martedì, agosto 25, 2020

Francesco Mellina



FRANCESCO MELLINA è un fotografo, di origine calabrese, che si trasferì a Liverpool negli anni 70.

E che ha documentato alcuni grandi concerti (dai Jam ai Clash ai Talking Heads) ma, soprattutto l'ULTIMA SERATA al "WIGAN CASINO", nel 1981, tempio del NORTHERN SOUL.

Quel giorno viaggiò da Liverpool a Wigan su una traballante Simca e riuscì a catturare le ultime immagini di una leggenda.
Dovrebbe uscire presto un libro che le raccoglie.

www.redbookart.com

https://www.facebook.com/francescomellinaphotography/

lunedì, agosto 24, 2020

Le donne blues



Riprendo l'articolo che ho scritto per IL MANIFESTO sabato scorso 22 agosto nell'inserto "Ultrasuoni".

"Le cantanti blues erano associate al diavolo perché celebravano quella dimensione dell'esistenza umana considerata immorale e malefica, secondo i tenenti della chiesa. Erano delle peccatrici perché cantavano di amore e sesso" (Angela Davis).

Erano donne, nere, figlie o nipoti di schiavi, che, negli oscuri anni 20 americani, in cui il razzismo imperava ovunque e il segregazionismo era legge, imbracciarono le chitarre o usarono la loro forte voce per tracciare un nuovo cammino verso la libertà e l'autodeterminazione.
Non solo razziale, non solo basata sulla conquista di elementari diritti civili ma soprattutto come donne.
Ultimo gradino della società, discriminate non solo per il colore della pelle ma in quanto donne.
Allo stesso modo all'interno della comunità nera, dove venivano sfruttate, picchiate, abusate, abbandonate dai mariti e compagni.
Contraddittoriamente, spesso perdonati e amati ugualmente.

Ma i testi parlano chiaro, denunciano violenza e sopraffazioni.
Quelle stesse modalità quotidiane ben note a tutti ma che non si possono dire e portare alla luce.
Per la prima volta, si alzò la voce contro qualcosa che non era più tollerabile e sopportabile.

Ma Rainey ne canta in “Sweet rough Man”:
“Mi sono svegliata stamattina che la mia testa mi faceva male come se ribollisse. Il mio uomo stanotte mi ha picchiata con un pezzo di rame”.
Ma conclude che “il modo in cui mi ama mi fa dimenticare tutto alla svelta”.
Le parole delle canzoni di queste donne sono una testimonianza di un'epoca, fotografano l'inizio di un nuovo approccio intellettuale e politico.
La donna non più in ombra, non più madre/moglie/amante ma protagonista.
Che denuncia l'oppressione e la violenza del maschio. Anche se con il “perdono” per l'uomo violento si evidenzia una triste e drammatica realtà.

Lottie Kimbrough, una vita, artistica e non solo, poco documentata canta in “Going away blues” delle pessime maniere del suo uomo che le fanno male e che la costringono ad andarsene, pronta però a riprendere un treno per tornare da lui perché gli manca tanto.
Anche la propria sessualità è cantata, esibita, spesso in modo provocatoriamente sguaiato ed esplicito.

Ne parla Elisa De Munari (conosciuta in ambito alternative blues come Elli De Mon, una delle più rinomate e apprezzate blues women italiane) nel suo nuovo libro "Countin' the blues"(sofisticato doppio senso tipicamente blues, dove “cunt” indica volgarmente l'organo femminile, titolo di un brano di Ma Raney del 1924), uno stupendo saggio socio politico antropologico sulle donne di cui stiamo parlando che in quegli anni anticiparono di decenni il concetto di femminismo.
A tal proposito De Munari sottolinea:
"In ogni tempo e in ogni società l'ago della bilancia per quanto riguarda le questioni morali é sempre stato il corpo delle donne, costantemente trattato come qualcosa da nascondere e controllare, perché ritenuto pericoloso e ricco di tentazioni.
Le donne iniziarono per prime a usare il blues come un vero e proprio spazio dove avere un pieno controllo sulla propria sessualità.
Si definirono pubblicamente come esseri sessuali dando spazio al loro desiderio carnale, senza remore o falsi pudori. Riprendere la propria sessualità significò allora combattere il potere oppressivo prima e la morale borghese poi.".


La sopracitata Ma Rainey fu maestra di Bessie Smith e si fece le ossa con i Rabbit Foot Ministrels, uno dei più importanti “Black Ministrels Show”, uno spettacolo originariamente creato da bianchi in cui i neri mostravano una forma caricaturale e ridicola delle caratteristiche degli afroamericani.
Successivamente alcune compagnie di neri rivisitarono la formula, proponendo una serie di esibizioni in cui si mischiavano musica, comicità, giocoleria, teatro.
Una sorta di circo itinerante che non sempre aveva vita facile di fronte a un pubblico misto (rigorosamente separato) non particolarmente accondiscente.
Ma Rainey fu tra le prime a introdurre canzoni blues e a portare sul palco la sua figura imponente, sexy e selvaggia. Proponendo brani che affermavano esplicitamente una sessualità libera e spregiudicata, in cui l'amore poteva essere riservato sia a uomini che donne.
In tempi in cui l'omosessualità era ben più di un inconfessabile tabù. “Prove it on me blues” parla di un rapporto sentimentale tra due donne senza alcuna remora.

Ancora dal libro di De Munari:
Le donne del blues vennero demonizzate, ecco perché la musica del diavolo.
I benpensanti non potevano sopportare la visione di donne vive che sapevano ascoltare i propri bisogni più profondi, compresi quelli più carnali: l'amore, il desiderio, la sessualità, il piacere. Il blues non fece distinzione tra sacro e profano, mantenne una prospettiva unica e continua.
Tutto della vita è sacro, tutte le dimensioni dell'esistenza interagiscono, tutto è uno: in questo c'é l'eredità africana.


