Riprendo l'articolo che ho scritto ieri per "Libertà", quotidiano di Piacenza.
Quando mi viene chiesto un elenco preferenziale degli artisti che prediligo, i Beatles non li inserisco mai.
Perché sono fuori gara.
Sono un'opera a sé stante nella cultura e nella società del Novecento, ancora enormemente influenti a oltre cinquanta anni dal loro scioglimento.
Un'opera che prescinde il loro ruolo di semplici musicisti, perché hanno cambiato in tale profondità la vita di milioni di persone e la percezione della musica “Pop”(olare) da renderli unici e inimitabili per sempre.
Per questo la recente uscita del “nuovo” brano, enfaticamente sbandierata come la vera “ultima canzone dei Beatles”, richiede una disamina approfondita, proprio perché ogni loro testimonianza è qualcosa di preziosissimo e culturalmente (non solo da un punto di vista strettamente musicale) importante.
Tra l'altro, perfidamente, la canzone esce proprio nel momento in cui i Rolling Stones avevano ritrovato, dopo tanti anni, le prima pagine dei giornali e l'attenzione di tutto il mondo artistico, con il nuovo e più che ottimo album “Hackney diamonds” (a cui partecipa anche Paul McCartney in un brano). Ed ecco arrivare, subito dopo, un inedito dei Beatles e rilegarli per l'ennesima volta in seconda posizione.
“Now and then” è uno dei tre brani, composti e incisi amatorialmente in casa da John Lennon nella seconda metà degli anni Settanta, che Yoko Ono concesse nel 1995 ai tre superstiti Paul, George e Ringo per rivisitarli, risuonarli, mantenendo la traccia vocale dell'amico, riesumando in questo modo la leggenda dei Beatles a venticinque anni dallo scioglimento.
Il tutto per promuovere l'uscita della corposa serie “Anthology” che raccoglieva in tre volumi (e uno stupendo documentario) una lunga serie di inediti e versioni diverse dei loro capolavori, altrimenti reperibili solo su edizioni illegali o sul web.
Alla fine vennero scelte solo “Free as a bird” e “Real love”, in quanto il nastro di “Now and then” era inutilizzabile con le tecnologie dei tempi. Trascorsi quasi trent'anni è stato ora possibile isolare alla perfezione non solo la voce di John (nell'incisione originale sovrastata dal pianoforte) ma di “ripulirla” in modo da farla sentire nitida, presente, inserita nel migliore dei modi nel contesto strumentale.
Anche le chitarre di George sono state recuperate, il brano riarrangiato, risuonato e cantato anche da Paul e Ringo.
L'uscita del brano ha scatenato fan e semplici appassionati, non tanto per la qualità artistica (dignitoso seppure non indimenticabile) ma quanto sulla necessità o opportunità di rispolverare di nuovo il marchio Beatles.
Operazione che personalmente ritengo inutile.
Non apporta nulla di nuovo, è un espediente già sperimentato prima e, al giorno d'oggi, dal risultato abbastanza prevedibile, quanto invece ai tempi era qualcosa di innovativo e sorprendente. Ricordo perfettamente quando uscì “Free as a bird”, stavo guidando nella periferia milanese sotto un fortissimo temporale. La radio annunciò che stava per essere trasmessa la canzone, accostai l'auto al marciapiede, restai in trepida ed emozionata attesa e quando, dopo i primi due colpi di batteria, partì la musica fu un'emozione intensissima che si impossessò di anima, cuore e corpo. Purtroppo non è accaduto di nuovo.
E' una ripetizione, un riproporre un canovaccio già visto e sentito.
Peraltro ampiamente sperimentato in precedenza in altre forme, fin dal 1978 con “An american prayer” in cui i tre Doors rimasti suonarono nuovi brani sotto alcune poesie recitate dal defunto Jim Morrison. O quando Natalie Cole, figlia di Nat King Cole, duettò con il padre (scomparso da una trentina d'anni) nel brano “Unforgettable”. Lo stesso Paul McCartney propone dal vivo un insert della voce (e video) di John Lennon nel brano “I've got a feeling” e gli Who fanno lo stesso rievocando in video le prestazioni sonore dei deceduti ex compagni Keith Moon e John Entwistle.
Tornando al brano è necessario correggere un'inesattezza che è stata ripetuta più volte. Non si tratta di scarti di John Lennon ma di una scelta tra centinaia di brani che Lennon ha continuato a comporre durante i cinque anni di allontanamento dalle scene e dai palchi tra il 1975 e il 1980, decisione drastica e molto controversa, che prese per accudire al meglio il neonato figlio Sean e la moglie Yoko.
Esistono più di duecento brani, le “Dakota tapes”, che John continuò a registrare in forma di demotape nel Residence Dakota di New York, dove abitava e davanti al quale fu assassinato l'8 dicembre 1980.
In secondo luogo, si è sproloquiato, ovviamente a sproposito, sull'utilizzo dell'Intelligenza Artificiale (parola magica che viene associata ormai a qualsiasi novità artistica o tecnologica).
In realtà lavorare, soprattutto nel 2023, con un vecchio nastro, separare gli strumenti e reinciderci altre parti è normale pertinenza di qualsiasi studio di registrazione. Compito di Paul, Ringo e lo staff che li ha seguiti, è stato riprodurre “artificialmente” “quel” suono dei Beatles, renderlo attuale e allo stesso tempo affine alle loro produzioni di cinquanta anni fa.
D'altronde era prassi nelle loro modalità compositive ed esecutive in studio ovvero collaborare, ognuno a modo suo, a ogni brano, apportando il proprio stile e creatività.
L'effetto “Frankestein” è evidente se pensiamo che la voce di un John non ancora quarantenne e le chitarre di George, suonate quando era cinquantenne, vengano affiancate dalle voci degli ultra ottantenni Paul e Ringo.
Un'operazione che apre le porte a mille opzioni per creare “nuove” canzoni mettendo insieme parti strumentali o vocali di chiunque non sia più tra noi, utilizzando nuove registrazioni, realizzando nuove opere, attribuibili, almeno in parte, a grandi star che ci hanno lasciato prematuramente.
Proprio recentemente, altra frontiera che sembra gradita a molte vecchie rockstar, l'ex bassista e compositore dei Pink Floyd ha avuto l'idea (discutibile, se non altro per il modesto e ininfluente risultato finale) di rifare da cima a fondo la loro opera più famosa, venduta e conosciuta, “The dark side of the moon”.
Il problema che evidenzia questa operazione è già noto ma “Now and then” lo palesa in modo clamoroso, trattandosi dei Beatles.
Il “museo del rock” ha sempre più bisogno di nuovi reperti per perpetuare la memoria di un realtà che non esiste più o perlomeno si sta estinguendo.
Ogni anno se ne vanno tra i migliori protagonisti della grande era rock, i sopravvissuti sono nonni che hanno raggiunto o sono in procinto di farlo, gli ottanta anni.
Con tutti i distinguo del caso, è evidente che i grandi classici della musica rock non hanno avuto alcun credibile ricambio nel corso degli ultimi venti/trenta anni.
Certo, sono usciti grandi dischi e molti gruppi si sono accreditati nel migliore dei modi per assurgere all'Olimpo del rock, nel quale però rimangono, intoccabili e immarcescibili quei soliti nomi che ne hanno scritto la storia e i principali capolavori.
Non a caso è ormai uno stillicidio di ristampe di ogni album storico (ma anche episodi minori) con inediti, registrazioni più o meno rare, foto mai viste, rimasterizzazioni, nuovi mix e chi più chi ne ha più ne metta, al fine di sfruttare questa inguaribile nostalgia per un mondo che non c'è più.
Il video che ha accompagnato “Now and then” è, in questo senso, una delle operazioni più imbarazzanti e desolanti mai viste, con Paul e Ringo in studio nel 2023, affiancati dalle immagini in movimento di John e George, estrapolate da riprese del 1967, che “interagiscono” tra di loro.
In tanti lo hanno definito commovente, personalmente non riesco a riguardarlo senza arrossire per loro.
Il perfetto dono confezionato per i nostalgici che rivedono per un attimo i quattro Beatles insieme.
https://www.youtube.com/watch?v=Opxhh9Oh3rg
Un nuovo ennesimo ciondolo e souvenir da posizionare nel suddetto “museo del rock”.
Ma che, ovviamente, non apporta nulla di concretamente nuovo, non contribuisce di certo a muovere una virgola di quello che già conosciamo, diventa, un pur godibilissimo, inutile nostalgico orpello.
lunedì, novembre 13, 2023
Beatles - Now and then
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Beatles,
Di cosa parliamo quando parliamo di musica
sabato, novembre 11, 2023
Antonio Bacciocchi - Quadrophenia - Recensioni
BILLBOARD
https://billboard.it/top-story/50-anni-quadrophenia-the-who/2023/10/26137301/
MESCALINA di Valeria Di Tano
https://www.mescalina.it/libri/recensioni/antonio-bacciocchi/quadrophenia
INDIE FOR BUNNIES di Stefania Fancellu
https://www.indieforbunnies.com/2023/11/01/libri-quadrophenia-gli-who-e-la-storia-del-disco-e-del-film-che-hanno-definito-un-genere-di-antonio-bacciocchi/
ROCK MY LIFE di Graziella Ventrone
https://www.rockmylife.it/2023/11/02/quadrophenia-gli-who-e-la-storia-che-ha-definito-un-genere/
TV6 ON AIR
https://tv6onair.com/tv6onair-libri-quadrophenia-a-lui-who-e-la-frottola-del-sfera-e-del-patina-i-quali-hanno-distinto-un-razza-durante-antonio-bacciocchi/
E inoltre su CLASSIC ROCK a cura di Francesco Donadio, RUMORE di Luca Frazzi e IL VENERDI' di Repubblica di Matteo Tonelli.
Intervista a Radio Onda d'Urto, Radio Rock, radio Base Venezia e Radio Città Aperta Roma.
Antonio Bacciocchi
Quadrophenia. Gli Who e la storia del disco e del film che hanno definito un genere
Interno 4
160 pagine
16 euro
https://billboard.it/top-story/50-anni-quadrophenia-the-who/2023/10/26137301/
MESCALINA di Valeria Di Tano
https://www.mescalina.it/libri/recensioni/antonio-bacciocchi/quadrophenia
INDIE FOR BUNNIES di Stefania Fancellu
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ROCK MY LIFE di Graziella Ventrone
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E inoltre su CLASSIC ROCK a cura di Francesco Donadio, RUMORE di Luca Frazzi e IL VENERDI' di Repubblica di Matteo Tonelli.
Intervista a Radio Onda d'Urto, Radio Rock, radio Base Venezia e Radio Città Aperta Roma.
Antonio Bacciocchi
Quadrophenia. Gli Who e la storia del disco e del film che hanno definito un genere
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venerdì, novembre 10, 2023
Riccardo Russino - Contesa e calpestata
La triste vicenda di Pattie Boyd, musa ispiratrice di due tra le più grandi rockstar dei tutti i tempi, modella, protagonista del jetset e della Swinging London ma, come sottolinea il titolo calpestata, tradita, umiliata.
Moglie di George Harrison che gli ispira "I need you", "If I needed someone" e l'immortale "Something" (George smentì nel 1996 la circostanza, Pattie sostiene il contrario), viene progressivamente abbandonata e lasciata da parte mentre lui si dedica a cocaina, meditazione, party. Corteggiata fino all'esasperazione da Eric Clapton, alla fine cede alle sue lusinghe e lo sposa.
Anche lui sarà prodigo di canzoni per lei, da "Layla" (scritta durante il corteggiamento) a "Wonderful today" Sarà un "dalla padella alla brace", con l'alcolismo del chitarrista, il suo accompagnarsi ogni giorno con una donna diversa, un inferno da cui uscirà a pezzi, per cadere tra le braccia di un altro alcolizzato, con le prevedibili conseguenze.
Pattie si era già raccontata, con dovizia di particolari in "Wonderful Today" ( https://tonyface.blogspot.com/2019/10/pattie-boyd-wonderful-today-la-mia-vita.html), in questo libro la narrazione dall'esterno ripercorre le vicende di una storia opaca, sotto l'apparente splendore.
Riccardo Russino
Contesa e calpestata
Caissa Italia
163 pagine
16,50
Moglie di George Harrison che gli ispira "I need you", "If I needed someone" e l'immortale "Something" (George smentì nel 1996 la circostanza, Pattie sostiene il contrario), viene progressivamente abbandonata e lasciata da parte mentre lui si dedica a cocaina, meditazione, party. Corteggiata fino all'esasperazione da Eric Clapton, alla fine cede alle sue lusinghe e lo sposa.
Anche lui sarà prodigo di canzoni per lei, da "Layla" (scritta durante il corteggiamento) a "Wonderful today" Sarà un "dalla padella alla brace", con l'alcolismo del chitarrista, il suo accompagnarsi ogni giorno con una donna diversa, un inferno da cui uscirà a pezzi, per cadere tra le braccia di un altro alcolizzato, con le prevedibili conseguenze.
Pattie si era già raccontata, con dovizia di particolari in "Wonderful Today" ( https://tonyface.blogspot.com/2019/10/pattie-boyd-wonderful-today-la-mia-vita.html), in questo libro la narrazione dall'esterno ripercorre le vicende di una storia opaca, sotto l'apparente splendore.
Riccardo Russino
Contesa e calpestata
Caissa Italia
163 pagine
16,50
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giovedì, novembre 09, 2023
Francesco Floris, Carlo Pallavicini - La muraglia umana. Le lotte dei facchini nella logistica
«È il 19 luglio 2022 quando otto sindacalisti di base dei facchini vengono arrestati e finiscono ai domiciliari per associazione a delinquere e decine di altri reati. Per la Procura di Piacenza avrebbero usato la “maggior rappresentatività sindacale” delle proprie sigle sul territorio per ricattare, estorcere e condizionare le aziende della logistica nella provincia della “rossa” Emilia».
Una vicenda tanto incredibile quanto ripugnante per come è stata portata avanti "la vicenda dell'associazione a delinquere più strampalata del mondo", a danno di esponenti sindacali di S.I.Cobas (uno dei quali l'autore Carlo Pallavicini).
Accuse infondate e pretestuose per affondare i diritti dei lavoratori della logistica e punire chi li aveva difesi e ne aveva preso le parti.
Nelle pagine de La muraglia umana, il dettaglio della vicenda, le accuse, gli arresti, l'assoluzione.
"Democrazia è prima di tutto diritto al dissenso e all'organizzazione dello stesso, senza dover temere che all cinque di mattino qualche agente in divisa venga ad arrestarti.
E' riconoscere nel conflitto un valore, che per il nostro paese ha significato storicamente espansione del campo delle tutele e dei diritti, quelle stesse tutele e diritti che trent'anni di neoliberismo hanno sensibilmente intaccato fino a riducrci ad essere il fanalino di coda in Europa per potere d'acquisto dei salari".
Il libro restituisce anche un quadro inquietante del disastro ambientale e umano che ha subito la città di Piacenza per fare posto a milioni di metri quadrati di cemento per la logistica (magazzini di Ikea, OVS, Leroy Merlin, Amazon - i principali - dislocati intorno alla città e nella vicina Castel San Giovanni).
"Piacenza ha subito tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo secolo una vera trasformazione urbana. La deformazione (vedi Google maps) che si sviluppa a nord est della città "storica" è il polo logistico: tre milioni di metri quadrati di capannoni cresciuti in mdo disorganico e senza alcuna reale progettazione urbana, senza servizi, senza collegamenti sicuri co il resto della città.
La stessa sorte ha subito il vicino comune di castel San Giovanni: parliamo in quel caso di due milioni e cinquecentomila metri quadrati di capannoni."
"Eppure di logistica si muore. Si muore, tutti, a causa dei gas di scarico riversati sulla città da milioni e milioni di camion ogni anno.
Piacenza vanta il triste primato nel nostroi paese di tumori agli organi filtro e la correlazione è chiara: per la collettività e per i lavoratori del trasporto merci che operano a pochi metri dai gas di scarico dei Tir....in poco più di 20 anni la logistica a Piacenza si è espansa a vista d'occhio diventando una città nella città costruita su piattaforme, hub, magazzini, vie di trasporto."
Francesco Floris e Carlo Pallavicini
La muraglia umana. Le lotte dei facchini nella logistica
Momo Edizioni
Pag. 80
10,00 €
Una vicenda tanto incredibile quanto ripugnante per come è stata portata avanti "la vicenda dell'associazione a delinquere più strampalata del mondo", a danno di esponenti sindacali di S.I.Cobas (uno dei quali l'autore Carlo Pallavicini).
Accuse infondate e pretestuose per affondare i diritti dei lavoratori della logistica e punire chi li aveva difesi e ne aveva preso le parti.
Nelle pagine de La muraglia umana, il dettaglio della vicenda, le accuse, gli arresti, l'assoluzione.
"Democrazia è prima di tutto diritto al dissenso e all'organizzazione dello stesso, senza dover temere che all cinque di mattino qualche agente in divisa venga ad arrestarti.
E' riconoscere nel conflitto un valore, che per il nostro paese ha significato storicamente espansione del campo delle tutele e dei diritti, quelle stesse tutele e diritti che trent'anni di neoliberismo hanno sensibilmente intaccato fino a riducrci ad essere il fanalino di coda in Europa per potere d'acquisto dei salari".
Il libro restituisce anche un quadro inquietante del disastro ambientale e umano che ha subito la città di Piacenza per fare posto a milioni di metri quadrati di cemento per la logistica (magazzini di Ikea, OVS, Leroy Merlin, Amazon - i principali - dislocati intorno alla città e nella vicina Castel San Giovanni).
