venerdì, febbraio 10, 2017

Here We Go Round the Mulberry Bush



Here We Go Round the Mulberry Bush (uscito in italiano con il titolo Girando intorno al cespuglio di more ) è un film del 1967 diretto da Clive Donner con Judy Geeson, Barry Evans e Angela Scoular.

Una commediola leggera leggera sui primi approcci sentimetal/sessuali del giovane Jamie con un vario campionario femminile.

Ovviamente gustosissima l'estetica dei protagonisti, non ancora in chiave psichedelica ma ancorata a quella mod e stilosamente mid 60's e un velo di follìa da free cinema inglese d'epoca.

Colonna sonora di prima qualità a cura dello SPENCER DAVIS GROUP (già orfani di Steve Winwood e che appaiono brevemente in concerto durante un party), un paio di brani dei TRAFFIC e uno dei Andy Elisson dei Jphn's Children.

Qui il film in inglese:

https://www.youtube.com/watch?v=rxzBfiO7jSQ&t=183s

giovedì, febbraio 09, 2017

Piss Factory - Patti Smith



PISS FACTORY (brano pubblicato nel 1974 su 45 giri con una versione personalissima e minimale di "Hey Joe" sull'altro lato) di PATTI SMITH è uno dei primi esempi di attitudine e approccio PUNK, per quanto il brano sia una ballata piano e voce su cui lei declama un suo testo/poema.

In un momento in cui Stooges e New York Dolls si erano disintegrati, glam e prog imperavano e ancora non si vedevano i semi di quello che sarebbe accaduto di lì a poco, Patti Smith, accompagnata da Lenny Kaye e Tom Verlaine alle chitarre e Richard Sohl al pianoforte affittò per UN'ORA (pagata dal fotografo Robert Mapplethorpe, compagno di Patti) gli studi Electric Ladyland di New York.

Stamparono il 45 e lo distribuirono manualmente, anticipando uno dei concetti base dell'era punk, il Do It Yourself.

Il testo è un grido claustrofobico contro l'alienazione della vita in fabbrica (lei aveva lavorato in una di passeggini).

"Parlavo del fatto che ero una persona giovane e che avevo ancora dei desideri nella vita, desideri di vivere meglio.
Ma forse in fabbrica molta gente aveva perso tutti i desideri e posso capire perchè questo succede.
"Piss factory" parlava di qualcuno che in mezzo ai morti si sentiva vivo".


https://www.youtube.com/watch?v=wFcWBrkQ87M

mercoledì, febbraio 08, 2017

Mods e profumi nei 60's



Tra le particolarità introdotte nella moda e nel costume dal MOVIMENTO MOD nei 60's ci fu l'inusuale cura che i maschi riservarono al proprio aspetto esondando anche in ambiti fino ad allora reputati pertinenza esclusiva del mondo femminile.

Dal mascara intorno agli occhi alla lacca sui capelli in una provocatoria androginìa a cui risposero le ragazze che con capelli corti e mascolini si allinearono spesso alla stessa direzione di stile.

Non ci sono fonti sicure sui PROFUMI ma pare accertato che quelli più in uso fossero AVON e CHANEL.

Probabilmente non a caso qualche anno fa la Avon ha prodotto un profumo vintage chiamato 60'S MOD.

martedì, febbraio 07, 2017

Il retro copertina del primo album dei Velvet Underground



Colorata e decadente meteora della sub cultura new yorkese tra 60's e 70's, ERIC EMERSON fu attore, performer e musicista.
Prima alla consueta, ampia, corte di Andy Warhol e la sua Factory, poi nella scena proto punk che si ritrovava al Max's Kansas City e al CBGB's.

E' stato attore nei film di Warhol Chelsea Girls, Lonesome Cowboys, San Diego Surf e Heat.
Suonò per alcuni anni nei MAGIC TRAMPS, band glam dall'estetica vicina ai New York Dolls ma dalle sonorità molto meno aggressive, prima di scomparire nel 1975, ufficialmente per un incidente ma pare appurato per un'overdose di eroina.

Il suo nome è legato anche ad una controversia nata all'uscita del primo, mitico, album dei Velvet Underground.

Nel retro di copertina compariva la sua figura, a testa in giù, proiettata alle spalle della band in concerto, sovrapposta alla faccia di Lou Reed.
Quando se ne accorse, Emerson, alla perenne ricerca di soldi, chiese all'etichetta Verve un risarcimento per aver utilizzato la sua immagine (peraltro poco distinguibile) senza permesso.



L'etichetta ritirò immediatamente tutte le copie possibili e ristampo il disco successivamente, prima con la figura di Emerson semi cancellata.



poi con una scritta che copriva interamente l'immagine incriminata.



La prima versione dell'album (che passò piuttosto inosservato al pubblico ai tempi dell'uscita, anche a causa di questo tipo di problematica che lo rese irreperibile per un certo periodo) viene indicata come "torso record".

lunedì, febbraio 06, 2017

Suicide Dream Baby Dream di Kris Needs



Uscita alla fine dello scorso anno "Dream baby dream" è la fedele (grazie anche all'apporto diretto dei protagonisti Alan Vega e Martin Rev) e dettagliatissima storia di una delle più importanti band della scena musicale, in grado di precorrere (spesso con riconoscimenti abbondantemente tardivi) tendenze, generi, sonorità con largo anticipo, grazie ad un approccio creativo ed artistico "totale".

Utilizzavano il termine, la filosofia, l'attitudine PUNK già nei primi 70's ma suonando un elettronica devastante, cruda, apocalittica, cattiva e senza compromessi.

Kris Needs descrive alla perfezione la New York dell'epoca, luogo disastrato, decadente, pericoloso, facendo centinaia di riferimenti ad artisti, musicisti, eventi.

Un viaggio spesso impegnativo ma sempre appassionante.

I SUICIDE non si sono mai ripetuti e fino alla recente morte di Alan Vega hanno sempre guardato avanti, caparbi, sfidando chiunque gli si parasse davanti.
Estremi, da un altro pianeta, fenomenali.
Pubblica Goodfellas, traduce molto bene Caterina Micci.

domenica, febbraio 05, 2017

Casa 3 Cilindri



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:
http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Casa 3 Cilindri via Gavirate 27 - Milano

A cura di ALBERTO GALLETTI

Ho avuto modo di girare parecchio per Milano, non di rado mi è capitato di notare loughi, molto più spesso edifici, decisamente interessanti.
Tutti scoperti per caso girovagando per lavoro per le vie, spesso anonime, lontane dai clamori dal centro.
Uno di questi posti è un condominio dalla forma particolare, che si trova in via Gavirate, zona S.Siro, non lontano da Piazzale Lotto.

Nonostante il mio mezzo da lavoro sia fornito di regolare permesso per entrare nei parchi e giardini pubblici della città, talvolta risulta difficile posteggiare la macchina e poter poi recarsi alla località dove eseguire il rilievo.
Mi trovavo un giorno in via Gavirate alla ricerca di un posteggio dovendomi recare in una piazzetta lungo la via rinchiusa entro inespugnabili recinzioni da cantiere e inaccessibile.
Dopo qualche avanti e indietro sulla via , parecchio trafficata, trovato un buco, lascio la macchina.
Mentre toglievo gli strumenti dal bagagliaio mi accorsi alzando la testa di questo condominio, poco distante, con una forma che mi apparve subito strana. La prospettiva non mi aiutava e così feci due passi fino all’ingresso.
Bella sorpresa, un palazzo dalla forma circolare, tre piani.
Uh, ancora più strano mi accorgo che ce ne sono altri due attaccati.
Diedi Una bella occhiata dalla strada prima di recarmi sul posto oggetto del mio loro.

Come spesso mi accade ogniqualvolta scopro qualcosa di curioso a livello di edifici, toponomastica o luoghi in generale al rientro in ufficio mi scateno in ricerche via computer, e quale sorpresa!
Si tratta della Casa a tre cilindri, opera nientemeno che dell’architetto Angelo Mangiarotti (in collaborazione con il collega Bruno Morassutti), uno dei più famosi, celebrati (un po' ovunque) e soprattutto influenti architetti italiani del XX secolo.
La sua opera non si è limitata comunque alla progettazione edile, ma ha spaziato in altri campi dall’urbanistica al design: un gigante del nostro tempo,almeno per me, viste le affinità (diciamo così) lavorative.

Il complesso è costituito da tre edifici a pianta rotonda a tre piani fuori terra e venne realizzato in circa tre anni tra il 1956 e il 1959. In sede progettuale Mangiarotti dovette confrontarsi con diversi temi: la richiesta della committenza, una cooperativa di funzionari statali, che richiese appartamenti ampi, ben illuminati ed indipendenti tra loro. Altri temi furono le norme urbanistiche del tempo, piuttosto restrittive, il contesto circostante di palazzine basse inserite in giardini e la forma del lotto, un trapezio irregolare che poneva quesiti sulle forme in relazione alle distanze dai confini.