Lucille Bogan si spinse oltre.
I suoi testi non ammiccavano né andavano per doppi sensi ma parlavano un linguaggio il più diretto possibile, al limite della volgarità.
Si parlava di prostituzione, sesso, alcol, godimento della vita, nel senso più ampio del termine.
Il boogie “Shave em dry”, inciso nel 1935 inizia nel modo più esplicito possibile:
“Ho i capezzoli delle mie tette grandi come la fine del mio pollice, ho qualcosa tra le gambe che farebbe venire anche un moribondo” e prosegue senza troppa enfasi con versi come “ti scoperei fino a farti piangere” proseguendo con grevi oscenità di ogni tipo.
Una sessualità esplicita, spinta oltre ogni limite del tollerabile che fece di personaggi come Lucille qualcosa di pericoloso e minaccioso per la morale benpensante.
A cui si aggiungevano concerti in cui ogni parola “proibita” era sottolineata da allusioni gestuali con la mimica facciale e i movimenti del corpo, retaggio delle radici delle danze africane ancora così vicine.
Il messaggio era quello di chi evidenziava la volontà e la necessità di esibire e definire i propri bisogni sessuali, tollerati e legittimi se espressi da un maschio, indicibili se arrivavano da una donna.

Donne che parlavano in questi termini, suonavano in locali notturni, “alzavano la testa”, non erano non solo poco gradite dal sistema dominante ma invise anche all'interno della comunità afro americana, soprattutto quella strettamente legata alla rigida cultura cattolica del tempo.
Ovviamente gli schiavi che arrivavano dall'Africa in catene non avevano nulla a che fare con la religione cristiana.
Che venne imposta da solerti missionari, incuranti dello stato di costrizione delle persone ma spaventati dal peccato in cui versavano le loro povere anime.
La chiesa divenne un fulcro nella vita degli schiavi, unico momento di aggregazione consentito e rispettato dal padrone bianco, un'attività che si poteva vivere senza il timore della frusta e dell'oppressione.
La musica, parte integrante della cultura africana, divenne un aspetto di prima importanza all'interno delle funzioni.
L'anima blues venne ripulita dalle asperità lessicali (pur mantenendo spesso doppi sensi e significati incomprensibili ai bianchi), diventò mezzo per inneggiare al Signore, si codificò in quello che conosciamo come gospel e spiritual.
Lentamente la chiesa impose dogmi alla sua stessa comunità, cercando di farsi accettare da quella bianca, nel tentativo di assurgere ad una sorta di parità civica e civile.
Bessie Smith, allieva di Ma Raney e una delle più importanti cantanti blues di sempre, non si fece abbagliare e sentenziò, sicura e tranchant “ La chiesa vi ha trasformato in piagnucolosi ipocriti”.

Bessie Smith, l'Imperatrice del Blues, una di quelle artiste a 360 gradi, che sapeva anche ballare, fare la mima e la comica, come nella grande tradizione dell'entertainment americano, a sua volta musa ispiratrice di Billie Holiday o Ella Fitzgerald.
Divenne una star, uno dei suoi primi successi “Down hearted blues” arrivò quasi al milione di copie e in poco tempo fu l'artista di colore più pagata al mondo (nel 1925 si comprò addirittura una carrozza ferroviaria per spostarsi più facilmente da una città all'altra con la sua band), grazie a spettacoli in cui ostentava tutta la sua versatilità, vestendosi con abiti sgargianti, piume di struzzo, suonando con jazzisti di primissimo livello, sorpassando il blues “rurale” più grezzo della sua ispiratrice Ma Raney, a favore di un sound “metropolitano”, più raffinato e personale.
Che le darà anche l'appoggio inaspettato del pubblico bianco, abitualmente disinteressato e restio ad occuparsi delle “Race records”, i dischi cantati e suonati da artisti di colore e riservati ad un pubblico nero (tra l'altro registrazioni che non venivano mischiate a quelle dei bianchi e a cui erano riservate classifiche a parte, nel timore che potessero superare nelle vendite quelle della “razza superiore”).
Era generosa e affabile ma poteva diventare estrema oltre ogni livello, volgare, manesca, violenta, soprattutto quando, spesso, indulgeva in lunghe serate a base di alcol e sesso senza limiti.
Morirà nel 1937 dopo un incidente stradale.
Avvenuto purtroppo nello stato del Mississippi dove il primo ospedale in cui fu portata dai soccorritori era solo per bianchi e, pare, si sia rifiutato di prestarle le cure necessarie in quanto nera.
Ci volle molto altro tempo per trovarne uno per afroamericani ma era ormai troppo tardi.

Memphis Minnie divenne famosa in ambito rock quando i Led Zeppelin ripresero il suo classico “When the levee breaks” (nel quarto album del 1971), un drammatico brano, registrato nel 1929, che documentava una delle grandi alluvioni del Mississippi da cui quasi esclusivamente i neri traevano danno, essendo mandati a lavorare sugli argini e che venivano lasciati a vivere nei pressi del fiume mentre i bianchi venivano portati in salvo in zone sicure e risarciti di eventuali danni mentre alla popolazione di colore non spettava nulla.
Memphis Minnie non era solo una valida compositrice ma una chitarrista di assoluta eccellenza che, per prima, rivaleggiò e superò i bluesmen maschi (tra cui nomi iconici come Big Bill Bronzy) in drammatici confronti all'ultima nota (e all'ultimo whisky).
Anche lei non brillava per buone maniere, sapeva essere brusca e risoluta ma soprattutto fu tra le prime blues woman (abitualmente interpreti di canzoni scritte da altri, uomini soprattutto) a comporre testi e musiche da sé e con frequenti e diretti riferimenti autobiografici.v Sul palco vestiva elegante e raffinata ma non aveva problemi a diventare aggressiva quando qualcuno pensava di poterla molestare.
“Chitarra, coltello o pistola. Se qualcuno osava prenderla in giro, non avrebbe esitato ad usarli per rimetterlo al suo posto”.
Pare che avesse quasi sempre in bocca una foglia di tabacco da masticare e una tazza in cui sputare, anche sul palco.

Particolarissima la storia di Elizabeth Cotten, autrice del classico “Freight train”, che scrisse all'età di 12 anni e che poi fu ripreso negli anni da Joan Baez. Taj Mahal, Jerry Garcia e tanti altri.
Ma lo incise solo a 62 anni.
Un brano sull'importanza del simbolo “treno” quello che ti portava dalle terre schiaviste al nord più libero e libertario, dove c'era lavoro con cui potevi guadagnare finalmente soldi per te e la tua famiglia, non solo per il padrone. Lei suonava in modo divino, una delle poche blues women chitarriste ma, da mancina, utilizzava lo strumento alla rovescia senza cambiare la disposizione delle corde, inventando di fatto uno stile inimitabile e originalissimo (e altrettanto complicato) di fingerpicking.
La vita la costrinse ad appendere presto la chitarra al chiodo a trasferirsi a Washington e finire per diventare cameriera di Ruth Porter Crawford e Charles Louis Seeger, due dei più appassionati ricercatori di folk americano.
Che per lungo tempo non sospettarono minimamente di avere al loro servizio un puro e unico talento. Fino al giorno in cui non la “sorpresero” a suonare “Freight train” con una delle loro chitarre.
Supplicò di non essere licenziata per avere osato tanto.
I due, a bocca aperta, la pregarono di continuare.
Poco dopo incise il suo primo album e all'età di 67 anni fece il suo primo concerto, suonò con Muddy Waters e John Lee Hooker, girò l'America, apparve in tv ma non raggiunse mai la fama meritata né usufruì dei diritti d'autore sui suoi brani (ad appannaggio di produttori e casa discografica).