"Piacenza ha subito tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo secolo una vera trasformazione urbana. La deformazione (vedi Google maps) che si sviluppa a nord est della città "storica" è il polo logistico: tre milioni di metri quadrati di capannoni cresciuti in mdo disorganico e senza alcuna reale progettazione urbana, senza servizi, senza collegamenti sicuri co il resto della città.
La stessa sorte ha subito il vicino comune di castel San Giovanni: parliamo in quel caso di due milioni e cinquecentomila metri quadrati di capannoni."
"Eppure di logistica si muore. Si muore, tutti, a causa dei gas di scarico riversati sulla città da milioni e milioni di camion ogni anno.
Piacenza vanta il triste primato nel nostroi paese di tumori agli organi filtro e la correlazione è chiara: per la collettività e per i lavoratori del trasporto merci che operano a pochi metri dai gas di scarico dei Tir....in poco più di 20 anni la logistica a Piacenza si è espansa a vista d'occhio diventando una città nella città costruita su piattaforme, hub, magazzini, vie di trasporto."
Francesco Floris e Carlo Pallavicini
La muraglia umana. Le lotte dei facchini nella logistica
Momo Edizioni
Pag. 80
10,00 €
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mercoledì, novembre 08, 2023
Buddah Records
Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.
L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York
La Buddah Records era un'etichetta discografica americana fondata nel 1967 a New York City.
Il capo del Kama Sutra, Art Kass fondò la Buddah Records nel 1967, con i suoi soci Artie Ripp, Hy Mizrahi, Phil Steinberg e il mafioso italiano John "Sonny" Franzese.
Franzese ha usato Buddah per riciclare i guadagni illegali della mafia e per corrompere i disc jockey.
Si infiltrò anche e iniziò a fare soldi attraverso il proprietario della Calla Records, Nate McCalla, finché l'etichetta discografica cessò le operazioni nel 1977 e McCalla fu assassinato in stile esecuzione nel 1980.
Il primo album dell'etichetta è stato Safe as Milk di Captain Beefheart & His Magic Band (BDM 1001 -1967) mentre il primo singolo è stato "Yes, We Have No Bananas" / "The Audition" della Mulberry Fruit Band (BDA1-1967).
Buddah inizialmente lasciò il segno come etichetta di musica Bubblegum con Ohio Express, 1910 Fruitgum Company e Kasenetz-Katz Singing Orchestral Circus.
Tuttavia, furono i Lemon Pipers a dare a Buddah il suo primo successo n. 1 con "Green Tambourine", prodotto da Paul Leka, nel febbraio 1968.
Quando la popolarità della musica bubblegum diminuì all'inizio del decennio, Buddah si ramificò nel gospel, nel folk-country e nell'R&B.
La società distribuì molte altre etichette indipendenti, tra cui Kama Sutra Records, Curtom Records (Curtis Mayfield), T-Neck Records (Isley Brothers), Charisma Records (Genesis, Monty Python), Sussex Records (Bill Withers).
Il catalogo Buddah è ora di proprietà di Sony Music Entertainment e gestito da Legacy Recordings.
Nello stesso edificio (1650 Broadway, Manhattan) erano presenti: Bang Records, Bell Records, Diamond Records, Gamble Records, Laurie Records, Roulette Records, Scepter Records, Wand Records.
L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York
La Buddah Records era un'etichetta discografica americana fondata nel 1967 a New York City.
Il capo del Kama Sutra, Art Kass fondò la Buddah Records nel 1967, con i suoi soci Artie Ripp, Hy Mizrahi, Phil Steinberg e il mafioso italiano John "Sonny" Franzese.
Franzese ha usato Buddah per riciclare i guadagni illegali della mafia e per corrompere i disc jockey.
Si infiltrò anche e iniziò a fare soldi attraverso il proprietario della Calla Records, Nate McCalla, finché l'etichetta discografica cessò le operazioni nel 1977 e McCalla fu assassinato in stile esecuzione nel 1980.
Il primo album dell'etichetta è stato Safe as Milk di Captain Beefheart & His Magic Band (BDM 1001 -1967) mentre il primo singolo è stato "Yes, We Have No Bananas" / "The Audition" della Mulberry Fruit Band (BDA1-1967).
Buddah inizialmente lasciò il segno come etichetta di musica Bubblegum con Ohio Express, 1910 Fruitgum Company e Kasenetz-Katz Singing Orchestral Circus.
Tuttavia, furono i Lemon Pipers a dare a Buddah il suo primo successo n. 1 con "Green Tambourine", prodotto da Paul Leka, nel febbraio 1968.
Quando la popolarità della musica bubblegum diminuì all'inizio del decennio, Buddah si ramificò nel gospel, nel folk-country e nell'R&B.
La società distribuì molte altre etichette indipendenti, tra cui Kama Sutra Records, Curtom Records (Curtis Mayfield), T-Neck Records (Isley Brothers), Charisma Records (Genesis, Monty Python), Sussex Records (Bill Withers).
Il catalogo Buddah è ora di proprietà di Sony Music Entertainment e gestito da Legacy Recordings.
Nello stesso edificio (1650 Broadway, Manhattan) erano presenti: Bang Records, Bell Records, Diamond Records, Gamble Records, Laurie Records, Roulette Records, Scepter Records, Wand Records.
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Tales from New York
martedì, novembre 07, 2023
Russia. Febbraio 2023 #6
L'amico SOULFUL JULES, abituale frequentatore, per motivi di lavoro, dell'ex Urss, ci introduce nel clima di alcune zone, tristemente famose in questi giorni.
Ci aiuta a capire e ad approfondire, al di fuori di divisioni ideologiche, polarizzazioni, supposizioni.
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Russia. Febbraio 2023
PARTE #6
Il Nagorno-Karabakh è un’area contesa tra Armenia e Azerbaigian.
La maggior parte della popolazione che vive nella regione è di etnia armena ma territorialmente fa parte dell’Azerbaigian dal 1920, quando Lenin ne ha sancito la cessione agli azeri.
Con il crollo dell’Urss, tra il 1992 e il 1994 si è combattuta una vera e propria guerra, da una parte Baku a rivendicare l’integrità territoriale, dall’altra Yerevan che faceva appello all’autodeterminazione dei popoli.
Per trent’anni il conflitto è rimasto congelato, qualche sparatoria qua e là ma tutto sommato Mosca era riuscita a mantenere l’ordine.
Finché nel settembre del 2020 sono ripartiti gli scontri lungo la linea di confine, dalla parte azera.
Il conflitto si era prolungato per due mesi, a novembre era stato firmato un cessate il fuoco che di fatto sanciva un avanzamento delle posizioni sotto il controllo di Baku.
(Come sappiamo, recentemente l'Azerbaijan ha riconquistato il territorio con un'azione militare, scacciando di fatto la quasi totalità della popolazione armena. La capitale Stepanakert è stata ribattezzata Khankendi e dal 1 gennaio 2024 il Nagorno Karabakh ufficialmente non esisterà più NdR).
“Ormai sono due anni che sparano e che fanno finta non succeda niente.”
Commentava Garry, mio coetaneo, sposato e con una figlia piccola. Nel 2020 era stato mobilitato, aveva combattuto.
“Hai sparato?”
“Ho sparato.”
Aveva risposto, come a dire che sì, qualcuno lo aveva anche colpito e non aveva aggiunto altro mentre passavamo accanto a un cimitero su una collina, cumuli di terra smossa di recente, di un marrone più scuro rispetto alle altre tombe, le ghirlande di fiori freschi e gli stendardi colorati, che sembrava li avessero appena deposti.
Cinquemila armeni erano morti nell’arco di quarantaquattro giorni, prima che i due governi firmassero un cessate il fuoco negoziato da Mosca.
Tra una presentazione e una cena al ristorante venivano fuori i paragoni con la guerra in Ucraina, ero curioso di sapere cosa ne pensassero gli armeni.
“L’Ucraina ha sostenuto l’Azerbaijan contro di noi.
Hanno fornito le bombe al fosforo ma non serbiamo rancore. Poi se mi chiedi della guerra cosa ti dico… centocinquantamila immigrati dalla Russia. Giovani, istruiti. Da un lato è un bene ma considera che qua è diventato tutto più caro. Tra qualche anno tireremo una linea e vedremo. A qualcuno è andata bene ma non al mio popolo.” aveva commentato Garry con amarezza.
L’insonnia, i voli notturni, il fuso orario, il rientro a casa il venerdì, il tempo di disfare e rifare la valigia e poi lunedì ero andato in Moldavia, a Chisinau.
Dicono che sia uno dei paesi più poveri d’Europa e basta vedere le strade piene di buche, le case basse con gli infissi in legno, come nella provincia russa, e il colore del cemento dappertutto, dai campi sporchi di neve e terra al cielo coperto di nuvole.
Se invece fai caso alle auto che ci sono in giro, par di essere in qualche quartiere esclusivo di Londra o Milano.
Bmw, Mercedes, Audi, Porsche, mega cilindrate, carrozzerie opacizzate e vetri oscurati.
Lo status dell’auto costosa che ti riporta agli anni novanta, quando la Moldavia, appena proclamata l’indipendenza dall’Urss, introdusse l’economia di mercato.
Il territorio attuale corrisponde alla parte orientale della Dacia, per oltre un secolo provincia romana, ed è uno di quegli staterelli un po’ sfigati che si trovano a essere periodicamente invasi e sottomessi dai big di turno.
Prima i romani, poi i barbari, in seguito la Rus’ di Kiev fino alle invasioni dei Mongoli e negli ultimi secoli una spartizione continua tra gli ottomani, gli austro-ungarici, i russi e infine i sovietici.
Nel 1940 venne istituita la Repubblica Socialista di Moldavia che rimase tale fino al 1990.
Oggi nel paese ci sono tre milioni di abitanti, quindici etnie e i principali credo religiosi.
A Chisinau parlano tutti almeno tre lingue, nei ristoranti trovi i menu in inglese, russo, rumeno, tedesco e francese.
Qualche parola comprensibile qua e là, alimentara, strada, farmacia, sens unic e le insegne in russo e rumeno.
In quei giorni, mentre ero a Chisinau, c’erano state delle proteste davanti al parlamento, contro il caro vita dicevano i clienti; come provocazione da parte dei partiti filo-russi, dicevano il Corriere e La Repubblica.
Avevano tutti ragione.
Una sera ero andato a cena con Evgenij, il cliente di Odessa.
Si era fatto due ore di strada per venire a trovarmi, alla frontiera non era rimasto a lungo in coda; lo avevano fatto uscire senza problemi quando avevano capito che aveva superato da un pezzo i sessant’anni.
A tavola parlavamo della loro guerra, c’era anche la moglie di Evgenij.
Ol’ga aveva iniziato a studiare l’ucraino, a sessanta e passa anni, non so se per convinzione o per convenienza, quando tutto sarebbe finito avrebbe parlato un’altra lingua, si preparava a vivere in un paese cambiato.
Evgenij non ci pensava nemmeno a imparare una lingua diversa dal russo, nonostante i missili di Mosca gli avessero sfiorato la casa e l’azienda in un paio di occasioni, continuava a mettere in discussione qualsiasi cosa, sempre questa capacità di spiazzarti con le sue verità alternative, lui unico illuminato in grado di decifrare la realtà.
“Non c’è nessuna guerra. Fanno vedere che sono là, fermi nelle trincee e non succede niente. Dimmi se questa è una guerra.”
“Beh ma c’è una differenza rispetto a prima, no?” provavo a riportare il discorso sui fondamentali.
“Da noi adesso è tutto a posto, non ci sono più problemi con l’elettricità o il riscaldamento.”
Evgenij l’aveva prevista questa guerra, era dal 2014 che continuava a chiamarla, prima o poi sarebbe scoppiata.
“È andata come dicevi tu.” avevo riconosciuto tra un antipasto e l’altro.
“Solo che poi non è andata come diceva lui.” aveva aggiunto ridendo sua moglie.
No, i russi non avevano preso Kiev in pochi giorni e Odessa era ancora in Ucraina.
Questa la sintesi dell’ultimo mese, sicuro ho tralasciato qualcosa, le domeniche al parco con i bambini, le feste di compleanno dei compagni di scuola e ogni ora di veglia rubata al lavoro o alla famiglia dedicata a registrare viaggi, conversazioni, paesaggi e odori.
Forse c’è un motivo se ho la pressione alta.
È il caso di rallentare, anche gli occhi me lo stanno dicendo.
Vengo visitato da donne giovani, i nomi di origine musulmana e le sopracciglia spesse.
Prima mi fanno un elettrocardiogramma, le ventose non si incollano al petto per via dei pelazzi neri e folti.
Amira mi depila con un rasoio bilama, giusto due striscette ma ci sta una vita.
Poi mi mette il gel, freddo e viscido.
Dà un’occhiata al grafico tracciato sulla carta, in generale è tutto ok ma c’è qualcosa che non la convince.
Meglio fare anche un ecocardiogramma.
Mi passa delle salviette di carta, per togliermi il gel dal petto.
Mi rivesto e passo in un laboratorio al piano inferiore.
Nafisa mi aggancia delle pinzette sui peli dei pettorali.
Dà un’occhiata al risultato e aggrotta la fronte, lo sguardo serio. Mi invita a rimettere la camicia, mi fa uscire e chiama la collega per un consulto.
Nel corridoio, accucciati su una panchina, ci sono ancora Elena e Rafael, il vecchio autista sonnecchia con la bocca aperta, la biondina guarda il cellu. Rafael apre gli occhi scuotendo la testa, come a dissimulare la stanchezza, Elena mi guarda senza dire niente.
Provo a tranquillizzarli, va tutto bene, è ora che vadano a casa ma non c’è niente da fare, restano qua finché non ho terminato.
Dopo pochi minuti Nafisa apre la porta dell’ambulatorio e fa cenno di entrare.
Volto inespressivo. Mi fa accomodare e mi spiega che ho un prolasso della valvola mitralica, un soffio al cuore.
Ci metto un paio di minuti a capire cosa sta dicendo, mai sentito parlare di mitral’nyj kapàn, ci vuole il traduttore online e ancora non ho ben chiaro che cosa sia di preciso.
La cardiologa cerca di rassicurarmi.
Niente di grave, può essere una cosa congenita, c’è un sacco di gente che ci convive senza problemi ma bisogna stare attenti.
Mi consiglia di comprare uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e prendermi nota di tutti i valori perché non ho idea di quale sia il mio standard, l’ultima volta che il medico me l’ha controllata è stato dieci anni fa.
Quando le chiedo se devo proprio farla ‘sta cosa, di misurarmi due volte al giorno, Nafisa fa un sospiro e mi spiega con tono paziente:
“Può essere pericoloso avere la pressione alta, per l’effetto che ha sul cuore. Prenda gli animali. Di solito le bestie più grandi vivono a lungo perché hanno la pressione bassa. Invece quelli piccolini, che sono sempre tutti agitati” imita l’espressione concitata di certi cagnolini, “beh quelli muoiono prima.” conclude conciliante, convinta, a torto, di avermi tranquillizzato.
Il prolasso della valvola mitralica, guarda te se lo devo scoprire a Mosca.
E taci che mi è andata bene, qua in poche ore mi hanno fatto tutte le analisi.
In Italia mi sarei fatto una giornata intera al pronto soccorso prima di essere ricevuto e la prima visita specialistica, a pagamento, l’avrebbero fissata dopo due settimane.
Progetti, idee, viaggi per lavoro e per divertimento già programmati fino a quest’estate, gli ordini da inserire per garantire le consegne, il fatturato da tenere sott’occhio per capire le dinamiche di crescita, le ferie con la famiglia ad agosto, finalmente torniamo all’estero con i bambini. E sempre questo pensiero strisciante in sottofondo, questa preoccupazione dai contorni velati che possa succedere qualcosa quando sei in Russia e, tra tutti i rischi che avevo messo in conto, quello dell’ictus o dell’infarto non l’avevo mai considerato.
Usciamo dalla clinica che sono le nove di sera, portiamo Elena alla fermata della metro, è il mezzo più economico per tornare a casa. La saluto con riconoscenza e un po’ mi vergogno di essermi segnato tutti quei dettagli nel corso della giornata. L’aspetto fisico, certe imperfezioni che solo gli stronzi notano, le sue banalità sulla guerra e le lagne per non riuscire a vedere certi film al cinema, perché tu sei quello più intelligente, acuto, tanto cervello e poco cuore, e oggi te l’ha detto anche la dottoressa.
Rafael pare sollevato, forse perché non gli sono schiattato tra le braccia, inizia a raccontarmi dell’ultimo viaggio che ha fatto in Armenia, per i novogodnje prazdniki, le festività natalizie, che in Russia iniziano il 31 dicembre e finiscono il 7 gennaio con il Natale ortodosso.
È andato a trovare le sorelle, abitano lì dal 1985, quando la famiglia di Rafael è scappata dall’Azerbaijan, dove avevano sempre abitato. Vivevano a Sumgait, una delle città più grandi del paese, armeni trapiantati da diverse generazioni, c’era una grossa comunità nel paese.
Poi negli anni ottanta il clima di insofferenza da parte degli azeri, in prevalenza musulmani, era cresciuto a dismisura nei confronti degli armeni, che sono cristiani, e a un certo punto Rafael aveva deciso di trasferirsi a Mosca con la famiglia mentre le sorelle avevano raggiunto dei parenti a Yerevan.
Stava bene in Azerbaigian, era direttore di un negozio di alimentari, prima di lui il direttore era stato il padre.