Maturò così l’originale idea di un condominio costituito da tre edifici cilindrici, legati tra loro da un corpo di fabbrica centrale a vetrate che contiene le scale e l’ascensore.
I cilindri si trovano ai vertici di un triangolo (credo) equilatero, inserito in un bel giardino verde, hanno un diametro di dodici metri e sono sorretti da una colonna centrale che lascia un vano aperto al piano terra in due dei tre cilindri, mentre nel terzo è stato ricavato l’appartamento del custode.
All’interno della colonna, che ha un diametro di 1,80m, c’è il vano per gli impianti. I cilindri si sviluppano su tre piani con un appartamento per piano. Sulla copertura, piana, troviamo realizzate tre terrazze con giardino pensile ai quali si accede dagli appartamenti dell’ultimo piano mediante scala a chiocciola.
La pianta di ogni piano consentì così la massima libertà di progettazione dei singoli appartamenti.
Si deve ragionare per settori di cerchio Questa caratteristica si riflette all’esterno dove le facciate appaiono costituite da moduli uguali nei quali si alternano finestre a tutta altezza o pannellature in legno a seconda della corrispondente ripartizione interna. Al centro di ogni pianta un vano di 4, metri di larghezza avvolge la colonna centrale creando il disimpegno ai vari ambienti per ciascun appartamento.

Il ricorso ad audaci strutture in c.a. , quali gli enormi solai a sbalzo e il pilone centrale, è fatto in maniera funzionale alla struttura, non fine a se stesso ed è chiaramente un approccio wrightiano alla progettazione. Probabilmente più dovuto al Morassutti che con il maestro americano ci aveva lavorato.
In conclusione, a mio parere, un’opera geniale, pur nell’ordinarietà della tipologia, o forse proprio per questo.
A testimonianza di un tempo e di un luogo, Milano, in cui in parecchi campi (questo in particolare) ancora si osava.

venerdì, febbraio 03, 2017

Calcutta Cup 1990



A cura di ALBERTO GALLETTI

A poco più di due settimane dall’inizio del Sei Nazioni uno sguardo indietro per cercare di dimenticare anche l’ultimo dei baluardi che resisteva alle insidie della modernizzazione, caduto in nome della modernizzazione, i due punti per la vittoria.
Il 17 marzo 1990, ancora in epoca non professionistica, Scozia e Inghilterra si incontrano a Murrayfield per l’incontro che vale l’intera stagione. Entrambe le squadre arrivano all’appuntamento con 6 punti in classifica, frutto di tre vittorie sulle altre tre concorrenti- L’incontro è valido quindi per la Calcutta Cup, la Triple Crown, e il Grande Slam e conseguente vittoria del torneo.
L’attesa per la partita è enorme.
La Calcutta Cup ha origine in India.
La prima venne disputata il giorno di Natale 1872 al Calcutta Cricket Club: due squadre da 20 giocatori, da un lato gli inglesi, dall’altro scozzesi, gallesi e irlandesi. La partita fu un tale successo che venne ripetuta la settimana seguente. Sulla scia dell’entusiasmo il Calcutta Football Club venne formato in quel lontano gennaio 1873.

Il Calcutta FC si iscrisse alla RFU (in patria nel 1874) e godette di buon successo in quei primi tempi, ma quando le consumazioni gratuite (comprese nella quota annuale) dovettero essere abolite, parecchi gentlemen cominciarono a guardare altrove in cerca di divertimento. Il club entrò in crisi e venne sciolto nel 1878. I membri furono comunque d’accordo di riuscire in qualche modo a perpetuarne il nome, e una volta ritirati i fondi rimanenti dalla banca, consegnarono le 270 rupie d’argento ad un gioielliere che le fuse creando una coppa. La coppa fu donata alla RFU con la clausola che venisse messa in palio annualmente.
La prima Calcutta Cup venne messa in palio per l’incontro Scozia-Inghilterra del 1879 che si tenne a Raeburn Place, Edimburgo il 30 marzo. Finì 1-1, la Scozia segnò un drop, l’Inghilterra un calcio.

L’incontro fu ripetuto l’anno dopo a Manchester, vinse l’Inghilterra che segnò 2 gol e 3 mete (non quelle che conosciamo oggi), contro un gol degli scozzesi. Da allora il trofeo si disputa annualmente a campi alternati, il trofeo è diventato il pilastro dell’ Home Championship prima, e del Cinque Nazioni poi.
Si arriva così dopo una storia secolare di incontri spesso leggendari allo scontro del marzo 1990.

Il clima intorno alla partita è reso incandescente dalla situazione politica interna del Regno Unito.
A ciò si aggiunse il fatto che l’ultraconservatrice federazione scozzese decise alla fine della stagione 1989, che God save the Queen non era più adatto come inno della nazionale scozzese di rugby e ai suoi tifosi. Fu deciso così di adottare la ballata popolare Flower of Scotland di Roy Williamson, dedicata alla vittoria di Bannockburn, a Londra ci fu più di un sopracciglio alzato.
Ben diverso era quello che gli inglesi avevano in serbo per i loro cugini.
La poll-tax stava per essere re-introdotta dal governo Thatcher per la prima volta dai tempi di Carlo II e sarebbe entrata in vigore quell’anno in Scozia prima di essere applicata sul resto del regno l’anno seguente.
Il clima di protesta e agitazione, già pericolosamente infiammato, peggiorò notevolmente in quei giorni a nord del Vallo Adriano. Il XV della rosa , capitanato dal pomposo Will Carling, simbolo delle classi agiate inglesi e della loro detestabile arroganza, fu visto anche come una sorta di avanguardia della signora Thatcher, inviate da Londra per opprimere gli orgogliosi scozzesi.
In realtà un stupidaggine in quanto il tallonatore inglese Moore, avvocato, ma di origine working class si era già dichiarato contrario alla poll-tax in maniera anche più esplicita degli stessi scozzesi.

In questo bel clima , fomentato dai giornali di ambo le sponde, si inquadra la partita, ultima del torneo, decisiva, chi vince piglia tutto, non era mai successo.
L’Inghilterra era parecchio favorita, una squadra fortissima (che ricordo bene), aveva fin lì dominato il torneo, segnando nove mete, contro le tre scozzesi fino a quel punto, inoltre furono molti gli errori degli scozzesi sui calci piazzati, mentre al contrario Hodgkinson per gli inglesi aveva già messo a segno 74 punti in quel torneo. Forte di un gioco con pochi punti deboli, un pack forte di gente coma Brian Moore in prima linea, i due poliziotti Ackford e Dooley in seconda linea, Winterbottom in terza, per non parlare di Rob Andrew in mediana e dei favolosi tre-quarti Carling al centro insieme al formidabile Guscott, Underwood all’ala e il maestro elementare Hodgkinson all’estremità del triangolo difensivo.
La Scozia si fece trovare pronta. Il coach della mischia Jim Telfer preparò i suoi bruti a suon di allenamenti durissimi, non ultimo quello del mercoledì precedente la partita dove sotto una pioggia torrenziale li costrinse a spostare blocchi di granito del peso di svariati quintali.
Un forte vento spazza il campo, l’Inghilterra fa il suo ingresso in campo accolta da ululati fischi e altri segni di ostilità, qualche minuto più tardi il capitano scozzese Sole guida i suoi fuori dallo spogliatoio, al passo, non di corsa, tra il tripudio della folla, con il chiaro intento di intimidire gli inglesi che per nulla turbati battono il calcio d’inizio. Chalmers manca un piazzato per la Scozia al 2’. All’ 8’ la mischia scozzese guidata dall’incontenibile Calder , e sospinta dal ruggito dei tifosi di casa, altamente infiammabile, sospinge gli inglesi all’indietro fino a quando questi si stappano per arrestarne l’avanzata, il calcio di punzione di Chalmers stavolta centra i pali: 3-0.
All’ 11’ uno sgambetto di Probyn, concede un'altra punizione alla Scozia, Chalmers fa ancora centro: 6-0.

