sabato, maggio 13, 2023
Northern Soul a Radio Popolare
Giovedì 18 maggio alle 21 all'Auditorium Demetrio Stratos di RADIO POPOLARE in via Ollearo 5 a Milano, presentazione di "Northern Soul" con concerto dei MADS nella trasmissione "Live Pop!".
Ascolto in diretta streaming qui: https://www.radiopopolare.it/
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I me mine,
Northern Soul
venerdì, maggio 12, 2023
Antonín Dvořák - Sinfonia n. 9 (“dal Nuovo Mondo”)
Riprendendo il discorso sulla musica dei Nativi Americani (vedi il post dello scorso lunedì) è significativo citare la "Sinfonia n. 9 (dal Nuovo Mondo)" del compositore ceco Antonín Dvořák, scritta tra il 19 dicembre del 1892 e il 24 maggio del 1893 a New York durante il suo soggiorno americano su commissione della New York Philharmonic Orchestra che la eseguì con grande successo, il 16 dicembre 1893 alla Carnegie Hall.
La sinfonia incorpora elementi ma soprattutto prende ispirazione da Spiritual (il primo movimento prende spunto dallo spiritual "Swing Lo’Swett Chariot") e musica tradizionale dei Nativi (il secondo movimento è ispirato dal poema epico indiano Hiawatha del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, dedicato al fondatore della confederazione irochese).
“Io non ho usato attualmente nessuna delle natie melodie americane. Io ho semplicemente scritto temi originali, incorporando le peculiarità della musica indiana, e, usando questi temi come soggetti, li ho sviluppati con tutte le risorse dei ritmi moderni, del contrappunto e del colore orchestrale”.
“Io sono convinto che la musica futura di questa nazione debba basarsi su quelle che sono chiamate melodie Negre.
Queste possono essere la base di una scuola di composizione seria e originale, da svilupparsi negli Stati Uniti.
Questi graziosi e variati temi sono il prodotto del terreno.
Sono le canzoni popolari dell’America e i vostri compositori devono rivolgersi ad esse”.
Antonín Dvořák – Symphony No.9 in E minor – Herbert von Karajan, Berlin Philharmonic, 1966
https://www.youtube.com/watch?v=bw5Vsg9vRNs
Fonte: https://www.gbopera.it/2021/03/antonin-dvorak-1841-1904-sinfonia-n-9-dal-nuovo-mondo-in-mi-minore-op-95-b-178/
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Di cosa parliamo quando parliamo di musica
giovedì, maggio 11, 2023
Cross Section
Nel film "Quadrophenia" (e relativa colonna sonora) compare un gruppo sconosciuto (e che tale rimase nonostante l'ampia popolarità della pellicola): i CROSS SECTION.
Il 12 agosto del 1979 nelle pagine del “New Musical Express” Pete Townshend pubblicò un annuncio per cercare una band da inserire nel film:
“Vinci una parte in “Quadrophenia”! Fama! Groupies! Contratto con la Polydor! Successo istantaneo! Droga! Soldi! Inclusa una membership dello Speakeasy!”.
Mandarono il demo una settantina di gruppi (tra cui mod band come Chords e Purple Hearts) ma alla fine vinsero gli sconosciutissimi e giovanissimi Cross Section che, secondo Daltrey, incarnavano alla perfezione l’ingenuità e l’innocenza del periodo.
Nel film appaiono in una breve sequenza in cui suonano “Hi Heel Sneakers” e attaccano con “Dimples”.
La band si scioglierà subito dopo l’uscita del film per riunirsi nel 2014 per qualche data in giro.
Ai tempi suonavano qualche concerto nei pub del Kent e dell'est dell'Inghilterra.
Con loro grande stupore furono convocati per un'audizione nell'estate del 1978. Dopo aver suonato dal vivo di fronte a un paio di membri degli Who all'Electric Ballroom, i Cross Section furono scelti.
Roger Daltrey si avvicinò a loro dopo l'audizione a Camden High Street e gli disse che gli piaceva quello che aveva sentito e domandò "Vi tagliereste i capelli?" "Sì, me li tingerei anche di verde", rispose il batterista.
Ottennero la parte, andarono a Londra ai Ramport Studios degli Who, per registrare le canzoni "High Heel Sneakers" e "Dimples" e sul set del film per diventare la nuova famigerata Mod Band che è ancora oggi sulla colonna sonora originale.
I Cross Section si sciolsero subito dopo.
Alcuni hanno proseguito una carriera musicale, altri hanno intrapreso attività commericali in agricolutura o marina, il tastierista JOSH PHILLIPS è diventato membro dei Procol Harum e ha suonato con Diamond Head e collaborato (anche come compositore) con Big Country, Leo Sayer, Pete Townshend, The Crazy World of Arthur Brown, Kenney Jones, Midge Ure, Eric Clapton e Paul McCartney.
La band si è riunita per qualche concerto nel 2014.
Hi Heel Sneakers da "Quadrophenia" soundtrack:
https://www.youtube.com/watch?v=v9Ii2OcP3rc
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Mod Heroes
mercoledì, maggio 10, 2023
L'album Motown di Jeff Beck
Nel 1970 JEFF BECK approdò agli studi della MOTOWN RECORDS per registrare un album di soul.
Le cose non andarono per il giusto verso, furono incisi parecchi brani che purtroppo non hanno mai visto la luce.
Da un intervista a Rolling Stone del 2010 con Davide Fricke lo stesso Jeff Beck spiegò in dettaglio gli eventi.
"Il mio produttore, Mickie Most, mi disse che dovevo fare un album. Ho convinto Mickie ad andare alla Motown. Era un tale privilegio. Sembravamo più turisti, ragazzini in un negozio di dolciumi".
Jeff Beck portò con sé il batterista Cozy Powell con cui collaborava ai tempi.
"Ci hanno odiato fin da subito. Non ne volevano sapere di noi. Quando Cozy si è seduto dietro la batteria della Motown e ha iniziato a suonare come i Meters, tutti hanno detto "Oh!". Quel giorno c'era James Jamerson al basso - niente chitarra ritmica - e Earl Van Dyke alle tastiere. Una cosa essenziale. Continuavano a dire: "Dove sono gli spartiti?. Ho detto: "Non ci sono".
Cozy Powell sostituì la "sacra" batteria dell ostudio con la sua Ludwig a due casse e incominciò a pestare alla John Bonham, stupendo e facendo impazzire i presenti.
"Alla fine ci siamo ritrovati con nove o dieci tracce, finite ma non mixate. Avevamo esaurito il tempo a disposizione.
C'era una base musicale per una canzone scritta da uno dei principali autori, forse Holland-Dozier-Holland. Ogni volta che ti giravi, era "Ehi, Jeff, abbiamo una canzone".
Era come una fabbrica.
Poi abbiamo incontrato Berry Gordy. Siamo dovuti passare attraverso tre serie di porte chiuse. Ha detto: “Benvenuto alla Motown. Ho una grande fiducia in te. So cosa fai. Forse i ragazzi della session non lo sanno, ma io lo so. Hai avuto una grande idea".
L'idea di Jeff Beck era udi creare una contaminazione tra il rock blues che aveva caratterizzato i suoi esordi solisti "Truth" e "Beck Ola" con il groove Motown.
"Volevo creare una band che capisse l'atmosfera Motown ma darle più grinta. che desse una sensazione da disco Motown ma più spigolosa e quasi al limite del metal.
Che è quello che cercavo nell'album Truth: una linea di basso con ritmica Motown ma con enormi tamburi tipo Zeppelin."
Ma alla Motown ci siamo allontanati sempre di più dalla parte rock, perché loro non lo capivano.
Ascoltavano i Meters.
Ma difficilmente uscivano da quel dannato studio (per ascoltare altre cose)."
L'album si è definitivamente perso.
"Ho ancora il nastro multitraccia, anche se scommetto che se lo metti sulla registratore ora finirebbe in mille pezzi. Ne ho fatto una copia su cassetta. Questo è tutto quello che c'è.
Ma ho scoperto qual era il vero segreto della Motown.
Erano fantastici musicisti di livello mondiale: la migliore esecuzione e il miglior suono di batteria. Ma se togli quel riverbero Motown, non ottieni niente. È molto bello, ma non è Motown. Il tutto era sintonizzato sull'atmosfera di quel riverbero."
Beck approderà alla Motown poco tempo doipo, partecipando (in un brano) a "Talking Book" di Stevie Wonder, con cui farà nascere anche il groove (Beck alla batteria) di "Superstition" che Stevie aveva composto per Jeff ma che alla fine tenne per sé, facendola diventare una delle sue più grandi hit.
Le cose non andarono per il giusto verso, furono incisi parecchi brani che purtroppo non hanno mai visto la luce.
Da un intervista a Rolling Stone del 2010 con Davide Fricke lo stesso Jeff Beck spiegò in dettaglio gli eventi.
"Il mio produttore, Mickie Most, mi disse che dovevo fare un album. Ho convinto Mickie ad andare alla Motown. Era un tale privilegio. Sembravamo più turisti, ragazzini in un negozio di dolciumi".
Jeff Beck portò con sé il batterista Cozy Powell con cui collaborava ai tempi.
"Ci hanno odiato fin da subito. Non ne volevano sapere di noi. Quando Cozy si è seduto dietro la batteria della Motown e ha iniziato a suonare come i Meters, tutti hanno detto "Oh!". Quel giorno c'era James Jamerson al basso - niente chitarra ritmica - e Earl Van Dyke alle tastiere. Una cosa essenziale. Continuavano a dire: "Dove sono gli spartiti?. Ho detto: "Non ci sono".
Cozy Powell sostituì la "sacra" batteria dell ostudio con la sua Ludwig a due casse e incominciò a pestare alla John Bonham, stupendo e facendo impazzire i presenti.
"Alla fine ci siamo ritrovati con nove o dieci tracce, finite ma non mixate. Avevamo esaurito il tempo a disposizione.
C'era una base musicale per una canzone scritta da uno dei principali autori, forse Holland-Dozier-Holland. Ogni volta che ti giravi, era "Ehi, Jeff, abbiamo una canzone".
Era come una fabbrica.
Poi abbiamo incontrato Berry Gordy. Siamo dovuti passare attraverso tre serie di porte chiuse. Ha detto: “Benvenuto alla Motown. Ho una grande fiducia in te. So cosa fai. Forse i ragazzi della session non lo sanno, ma io lo so. Hai avuto una grande idea".
L'idea di Jeff Beck era udi creare una contaminazione tra il rock blues che aveva caratterizzato i suoi esordi solisti "Truth" e "Beck Ola" con il groove Motown.
"Volevo creare una band che capisse l'atmosfera Motown ma darle più grinta. che desse una sensazione da disco Motown ma più spigolosa e quasi al limite del metal.
Che è quello che cercavo nell'album Truth: una linea di basso con ritmica Motown ma con enormi tamburi tipo Zeppelin."
Ma alla Motown ci siamo allontanati sempre di più dalla parte rock, perché loro non lo capivano.
Ascoltavano i Meters.
Ma difficilmente uscivano da quel dannato studio (per ascoltare altre cose)."