In quegli anni si stava bene dappertutto, continua.
“Andavi al lavoro e sapevi che alla sera saresti tornato a casa. E la casa era gratis.” Ridacchia, “Pensati adesso, ma quale casa gratis!” ragiona ad alta voce e infatti oggi è una cosa inconcepibile ma per quasi trecento milioni di persone fino al 1991 questa è stata la norma, con tutti i vantaggi e le scomodità del caso.
“L’unica cosa è che eravamo chiusi qua. Non potevamo uscire.”
Non era mai stato all’estero, Rafael, aveva girato per tutto l’Urss, aveva fatto il militare in Cecoslovacchia, vicino a Praga, nel 1972.
“Là era diverso. Era meglio, a partire dalle cose semplici. Il dentifricio, i dolcetti che vendevano nei negozi. Qua non avevamo neanche la gomma da masticare. La prima volta l’ho provata a Praga.” ricorda con un sorriso che gli alza le punte dei baffi. “E prima di tornare a casa avevo comprato una camicia arancione, di tessuto goffrato. Me la invidiavano tutti. È lì che ho capito che non vivevamo in paradiso.”
Mi pare di vederlo Rafael, fresco di congedo, che balla le ultime hit sovietiche in qualche balera di Sumgait con la sua blusa di importazione. Il primo pensiero frivolo che mi è passato per la testa nelle ultime ore.
Arriviamo in albergo che sono le dieci di sera, Rafael esce dall’abitacolo per sincerarsi che mi reggo in piedi, lo ringrazio e ne approfitto per liberarmi dei valenki, gli stivali in feltro che mi trascino dietro da due giorni.
Rafael è contentissimo, mi stringe la mano tra le sue e continua a fare un mezzo inchino.
“Quando ci rivediamo?” mi domanda.
“Penso in aprile, vediamo come va.” rispondo indicandogli l’occhio.
“Daj bog, daj bog.” se Dio vuole. “La cosa più importante è la salute.” commenta prima di congedarsi.
Mi butto a letto che sono stanco e abbacchiato. Dal corridoio arrivano delle grida, parole che hanno un suono familiare, con un ritmo cadenzato. È un tipo che parla al telefono in bergamasco ad altissima voce. “E allora io ci ho detto, guarda che così non portiamo a casa il bisinèss, cala di un venti percento o qua salta tutto. Balabiòt!”
Preferivo la tipa che scopava.
L’indomani mi alzo e per prima cosa mi guardo allo specchio.
Il taglietto, che poche ore fa era appena visibile, si è trasformato in una chiazza rossa che copre metà della sclera, roba da film horror.
Una delle dottoresse mi ha assicurato che entro cinque giorni tornerà a posto ma la vedo dura.
Prima di pranzo ho un incontro in una grossa azienda fuori Mosca. Nikolaj, il venditore che mi viene a prendere, non si accorge neanche che ho l’occhio sinistro arrossato.
Gli racconto delle visite e dello spavento che mi sono preso, annuisce giusto per darmi un po’ di soddisfazione, mi pare che non gliene freghi molto. Veniamo ricevuti in uno stanzone adibito a sala riunioni, un tavolone al centro e uno schermo da cinquanta pollici appeso a una parete. Viktor Andreevič, il responsabile degli acquisti, ha chiesto espressamente di incontrarci. Mi osserva qualche secondo dopo i convenevoli di rito e alza il mento come a domandare: “Che è successo?”
“Ho litigato con un cliente.” rispondo sorridendo.
Parliamo dei miei viaggi, mi lagno perché mi tocca stare attento ai soldi, devo cambiare i contanti, come quando ero studente.
Viktor Andreevič mi osserva con l’aria severa e ribatte: “C’è una guerra, con tutto quello che succede… questo è il problema minore.”
“Sì, certo.” Ammetto con un po’ di vergogna.
Viktor Andreevič è un omone brizzolato con la barbetta curata, l’ultima volta l’ho visto un anno fa, prima della guerra. Mi sembra che sia dimagrito, più tranquillo. Non beve te né caffè, giusto un bicchiere d’acqua.
Seco che anche lui c’ha la pressione alta. Ci racconta dell’ultimo viaggio che ha fatto in Italia per lavoro, delle visite ai fornitori.
In alcuni casi ha scoperto che la roba che comprava era fatta in Cina e si è sentito preso in giro. Adesso vuole vederci chiaro e mi chiede dov’è che produciamo noi.
Mi guarda dritto negli occhi, come un padre che interroga il figlio e non vuole sentire cazzate. Mi viene da ridere, poteva venire anche da noi, gli avrei mostrato gli stampi per la plastica, i cassoni con i semilavorati che poi sono assemblati di fronte alla nostra sede, in un capannone col pavimento lucido, da quanto è pulito.
In magazzino gli avrei fatto vedere l’area dove è stoccata la sua merce, pronta per essere caricata, poi saremmo andati a pranzo, pesce o crostacei e vino bianco.
v Provo a convincerlo mentre lui mi fissa l’occhio arrossato, in maniera insistente, forse per mettermi a disagio ma casca male perché mi focalizzo sul neo che ha sotto il labbro inferiore, una pallina di carne marroncina che non c’entra niente con il resto del mento, i peli della barba fanno capolino da sotto, è chiaro che lì il rasoio non ci arriva e sembra un’aiuola contornata da ciuffetti d’erba.
Viktor Andreevič pare soddisfatto dalle mie spiegazioni, sposta lo sguardo sull’occhio buono e riporta il discorso sulla guerra, senza motivo, a dire il vero. “Io sono cresciuto in strada e quando ero bambino la regola era che quello che colpisce per primo colpisce più forte.”
Annuisco senza dire niente, perché non ho niente da dire. Anch’io sono cresciuto nel marciapiede davanti a casa, mai tirato né preso un pugno.
Alla sera prendo un taxi che sono le undici per andare in aeroporto. Ho il volo per Istanbul alle due e mezza del mattino, un’ora di attesa e poi la coincidenza per Venezia.
L’autista ha un testone che pare una palla da basket coi capelli a spazzola. È originario del Kirgizistan e mi fa i complimenti per il russo:
“Lei abita qua?”
“No, ci vengo per lavoro. Adesso torno a casa da mia moglie e i miei figli.”
“Maschi o femmine?”
“Un maschio e una femmina.”
“Io ho un bambino, ha tre anni. Lo stiamo viziando tantissimo. Gli compriamo tutto quello che vuole. L’altro giorno voleva un camion, preso il camion blu. Se vede la pizza non c’è verso, tocca comprargli la pizza, anche se sta mangiando il gelato. Ma sa,” prova a giustificarsi, anche se io non ho detto una parola, “è ancora piccolo, non capisce. Quando crescerà un po’ allora gli dirò di no, sarà tutto più facile.”
Certo, come no.
Dice che questa è l’ultima corsa della serata, non gli piace lavorare di notte, troppi rischi.
“Una volta una donna mi ha offerto dei soldi per andare a casa sua. Voleva che dormissi con lei.” mi spiega con una punta di imbarazzo. Dopo qualche attimo di silenzio mi fa una domanda. “Senta ma mi spieghi una cosa, lei che viene dall’occidente, che parla le lingue. Perché ce l’hanno tutti con la Russia?”
“Beh… perché ha invaso l’Ucraina.”
“Ma non l’ha invasa, stanno distruggendo le armi, stanno combattendo contro i nazisti ma nessuno vuole invadere l’Ucraina.”
“Sì ma di fatto sono in un altro paese. Sparano, bombardano, la gente muore.”
“Ma gli Stati Uniti lo hanno fatto in tutto il mondo. Se lo fanno loro nessuno dice niente. Lo fa la Russia una volta e tutti si lamentano. Perché?
Parla come un bambino, con un po’ di accento, argomenta in maniera semplice, schematica eppure non ho risposte da dare a questo tassista mezzo asiatico, non così, su due piedi, e mi sento anch’io un bambino, senza parole, senza argomenti.
In aeroporto c’è un sacco di gente in partenza per le vacanze, famiglie, coppie di giovani e di anziani.
Molti sono diretti in Turchia e discutono dei programmi di viaggio, degli itinerari modificati, le visite cancellate o spostate. Al solito c’è un tono fatalista, nessuno pare preoccupato del fatto che ci possa essere un’altra scossa.
Il volo è in ritardo, forse per i disagi del terremoto o per via della guerra, capita che ogni tanto l’aereo faccia una deviazione e allunghi un po’ la tratta.
Fatto sta che a Istanbul non riesco a prendere la coincidenza per Venezia. Al banco assistenza mi danno un biglietto per il volo successivo, mi tocca aspettare quattro ore in aeroporto. Poteva andare peggio.
Trovo una poltrona libera in un’area comune, è posizionata davanti a un maxischermo sintonizzato sul primo canale della tv turca, l’audio azzerato, trasmettono in diretta le operazioni di salvataggio.
Uomini barbuti raccolti attorno a cumuli di macerie, strati di cemento e laterizi, ammassi di intonaci, calcinacci, nuvole di polvere.
Ogni tanto la regia ritorna in studio e inquadra una speaker vestita di nero. Stacco, segue la vista dall’alto di una zona residenziale, la regia mostra il prima e il dopo, una linea si sposta da un lato all’altro dello schermo. Man mano che si avvicina all’estremità opposta, i tetti delle case si trasformano in rovine.
In basso a destra, dentro un riquadro, l’interprete per i non udenti gesticola con enfasi e pare stia tirando una tendina che separa la vita dalla morte.
Sono a pochi centimetri dalla tv, la larghezza del monitor risucchia la visione periferica, impossibile girare lo sguardo altrove, c’è solo questo, tipo Arancia Meccanica.
La Turchia come l’Ucraina, gli stessi ruderi, qua le case sono crollate e là sono state abbattute ma a parte questo non cambia molto, l’angoscia, la paura, il dolore e lo sconforto sono gli stessi.
Solo che qua il terremoto ha fatto un lavoro più accurato, non è rimasto niente in piedi. Tutto distrutto, in maniera più articolata, certosina, c’è una cura meticolosa nella devastazione che l’opera dell’uomo ancora non riesce a eguagliare, come se la natura avesse detto: “Adesso vi faccio vedere io.”
Guerra, distruzione, un occhio rosso, la pressione alta. Ho bisogno di dormire, riesco quasi a perdermi via che arriva uno spilungone, fa per avvicinarsi alla poltrona accanto alla mia e mi fa: “Excuse me? Can I take this chair?” Ha un tono altalenante, ogni parola un interrogativo, secco che questo viene da Udine.
“Sei italiano? Comunque sì, è libera.”
Il tipo tira indietro il capoccione di ricci neri un po’ sorpreso. Ci scambiamo qualche parola, dice che doveva prendere il mio stesso volo per Venezia ma anche lui ha fatto ritardo. È appena atterrato da Teheran.
“Ero lì per lavoro, abbiamo appena costruito un impianto di verniciatura per l’automotive.”
“Quanto sei stato via?”
“Quasi due mesi, abbiamo tirato su un capannone da duemila metri quadri.”
Duemila metri quadri, macchinari, linee di verniciatura, impianti, tonnellate di acciaio, plastica e tecnologia in uno dei paesi più sanzionati al mondo. “E coi pagamenti come fate?”
“Ah non so. Turchia o paesi arabi. Tu invece?”
“Io arrivo da Mosca. Ferramenta per mobili.”
“E com’è lì adesso?”
“Mah, tranquillo direi. In Ucraina un po’ meno. Ma continuano a comprare.”
“Ma scusa se ti chiedo, ma tu che magari in quei posti ci vai, che senti cosa dice la gente, chi ha ragione?”
Le precedenti puntate di "Tales from ex Urss" sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20Ex%20Urss
Russia. Febbraio 2023
PARTE #6
Il Nagorno-Karabakh è un’area contesa tra Armenia e Azerbaigian.
La maggior parte della popolazione che vive nella regione è di etnia armena ma territorialmente fa parte dell’Azerbaigian dal 1920, quando Lenin ne ha sancito la cessione agli azeri.
Con il crollo dell’Urss, tra il 1992 e il 1994 si è combattuta una vera e propria guerra, da una parte Baku a rivendicare l’integrità territoriale, dall’altra Yerevan che faceva appello all’autodeterminazione dei popoli.
Per trent’anni il conflitto è rimasto congelato, qualche sparatoria qua e là ma tutto sommato Mosca era riuscita a mantenere l’ordine.
Finché nel settembre del 2020 sono ripartiti gli scontri lungo la linea di confine, dalla parte azera.
Il conflitto si era prolungato per due mesi, a novembre era stato firmato un cessate il fuoco che di fatto sanciva un avanzamento delle posizioni sotto il controllo di Baku.
(Come sappiamo, recentemente l'Azerbaijan ha riconquistato il territorio con un'azione militare, scacciando di fatto la quasi totalità della popolazione armena. La capitale Stepanakert è stata ribattezzata Khankendi e dal 1 gennaio 2024 il Nagorno Karabakh ufficialmente non esisterà più NdR).
“Ormai sono due anni che sparano e che fanno finta non succeda niente.”
Commentava Garry, mio coetaneo, sposato e con una figlia piccola. Nel 2020 era stato mobilitato, aveva combattuto.
“Hai sparato?”
“Ho sparato.”
Aveva risposto, come a dire che sì, qualcuno lo aveva anche colpito e non aveva aggiunto altro mentre passavamo accanto a un cimitero su una collina, cumuli di terra smossa di recente, di un marrone più scuro rispetto alle altre tombe, le ghirlande di fiori freschi e gli stendardi colorati, che sembrava li avessero appena deposti.
Cinquemila armeni erano morti nell’arco di quarantaquattro giorni, prima che i due governi firmassero un cessate il fuoco negoziato da Mosca.
Tra una presentazione e una cena al ristorante venivano fuori i paragoni con la guerra in Ucraina, ero curioso di sapere cosa ne pensassero gli armeni.
“L’Ucraina ha sostenuto l’Azerbaijan contro di noi.
Hanno fornito le bombe al fosforo ma non serbiamo rancore. Poi se mi chiedi della guerra cosa ti dico… centocinquantamila immigrati dalla Russia. Giovani, istruiti. Da un lato è un bene ma considera che qua è diventato tutto più caro. Tra qualche anno tireremo una linea e vedremo. A qualcuno è andata bene ma non al mio popolo.” aveva commentato Garry con amarezza.
L’insonnia, i voli notturni, il fuso orario, il rientro a casa il venerdì, il tempo di disfare e rifare la valigia e poi lunedì ero andato in Moldavia, a Chisinau.
Dicono che sia uno dei paesi più poveri d’Europa e basta vedere le strade piene di buche, le case basse con gli infissi in legno, come nella provincia russa, e il colore del cemento dappertutto, dai campi sporchi di neve e terra al cielo coperto di nuvole.
Se invece fai caso alle auto che ci sono in giro, par di essere in qualche quartiere esclusivo di Londra o Milano.
Bmw, Mercedes, Audi, Porsche, mega cilindrate, carrozzerie opacizzate e vetri oscurati.
Lo status dell’auto costosa che ti riporta agli anni novanta, quando la Moldavia, appena proclamata l’indipendenza dall’Urss, introdusse l’economia di mercato.
Il territorio attuale corrisponde alla parte orientale della Dacia, per oltre un secolo provincia romana, ed è uno di quegli staterelli un po’ sfigati che si trovano a essere periodicamente invasi e sottomessi dai big di turno.
Prima i romani, poi i barbari, in seguito la Rus’ di Kiev fino alle invasioni dei Mongoli e negli ultimi secoli una spartizione continua tra gli ottomani, gli austro-ungarici, i russi e infine i sovietici.
Nel 1940 venne istituita la Repubblica Socialista di Moldavia che rimase tale fino al 1990.
Oggi nel paese ci sono tre milioni di abitanti, quindici etnie e i principali credo religiosi.
A Chisinau parlano tutti almeno tre lingue, nei ristoranti trovi i menu in inglese, russo, rumeno, tedesco e francese.
Qualche parola comprensibile qua e là, alimentara, strada, farmacia, sens unic e le insegne in russo e rumeno.
In quei giorni, mentre ero a Chisinau, c’erano state delle proteste davanti al parlamento, contro il caro vita dicevano i clienti; come provocazione da parte dei partiti filo-russi, dicevano il Corriere e La Repubblica.
Avevano tutti ragione.
Una sera ero andato a cena con Evgenij, il cliente di Odessa.
Si era fatto due ore di strada per venire a trovarmi, alla frontiera non era rimasto a lungo in coda; lo avevano fatto uscire senza problemi quando avevano capito che aveva superato da un pezzo i sessant’anni.
A tavola parlavamo della loro guerra, c’era anche la moglie di Evgenij.
Ol’ga aveva iniziato a studiare l’ucraino, a sessanta e passa anni, non so se per convinzione o per convenienza, quando tutto sarebbe finito avrebbe parlato un’altra lingua, si preparava a vivere in un paese cambiato.
Evgenij non ci pensava nemmeno a imparare una lingua diversa dal russo, nonostante i missili di Mosca gli avessero sfiorato la casa e l’azienda in un paio di occasioni, continuava a mettere in discussione qualsiasi cosa, sempre questa capacità di spiazzarti con le sue verità alternative, lui unico illuminato in grado di decifrare la realtà.
“Non c’è nessuna guerra. Fanno vedere che sono là, fermi nelle trincee e non succede niente. Dimmi se questa è una guerra.”
“Beh ma c’è una differenza rispetto a prima, no?” provavo a riportare il discorso sui fondamentali.