Sul calcio d’inizio gli scozzesi pasticciano, gli inglesi capiscono che qualcosa non funziona nella ricezione delle ali in maglia blu e esplorano la situazione, la Scozia si salva in touche con qualche affanno. Al 15’mischia inglese, Hill serve Carling saltando l’apertura, Carling avanza e apre su Guscott al largo che finta Hastings e si invola magnificamente in meta.L’infallibile Hodgkinson questa volta sbaglia la trasformazione: 6-4.
Un incursione di Halliday, da mischia ordinata sul lato chiuso, viene sventata in extremis da Calder con un placcaggio provvidenziale.
Dopo la tempesta iniziale gli inglesi riguadagnano terreno.
Un altro calcio di punizione per l’Inghilterra viene messo in touche invece che tra i pali, arroganza inglese?
La mischia risultante crolla ripetutamente prima che i due piloni inglesi costringano il capitano scozzese Sole all’infrazione definitiva.
La mischia inglese ha il controllo del campo ora e gli scozzesi vi rimangono aggrappati con le unghie, l’arretramento è notevole. Una rimessa laterale sporcata dagli inglesi costa loro un calcio di punizione, Chalmers infila ancora i pali 9-4. L’Inghilterra è in svantaggio di cinque punti in una partita nella quale dovrebbe essere avanti se solo avessero piazzato le loro due punizioni. Sull’ultima punizione guadagnata dai bianchi allo scadere, Andrew calcia ancora nell’angolo, rimessa scozzese vinta, e prima che Armstrong liberi con un calcio l’arbitro fischia la fine del primo tempo.

Alla ripresa del gioco c’è apertura di Armstrong sull’out destro, Hastings riceve e calcia a seguire, nella rincorsa viene ostacolato da un inglese finendo fuori dal campo, ma sulla palla si avventa Stanger a razzo che cattura il rimbalzo entra in area e schiaccia in meta! 13-4, lo stadio impazzisce di gioia.
La reazione inglese produce solo un calcio di punizione trasformato da Hodgkinson al 57 che fissa il punteggio sul 13-7.
Al 61’ c’è un break di Guscott, messo giù, sull’in avanti mischia per la Scozia, Hastings di piede libera a fatica. Andrew ha preso il comando in cabina di regia e nel finale crea ogni sorta di pericolo per la retroguardia scozzese, aperture, calci in touche, up and under ma la difesa blu tiene. L’affanno produce altre due punizioni che Hodgkinson spedisce a lato. Negli ultimi 10 minuti Underwood prova in tutti i modi di sorprendere la difesa scozzese che , non senza affanni, riesce a contenere la formidabile ala inglese. L’ultima mischia inglese al limite dei 22 scozzesi porta ad una punizione, giocata alla mano nel tentativo ormai disperato di andare in meta, Jeffrey placca Carling e l’arbitro fischia la fine dell’incontro.

La Scozia ha vinto il Grande Slam del 1990!

Scene di tripudio sul campo, ridotto ad una palude, e sugli spalti dove la gioia dei tifosi di casa è irrefrenabile.
Sfavoriti da tutti prima dell’incontro, firmano una delle più grandi imprese nella storia del rugby, battendo una squadra più forte di loro nell’incontro più importante della stagione. Il capitano inglese Carling intervistato anni dopo disse ‘Mai giocato in un’atmosfera simile in vita mia, la passione dei tifosi e dei giocatori fu quel giorno qualcosa di veramente palpabile’. Per fortuna riuscìì a non perdere più a Murrayfield.
Fu il terzo Grande Slam per la Scozia dopo quelli del 1925 e del 1984.

Murrayfield, Edimburgo 31 Marzo 1990

Scozia 13-7 Inghilterra

Scozia: 15 G Hastings, 14 Stanger, 13 S Hastings, 12 Lineen, 11Tukalo; 10 Chalmers, 9 Armstrong; 1 Sole (C), 2 Milne, 3 Burnell; 4 Gray, 5 Cronin; 6 Jeffrey, 7 Calder, 8 White.

Inghilterra: 15 Hodgkinson, 14 Halliday, 13 Carling (C), 12 Guscott,11 Underwood; 10 Andrew, 9 Hill; 1 Rendall, 2 Moore, 3 Probyn; 4 Dooley, 5 Ackford; 6 Skinner, 7 Winterbottom, 8 Teague.

Arbitro: David Bishop (Nuova Zelanda)
Spettatori circa 70.000

mercoledì, febbraio 01, 2017

Coppa Italia dilettanti al Casteggio 1977



ALBERTO GALLETTI ci porta alla storica vittoria del Casteggio nella Coppa Italia dilettanti nel 1977.

Il 3 luglio 1977 allo stadio San Siro di Milano, si gioca l’ultima gara di una lunga stagione calcistica. In una calda serata estiva si trovano di fronte per la finale di Coppa Italia le due squadre della città meneghina.
Milan ed Inter reduci da un campionato anonimo hanno la possibilità di riscattarsi.
La gara é vinta dal Milan per 2 a 0, e assume anche altri aspetti importanti; segna infatti l’addio al calcio giocato di Sandro Mazzola bandiera per anni della sponda nerazzurra e l’ultima panchina di due icone del calcio milanese dei bei tempi andati : il “Paron” Nereo Rocco, chiamato in corsa a rianimare il diavolo e Beppe Chiappella , simbolo della Fiorentina sia come calciatore che come allenatore.

Chiappella é noto ad una parte degli sportivi pavesi per aver giocato a S.Cristina dopo essere sfollato da Milano in seguito ai bombardamenti e per aver militato nelle fila della Stradellina nell’immediato dopoguerra. La serata assume grande significato per il movimento calcistico pavese inoltre, perché come prologo al derby Inter-Milan è in programma la finale della Coppa Italia Dilettanti tra Casteggio FBC e Sangiuseppese di Sangiuseppe Vesuviano paese alle porte di Napoli.
La manifestazione istituita a partire dalla stagione 1966/67 si disputò ogni anno, fino alla stagione 1980/81, tra le squadre partecipanti al Campionato di Promozione, il massimo livello regionale di allora, di tutta la nazione.
Se è vero che la vittoria in campionato garantiva l’accesso alla serie D , è anche vero che le competizioni si fermavano a livello locale, mentre la Coppa dava la possibilità alle partecipanti di misurarsi in ambito nazionale: 256 squadre si presentarono ai nastri di partenza di quella stagione, che si rivelò poi indimenticabile per i colori gialloblù casteggiani.

La gara prese il via sul tardo pomeriggio nella gran calura di S.Siro . L’evento aveva contagiato un po tutti a Casteggio e oltre 1.500 tra tifosi, semplici appassionati e altri unitisi per l’occasione seguirono la squadra a Milano.
Dopo aver eliminato il forte Contarina in semifinale la domenica precedente, i gialloblu oltrepadani si presentarono all’appuntamento finale se non proprio favoriti , sicuramente consci di avere buone chances. Difatti sin fin dall’avvio la supremazia del Casteggio apparve netta, ben disposti in campo i giocatori di Filini fanno valere la loro superiorità tecnica e una migliore condizione fisica.
Nella prima frazione di gioco si contano tre clamorose occasioni da rete fallite di un soffio, da Rebecchi al 21’, Fratus al 33’, Gravellone al 43’ oltre al palo di Rebecchi in chiusura di tempo al 45’, si va al riposo sullo 0-0.

Alla ripresa del gioco il Casteggio continua a macinare gioco, e questa volta riesce anche a fare centro con Gravellone che incorna di testa, saltando più alto di tutti, una punizione a spiovere di Scodeggio.
La Sangiuseppese, fino a quel momento letargica, non ci stà e prova a reagire. Abbozza un forcing che costringe il Casteggio ad indietreggiare fino al limite dell’area dove, sotto il comando di un eccellente Cristina, si difende con ordine. La compagine napoletana è generosa nell’impegno ma non riesce a penetrare, Argentino sbaglia la conclusione al 63’, poi c’è un salvataggio in extremis di Carena al 77’, poco altro.
Al 79’ l’allenatore Filini inseriva il giovane Scotti per l’acciaccato e sfinito Rebecchi con l’intento di alleggerire la pressione dalla retroguardia. La mossa si rivelerà azzeccata, il nuovo entrato crea un paio di occasioni combinando con Scodeggio all’82 e al 87’ prima di chiudere i conti all’88’ dopo un’azione personale conclusa da un forte tiro diagonale da posizione angolata. Il gol giunge come una liberazione per i giocatori e i loro sostenitori, fino a quel momento in apprensione per l’esiguo vantaggio con la squadra sotto pressione. Il fischio finale dell’arbitro Betti sancisce il trionfo del FBC Casteggio, una delle più gloriose compagini dilettantistiche del panorama pavese.