L'album si è definitivamente perso.
"Ho ancora il nastro multitraccia, anche se scommetto che se lo metti sulla registratore ora finirebbe in mille pezzi. Ne ho fatto una copia su cassetta. Questo è tutto quello che c'è.
Ma ho scoperto qual era il vero segreto della Motown.
Erano fantastici musicisti di livello mondiale: la migliore esecuzione e il miglior suono di batteria. Ma se togli quel riverbero Motown, non ottieni niente. È molto bello, ma non è Motown. Il tutto era sintonizzato sull'atmosfera di quel riverbero."
Beck approderà alla Motown poco tempo doipo, partecipando (in un brano) a "Talking Book" di Stevie Wonder, con cui farà nascere anche il groove (Beck alla batteria) di "Superstition" che Stevie aveva composto per Jeff ma che alla fine tenne per sé, facendola diventare una delle sue più grandi hit.
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Rock Tales
lunedì, maggio 08, 2023
Rock e Nativi Americani
Riprendo l'articolo che ho scritto domenica per "Libertà" dedicato ai musicisti rock di origine Nativa Americana.
Quando si parla di “musica tradizionale americana” si fa diretto riferimento al country o alla sua forma più antica, la cosiddetta “old time music”, retaggio di quella portata dai coloni britannici e francesi dalle prime immigrazioni in poi.
Oppure al blues, la musica che si “inventarono” gli schiavi africani deportati con le navi negriere dal 1.619, quando a Point Confort, in Virginia, nella prima colonia inglese, arrivò la fregata White Lion con venti uomini di origine africana, rapiti dalla loro terra.
Privati della loro identità, lingua, cultura, storia, gli afroamericani dovettero ricostruire anche la loro musica, soprattutto a causa della proibizioni di usare strumenti percussivi, caratteristica peculiare della composizione africana, per impedire di comunicare in quel modo tra piantagioni diverse.
Gli schiavi neri sostituirono i tamburi con il battito di mani e piedi (che non riusciva però ad arrivare particolarmente lontano, a livello di volume) e imbracciarono le chitarre, mantenendo vive le radici che si diluirono progressivamente, fondendosi con quelle dei coloni europei, con i quali, seppure a diversissimo livello sociale e di condizione, forzatamente convivevano.
In tutto questo i veri americani, gli originali possessori del suolo, della terra, fiumi, montagne, boschi, i cosiddetti “indiani” ma in realtà più correttamente definiti Nativi Americani, svolsero un ruolo assolutamente marginale.
Vessati, sterminati, costantemente ingannati, massacrati, schiavizzati, rinchiusi in gabbia (le riserve).
La musica e cultura ridotte ad accessorio secondario, sorta di curioso esempio di folk, raramente approfondite e studiate, se non da cultori e amanti delle radici sonore di un continente dalle mille sfaccettature, diventato in pochi anni un inquietante esempio di omologazione, in cui ogni luogo è simile all’altro.
La cultura degli abitanti originari del Nord America non compare quasi mai nelle storie popolari della musica americana, partendo dal presupposto che la terra, poi abitata dagli europei e dai loro schiavi fosse stata principalmente priva di persone precedenti, arte e cultura.
L'Africa e le isole britanniche erano viste come le uniche fonti possibili della musica che si è evoluta da quel luogo e da quel tempo.
La possibilità che le tradizioni musicali dei popoli indigeni possano essere centrali per l'armonia americana non è mai stata considerata.
Se si ascolta un brano del 1928, “Indian Tom Tom” della Indian String Band troviamo, ad esempio, un perfetto connubio di blues, country e musica tradizionale Nativa. Dimenticando anche le differenze spesso profonde, sia a livello estetico, sociale e culturale, che c’erano tra le centinaia di tribù e popolazioni indigene.
In questa sede si vuole rendere omaggio a quegli artisti più affini al rock che hanno origine nei Nativi Americani.
In molti casi hanno reso questo loro retaggio esplicito, in molti altri è stato meno evidente.
Chi ne è sempre stato orgoglioso è l’attore Johnny Depp, peraltro buon chitarrista e molto vicino all’ambiente rock con i suoi Hollywood Vampires e varie collaborazioni, tra cui quella con l’amico, recentemente scomparso, Jeff Beck.
Nel 2012 è stato adottato dalla nazione Comanche, dopo avere interpretato la parte di un Nativo in un film della Disney.
Non a caso i Comanche sono sempre stati tra i più inclusivi, accettando senza problemi tra le loro fila anche membri di altre etnie. Johnny Depp ha dichiarato:
"La mia bisnonna era un po' nativa americana, è cresciuta Cherokee o forse Creek Indian.
Ha senso visto che veniva dal Kentucky, che è pieno di Cherokee e Creek".
Tra i personaggi più famosi Jimi Hendrix, oltre a una chiara discendenza afroamericana e a una meno evidente irlandese, aveva una nonna con sangue Cherokee.
Per il suo secondo album “Axis. Bold as love” dichiarò di essersi ispirato a uno stile “americano e indiano”.
Il grafico Roger Law inserì nel disegno di copertina un disegno religioso indiano tra le divinità Vishnu e Krishna.
Hendrix non ne fu del tutto soddisfatto “Vidi l’immagine e pensai: È grande!, ma dovevano mettere un indiano americano. Nessuno di noi tre ha nulla a che fare con quella copertina”.
Il personaggio più significativo della nostra storia è probabilmente John Trudell.
Cresciuto in estrema povertà in una riserva Sioux, figlio di padre Santee e madre indio messicana, divenne portavoce ufficiale dell’American Indian Movement dal 1973 al 1979.
Quando, per protesta contro le discriminazioni subite dai Nativi, brucia una bandiera americana a Washington, dodici ore dopo la sua casa nella riserva di Paiute Shoshone, in Nevada, viene data alle fiamme e la moglie e due figli trovano un’atroce morte, senza che la polizia indaghi mai su cause e colpevoli.
Nel 1985 incontra Jesse Ed Davis, un chitarrista Kiowa che suona con Clapton, Dylan, John Lennon, Jackson Browne e incomincia una proficua carriera discografica con album di grande spessore politico e sociale (“Aka Graffiti Man” in particolare) e collaborazioni con Neil Young e Willie Nelson, tra le tante.
Muore nel 2015 per un brutto male, dopo avere lasciato significative testimonianze di una vita votata alla giustizia sciale e per i suoi consanguinei.
Robbie Robertson è stato il geniale chitarrista e compositore della Band, grande gruppo canadese, a lungo a fianco di Bob Dylan.
Figlio di una Cayuga e Mohawk, ha svolto un accurato lavoro di ricerca sulla musica dei nativi americani, culminato con l’affascinante “Music for the Native Americans” del 1994 e colonna sonora dell’omonimo documentario.
Buffy Saint Marie è una cantautrice canadese Creek, prima nativa a vincere un premio Oscar (nel 1983 con la canzone “Up where we belong” per il film “Ufficiale e gentiluomo”).
Nata nel 1941, venne strappata ai genitori e affidata dal governo canadese a una famiglia americana per essere “educata” al di fuori della sua cultura originaria.
Si laureò con il massimo dei voti e incominciò una proficua carriera musicale che le ha dato grandi soddisfazioni, vantando una serie di eccellenti canzoni oltre a una lunghissima lista di onorificenze.
Ha fondato varie scuole e finanziato organizzazioni filantropiche e no profit per il supporto dei Nativi nord americani.
Link Wray è stato uno dei grandi innovatori della chitarra rock ‘n’ roll, uno dei primissimi a usarla con la distorsione nel brano “Rumble”, inciso nel 1958, unico strumentale a essere censurato dalle radio statunitensi proprio per un suono non conforme.
Di origine Shawnee, crebbe nel Nord Carolina in condizioni di estrema povertà e spesso vittima, con la famiglia, dei soprusi del Ku Klux Klan.
“Dallo sceriffo a tutti i poliziotti erano membri del KKK e se non tenevi la testa bassa ti avrebbero appeso a un albero e ucciso”.
Tra i suoi brani più famosi “Comanche”, “Apache” e “Shawnee”.
Chaka Khan è stata una grandissima esponente della black music, portando anche la nomea di Regina del Funk, collaborando con grandi nomi come Ray Charles, Quincy Jones, Ry Cooder e vincendo dieci Grammy Awards.
Nella sua genealogia c’è un’origine Blackfoot che ha spesso esibito sul palco con costumi mozzafiato.
La lista di nomi è ancora lunga e complessa, spesso poco conosciuta.
A partire dai Redbone, autori di alcuni ottimi successi negli anni Settanta, con componenti provenienti da Messico, Yaqui e Shoshone. Redbone è un termine cajun che significa mescolanza di razze.
Dalla Florida arrivano i Blackfoot, band di rock duro i cui componenti sono di provenienza Cherokee, Sioux e Cree e che ha sempre utilizzato costumi di scena con chiari riferimenti alle loro origini.
Il batterista Randy Castillo, a fianco di Ozzy Osbourne, Motley Crue, Lita Ford aveva sangue Apache.
Gli XIT operarono negli anni Settanta in New Mexico, incidendo un album dedicato alla vita dei Nativi americani, alle difficoltà e ai cambiamenti incontrati durante la conquista delle Americhe.
Antiche discendenze anche per il grande cantautore Willy DeVille (nei Pequot) che si esibì anche in costumi dedicati alle sue origini.
E infine il ricordo personale dell’attività dei “miei” Not Moving con i quali, negli insospettabili anni Ottanta, supportammo numerose iniziative per fare conoscere la pessima situazione dei nativi americani, per aiutare la precaria condizione dell’attivista Leonard Peltier, ingiustamente improgionato, collaborando in maniera stretta con il poeta Cheyenne Lance Henson che partecipò anche a un nostro disco.
Quella dei Nativi americani è una lotta continua per la sopravvivenza e il riconoscimento di diritti, ancora oggi negati e continuamente ostracizzati. Come urlava prima di ogni battaglia Cavallo Pazzo, della tribù Ogalala: “Hoka Hey!” ovvero “Avanti uomini, è un buon giorno per morire” (da cui deriva la parola più usata al mondo insieme al nostro “Ciao”: OK).
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Di cosa parliamo quando parliamo di musica
venerdì, maggio 05, 2023
Viv Albertine - Vestiti Musica Ragazzi
Arriva la traduzione in italiano del libro pubblicato nel 2014 da VIV ALBERTINE, ex chitarrista delle SLITS e tra le prime protagoniste della scena punk londinese.
"La musica che ascoltavo da adolescente era rivoluzionaria, Essendo cresciuta con canzoni che volevano cambiare il mondo, è quello che ancora mi aspetto che facciano".
Un'autobiografia spiazzante, che passa da un'adolescenza povera ma ricca di speranze ed esperienze (si ritrova ad Hyde Park a vedere gli Stones nel 1969, poi al cospetto di Bowie, Marc Bolan, Robert Fripp) per arrivare poco più che ventenne nel pieno della nascita del punk, coltivando strette amicizie con Sid Vicious e Johnny Rotten ma soprattutto una relazione burrascosa con Mick Jones dei Clash a cui resterà per sempre legata da un affettuoso rapporto (lui le dedicherà "Train in vain" su "London calling").