Victoria Spivey esplorò invece un tratto misterioso e mai sufficientemente approfondito della cultura africana deportata nelle Americhe.
Ovvero quegli aspetti più oscuri della religione e del culto animista che si trasformò nelle inquietanti pratiche Voodoo.
Spesso spettacolarizzate e decontestualizzate ad uso ludico ma in realtà vissute e seguite da frange di schiavi e loro eredi come legame atavico con le origini. Victoria già a 12 anni suonava nei locali e nei bordelli di Dallas e Houston, dove droga, alcol, prostituzione e tanto altro erano la regola.
Ne cantò, ne parlò esplicitamente, inserendo costantemente elementi “dark” (violenza, suicidi, avvelenamenti, demoni) nei suoi testi e terminologie che facevano riferimenti alle pratiche Voodoo.
Nel 1962 fondò la Spivey Records per cui incisero Muddy Waters, Louis Armstrong, Memphis Slim, Otis Spann e Big Joe Williams (che ospitò in un brano un giovane e ancora poco conosciuto Bob Dylan).

Alberta Hunter pelò a lungo patate durante il giorno per tirare su due soldi e permettersi di suonare la sera nei locali di Chicago.
Alla fine vinse la sua battaglia, andò in tour in Europa, compose il classico “Downhearted blues” che vendette nelle sue varie versioni quasi 2 milioni di copie ma per il quale ricevette poco più di 300 dollari a causa di uno dei tipici contratti capestro che subivano soprattutto gli artisti neri ai tempi (pratica protrattasi fino agli anni 70).
Ritrovò successo e riconoscimenti quando tornò a suonare e a incidere, dopo un lungo, ritiro ormai ultra ottantenne negli anni 70.
La musica rappresentava per gli schiavi uno dei pochi modi per esprimere la sofferenza originata dal terrore razziale.
(Paul Gilroy)

Per conoscere meglio le artiste citate sono consigliate esclusivamente alcune compilation che raccolgono e mettono ordine nelle numerose registrazioni sparse tra nastri, 78 giri e altro.
“The collection” del 1989 introduce con 16 brani nel migliore dei modi nel mondo di Bessie Smith, talmente vasto da avere anche box non del tutto esaustivi di 10 CD.
L'opera di Memphis Minnie è perfettamente riassunta in “The queen of blues” del 1997.
“The best of” del 2004 (con tanto di fascetta “Explicit lyrics”) è l'ideale per scoprire il blues estremo di Lucille Bogan.
“Mother of the blues” del 2004 è un perfetto omaggio a quello di Ma Raney.
Alberta Hunter può essere ben rappresentata da “Amtrak Blues” del 1987.

domenica, agosto 23, 2020

AA.VV: - Exciting & Dynamic Sounds Of The Hammond B3 Organ
AA.VV. - Soul Love Now: The Black Fire Records Story 1975-1993



AA.VV. - Exciting & Dynamic Sounds Of The Hammond B3 Organ.
La sublimazione dell'HAMMOND JAZZ in tredici brani super cool, proposti da band semi sconosciute di estrazione prevalentemente 60's e quasi esclusivamente strumentali.
Per gli amanti di quello spettro onoro che va da Jimmy Smith a Jimmy McGriff, passando per il primo Brian Auger, un album di primissima qualità.



AA.VV. - Soul Love Now: The Black Fire Records Story 1975-1993
Una pregevole raccolta di alcuni dei migliori artisti della Black Fire Records, fondata dal saxofonista James “Plunky” Branch dei Oneness Of Juju.
Spiritual jazz, deep e afro funk, molto molto "nero" e fedele alle radici.
Nomi poco conosciuti ma materiale esplosivo e originalissimo.

sabato, agosto 22, 2020

Il Manifesto



Dedico oggi due pagine in Ultrasuoni de IL MANIFESTO alle DONNE BLUES (da Bessie Smith a Lucille Bogan, Memphis Minnie, Ma Raney e Alberta Hunter) che negli anni 20 americani sfidarono razzismo e pregiudizi diventando interpreti di un proto FEMMINISMO che le portava a (ri)appropriarsi, attraverso la musica, della loro identità di DONNA, rivendicando anche un pieno controllo della propria sessualità.

L'articolo si basa sull'essenziale libro/saggio di Elisa De Munari (Elli de Mon) "Countin' the blues" di cui avevo parlato qui:
https://tonyface.blogspot.com/2020/04/elisa-de-munari-countin-blues.html

giovedì, agosto 20, 2020

Eddy Cilia - Venerato Maestro oppure



Scrivere è sempre meglio che lavorare

EDDY CILIA è tra i migliori e più autorevoli giornalisti musicali italiani.
La lunga militanza nel "Mucchio", fondatore di "Velvet", attualmente con "Audio Review" e "Blow Up", autore di numerosi libri, consulente a RadioRai3 e presente sul web con il sempre interessantissimo blog https://venerato-maestro-oppure.com/.

Il nuovo libro raccoglie quasi 400 pagine di suoi scritti dal 1994 al 2015 ed è un sussidiario perfetto, un abecedario ideale, l'epitome suprema di come si dovrebbe scrivere di musica: in maniera chiara, colta, sempre documentatissima, un pizzico di ironia e la capacità di spaziare da Miles Davis ai Replacements, da Paul Weller a Lee Scratch Perry o ai Beastie Boys.
C'è da imparare, divertirsi, prendere nota.
Essenziale.

Eddy Cilia
Venerato Maestro oppure - Percorsi nel rock 1994/2015
OmniNote
29 euro
Si acquista in cartaceo qui:
https://www.amazon.it/Venerato-Maestro-Oppure-Percorsi-1994-2015/dp/B089M61ND6/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=1591875026&sr=1-1

mercoledì, agosto 19, 2020

Bazooka Joe



Band sconosciuta ai più ma che è stata la culla di una serie di elementi di particolare importanza (pur se a livello di curiosità) nella storia del PUNK INGLESE.