I giocatori esultano, si abbracciano la loro gioia è grande e tutti i componenti della panchina si riversano in campo trionfanti. Le prestigiose mani del presidente federale Carraro e del presidente della Lega Dilettanti Artemio Franchi (futuro presidente UEFA), consegnano l’enorme coppa d’argento al capitano Cristiani che la alza al cielo in direzione dei supporters assiepati dietro la porta e continuano nel loro incessante CA-STEG- GIO CA-STEG-GIO che ha sorretto gli undici gialloblu durante tutta la gara e che si è ora trasformato in un coro vittorioso. Le foto il giro di campo della squadra che mostra la coppa al pubblico milanese, valutabile adesso in quasi 50mila unità, che applaude con grande simpatia ai vincitori nell’attesa dell’evento maggiore. Una gioia grandissima.

Un’impresa epica, ormai avvolta nel velo mitizzante del tempo passato ma che riempì di orgoglio la cittadina oltrepadana, la sua società calcistica dirigenti tecnici e calciatori, e la popolazione coinvolta in un’insolita avventura che si concluse vittoriosamente sul più prestigioso palcoscenico calcistico nazionale, oltre che naturalmente il movimento calcistico pavese, dilettantistico e non.

Milano, Stadio S.Siro 3 luglio 1977
Coppa Italia Dilettanti: Finale
FBC Casteggio 2-0 Sangiuseppese
FBC Casteggio: Branduardi, Gruppi, Carena, Cristiani, Panizza, Cristina, Gravellone, Negri, Fratus, Rebecchi (79’ Scotti), Scodeggio. All. Filini
Sangiuseppese: Marrazzo, Yazevoli, Cassase, Areniello, Carbone, Pelagione, Schettino, Esposito (46’ Palma), Argentino, D’Ambruoso, Pietrobono. All. Del Giudice
Arbitro: Sig. Betti di Siena
Reti: 54’ Gravellone (C), 88’ Scotti (C).

Si tratta ad oggi dell’unico trofeo nazionale presente nella bacheca di una formazione della provincia di Pavia, sia essa dilettantistica o professionistica.

Per parlarci di quello che fu, e tuttora rimane, il migliore risultato di una squadra dilettanti della provincia di Pavia , ospitiamo in questa pagina Armando Cristiani, protagonista , nonché capitano di quel Casteggio in cui copriva il ruolo di mediano.

Buongiorno Armando, il prossimo anno ricorrerà il 40° anniversario della famosa vittoria del FBC Casteggio nella Coppa Italia Dilettanti, che posto ha questo avvenimento nella sua memoria e che posto ha avuto nella sua vita negli anni a seguire?

Fu una grande impresa, un impresa impensabile.
Eravamo una grande squadra, un grande gruppo. E’ stata sicuramente la cosa migliore che mi sia capitata nel calcio.

Ci illustra brevemente la sua carriera calcistica?
Si, ho cominciato a quattordici anni con la squadra del Copiano, pi sono passato al Pavia dove ho fatto la trafila allievi, Juniores fino all’esordio in prima squadra , allora in serie D.
Viste le non floride condizioni economiche del club fui ceduto al Casteggio dove rimasi per sei stagioni. Chiusi a Broni (tre anni) , smisi a 31 anni a seguito di un infortunio al ginocchio.

Come eravate giunti a disputare la finale? E’ passato tanto tempo, ricordo due partite durissime contro il Fucecchio, specialmente quella in Toscana. In semifinale ci toccò il Contarina, provincia di Rovigo, vincemmo l’andata in casa loro 1-0. Il ritorno a Casteggio fu qualcosa di fenomenale: arrivammo al campo un’ora prima della partita e lo stadio era strapieno, gremitissimo, almeno tremila spettatori, più pieno non si poteva. La vittoria e il conseguente passaggio in finale fu un autentico trionfo.

Che tipo di squadra eravate? Come eravate schierati? Chi era il vostro giocatore migliore?
Eravamo una squadra la cui forza era senz’altro il collettivo. Eravamo un grande gruppo, tanti amici anche fuori dal campo e il coinvolgimento verso i pochi che venivano da più lontano era molto forte.
Non c’erano stelle o giocatori con atteggiamenti superiori, alcuni giocatori forti si, penso a Rebecchi , Scodeggio, Gravellone colpitore di testa eccezionale e Negri che aveva fatto le giovanili al Milan.
Ma senz’altro la vera forza di quel Casteggio era il gruppo.

Lei che ruolo aveva? Mediano.
Ero l’uomo di fatica a centrocampo ed anche il capitano della squadra n.4 classico, facevo coppia con Negri n.8 che invece era il regista della squadra e sapeva distribuire palloni benissimo.

Ci parla del vostro allenatore?
Filini era un amico più che un’allenatore.
Ovviamente le scelte le faceva lui ma ha sempre cercato di non snaturare la squadra facendola giocare secondo le caratteristiche dei giocatori senza voler imporre schemi o sistemi a tutti i costi.
Il suo più grande merito fu senz’altro quello di gestire al meglio il gruppo mantenendo l’armonia .

Sapevate fin dall’inizio che la finale si sarebbe giocata a S.Siro prima della finale di Coppa Italia?
Sapevamo che la nostra finale si sarebbe giocata prima della finale della Coppa Italia professionisti e la sede designata era lo Stadio Olimpico a Roma.
La qualificazione alla finale delle due squadre milanesi fece si che entrambe le finali furono spostate allo stadio di S. Siro.

Come si presentava lo stadio al vostro ingresso in campo, fu emozionante?
Personalmente non ero molto agitato, che la partita fosse importantissima lo sapevo, ma la notte precedente la partita dormii tranquillamente.
Quando entrammo in campo non ero molto emozionato, concentrato si, ma non pensavo di essere a San Siro, ma in un campo qualsiasi, tra l’altro quando cominciammo non cerano più di 5mila spettatori.
Lo stadio andò riempendosi via via che la gara continuava, ma non ci facemmo caso ovviamente, alla fine invece si ci rendemmo conto di quanto grande fosse quell’evento in realtà.

Che tipo di avversario era la Sangiuseppese?
C’era differenza nel modo di giocare tra una squadra di Napoli e una Lombarda?
C’era differenza nell’atteggiamento e nella disciplina ed educazione dei giocatori? Fu un contesto contrassegnato dalla sportività o ci furono problemi?

Erano certamente una buona squadra, ma noi eravamo senz’altro più forti. Quell’anno in Coppa Italia disputammo solo partite eccezionali.
Come impostazione di squadra erano simili a noi, marcature a uomo a centrocampo e in difesa, un fantasista e due attaccanti, più o meno come tutte le squadre di quel livello a quel tempo.
Per quel che riguarda l’atteggiamento dei giocatori devo dirvi che non vi fu nessun tipo di problema, fu un incontro correttissimo, e decisamente sportivo,nessun problema con gli avversari, ragazzi a posto. Non so come fossero quando giocavano in casa, ovviamente eravamo in campo neutro.

Il risultato dice 2-0 per il Casteggio, punteggio netto, fu così anche l’andamento della gara?
Ci fu da sudare, faceva caldo, ma fu una vittoria agevole altre squadre ci avevano fatto sudare decisamente di più .
v Come avvenne la premiazione? Chi consegno la Coppa?
Fu emozionantissimo, il brivido lungo la schiena lo ricordo ancora adesso, lo stadio era ormai quasi pieno c’erano cinquantamila persone . Il pubblico di Milano aveva parteggiato per noi durante la partita e il boato che ci fu quando alzai la coppa resta indimenticabile, il ricordo più netto della giornata.
Un velo di emozione avvolge la risposta, se è vero che quel giorno Armando non si emozionò più di tanto è altrettanto vero che oggi, a distanza di tempo, nel ricordare quella giornata una leggera incrinatura della voce ne tradisce l’emozione.

Quanti tifosi seguirono la squadra a Milano?
Quasi duemila persone, si può dire che c’era tutta Casteggio quel giorno, ci sostennero per tutto l’incontro. Man mano che poi lo stadio si riempiva il tifo dei milanesi era praticamente tutto per noi, visto che eravamo per così dire del posto.

Riusciste ad avere contatti con i giocatori di Inter e Milan, a scambiare due parole e qualche opinione o non ci fu nessun contatto? Si quando rientrammo loro stavano facendo riscaldamento.
Ci salutarono e si complimentarono, ovviamente fini lì perché loro si stavano preparando alla loro finale, ma fu molto bello. Negri poi, il nostro compagno, aveva fatto le giovanili al Milan ed era stato qualche volta convocato in prima squadra e li conosceva tutti, così ce li presentò un po.

Quale tipo di accoglienza fu riservato alla squadra al rientro a Casteggio? Vi sentiste protagonisti di un evento (sportivamente) straordinario?
Quando rientrammo la Piazza era strapiena, c’era tutta la città, fu una festa incredibile.

Chiudeste il campionato a tre lunghezze dal Pavia e a due dalla Soresinese, rimpianti per aver mancato una promozione alla serie D, era l’obiettivo stagionale?

