Riprendo l'articolo che ho dedicato a "Café Bleu" degli Style Council lo scorso sabato nell'inserto "Alias".
Sembrava uno scherzo, nessuno riusciva a crederci, né i compagni di avventura, Rick Buckler e Bruce Foxton, e nemmeno il padre e manager John Weller.
I Jam erano finiti.
Proprio all'apice del successo, quando ogni brano nuovo filava veloce in testa alle classifiche inglesi e la band riempiva gli stadi.
Ma Paul Weller aveva deciso così.
Era ora di cambiare strada.
L'ossessione per i Beatles lo portava a ripercorrerne le stesse modalità: chiudere al top e non tornare più indietro, non fare mai un disco uguale all'altro, guardare sempre avanti, sperimentare.
Lo racconta il voluminoso libro “Dancing Through The Fire” (in primavera anche in edizione italiana) in cui Dan Jennings ha raccolto 800 pagine di dichiarazioni di Weller e decine di collaboratori, giornalisti, amici, tracciandone un ritratto esaustivo e completo.
"Non mi piace quando le cose diventano troppo grandi e di massa.
Non mi è mai interessato diventare la più grande band del mondo.
Ho sempre e solo cercato di essere riconoscibile e che la nostra musica fosse riconosciuta. Non era una questione di dominare il mondo. Mai stato interessato a quello”.
D'altra parte alla fine del 1982 aveva 24 anni e tanto tempo a disposizione davanti a sé.
Aveva soprattutto una nuova idea, antitetica a quella di un gruppo rock di soli tre elementi, fisso, stessi componenti da sempre.
Weller pensava a un collettivo aperto, senza limiti musicali, senza chitarre e ritmiche possenti.
Voleva tornare alle sue radici soul e jazz, ai 45 giri, a una dimensione meno stressante, dove nessuno ti insigniva del ruolo di “portavoce generazionale”, come era ormai diventato con i Jam.
Contatta, ancora prima di sciogliere la band, un giovane mod, Mick Talbot, già tastierista con Merton Parkas, Dexy's Midnight Runners e Bureau, anche lui appassionato dei suoi stessi suoni.
Mi fu chiesta la massima segretezza e dovetti rispettarla anche se avrei voluto raccontarlo al mondo intero che stavo lavorando a un nuovo progetto con Paul Weller. Ma gli unici a cui lo dissi furono i miei genitori (Mick Talbot).
Gli Style Council nascono così, da un'idea di massima, pile di dischi da ascoltare a ripetizione, dalla Blue Note alla Motown, alla Stax Records a oscure canzoni Northern Soul e bozzetti di canzoni, una sostanziale improvvisazione su cosa fare, di volta in volta. Paul pensa a una carriera a base di 45 giri, quel formato magico che lo appassiona da sempre.
Weller: Volevo fare 45 giri per un po’. E’ sempre stato il mio formato preferito. Non volevo la pressione di comporre un album. E volevo che ognuno fosse diverso dagli altri, con stili sempre differenti.
Un progetto che non piaceva né all’etichetta né ai vecchi fan.
Era un momento molto emozionante per me, lasciavo tutto quello che avevo fatto e ricominciavo da capo, facendo ogni cosa che mi veniva in mente. Non avrei mai potuto farlo con i Jam.
E in effetti partono in quel modo, disorientando un po’ tutti, con brani di stampo new soul (“Speak Like a Child”), coinvolgenti e melodiche ballate (“Party Chambers), un travolgente hip hop/funk semi elettronico (“Money Go Round) dal testo pesantemente politico, un soul elettronico come “Long Hot Summer” (dalle sonorità e groove molto vicine a “Between The Sheets” degli Isley Brothers, uscito pochi mesi prima), delicati episodi jazz/blues come “Le Depart” e “Paris Match”.
Alcuni vengono raccolti nell’EP “A’ Paris”, primo potenziale episodio di una serie di brevi dischi dedicati a vari luoghi europei tra cui l’amata Italia e un “Dutch EP” olandese, poi derubricato dai programmi, come, fortunatamente, un disco “svizzero” con l’inserimento di corni e cori alpini…
Dichiara Weller nell’agosto 1983:
Non mi vedo più come un Britannico. Ci consideriamo Europei. Vorrei avere un passaporto per il mondo, non voglio essere considerato parte di una sola nazione o circoscritto a un unico luogo. Questo è il mio mondo e voglio appartenergli totalmente.
Buona parte di questo materiale viene raccolto in un album destinato al mercato americano ed europeo, Introducing The Style Council, nel giugno 1983 ma Weller rifiuta la pubblicazione in Gran Bretagna.
Sperimentavamo molto, suonavamo in stile jazz ma non volevamo essere una jazz band, inserivamo ritmi bossa nova e tanto altro. Ho sempre ammirato chi cambiava direzione e usciva da quello che faceva abitualmente, come David Bowie.