Attivi dal 1970 nel circuito dei pub, interpreti di un sound che attingeva dalla tradizione rock 'n' roll, aveva tra i suoi componenti John Ellis, Danny Kleinman e Stuart Goddard. Furono gli headliner del concerto del 6 novembre 1975 al Central Saint Martins College of Art and Design che segnò l'esordio dei SEX PISTOLS.

Impressionato dalla loro carica Stuart Goddard, lasciò il gruppo e con il nome di ADAM ANT fondò gli Adam and the Ants.
Steve Ellis diventò nel 1978 il chitarrista dei VIBRATORS per poi suonare con Peter Gabriel, Peter Hammill e dal 1990 al 2000 degli Stranglers.
Danny Kleinman è diventato un famoso regista che ha curato tutte le siglie dei film di James Bond fino al 1995 per poi dirigere video per Madonna, Fleetwood Mac, Paula Abdul, Simple Minds, Wang Chung, Adam Ant.

Infine nella band militava Dan Barson, il cui fratello, Mike Barson, divenne il tastierista dei MADNESS che nell'album d'esordio ripresero un brano dei Bazooka Joe, "Rockin in a flat"

giovedì, agosto 13, 2020

Bruno Morelli / Antonio G. D'Errico - Alunni del Sole



C'è un'ampia porzione della musica pop italiana dimenticata o inesplorata ma che ha lasciato segni tangibili e riconoscibili nella storia nostrana.

Gli Alunni del Sole sono sempre stati piuttosto lontani dalle mie preferenze, non di meno la loro storia è interessante e intrigante.
Sostanzialmente creatura del compositore e cantante Paolo Morelli, anima e mente del gruppo (diventata una sorta di sigla della sua opera creativa), personaggio introverso, poetico, particolare, profondo, a metà tra musica leggera, pop, canzone d'autore e con una vena prog agli inizi, scomparso nel 2013.

In questo libro il fratello e braccio destro nella band, Bruno Morelli, affiancato da Antonio G.D'Errico, ne raccontano la storia artistica (ricca di successi e notorietà tra i 70 e gli 80) e l'intimo poetico, aprendo anche uno sguardo molto interessante sulle vicende della discografia italiana, sull'amicizia con Fabrizio De Andrè, sulle manovre che stanno dietro alla gestione di un gruppo e tanto altro.
Interessante approfondimento.

Gli apparati produttivi delle multinazionali venivano definitivamente smobilitati.
Gli artisti erano invitati ad anticipare la risoluzione dei loro contratti che, nel migliore dei casi, venivano trasformati in semplici rapporti di distribuzione.
Subentrò di conseguenza un sistema già da tempo adottato in Usa e Inghilterra: lo spostamento in capo all'artista o a un eventuale suo produttore personale, degli oneri relativi ai costi di produzione.
Era la fine di un mondo fato di case di produzione discografiche che avevano nelle loro strutture artistiche un punto di forza, in cui i direttori artistici operavano a priori la selezione dei nuovi talenti, facendoli crescere, cercando di valorizzare ed esaltare le qualità dei contenuti e alla fine la realizzazione del disco diventava il punto di arrivo.
Queste prospettive vennero ribaltate progressivamente, facendo del punto di arrivo il punto di partenza.


Bruno Morelli / Antonio G. D'Errico
Alunni del Sole
Arcana Edizioni
17.50 euro

mercoledì, agosto 12, 2020

L'arrivo dei primi Mod



AGOSTO DI REPLICHE: ripropongo alcuni articoli particolarmente apprezzati in passato.

Attraverso alcuni cenni storici andremo alla ricerca dei semi e delle radici del MODernismo, dal dopo guerra alla metà degli anni 50.
Le precedenti puntate qui:

http://tonyface.blogspot.com/search/label/Le%20radici%20del%20Modernismo

E' negli anni 50 che il jazz si afferma e si radica nella cultura giovanile.
Il ritorno dei jazzisti americani (da anni banditi in Inghilterra) porta a Londra Louis Armstrong, Lionel Hampton, Sidney Bechet.
Ronnie Scott apre nel 1959 il suo jazz club a Gerard Street.

Il trombonista Chris Barber intanto introduce i semi, grazie al suo banjoista Lonnie Donegan di quello che diventerà a breve uno dei suoni più seguiti e praticati dai giovani musicisti inglesi, lo skiffle (futuri Beatles inclusi) ma sarà soprattutto il principale promoter dei migliori nomi del blues americani che da Muddy Waters a Bigg Bill Bronzy fino a Sonny Terry e Brownie Mc Ghee arriveranno in Inghilterra diventando i principali ispiratori per una nuova generazione di musicisti (che di lì a poco si chiaeranno Rolling Stones, Yardbirds, Fleetwood Mac etc).

La fine degli anni 50 sono il momento in cui si forma il primo nucleo “ufficiale” di ragazzi consapevoli della propria identità, di un proprio stile, di una propria etica, radunati intorno all'ascolto della musica jazz.
E non a caso il tutto nasce a Soho da sempre luogo in cui si radunavano artisti, bohemiens, sognatori e avanguardisti.

Il Bar Italia è il luogo in cui si trovano i primi Modernisti. Sono giovani e i pub sono a loro interdetti fino ai 21 anni. L' Italia è un luogo cool, europeo, “esotico” quanto lo può essere una città americana, irraggiungibile all'epoca per chiunque non fosse particolarmente ricco.
Un cappuccino o un caffè espresso da sorseggiare sono infinitamente più eleganti e raffinati di una pinta di birra e sono soprattutto un elemento di distinzione dalla tradizione inglese.
L'ammirazione per lo stile europeo (che porterà ad adottare oltre al taglio di capelli alla francese, l'eleganza degli scooter italiani) è generata da un cosmopolitismo antitetico alla chiusura isolana e isolazionista inglese che si scontra con la mera imitazione dello stile americano caro ai Ted e ai Rocker.

La musica più in voga oltre al rock 'n' roll (ad appannaggio però di una frangia minoritaria di giovani) è il jazz tradizionale, amato anche dagli “adulti” e dalla classe operaia.
Condizione da cui i Mod vogliono fuggire, rifugiandosi in un loro mondo, nuovo e stiloso.