"Avevo sempre pensato che le circostanze della mia vita - povera, di Londra Nord, scuola pubblica, casa popolare, femmina - non mi avessero equipaggiata per il successo.
Mentre guardo i Sex Pistols, capisco che per la prima volta non ci sono barriere tra me e il gruppo...
E' fatta. Finalmente vedo non solo l'universo di cui ho sempre voluto far parte, ma anche il ponte da attraversare per arrivarci".
Con le Slits, gruppo di sole donne (un'eccezione anche ai tempi), coglie scampoli di successo e notorietà con una new wave/punk fortemente influenzata dal reggae.
Dopo lo scioglimento abbraccia la regia cinematografica e di video musicali, trovando una nuova dimensione artistica, ma poi la vita diventa aspra, dura, tragica, drammatica e le storie sempre più acide, a tratti insopportabili, tra una complicatissima maternità, malattie, problemi fisici estremi, cadute, dolore, disperazione.
Ritroverà la voglia di ripartire con la sua chitarra e voce, pubblicando l'ottimo e ruvido album solista "The vermillion border" nel 2012 (con la partecipazione di Jack Bruce, Tina Weymouth, Jah Wobble, Glen Matlock, Norman Watt Roy e tanti altri bassiti, uno diverso per brano.
Con la morte della madre nel 2014 abbandona definitivamente la carriera musicale.
Ottimo libro, ricco di spunti, considerazioni profonde, con uno sguardo disincantato sulla scena punk (con aneddoti divertenti e impietosi) e quella più genericamente musicale.
Viv Albertine
Vestiti Musica Ragazzi
Blackie Edizioni
480 pagine
euro 23.90
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Libri
giovedì, maggio 04, 2023
James McClean
L'amico MICHELE SAVINI, che vive da tempo a DUBLINO ci introduce a una serie di particolarità interessanti made in Irlanda, nella nuova rubrica The Auld Triangle: narrazioni dalla Repubblica d'Irlanda.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/The%20Auld%20Tringle%3A%20narrazioni%20dalla%20Repubblica%20d%27Irlanda
Dio salvi JAMES McCLEAN
Oggi, per la serie di racconti che abbracciano l’isola di smeraldo, ci spostiamo nella citta di Derry (e non Londonderry come qualcuno insiste chiamarla) per parlare di calcio e in particolare della storia di James McClean.
James McClean è un calciatore Irlandese recentemente venuto alle cronache (incluso un articolo sulla nostrana Gazzetta dello Sport) per una notizia relativa alla figlia ,affetta da autismo, che lo ha portato a scoprire una leggera forma dello stesso disordine neuropsichico su se stesso, come recentemente raccontato in un post sui suoi social media. Ma James Joseph McClean, nato a Derry il 22 Aprile del 1989, era già noto alle cronache per altri motivi.
Cresciuto nel quartiere di Creggan, una delle aree di maggioranza cattolica della città e situata letteralmente ad un passo dal confine con la Repubblica, inizia la sua carriera nel Derry City, squadra con la quale debutta nella massima serie Irlandese, la League of Ireland nel 2008, prima di trasferirsi al Sunderland, in Premier League, dove veste anche le maglie di Wigan, West Bromwich, Stoke City e ancora Wigan, dove gioca tutt’ora.
Sul Derry City Football Club bisognerebbe fare una parentesi a parte, visto che è l’unica squadra Nordirlandese che partecipa al Campionato della Repubblica D’Irlanda, quindi riprendo questo dettagliatissimo articolo del 2020 di Alberto Galletti su questo stesso blog :
http://tonyface.blogspot.com/2020/07/derry-city.html
James rappresenta la nazionale giovanile nordirlandese in diverse occasioni, incluse 7 apparizioni con l’U21, fino a quando nel 2011, anche grazie alle sue notevoli prestazioni con la maglia del Sunderland, riceve la chiamata della nazionale maggiore.
McClean rifiuta la convocazione dicendo di preferire quella della Repubblica d'Irlanda. Convocazione che arriva l’anno seguente, a mano dell’ allora Commissario Tecnico dell’ Eire Giovanni Trapattoni ,che ha l’intenzione di portarselo agli Europei del 2012.
Quindi, il 9 febbraio 2012 riceve l'approvazione per rappresentare a livello di nazionale maggiore la Repubblica d’ Irlanda, scatenando l'ira dei protestanti nord-irlandesi che lo minacciarono di morte. Ma del resto, come dice lo stesso McClean, "Ogni buon cattolico starebbe mentendo se afferma di sentirsi a casa, vedendo tutte quelle Union Jack e ascoltando le canzoni ed i cori quando gioca la nazionale del Nord Irlanda".
E’ comprensibile come quando raccontato sopra sia già abbastanza per creare scontento tra i tuoi connazionali, ma come se non bastasse, il vero motivo per cui James McClean è conosciuto un po’ da tutti è il suo rifiuto al “Poppy”.
(Il murales dedicato a James Mc Clean, indossando la maglia della Repubblica D’ Irlanda, a Derry nel quartiere di Creggan dove è cresciuto).
Ogni anno, l’ 11 Novembre, durante le celebrazioni per il Remembrance Day ( Il giorno della Memoria), la Premier League chiede ai club di indossare una maglia speciale, con un Papavero Rosso al centro. Il famoso “Poppy” è un fiore artificiale, indossato per l’occasione, con l’intento di commemorare i soldati britannici morti in guerra. E qui nasce il problema per James …
Ogni anno, James McClean chiede al suo Club di vestire la classica casacca senza Poppy, per rispetto nei confronti del proprio paese.
Ogni anno, qualsiasi sia il Club per cui gioca o lo Stadio in cui scenda in campo, James McClean viene costantemente fischiato, insultato e minacciato per tutti i 90 minuti dal pubblico, inclusi i tifosi della propria squadra, che non capiscono ne condividono il suo gesto.
Nell’ultimo decennio ha ricevuto numerose minacce di morte rivolte a lui e alla sua famiglia e l’invito ad andarsene dal Regno Unito perché ” se vuoi vivere in questo paese, faresti meglio a fare quello che ti diciamo …”.
E’ stato addirittura costretto a lasciare il Sunderland nel 2013, allora allenato da Paolo Di Canio, per le innumerevoli minacce ricevute e la tensione creatasi tra lui e i proprio tifosi. E’ inoltre stato nominato dalla BBC nel 2015 come l'esempio principale di uno dei "Cinque motivi per cui le persone non indossano il Poppy." (James Mc Clean in azione in un Sunderland – Everton, in cui si nota chiaramente la mancanza del Poppy sulla sua maglia, nel giorno delle Memoria).
Ma se come James, vieni da Derry , uno dei principali teatri del conflitto Irlandese, tutto questo è il niente mischiato con il nulla e non serve certo a farti cambiare idea … Nel 2013, per “calmare la acque”, dichiara su Twitter che la sua canzone preferita dei The Wolfe Tones, una folk band irlandese con un ricco repertorio di “Rebel songs”, è The Broad Black Brimmer, brano associato all'utilizzo della forza da parte del Repubblicanesimo irlandese e nel 2015, prima di un'amichevole estiva negli Stati Uniti, che il suo West Bromwich gioca e vince (tra l’altro con un suo gol) contro il Charleston Battery, volta le spalle alla Union Jack durante l'inno nazionale, quel "God Save The Queen" che odia e non sente suo e da cui ha deciso di dissociarsi pubblicamente.
Viene ovviamente massacrato da tifosi, tabloid e addirittura dal suo allenatore Tony Pulis, che aveva caldeggiato il suo arrivo in estate, ed invitato a rinunciare al suo stipendio e ritornarsene in Irlanda del Nord, un piccolo progresso in ogni caso, se pensiamo alle buste con i proiettili ricevute a casa pochi anni prima …
(Spalle alla bandiera e bocca cucita sulle note di “God Save The Queen” per James McClean, durante l’amichevole tra Wigan e Charleston Battery ).
Qui di seguito la canzone “The Broad Black Brimmer” dei The Wolfe Tones :
https://www.youtube.com/watch?v=DT2qehgOnJE
Scena che si ripete lo scorso Settembre, quando per commemorare la scomparsa della Regina Elisabetta, in tutti i campi da calcio inglesi si osserva un minuto di silenzio. E anche qui non è difficile immaginare come sia andata …
(Minuto di commemorazione per la scomparse della Regina Elisabetta, durante Huddersfield - Wigan del 13 Settembre 2022)
Curioso è il fatto che , in Inghilterra e nei paesi del Commonwealth che commemorano il Giorno della Memoria, indossare il Poppy non è obbligatorio sotto nessun aspetto.
Secondo la Royal British Legion, l’organizzazione britannica di beneficenza che fornisce supporto finanziario e sociale ai veterani delle Forze Armate, infatti indossare il Poppy dovrebbe essere una questione di scelta personale e insistere sul fatto di indossarlo forzatamente sarebbe contrario a tutto ciò che esso rappresenta.
La stessa Royal British Legion ha offerto sostegno pubblico a James nella sua decisione di “aver esercitato il suo diritto di scegliere di non indossare un papavero”.
McClean afferma che la sua obiezione deriva dalla sua affinità con Derry e dal ruolo dell'esercito britannico durante i Troubles.
Sei degli uomini uccisi nel Bloody Sunday infatti, provenivano proprio dal suo quartiere nativo Creggan, una delle aree a maggioranza Cattolica della citta di Derry.
E se la “tua” Regina, mesi dopo l’incidente, ha decorato con la medaglia al valore dell’ Impero Britannico (OBE) il colonnello Wilford, a capo delle truppe britanniche in quel nefasto 30 Gennaio del 1972, è forse anche normale che questo sia interpretato dalle persone di Derry come una sorta di “ricompensa” e solidarietà nei suoi confronti da parte dell'establishment britannico.
Nel 2014, dopo un derby del Lancashire tra il Bolton e il suo Wigan, decide di scrivere una lettera aperta al suo attuale presidente Dave Whelan, per motivare il suo gesto. Ho deciso di riportare una traduzione accurata della lettera, perché penso che usare le sue parole sia il modo migliore per capire il suo gesto, indipendente dal fatto che uno lo condivida o meno.
“Caro Signor Whelan,
Volevo scriverle prima di parlare faccia a faccia dell’ argomento e spiegarle le ragioni per cui non ho indossato il “Poppy” sulla maglia per la partita contro il Bolton.
Ho totale rispetto per coloro che hanno combattuto e sono morti in entrambe le guerre mondiali, molti dei quali erano di origine irlandese. Mi è stato anche detto che suo nonno, Paddy Whelan, di Tipperary, era uno di loro.
Piango la loro morte come ogni altra persona decente e se il papavero fosse un simbolo solo per le anime perdute della prima e della seconda guerra mondiale ne indosserei uno.
Voglio chiarirlo al 100% e voglio che lei capisca questo.
Ma il papavero è usato per ricordare le vittime di altri conflitti dal 1945 ed è qui che inizia il problema per me.