Finalmente la band, allargatasi anche con l’inserimento fisso del batterista Steve White, decide che è ora di un album.
“Café Bleu” esce nel marzo 1984.
Confessa Weller:
Non avevo tanto materiale da parte, molte canzoni sono uscite di getto, all’ultimo momento, era tutto fresco e spontaneo, urgente e immediato. Lavoravamo per ore in studio dal lunedì al venerdì, suonando, componendo, improvvisando.
Si pensa addirittura a un doppio ma alla fine si ripiega su tredici brani.
Un lavoro sorprendente, forse incompleto nella sua estrema varietà, tra modern e latin jazz, funk, blues, swing, rap, funk, soul, bossa nova, pop, il mondo della Blue Note e tanto altro.
A riprova della dichiarata volontà di essere un collettivo, Paul Weller è assente in alcuni brani, usa poco la chitarra, a volte suona solo il flauto (nello strumentale “Council Meetin’”), ospita Tracey Thorn e Ben Watt degli Everything But The Girl e altri musicisti, tra cui una giovane cantante, DC Lee che nulla conosce del passato artistico di Paul (e che diventerà poi membro della band e sua moglie).
Canto solo in tre o quattro pezzi, per il resto cantano altri o sono strumentali. Significa volere provare tutto, provare quello che hai in testa, provalo e vedi quello che succede. Qualcosa avrà successo, qualcosaltro invece no. Ho avuto l’opportunità di poterlo fare e attraverso queste cose ritrovi te stesso e finisci per pensare che sei davvero fortunato.
Il disco contiene la canzone più famosa degli Style Council, la struggente “You’re The Best Thing” e due altri episodi rimasti sempre nel live set solista di Paul, “Headstart For Happiness” e “My Ever Changing Moods”.
“Café Bleu” è accolto molto bene dalla critica, arriva al secondo posto in Inghilterra e diventa disco d’oro, rimanendo in classifica per otto mesi, più di ogni album dei Jam.
Se contestualizzato all’epoca, è un album innovativo, che pur attingendo da radici “classiche”, le rinnova, contamina, svecchia, riproponendole con una personalità immediatamente riconoscibile.
Weller, sempre più politicamente radicalizzato (basti scorrere le parole del rap “A Gospel” cantato da Dizzi Heights contro lo “Zio Sam” americano “Non vedo l’ora in cui penzoleranno da un cappio/E non dovremo mostrare nessuna pietà/ Loro non sentono il male con le mani strette per zittire le vittime della guerra dello Zio Sam"), lo voleva intitolare come uno strumentale presente nell’album “Dropping Bombs on the Whitehouse” (sganciando bombe sulla casa Bianca), un termine jazzistico per introdurre un solo di batteria ma venne dissuaso.
“Café Bleu” ritorna ora in una “Special Edition” di 91 brani divisi in sei CD con le consuete versioni differenti, demo, live, inediti, prove e jam in studio che dimostrano quanto fosse prolifico e creativo il momento e quanto gli Style Council siano stati coraggiosi e autenticamente sperimentali nel cercare di esplorare, senza limiti preconcetti, ogni limite artistico a loro disposizione, con una visione collettiva della musica. Il tutto corroborato dall’innata coolness estetica, all’insegna di eleganza, raffinatezza, distinzione, prerogativa essenziale di ogni Mod.
In retrospettiva, uno degli album più importanti degli anni Ottanta inglesi.
Clamoroso e inspiegabile l'errore che ha costretto l'etichetta a rinviare la vendita dei supporti fisici a maggio (rimane disponibile invece in digitale.
CD e vinili sono stati ritirati all'ultimo momento), in quanto due brani erano usciti in realtà un anno dopo rispetto a “Cafè Bleu” e quindi incompatibili artisticamente e cronologicamente con il cofanetto.
Strano che il super preciso Weller non abbia ascoltato il tutto prima della stampa.
Del pasticcio "Café Bleu" ho parlato poco tempo fa qui: https://tonyface.blogspot.com/2026/02/il-pasticcio-di-cafe-bleu-special.html





Io ho un problema con gli Style Council, è l'unico buco che ho tra i Jam e il Weller solista: i suoni.. i suoni degli Style Council li trovo invecchiati malissimo (ma è una sensazione mia), con certi synth e produzioni che non amo. Chissà come suonerebbero i dischi fatti in altra maniera (tipo come quando Weller li fa nei live)
RispondiEliminaSono suoni "figli di quel tempo" che sinceramente facevo fatica ad accettare ai tempi (con alcune ovvie eccezioni) e che oggi sono effettivamente molto datati.
EliminaIl Weller migliore
RispondiEliminavisti anche dal vivo a Firenze nell' 85, notevoli. non erano simpatici per questo unire idee di sinistra e immaginario chic ma questo e My favourite shop sono capolavori o quasi
RispondiEliminaDa sempre ... The Best Pop Group In The World
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