Noi a Casteggio partivamo ogni anno per vincere il campionato, durante la mia permanenza penso di non essere mai finito al di sotto del quinto posto. Fummo imbattuti durante il girone di ritorno, ma una partenza non brillante ci aveva già distanziato dal Pavia, rimanemmo distaccati, ma anche sull’onda delle prestazioni in Coppa facemmo un grande girone di ritorno che chiudemmo imbattuti che tuttavia non bastò per arrivare primi. Non ci furono comunque grandi rimpianti, fu una grande annata, una di quelle in cui tutto ti va bene, far di più onestamente non so.

Come andò la Coppa Italia dell’anno successivo?
Non molto bene, fummo eliminati quasi subito, mi pare ancora nella fase regionale, pur giocando bene.
Sapevate della Coppa Barassi (1) da disputarsi contro una squadra inglese?
Eh si, adesso che me lo ricordi si .
Fu un vero peccato che il torneo venne abolito proprio quell’anno, la prospettiva di andare a giocarsi una coppa in Inghilterra era davvero fantastica, si a ben ricordare un po di delusione ci fu.

(1) Competizione ufficiale disputata tra il 1968 e il 1976. Organizzata dalle federazioni italiana ed inglese sotto il patrocinio UEFA, si disputava in partite di andata e ritorno tra la vincente della Coppa Italia Dilettanti e la vincente della Coppa d'Inghilterra dilettanti (1968-74) o della Seconda Divisione dell'Isthmian League (1975-76). Nel 1976 la coppa venne definitivamente sospesa.

Purtroppo la società Casteggio FBC 1898, non esiste più, perlomeno quella per cui vinceste la Coppa Italia, vittima di due fusioni. E’ stata poi riformata ricominciando dalla terza categoria e oggi gioca in Promozione. Qual è il suo punto di vista?

Non mi piace proprio, è una triste realtà. A quei tempi la partita più importante della stagione era quella contro la Vogherese, perfino più di quella contro il Pavia. I tifosi volevano vincere quella partita, naturalmente anche sul fronte opposto, ed erano sempre partite accesissime in campo e sugli spalti, sebbene non sconfinassero mai in episodi di violenza. Pensare che oggi ci sia una squadra sola per quattro città (Broni e Stradella le altre due) è (calcisticamente) doloroso, non mi sorprende il fatto che sia il Voghera che il Casteggio siano stati rifondati.

E’ ancora in contatto con qualche suo compagno di allora?
Si guarda caso proprio lunedì sera faremo una cena con il gruppo forte 7/8 di quella squadra. Ci troviamo ancora un paio di volte l’anno. A conferma che quella squadra era davvero un grande gruppo, amicizie nate nello spogliatoio di quel Casteggio sono vive ancora oggi.

Qualcuno di loro fece poi carriera in serie superiori?
No, eravamo tutti giocatori tra i 27 e i 30 anni nel pieno della carriera, il nostro livello era ormai quello.
Negri era già stato al Milan e Branduardi, il portiere, aveva giocato in A col Catania , no nessuno progredì da quella situazione, eravamo un gruppo di giocatori di categoria nel pieno della maturità.

Grazie della disponibilità
Grazie a voi mi ha fatto proprio piacere.

Si chiude qui la nostra chiacchierata.
Armando Cristiani è stato protagonista, insieme ai compagni di squadra, di un’impresa che non ha più avuto uguali nella storia del calcio pavese. Altri tempi, d’accordo, ma forse proprio per questo quella vittoria rimane scolpita nell’immaginario di chi, come chi scrive, ha vissuto il calcio semplice di quei giorni, un calcio i cui protagonisti erano prima di tutto se stessi e poi giocatori ed in questo per nulla diversi da chi li seguiva. Un calcio che regalava gioie e delusioni, ma comunque sempre emozioni, così lontano dall’ambiente spesso avvelenato e senz’altro invadente del calcio di oggi.
Un calcio che aveva storie da raccontare.

martedì, gennaio 31, 2017

Altri mondi, Est, Est, Est





A cura di CLODOALDO

In uscita sul prossimo numero di Sport-Box.

EST
Il 1989 è una data fondamentale per la storia dell’ Europa e quindi per il mondo.
A fine anno cade il Muro di Berlino e con esso si dissolve nel nulla quella che fu chiamata Cortina di Ferro , o più semplicemente Est Europa. Essa naturalmente non scomparirà geograficamente, ma, culturalmente, socialmente, economicamente e politicamente i paesi dell’ex Patto di Varsavia cambieranno fisionomia per sempre e, probabilmente, dopo più di 5 lustri si può affermare che ciò non sempre abbia portato miglioramenti nelle società post comuniste.

Il 1989 è l’ultimo anno in cui un viaggio verso Est , nei paesi del socialismo reale, assume un carattere didascalico, nella misura in cui si riescono ancora a collegare immagini , sensazioni, profumi ed impressioni che solo in quei luoghi e fino a quella data furono presenti.
Certamente sono lontani i tempi pioneristici di chi, negli anni settanta , dopo viaggi che duravano almeno due giorni, si spingeva fino alle spiagge romene del Mar Nero (anzi i più temerari fino a quelle bulgare), ma ancora, a fine anni ottanta, programmare un viaggio oltrecortina non risultava poi così semplice.

Abituati ormai alla tecnologia ( Internet, Tom-Tom, Tripadvisor, Via Michelin, ecc.ecc.) ed ai voli Low Cost, risulta difficile immaginare che per certe mete , neppure troppo remote, l’unico supporto fosse allora l’Agenzia viaggi. Il fai da te rimaneva quanto meno un azzardo, soprattutto spostandosi verso i paesi dell’Est, luoghi sicuramente a prezzi contenuti, ma difficili. Di contro la nostra Lira in quelle regioni assurgeva a ruolo di moneta forte e la proverbiale generosità dell’italiano medio all’estero, garantiva la risoluzione di infinite problematiche ben più che l’integerrimo comportamento di tedeschi e nord europei. ( soprattutto ai confini e nelle dogane).

Una volta scelto il fai da te ed il mezzo di trasporto ( l’auto, naturalmente), rimaneva da decidere la destinazione.
Praga è sempre stata la meta più gettonata, era, ed è tuttora, la perla dell’Est Europa; città di una bellezza struggente, ma troppo mitteleuropea, troppo Asburgica dentro e fuori, troppo austera.
La Polonia , soprattutto Cracovia, grazie a Wojtyla era troppo inflazionata e meta di un turismo religioso fin troppo ostentato. Fermo restando che per luoghi più complicati come Mosca, Leningrado, la Transilvania, il delta del Danubio o le città baltiche erano necessari sia più giorni a disposizione che una certa preparazione, un solo luogo rimaneva a disposizione di chi volesse “ sentirsi” l’Est addosso : Budapest.

La capitale magiara era la vera porta d’oriente: le colline di Buda l’ultimo avamposto imperiale e la piana di Pest uno spazio aperto verso la steppa Sovietica , senza soluzione di continuità, fino agli Urali. Da sempre terra di confine, di conflitti tra Ottomani ed Asburgo e capitale di quell’impero multirazziale che fu l’Austria-Ungheria, la capitale magiara riassume in sé un crogiuolo di culture che vanno dal caffè letterario ai bagni turchi.

Inoltre per gli amanti del calcio, Budapest e l’Ungheria, rappresentano la “summa” del movimento Danubiano, nato nell’Austria negli anni venti , progredito nella Cecoslovacchia degli anni trenta ed esploso in terra magiara appena prima e soprattutto dopo la II Guerra Mondiale.
Nomi come Sarosi, Veisz, Erbstein, a molti non dicono nulla, ma furono alla base del calcio moderno come lo intendiamo noi, al di fuori dall’Inghilterra, e, senza di loro, l’epopea della grande Ungheria, l’Aranycsapat di Puskas, Hidegkuti, Kocsis, probabilmente non sarebbe esistita.
Budapest quindi la meta, l’itinerario da seguire invece, da sempre, fonte di contrasto. La maggioranza dei viaggiatori che già erano stata sul posto, proponeva il più veloce , semplice ma oneroso passaggio dall’Austria, via Tarvisio, Klagenfurt, Graz per entrare poi in Ungheria da Kormend e via di filato verso la capitale.
Era la direttrice preferita da Austriaci del sud e dell’ovest e dai Bavaresi, gente con poco tempo e molta fretta per cui il viaggio è succube della destinazione. Nulla a che vedere invece con il più romantico e difficoltoso attraversamento del nord della Jugoslavia, rotta preferita da sempre da camionisti veneti e friulani ( doganieri più morbidi e locandiere più affabili!) ricca di notevoli spunti naturalistici e paesaggistici, per il quale era necessario mettere in conto un viaggio tra le 14 e 15 ore , pesante forse, ma assolutamente gratificante.