Graham Hughes, uno dei primi mod londinesi puntualizza:
“Noi apparivamo diversi perchè il modern jazz che ascoltavamo aveva più stile e noi ci adattavamo esteticamente a questo. Andavamo agli all nighter vestiti di tutto punto per distinguerci dal resto degli appassionati jazz, in jeans, maglioni, abiti trasandati e con la barba."

George Melly dipinge in poche parole un ritratto perfetto dei primi Mod:
I Boppers non avevano alcun interesse ad usare la loro musica per avere successo nel mondo dei bianchi.
L'asprezza del Be Bop è l'espressione del loro disprezzo per una società che ha offerto loro di vivere solo in cambio del riconocimento della loro inferiorità razziale.
I primi Modernisti basarono le loro vite e la loro arte sulle stesse premesse.
I loro occhiali da sole raffinati e il distacco hip dei loro eroi...essendo bianchi e inglesi erano decisamente lontani dai loro idoli tanto quanto il jazz revivalista e tradizionale. Non c'era alcun dubbio sulla loro sincerità.
Non solo capivano la complessità del Be Bop ma anche lo spirito che lo aveva creato.
Erano quello che Norman Mailer definiva dei White Negroes.
Scelsero di respingere la società che automaticamente però non rifiutava loro.”

martedì, agosto 11, 2020

La scena jazz inglese negli anni 50



AGOSTO DI REPLICHE: riprendo alcuni articoli particolarmente apprezzati in passato.

Attraverso alcuni cenni storici andremo alla ricerca dei semi e delle radici del MODernismo, dal dopo guerra alla metà degli anni 50.
Le precedenti puntate qui:

http://tonyface.blogspot.com/search/label/Le%20radici%20del%20Modernismo

Negli anni 50 gli appassionati di JAZZ incominciarono a dividersi tra chi apprezzava le sonorità classiche (oltre a recuperare quelle ancora più antiche tipicamente Dixieland/New Orleans) e chi invece amava la novità appena arrivate.
Da una parte i Traditionalists dall'altra i Modernists.

Anche tra i musicisti si crea una frattura.
Nomi come George Webb e i suoi Dixielanders e Humprey Littleton rimangono ancora alla tradizione, altri come John Dankworth e Ronnie Scott abbracciano il nuovo stile.
Nel 1948 il padre di un giovane batterista, Victor Friedman, decide di affittare una sala del Mack's Restaurant al 100 di Oxford Street per permettere al figlio di esibirsi con la sua band e per permettere agli amanti dello swing di ballare in tranquillità e costantemente.
Lascia anche le domeniche pomeriggio a disposizione per chi vuole dedicarsi al Be Bop, improvvisando e suonando liberamente le nuove tendenze e battezza il locale London Jazz Club.
Anche il trombettista Humphrey Littleton affitta la sala durante un altro giorno della settimana per proporre i concerti della propria band a base di un jazz derivato dallo stile dixieland di New Orleans.
Nel 1964 il locale fu rilevato da Roger Horton, ribattezzato “100 Club” e aperto a stili di musica il più aperti possibile (dal beat al rhythm ad blues fino, nel 1976, al punk e alla new wave).

E' sempre nel 1948 che avviene un cambiamento epocale nella fruizione del jazz a Londra.
La band australiana Graeme Bell's Australian Band invita il pubblico ad alzarsi e a ballare durante la loro esibizione. Ricorda sempre Eddie Harvey che fino a quel momento l'idea di ballare ad un concerto jazz era qualcosa di assolutamente sacrilego !
Litttleton stupito e travolto dalla novità decide di aprire un suo club a Leicester Square al “Cafè Europe” e introduce la nuova pratica anche al suo pubblico.

lunedì, agosto 10, 2020

Il jazz a Londra negli anni 50



AGOSTO DI REPLICHE: riprendo alcuni articoli particolarmente apprezzati in passato.

La musica jazz degii anni 50 in Inghilterra si caratterizza per la sua forte trasversalità sociale e getta i primi semi di quella che sarà una caratteristica peculiare della scena Mod ovvero l'assoluta assenza di discriminazioni.

Colin Mc Innes nel suo “Absolute Beginners”, cristallizza al meglio:
“Ma la cosa sensazionale nel mondo del jazz, per tutti i giovani che entrano a farne parte, è questa: che nessuno si cura della classe sociale a cui appartenete, del colore della vostra pelle, dei vostri quattrini; se ne frega che siate maschi o femmine o un po' dell'uno e un po' dell'altro, purchè comprendiate l'ambiente e sappiate comportarvi come si deve e v lasciate alle spalle tutte queste fesserie non appena varcate la soglia del club.
Il risultato di tutto ciò è che nell'ambiente del jazz si incontrano ogni genere di tipi su un piede di assoluta parità; di là vi possono sospingere in tutte le direzioni: sociale, culturale, sessuale, razziale, insomma in qualunque campo vogliate imparare qualcosa”.


Il jazzista George Melly:
“Per noi il jazz era black music, era la musica dei poveri.
La scena Modern Jazz attraeva molti neri, al Ronnie's Scott c'erano sempre neri ai concerti, la stessa cosa non avveniva nel giro del jazz tradizionale.
Il Modern jazz era contemporaneo più cool ed è per questo che attraeva più giovani.
Credo che il nostro sound che si rifaceva alla tradizione di New Orleans venisse percepito dai neri come musica da Zio Tom, vecchia e che ricordava tempi non tanto felici.”


Il sociologo marxista Colin Barker approfondisce:
“Il jazz implicò una forte connessione con l'anti razzismo anche se ai tempi il termine era praticamente sconosciuto.
Si è spesso parlato dei Teds che fossero tendenzialmente razzisti e cercassero la rissa con i neri ma non è esatto.
Ted era più che altro uno stile estetico non necessariamente collegato a idee di destra.
Più che altro il loro stile estetico provocatorio e anomalo provocava la disapprovazione dei genitori e degli adulti ed era questo che li rendeva dei grandi!”.


Un' attitudine coraggiosa e anomala in un periodo in cui le tensioni razziali non erano rare.
La White Difence League e l'Union Movement di Oswald Mosley crescevano numericamente e politicamente con lo slogan “Keep Britain White”. Nell'estate del 1958 scoppiarono vari incidenti a sfondo razziale a Notting Hill e a Nottingham con centinaia di arresti e feriti.

venerdì, agosto 07, 2020

La scena jazz inglese negli anni 40



AGOSTO DI REPLICHE: riprendo alcuni articoli particolarmente apprezzati in passato.

