Torna ancora, come sempre benvenuto, ANDREA FORNASARI e il suo spazio a sfondo filosofico.
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"La scienza non porta alla violenza e all'odio. È l'odio che si appella alla scienza per giustificare il suo razzismo", dice F. Jacob, premio Nobel, con Monod, per la medicina.
Il suo tiro è soprattutto teso contro i sociobiologi che pretenderebbero di affermare che il destino dell'uomo è in grandissima parte predeterminato e, quindi, chiuso dall'eredità del codice genetico e dalla gabbia di istinti primari immodificabili.
Molti sociobiologi sono infatti fondamentalmente deterministi: tutto sarebbe avvenuto dall'origine ad oggi, secondo una catena inesorabile.
L'aggressività, la disuguaglianza, la prevaricazione passerebbero così da "variabili" storiche e sociali modificabili a "costanti" biologiche.
Viceversa, spiega Jacob, la concezione darwiniana ha una sua conseguenza ineluttabile: il mondo oggi vivente è solo uno tra i molti possibili. La sua struttura attuale è il risultato della storia della Terra.
Avrebbe potuto benissimo essere diverso. Avrebbe anche potuto non esistere del tutto.
La riproduzione degli animali superiori è, ad esempio, a due. Ma avrebbe potuto continuare ad avvenire senza sesso, per gemmazione o per scissione di uno stesso individuo.
Oppure in altri modi. La via presa è stata quella a due. Ciò ha consentito il prodursi di differenze. La sessualità stessa ricombina due programmi diversi, e ne esce un figlio differente dai genitori. L'evoluzione può quindi essere più rapida e con minori rischi. D'altra parte però l'evoluzione non ha sfruttato possibilità facili e vantaggiose. Jacob dice: se gli uomini avessero un cappello di clorofilla al posto dei capelli, non perderebbero tanto tempo e fatica alla ricerca di cibo.
Ma l'evoluzione è ben lontana dall'avere raccolto una serie di successi: contro alcuni milioni di specie oggi viventi ne sono state perdute circa cinquecento milioni.
L'evoluzione, se ha compiuto "rivoluzioni" (dai piccoli rettili ai dinosauri eccetera), le ha compiute, per così dire, sempre "riformisticamente".
La natura non ha mai avuto passaggi radicalmente innovativi. Assomiglia, dice Jacob, a quell'uomo che si arrangia a fare qualcosa con gli scarti, l'evoluzione rimescola o ricompone "robe vecchie".
Ci sono poi, nota Jacob, squilibri incredibili nei centri di comando: ad esempio nell'uomo le parti del cervello più nuove e avanzate si occupano spesso di questioni laterali. L'occhio a lente non è solo di esseri superiori (ad esempio lo ha anche il polipo). Iconcetti stessi di superiore e inferiore vanno ripensati. L'uomo non assomiglia allo scimpanzé adulto e compiuto, ma ad uno scimpanzé ritardato: e proprio questo ritardo può aver fatto avanzare l'uomo, costringendolo ad una lunga infanzia con conseguenti cure ed educazione più lunghe da parte dei genitori. Sappiamo ancora molto poco dell'uomo e dell'intrico delle sue cellule. In ogni caso, pensa Jacob, il destino umano passa in mezzo fra condizionamenti biologici e apertissime libertà culturali.
È errata la concezione di coloro che considerano il cervello come un nastro magnetico vergine, ma ben più errata è la posizione di chi crede che il cervello sia un nastro già inciso. Questo punto di vista, che spesso si trova associato ad una filosofia conservatrice, è alla base di svariate forme di fascismo e di razzismo, perché elimina a priori qualunque speranza di miglioramento tramite l'apprendimento e l'educazione.
Le conseguenze sul terreno politico e sociale sono la crescita di concezioni secondo le quali le disuguaglianze sociali derivano soltanto dalle disuguaglianze biologiche.
Inutile, quindi, anche solo pensare ad un mutamento della gerarchia sociale.
Jacob attacca i sociobiologi contestando loro anche l'attendibilità scientifica del cosiddetto "quoziente di intelligenza" - esso è determinato dall'educazione e dai processi di socializzazione. Ogni bambino normale alla nascita possiede tutte le possibilità.
In questo gli esseri umani sono "identici" anche se possono manifestarsi "diversamente".
Ma la diversità non è causa delle disuguaglianze sociali. Disuguaglianze e uguaglianze non sono concetti biologici, ma storico-politico-culturali.
Le differenze sono elementi positivi perché producono società complesse e creative.
Le disuguaglianze sono negative perché portano allo sfruttamento, all'alienazione, all'assenza di libertà e di giustizia e ai conflitti, come da Rousseau a Marx è stato ben chiarito.
Non è lecito, dice Jacob, affermare che per avere differenze positive e ricche, occorra praticare le disuguaglianze sociali, giustificandole con preesistenti differenze biologiche. La via umana e sociale per ottenere la massima creatività e la massima libertà non passa attraverso le disuguaglianze, ma per l'esplicazione piena delle differenze fra uguali.
La crescita e la diffusione positiva di infinite differenze culturali fra gli uomini è il massimo prodotto della civilizzazione umana.
Il confronto pacifico ed egualitario fra le differenze culturali avrebbe potuto e potrebbe essere un metodo di accumulazione e accelerazione di ogni singola area e di tutte nel complesso del mondo. Ed aver dimostrato questo è la vera scoperta di Lévi-Strauss.
Viceversa, proprio questa ricchezza è sperperata nella grande contraddizione delle lotte e guerre che tendono a sopprimere il differente e bloccando o facendo regredire lo sviluppo umano generale.
La sociologia avanzata aveva già tentato di smascherare quelle ideologie che si danno una legittimità pseudoscientifica solo per mantenere lo status quo basato sulle disuguaglianze.
Il primo trucco nell'argomentazione sostenuta dal pensiero reazionario sta nel valutare e reggere un bene da tutti riconosciuto, come quello delle differenze, sul male delle disuguaglianze sociali, date come inesorabili e naturali. Il secondo trucco sta nel far passare l'uguaglianza sociale come un livellamento e appiattimento in cui nessuno potrebbe esprimere più le differenze creative. Viceversa, è la disuguaglianza come coercizione che sterilizza moltissime differenze potenziali non lasciandole fiorire e sviluppare, e che deforma anche quelle vincenti. Persino chi prevarica è alienato dal suo stesso potere.
Inoltre è proprio l'uguaglianza che potrebbe evitare i livellamenti dentro ogni classe e ogni strato (dove ognuno è intercambiabile, nella sua anonimità estraniata), e consentire l'esplicazione delle differenze vocazionali senza bisogno di dar luogo a sfruttamento e oppressione di altri uomini.
Senza uguaglianza, le differenze diventano disuguaglianze. Senza differenze, l'uguaglianza diventa livellamento.
Il campo di studio è amplio e comprende tutto l'arco delle scienze umane. Tuttavia resta essenziale che proprio un biologo abbia dato conferma ad alcune tesi sociologiche liberatorie ed abbia smentito i sociobiologi che vanno sostenendo, per fini restaurativi, l'inesorabilità, appunto "naturale", delle disuguaglianze fra gli uomini, che sono invece soltanto sociali, cioé artificiali e, quindi, in condizione di poter essere modificate.