“Da noi adesso è tutto a posto, non ci sono più problemi con l’elettricità o il riscaldamento.”
Evgenij l’aveva prevista questa guerra, era dal 2014 che continuava a chiamarla, prima o poi sarebbe scoppiata.
“È andata come dicevi tu.” avevo riconosciuto tra un antipasto e l’altro.
“Solo che poi non è andata come diceva lui.” aveva aggiunto ridendo sua moglie.
No, i russi non avevano preso Kiev in pochi giorni e Odessa era ancora in Ucraina.
Questa la sintesi dell’ultimo mese, sicuro ho tralasciato qualcosa, le domeniche al parco con i bambini, le feste di compleanno dei compagni di scuola e ogni ora di veglia rubata al lavoro o alla famiglia dedicata a registrare viaggi, conversazioni, paesaggi e odori.
Forse c’è un motivo se ho la pressione alta.
È il caso di rallentare, anche gli occhi me lo stanno dicendo.
Vengo visitato da donne giovani, i nomi di origine musulmana e le sopracciglia spesse.
Prima mi fanno un elettrocardiogramma, le ventose non si incollano al petto per via dei pelazzi neri e folti.
Amira mi depila con un rasoio bilama, giusto due striscette ma ci sta una vita.
Poi mi mette il gel, freddo e viscido.
Dà un’occhiata al grafico tracciato sulla carta, in generale è tutto ok ma c’è qualcosa che non la convince.
Meglio fare anche un ecocardiogramma.
Mi passa delle salviette di carta, per togliermi il gel dal petto.
Mi rivesto e passo in un laboratorio al piano inferiore.
Nafisa mi aggancia delle pinzette sui peli dei pettorali.
Dà un’occhiata al risultato e aggrotta la fronte, lo sguardo serio. Mi invita a rimettere la camicia, mi fa uscire e chiama la collega per un consulto.
Nel corridoio, accucciati su una panchina, ci sono ancora Elena e Rafael, il vecchio autista sonnecchia con la bocca aperta, la biondina guarda il cellu. Rafael apre gli occhi scuotendo la testa, come a dissimulare la stanchezza, Elena mi guarda senza dire niente.
Provo a tranquillizzarli, va tutto bene, è ora che vadano a casa ma non c’è niente da fare, restano qua finché non ho terminato.
Dopo pochi minuti Nafisa apre la porta dell’ambulatorio e fa cenno di entrare.
Volto inespressivo. Mi fa accomodare e mi spiega che ho un prolasso della valvola mitralica, un soffio al cuore.
Ci metto un paio di minuti a capire cosa sta dicendo, mai sentito parlare di mitral’nyj kapàn, ci vuole il traduttore online e ancora non ho ben chiaro che cosa sia di preciso.
La cardiologa cerca di rassicurarmi.
Niente di grave, può essere una cosa congenita, c’è un sacco di gente che ci convive senza problemi ma bisogna stare attenti.
Mi consiglia di comprare uno di quegli aggeggi per misurare la pressione e prendermi nota di tutti i valori perché non ho idea di quale sia il mio standard, l’ultima volta che il medico me l’ha controllata è stato dieci anni fa.
Quando le chiedo se devo proprio farla ‘sta cosa, di misurarmi due volte al giorno, Nafisa fa un sospiro e mi spiega con tono paziente:
“Può essere pericoloso avere la pressione alta, per l’effetto che ha sul cuore. Prenda gli animali. Di solito le bestie più grandi vivono a lungo perché hanno la pressione bassa. Invece quelli piccolini, che sono sempre tutti agitati” imita l’espressione concitata di certi cagnolini, “beh quelli muoiono prima.” conclude conciliante, convinta, a torto, di avermi tranquillizzato.
Il prolasso della valvola mitralica, guarda te se lo devo scoprire a Mosca.
E taci che mi è andata bene, qua in poche ore mi hanno fatto tutte le analisi.
In Italia mi sarei fatto una giornata intera al pronto soccorso prima di essere ricevuto e la prima visita specialistica, a pagamento, l’avrebbero fissata dopo due settimane.
Progetti, idee, viaggi per lavoro e per divertimento già programmati fino a quest’estate, gli ordini da inserire per garantire le consegne, il fatturato da tenere sott’occhio per capire le dinamiche di crescita, le ferie con la famiglia ad agosto, finalmente torniamo all’estero con i bambini. E sempre questo pensiero strisciante in sottofondo, questa preoccupazione dai contorni velati che possa succedere qualcosa quando sei in Russia e, tra tutti i rischi che avevo messo in conto, quello dell’ictus o dell’infarto non l’avevo mai considerato.
Usciamo dalla clinica che sono le nove di sera, portiamo Elena alla fermata della metro, è il mezzo più economico per tornare a casa. La saluto con riconoscenza e un po’ mi vergogno di essermi segnato tutti quei dettagli nel corso della giornata. L’aspetto fisico, certe imperfezioni che solo gli stronzi notano, le sue banalità sulla guerra e le lagne per non riuscire a vedere certi film al cinema, perché tu sei quello più intelligente, acuto, tanto cervello e poco cuore, e oggi te l’ha detto anche la dottoressa.
Rafael pare sollevato, forse perché non gli sono schiattato tra le braccia, inizia a raccontarmi dell’ultimo viaggio che ha fatto in Armenia, per i novogodnje prazdniki, le festività natalizie, che in Russia iniziano il 31 dicembre e finiscono il 7 gennaio con il Natale ortodosso.
È andato a trovare le sorelle, abitano lì dal 1985, quando la famiglia di Rafael è scappata dall’Azerbaijan, dove avevano sempre abitato. Vivevano a Sumgait, una delle città più grandi del paese, armeni trapiantati da diverse generazioni, c’era una grossa comunità nel paese.
Poi negli anni ottanta il clima di insofferenza da parte degli azeri, in prevalenza musulmani, era cresciuto a dismisura nei confronti degli armeni, che sono cristiani, e a un certo punto Rafael aveva deciso di trasferirsi a Mosca con la famiglia mentre le sorelle avevano raggiunto dei parenti a Yerevan.
Stava bene in Azerbaigian, era direttore di un negozio di alimentari, prima di lui il direttore era stato il padre.
In quegli anni si stava bene dappertutto, continua.
“Andavi al lavoro e sapevi che alla sera saresti tornato a casa. E la casa era gratis.” Ridacchia, “Pensati adesso, ma quale casa gratis!” ragiona ad alta voce e infatti oggi è una cosa inconcepibile ma per quasi trecento milioni di persone fino al 1991 questa è stata la norma, con tutti i vantaggi e le scomodità del caso.
“L’unica cosa è che eravamo chiusi qua. Non potevamo uscire.”
Non era mai stato all’estero, Rafael, aveva girato per tutto l’Urss, aveva fatto il militare in Cecoslovacchia, vicino a Praga, nel 1972.
“Là era diverso. Era meglio, a partire dalle cose semplici. Il dentifricio, i dolcetti che vendevano nei negozi. Qua non avevamo neanche la gomma da masticare. La prima volta l’ho provata a Praga.” ricorda con un sorriso che gli alza le punte dei baffi. “E prima di tornare a casa avevo comprato una camicia arancione, di tessuto goffrato. Me la invidiavano tutti. È lì che ho capito che non vivevamo in paradiso.”
Mi pare di vederlo Rafael, fresco di congedo, che balla le ultime hit sovietiche in qualche balera di Sumgait con la sua blusa di importazione. Il primo pensiero frivolo che mi è passato per la testa nelle ultime ore.
Arriviamo in albergo che sono le dieci di sera, Rafael esce dall’abitacolo per sincerarsi che mi reggo in piedi, lo ringrazio e ne approfitto per liberarmi dei valenki, gli stivali in feltro che mi trascino dietro da due giorni.
Rafael è contentissimo, mi stringe la mano tra le sue e continua a fare un mezzo inchino.
“Quando ci rivediamo?” mi domanda.
“Penso in aprile, vediamo come va.” rispondo indicandogli l’occhio.
“Daj bog, daj bog.” se Dio vuole. “La cosa più importante è la salute.” commenta prima di congedarsi.
Mi butto a letto che sono stanco e abbacchiato. Dal corridoio arrivano delle grida, parole che hanno un suono familiare, con un ritmo cadenzato. È un tipo che parla al telefono in bergamasco ad altissima voce. “E allora io ci ho detto, guarda che così non portiamo a casa il bisinèss, cala di un venti percento o qua salta tutto. Balabiòt!”
Preferivo la tipa che scopava.
L’indomani mi alzo e per prima cosa mi guardo allo specchio.
Il taglietto, che poche ore fa era appena visibile, si è trasformato in una chiazza rossa che copre metà della sclera, roba da film horror.
Una delle dottoresse mi ha assicurato che entro cinque giorni tornerà a posto ma la vedo dura.
Prima di pranzo ho un incontro in una grossa azienda fuori Mosca. Nikolaj, il venditore che mi viene a prendere, non si accorge neanche che ho l’occhio sinistro arrossato.
Gli racconto delle visite e dello spavento che mi sono preso, annuisce giusto per darmi un po’ di soddisfazione, mi pare che non gliene freghi molto. Veniamo ricevuti in uno stanzone adibito a sala riunioni, un tavolone al centro e uno schermo da cinquanta pollici appeso a una parete. Viktor Andreevič, il responsabile degli acquisti, ha chiesto espressamente di incontrarci. Mi osserva qualche secondo dopo i convenevoli di rito e alza il mento come a domandare: “Che è successo?”
“Ho litigato con un cliente.” rispondo sorridendo.
Parliamo dei miei viaggi, mi lagno perché mi tocca stare attento ai soldi, devo cambiare i contanti, come quando ero studente.
Viktor Andreevič mi osserva con l’aria severa e ribatte: “C’è una guerra, con tutto quello che succede… questo è il problema minore.”
“Sì, certo.” Ammetto con un po’ di vergogna.
Viktor Andreevič è un omone brizzolato con la barbetta curata, l’ultima volta l’ho visto un anno fa, prima della guerra. Mi sembra che sia dimagrito, più tranquillo. Non beve te né caffè, giusto un bicchiere d’acqua.
Seco che anche lui c’ha la pressione alta. Ci racconta dell’ultimo viaggio che ha fatto in Italia per lavoro, delle visite ai fornitori.
In alcuni casi ha scoperto che la roba che comprava era fatta in Cina e si è sentito preso in giro. Adesso vuole vederci chiaro e mi chiede dov’è che produciamo noi.
Mi guarda dritto negli occhi, come un padre che interroga il figlio e non vuole sentire cazzate. Mi viene da ridere, poteva venire anche da noi, gli avrei mostrato gli stampi per la plastica, i cassoni con i semilavorati che poi sono assemblati di fronte alla nostra sede, in un capannone col pavimento lucido, da quanto è pulito.
In magazzino gli avrei fatto vedere l’area dove è stoccata la sua merce, pronta per essere caricata, poi saremmo andati a pranzo, pesce o crostacei e vino bianco.
v Provo a convincerlo mentre lui mi fissa l’occhio arrossato, in maniera insistente, forse per mettermi a disagio ma casca male perché mi focalizzo sul neo che ha sotto il labbro inferiore, una pallina di carne marroncina che non c’entra niente con il resto del mento, i peli della barba fanno capolino da sotto, è chiaro che lì il rasoio non ci arriva e sembra un’aiuola contornata da ciuffetti d’erba.
Viktor Andreevič pare soddisfatto dalle mie spiegazioni, sposta lo sguardo sull’occhio buono e riporta il discorso sulla guerra, senza motivo, a dire il vero. “Io sono cresciuto in strada e quando ero bambino la regola era che quello che colpisce per primo colpisce più forte.”
Annuisco senza dire niente, perché non ho niente da dire. Anch’io sono cresciuto nel marciapiede davanti a casa, mai tirato né preso un pugno.
Alla sera prendo un taxi che sono le undici per andare in aeroporto. Ho il volo per Istanbul alle due e mezza del mattino, un’ora di attesa e poi la coincidenza per Venezia.
L’autista ha un testone che pare una palla da basket coi capelli a spazzola. È originario del Kirgizistan e mi fa i complimenti per il russo:
“Lei abita qua?”
“No, ci vengo per lavoro. Adesso torno a casa da mia moglie e i miei figli.”
“Maschi o femmine?”
“Un maschio e una femmina.”
“Io ho un bambino, ha tre anni. Lo stiamo viziando tantissimo. Gli compriamo tutto quello che vuole. L’altro giorno voleva un camion, preso il camion blu. Se vede la pizza non c’è verso, tocca comprargli la pizza, anche se sta mangiando il gelato. Ma sa,” prova a giustificarsi, anche se io non ho detto una parola, “è ancora piccolo, non capisce. Quando crescerà un po’ allora gli dirò di no, sarà tutto più facile.”
Certo, come no.
Dice che questa è l’ultima corsa della serata, non gli piace lavorare di notte, troppi rischi.
“Una volta una donna mi ha offerto dei soldi per andare a casa sua. Voleva che dormissi con lei.” mi spiega con una punta di imbarazzo. Dopo qualche attimo di silenzio mi fa una domanda. “Senta ma mi spieghi una cosa, lei che viene dall’occidente, che parla le lingue. Perché ce l’hanno tutti con la Russia?”
“Beh… perché ha invaso l’Ucraina.”
“Ma non l’ha invasa, stanno distruggendo le armi, stanno combattendo contro i nazisti ma nessuno vuole invadere l’Ucraina.”
“Sì ma di fatto sono in un altro paese. Sparano, bombardano, la gente muore.”
“Ma gli Stati Uniti lo hanno fatto in tutto il mondo. Se lo fanno loro nessuno dice niente. Lo fa la Russia una volta e tutti si lamentano. Perché?
Parla come un bambino, con un po’ di accento, argomenta in maniera semplice, schematica eppure non ho risposte da dare a questo tassista mezzo asiatico, non così, su due piedi, e mi sento anch’io un bambino, senza parole, senza argomenti.
In aeroporto c’è un sacco di gente in partenza per le vacanze, famiglie, coppie di giovani e di anziani.
Molti sono diretti in Turchia e discutono dei programmi di viaggio, degli itinerari modificati, le visite cancellate o spostate. Al solito c’è un tono fatalista, nessuno pare preoccupato del fatto che ci possa essere un’altra scossa.
Il volo è in ritardo, forse per i disagi del terremoto o per via della guerra, capita che ogni tanto l’aereo faccia una deviazione e allunghi un po’ la tratta.
Fatto sta che a Istanbul non riesco a prendere la coincidenza per Venezia. Al banco assistenza mi danno un biglietto per il volo successivo, mi tocca aspettare quattro ore in aeroporto. Poteva andare peggio.
Trovo una poltrona libera in un’area comune, è posizionata davanti a un maxischermo sintonizzato sul primo canale della tv turca, l’audio azzerato, trasmettono in diretta le operazioni di salvataggio.
Uomini barbuti raccolti attorno a cumuli di macerie, strati di cemento e laterizi, ammassi di intonaci, calcinacci, nuvole di polvere.
Ogni tanto la regia ritorna in studio e inquadra una speaker vestita di nero. Stacco, segue la vista dall’alto di una zona residenziale, la regia mostra il prima e il dopo, una linea si sposta da un lato all’altro dello schermo. Man mano che si avvicina all’estremità opposta, i tetti delle case si trasformano in rovine.
In basso a destra, dentro un riquadro, l’interprete per i non udenti gesticola con enfasi e pare stia tirando una tendina che separa la vita dalla morte.
Sono a pochi centimetri dalla tv, la larghezza del monitor risucchia la visione periferica, impossibile girare lo sguardo altrove, c’è solo questo, tipo Arancia Meccanica.
La Turchia come l’Ucraina, gli stessi ruderi, qua le case sono crollate e là sono state abbattute ma a parte questo non cambia molto, l’angoscia, la paura, il dolore e lo sconforto sono gli stessi.
Solo che qua il terremoto ha fatto un lavoro più accurato, non è rimasto niente in piedi. Tutto distrutto, in maniera più articolata, certosina, c’è una cura meticolosa nella devastazione che l’opera dell’uomo ancora non riesce a eguagliare, come se la natura avesse detto: “Adesso vi faccio vedere io.”
Guerra, distruzione, un occhio rosso, la pressione alta. Ho bisogno di dormire, riesco quasi a perdermi via che arriva uno spilungone, fa per avvicinarsi alla poltrona accanto alla mia e mi fa: “Excuse me? Can I take this chair?” Ha un tono altalenante, ogni parola un interrogativo, secco che questo viene da Udine.
“Sei italiano? Comunque sì, è libera.”
Il tipo tira indietro il capoccione di ricci neri un po’ sorpreso. Ci scambiamo qualche parola, dice che doveva prendere il mio stesso volo per Venezia ma anche lui ha fatto ritardo. È appena atterrato da Teheran.
“Ero lì per lavoro, abbiamo appena costruito un impianto di verniciatura per l’automotive.”
“Quanto sei stato via?”
“Quasi due mesi, abbiamo tirato su un capannone da duemila metri quadri.”
Duemila metri quadri, macchinari, linee di verniciatura, impianti, tonnellate di acciaio, plastica e tecnologia in uno dei paesi più sanzionati al mondo. “E coi pagamenti come fate?”
“Ah non so. Turchia o paesi arabi. Tu invece?”
“Io arrivo da Mosca. Ferramenta per mobili.”
“E com’è lì adesso?”
“Mah, tranquillo direi. In Ucraina un po’ meno. Ma continuano a comprare.”