Per le persone del nord dell'Irlanda come me, e in particolare quelle di Derry, teatro del massacro della Bloody Sunday del 1972, il papavero ha assunto un significato molto diverso. La prego di comprendere, signor Whelan, che quando lei viene da Creggan come me o da Bogside, Brandywell o dalla maggior parte dei posti a Derry, ogni persona vive ancora all'ombra di uno dei giorni più bui della storia d'Irlanda, anche se lei, proprio come me, è nato quasi 20 anni dopo l'evento.
È solo una parte di ciò che siamo, radicata in noi dalla nascita.
Signor Whelan, per me indossare un papavero sarebbe tanto un gesto di mancanza di rispetto per le persone innocenti che hanno perso la vita nei Troubles - e nel Bloody Sunday in particolare – nello stesso modo in cui in passato sono stato accusato di mancare di rispetto alle vittime della prima e della seconda guerra mondiale .Sarebbe visto come un atto di mancanza di rispetto verso quelle persone, verso la mia gente.
Non sono un guerrafondaio, o anti-britannico, o un terrorista o nessuna delle accuse che mi sono state rivolte in passato.
Sono un ragazzo pacifico, credo che tutti dovrebbero vivere fianco a fianco, qualunque siano le loro convinzioni religiose o politiche che rispetto e chiedo alle persone di rispettare le mie in cambio.
Dallo scorso anno sono padre e voglio che mia figlia cresca in un mondo sereno, come ogni genitore.
Sono molto orgoglioso delle mie origini e non riesco proprio a fare qualcosa che credo sia sbagliato.
Nella vita, se sei un uomo dovresti difendere ciò in cui credi.
So che potrebbe non essere d'accordo con i miei sentimenti, ma spero vivamente che lei capisca le mie ragioni.
Come proprietario del club per cui sono orgoglioso di giocare, credo di doverle questa spiegazione sia a lei che ai tifosi del club.
Cordiali saluti,
James McClean
E la Repubblica d’ Irlanda?
Che ne pensa di James McClean?
Inutile dire che lo amano perché rappresenta quello che molti pensano riguardo all’ insensata divisone dell’ isola in due parti, avvenuta ormai più di un secolo fa. Perché, per la maggior parte degli Irlandesi, non esiste né nord né sud, ma semplicemente l’ Irlanda.
Storica e con quel tocco di volgarità che contraddistingue i cori da stadio, l’ accoglienza che i tifosi dell‘ Eire gli dedicano ogni volta che veste la maglia dei “Boys in Green”, di cui tralascio la superflua traduzione :
“He turned his back against the flag McClean, McClean!
He called the Queen a dirty slag McClean, McClean!
He hates the Poppy, He hates the Brits!
He hates the North their fucking shit!
James McClean hates the fucking Queen!
He wouldn't sing God save the Queen McClean, McClean!
He told the North go fuck yourself McClean, McClean!
And now he plays for the boys in Green!
And now he sings Amhrán na bhFiann!
James McClean hates the fucking Queen! “
Perché, ad un riverente “God Save the Queen” preferiamo sempre e comunque un onesto ed orgoglioso “God Save James McClean “.
mercoledì, maggio 03, 2023
Il primo concerto dei Ramones
Prosegue la rubrica TALES FROM NEW YORK.
L'amico WHITE SEED è da tempo residente nella Big Apple e ci delizierà con una serie di brevi reportage su quanto accade in ambito sociale, musicale, "underground", da quelle parti, allegando sue foto.
Le precedenti puntate sono qui:
https://tonyface.blogspot.com/search/label/Tales%20from%20New%20York
Il 30 Marzo del 1974 i Ramones tennero il loro primo concerto al Performance Studio (23 East 20th Street) in Manhattan.
La formazione era composta da Joey Ramone alla batteria, Johnny Ramone alla chitarra e Dee Dee Ramone al basso e voce.
L'evento era un party per Philippe Marcade dei Senders.
Tommy Ramone si uní alla band subito dopo quell'evento e dopo quattro mesi debuttarono al CBGB's il 16 Agosto 1974.
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Tales from New York
martedì, maggio 02, 2023
Fischia il vento
Riprendo l'articolo scritto per "Libertà" in occasione del 25 aprile.
Per molte persone la ricorrenza del 25 aprile non è un rituale, una sorta di “festa comandata” come le altre da rispettare come un automatismo stanco e svogliato.
E’ invece un sincero omaggio a chi si è sacrificato e ha lottato per la nostra libertà (tra cui tanti nostri padri, madri, nonni, nonne).
Libertà che consente ora a chi si permette di irridere il massacro delle Fosse Ardeatine, di essere la seconda carica dello stato, ostentando oltretutto, senza vergogna, il busto di Mussolini nel proprio ufficio.
Libertà che, dopo regolari elezioni democratiche (le stesse che se avessero vinto “loro” non avrebbero mai indetto), consente a personaggi dichiaratamente ancora amanti del fascismo e che quel periodo non hanno mai rinnegato, di sedere in un parlamento voluto dal popolo.
Che probabilmente dimenticano che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.
Per legge, non per opinione.
Quest’anno il 25 aprile è stato ancora più irrituale e ancora più necessario è stato scendere in piazza (come facemmo in migliaia sotto un diluvio incessante nel 1994 a Milano, all’indomani dell’arrivo di Berlusconi che per la prima volta portò i post fascisti al governo, con Fini e affini), per rimarcare che il revisionismo quotidiano in corso, il ribaltamento sistematico della storia, non passa inosservato e che è necessario continuare a lottare per verità e giustizia, affinché il concetto di antifascismo non sia più da rimarcare e ricordare ogni giorno (soprattutto a certi esponenti dell’attuale governo e ai “leoni da tastiera” che ammorbano i social di vergognose affermazioni) ma sia un concetto acquisito, indiscutibile e inscalfibile.
Magari cantando qualche brano che ricorda i terribili momenti della lotta partigiana per scacciare l’invasore nazista e sconfiggere il cancro fascista che teneva soggiogata la nazione da vent’anni e mandò a morire migliaia di compatrioti in una guerra che non ci apparteneva oltre ad avere massacrato decine di migliaia di persone nelle terre occupate, dall’Africa ai Balcani e mandato a morirne altrettante nei campi di concentramento, ucciso ed esiliato gli oppositori politici.
Una delle canzoni iconiche della lotta partigiana è “Fischia il vento”, ancora più di “Bella Ciao”. Fu scritta nel primissimo periodo della lotta antifascista da un giovane medico di Imperia, Felice Cascione, detto “U megu” che adattò le parole sulla melodia della canzone “Katyusha”, portata in Italia da Giacomo Sibilla, reduce dalla campagna russa. Alla composizione dei versi parteciparono altri componenti del gruppo partigiano che agiva sulle colline liguri.
“Fischia il vento” venne cantata per la prima volta a Natale 1943 a Curenna sulle colline savonesi (anche se altre fonti parlano dell’Epifania del 1944 ad Alto nel cuneense), diventando poi l’inno della Brigata Garibaldi.
Cascione cadde trucidato dal fuoco dei fascisti il 27 gennaio del 1944, proprio ad Alto pochi mesi dopo avere completato il testo.
Cascione, capo di una brigata, fu colpito in uno scontro ma rifiutò ogni soccorso per potere continuare a rimanere con i suoi compagni.
Uno dei quali venne catturato e torturato affinché rivelasse chi fosse il comandante.
A quel punto Cascione uscì dal suo nascondiglio e urlò “Il capo sono io” venendo crivellato di colpi. Dove morì sorge ora un cippo commemorativo e un murale illustra il suo volto.
Era una canzone, a quanto pare, piuttosto diffusa tra le truppe partigiane ma che venne, alla fine della guerra, relegata in secondo piano rispetto a “Bella Ciao” che conquistò il podio in questo contesto, in quanto canzone più generica e accomodante rispetto a “Fischia il vento” che non nascondeva una collocazione ideologica apertamente comunista (oltretutto figlia di una melodia di provenienza sovietica)
. “Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar” è un incipit crudo, epico, fotografia terribilmente realista delle difficoltà e contingenze dei partigiani nel duro inverno del 1943 ma le linee successive palesano le inequivocabili intenzioni politico/ideologiche: “a conquistare la rossa primavera dove sorge il Sol dell'avvenir”.
In un’Italia del dopo guerra dove lo scopo principale era riappacificare gli animi, seppellire rivalità, comminare amnistie, reintegrare nella vita sociale personaggi ampiamente compromessi con la dittatura, spesso fucilatori, assassini, colpevoli di varie brutalità contro la popolazione, normalizzare un paese in bilico tra l’abbraccio al blocco dell’est o all’ex nemico, ora alleato e liberatore anglo/franco/americano, dispensatore di aiuti (non certo disinteressati) e comunque più affascinante e rassicurante, rispetto al rigore sovietico. Alla fine, democraticamente, vinse una parte e tutto ciò che aveva a che fare con il comunismo, socialismo e “sol dell’avvenir” andò all’opposizione.
Il testo poi non faceva sconti verbali al nemico “Se ci coglie la crudele morte dura vendetta sarà del partigian, ormai sicura è la dura sorte, del fascista vile e traditor” e in conclusione rimarcava di nuovo l’impostazione ideologica: “Cessa il vento e calma è la bufera, torna a casa il fiero partigian sventolando la rossa sua bandiera vittorioso e alfin liberi siam!”
Beppe Fenoglio ne fa cenno nel suo capolavoro “Il partigiano Johnny”:
"La corrente centrale della folla li derivò verso un assembramento di rossi: avevano issato un compagno su una specie di podio e lo invitavano, lo costringevano a cantare con una selvaggia pressione. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa.
Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa:
Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna.
Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.”
La canzone è stata ripresa negli anni da un ampio numero di gruppi e cantanti.
Nel 1965 Milva ne fa un’interpretazione lirica, solenne, rabbiosa accompagnata da banda e orchestra nell’album “Canti della libertà” cambiando però il testo che omette il riferimento al “fascista vile e traditor” inserendo un generico e criptico “Contro il vil che ognun di noi c'abbiam”.
Diventa una mesta ballata classicheggiante con solo voci e pianoforte la versione dei Gufi che anche loro utilizzano il testo di cui sopra, nell’album del 1967 “Non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, ugualmente al Duo di Piadena.
Maria Carta invece cambia la parte incriminata con “che ne faremo delle brigate nere? Un solo fascio e poi le brucerem”.
Fedeli al testo originale il collettivo Yu Kung che lo canta con arrangiamento di chitarre acustiche e archi nell’album “In piazza” del 1977 e le versioni successive: classico sound “irlandese” per la versione dei Modena City Ramblers in “Combat folk” del 1993, hardcore punk per gli Atrox nel 1994, punk rock ma con violino, fisarmonica quella dei Gang in “La rossa primavera” del 2011 mentre i romani Banda Bassotti le riservano una tinteggiatura ska punk.