Attraverso alcuni cenni storici andremo alla ricerca dei semi e delle radici del MODernismo, dal dopo guerra alla metà degli anni 50.
Le precedenti puntate qui:
http://tonyface.blogspot.com/search/label/Le%20radici%20del%20Modernismo

Nel 1948, insieme ad un'altra decina di appassionati di modern jazz, Ronnie Scott e John Dankworth, pionieri della scena jazz inglese, aprono in Great Windmill Street il primo club di Be Bop londinese, il “Club Eleven” dove ogni sera i musicisti locali suonavano e improvvisavano rincorrendo il nuovo stile.

IL trombonista Eddie Harvey dichiara che
“il Club Eleven fu la mia università, fui uno dei primi musicisti a lasciare una band di jazz tradizionale e ad abbracciare il Be Bop”
.
Entra in quella che si può considerare la prima Be Bop band inglese, la John Dankworth Seven.
Nel 1950 il Club Eleven si sposta a Carnaby Street, puntualmente seguito dai suoi lealissimi fan.
Ronnie Scott ricorda nella sua autobiografia quanto la scena locale avesse forti connessioni con il mondo della droga, parte essenziale delle serate (da quelle più leggere alle pesanti).

Nel 1952 apre il “Flamingo” a Wardour Street, successivamente (nel 1958) arriveranno il “Marquee” in Oxford Street nel 1958 e il “Ronnie's Scott” a Gerrard Street nel 1959.
Sia i locali inglesi che quelli americani avevano una struttura piuttosto simile con un bar, tavoli e sedie (dove spesso si poteva anche mangiare) e il palco su cui gli artisti si esibivano ascoltati in religioso silenzio.

Il jazzista George Melly (nella foto) ricordava come da un punto di vista sociale il pubblico e i musicisti avevano pochi rappresentanti della working class anche se in molti venivano dalle periferie, c'era una piccola parte di ricchi e aristocratici e non mancava una forte rappresentanza omosessuale (in epoca in cui in Inghilterra era ancora reato).
Lo scrittore, poeta, musicista (e tanto altro) Jeff Nuttall ricorda:
“Eravamo contro la repressione sessuale sia nel movimento pacifista sia nella scena jazz, alla fine degli anni 50.
Le connessioni tra jazz e il sesso, le parole a sfondo sessuale delle canzoni, i riferimenti ai bordelli. Un contrasto fortissimo con l'Inghilterra dei tempi, assolutamente repressa e repressiva.
Mi sono accorto solo dopo che buona parte dei miei amici erano omosessuali. C'era un sacco di attività sessuale, in ogni caso di forte desiderio sessuale nella scena jazz. Mi ricordo certe serate nei jazz club, ballando scalzi, pensando a noi stessi come a beatniks, con i jeans neri, con giacche di pelle e a coste , capelli lisci.
Non c'era la birra nei jazz club così andavamo a fare rifornimento nei pub vicini tra un set e l'altro dei concerti.”


Brian Harvey:
Eravamo anti establishment e contro le convenzioni anche se, a conti fatti, la scena jazz degli anni 20 era ben più promiscua della nostra”.

John Minnion:
Il jazz aveva una credibilità di strada. Era sovversivo per la musica tradizionale, era anti commerciale, soprattutto quando arrivò lo skiffle e si impose come una musica che nasceva dal basso e che era lontana dall'industria discografica.”

giovedì, agosto 06, 2020

Il jazz in Inghilterra negli anni 40



AGOSTO DI REPLICHE: riprendo alcuni articoli particolarmente apprezzati in passato.

Attraverso alcuni cenni storici andremo alla ricerca dei semi e delle radici del MODernismo, dal dopo guerra alla metà degli anni 50.
Le precedenti puntate qui: http://tonyface.blogspot.com/search/label/Le%20radici%20del%20Modernismo

L'Inghilterra aveva già goduto, negli anni 30, di una serie di visite, seppur sporadiche, da parte di stelle del jazz americano, da Louis Armstrong a Duke Ellington, Coleman Hawkins, Art Tatum e Fats Waller influenzando una serie di musicisti locali, in particolare Nat Gonnella che con i suoi Georgians incominciò a costruirsi una solida reputazione (anche se i primi concerti jazz con musicisti americani risalgono addirittura al 1919 grazie all'Original Dixieland Jazz Band e alla Southern Syncopated Orchestra, band di soli neri).

Nel 1935 il governo inglese mise il bando ai concerti di artisti americani (con l'eccezione di Glenn Miller che riuscì ad aggirare il veto facendo passare il suo show come spettacolo di cabaret e di qualche nome minore) privando, da una parte, i giovani inglesi di poter usufruire di spettacoli di prima qualità ma, allo stesso tempo, incentivando la nascita di realtà autoctone (sarà tolto solo 21 anni dopo, nel 1956!).

E' sempre negli anni 30, precisamente nel luglio del 1933 che nasce a Regent Street il primo British Rhythm Club che divennero in breve tempo una novantina sparsi in tutto il Regno Unito con due riviste specializzate, “Swing Music” e "Hot News and Rhythm Record Review” dedicate al nuovo fenomeno musicale.

Locali piuttosto lontani dal gusto attuale visto che il trombonista Eddie Harvey li ricorda come “luoghi in cui la gente si sedeva per terra in religioso silenzio per ascoltare le ultime novità swing jazz nello stesso modo in cui si assisteva ad un concerto di musica classica”.
Stesso trattamento ricevevano i primi gruppi locali che incominciarono ad imitare lo stile dei dischi.

Negli anni 40 con l'arrivo dei soldati americani lo Swing prese sempre più piede e nomi come Glenn Miller, Benny Goodman e Artie Shaw erano tra i più seguiti tra gli amanti del jazz.
Ma incominciarono ad arrivare anche i dischi di Dizzy Gillespie e Charlie Parker ovvero di Be Bop, nuova forma musicale più veloce, nervosa, innovativa, che portò con sé anche lo stile estetico ed etico dei Boppers, antitetico al gusto tradizionale.

mercoledì, agosto 05, 2020

Maurizio Blatto - Sto ascoltando dei dischi



Maurizio Blatto è una storica firma di "Rumore" nonché proprietario di un altrettanto monumento come il negozio di dischi "Backdoor" di Torino.

E', soprattutto, UNO DI NOI.