“Ma scusa se ti chiedo, ma tu che magari in quei posti ci vai, che senti cosa dice la gente, chi ha ragione?”
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Tales from Ex Urss
lunedì, novembre 06, 2023
Daniele Vicari - Fela, il mio dio vivente
E’ stato presentato alla Festa di Roma “Fela, il mio dio vivente”, nuovo film di Daniele Vicari dedicato a Fela Anikulapo Kuti, leggendario musicista nigeriano, padre dell’afrobeat, attivista politico, personaggio molto controverso, indecifrabile, incatalogabile.
In realtà il film/documentario vede Fela Kuti comprimario di una vicenda che riguarda invece il visionario videomaker Michele Avantario, protagonista della scoppiettante e stimolante Roma artistica degli anni Ottanta.
Si innamora della figura del “Black President” (così era soprannominato Fela Kuti) e decide di fare un film su di lui, nonostante le difficoltà per raggiungere Lagos, dove il musicista prevalentemente viveva e operava.
Anche perché, la prima volta che si incontrarono, Fela Kuti fu perentorio: “Se vuoi fare un film su di me, se vuoi capire chi sono, devi venire in Nigeria”.
Avantario ci andrà, tantissime volte, filmerà ore di pellicola, avrà accesso, unico bianco, al giro del musicista: un circo incredibile, una dimensione inimmaginabile.
Fela Kuti aveva creato a Lagos una sua “repubblica indipendente”, all’interno di un palazzo di sua proprietà, la Repubblica di Kalakuta dove viveva con i suoi amici e famigliari, ventisette mogli (da cui divorziò successivamente sostenendo che il matrimonio porta egoismo e gelosia), gli adepti al suo “credo” e coloro che, insieme a lui, lanciavano un messaggio di libertà e di rinnovamento della Nigeria, di lotta alla corruzione e di opposizione al regime militare, cercando una giustizia sociale, sconosciuta da quelle parti.
Il tutto condito da una vita a base di ampie dosi di marijuana e abbondanza di promiscuità sessuale.
Diventata una spina nel fianco del regime, anche in virtù del largo seguito che Fela Kuti aveva tra i giovani nigeriani ma anche del progressivo successo ottenuto in tutto il mondo, Kalakuta venne attaccata dall’esercito nel 1977, le persone presenti picchiate, violentate e seviziate, sua madre gettata dalla finestra. A causa delle ferite morì tre mesi dopo.
Funmilayo Ransome-Kuti era un’attivista politica e femminista (fu la prima donna in Nigeria a guidare un’automobile), strenua sostenitrice del diritto di voto per le donne.
Lo stesso Fela riportò gravi ferite.
All’interno del palazzo c’erano uno studio di registrazione, tutti i suoi nastri e strumenti, che vennero bruciati.
Fu la conseguenza della pubblicazione del suo capolavoro, “Zombie”, in cui usava la metafora del mostro comandato per uccidere, senza sentimenti e remore, applicato a soldati. Nel film di Vicari si vedono parecchie immagini che rappresentano al meglio il mondo particolare del musicista, soprattutto quando arrivò in Italia, con il codazzo di musicisti, mogli, amici, per un totale di un’ottantina di persone.
Si portò anche un’impressionante scorta di marijuana (decine di kili), puntualmente scoperti alla dogana e con conseguente arresto. Furono ospitati nella casa di campagna dell’impresario, che rischiò la bancarotta dovendo mantenere praticamente un villaggio di persone per giorni e giorni. Alla fine Avantario non riuscì a realizzare il suo film e solo ora le immagini, spesso inedite, sono state raccolte (preservandole dall’oblio) in questo prezioso documentario che culmina con il funerale del musicista, morto di Aids nel 1997 a 59 anni, circondato da una caotica immensa folla, tumulato nel cortile di casa sua. Fela Kuti era nato nel 1938 da una famiglia agiata, colta e politicamente impegnata.
Studiò medicina a Londra, dove si laureò in tromba. Un viaggio negli Stati Uniti negli anni Sessanta lo portò a contatto con le lotte per i diritti civili degli afroamericani che lo avvicinarono alle idee dei Black Panthers.
Tornato in Nigeria fonda gli Africa 70 con cui incomincia a elaborare le basi del suo sound unico e immediatamente riconoscibile, che influenzò centinaia di artisti, affascinando tantissimo anche Miles Davis (si ascolti uno dei suoi tanti capolavori, “On the corner”): un misto di funk, jazz, musica “africana” (ovviamente la definizione è quanto di più generico e inadeguato, in considerazione dell’estrema varietà che caratterizza la musica proveniente dal “continente nero”), highlife, musica nata negli anni Venti dal Ghana fondendo ritmi locali, marce militari e inni religiosi.
Gli Africa 70 sono la prosecuzione di quanto iniziato pochi anni prima con i Koola Lobitos, in cui suona uno dei batteristi destinati a diventare tra i più seminali a livello ritmico al mondo, Tony Allen, inventore di una modalità percussiva unica.
Gli Africa 70 suonano ogni domenica nel club Afro-Spot che lo stesso Fela apre a Lagos, improvvisando, mischiando influenze di tutti i tipi, creando un sound che diventa sempre più unico.
Su cui canta e declama testi politici e duri, esaltando un concetto socialista di pan-africanesimo, difendendo i diritti umani, appoggiando cause femministe (pur rapportandosi con le donne in modo spesso contraddittorio e non di rado sciovinista).
“Quello che sapete dell’Africa è al 99 per cento sbagliato” dice.
Incontra importanti intellettuali della sinistra nigeriana, fonda un’organizzazione giovanile chiamata Young African Pioneers e compra una macchina tipografica per poter stampare riviste e volantini contro la dittatura.
Che, come abbiamo visto, gliela farà pagare molto cara. Nel corso degli anni viene più volte arrestato, picchiato, mandato all’ospedale, fino alla distruzione della sua Kalakuta, nel 1977.
Prosegue imperterrito l’attività politica mentre artisticamente si muove su coordinate costantemente creative, mai un cedimento, ogni album è interessantissimo.
Ancora dopo tanti anni i suoi dischi suonano attuali, moderni, ricchissimi di suggestioni e suoni sorprendenti.
Alla fine la sua discografia arriva a un’ottantina di album.
La sua fama si espande sempre di più in tutto il mondo, i concerti sono teatrali, tribali, i musicisti tecnicamente formidabili, lui assurge a ruolo di vate, domina il palco, evoca e condensa il meglio della Black Music mentre le “Queens”, le danzatrici e coriste che lo circondano, creano uno spettacolo unico, con movenze assunte dalla cultura africana. Gira Europa e America raccogliendo plausi e tributi dai critici e un seguito sempre più ampio di fan ed estimatori.
Nel 1983 si propone alla presidenza della Nigeria ma la sua candidatura viene rifiutata.
Sottolinea lucidamente il batterista Tony Allen: “Lui si era creato un personaggio: era quello che combatteva i soprusi, la polizia, queste cose. Però se andavi a trovarlo ti riceveva in mutande. Si faceva fotografare in mutande e magari con un gigantesco spinello in mano. La gente non ti vota se fai queste cose anche se lotti per i loro diritti e addirittura gli regali i soldi, come ha fatto per un periodo. Magari qualche radicale ti vota ma di certo non le masse.”
L’anno successivo viene incarcerato.
Uscirà solo venti mesi dopo, cambia il nome alla band, ora Egypt 80, e riprende la sua incessante attività.
Come testimonia il film di Vicari, l’adesione al mondo di Fela Kuti non è solo una questione artistica ma un percorso etico, filosofico, mistico (aiutato da un uso esagerato di sostanze psicotrope), una sorta di abbraccio a una dimensione aliena al razionale. La sua visione spesso cozzava con la realtà.
Valga in questo senso lo scontro epocale che ebbe con Paul McCartney che volò a Lagos per registrare il fortunato “Band on the run” dei suoi Wings. Paul aveva pianificato di poter collaborare con il grande artista nigeriano (che ammirava tantissimo) e con alcuni dei suoi musicisti ma Fela appena lo venne a sapere "denunciò" dal palco del suo locale che McCartney era a Lagos per "rubare la musica africana" e il giorno dopo si presentò in studio, non annunciato, per discuterne con l'ex Beatle. Paul fu costretto a fargli sentire i demo dei brani per dimostrare che non c'era nulla di africano nelle canzoni registrate.
"Avremmo voluto usare musicisti africani, ma quando ci è stato detto che stavamo per rubare la loro musica abbiamo detto: "Bene lo faremo da soli ". Fela pensava che stessimo rubando la musica africana nera, il suono di Lagos.
La malattia (per la quale rifiutava ogni tipo di cura) di Fela lo costringe a diradare le apparizioni live e l’attività di registrazione. Le immagini del doc di Vicari ce lo mostrano molto provato sia fisicamente che psicologicamente.
Il 3 agosto 1997 se ne va.
Lascia un’eredità favolosa e preziosissima. Album come “Zombie”, “Shakara” o “Stratavarious” con il batterista dei Cream, Ginger Baker, sono ottimamente propedeutici per avvicinarsi all’arte di Fela Kuti.
In realtà il film/documentario vede Fela Kuti comprimario di una vicenda che riguarda invece il visionario videomaker Michele Avantario, protagonista della scoppiettante e stimolante Roma artistica degli anni Ottanta.
Si innamora della figura del “Black President” (così era soprannominato Fela Kuti) e decide di fare un film su di lui, nonostante le difficoltà per raggiungere Lagos, dove il musicista prevalentemente viveva e operava.
Anche perché, la prima volta che si incontrarono, Fela Kuti fu perentorio: “Se vuoi fare un film su di me, se vuoi capire chi sono, devi venire in Nigeria”.
Avantario ci andrà, tantissime volte, filmerà ore di pellicola, avrà accesso, unico bianco, al giro del musicista: un circo incredibile, una dimensione inimmaginabile.
Fela Kuti aveva creato a Lagos una sua “repubblica indipendente”, all’interno di un palazzo di sua proprietà, la Repubblica di Kalakuta dove viveva con i suoi amici e famigliari, ventisette mogli (da cui divorziò successivamente sostenendo che il matrimonio porta egoismo e gelosia), gli adepti al suo “credo” e coloro che, insieme a lui, lanciavano un messaggio di libertà e di rinnovamento della Nigeria, di lotta alla corruzione e di opposizione al regime militare, cercando una giustizia sociale, sconosciuta da quelle parti.
Il tutto condito da una vita a base di ampie dosi di marijuana e abbondanza di promiscuità sessuale.
Diventata una spina nel fianco del regime, anche in virtù del largo seguito che Fela Kuti aveva tra i giovani nigeriani ma anche del progressivo successo ottenuto in tutto il mondo, Kalakuta venne attaccata dall’esercito nel 1977, le persone presenti picchiate, violentate e seviziate, sua madre gettata dalla finestra. A causa delle ferite morì tre mesi dopo.
Funmilayo Ransome-Kuti era un’attivista politica e femminista (fu la prima donna in Nigeria a guidare un’automobile), strenua sostenitrice del diritto di voto per le donne.
Lo stesso Fela riportò gravi ferite.
All’interno del palazzo c’erano uno studio di registrazione, tutti i suoi nastri e strumenti, che vennero bruciati.
Fu la conseguenza della pubblicazione del suo capolavoro, “Zombie”, in cui usava la metafora del mostro comandato per uccidere, senza sentimenti e remore, applicato a soldati. Nel film di Vicari si vedono parecchie immagini che rappresentano al meglio il mondo particolare del musicista, soprattutto quando arrivò in Italia, con il codazzo di musicisti, mogli, amici, per un totale di un’ottantina di persone.
Si portò anche un’impressionante scorta di marijuana (decine di kili), puntualmente scoperti alla dogana e con conseguente arresto. Furono ospitati nella casa di campagna dell’impresario, che rischiò la bancarotta dovendo mantenere praticamente un villaggio di persone per giorni e giorni. Alla fine Avantario non riuscì a realizzare il suo film e solo ora le immagini, spesso inedite, sono state raccolte (preservandole dall’oblio) in questo prezioso documentario che culmina con il funerale del musicista, morto di Aids nel 1997 a 59 anni, circondato da una caotica immensa folla, tumulato nel cortile di casa sua. Fela Kuti era nato nel 1938 da una famiglia agiata, colta e politicamente impegnata.
Studiò medicina a Londra, dove si laureò in tromba. Un viaggio negli Stati Uniti negli anni Sessanta lo portò a contatto con le lotte per i diritti civili degli afroamericani che lo avvicinarono alle idee dei Black Panthers.
Tornato in Nigeria fonda gli Africa 70 con cui incomincia a elaborare le basi del suo sound unico e immediatamente riconoscibile, che influenzò centinaia di artisti, affascinando tantissimo anche Miles Davis (si ascolti uno dei suoi tanti capolavori, “On the corner”): un misto di funk, jazz, musica “africana” (ovviamente la definizione è quanto di più generico e inadeguato, in considerazione dell’estrema varietà che caratterizza la musica proveniente dal “continente nero”), highlife, musica nata negli anni Venti dal Ghana fondendo ritmi locali, marce militari e inni religiosi.
Gli Africa 70 sono la prosecuzione di quanto iniziato pochi anni prima con i Koola Lobitos, in cui suona uno dei batteristi destinati a diventare tra i più seminali a livello ritmico al mondo, Tony Allen, inventore di una modalità percussiva unica.
Gli Africa 70 suonano ogni domenica nel club Afro-Spot che lo stesso Fela apre a Lagos, improvvisando, mischiando influenze di tutti i tipi, creando un sound che diventa sempre più unico.
Su cui canta e declama testi politici e duri, esaltando un concetto socialista di pan-africanesimo, difendendo i diritti umani, appoggiando cause femministe (pur rapportandosi con le donne in modo spesso contraddittorio e non di rado sciovinista).
“Quello che sapete dell’Africa è al 99 per cento sbagliato” dice.
Incontra importanti intellettuali della sinistra nigeriana, fonda un’organizzazione giovanile chiamata Young African Pioneers e compra una macchina tipografica per poter stampare riviste e volantini contro la dittatura.
Che, come abbiamo visto, gliela farà pagare molto cara. Nel corso degli anni viene più volte arrestato, picchiato, mandato all’ospedale, fino alla distruzione della sua Kalakuta, nel 1977.
Prosegue imperterrito l’attività politica mentre artisticamente si muove su coordinate costantemente creative, mai un cedimento, ogni album è interessantissimo.
Ancora dopo tanti anni i suoi dischi suonano attuali, moderni, ricchissimi di suggestioni e suoni sorprendenti.
Alla fine la sua discografia arriva a un’ottantina di album.
La sua fama si espande sempre di più in tutto il mondo, i concerti sono teatrali, tribali, i musicisti tecnicamente formidabili, lui assurge a ruolo di vate, domina il palco, evoca e condensa il meglio della Black Music mentre le “Queens”, le danzatrici e coriste che lo circondano, creano uno spettacolo unico, con movenze assunte dalla cultura africana. Gira Europa e America raccogliendo plausi e tributi dai critici e un seguito sempre più ampio di fan ed estimatori.
Nel 1983 si propone alla presidenza della Nigeria ma la sua candidatura viene rifiutata.
Sottolinea lucidamente il batterista Tony Allen: “Lui si era creato un personaggio: era quello che combatteva i soprusi, la polizia, queste cose. Però se andavi a trovarlo ti riceveva in mutande. Si faceva fotografare in mutande e magari con un gigantesco spinello in mano. La gente non ti vota se fai queste cose anche se lotti per i loro diritti e addirittura gli regali i soldi, come ha fatto per un periodo. Magari qualche radicale ti vota ma di certo non le masse.”
L’anno successivo viene incarcerato.
Uscirà solo venti mesi dopo, cambia il nome alla band, ora Egypt 80, e riprende la sua incessante attività.
Come testimonia il film di Vicari, l’adesione al mondo di Fela Kuti non è solo una questione artistica ma un percorso etico, filosofico, mistico (aiutato da un uso esagerato di sostanze psicotrope), una sorta di abbraccio a una dimensione aliena al razionale. La sua visione spesso cozzava con la realtà.
Valga in questo senso lo scontro epocale che ebbe con Paul McCartney che volò a Lagos per registrare il fortunato “Band on the run” dei suoi Wings. Paul aveva pianificato di poter collaborare con il grande artista nigeriano (che ammirava tantissimo) e con alcuni dei suoi musicisti ma Fela appena lo venne a sapere "denunciò" dal palco del suo locale che McCartney era a Lagos per "rubare la musica africana" e il giorno dopo si presentò in studio, non annunciato, per discuterne con l'ex Beatle. Paul fu costretto a fargli sentire i demo dei brani per dimostrare che non c'era nulla di africano nelle canzoni registrate.
"Avremmo voluto usare musicisti africani, ma quando ci è stato detto che stavamo per rubare la loro musica abbiamo detto: "Bene lo faremo da soli ". Fela pensava che stessimo rubando la musica africana nera, il suono di Lagos.
La malattia (per la quale rifiutava ogni tipo di cura) di Fela lo costringe a diradare le apparizioni live e l’attività di registrazione. Le immagini del doc di Vicari ce lo mostrano molto provato sia fisicamente che psicologicamente.
Il 3 agosto 1997 se ne va.
Lascia un’eredità favolosa e preziosissima. Album come “Zombie”, “Shakara” o “Stratavarious” con il batterista dei Cream, Ginger Baker, sono ottimamente propedeutici per avvicinarsi all’arte di Fela Kuti.
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Black Power
venerdì, novembre 03, 2023
Rocky Roberts
Riprendo l'articolo che ho scritto per "Libertà" domenica scorsa.