Non potevamo aspettarci altro che una rivisitazione personalissima dagli Skiantos in “Materiale Resistente” del 1995, in chiave quasi jazz hard rock con Freak Antoni che declama il testo con ironia ma voce ferma e che aggiunge al verso “fascista vile e traditor” uno spietato e sarcastico “se lo merita”, concludendo con la sua tipica verve “più in alto, che sventoli la bandiera, perbacco, che sventoli”.
E infine doverosa una citazione per Marc Ribot (chitarrista di Tom Waits e per Elvis Costello, Elton John, Vinicio Capossela e decine di altri) che nel suo album “Songs of Resistance 1942-2018” oltre a “Bella Ciao” con la voce di Tom Waits affida alla cantante Mashell Ndegeocello la canzone “The militant ecologist” basata sul tema di “Fischia il vento”.
Per molte persone la ricorrenza del 25 aprile non è un rituale, una sorta di “festa comandata” come le altre da rispettare come un automatismo stanco e svogliato.
E’ invece un sincero omaggio a chi si è sacrificato e ha lottato per la nostra libertà (tra cui tanti nostri padri, madri, nonni, nonne).
Libertà che consente ora a chi si permette di irridere il massacro delle Fosse Ardeatine, di essere la seconda carica dello stato, ostentando oltretutto, senza vergogna, il busto di Mussolini nel proprio ufficio.
Libertà che, dopo regolari elezioni democratiche (le stesse che se avessero vinto “loro” non avrebbero mai indetto), consente a personaggi dichiaratamente ancora amanti del fascismo e che quel periodo non hanno mai rinnegato, di sedere in un parlamento voluto dal popolo.
Che probabilmente dimenticano che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.
Per legge, non per opinione.
Quest’anno il 25 aprile è stato ancora più irrituale e ancora più necessario è stato scendere in piazza (come facemmo in migliaia sotto un diluvio incessante nel 1994 a Milano, all’indomani dell’arrivo di Berlusconi che per la prima volta portò i post fascisti al governo, con Fini e affini), per rimarcare che il revisionismo quotidiano in corso, il ribaltamento sistematico della storia, non passa inosservato e che è necessario continuare a lottare per verità e giustizia, affinché il concetto di antifascismo non sia più da rimarcare e ricordare ogni giorno (soprattutto a certi esponenti dell’attuale governo e ai “leoni da tastiera” che ammorbano i social di vergognose affermazioni) ma sia un concetto acquisito, indiscutibile e inscalfibile.
Magari cantando qualche brano che ricorda i terribili momenti della lotta partigiana per scacciare l’invasore nazista e sconfiggere il cancro fascista che teneva soggiogata la nazione da vent’anni e mandò a morire migliaia di compatrioti in una guerra che non ci apparteneva oltre ad avere massacrato decine di migliaia di persone nelle terre occupate, dall’Africa ai Balcani e mandato a morirne altrettante nei campi di concentramento, ucciso ed esiliato gli oppositori politici.
Una delle canzoni iconiche della lotta partigiana è “Fischia il vento”, ancora più di “Bella Ciao”. Fu scritta nel primissimo periodo della lotta antifascista da un giovane medico di Imperia, Felice Cascione, detto “U megu” che adattò le parole sulla melodia della canzone “Katyusha”, portata in Italia da Giacomo Sibilla, reduce dalla campagna russa. Alla composizione dei versi parteciparono altri componenti del gruppo partigiano che agiva sulle colline liguri.
“Fischia il vento” venne cantata per la prima volta a Natale 1943 a Curenna sulle colline savonesi (anche se altre fonti parlano dell’Epifania del 1944 ad Alto nel cuneense), diventando poi l’inno della Brigata Garibaldi.
Cascione cadde trucidato dal fuoco dei fascisti il 27 gennaio del 1944, proprio ad Alto pochi mesi dopo avere completato il testo.
Cascione, capo di una brigata, fu colpito in uno scontro ma rifiutò ogni soccorso per potere continuare a rimanere con i suoi compagni.
Uno dei quali venne catturato e torturato affinché rivelasse chi fosse il comandante.
A quel punto Cascione uscì dal suo nascondiglio e urlò “Il capo sono io” venendo crivellato di colpi. Dove morì sorge ora un cippo commemorativo e un murale illustra il suo volto.
Era una canzone, a quanto pare, piuttosto diffusa tra le truppe partigiane ma che venne, alla fine della guerra, relegata in secondo piano rispetto a “Bella Ciao” che conquistò il podio in questo contesto, in quanto canzone più generica e accomodante rispetto a “Fischia il vento” che non nascondeva una collocazione ideologica apertamente comunista (oltretutto figlia di una melodia di provenienza sovietica)
. “Fischia il vento e infuria la bufera, scarpe rotte e pur bisogna andar” è un incipit crudo, epico, fotografia terribilmente realista delle difficoltà e contingenze dei partigiani nel duro inverno del 1943 ma le linee successive palesano le inequivocabili intenzioni politico/ideologiche: “a conquistare la rossa primavera dove sorge il Sol dell'avvenir”.
In un’Italia del dopo guerra dove lo scopo principale era riappacificare gli animi, seppellire rivalità, comminare amnistie, reintegrare nella vita sociale personaggi ampiamente compromessi con la dittatura, spesso fucilatori, assassini, colpevoli di varie brutalità contro la popolazione, normalizzare un paese in bilico tra l’abbraccio al blocco dell’est o all’ex nemico, ora alleato e liberatore anglo/franco/americano, dispensatore di aiuti (non certo disinteressati) e comunque più affascinante e rassicurante, rispetto al rigore sovietico. Alla fine, democraticamente, vinse una parte e tutto ciò che aveva a che fare con il comunismo, socialismo e “sol dell’avvenir” andò all’opposizione.
Il testo poi non faceva sconti verbali al nemico “Se ci coglie la crudele morte dura vendetta sarà del partigian, ormai sicura è la dura sorte, del fascista vile e traditor” e in conclusione rimarcava di nuovo l’impostazione ideologica: “Cessa il vento e calma è la bufera, torna a casa il fiero partigian sventolando la rossa sua bandiera vittorioso e alfin liberi siam!”
Beppe Fenoglio ne fa cenno nel suo capolavoro “Il partigiano Johnny”:
"La corrente centrale della folla li derivò verso un assembramento di rossi: avevano issato un compagno su una specie di podio e lo invitavano, lo costringevano a cantare con una selvaggia pressione. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa.
Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa:
Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna.
Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.”
La canzone è stata ripresa negli anni da un ampio numero di gruppi e cantanti.
Nel 1965 Milva ne fa un’interpretazione lirica, solenne, rabbiosa accompagnata da banda e orchestra nell’album “Canti della libertà” cambiando però il testo che omette il riferimento al “fascista vile e traditor” inserendo un generico e criptico “Contro il vil che ognun di noi c'abbiam”.
Diventa una mesta ballata classicheggiante con solo voci e pianoforte la versione dei Gufi che anche loro utilizzano il testo di cui sopra, nell’album del 1967 “Non so, non ho visto, se c’ero dormivo”, ugualmente al Duo di Piadena.
Maria Carta invece cambia la parte incriminata con “che ne faremo delle brigate nere? Un solo fascio e poi le brucerem”.
Fedeli al testo originale il collettivo Yu Kung che lo canta con arrangiamento di chitarre acustiche e archi nell’album “In piazza” del 1977 e le versioni successive: classico sound “irlandese” per la versione dei Modena City Ramblers in “Combat folk” del 1993, hardcore punk per gli Atrox nel 1994, punk rock ma con violino, fisarmonica quella dei Gang in “La rossa primavera” del 2011 mentre i romani Banda Bassotti le riservano una tinteggiatura ska punk.
Non potevamo aspettarci altro che una rivisitazione personalissima dagli Skiantos in “Materiale Resistente” del 1995, in chiave quasi jazz hard rock con Freak Antoni che declama il testo con ironia ma voce ferma e che aggiunge al verso “fascista vile e traditor” uno spietato e sarcastico “se lo merita”, concludendo con la sua tipica verve “più in alto, che sventoli la bandiera, perbacco, che sventoli”.
E infine doverosa una citazione per Marc Ribot (chitarrista di Tom Waits e per Elvis Costello, Elton John, Vinicio Capossela e decine di altri) che nel suo album “Songs of Resistance 1942-2018” oltre a “Bella Ciao” con la voce di Tom Waits affida alla cantante Mashell Ndegeocello la canzone “The militant ecologist” basata sul tema di “Fischia il vento”.
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25 aprile
domenica, aprile 30, 2023
Classic Rock
Nel nuovo numero di CLASSIC ROCK intervisto gli Statuto e i Gang.
Recensisco i nuovi album di Statuto, St. Paul and the Broken Bones, Control Toys.
Nel numero articoli su Stranglers, Led Zeppelin, David Bowie, Kiss etc
Recensisco i nuovi album di Statuto, St. Paul and the Broken Bones, Control Toys.
Nel numero articoli su Stranglers, Led Zeppelin, David Bowie, Kiss etc
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I me mine
venerdì, aprile 28, 2023
Aprile 2023. Il meglio
A un terzo del 2023 tra i migliori album ci sono quelli dei DeWolff, Iggy Pop, Everettes, Everything But The Girl, Slowthai, Sleaford Mods, John Cale, Joel Sarakula, Algiers, The Men, Tex Perkins and the Fat Rubber Band, Gina Birch, Lonnie Holley, The Who, Mudhoney, Kara Jackson, The Who.
Tra gli italiani Sick Tamburo, The Cut, Senzabenza, Forty Winks, The Lancasters, Elli De Mon, Double Syd, Pitchtorch, C+C=Maxigross, Blue Moka, Lory Muratti, Garbo.
THE WHO - With Orchestra Live At Wembley
Molto dubbioso e prevenuto nei confronti di questo live registrato il 6 luglio 2019.
INVECE è un signor disco, venti brani e un'ora e 45 minuti di eccellenza.
L'orchestra non è mai invasiva ma, al contrario, aggiunge tanto.
La band è perfetta, Pete e Roger in formissima, Zak Starkey da paura.
"Won't get fooled again" chitarra e voce, "Pinball wizard" stupenda, sette brani da "Quadrophenia" da brividi e una scaletta raffinatissima con "oscurità" come "Ball and chain", "Hero ground zero", "Imagine a man" e la conclusiva "Tea & theatre".
Grazie PETE & ROG, mi avete sorpreso un'altra volta.
KARA JACKSON - Why Does the Earth Give Us People to Love?
Da Chicago, cantautrice cruda, minimale, poche cose ma fatte sempre con grande gusto, raffinatezza e disincanto.
Nel secondo album troviamo un country folk soul blues con scampoli di Liz Phair, Joni Mitchell, Ani Di Franco.
Classe, stile, arroganza.
THE EVERETTES - Soul steps
Secondo album per la band che si divide tra Berlino e San Diego. Vintage soul purissimo e classicissimo che attinge da funk, northern, 60's e 70's, con le tre vocalist che fanno faville su basi sempre pulsanti, con grande dispendio di fiati. Per chi ama l'ambito eccellenza assoluta.