Quelli che non riescono (da tempo immemorabile) a scindere la vita reale con quella della musica ascoltata, vissuta nel quotidiano come una componente essenziale della propria esistenza.
Non sono follia o ossessione ma una semplice componente del realtà che viviamo.
In cui ogni gesto, visione, frase, parola, vengono automaticamente associate a una canzone, un gruppo, un concerto, una sensazione legate alla nostra "bolla sonora".

I racconti di Blatto fanno morire dal ridere, esasperando con grandissima ironia le nostre grottesche idiosincrasie in merito.
Svela drammaticamente però la nostra malattia, in cui è dolce cullarsi e da cui mai vorremmo guarire...anzi...

Maurizio Blatto
Sto ascoltando dei dischi
Add Edizioni
13 euro

PS:
uno dei sogni a cui più sono legato è quello in cui scoprivo, in centro a Piacenza, nello storico quartiere di S.Agnese, una viuzza sconosciuta nella quale c'erano alcuni negozi di vinili, ripieni di delizie e rarità a poche lire (risale a prima dell'euro ma mai l'ho dimenticato).
Mi perdevo, con il cuore gonfio di felicità, tra centinaia di 45 giri e LP di soul, beat, ska, punk.
Raramente mi sono svegliato così felice.
Andai subito in quel posto per verificare che, chissà mai, non mi fossi mai accorto dell'esistenza di quella via.


PS 2:
La stessa sensazione che provai, la prima volta a Londra, quando, nel 1981, girando appena a sinistra dall'uscita dell'Underground di Camden Town, c'era un negozietto, molto polveroso e fatiscente.
Entrando vidi, per la prima volta, che i dischi non erano classificati per genere ma che, ad esempio, gli Animals, avevano un loro spazio, con una decina di 45 giri. Lo stesso lo Spencer Davis Group.
Centinaia in quello soul, northern soul o rhythm and blues o Small Faces.
Mi venne da piangere per la commozione.
Tornei con un'enorme valigia piena di dischi.
Fui fermato alla frontiera con l'Italia e ci volle del tempo per fare credere ai doganieri che non ero un commerciante ma un dipendente dal vinile (anni 60).

martedì, agosto 04, 2020

Campionato di calcio 2019/2020



Il consueto, tradizionale, sguardo al Campionato di Serie A appena concluso, a cura di ALBERTO GALLETTI.

E’ andato in archivio ieri il campionato di Serie A 2019/20, non aveva più niente da dire a parte il nome della terza retrocessa, riassuntino:
Ha vinto la Juventus.
Trentaseiesimo scudetto, nono consecutivo.

Un’altra pagina storica per il calcio italiano per chi ha sempre guardato almanacchi, classifiche e statistiche, l’ennesima conferma degli squilibri di un movimento che ha quasi completamente cristallizzato i valori al vertice e non riesce più, salvo rare eccezioni, a produrre concorrenza o emozioni sportive.
Squilibri figli dell’assurdo sistema di distribuzione degli ingenti ricavi televisivi.

Nove campionati di fila, diciamocelo, sono una lagna infinita.
Non siamo più al punto che un Verona o un Cagliari non riescono più a vincere uno scudetto, qui non ce la fanno più neanche l’Inter e il Milan.
Quest’anno però è stato un po diverso.
La Differenza finale di un punto, non inganni, il successo è un po più netto di quel singolo punto, ma molto meno degli anni precedenti.
Il cambio in panchina voluto dalla dirigenza bianconera per migliorare la qualità del gioco non ha dato i risultati sperati
. Mi chiedo se senza Ronaldo ce l’avrebbero fatta comunque, la mia risposta è no.

La Lazio ha rivaleggiato a lungo con la Juve, l’ ha battuta due volte nettamente ma dalla ripresa in avanti ha faticato a trovare la continuità necessaria per rimontare punti.
La Juve ne ha avuta anche meno ma i punti di vantaggio le sono bastati.

L’Inter di Conte costruita per detronizzare i bianconeri finisce solamente un punto dietro avendo passato però più di metà stagione virtualmente fuori dai giochi.
Rendimento altalenante.
Forse la rosa è incompleta, certo Conte non ci mette quel tantino in più necessario e scarica poi le colpe sugli altri, prima i giocatori, adesso la dirigenza.

La vera sorpresa positiva, l’unica, è stata l’Atalanta, che chiude terza a pari merito con la Lazio ottenendo il miglior piazzamento in Serie A di sempre, record di punti e di gol segnati (98, ventidue in più della Juve) e una lunga sfilza di partitoni spettacolari; miglior squadra del campionato.
Gasperini era l’uomo di Agnelli, senz’altro, non Sarri.
Ottimo il terzo posto della Lazio che ha flirtato a lungo con lo scudetto ma ha ceduto sul più bello, ma ha giocato delle grandi partite.

Deludente il Napoli, Ringhio ha raddrizzato un po la barca e messo in bacheca una Coppa Italia tutt’altro che disprezzabile.
Deludente il Milan fino all’interruzione ma strepitoso dalla ripresa in avanti.
Un grande Ibra trascina e fa metà del lavoro di Pioli salvandogli la panchina.
Deludente il Torino, partito con ben altri obiettivi, ma con gente come Mazzarri e Longo dove vuoi andare?
Indifferenti tutti gli altri a meno che non si sia tifosi interessati.

Pessimo il Genoa che si è salvato ieri sera, squadra scarsa e inguardabile.
Una stagione orrenda, la quarta di fila, figlia della politica presidenziale di esclusivo commercio di calciatori abbinato alla vendetta sua personale verso i tifosi.
Speriamo che meni le tolle in fretta, finchè resta rimaniamo un malato terminale e prima o dopo ci resteremo secchi.
In B ci vanno come da pronostico due delle tre neopromosse più la SPAL, per la quale ad inizio stagione avrei predetto una salvezza: cessione di Lazzari o paracadute tv?
La terza, l’ Hellas, fa un bel campionato e finisce nona.
Ciro Immobile scrive un pezzettino di storia, con i suoi 36 gol, 12 dal dischetto ed eguaglia Higuain 2016 che di rigori ne aveva tirati solo tre.

Sono stati accordati 186 rigori, l’anno prima erano stati 122 dieci anni fa la la metà, media di quasi cinque a giornata.
Specchio del effetto prodotto dal VAR che ha reso il gioco insopportabilmente cavilloso, banalizzato fasi di gioco come rigori e gol annullati per fuori gioco, ormai buone per creare sensazionalismo ad esclusivo uso e consumo televisivo.
A tutti i sostenitori di VAR, moviole varie et similia il solito andate a fare in cu*o.