Rocky Roberts trovò il successo in Italia negli anni Sessanta.
Grande talento vocale, fine conoscitore di soul e rhythm and blues, ebbe la popolarità, paradossalmente, più che per le sue capacità, soprattutto a causa dell'esagerato e caratteristico accento americano che marchiava le canzoni in italiano, su tutte la celeberrima “Stasera mi butto” (dove “butto” suonava come un divertente “buccio”).
Nato nel 1941 in Alabama (dove ai tempi le persone di colore subivano un pesante apartheid, discriminazioni e soprusi di ogni genere), cresce in una famiglia povera, situazione che lo costringe, fin da giovane, a darsi parecchio da fare a livello lavorativo.
Trasferitosi in Florida, si arruola nella marina americana e mette a frutto la sua passione per il pugilato, vincendo incontri e titoli nell'ambito dei campionati del suo corpo militare.
Purtroppo un colpo all'occhio sinistro lo ferì gravemente, costringendolo a indossare gli occhiali scuri per tutta la vita (che diventarono un segno di immediata riconoscibilità e distinzione nella carriera musicale).
E' durante la carriera militare che incomincia a cantare e a esibirsi con un primo gruppo, Doug Fowlkes & The Airdales, dopo che il leader della band era rimasto impressionato dalla voce di Charles Roberts (suo vero nome).
Jerry Armstrong, musicista della band ricorda quei primi passi nella musica: “Abbiamo formato il gruppo mentre prestavamo servizio nella Marina degli Stati Uniti presso la stazione aerea navale di Boca Chica, Key West Florida. Abbiamo provato per la prima volta nel vecchio teatro della base, iniziando il nostro viaggio nel 1958. Nel 1959 siamo stati trasferiti sulla portaerei U.S.S. Independence e prestammo servizio a bordo fino al nostro congedo nel 1962. Facemmo due viaggi in Europa sulla Indy e durante il primo viaggio partecipammo ad un concorso rock and roll in Francia e vincemmo il primo premio. Eddie Barclay ci vide, gli piacemmo tantissimo e ci fece firmare un contratto discografico con la sua etichetta Barclay Records. Successivamente abbiamo registrato per la ATCO a New York City. Sebbene la band si comportasse bene su e giù per la costa orientale degli Stati Uniti, da Key West a New York City, eravamo più popolari in Europa, con Francia, Grecia e Italia che erano i paesi che favorivano maggiormente la nostra musica. Abbiamo inciso diversi album ed EP. Nel 1963 la band si sciolse e i membri presero strade separate. Roberts prese il nome della band e tornò in Europa dove fece molto bene nel mondo della musica con nuovi membri.”
In Francia trova i primi piccoli successi ma sarà solo grazie a Gianni Boncompagni e Renzo Arbore che la sua carriera decolla, in particolare nel nostro paese.
La sua versione di “T-Bird”, un infuocato rhythm and blues, diventa la sigla del seguitissimo loro programma radiofonico “Bandiera gialla”.
La sua popolarità cresce, grazie anche a vari concerti nei locali più in voga nell'Italia degli anni Sessanta (nella sua band, gli Airdales, anche un bravissimo bassista, Wess Anderson, diventato poi noto al grande pubblico con il duo mieloso Wess and Dori Ghezzi e che, quando Rocky intraprenderà la carriera solista, lo sostituirà come leader e cantante).
Ha una splendida voce, un fisico invidiabile, venticinque anni, balla bene e con mosse sensuali, nervose ma sempre perfettamente coordinate, veste impeccabilmente.
Nel 1966 incide il tema principale del film “Django” di Sergio Corbucci, “spaghetti western” particolarmente crudo e violento, diventato un culto del genere, tanto che se ne ricorderà Quentin Tarantino per il suo film “Django Unchained” del 2012 in cui recupererà, nella sigla iniziale, proprio il brano cantato da Rocky Roberts, come lo stesso regista testimonia in un'intervista:
“È cantata in stile quasi Elvis, da Rocky Roberts. Ora, questa era la vera traccia del titolo del film originale del 1966 "Django”. Ho sempre amato questa canzone, penso che sia fantastica. Non solo, ‘Django’ era così popolare in tutto il mondo, ho sentito le versioni giapponesi della canzone, le versioni italiane, quelle greche, perché veniva suonata ovunque. Devo dire che quando mi è venuta l’idea di fare ‘Django Unchained’, sapevo che era imperativo aprirlo con questa canzone, con una grande sequenza di titoli di testa. Perché fondamentalmente questo film è realizzato nello stile di uno spaghetti western, e qualsiasi spaghetti western degno di questo nome ha una grande sequenza di titoli di testa. In effetti, se così non fosse, non vorrei davvero vederlo.”
Nel 1967 coglie il suo più grande successo con “Stasera mi butto” che vende quasi quattro milioni di copie e vince il FestivalBar, diventa sigla del programma televisivo “Sabato sera”, condotto da Mina, e in cui si esibisce in ognuna delle dieci puntate. Non sfigura nemmeno nelle classifiche di Spagna, Germania, Australia e Uruguay.
Ne viene tratto anche un musicarello omonimo, film molto in voga all'epoca in cui, prendendo a prestito il titolo di una canzone, si sviluppano storie sentimentali e comiche, all'insegna della leggerezza e disimpegno.
Al suo fianco la bellezza e un'altra grande voce dell'epoca, Lola Falana, oltre ad attori come Giancarlo Giannini, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Il brano gli garantisce memoria eterna nel panorama italiano ma diventa anche un sigillo che finirà per offuscare il resto della sua produzione.
"Pochi sanno che la mia vera passione è cantare il soul e il blues, e che mi piacciono molto i lenti: invece sono stato condannato a cantare sempre Stasera mi butto".
Rocky Roberts è comunque uno dei principali importatori di musica soul e “nera” in Italia, che ben presto attecchisce nei gruppi beat, soprattutto attraverso le cover dei brani più famosi e spiana l'arrivo per personaggi storici come Stevie Wonder e Ray Charles che incominciano, con successo, a scalare le classifiche italiane. Contemporaneamente calano da noi, per diventare “stanziali”, altri gruppi inglesi o americani come i Rokes di Shel Shapiro o i Primitives di Mal, tra i più noti, anche loro caratterizzati da un fortissimo accento anglosassone che se da una parte può fare sorridere è anche un immediato segno di riconoscibilità e distinzione. Il soul diventerà parte integrante dei repertori e della cultura musicale di personaggi come Mina, Caterina Caselli e soprattutto Lucio Battisti.
Rocky Roberts infila qualche altro brano in classifica, soprattutto “Sono tremendo” nel 1968, la versione di “Reach out I'll be there” dei Four Tops che diventa “Gira gira” o quella di “Till I'll take you anymore” di Ben E.King (quello di “Stand by me”) che diventa “Ma non ti lascio”.
Al Festival di Sanremo del 1969 verrà subito eliminato con “Le belle donne”.
Vi tornerà nel 1970 con Il Supergruppo, composto da membri dei Giganti, Ribelli, Equipe 84 e Ricky Gianco ma anche questa volta andrà male.
Come è frequentemente accaduto a decine di nomi, anche importanti, il successo legato a momenti particolari o brani specifici, finisce per svanire ben presto.
Rocky Roberts prosegue l'attività negli anni successivi con tour e apparizioni televisive, puntualmente basate sulla riproposizione dei classici conosciuti, rendendo vani i tentativi di cambiare verso nuove proposte.
Nell'immaginario collettivo il personaggio rimane legato a “Stasera mi butto” e per quello e solo per quello può continuare ad esibirsi, nonostante le qualità della sua voce e il suo amore per il soul più verace.
Si stabilisce a Roma dove cresce, con la compagna, il figlio Randy che seguirà le orme paterne come cantante di black music e arriverà anche al Festival di Sanremo nel 1997.
Rocky Roberts prende parte al musical “La febbre del sabato sera” nei primi anni Duemila ma un brutto male lo porterà via nel 2005 all'età di 64 anni.
Volenti o nolenti il suo nome rimane nella storia della musica italiana e la sua carriera tra le più genuine e appassionate. Come disse poco tempo prima di lasciarci:
“La musica è un’arte molta strana: si dice che questa è una novità, quella è una novità quello è vecchio, ormai anche oggi si dice quello è anni Sessanta, anni Settanta, anni Ottanta, house music, living music, ma in realtà è tutto misto, è un fatto di moda ma è sempre musica. In realtà la musica è sempre quella: sì, si può fare elettronica, si può fare metal rock, con la chitarra che grida, che spezza le orecchie, i bassi, boom boom ma è sempre musica. E poi domani si diminuiscono i bassi, si toglie la chitarra, si mette invece il fiato o un clarinetto e si va avanti.”
Stasera mi butto
https://www.youtube.com/watch?v=NxeLbjA8rCw
Sono tremendo
https://www.youtube.com/watch?v=KiHdQmez04U
Gira gira/Reach out I'll be there con Rita Pavone
https://www.youtube.com/watch?v=hiBg1W08_5k
Rocky Roberts trovò il successo in Italia negli anni Sessanta.
Grande talento vocale, fine conoscitore di soul e rhythm and blues, ebbe la popolarità, paradossalmente, più che per le sue capacità, soprattutto a causa dell'esagerato e caratteristico accento americano che marchiava le canzoni in italiano, su tutte la celeberrima “Stasera mi butto” (dove “butto” suonava come un divertente “buccio”).
Nato nel 1941 in Alabama (dove ai tempi le persone di colore subivano un pesante apartheid, discriminazioni e soprusi di ogni genere), cresce in una famiglia povera, situazione che lo costringe, fin da giovane, a darsi parecchio da fare a livello lavorativo.
Trasferitosi in Florida, si arruola nella marina americana e mette a frutto la sua passione per il pugilato, vincendo incontri e titoli nell'ambito dei campionati del suo corpo militare.
Purtroppo un colpo all'occhio sinistro lo ferì gravemente, costringendolo a indossare gli occhiali scuri per tutta la vita (che diventarono un segno di immediata riconoscibilità e distinzione nella carriera musicale).
E' durante la carriera militare che incomincia a cantare e a esibirsi con un primo gruppo, Doug Fowlkes & The Airdales, dopo che il leader della band era rimasto impressionato dalla voce di Charles Roberts (suo vero nome).
Jerry Armstrong, musicista della band ricorda quei primi passi nella musica: “Abbiamo formato il gruppo mentre prestavamo servizio nella Marina degli Stati Uniti presso la stazione aerea navale di Boca Chica, Key West Florida. Abbiamo provato per la prima volta nel vecchio teatro della base, iniziando il nostro viaggio nel 1958. Nel 1959 siamo stati trasferiti sulla portaerei U.S.S. Independence e prestammo servizio a bordo fino al nostro congedo nel 1962. Facemmo due viaggi in Europa sulla Indy e durante il primo viaggio partecipammo ad un concorso rock and roll in Francia e vincemmo il primo premio. Eddie Barclay ci vide, gli piacemmo tantissimo e ci fece firmare un contratto discografico con la sua etichetta Barclay Records. Successivamente abbiamo registrato per la ATCO a New York City. Sebbene la band si comportasse bene su e giù per la costa orientale degli Stati Uniti, da Key West a New York City, eravamo più popolari in Europa, con Francia, Grecia e Italia che erano i paesi che favorivano maggiormente la nostra musica. Abbiamo inciso diversi album ed EP. Nel 1963 la band si sciolse e i membri presero strade separate. Roberts prese il nome della band e tornò in Europa dove fece molto bene nel mondo della musica con nuovi membri.”
In Francia trova i primi piccoli successi ma sarà solo grazie a Gianni Boncompagni e Renzo Arbore che la sua carriera decolla, in particolare nel nostro paese.
La sua versione di “T-Bird”, un infuocato rhythm and blues, diventa la sigla del seguitissimo loro programma radiofonico “Bandiera gialla”.
La sua popolarità cresce, grazie anche a vari concerti nei locali più in voga nell'Italia degli anni Sessanta (nella sua band, gli Airdales, anche un bravissimo bassista, Wess Anderson, diventato poi noto al grande pubblico con il duo mieloso Wess and Dori Ghezzi e che, quando Rocky intraprenderà la carriera solista, lo sostituirà come leader e cantante).
Ha una splendida voce, un fisico invidiabile, venticinque anni, balla bene e con mosse sensuali, nervose ma sempre perfettamente coordinate, veste impeccabilmente.
Nel 1966 incide il tema principale del film “Django” di Sergio Corbucci, “spaghetti western” particolarmente crudo e violento, diventato un culto del genere, tanto che se ne ricorderà Quentin Tarantino per il suo film “Django Unchained” del 2012 in cui recupererà, nella sigla iniziale, proprio il brano cantato da Rocky Roberts, come lo stesso regista testimonia in un'intervista:
“È cantata in stile quasi Elvis, da Rocky Roberts. Ora, questa era la vera traccia del titolo del film originale del 1966 "Django”. Ho sempre amato questa canzone, penso che sia fantastica. Non solo, ‘Django’ era così popolare in tutto il mondo, ho sentito le versioni giapponesi della canzone, le versioni italiane, quelle greche, perché veniva suonata ovunque. Devo dire che quando mi è venuta l’idea di fare ‘Django Unchained’, sapevo che era imperativo aprirlo con questa canzone, con una grande sequenza di titoli di testa. Perché fondamentalmente questo film è realizzato nello stile di uno spaghetti western, e qualsiasi spaghetti western degno di questo nome ha una grande sequenza di titoli di testa. In effetti, se così non fosse, non vorrei davvero vederlo.”
Nel 1967 coglie il suo più grande successo con “Stasera mi butto” che vende quasi quattro milioni di copie e vince il FestivalBar, diventa sigla del programma televisivo “Sabato sera”, condotto da Mina, e in cui si esibisce in ognuna delle dieci puntate. Non sfigura nemmeno nelle classifiche di Spagna, Germania, Australia e Uruguay.
Ne viene tratto anche un musicarello omonimo, film molto in voga all'epoca in cui, prendendo a prestito il titolo di una canzone, si sviluppano storie sentimentali e comiche, all'insegna della leggerezza e disimpegno.
Al suo fianco la bellezza e un'altra grande voce dell'epoca, Lola Falana, oltre ad attori come Giancarlo Giannini, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Il brano gli garantisce memoria eterna nel panorama italiano ma diventa anche un sigillo che finirà per offuscare il resto della sua produzione.
"Pochi sanno che la mia vera passione è cantare il soul e il blues, e che mi piacciono molto i lenti: invece sono stato condannato a cantare sempre Stasera mi butto".
Rocky Roberts è comunque uno dei principali importatori di musica soul e “nera” in Italia, che ben presto attecchisce nei gruppi beat, soprattutto attraverso le cover dei brani più famosi e spiana l'arrivo per personaggi storici come Stevie Wonder e Ray Charles che incominciano, con successo, a scalare le classifiche italiane. Contemporaneamente calano da noi, per diventare “stanziali”, altri gruppi inglesi o americani come i Rokes di Shel Shapiro o i Primitives di Mal, tra i più noti, anche loro caratterizzati da un fortissimo accento anglosassone che se da una parte può fare sorridere è anche un immediato segno di riconoscibilità e distinzione. Il soul diventerà parte integrante dei repertori e della cultura musicale di personaggi come Mina, Caterina Caselli e soprattutto Lucio Battisti.
Rocky Roberts infila qualche altro brano in classifica, soprattutto “Sono tremendo” nel 1968, la versione di “Reach out I'll be there” dei Four Tops che diventa “Gira gira” o quella di “Till I'll take you anymore” di Ben E.King (quello di “Stand by me”) che diventa “Ma non ti lascio”.
Al Festival di Sanremo del 1969 verrà subito eliminato con “Le belle donne”.
Vi tornerà nel 1970 con Il Supergruppo, composto da membri dei Giganti, Ribelli, Equipe 84 e Ricky Gianco ma anche questa volta andrà male.
Come è frequentemente accaduto a decine di nomi, anche importanti, il successo legato a momenti particolari o brani specifici, finisce per svanire ben presto.
Rocky Roberts prosegue l'attività negli anni successivi con tour e apparizioni televisive, puntualmente basate sulla riproposizione dei classici conosciuti, rendendo vani i tentativi di cambiare verso nuove proposte.
Nell'immaginario collettivo il personaggio rimane legato a “Stasera mi butto” e per quello e solo per quello può continuare ad esibirsi, nonostante le qualità della sua voce e il suo amore per il soul più verace.
Si stabilisce a Roma dove cresce, con la compagna, il figlio Randy che seguirà le orme paterne come cantante di black music e arriverà anche al Festival di Sanremo nel 1997.
Rocky Roberts prende parte al musical “La febbre del sabato sera” nei primi anni Duemila ma un brutto male lo porterà via nel 2005 all'età di 64 anni.
Volenti o nolenti il suo nome rimane nella storia della musica italiana e la sua carriera tra le più genuine e appassionate. Come disse poco tempo prima di lasciarci:
“La musica è un’arte molta strana: si dice che questa è una novità, quella è una novità quello è vecchio, ormai anche oggi si dice quello è anni Sessanta, anni Settanta, anni Ottanta, house music, living music, ma in realtà è tutto misto, è un fatto di moda ma è sempre musica. In realtà la musica è sempre quella: sì, si può fare elettronica, si può fare metal rock, con la chitarra che grida, che spezza le orecchie, i bassi, boom boom ma è sempre musica. E poi domani si diminuiscono i bassi, si toglie la chitarra, si mette invece il fiato o un clarinetto e si va avanti.”