EVERYTHING BUT THE GIRL - Fuse
24 anni dopo l'ultimo album insieme torna una delle band più amabili di sempre. Lo fa ripartendo dall'elettronica del disco precedente, immergendosi in dubstep, ritmiche algide ma anche nelle loro classiche sinuose malinconiche ballate. La voce di Tracey Thorn rimane incantevole e immediatamente riconoscibile, il disco bello e convincente.
THE CHURCH - The Hypnogogue
A sei anni dal precedente lavoro, torna la band australiana, attiva dal 1980 con il ventiseiesimo album della carriera. Ambizioso concept ambientato nel classico futuro distopico. Oltre un’ora di musica che conserva l'antico gusto neo psichedelico e Byrdsiano ma che si espande anche a umori quasi prog e a tratti post wave. Un ottimo album, convincente e vitale.
MUDHONEY - Plastic eternity
Undicesimo anno in 35 anni di carriera e ancora tanta energia, vitalità, buone vibrazioni tra garage, punk rock, voglia di Stooges e del primo Iggy solista. Non devono dimostrare niente, solo appagare il nostro desiderio di una sventagliata di ruvido e abrasivo sound, ben fatto e con attitudine da vendere.
NOEL GALLAGHER - Council skies Ep di quattro brani che raccoglie i singoli usciti fino ad ora dall'album omonimo che sarà pubblicato il 2 giugno. Noel è ormai abbastanza prevedibile e riconoscibile non si discosta dalla classica alternanza di ballate e brani pop, ritmati e immeditamente memorizzabili. Non male anche se un po' anonimo.
FRENCH BOUTIK - Ce Je ne sais quoi
Un altro ottimo album (il terzo) per la band francese, maturo, estremamente vario, sempre fedele allo smisurato amore per i Sixties, per il mod sound, il beat, con un'efficace versione di "Mama weer all crazy now" degli Slade e una serie di riuscitissimi brani autografi, perfettamente strutturati a livello compositivo.
ALTIN GUN - Ask
La band olandese prosegue la rivisitazione in chiave psichedelica del folklore turco con forti agganci a King Gizzard and the Wizard Lizard, Goat, Tame Impala. Molto affascinante, ben fatto e coinvolgente.
ST. PAUL AND THE BROKEN BONES - Angels In Science Fiction
Nata come soul band al limite del convenzionale, la band dell’Alabama si è progressivamente evoluta verso un sound sempre più personale e riconoscibile. Per il quinto album sono finiti negli studi Sam Philips di Memphis accarezzando atmosfere che riportano a Marvin Gaye, Jeff Buckley, Rufus Wainwright, languide e soffuse con ballate gospel/soul/blues arricchite da un sound in perfetto equilibrio tra modernità e tradizione.
ANN MARGRET - Born to be wild
L'indimenticabile protagonista di "Tommy" e tante altre pellicole di primo livello, a 82 anni si toglie lo sfizio di cantare una serie di sue canzoni preferite di rock e rock 'n' roll, soul (da "Born to be wild" a "Rock around the clock" e perfino "Volare"). Facendosi accompagnare da un parterre di rockstar da brividi: Pete Townshend, Joe Perry, Brian Auger, Rick Wakeman, Pat Boone, Steve Cropper, Robben Ford, perfino i Fuzztones e gli Stray Cats Lee Rocker e Slim Jim Phantom in "Volare". Divertente e gustoso.
THE TEMPLES - Exotico
Prodotto da Sean Lennon ci immerge, come consuetudine, in un bagno di moderno pop psichedelico con ottimi spunti, grande cura negli arrangiamenti, ottimi brani ma con il deifetto di essere un doppio album con sedici per un'ora di musica non sempre all'altezza. Comunque discreto lavoro.
IAN HUNTER - Defiance part 1
Torna l'immarcescibile rocker con un buon album di classicissimo rock, roccioso, ruvido, essenziale e farcito di ospiti illustri: Jeff Beck, Taylor Hawkins, Duff McKagan, Todd Rundgren, Slash, Ringo Starr tra i tanti.
SICK TAMBURO - Non credere a nessuno
La poetica compositiva (e la voce) di Gian Maria Accusani sono inconfondibili e un marchio di fabbrica unico nel panorama italiano, in cui spicca tra i migliori autori. I Sick Tamburo firmano il sesto album della carriera, tra intense ballate rock, la consueta attitudine e il tipico portamento punk pop, filtrato attraverso una sapiente attinenza con la canzone d'autore. Un album dolente, medicina indispensabile a superare il lutto per la scomparsa della bassista della band, Elisabetta Imelio. Album di altissima caratura, canzoni sempre efficaci, freschezza e potenza.
ELLI DE MON - Pagan Blues
Prosegue la lunga carriera di Elli De Mon, ancora una volta all'insegna del deep blues più torrido ma allo stesso contaminato dalle più svariate influenze, dalla psichedelia, all'approccio punk alla Jon Spencer Blues Explosion fino a un mood caro alle prime prove di PJ Harvey. I brani sono aspri, sinuosi, talvolta perfino malefici e costantemente "pericolosi" , l'esperienza compositiva e la profonda conoscenza della materia rende i ldisco ancora una volta personale, originale, perfettamente distintivo.
GARBO - Nel vuoto
Garbo conferma, con un eccellente nuovo lavoro, l’innata capacità di procedere in una carriera lunghissima con le radici sempre ben piantate nelle origini, sapendosi contemporaneamente rinnovare, sperimentando, osando, guardando avanti. Le matrici sono quelle che gli hanno plasmato la personalità artistica, da Bowie ai primi Ultravox!, John Foxx, Roxy Music, Brian Eno, Lou Reed, Japan ma lo sguardo è, come sempre, prospettico, capace di assimilare nuovi suoni, di agire a largo respiro, mantenendo la voglia di sfidarsi (vedi i brani sperimentali di sapore ambient) ma con la sapiente capacità di utilizzare una costante vena pop cantautorale che rende il lavoro allo stesso tempo austero e autorevole ma fruibile e godibile. Un disco semplicemente bello.
VINICIO CAPOSSELA - Tredici canzoni urgenti
Un grande della musica italiana ma che indulge talvolta in alti e bassi. Nel nuovo album siamo probabilmente tra i medi. Buone cose, alcune canzoni azzeccate ma niente di indimenticabile e un sentore di "ripetitivo" che non aiuta alla completa riuscita dell'opera. Forse troppo urgente.
BLACK SNAKE MOAN - Fire / What You See
Black Snake Moan è un progetto di ricerca sonora, che affonda le proprie radici nelle atmosfere blues e rock psichedelico in chiave di One Man Band, intorno alla figura di Marco Contestabile. Il nuovo singolo è un gioiello di grande classe ed eleganza, che segue due album e un precedente 45 giri. Sound di matrice mid 60's, chitarre Byrdsiane e atmosfere di gusto Love di Arthur Lee. Come sempre, pura eccellenza.
DOUBLE SYD - My lonely sun
Il duo Ravaglia/Liverani ci porta nei solchi cari ai primi Pink Floyd e alla psichedelia dilatata, lisergica e avvolgente che caratterizzò il finire del magico decennio dei Sixties in Inghilterra. Gli ingredienti ci sono tutti e al posto giusto, sia a livello sonoro che da un punto di vista compositivo. Un album di assoluto livello, ricco di intuizioni e stimoli.
RADIO SABIR - Cunti e Mavarii pi megghiu campari
Potentissimo esordio per il collettivo siciliano (filiazione dei mai dimenticati Niggaradio) con un album in cui confluiscono elettronica, folk, tribalismo, forti influenze mediterranee e mediorientali, sonorità filtrate da lunghe frequentazioni con musiche lontane e allo stesso tempo vicinissime. Sostanzialmente un nuovo blues. Collabora Cesare Basile che di queste cose se ne intende. Eccellente.
MALCLANGO - Sparagazzarre
La band romana, formata da membri di Juggernaut, INFERNO Sci-Fi Grind'n'Roll e Donkey Breeder, approda al secondo album. Una batteria e due bassi, tanta creatività e imprevedibili soluzioni sonore, insert elettronici, tribalismi di gusto math rock (la title track), ritmica quasi caraibica in "Minestrone Tric & Trac", noise, un gusto compositivo che riporta, a tratti, agli anni 80 dei toscani I Refuse It. Ottimo, originalissimo.
GLI INSETTI NELL'AMBRA - SB32-2072
Al duo formato da Lapo Boschi (basso, voce, chitarra) e Chris Bronkos (chitarra), già protagonista di precedenti lavori, si è aggiunta Hijiri Shimamoto (batteria) a completare una band molto particolare e dal sound inusuale. I riferimenti principali si possono pescare alla fine degli anni Settanta, tra no wave, primi Talking Heads, Gang of Four, i nostri Gaznevada, la prima new wave sperimentale italiana (tra Stupid Set, Confusional Quartet, X Rated). Ritmiche spezzate e scarne, brani spigolosi, avanguardia (anche nei testi, talvolta caratterizzati da riferimenti futuristi). Un disco originale e personalissimo.
ASCOLTATO ANCHE:
SUNBORN (buon afro jazz, funk, fusion dalla Danimarca), MALCOLM STRACHAN (ottimo cool jazz, grande classe ed eleganza), EMMA TRICCA (mellow pop con qualche afflato psichedelico, gradevole), STEVE GUNN (album strumentale, atmosfere eteree e sospese, altamente soporifero e lontano dallo stupendo abituale pop psichedelico), NATALIE MERCHANT (l'ex voce dei 10.000 Maniacs in un album solenne e intimista ma anche molto noioso), EMM GRYNER (ex tastierista di Bowie alle prese con un pop soul molto commerciale e di facile ascolto)
LETTO
PAUL WELLER - Magic. A journal of song
Paul Weller si racconta tramite un dettagliato ripasso della sua disocgrafia, da "In the city" a "Fat Pop (vol.1)", scegliendo vari brani, affrontando schiettamente temi scottanti come l'alcolismo (abbandonato il 1° luglio 2010 insieme all'abuso della cocaina), la morte dell'adorato padre, criticando senza problemi i suoi album meno riusciti (da "This is modern world" a "Modernism: a new decade, "Heliocentric", "Illumination"), ponendosi in modo molto confidenziale nei confronti del lettore (guidato dal giornalista Dylan Jones).
Con ennesima conferma della curiosa (ma efficace) usanza di cancellare, a fine registrazione di ogni album, ogni traccia inedita, demo, provino, per impedire un eventuale futuro riutilizzo per ristampe o confezioni deluxe.
Graficamente elegante e raffinato, ricolmo di memorabilia, 450 foto più o meno rare e i testi di un centinaio di canzoni, il libro è di pressoché esclusiva pertinenza per gli hardcore fan di Paul Weller che troveranno però un tassello importante per completare la conoscenza dell'arte, della vita, dell'ispirazione del Nostro.
EDDIE PILLER - Clean Living Under Difficult Circumstances: A Life In Mod – From the Revival to Acid Jazz
Prime mover della scena mod inglese di fine anni 70, autore della seminale modzine "Extraordinary Sensations" (che arrivò a vendere anche 10.000 copie), produttore discografico (dai Fast Eddie ai Makin Time e Prisoners) fino alla fondazione di una delle più importanti etichette inglesi, la Acid Jazz.