E’ stato un campionato che verrà ricordato a lungo, purtroppo, come un mucchio di altre cose, per l’effetto prodotto su di esso dal Covid-19 che ha rovinato e sta rovinando la vita del pianeta.
Non ho controllato ma penso si tratti del campionato di Serie A che è durato più a lungo.
Era cominciato il 24 agosto 2019 è finito ieri, quasi un’ anno dopo, in stadi completamente vuoti causa protocolli di sicurezza anti-covid.

Dalla ripresa si è giocato praticamente tutti i giorni.
La stagione ad ogni modo ancora non è finita, adesso ricominciano le coppe europee e non è marzo, è agosto.
Le partite senza pubblico ad ogni modo, in tv, non si possono vedere.

lunedì, agosto 03, 2020

American Red Cross Club Rainbow Corner



AGOSTO DI REPLICHE: riprendo alcuni articoli particolarmente apprezzati in passato.

Attraverso alcuni cenni storici andremo alla ricerca dei semi e delle radici del MODernismo, dal dopo guerra alla metà degli anni 50.



L'Inghilterra degli anni 40 è una nazione che esce, seppur vittoriosa, prostrata dalla Seconda Guerra Mondiale.
Ma nel 1945 rimane il più grande impero al mondo, anche se in un paio di anni perde gli immensi territori di India e Pakistan.
L'immediato dopo guerra diventa comunque un periodo di forte rinascita sociale e culturale.
Cresce la popolazione, migliorano le condizioni di vita. Tutto ciò attrae dalle colonie (ma anche dall'est europeo) un numero sempre maggiore di immigrati che rende la Gran Bretagna, Londra in particolare, sempre più multi etnica.

Cambiano i codici morali, spesso rimasti all'epoca Vittoriana e nel giro di alcuni anni, seppur faticosamente scompaiono le leggi contro l'omosessualità, l'aborto e viene abolita la pena di morte.
Il diritto di voto viene abbassato ai diciotto anni.
La musica diventa parte integrante della cultura britannica e negli anni 60 assumerà un ruolo trainante a livello mondiale.

La gioventù incomincia ad affrancarsi dal secolare legame con famiglia e lavoro e si crea lentamente e allo stesso modo improvvisamente la figura del teenager ovvero di un giovane in grado di gestire una certa quantità di danaro non necessariamente da spendere per la famiglia ma da destinare al proprio svago e divertimento.

Nel 1959 lo scrittore Colin Mc Innes nel romanzo “Absolute Beginners” rappresenta al meglio la situazione in poche righe, vivendola “in diretta” in modo lucido e spietato:
“I teenagers avevano conosciuto la loro ora di gloria al tempo in cui i ragazzi avevano scoperto che, per la prima volta da che mondo è mondo, disponevano di quattrini – cosa sempre negata loro proprio nell'età migliore per spenderli, vale a dire quando si è giovani e forti – e inoltre prima che i giornali e la televisione si impadronissero di questa favola dei teenagers e la prostituissero come fanno i venduti con tutto quello che toccano”.

Nel novembre del 1942 apre in fondo a Shaftesbury Avenue a Londra, all'angolo con Denman Street, l'AMERICAN RED CROSS RAINBOW CORNER, destinato ai soldati americani, da alcuni mesi di stanza sul suolo inglese e che in breve tempo divenne il centro propulsore per la gioventù locale.

Originariamente fu concepito per riprodurre la tipica situazione dei locali americani dell'epoca.
Aperto 24 ore su 24 offriva, oltre al Pronto Soccorso della Croce Rossa, la possibilità di organizzare giri turistici per Londra ma soprattutto varie forme di divertimento: dal flipper al jukebox (con gli ultimi successi dello swing statunitense), biliardo oltre a disporre di bar in cui si potevano assaggiare hamburger, dolci americani e bere Coca Cola. Un'oasi essenziale per i soldati d'oltre oceano che trovarono la vita londinese assolutamente lontana dai loro standard, così compassata e fondamentalmente noiosa.
Furono un impulso e un'attrazione straordinari per la gioventù locale che affollò continuamente il club, tanto che, alcune immagini d'epoca lo documentano, ci furono problemi di ordine pubblico e di traffico nelle strade circostanti per disciplinare l'entrata.

L'America era colorata, allegra, pulsante, vitale e finalmente arrivava non solo dagli schermi cinematografici con i film di Hollywood ma era a portata di mano.
Il club chiuse nel 1946, alla fine della guerra, lasciando un seme basilare nei giovani londinesi, nel gusto musicale, nello stile estetico.

Come ricorda lo scrittore e sociologo Jon Savage:
“La diffusione dei valori americani nel dopoguerra è stata promossa dai teenager: vivere nel presente, alla ricerca del piacere, affamati di prodotti, incarnando la nuova società globale in cui l'inclusione sociale doveva essere concessa attraverso il potere d'acquisto”.

Alcuni video d'epoca:

LA CHIUSURA del RAINBOW CLUB
https://www.youtube.com/watch?v=xh-E39dSw7I

IMMAGINI dal CLUB
https://www.youtube.com/watch?v=wHL-I40Czg4

sabato, agosto 01, 2020

Classic Rock



Il nuovo numero di CLASSIC ROCK ha un sacco di belle cose, come sempre.

Da un lungo pezzo sui Kraftwerk a Jim Carroll, Pete Townshend, Blues Pills, Psychedelic Furs.

Io scrivo di un immaginario post Beatles senza loro dischi solisti ma con gruppi che li imitavano talmente bene che fecero pensare che ci fossero i Fab Four al loro posto: Emitt Rhodes, Klaatu, Utopia, We all together, Hudsin Brothers, Liverpool Echo, Sleepy Hollow, Rockin Horse), stilando la tracklist di un ipotetico album triplo dei Beatles uscito nel 1980 (il "Black Album") con il meglio della loro carriera solista prima della morte di John.

Recensisco poi:
Fantastic Negrito, Jason Molina, Giulio Casale, Jazz Sabbath, Klasse Kriminale, Waldeck, Datura4, Strange Flowers, Bravata, Mother Island, Il Senato, Max Forleo, Smalltown Tigers, Spacey Jane, Scala H, Rosalba Guastella, Michael Franti, la compilation "Super Sonics".
Related Posts with Thumbnails