Stasera mi butto
https://www.youtube.com/watch?v=NxeLbjA8rCw
Sono tremendo
https://www.youtube.com/watch?v=KiHdQmez04U
Gira gira/Reach out I'll be there con Rita Pavone
https://www.youtube.com/watch?v=hiBg1W08_5k
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giovedì, novembre 02, 2023
Mondiali di rugby 2023
Torna ALBERTO GALLETTI con una recensione su Mondiali di Rugby appena conclusi.
MONDIALE 2023
Si è chiuso domenica il X mondiale di rugby.
Rassegna sovradimensionata, cinque squadre di livello, 3/4 passabili, le altre inutili a far numero per poter avere un format televisivo vendibile.
Squadre improponibili che vengono regolarmente disintegrate dalle solite grandi con il gap che sembra aumentare sempre più, comunque senz’altro non diminuisce con risultati tipo 71-3; 96-0; 96-17; 73-0; 60-7; 82-8; 76-0; 84-0; 71-0; 59-5; 52-8.
Poi c'è stato anche il 24-23 del Portogallo alle Fiji però, insomma.
C'è da stare allegri visto che il prossimo mondiale passerà dalle attuali venti a ventiquattro squadre.
Al primo turno da segnalare la vittoria francese sugli All Blacks nella partita inaugurale e la grandissima vittoria dell'Irlanda sui sudafricani, favoriti.
Le partite che hanno qualcosa da dire cominciano dai quarti e devo ammettere che è stato un grande weekend di rugby, nonostante la stupidità di un tabellone creato con ranking e valori di quattro anni fa, sono andati oltre le aspettative.
In particolar modo i due quarti che vedevano fronteggiarsi le migliori quattro sono stati di un livello a dir poco pazzesco.
Con ordine, l’Argentina supera un Galles tutto sommato deludente.
Si dirà che il giallo non dato a Giunti per intervento su Tompkins ha fatto girare l’incontro ma al 35’ un gallese non ha avuto un giallo per un evidente ostruzione che ha negato un evidente possibilità di segnatura argentina. Da li l’incontro è cambiato, gli argentini si sono incacchiati e hanno cominciato a macinare.
Alla fine vincono con grande merito.
Squadra e pubblico uno spettacolo.
Nel primo dei due quarti assurdi la Nuova Zelanda, neanche tanto a sorpresa, elimina la favorita, sulla scia di cinque vittorie negli ultimi otto incontri inclusa una serie in Nuova Zelanda e del primo posto nel ranking mondiale, Irlanda.
Una partita fenomenale.
28-24, 18-17 alla fine del primo tempo, 3 mete a 2.
L'accuratezza neozelandese, bella da vedere, accoppiata ad un livello fisico adeguato ribalta il pronostico.
La partita si apre in equilibrio, gli All Blacks sembrano meglio disposti e infatti ottengono due calci e si portano sul 6-0 prima che Fainga'anuku raccolga un lob di Beauden Barrrett e schiaccia in meta, poi trasformarta, all'angolo, 13-0.
L'Irlanda risponde con Aki ma non riesce a dare continuità al gioco, la palla la vedono poco e i neozelandesi producono un latro periodo di forte pressione che termina con un'altra meta.
Il giallo al mediano di mischia neozelandese Smith consente agli irlandesi di guadagnare campo e di andare in meta con Gibson Park quasi allo scadere della prima frazione, l'equilibrio della gara sembra cambiare ma l'intervallo giunge a puntino.
Nel secondo, epico, il Sud Africa ha la meglio sui fenomenali padroni di casa per solo un punto.
Resiste in inferiorità numerica, sin bin a Etzebeth, il miglior giocatore al mondo.La chiave, il ricorso costante alla mischia, che considerano a ragione la più forte, in ogni occasione possibile.
Su ogni calcio francese, l'estremo sudafricano chiamava il mark e chiedeva la mischia. Nonostante gli avanti dovessero tornare indietro ottenevano due risultati.
1 che le vincevano praticamente tutte riguadagnando terreno con gli uomini schierati e 2 eliminavano qualsiasi possibilità di contrattacco francese alla mano neutralizzando di fatto Dupont il più possibile.
Well done, un piano astuto ottimamente eseguito. Ora han già dato la formazione per la semifinale:invariata.
Non credo che gli inglesi avranno scampo.
Inglesi che dal canto loro hanno la meglio caparbiamente ma non senza difficoltà contro le entusiasmanti Fiji vittime della loro stessa indisciplina e del caos che riescono a creare in partita. vPartita bella, confsionaria, a tratti entusiasmante.
Sul 24 pari ci ho creduto, la forza di questi guerrieri del Pacifico mi entusiasma subito ma subito sono ricaduti nei loro vecchi difetti e concedono due calci che danno la vittoria agli inglesi, disciplinati e forti il loro, gli va riconosciuto.
A nulla è valso l'assalto finale ancora una volta caotico e indisciplinato.
Prevedo una finale Sud Africa - Nuova Zelanda e una vittoria dei primi, lo penso dall'inizio.
Lo scrivo oggi così poi magari rimango smerdato.
Infatti.
Quasi agli inglesi riesce lo sgambetto, bravissimi nel concepire ed eseguire l'unico piano che, forse poteva funzionare, calci lunghi. Esattamente ciò che gli sprinboks avevano perpetrato alla Francia la settimana prima.
Prestazione monumentale egli avanti della rosa e vantaggio che è durato fino al 77' senza che in verità ci fosse qualcosa che lasciasse pensare a qualcosa di diverso da una vittoria inglese, invece. Ma alla fine lo potenza springbok riesce a produrre la meta che vale il sorpasso. Seconda vittoria consecutiva di un punto.
Nell'altra semifinale, in realtà una partita da primo turno, la Nuova Zelanda passeggia sull' Argentina (che comunque ha fatto un bel torneo ma va in seminfinale grazie al tabellone). Tripletta del favoloso e imprendibile Will Jordan e prestazione a tutto tondo.
Al di la del (poco) valore dell'avversario questa prestazione rinforza la mia convinzione che questi All Blacks sono ben più forti della considerazione che li ha preceduti a questo torneo.
Visti così potrebbero anche vincere, l'Argentina comunque non li ha impegnati veramente.
Sabato prossimo vedremo.
Due modi opposti di vedere la stessa cosa.
Dovrebbe andare così: Sud Africa chiuso, calci lunghi e palloni tenuti dentro, tutto sulla mischia alla ricerca di calci di punizione, Nuova Zelanda che cercherà di tenere botta in mischia per poi andare al largo e cercare di segnare mete.
E' andata così e, come pronosticabile, la prima visione ha avuto la meglio sulla seconda.
Ma non è stata ne scontata, ne netta e neppure semplice.
Primo tempo brutto, catenaccio sudafricano e tanti errori, specialmente in rimessa laterale, specialmente all blacks, ma anche tanti in avanti, troppi.
12-6 il parziale e l'episodio che forse ha condizionato l'incontro, il sin-bin poi tramutato in espulsione del capitano neozelandese.
Meglio il secondo, più avvincente. La Nuova Zelanda nonostante l'inferiorità numerica (che verrà pareggiata due volte), caparbiamente cerca di imporsi alla sua maniera, ma i bruti in verde operano una pressione tremenda e soffocano tutto, gli errori continuano come prima, adesso anche il Sud Africa sbaglia le rimesse. Gli All Blacks trovano una meta che però viene annullata per in-avanti breccato dal TMO nella touche precedente.
Poi segnano e si portano a -1.
Barrett, uno dei tre non ricordo quale, sbaglia il calcio del sorpasso, e poi ancora un calcio di punizione.v Quest'ultimo errore sgonfia definitivamente i neozelandesi che s'inchiodano mentalmente. I Sud Africani li controllano senza troppo penare negli ultimi 3/4 minuti e sono campioni del mondo per la quarta volta.
Successo meritato, come sempre in questo gioco, e terza partita consecutiva, cioè tutte quelle ad eliminazione diretta, vinta per un punto di scarto.
Il Sud Africa nel secondo tempo non ha più segnato neanche un punto.
L'indisciplina costa, ancora una volta, carissima, agli AB. Ogni tanto però sarebbe bello veder vincere una squadra che gioca.
Per me ad ogni modo troppi muscoli, troppa lotta greco-romana, troppo arbitro, troppa moviola e troppo anti-rugby quando squadre come Inghilterra e soprattutto Sud-Africa giocano esclusivamente per indurre l'avversario in errore a distanza dai pali raggiungibile dal proprio calciatore.
E vincono il mondiale.
La contesa quando c'è è sempre appassionante, ma il gioco offerto è davvero palloso.
Do' credito comunque alla Nuova Zelanda per averci provato alla sua maniera fino in fondo ed esserci quasi riuscita con un uomo in meno (discutibile anche il giallo a Kolisi rimasto tale) i cinque punti lasciati giù da Barrett sarebbero probabilmente bastati.
Infine l'Italia: deludente.
A livello di risultati ha fatto quello che doveva fare: vittorie contro Namibia e Uruguay, ma il modo in cui sono venute le sconfitte contro Nuova Zelanda e Francia, quest' ultima in particolare, vista tutto sommato la discreta figura al Sei Nazioni, è stato davvero umiliante.
Si può argomentare per settimane, mi limito a dire che se non si placca non si vince.
Il livello di fisicità (e cattiveria) è ancora ben lontano da quello delle migliori, la gente va fermata altrimenti le partite si perdono.
C'è altro ovviamente ma non ho voglia di star qui ad argomentare.
Che due coglioni....meno male che è finita.
MONDIALE 2023
Si è chiuso domenica il X mondiale di rugby.
Rassegna sovradimensionata, cinque squadre di livello, 3/4 passabili, le altre inutili a far numero per poter avere un format televisivo vendibile.
Squadre improponibili che vengono regolarmente disintegrate dalle solite grandi con il gap che sembra aumentare sempre più, comunque senz’altro non diminuisce con risultati tipo 71-3; 96-0; 96-17; 73-0; 60-7; 82-8; 76-0; 84-0; 71-0; 59-5; 52-8.
Poi c'è stato anche il 24-23 del Portogallo alle Fiji però, insomma.
C'è da stare allegri visto che il prossimo mondiale passerà dalle attuali venti a ventiquattro squadre.
Al primo turno da segnalare la vittoria francese sugli All Blacks nella partita inaugurale e la grandissima vittoria dell'Irlanda sui sudafricani, favoriti.
Le partite che hanno qualcosa da dire cominciano dai quarti e devo ammettere che è stato un grande weekend di rugby, nonostante la stupidità di un tabellone creato con ranking e valori di quattro anni fa, sono andati oltre le aspettative.
In particolar modo i due quarti che vedevano fronteggiarsi le migliori quattro sono stati di un livello a dir poco pazzesco.
Con ordine, l’Argentina supera un Galles tutto sommato deludente.
Si dirà che il giallo non dato a Giunti per intervento su Tompkins ha fatto girare l’incontro ma al 35’ un gallese non ha avuto un giallo per un evidente ostruzione che ha negato un evidente possibilità di segnatura argentina. Da li l’incontro è cambiato, gli argentini si sono incacchiati e hanno cominciato a macinare.
Alla fine vincono con grande merito.
Squadra e pubblico uno spettacolo.
Nel primo dei due quarti assurdi la Nuova Zelanda, neanche tanto a sorpresa, elimina la favorita, sulla scia di cinque vittorie negli ultimi otto incontri inclusa una serie in Nuova Zelanda e del primo posto nel ranking mondiale, Irlanda.
Una partita fenomenale.
28-24, 18-17 alla fine del primo tempo, 3 mete a 2.
L'accuratezza neozelandese, bella da vedere, accoppiata ad un livello fisico adeguato ribalta il pronostico.
La partita si apre in equilibrio, gli All Blacks sembrano meglio disposti e infatti ottengono due calci e si portano sul 6-0 prima che Fainga'anuku raccolga un lob di Beauden Barrrett e schiaccia in meta, poi trasformarta, all'angolo, 13-0.
L'Irlanda risponde con Aki ma non riesce a dare continuità al gioco, la palla la vedono poco e i neozelandesi producono un latro periodo di forte pressione che termina con un'altra meta.
Il giallo al mediano di mischia neozelandese Smith consente agli irlandesi di guadagnare campo e di andare in meta con Gibson Park quasi allo scadere della prima frazione, l'equilibrio della gara sembra cambiare ma l'intervallo giunge a puntino.
Nel secondo, epico, il Sud Africa ha la meglio sui fenomenali padroni di casa per solo un punto.
Resiste in inferiorità numerica, sin bin a Etzebeth, il miglior giocatore al mondo.La chiave, il ricorso costante alla mischia, che considerano a ragione la più forte, in ogni occasione possibile.
Su ogni calcio francese, l'estremo sudafricano chiamava il mark e chiedeva la mischia. Nonostante gli avanti dovessero tornare indietro ottenevano due risultati.
1 che le vincevano praticamente tutte riguadagnando terreno con gli uomini schierati e 2 eliminavano qualsiasi possibilità di contrattacco francese alla mano neutralizzando di fatto Dupont il più possibile.
Well done, un piano astuto ottimamente eseguito. Ora han già dato la formazione per la semifinale:invariata.
Non credo che gli inglesi avranno scampo.
Inglesi che dal canto loro hanno la meglio caparbiamente ma non senza difficoltà contro le entusiasmanti Fiji vittime della loro stessa indisciplina e del caos che riescono a creare in partita. vPartita bella, confsionaria, a tratti entusiasmante.
Sul 24 pari ci ho creduto, la forza di questi guerrieri del Pacifico mi entusiasma subito ma subito sono ricaduti nei loro vecchi difetti e concedono due calci che danno la vittoria agli inglesi, disciplinati e forti il loro, gli va riconosciuto.
A nulla è valso l'assalto finale ancora una volta caotico e indisciplinato.
Prevedo una finale Sud Africa - Nuova Zelanda e una vittoria dei primi, lo penso dall'inizio.
Lo scrivo oggi così poi magari rimango smerdato.
Infatti.
Quasi agli inglesi riesce lo sgambetto, bravissimi nel concepire ed eseguire l'unico piano che, forse poteva funzionare, calci lunghi. Esattamente ciò che gli sprinboks avevano perpetrato alla Francia la settimana prima.
Prestazione monumentale egli avanti della rosa e vantaggio che è durato fino al 77' senza che in verità ci fosse qualcosa che lasciasse pensare a qualcosa di diverso da una vittoria inglese, invece. Ma alla fine lo potenza springbok riesce a produrre la meta che vale il sorpasso. Seconda vittoria consecutiva di un punto.
Nell'altra semifinale, in realtà una partita da primo turno, la Nuova Zelanda passeggia sull' Argentina (che comunque ha fatto un bel torneo ma va in seminfinale grazie al tabellone). Tripletta del favoloso e imprendibile Will Jordan e prestazione a tutto tondo.
Al di la del (poco) valore dell'avversario questa prestazione rinforza la mia convinzione che questi All Blacks sono ben più forti della considerazione che li ha preceduti a questo torneo.
Visti così potrebbero anche vincere, l'Argentina comunque non li ha impegnati veramente.
Sabato prossimo vedremo.
Due modi opposti di vedere la stessa cosa.
Dovrebbe andare così: Sud Africa chiuso, calci lunghi e palloni tenuti dentro, tutto sulla mischia alla ricerca di calci di punizione, Nuova Zelanda che cercherà di tenere botta in mischia per poi andare al largo e cercare di segnare mete.
E' andata così e, come pronosticabile, la prima visione ha avuto la meglio sulla seconda.
Ma non è stata ne scontata, ne netta e neppure semplice.
Primo tempo brutto, catenaccio sudafricano e tanti errori, specialmente in rimessa laterale, specialmente all blacks, ma anche tanti in avanti, troppi.
12-6 il parziale e l'episodio che forse ha condizionato l'incontro, il sin-bin poi tramutato in espulsione del capitano neozelandese.
Meglio il secondo, più avvincente. La Nuova Zelanda nonostante l'inferiorità numerica (che verrà pareggiata due volte), caparbiamente cerca di imporsi alla sua maniera, ma i bruti in verde operano una pressione tremenda e soffocano tutto, gli errori continuano come prima, adesso anche il Sud Africa sbaglia le rimesse. Gli All Blacks trovano una meta che però viene annullata per in-avanti breccato dal TMO nella touche precedente.
Poi segnano e si portano a -1.
Barrett, uno dei tre non ricordo quale, sbaglia il calcio del sorpasso, e poi ancora un calcio di punizione.v Quest'ultimo errore sgonfia definitivamente i neozelandesi che s'inchiodano mentalmente. I Sud Africani li controllano senza troppo penare negli ultimi 3/4 minuti e sono campioni del mondo per la quarta volta.
Successo meritato, come sempre in questo gioco, e terza partita consecutiva, cioè tutte quelle ad eliminazione diretta, vinta per un punto di scarto.
Il Sud Africa nel secondo tempo non ha più segnato neanche un punto.
L'indisciplina costa, ancora una volta, carissima, agli AB. Ogni tanto però sarebbe bello veder vincere una squadra che gioca.
Per me ad ogni modo troppi muscoli, troppa lotta greco-romana, troppo arbitro, troppa moviola e troppo anti-rugby quando squadre come Inghilterra e soprattutto Sud-Africa giocano esclusivamente per indurre l'avversario in errore a distanza dai pali raggiungibile dal proprio calciatore.
E vincono il mondiale.
La contesa quando c'è è sempre appassionante, ma il gioco offerto è davvero palloso.