I più fortunati erano muniti di cartina Touring , gli altri si accontentavano dell’Atlante geografico De Agostini , tutti si partiva sulla scorta di fantastici racconti di cugini od amici più grandi che parlavano di Mamaia o Praga , di Budapest o Timisoara come fossero il Catai di Marco Polo e delle meravigliose donne danubiano-balcaniche come fossero gheise giapponesi; raccontavano di coprifuoco, oscuramento, di militari e spie come nei romanzi di Follett o Forsythe. Racconti fantasiosi più che fantastici, ma noi non lo sapevamo ancora.

EST, EST
Di solito si snobbava Trieste e, per entrare in territorio jugoslavo, si passava da Gorizia dove le formalità doganali erano più spicce anche se la sensazione di confine tra due mondi era palpabile: torrette, garitte, filo spinato, sbarre e percorso a zig-zag nella terra di nessuno, controlli precisi anche se non pedanti.

A questo punto , lasciata l’Italia in direzione Postumia, dopo pochi chilometri si aveva veramente la sensazione di entrare in un’altra realtà. Scomparsa subito la lingua italiana nonostante la vicinanza del confine, facevano mostra di sé villaggi di campagna come si vedevano nelle vecchie cartoline in bianco e nero degli anni cinquanta, lasciando un senso di dignitosa ma dimessa vita di comunità rurale. In seguito dopo Postumia, verso Lubiana, tra colline carsiche ricche di vegetazione, sulle rare strade a doppia corsia, i Bife , sorta di autogrill/locanda del posto, offrivano selvaggina , formaggi e l’immancabile Lasko , la birra nazionale slovena, in ambienti che richiamavano le osterie dei nostri nonni.
Incominciavi presto a capire perché ci sarebbero volute così tante ore quando ti ritrovavi dietro a qualche camion cecoslovacco e bulgaro carico di legname impossibile da superare, allora il viaggio diventava vacanza e la pausa una necessità ed un piacere. Questa parte di Slovenia è il regno della pesca sportiva con la mosca e gli italiani sono tuttora molto presenti, ai tempi era anche zona di caccia purtroppo poco regolamentata e gradita ai nostri connazionali. Ancora dopo la capitale slovena sulla statale per Maribor, si incontrava in inverno qualche rara auto con la (I) che saliva verso le convenientissime piste slovene, ma nessuno negli altri periodi dell’anno se non qualche Tir che veniva salutato come se non si vedessero italiani da decenni!

A Slovenska Bystrica si piegava verso destra e dopo la bellissima Ptuj , adagiata sulla Drava , ci attendevano 80 km di pianura ondulata in puro stile steppa russa. Villaggi sparsi e rari , una sola cittadina Cacovec , e campagna a perdita d’occhio. Qui veramente si sentiva l’aria di confine e di frontiera e nonostante tutto, poteva capitare di fermarsi per una birra su una collinetta nei pressi di una scuola superiore e capire perché i mostri sacri della pallacanestro europea fossero jugoslavi. Quando già da noi imperava la tattica più sfrenata, al confine jugoslavo/magiaro ragazzi che davano del tu al pallone da basket, tiravano incessantemente a canestro da ogni posizione e giocavano, inconsapevoli, all’americana, uno contro uno fregandosene di zone, zone miste ed altre diavolerie, con giovani professori che si misuravano con loro senza interrompere, se non per spiegazioni tecniche,il flusso del gioco, il tutto in una scuola sperduta nel nord della Croazia , a chilometri da Zagabria o Belgrado ed a migliaia di chilometri dalla sognata NBA.

Dopo Hodosan la macchia scura degli olmi che costeggiano la Mur, sono il segnale del confine ungherese, a Gorican ( ironia del destino) si lasciava la Jugoslavia e si percorreva un chilometro in terra di transizione fino alla dogana di Letenye appena aldilà del fiume.
Ora per chi non avesse mai affrontato una frontiera stradale ad Est, bisogna chiarire che il visto sul passaporto era reperibile solo all’ambasciata a Roma ( il consolato di Milano apponeva visti solo per i viaggi aerei) oppure nelle dogane al confine. I neofiti ( ed i tedeschi) arrivavano in frontiera con l’idea e la pretesa che tutto si risolvesse in pochi minuti e quando questo puntualmente non accadeva incominciavano a protestare ed innervosirsi…errore fatale con i funzionari ed i frontalieri del luogo! Quello che poteva risolversi in 40 minuti, se si era fortunati, richiedeva dalle tre alle quattro ore con relativa minuziosa ispezione dell’auto, ricontrollo estenuante dei documenti e richieste in lingua locale: il magiaro che, come il finlandese e l’estone, è lingua asiatica non indoeuropea , per cui assolutamente incomprensibile. Quindi trovare un’altra auto italiana ferma in piazzola ed addirittura un’ auto targata Pavia poteva essere di conforto soprattutto quando entrati negli uffici per il visto vedevi i pavesi in questione bere apricot brandy in compagnia del comandante della stazione. Il turista italiano si riconosceva a distanze siderali quindi subito si veniva apostrofati nella nostra lingua, scoprirsi dello stesso luogo in certi casi è utile e piacevole. Le formalità doganali si possono svolgere in un’oretta al costo di una stecca di Marlboro ed inoltre viaggiatori esperti di frontiera possono dare indicazioni utili per il viaggio, ristoranti ed hotel per il soggiorno

..Visto Ungherese per il transito automobilistico Travel Ceque , al tempo la più sicura fonte di pagamento all’ estero.
Si spiega allora come si possa finire a Siofok, sul lago Balaton , nell’Hotel della televisione magiara invece di arrivare a Budapest di notte evitando così il rischio di dormire in auto.
Siofok, ora turisticamente frequentatissima, ai tempi era un tranquillo paesone con cottage sulle rive del lago , qualche albergo stile sovietico, ottimi ristorantini di pesce , una vecchia ferrovia che collegava Budapest a Trieste ed un piccolo imbarcadero pieno di barche a vela e nessun motoscafo essendo il Balaton un lago laminare come il Trasimeno con acque bassissime e calde.
Ferrovia Budapest - Trieste nei pressi di Siofok con locomotiva a vapore ancora attiva

EST, EST, EST Il 3 maggio 1989 l’albergo della MTV non è deserto come ci avevano descritto gli amici in frontiera, anzi c’è una certa agitazione: gente con taccuini, qualche vecchia telecamera e persone con sciarpe bianco verdi. Per un patito di calcio è lecito pensare che il bianco verde ungherese si chiami Ferencvaros, come è altrettanto lecito chiedersi cosa ci faccia a Siofok la pluridecorata squadra di Budapest. Quindi, una volta preso possesso di una suite al sesto piano per la cifra irrisoria di 100 Forint ( le vecchie 15.000 lire di allora) e lasciata l’altra metà della famiglia a godersi una vasca calda, è logico che il patito di calcio cerchi di capirne di più.

La cosa più semplice è seguire i tipi con le sciarpe che dopo una buona scorta di birra si recano in quello che sembra un campo da gioco malamente illuminato. A questo punto l’agitazione per una probabile gara del Ferencvaros in patria da raccontare agli amici incomincia ad aumentare fino alla doppia porta in legno dello “ stadio “ del Siofok . Il complesso ha un ingresso stile cascina lombarda, ma effettivamente ci sono tribune in legno sui tre lati e collinette terrazzate in terra battuta sugli angoli delle curve che richiamano vagamente le “terraces” inglesi.

Naturalmente non si capisce un accidenti di quello che dice l’altoparlante gracchiante, né di ciò che è scritto sul manifesto esposto all’entrata, se non, che per la Magyar Kup, alle 21 il Siofok non incontra il mitico Ferencvaros, ma un certo Domsodi SE.
Delusione cocente!
Ma visto che ormai la curiosità ha preso il sopravvento, non rimane che entrare per vedere cosa promette lo spettacolo. Con 50 Forint si sale in tribuna premium, cioè una gradinata tipo quella di Torre d’Isola, riservata ai pochi che possono permettersi il biglietto.
I tifosi bianco verdi sfilano a destra mentre a sinistra si vede un a massa rossoblu con fumogeni stile carnevale e bidoni del Dixan ( letteralmente) usati come tamburi : gli ultras locali. Il terreno è perfetto , ma l’illuminazione sembra quella di un nostro oratorio anni 70, sui corner ci sono decisi angoli bui, incomincia ad affluire gente e qualche ungherese osserva il personaggio sconosciuto in tribuna.

Biglietto tribuna Vip !!