Eddie Piller è "figlio d'arte": madre che gestiva il fan club degli Small Faces nei 60's e padre original mod.
Che liquida così una compilation del giovane aspirante mod Eddie con Who, Kinks, Jam:
"Cos'é questa spazzatura?"
"E' musica mod, Dad, mi piace!".
"Questa non è musica mod, è una schifezza. Suppongo che quindi tu sia un mod".
"Certo, assoluamente"
"Bene, figlio, se vuoi essere un mod dovresti chiedere alla mamma di chi erano gli Small Faces.
Ma lascia che ti dica: la musica mod è il modern jazz. Tubby Hayes, Art Blakey, Gene Krupa e Cozy Cole.
E' da dove hanno preso il nome: MOD-ern Jazz.
Quella era musica mod, non questa roba qua.
Frase che alla fine sarà profetica quando Eddie diventerà l'artefice della scena acid jazz che da quelle radici prese vita per rinnovare l'anima jazz.
Eddie Piller ripercorre la fase embrionale della scena londinese, dalla scoperta del punk, con "I'm stranded" dei Saints, un breve periodo come soulboy (in cui coindivideva punk rock, jazz fusion e George Benson) a un concerto dei JAM che segnò la svolta definitiva.
"No Jam, No Mod revival.
Paul Weller e compagni erano diversi da ogni loro contemporaneo.
Ci diedero un nuovo inizio, erano unici".
L'ingenuità iniziale, l'esplosione mediatica con decine di band ("in un certo periodo c'erano anche trenta concerti mod ogni settimana"), l'arrivo di soul e psichedelia, il declino dei gruppi live a favore delle serate DJ, la tragedia inaspettata di una violenza inaudita che i mod subirono da skinhead e scooter boys (con tanto di morti e feriti), l'inizio dell'attività con la Countdown Records e lo sfortunato rapporto con i Prisoners che si sciolsero dopo l'insoddisfazione per l'album "In from the cold".
Il libro ci regala decine di aneddoti molto gustosi e divertenti ma è riservato pressoché esclusivamente ai cultori della scena MOD che troveranno abbondanza di spunti (a volte fin troppo dettagliati) e informazioni, dall'evoluzione estetica (le famose calze bianche che portavano tutti agli inizi, le tremende Jam Shoes, le prime camicie Paisley, il Trilby mutuato da "Quadrophenia", l'importanza del film e tanto altro) a quella "filosofica".
PAUL MARKO - The Roxy London WC2
Monumentale racconto, attraverso le dichiarazioni di decine di protagonisti diretti della vicenda, sulla nascita del punk a Londra, alla fine del 1976, tra le umide e scure pareti del "Roxy", sul palco del quale fecero i primi passi alcuni dei grandi protagonisti della scena.
Ai tempi ancora spontanea, confusa, molto artistica e pochissimo politica.
Durò poco, come il primo punk e in breve tempo le grandi case discografiche e il sistema mediatico fagocitò tutto.
Il punk cambiò pelle, il "Roxy" passò in brutte mani e la storia prese un'altra strada. Per i cultori di questo ambito un libro essenziale.
Qui l'articolo dedicato su "Libertà": https://tonyface.blogspot.com/2023/04/paul-marko-roxy-london-wc2.html
VISTO
Un gelido inverno di Debra Granik
Plumbeo e disperato viaggio nell'America più profonda, livida e oscura tra disagio, disperazione, violenza, povertà. Spesso angosciante e agghiacciante, un film eccellente.
COSE VARIE
° Ogni giorno mie recensioni italiane su www.radiocoop.it (per cui curo ogni settimana un TG video musicale - vedi pagina FB https://www.facebook.com/RadiocoopTV/).
° Ogni domenica "La musica ribelle", una pagina sul quotidiano "Libertà"
° Ogni mese varie su CLASSIC ROCK.
° Ogni sabato un video con aggiornamenti musicali sul portale https://www.facebook.com/goodmorninggenova
° Sulle riviste/zines "GIMME DANGER" e "GARAGELAND"
° Periodicamente su "Il Manifesto" e "Vinile".
IN CANTIERE
Ci sono voluti un paio di anni di lavoro per questo libro, pubblicato da Diarkos.
Scrivere dei SEX PISTOLS trovando una chiave che non ricalchi le mille pubblicazioni in merito non è cosa facile.
In questo nuovo lavoro ho privilegiato la voce dei protagonisti, tratta da decine di interviste, e quella dei giornalisti che vivevano in tempo reale quanto stava avvenendo, tra il 1976 e il 1978, riportando recensioni di concerti e dischi.
In modo da tessere la storia del gruppo nel modo più possibile corale.
Ulderico Wilko Zanni e Maurizio Iorio mi hanno gratificato con le loro introduzioni e testimonianze.
God save the Sex Pistols.
Alcune recensioni:
SentireAscoltare: https://www.sentireascoltare.com/recensioni/antonio-bacciocchi-sex-pistols/
Satisfiction.eu: https://www.satisfiction.eu/antonio-bacciocchi-sex-pistols-dio-salvi-la-regina-e-il-punk/
Suonidistorimagazine: https://suonidistortimagazine.com/sex-pistols-dio-salvi-la-regina-e-il-punk-rock-il-nuovo-libro-di-antonio-bacciocchi/
Metalitalia: https://metalitalia.com/articolo/sex-pistols-disponibile-il-libro-dio-salvi-la-regina-e-il-punk-rock-di-antonio-bacciocchi/
Esce l'album dei PEKI D'OSLO progetto di Andrea Bellentani, con l'apporto di Ulderico Wilko Zanni (Rats) alle chitarre e basso, Dome La Muerte Petrosino (Not Moving LTD) alle chitarre e Antonio Bacciocchi (Not Moving LTD) alla batteria.
Un lavoro iniziato tanto tempo fa, bloccato da traversie varie, non ultima la pandemia e che ora vede la luce per Contempo Records con distribuzione di Egeamusic.
Un album di rock noir urbano, una sonorità che si rifà ai grandi "maledetti" del rock, agli Stooges-MC5-Velvet Underground, che dal primo punk rock'n'roll '77 inglese e americano retrocede fino al garage sound sixties per un viaggio notturno attraverso i paesaggi alienati delle nostre città.
Tutti i dettagli qui: https://www.egeamusic.com/dettaglioprodotto.aspx?id=8052141490655
Un assaggio qui:
https://www.youtube.com/watch?v=oErxOkMZwaM
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Il meglio del mese
giovedì, aprile 27, 2023
Eddie Piller - Clean Living Under Difficult Circumstances: A Life In Mod – From the Revival to Acid Jazz
Di seguito Eddie Piller e un po' di mod italiani, 1984, Roma.
Prime mover della scena mod inglese di fine anni 70, autore della seminale modzine "Extraordinary Sensations" (che arrivò a vendere anche 10.000 copie), produttore discografico (dai Fast Eddie ai Makin Time e Prisoners) fino alla fondazione di una delle più importanti etichette inglesi, la Acid Jazz.
Eddie Piller è "figlio d'arte": madre che gestiva il fan club degli Small Faces nei 60's e padre original mod.
Che liquida così una compilation del giovane aspirante mod Eddie con Who, Kinks, Jam:
"Cos'é questa spazzatura?"
"E' musica mod, Dad, mi piace!".
"Questa non è musica mod, è una schifezza. Suppongo che quindi tu sia un mod".
"Certo, assoluamente"
"Bene, figlio, se vuoi essere un mod dovresti chiedere alla mamma di chi erano gli Small Faces.
Ma lascia che ti dica: la musica mod è il modern jazz. Tubby Hayes, Art Blakey, Gene Krupa e Cozy Cole.
E' da dove hanno preso il nome: MOD-ern Jazz.
Quella era musica mod, non questa roba qua.
Frase che alla fine sarà profetica quando Eddie diventerà l'artefice della scena acid jazz che da quelle radici prese vita per rinnovare l'anima jazz.
Eddie Piller ripercorre la fase embrionale della scena londinese, dalla scoperta del punk, con "I'm stranded" dei Saints, un breve periodo come soulboy (in cui coindivideva punk rock, jazz fusion e George Benson) a un concerto dei JAM che segnò la svolta definitiva.
"No Jam, No Mod revival.
Paul Weller e compagni erano diversi da ogni loro contemporaneo.
Ci diedero un nuovo inizio, erano unici".
L'ingenuità iniziale, l'esplosione mediatica con decine di band ("in un certo periodo c'erano anche trenta concerti mod ogni settimana"), l'arrivo di soul e psichedelia, il declino dei gruppi live a favore delle serate DJ, la tragedia inaspettata di una violenza inaudita che i mod subirono da skinhead e scooter boys (con tanto di morti e feriti), l'inizio dell'attività con la Countdown Records e lo sfortunato rapporto con i Prisoners che si sciolsero dopo l'insoddisfazione per l'album "In from the cold".
Il libro ci regala decine di aneddoti molto gustosi e divertenti ma è riservato pressoché esclusivamente ai cultori della scena MOD che troveranno abbondanza di spunti (a volte fin troppo dettagliati) e informazioni, dall'evoluzione estetica (le famose calze bianche che portavano tutti agli inizi, le tremende Jam Shoes, le prime camicie Paisley, il Trilby mutuato da "Quadrophenia", l'importanza del film e tanto altro) a quella "filosofica".
E alcuni ricordi che non posso che condividere:
"I Bed & Breakfast inglesi negli anni Ottanta erano peggio del concetto basico, con lenzuola di nylon, bagni con la muffa, cuscini di gommapiuma, colazioni immangiabili"
Interessante la conclusione del percorso nelle parole di Eddie:
Mod è un concetto che ho abbracciato da teenager e che è stato inventato nel 1958 da quei ragazzi che cercavano il NUOVO.
La realtà è che il nostro approccio al mod non era niente che avesse a che fare con quello.
Era una serie di icone e suoni che abbiamo adottato per EVITARE il nuovo.
Il nuovo era merda e lo abbiamo totalmente rifiutato per una cultura immaginaria che non è mai realmente esistita.
Guardavamo a un tipo di periodo perfetto che esisteva solo nella nostra immaginazione.
Siamo onesti, i Sixties erano una merda.
Pieni di diseguaglianze e di bagni nei cortili.
Ma in qualche modo ci siamo creati un mondo basato sulla nostra percezione dei Sixties!
Alla fine ho capito che il mod era solo uno stato d'animo.
Persone molto più aperte di me sono arrivate tutte alla stessa conclusione: che il MOD è un'attitudine, una prospettiva, un modo di vivere la tua vita.
Qualunque cosa tu voglia essere, questo era ciò di cui si trattava.
Era quello che ero, era da dove venivo ed ero dove stavo andando.
Questo era mod.
Vita pulita in circostanze difficili.
We were cpying the tribal originals: learning about what they wore, what they listened to, what drugs they took, what books and films they liked.
Their influences!
Influences that have led me on to so many great things.
That have made me question everything I was ever thaught at school or told about on TV.