Do' credito comunque alla Nuova Zelanda per averci provato alla sua maniera fino in fondo ed esserci quasi riuscita con un uomo in meno (discutibile anche il giallo a Kolisi rimasto tale) i cinque punti lasciati giù da Barrett sarebbero probabilmente bastati.
Infine l'Italia: deludente.
A livello di risultati ha fatto quello che doveva fare: vittorie contro Namibia e Uruguay, ma il modo in cui sono venute le sconfitte contro Nuova Zelanda e Francia, quest' ultima in particolare, vista tutto sommato la discreta figura al Sei Nazioni, è stato davvero umiliante.
Si può argomentare per settimane, mi limito a dire che se non si placca non si vince.
Il livello di fisicità (e cattiveria) è ancora ben lontano da quello delle migliori, la gente va fermata altrimenti le partite si perdono.
C'è altro ovviamente ma non ho voglia di star qui ad argomentare.
Che due coglioni....meno male che è finita.
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mercoledì, novembre 01, 2023
Quadrophenia
Riprendo l'articolo che ho scritto per "Alias" de "Il Manifesto" sabato scorso.
Usciva il 27 ottobre 1973 in USA (pur se la data è controversa e incerta. E' plausibile anche il 26 mentre alcune fonti indicano perfino il 19 o il 29) e il 2 novembre in Inghilterra, l'opera rock “Quadrophenia”, sesto (doppio in questo caso, come “Tommy”) album in studio degli Who.
Townshend, compositore ambizioso e dalla mente aperta a mille influenze (da Charlie Parker a Wagner), aveva già più volte sperimentato con il formato e concetto di “opera rock”, da quelle abbozzate nei brani “A quick one while's away” da “A quick one” (1966) a “Rael” da “Sell Out” (1967), a quella che ne è diventato simbolo e prototipo, “Tommy” (1969) a un tentativo, naufragato, “Lifehouse”, che finì per essere ridotto a semplice album, “Who's next” (1971), diventato uno dei capolavori della musica rock in assoluto.
L'anno successivo Pete Townshend ci riprova.
Dapprima con un progetto intitolato “Rock Is Dead, Long Live Rock” da cui sarebbe dovuto essere tratto un film.
In parallelo un’altra idea, chiamata “Four Faces” ossia quella di rappresentare in un disco le personalità dei quattro Who, riportandoli agli esordi.
In mezzo a tante idee e suggestioni Pete si ricorda di una notte trascorsa tra i mod a Brighton a metà anni Sessanta, dopo un concerto degli Who, in cui trovò una sensazione di libertà mai più provata e allo stesso tempo un senso di inadeguatezza rispetto alla società circostante.
Scrive febbrilmente una serie di pensieri e note, le stesse contenute nel booklet del disco. E da lì incomincia a lavorare sul nuovo soggetto.
Dalla fine del 1972 Pete compone, arrangia, suona, rifinisce, aggiunge, cancella, accarezza l'idea di registrare il nuovo album in quadrofonia (alla fine quasi impossibile da realizzare e perciò l'idea fu abbandonata).
Dichiara di avere scritto una cinquantina di canzoni anche se realisticamente non dovrebbero superare la trentina. La storia viene ristretta e decurtata da alcune ulteriori tematiche (che ritroviamo nei provini scartati) che avrebbero espanso l'album probabilmente a un triplo. Il 21 maggio 1973 iniziano ufficialmente le registrazioni. “Quadrophenia” è l’unico album degli Who interamente composto da Pete Townshend che arriva con i demo in cui le parti orchestrali e dei synth sono già suonate e quelle previste per i sodali Roger, John e Keith già impostate e pronte ad essere incise.
E lo scrive a chiare lettere sulla copertina:
«Quadrophenia is in its enterity by Pete Townshend».
Gli Who in questo album danno il meglio di sé, raggiungono l’apice delle capacità, il suono degli strumenti è tra i migliori in assoluto sentiti su un album rock. Non sapranno mai più ripetersi a questi livelli.
Pete Towsnhend: «È stato l’ultimo grande album degli Who. Non abbiamo mai registrato qualcosa di così ambizioso e audace ed è stato anche l’ultimo album in cui Keith Moon era in un buono stato di forma».
Il risultato è un lavoro orchestrale, sinfonico, a tratti vicino alla musica classica, magniloquente ma è soprattutto uno dei primissimi esempi di fusione tra musica rock ed elettronica.
Townshend lo aveva già palesato nel precedente “Who's next” con brani come “Baba O' Riley” e “Won't get fooled again” ma è in “Quadrophenia” che l'uso del sintetizzatore (l'ARP 2500, un'innovazione per l'epoca) diventa predominante e supplisce alle parti orchestrali.
La storia dell'opera vede protagonista il giovane mod Jimmy che vive il passaggio drammatico e drastico, avvenuto in pochi giorni, da una dimensione adolescenziale all’età adulta, attraverso alcune esperienze traumatiche ma anche esaltanti (la battaglia con i rocker, un amore fugace e tradito, l'identità e l'appartenenza acquisite nel gruppo dei mod). Quando (nella storia dell'album) si ritrova su uno scoglio in mezzo al mare a pensare alla sua vita e alle recenti vicende non si capisce se sia il preludio a un suicidio o al passaggio a una nuova vita.
Non lo chiarisce nemmeno lo stesso autore. “Non so davvero come possa tornare da quello scoglio o se anneghi, vinca o perda o qualche altra cosa. Non ho davvero deciso cosa succeda. Mi piace che la decisione finale sia nelle mani dell’ascoltatore”. (Pete Townshend).
Entra in gioco un altro aspetto peculiare dell'opera.
In un'epoca escapista in cui il rock si divideva tra band hard e glam che esaltavano la triade “sesso, droga e rock 'n' roll” e quelle prog che evocavano storie di elfi, demoni, epiche battaglie, Townshend sceglie quella di un ragazzo del proletariato inglese, esponente tipico della working class, che cerca una fuga da una condizione sociale opprimente, che perde il lavoro e si ritrova da solo, in collisione con famiglia e amici, in un mondo che sta cambiando e lo sta lasciando indietro.
L’album ebbe un’accoglienza molto positiva sia da parte del pubblico che della critica, vendendo oltre un milione di copie.
Purtroppo si verificarono parecchi problemi durante il tour di supporto. Fin da subito gli Who si resero conto di non poter eseguire l’opera interamente e alcuni brani vennero immediatamente tolti dalla scaletta. Townshend si accorse di dover cambiare chitarre e accordatura una ventina di volte in ogni concerto.
Spesso l’impianto non era adeguato a supportare l’impatto sonoro e la complessità della strumentazione.
Il pubblico reclamava i soliti successi ma soprattutto si annoiava a morte ad ascoltare le lunghe introduzioni ad ogni brano che spiegavano la storia di “Quadrophenia” (soprattutto quello non inglese aveva difficoltà a comprendere il profilo dei mod e le vicende ambientate in un contesto tipicamente britannico).
Nel frattempo Roger alla domanda di come fosse Keith Moon nel 1973 risponde: «Un po’ più ubriaco del 1972».
La band chiuse il tour tornando in Inghilterra prima e poi con qualche data in Francia nei primi mesi del 1974. Successivamente i brani di Quadrophenia vennero quasi tutti esclusi dai live.
Sempre particolarmente attenti all’aspetto visivo, dopo aver trasposto nel 1975 su pellicola “Tommy” nel visionario e lisergico omonimo film di Ken Russell, con Roger Daltrey protagonista, gli Who approdano di nuovo al grande schermo nel 1979 con ilfilm “Quadrophenia” di Frank Roddam , giovane regista con scarsa esperienza che diventerà poi noto per avere concepito e venduto in tutto il mondo il format della trasmissione “Masterchef”.
Phil Daniels (che rimpiazza tra le proposte Johnny Rotten, dei Sex Pistols) si cala alla perfezione nei panni di Jimmy, Sting è un credibile capo dei mod, il film riproduce piuttosto accuratamente il clima del mondo mod nel 1965, anno in cui Townshend ha ambientato la vicenda. La proiezione di “Quadrophenia” contribuirà alla rinascita della scena mod (chiamata mod revival) e al suo rilancio discografico, grazie anche alla spinta che avevano dato i Jam di Paul Weller da un paio di anni. Quando il film uscì furono in molti tra critici e fruitori a equivocare la fine, con il salto della Vespa dalla scogliera, intesa come il suicidio di Jimmy.
In realtà il finale è presentato in un flashback nei secondi iniziali, in cui si vede il protagonista risalire a piedi la scogliera (dopo aver lasciato cadere la Vespa rubata a Ace Face e, simbolicamente, chiusa la sua esperienza illusoria con la cultura Mod).
Subito dopo, sulle note di The real me con Jimmy che in primo piano guida orgoglioso la sua Lambretta per le strade di Londra, la storia ricomincia dall’inizio.
“Quadrophenia” a cinquanta anni di distanza è diventato un classico, sia da un punto di vista musicale che culturale, una pietra miliare, riuscendo nel difficilissimo intento di uscire da un contesto prettamente britannico, facendosi comprendere anche in realtà tradizionalmente lontane e creando una serie di “scene” sottoculturali e artistiche in moltissime parti del mondo.
Uno dei rari dischi che ha raccontato in prima persona, come in una sorta di cronaca, un'epoca, riuscendo a cambiare i gusti e perfino la vita di migliaia di persone.
Ben fatto, Pete!
Usciva il 27 ottobre 1973 in USA (pur se la data è controversa e incerta. E' plausibile anche il 26 mentre alcune fonti indicano perfino il 19 o il 29) e il 2 novembre in Inghilterra, l'opera rock “Quadrophenia”, sesto (doppio in questo caso, come “Tommy”) album in studio degli Who.
Townshend, compositore ambizioso e dalla mente aperta a mille influenze (da Charlie Parker a Wagner), aveva già più volte sperimentato con il formato e concetto di “opera rock”, da quelle abbozzate nei brani “A quick one while's away” da “A quick one” (1966) a “Rael” da “Sell Out” (1967), a quella che ne è diventato simbolo e prototipo, “Tommy” (1969) a un tentativo, naufragato, “Lifehouse”, che finì per essere ridotto a semplice album, “Who's next” (1971), diventato uno dei capolavori della musica rock in assoluto.
L'anno successivo Pete Townshend ci riprova.
Dapprima con un progetto intitolato “Rock Is Dead, Long Live Rock” da cui sarebbe dovuto essere tratto un film.
In parallelo un’altra idea, chiamata “Four Faces” ossia quella di rappresentare in un disco le personalità dei quattro Who, riportandoli agli esordi.
In mezzo a tante idee e suggestioni Pete si ricorda di una notte trascorsa tra i mod a Brighton a metà anni Sessanta, dopo un concerto degli Who, in cui trovò una sensazione di libertà mai più provata e allo stesso tempo un senso di inadeguatezza rispetto alla società circostante.
Scrive febbrilmente una serie di pensieri e note, le stesse contenute nel booklet del disco. E da lì incomincia a lavorare sul nuovo soggetto.
Dalla fine del 1972 Pete compone, arrangia, suona, rifinisce, aggiunge, cancella, accarezza l'idea di registrare il nuovo album in quadrofonia (alla fine quasi impossibile da realizzare e perciò l'idea fu abbandonata).
Dichiara di avere scritto una cinquantina di canzoni anche se realisticamente non dovrebbero superare la trentina. La storia viene ristretta e decurtata da alcune ulteriori tematiche (che ritroviamo nei provini scartati) che avrebbero espanso l'album probabilmente a un triplo. Il 21 maggio 1973 iniziano ufficialmente le registrazioni. “Quadrophenia” è l’unico album degli Who interamente composto da Pete Townshend che arriva con i demo in cui le parti orchestrali e dei synth sono già suonate e quelle previste per i sodali Roger, John e Keith già impostate e pronte ad essere incise.
E lo scrive a chiare lettere sulla copertina:
«Quadrophenia is in its enterity by Pete Townshend».
Gli Who in questo album danno il meglio di sé, raggiungono l’apice delle capacità, il suono degli strumenti è tra i migliori in assoluto sentiti su un album rock. Non sapranno mai più ripetersi a questi livelli.
Pete Towsnhend: «È stato l’ultimo grande album degli Who. Non abbiamo mai registrato qualcosa di così ambizioso e audace ed è stato anche l’ultimo album in cui Keith Moon era in un buono stato di forma».
Il risultato è un lavoro orchestrale, sinfonico, a tratti vicino alla musica classica, magniloquente ma è soprattutto uno dei primissimi esempi di fusione tra musica rock ed elettronica.
Townshend lo aveva già palesato nel precedente “Who's next” con brani come “Baba O' Riley” e “Won't get fooled again” ma è in “Quadrophenia” che l'uso del sintetizzatore (l'ARP 2500, un'innovazione per l'epoca) diventa predominante e supplisce alle parti orchestrali.
La storia dell'opera vede protagonista il giovane mod Jimmy che vive il passaggio drammatico e drastico, avvenuto in pochi giorni, da una dimensione adolescenziale all’età adulta, attraverso alcune esperienze traumatiche ma anche esaltanti (la battaglia con i rocker, un amore fugace e tradito, l'identità e l'appartenenza acquisite nel gruppo dei mod). Quando (nella storia dell'album) si ritrova su uno scoglio in mezzo al mare a pensare alla sua vita e alle recenti vicende non si capisce se sia il preludio a un suicidio o al passaggio a una nuova vita.
Non lo chiarisce nemmeno lo stesso autore. “Non so davvero come possa tornare da quello scoglio o se anneghi, vinca o perda o qualche altra cosa. Non ho davvero deciso cosa succeda. Mi piace che la decisione finale sia nelle mani dell’ascoltatore”. (Pete Townshend).
Entra in gioco un altro aspetto peculiare dell'opera.
In un'epoca escapista in cui il rock si divideva tra band hard e glam che esaltavano la triade “sesso, droga e rock 'n' roll” e quelle prog che evocavano storie di elfi, demoni, epiche battaglie, Townshend sceglie quella di un ragazzo del proletariato inglese, esponente tipico della working class, che cerca una fuga da una condizione sociale opprimente, che perde il lavoro e si ritrova da solo, in collisione con famiglia e amici, in un mondo che sta cambiando e lo sta lasciando indietro.
L’album ebbe un’accoglienza molto positiva sia da parte del pubblico che della critica, vendendo oltre un milione di copie.
Purtroppo si verificarono parecchi problemi durante il tour di supporto. Fin da subito gli Who si resero conto di non poter eseguire l’opera interamente e alcuni brani vennero immediatamente tolti dalla scaletta. Townshend si accorse di dover cambiare chitarre e accordatura una ventina di volte in ogni concerto.
Spesso l’impianto non era adeguato a supportare l’impatto sonoro e la complessità della strumentazione.
Il pubblico reclamava i soliti successi ma soprattutto si annoiava a morte ad ascoltare le lunghe introduzioni ad ogni brano che spiegavano la storia di “Quadrophenia” (soprattutto quello non inglese aveva difficoltà a comprendere il profilo dei mod e le vicende ambientate in un contesto tipicamente britannico).
Nel frattempo Roger alla domanda di come fosse Keith Moon nel 1973 risponde: «Un po’ più ubriaco del 1972».
La band chiuse il tour tornando in Inghilterra prima e poi con qualche data in Francia nei primi mesi del 1974. Successivamente i brani di Quadrophenia vennero quasi tutti esclusi dai live.
Sempre particolarmente attenti all’aspetto visivo, dopo aver trasposto nel 1975 su pellicola “Tommy” nel visionario e lisergico omonimo film di Ken Russell, con Roger Daltrey protagonista, gli Who approdano di nuovo al grande schermo nel 1979 con ilfilm “Quadrophenia” di Frank Roddam , giovane regista con scarsa esperienza che diventerà poi noto per avere concepito e venduto in tutto il mondo il format della trasmissione “Masterchef”.
Phil Daniels (che rimpiazza tra le proposte Johnny Rotten, dei Sex Pistols) si cala alla perfezione nei panni di Jimmy, Sting è un credibile capo dei mod, il film riproduce piuttosto accuratamente il clima del mondo mod nel 1965, anno in cui Townshend ha ambientato la vicenda. La proiezione di “Quadrophenia” contribuirà alla rinascita della scena mod (chiamata mod revival) e al suo rilancio discografico, grazie anche alla spinta che avevano dato i Jam di Paul Weller da un paio di anni. Quando il film uscì furono in molti tra critici e fruitori a equivocare la fine, con il salto della Vespa dalla scogliera, intesa come il suicidio di Jimmy.
In realtà il finale è presentato in un flashback nei secondi iniziali, in cui si vede il protagonista risalire a piedi la scogliera (dopo aver lasciato cadere la Vespa rubata a Ace Face e, simbolicamente, chiusa la sua esperienza illusoria con la cultura Mod).
Subito dopo, sulle note di The real me con Jimmy che in primo piano guida orgoglioso la sua Lambretta per le strade di Londra, la storia ricomincia dall’inizio.
“Quadrophenia” a cinquanta anni di distanza è diventato un classico, sia da un punto di vista musicale che culturale, una pietra miliare, riuscendo nel difficilissimo intento di uscire da un contesto prettamente britannico, facendosi comprendere anche in realtà tradizionalmente lontane e creando una serie di “scene” sottoculturali e artistiche in moltissime parti del mondo.
Uno dei rari dischi che ha raccontato in prima persona, come in una sorta di cronaca, un'epoca, riuscendo a cambiare i gusti e perfino la vita di migliaia di persone.
Ben fatto, Pete!
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