Ora, quando si conosce una sola parola locale : Olasz , non si pensa che pronunciata a mo’ di giustificazione per la propria presenza, scateni una simpatica reazione a catena. Invece almeno una decina di persone sembrano interessati, anzi un vecchietto incomincia a battere la mani esclamando Olaszorsag! scodella a memoria,mangiandosi le vocali: Zoff,Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati e via via la nazionale di Bearzot e dopo una bella pacca sulla spalla, anche altri in tribuna sono ormai coinvolti. Chi storpia la Juve del Trap chi l’Inter del mago, i magiari dicono tutto ciò che passa loro per la mente da Zenga a Meroni…sbalorditivo!! La situazione è surreale , probabilmente non c’è mai stato un italiano su quel campo. L’ottantenne di prima ci riprova con le formazione della finale del 38 , gli ungheresi ammiccano ma tra i pochi nomi che si capiscono ci sono Piola e Meazza, ma poi chiede silenzio intorno ed inizia con la filastrocca calcistica più famosa del calcio italiano: Bacigalupo, Ballarin Maroso e stavolta in italiano perfetto, non ne sbaglia uno , roba da pelle d’oca!! e si sofferma sul nome Erbstein indicando il campo con la mano che non capisci se intende dire che Erbstein sia di lì, abbia giocato su quel campo o se intende semplicemente dire che fosse ungherese. Nel frattempo lo stadio si è riempito a metà ( alla fine circa 2.000 spettatori), i verdi sono in un bel numero, i locali fanno un baccano da fiera, dal bar salgono due dozzine di birre e l’italiano è gradito ospite.

Alle 21 fanno i loro ingresso in campo le due squadre, vestono divise incredibili: ospiti in Bianco Verde acrilico stile Avellino anni 80 , Siofoki in riquadroni rossoblu scurissimo di lanetta con i lacci sotto il collo come un Genoa od un Cagliari anni 60. Inizia l’incontro ed i locali sono nettamente padroni del campo, hanno un satanasso di centravanti e già all’intervallo conducono 2-0, la cosa sembra scontata e non crea alcun problema tra i verdi, anzi. Nel frattempo una processione dalle curve si dirige verso il bar sotto la tribuna , da cui escono tazze fumanti di gulasch e vaschette di carpa del Balaton con patate. Certamente e’ corsa voce di uno straniero in tribuna poiché tutti ,passando, guardano verso l’alto incuriositi.
Ad inizio ripresa il Domsodi attacca in forze e generosamente , ma è solo sul 5-0 che riesce a segnare il goal della bandiera. Da notare l’assoluta mancanza di forze dell’ordine all’interno dell’impianto , c’è da chiedersi se il regime di suo bastasse a mantenere la calma in queste situazioni; considerate le frange violente degli anni successivi viene da pensare fosse così.

Il rientro in hotel è forzatamente a tappe, i nuovi amici obbligano l’Italiano a seguirli nei rari locali aperti e dove si vende solo birra.
In definitiva i tifosi più felici sembrano essere quelli ospiti. In albergo però scatta la caccia ad un qualsiasi giornale che permetta di capirci qualcosa e finalmente si comprende che l’incontro era il ritorno dei quarti di finale della coppa nazionale ( gara già decisa all’andata) e che Domsod è un paese di 6.000 abitanti a sud della capitale e milita in terza serie, ma in coppa ha eliminato a sorpresa il Beckescsaba e la mitica MTK , entrambe compagini della massima serie. Il Siofoki Baniasz SE invece milita in serie A e la settimana prima ha seppellito il Vasas 4-1, non una roba da niente. Certo che vista da fuori, considerando i paesi di provincia sarebbe come a dire Stradella- Belgioioso in coppa Italia professionisti. Alla settima birra con la mente offuscata è doveroso prendere congedo, i saluti ed i commenti si sprecano , ma il loro significato rimane del tutto ignoto.

Il mattino seguente, durante la colazione rigorosamente all’ungherese ( roba che non si può fare per tre giorni di seguito), ci si accorge che non solo i tifosi ma tutto il team di Domsod ha soggiornato in hotel e fa quasi tenerezza vedere le borse in plasticona adidas e sei/sette corriere ( non pullman) pronte a riportare a casa l’allegra brigata.
Gli italiani ripartono e sulla superstrada sorpassano strombazzando i torpedoni che ricambiano,, trascorsi cento chilometri e dopo aver aggirato il sobborgo di Budaors e la collina della Cittadella vengono accolti dalla bianca mole dello Erszbet Hid , il ponte Elisabetta che li invita in città, ma questa è un’altra storia , un’altra volta.

Ndr. Quindici giorni più tardi scenderà veramente sul Balaton il Ferencvaros e, davanti a 13.500 persone ( dove le avranno messe?),tuttora record dello stadio, il Siofoki vincerà 2- 1 con una grande rimonta.
Al ritorno i bianco verdi trionferanno 3-0 ma perderanno la finale al Nep Stadion contro l’Honved che bisserà la vittoria in campionato ottenuta sempre a spese del Ferencvaros. Il Siofoki si salverà alla penultima giornata. Il Domsodi SE arriverà secondo nel girone D della terza serie mancando la promozione per un soffio. Sarà la stagione migliore dalla fondazione nel 1955 per i “piccoli” bianco verdi
. Siofok –Ferencvaros 2-1 . La rete del Ferencvaros

venerdì, gennaio 27, 2017

Coco Schumann



Come ogni anno questo blog celebra LA GIORNATA della MEMORIA con un ricordo a sfondo sportivo o musicale

Coco Schumann è nato nel 1924 a Berlino da madre ebrea e padre tedesco ovvero quello che iu nazisti chiamavano “Mischehe”, figlio di matrimoni misti.
Affascinato dal jazz e dallo swing dopo aver imparato a suonare la chitarra, inizia a suonare in vari locali, fino a quando, nel 1943 viene internato nei campi di concentramento di Theresienstadt, di Auschwitz e di Dachau e dove diventa il batterista del gruppo musicale “Ghetto-Swingers” che allieta nazisti ( "Sono stato costretto a suonare per dei criminali, ad allietare le loro serate, sempre insicuro di come sarebbe finita, dipendevo dal loro umore, un piccolo errore mi sarebbe costato la pelle").

Dopo la guerra ritorna ad essere protagonista della scena jazz di Berlino, suonando con i più famosi musicisti internazionali americani come Louis Armstrong.
Tormentato dai ricordi si trasferisce in Australia con la moglie. Tornerà in Germania molti anni dopo, pubblicherà la sua autobiografia “Der Ghetto-Swinger – Eine Jazzlegende erzählt” (Il musicista swing del ghetto – una leggenda del jazz racconta) e continuerà a suonare con il suo Coco Schumann Quartett.

“Chi ha dentro di sé lo swing, non importa se stia in una sala o su un palco, non potrà più marciare a passo uniforme”

martedì, gennaio 24, 2017

Stop !



Per un breve periodo il blog andrà a velocità ridotta, con post saltuari già programmati (grazia ad Alberto Galletti e Clodoaldo).
Ci risentiamo verso la metà di febbraio.

https://www.youtube.com/watch?v=Qyclqo_AV2M

Life is very short and there's no time
For fussing and fighting, my friend

lunedì, gennaio 23, 2017

Il meglio del mese. Gennaio 2017



Con un po' di anticipo il Meglio di gennaio 2017

ASCOLTATO

SLOWLY ROLLING CAMERA - All things
La band gallese firma un eccellente album di grande fusion di stili dal jazz al funk al soul, spiritual jazz, insert free. Molto personali, potenti, interessanti.

SOUL SCRATCH - Pushing fire
Inizia bene l'anno in ambito NEW SOUL con un ottimo album d'esordio per la band californiana. Molto Otis oriented ma anche sferzate in puro stile James Brown, favolosi grooves, voce davvero particolare e grande padronanza strumentale.

HALF JAPANESE - Hear the lions roar
In pista dal 1975, da sempre outsiders inclassificabili con il loro personalissimo art-rock che ha influenzato non poco il sound di bands come Sonic Youth o Dinosaurs Jr tra i tanti. Questo è il sedicesimo, caotico, album, ancora una volta tanto interessante quanto anarchicamente impossibile da incasellare.

FLAMING LIPS - Oczy Mlody
Sempre avuto grande rispetto e fascinazione per i Flaming Lips anche se non li ho seguiti assiduamente. Questo nuovo album lo trovo noioso, dispersivo, senza capo nè coda. Mah...

FRED THOMAS - Changer
Tipo strano che ha come riferimenti Jonathan Richman, Dream Syndicate, Billy Bragg e tira fuori una serie di canzoni sghembe, pulsanti, rotolanti. Interessante.

