.
    e anche io non ho un gruppo preferito,ho tutta una serie di band e dischi ,a cui sono legato,che messi in fila formano la colonna sonora della mia vita,punto.
    ne consegue che le impressioni e le emozioni riportate in questo splendido racconto ,sono molto simili a quelle'della mia prima volta' con gli Who.
    Sinceramente non pensavo che si imbarcassero in un tour con tutte quelle date,da tempo leggevo dei problemi di Pete,della voce di Roger....
    in italia molta gente li aspetta dal concerto bagnato di Verona,quando Roger promise 'i ll be back with my voice'
    respect

    Aldo

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  2. grandissima recensione, grazie stefano.

    ovviamente dissento su starkey (ma mi rendo conto sia una questione personale) per me simon phillips resta il miglior batterista who, dopo moon.

    ho letto con orrore i duetti coi cadaveri. la cosa mi urta tantissimo, non tanto su disco, ma specialmente in un concerto live.

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  3. Simon Phillips, che amo e ha fatto grandissime cose coi Toto, ha un gusto troppo americano per gli Who, risulta eccessivo. Starkey è dove deve essere. I duetti coi cadaveri, giuro, non sembravano necrofilia ma una bella celebrazione. Capisco che possano fare impressione a leggerne ma, a vederli sul posto, si potevano solo percepire come un atto di affetto e rispetto bello e puro, per niente morboso o cinico.

    Stefsno B.

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  4. Simon Phillips, che amo e ha fatto grandissime cose coi Toto, ha un gusto troppo americano per gli Who, risulta eccessivo. Starkey è dove deve essere. I duetti coi cadaveri, giuro, non sembravano necrofilia ma una bella celebrazione. Capisco che possano fare impressione a leggerne ma, a vederli sul posto, si potevano solo percepire come un atto di affetto e rispetto bello e puro, per niente morboso o cinico.

    Stefsno B.

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  5. Simon Phillips, che amo e ha fatto grandissime cose coi Toto, ha un gusto troppo americano per gli Who, risulta eccessivo. Starkey è dove deve essere. I duetti coi cadaveri, giuro, non sembravano necrofilia ma una bella celebrazione. Capisco che possano fare impressione a leggerne ma, a vederli sul posto, si potevano solo percepire come un atto di affetto e rispetto bello e puro, per niente morboso o cinico.

    Stefsno B.

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  6. magia... ho commentato una volta sola, eh?

    Stefano

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  7. A questo concerto c'ero anche io e mi ritrovo perfettamente con tutto cio che hai detto. era la seconda volta che vedevo gli Who, anche la prima piuttosto recente, nel 2007 per l'Endless Wire tour sempre qui a Boston, la mia citta' da ormai 7 anni. L'impressione fu la stessa, grande band, grandi pezzi, ottimo concerto ma alla fine un po' di amaro in bocca per aver visto una band che non esiste piu'. non e' solo una questione di eta', come hai detto tu gli Who sono morti con Keith Moon.
    ho in mano i biglietti di altri dinosauri del rock, i Rolling Stones al Barkley Center di Brooklyn, anche loro ormai quasi 70enni ma che sono in giro per festeggiare i loro 40 anni insieme, non si sono mai sciolti e quindi mai riformati. il sapore e ben diverso, non una tribute band che cerca di resuscitare le vecchie glorie ma una una vecchia e gloriosa band che festeggia le quasi nozze d'oro.

    un saluto da Boston
    Gianluca

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    1. Gianluca, se ti va di entrare in contatto (che pure io ormai abito a Boston da 9 anni e allargare il giro di transfughi italiani fa sempre piacere) cercami su Facebook, sono fra gli amici di Tony. Se no, riscrivimi qui che ti mando un indirizzo email "spendibile"

      Ciao
      Stefano

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  8. Bella recensione si intuisce che e' scritta da una persona che nell'occasione ha provato vere emozioni. CHARLIE

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    1. Confermo. A modo mio, che sono sempre quello che non deve cedere al patetico, ma l'ho vissuto come l'evento che per me è stato

      S.

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  9. No, sono proprio le nozze d'oro: 1962-2012.

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  10. Stefano, all'inizio non avevo collegato il nome, ma noi gia' ci conosciamo! sono il fratello di Assunta! incredibile ho cenato insieme al chitarrista degli Underground Arrows e non lo sapevo...

    Gianluca

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    1. HAHAHAHAHA, che cazzo di storia! Beh, grazie a Tony per il momento Carramba! :-)

      S.

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  11. ottima recensione, thanx

    voglio esserci nel tour europeo (probably casula reunion)

    zak degno erede dello zio keith

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  12. Grande recensione. Condivido tutte le tue perplessità di approccio che sono il motivo per il quale non andai a Verona, e non andrò mai a vederli, neppure se venissero nella piazza del mio paese. Per quanto riguarda gli Who nel 2012, i dischi possono bastare, ma ormai è roba da museo.

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    1. Ho sentito oggi l'ultimo disco - a proposito, grazie a Tony per la salvata che sappiamo noi. Sì, mah, boh... Ci siamo capiti. Bel tentativo, Pete

      S.

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    2. ah, bellissimo nick!

      S.

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  13. ottima recensione per davvero e dal sapore proprio autentico. la chicca comunque e' il basso che fa sbdrlenng ( e fa proprio cosi' .... tant'e' che l'ho riscritto senza rileggerlo)

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    1. :-) Quasi perfetto - maiuscole e punto esclamativo non erano casuali, simboleggiano il volume regolato su "uccidere"

      S.

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  14. Bella recensione!

    Ciao Stefano indimenticabbbili P.U.B. dell'indimenticabbbile cover "DOMENICA PALLOSA" (Lazy Sunday)..

    Ho visto gli WHO tre volte..la prima era proprio la prima tournee di Quadrophenia riproposta integralmente (1997)..c'era ancora Entwistle e gia Starkey.
    Poi Locarno 2006 e Verona 2010.
    Ho realizzato come te un sogno difacendo tutto TOMMY dal vivo..
    Quante cose eh?

    A presto
    Cristiano

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    1. Ciao Cristiano, mi fa piacere che qualcuno trovi indimenticabbbili i P.U.B. Con tutto l'affetto prr gli UA, specie dopo che certe ruggini si sono ricomposte, i P.U.B. erano un progetto in cui mi sono speso molto di più e, anche se il progetto è sempre stato collettivo, li sento una mia creatura. In effetti, negli UA sono entrato; dei P.U.B. sono fra i fondatori. Quanto a Tommy, spero che a voi sia venuto un po' meglio! A noi si sente soprattutto tanta buona volontà, ma. Però ci tengo (se sei su Facebook, lo trovi nel mio album dei video).

      Stefano

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  15. palladino non mi ha fatto niente ma proprio non lo posso vedere
    C

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    1. Io ADORO il suo lavoro con Paul Young. Dopo boh... Sicuramente sa dove mettere le dita, ma la sua personalità è scomparsa

      S.

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  16. I thank you for the information very interesting :D

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