A liberation most definitely!
I'm amazed at how Mod has kept going; it's been over 40 years for us second-gens!
And I think it's still strong.
I've been glad to see how adaptable mod is, how every generation that gets into it adds something to it.
It's keep Its Faith.
(dalla prefazione di Paul Weller)
Eddie Piller
Clean Living Under Difficult Circumstances: A Life In Mod – From the Revival to Acid Jazz
Monoray
445 pagine
24 euro
Prime mover della scena mod inglese di fine anni 70, autore della seminale modzine "Extraordinary Sensations" (che arrivò a vendere anche 10.000 copie), produttore discografico (dai Fast Eddie ai Makin Time e Prisoners) fino alla fondazione di una delle più importanti etichette inglesi, la Acid Jazz.
Eddie Piller è "figlio d'arte": madre che gestiva il fan club degli Small Faces nei 60's e padre original mod.
Che liquida così una compilation del giovane aspirante mod Eddie con Who, Kinks, Jam:
"Cos'é questa spazzatura?"
"E' musica mod, Dad, mi piace!".
"Questa non è musica mod, è una schifezza. Suppongo che quindi tu sia un mod".
"Certo, assoluamente"
"Bene, figlio, se vuoi essere un mod dovresti chiedere alla mamma di chi erano gli Small Faces.
Ma lascia che ti dica: la musica mod è il modern jazz. Tubby Hayes, Art Blakey, Gene Krupa e Cozy Cole.
E' da dove hanno preso il nome: MOD-ern Jazz.
Quella era musica mod, non questa roba qua.
Frase che alla fine sarà profetica quando Eddie diventerà l'artefice della scena acid jazz che da quelle radici prese vita per rinnovare l'anima jazz.
Eddie Piller ripercorre la fase embrionale della scena londinese, dalla scoperta del punk, con "I'm stranded" dei Saints, un breve periodo come soulboy (in cui coindivideva punk rock, jazz fusion e George Benson) a un concerto dei JAM che segnò la svolta definitiva.
"No Jam, No Mod revival.
Paul Weller e compagni erano diversi da ogni loro contemporaneo.
Ci diedero un nuovo inizio, erano unici".
L'ingenuità iniziale, l'esplosione mediatica con decine di band ("in un certo periodo c'erano anche trenta concerti mod ogni settimana"), l'arrivo di soul e psichedelia, il declino dei gruppi live a favore delle serate DJ, la tragedia inaspettata di una violenza inaudita che i mod subirono da skinhead e scooter boys (con tanto di morti e feriti), l'inizio dell'attività con la Countdown Records e lo sfortunato rapporto con i Prisoners che si sciolsero dopo l'insoddisfazione per l'album "In from the cold".
Il libro ci regala decine di aneddoti molto gustosi e divertenti ma è riservato pressoché esclusivamente ai cultori della scena MOD che troveranno abbondanza di spunti (a volte fin troppo dettagliati) e informazioni, dall'evoluzione estetica (le famose calze bianche che portavano tutti agli inizi, le tremende Jam Shoes, le prime camicie Paisley, il Trilby mutuato da "Quadrophenia", l'importanza del film e tanto altro) a quella "filosofica".
E alcuni ricordi che non posso che condividere:
"I Bed & Breakfast inglesi negli anni Ottanta erano peggio del concetto basico, con lenzuola di nylon, bagni con la muffa, cuscini di gommapiuma, colazioni immangiabili"
Interessante la conclusione del percorso nelle parole di Eddie:
Mod è un concetto che ho abbracciato da teenager e che è stato inventato nel 1958 da quei ragazzi che cercavano il NUOVO.
La realtà è che il nostro approccio al mod non era niente che avesse a che fare con quello.
Era una serie di icone e suoni che abbiamo adottato per EVITARE il nuovo.
Il nuovo era merda e lo abbiamo totalmente rifiutato per una cultura immaginaria che non è mai realmente esistita.
Guardavamo a un tipo di periodo perfetto che esisteva solo nella nostra immaginazione.
Siamo onesti, i Sixties erano una merda.
Pieni di diseguaglianze e di bagni nei cortili.
Ma in qualche modo ci siamo creati un mondo basato sulla nostra percezione dei Sixties!
Alla fine ho capito che il mod era solo uno stato d'animo.
Persone molto più aperte di me sono arrivate tutte alla stessa conclusione: che il MOD è un'attitudine, una prospettiva, un modo di vivere la tua vita.
Qualunque cosa tu voglia essere, questo era ciò di cui si trattava.
Era quello che ero, era da dove venivo ed ero dove stavo andando.
Questo era mod.
Vita pulita in circostanze difficili.
We were cpying the tribal originals: learning about what they wore, what they listened to, what drugs they took, what books and films they liked.
Their influences!
Influences that have led me on to so many great things.
That have made me question everything I was ever thaught at school or told about on TV.
A liberation most definitely!
I'm amazed at how Mod has kept going; it's been over 40 years for us second-gens!
And I think it's still strong.
I've been glad to see how adaptable mod is, how every generation that gets into it adds something to it.
It's keep Its Faith.
(dalla prefazione di Paul Weller)
Eddie Piller
Clean Living Under Difficult Circumstances: A Life In Mod – From the Revival to Acid Jazz
Monoray
445 pagine
24 euro
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Libri
mercoledì, aprile 26, 2023
B-52's
Speciale B-52s.
Spesso relegati a semplice "fun band", divertente o poco più, sono stati al contrario tra le band più personali e innovative della "new wave", mischiando post punk, beat, elettronica, surf, lounge, sperimentazione, rock 'n' roll e un immaginario estetico che mischia anni Cinquanta e Sessanta.
Visti il 29 novembre 1980 a Milano in un "Palalido" sold out. Molto bello.
Qui la registrazione:
https://www.youtube.com/watch?v=OBCi00Wmv5o B-52's (1979)
Esordio capolavoro in cui, utilizzando una strumentazione anomala con chitarra, batteria, tastiere acide, voci maschile e femminili (le cui urla sono esplicitamente indotte dalla lezione di Yoko Ono) che si intrecciano. "B52 girls", "Rock lobster", "Lava", "Planet Claire" sono gioielli e piccoli classici del periodo. Suoni secchi, melodie pop ma un'attitudine ancora mutuata dall'energia punk. Un album ancora fresco e innovativo.
Wild Planet (1980)
Mantenendo intatto il marchio di fabbrica la band si muove però una dimensione già diversa, più matura, inserendo una modalità più pop, qualche effetto vagamente psichedelico e un nuovo paio di azzeccatissimi brani come l'indimenticabile "Private Idaho" la bellissima "Give me back my man, il punk rock pop di "Devil in my car".
Mesopotamia (1982)
Un'occasione persa.
La produzione di David Byrne faceva sperare in faville ma, al contrario, snatura e appiattisce la personalità della band che viene divorata dall'estetica e dalle concezioni artistic/sonore del Talking Head.
Peraltro il previsto album abortisce durante la realizzazione e quel che rimane sono spesso bozze incomplete che vengono ugualmente pubblicate di sei brani che avrebbe meritato ben altra sorte ma che rimane ugualmente interessante e stimolante. Whammy! (1983)
Bouncing Off the Satellites (1986)
La ripartenza dopo il fallimento dell'esperienza con Byrne e la tragica scomparsa per Aids del chitarrista Ricky Wilson producono due album incerti e svogliati, con poca ispirazione e verve.
Cosmic Thing (1989)
Good stuff (1992)
Funplex (2008)
Prodotta da Nile Rodgers e Don Was la band torna dopo una lunga assenza con "Cosmic thing".
Niente di speciale ma un sapiente mix tra le atmosfere originali e un sound moderno pur se ormai mancano la spontaneità, la follia, l'urgenza degli esordi e il tutto appare solo ben confezionato. Comunque scalano classifiche, vincono premi, riempiono di sold out i loro tour, vendono dischi a palate e il disco è come piacevole e gradevole.
"Good Stuff" trova il gruppo ridotto a trio dopo l'abbandono di Cindy Wilson ma riesce sempre a cavarsela con un disco sufficiente e dignitoso.
Ci vorrano sedici anni di silenzio per ritrovarli di nuovo in quartetto e con un nuovo (utlimo al momento) album.
Spesso relegati a semplice "fun band", divertente o poco più, sono stati al contrario tra le band più personali e innovative della "new wave", mischiando post punk, beat, elettronica, surf, lounge, sperimentazione, rock 'n' roll e un immaginario estetico che mischia anni Cinquanta e Sessanta.
Visti il 29 novembre 1980 a Milano in un "Palalido" sold out. Molto bello.
Qui la registrazione:
https://www.youtube.com/watch?v=OBCi00Wmv5o B-52's (1979)
Esordio capolavoro in cui, utilizzando una strumentazione anomala con chitarra, batteria, tastiere acide, voci maschile e femminili (le cui urla sono esplicitamente indotte dalla lezione di Yoko Ono) che si intrecciano. "B52 girls", "Rock lobster", "Lava", "Planet Claire" sono gioielli e piccoli classici del periodo. Suoni secchi, melodie pop ma un'attitudine ancora mutuata dall'energia punk. Un album ancora fresco e innovativo.
Wild Planet (1980)
Mantenendo intatto il marchio di fabbrica la band si muove però una dimensione già diversa, più matura, inserendo una modalità più pop, qualche effetto vagamente psichedelico e un nuovo paio di azzeccatissimi brani come l'indimenticabile "Private Idaho" la bellissima "Give me back my man, il punk rock pop di "Devil in my car".
Mesopotamia (1982)
Un'occasione persa.
La produzione di David Byrne faceva sperare in faville ma, al contrario, snatura e appiattisce la personalità della band che viene divorata dall'estetica e dalle concezioni artistic/sonore del Talking Head.
Peraltro il previsto album abortisce durante la realizzazione e quel che rimane sono spesso bozze incomplete che vengono ugualmente pubblicate di sei brani che avrebbe meritato ben altra sorte ma che rimane ugualmente interessante e stimolante. Whammy! (1983)
Bouncing Off the Satellites (1986)
La ripartenza dopo il fallimento dell'esperienza con Byrne e la tragica scomparsa per Aids del chitarrista Ricky Wilson producono due album incerti e svogliati, con poca ispirazione e verve.
Cosmic Thing (1989)
Good stuff (1992)
Funplex (2008)
Prodotta da Nile Rodgers e Don Was la band torna dopo una lunga assenza con "Cosmic thing".
Niente di speciale ma un sapiente mix tra le atmosfere originali e un sound moderno pur se ormai mancano la spontaneità, la follia, l'urgenza degli esordi e il tutto appare solo ben confezionato. Comunque scalano classifiche, vincono premi, riempiono di sold out i loro tour, vendono dischi a palate e il disco è come piacevole e gradevole.
"Good Stuff" trova il gruppo ridotto a trio dopo l'abbandono di Cindy Wilson ma riesce sempre a cavarsela con un disco sufficiente e dignitoso.
Ci vorrano sedici anni di silenzio per ritrovarli di nuovo in quartetto e con un nuovo (utlimo al momento) album.
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