BRIAN ENO - Reflection
Nuovo lavoro riconducibile ai suoi progetti di Ambient Music.
Suggestivo, cerebrale, affascinante, mi rimane il dubbio (personale e opinabile) sull'utilità artistica di operazioni simili.
Non la colgo, è un mio limite.

JAPANDROIDS - Near To The Wild Heart Of Life
Powerful guitar rock, qualche sguardo a certi Clash ma sostanzialmente poco interessante.

THE FIVE FACES - Sx 225
La band genovese, tornata in attività recentemente dall'infinito passato dei primi 80's, mette a segno un nuovo colpo firmando un nuovo album per l'inglese Detour Records (che aveva già curato la stampa di un DVD live in Inghilterra e di un album sempre live).
Curato nei minimi particolari presenta una band fresca e che fa dell'immediatezza sonora la sua principale caratteristica.
Sarebbe facile derubricarli a mod revival del 79. Personalmente credo si tratti invece del Sound of 78, quello che attingeva ancora dal pub rock più elettrico (Dr. Feelgood, Eddie and the Hot Rods), si affiancava a primi Jam, Buzzcocks, Undertones e Jolt, anticipava di un soffio l'arrivo di bands come Vapors, Purple Hearts o Chords.
C'è energia ma anche tanta melodia di gusto 60's pop, ottimi brani, chitarre sporche ma ben calibrate, ritmica potente, belle voci.

WORKING VOODOO CLUB - One
Vengono dall'Olanda ma a guidarli c'è una vecchia conoscenza della scena italiana, quel Fabrizio Carrieri che diede i natali e guidò a lungo una delle prime mod band italiane, i pugliesi THE ACT (dopo gli esordi con gli Steady Beat).
Partiti nel 2008 con un classico set a base di rhythm and blues, si sono evoluti verso sonorità che sempre da quei selvaggi primordi black a cavallo tra 50's e 60's attingono ma a cui si aggiungono umori jazzati, swamp blues in arrivo direttamente da New Orleans, da qualche vecchio disco di Dr. John, dal gusto funk soul di Professor Longhair, dai Los Lobos di "Kiko".
Album personale, particolare, suonato benissimo, gusto sopraffino.

BAUSTELLE - L’amore e la violenza
Osannato dalla critica a prescindere.
Un viaggio nel pop italiano più evocativo e pseudo impegnato (da Battiato alla disco pop degli anni ’80) e in certo brit pop (Pulp in particolare) con tanto di abbondanza di arrangiamenti enfatici.
Inutile e irritante.

ALEX FORNARI - L’interruzione
L'ex voce dei Pale Tv, una delle prime band a portare la new wave in Italia nei primi anni 80, torna con il secondo album solista dove, ancora una volta dopo l'esordio di "Di tutte le ferite", riesce a convincere con un lavoro di grande qualità.
Una base di rock malato che prende ispirazione da Lou Reed, Iggy Pop e Bowie dei 70's e 80's ma con un approccio e una visione assolutamente attuali.
Brani potenti, elettrici, scarni, di efficacia immediata, con la voce di Alex a farla da protagonista.

BIG MOUNTAIN COUNTY / LAME - split
Prezioso split ep 12 pollici condiviso, due brani a testa, da quella meravigliosa realtà rock psichedelica romana dei Big Mountain County con i torinesi Lame (band composta da (membri di Movie Star Junkies, Two bo's Maniacs, Cave Dogs).
I BMC confermano di essere tra i principali esponenti di una forma moderna di psichedelia che guarda al passato ma con un'attitudine proiettata nello spazio futuro (e un retro gusto kraut rock che rende il tutto ancora più saporito).
Più garage oriented i Lame con un sound che non disdegna riferimenti a certo rock n roll oscuro caro ai Cramps.

GIAMPAOLO CORRADINI & the WEEKEND WARRIORS - s/t
La band reggiana è all'esordio ma Corradini ha alle spalle una lunga militanza con altre realtà come Substitutes e The Youngs.
 Gli otto brani dell'album coniugano la passione per le sonorità 60's (Animals, Who, Kinks) con una visione moderna che dai Jam va al brit pop. Sound chitarristico, asciutto, elettrico, nervoso, brani ottimi, energia a profusione. Un album che soddisferà in pieno chi ama il mod sound e affini.

STRATO'S - Lo sbirro, la liceale, il maniaco
I giovanissimi parmigiani sono entrati in studio e in una giornata hanno sfornato un delizioso album strumentale perfettamente in linea con il titolo.
Tra questi solchi si evoca quel sound di chiara provenienza 70's che marchiava le colonne sonore dei polizieschi italiani o delle commedie sexy dell'epoca. Ai tempi ad appannaggio di autori come Ennio Morricone, Franco Micalizzi, Piero Piccioni, Riz Ortolani, ripresi recentemente con grande cura dai Calibro 35. Effetto finale godibilissimo e suggestivo, ben suonato e perfettamente in linea con il gusto e il sound dei tempi ricordati. Ottimo.

RADAR - Re-pop
Storica band (veronese) che nel 1982 pubblicò il primo album per la Wea e che ora ritorna con un nuovo lavoro e formazione rinnovata, ripartendo dalle stesse coordinate elettro pop degli esordi, con un pizzico di Duran Duran e un approccio lirico che riporta spesso, nell'uso dell'ironia e della scansione del cantato, ad Elio e le storie tese (vedi "Cuoca calabra"). Ben fatto, brani accattivanti e di facile fruibilità, molto divertente e coinvolgente. Bentornati !

LOVE THIEVES - Soft
Godibile e gradevolissimo esordio della band toscana che rinverdisce la freschezza di certo pop punk che dai primi Blondie arriva a Primitives e Cardigans con quel gusto per la melodia 60's che rende il tutto stupendamente fruibile. La ruvidezza chitarristica di fondo aggiunge pepe e urgenza al contesto, l'immediatezza delle composizioni garantisce genuinità.
Ben suonato e cantato, produzione senza fronzoli, ottime le canzoni.

ZIZKOV - Antracite
La band bolognese è attiva dal 2005 ma all'attivo c'è solo un ep sei anni fa. Finalmente il silenzio discografico è compensato da un album di otto brani, registrato in diretta e lo-fi in sala prove, mettendo in campo un sound molto particolare e intrigante a base di atmosfere noir, di gusto surf, jazz, dalle parti dei Tornados e degli Shadows, Link Wray fino al John Zorn di "Naked City" e certe atmosfere scurissime che furono care ai Morphine.
Strumentale e inquietante, molto interessante.

LETTO
RAY CHARLES - Brother Ray
Rilettura di un classico.
L’autobiografia, sincera e “senza filtri” di Brother Ray, attraverso i successi, le cadute,l’eroina, il sesso sfrenato e tanto altro. Non te l’aspetti dal piacione sorridente ma qui c’è tutto il ver oRay, con pregi e tan ti difetti. Sempre ottima lettura.

COSE & SUONI
Mie recensioni quotidiane su www.radiocoop.it e mensili su CLASSIC ROCK

domenica, gennaio 22, 2017

Il Disco Genetico



La fine del mondo è la rubrica domenicale che va ad esplorare i luoghi abbandonati dalla storia, particolari o estremi.
I precedenti post:

http://tonyface.blogspot.it/search/label/La%20fine%20del%20mondo

Ritrovato in Colombia dal ricercatore Klaus Dona, il Disco Genetico è uno dei reperti archeologici più particolari e misteriosi.

E' un disco in pietra (lidite, una pietra nera) di epoca precolombiana (datato a circa 6.000 anni fa) di circa 2 kili e 27 cm di diametro che sulle sue due facce racchiude i “segreti della vita” in quanto sembra contenere informazioni genetiche, una sorta di rappresentazione di un processo evolutivo dalla rana all'uomo.

Sono visibili organi genitali, spermatozoi, ovuli e la fecondazione dell’ovulo che si trasforma in embrione fino ad arrivare alla formazione del feto.
Sono raffigurati anche un uomo ed una donna, con i genitali in evidenza mentre compaiono anche un bambino, un uomo ed una donna, ma con tratti somatici particolari e piuttosto diversi da quelli dell'essere umano.

L’aspetto più misterioso e particolare sono le piccole immagini di un ovulo e degli spermatozoi che, come è noto, sono visibili solo attraverso il microscopio.

Il Disco Genetico è esposto al Museo di Scienze Naturali di Vienna

sabato, gennaio 21, 2017

Radio Garden



Esiste un sito (spettacolare) grazie al quale si può viaggiare nel mondo e ascoltare centinaia di RADIO LOCALI (in ogni continente) in tempo reale.
Interessantissimo e divertentissimo.

http://radio.garden/
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